Poesie di Giulio Giovanni Siena
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Sentieri angusti s’inerpicano sulla nuda mia terra. Terra brulla, petrosa, scossa dal vento. Aggrappato alla rupe, l’olivastro contorto, caparbio, s’oppone al continuo flagello. Flettono, danzanti, i cespi di regamo, sibilano gli sterpi; s’effondono gli odori. Le nubi, stracciate in sottili brandelli, si dissolvono nel nulla come fossero pensieri. Riaffiora un ricordo: il lontano metallico suon de’ campanacci, che si fa sempre più vivo; e una mandria di mucche bianche che dal sentiero sale lenta. Un grido imperioso, d’atavico fonema, e il fragore di una pietra scagliata che sulla roccia s’ infrange, riporta nel branco la bestia più inquieta. Una nuvola di polvere secca si tinge di rosso, passa, e s’allontana. Poi il muggito diventa più fioco, e si spegne, con l’ultimo raggio di sole. * * * Cessa il ricordo. L’orizzonte imbrunisce. Il vento si queta. In ciel resta l’allodola, a ringraziare il Signore. E mentre assapora la poesia del tempo che fu, l’anima mia si pregna di questo divino silenzio. E’ sera. Al far dell’alba, vorrei ritrovarti semplice e bella, come sapevi esser tu, amata terra mia, quando la poesia era più forte della lucente moneta che di morte lenta or t’uccide. Rindossa per un giorno le cangiate vesti, amata terra mia. Riconoscerti saprò dal profumo dei fiori, e al Signore ripeterò il verso dell’allodola.
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Mentre corri, disperato, su e giù per le chine, un sol pensiero ti muove: salvare dall’ira funesta quell’esserino inerme che stringi al petto. Ed eccolo, infine, dopo infiniti affanni, materna visione, il mare, baciare la tua martoriata terra, mentre tutt’intorno alitano odio e disperazione. Ma il tuo sguardo si spinge lontano, e si perde in terra straniera, dove il seme della pace non germoglia invano. Vieni, dunque! Traghetta le tue angosce su quest’altra sponda, e falle morire qui, sull’uscio del mondo, negli ovattati silenzi delle cale luminose, o tra il rotolìo lieve di ciottoli melodiosi. Lasciati cullare dal mio mare: la spuma dell’onda qui non è lorda di sangue. Nel mare di Puglia, è ancora tempo di pace.
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Poesia composta nel 1998. La guerra del regime di Milosevic nel Kosovo è già sfociata nei massacri di Drenica. L'esodo forzato e la pulizia etnica sistematica portano ad un bilancio drammatico: 400.000 le persone sfollate, cioè il 20% della popolazione residente del Kosovo; migliaia di persone uccise; più di 250 villaggi albanesi distrutti, bombardati ed incendiati. L'occidente si dispiace, ma resta a guardare e ripete gli errori compiuti nella guerra di Bosnia. Si limita ad inviare inutili commissari e a lanciare ammonimenti. Coinvolge anche la Russia, ben sapendo che - com'era già avvenuto in Bosnia - il suo ostruzionismo sarebbe stato scontato. Intanto i profughi albanesi del Kosovo, schiacciati dalla violenza, abbandonano la loro terra e si riversano nei paesi europei. Nel mese di luglio le organizzazioni umanitarie albanesi parlano di 200.000 profughi. Moltissimi transitano in Italia attraverso l'Adriatico meridionale e approdano sulle spiagge e sulle scogliere di Puglia, mettendo a dura prova le capacità ricettive della Regione. La popolazione pugliese li accoglie con amore e fa il possibile per alleviare le loro sofferenze. Per questo comportamento encomiabile c'è chi propone la Puglia come candidata al premio Nobel per la pace.
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L'anima mia si perde negli anfratti del tempo, lungo i luminosi sentieri che portano ai colori dell'iride. I miei arcobaleni s' innalzano al tramonto, traversano il mare e si tuffano nella fresca rugiada mattutina, in terre lontane, dove il gallo già canta il lento risorgere del sole. E mentre m'immergo nell'apoteosi di luce, per rinfrancar le membra, l'anima mia, silente, si ridesta, e tutto si dissolve, per far posto alla vita che ritorna. A domani, per il prossimo sogno.
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