Nella terra di Padre Pio, tra vento di bora e vento di favonio – Matteo Pio Pazienza

Ha avuto luogo sabato pomeriggio 7 giugno u.s. nella sala “G. Bramante” presso la Banca di Credito Cooperativo in viale Aldo Moro 9, a San Giovanni Rotondo, la presentazione della recente fatica letteraria di Matteo Pio Pazienza (1951), architetto scrittore di origine sangiovannese. Hanno tenuto le interessanti relazioni, Matteo Coco, docente Lettere al Liceo Ginnasio “P. Giannone” di San Marco in Lamis e Padre Mariano Vito, Direttore della rivista “Voce di padre Pio”. Moderatore: prof. Stefano Campanella, Direttore di “Teleradio Padre Pio”. Riportiamo in sintesi telegrafica, qualche passaggio dalle due relazioni .

“…Un viaggio insistito, reiterato, al paese natio, in cui l’autore va a cercare l’identità smarrita. Risucchiato in una città, Foggia, senza stimoli, egli langue. Una frangia di sussulti, un poco di spasimo per l’anima, qualche odore e sapore, egli va a trovare, non senza fatica al suo paese, assai deturpato, irriconoscibile, vivo precariamente…” (Dalla relazione del prof. Matteo Coco)

“… Attento l’autore, acutamente critico della realtà. Apprezza il bello in ogni forma che l’uomo consegue e ricusa “lo sciatto” delle cose. Piace anche il recupero e la esaltazione de l’ossimoro, la retorica che avvicina gli opposti, come il dovere onorato degli operai, sopraffatto da l’ingiustizia dei padroni… Riferendoci a Padre Pio, venuto da Foggia l’estate del 1916, egli è stato il “novum” nella storia più prossima della cittadina garganica; il favorevole quanto provvidenziale favonio, che ha ammorbidito l’ostile bora, portando ai cittadini condizioni di vita più umane e agevoli…” (Dalla relazione di Padre Mariano Di Vito).

L’amico Michele Totta ci ha fatto pervenire le sue impressioni, sull’opera dello scrittore M.P. Pazienza. 

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Veduta al meriggio della piana aduna, dal Monte Castellano.

Un lungo rapporto sui luoghi, tra affetto e disamore a Foggia e San Giovanni Rotondo, fra territorio definito moderno e antropologia arcaica, coglie i nostri occhi. E’ l’habitat dei ricchi contadini e dei pastori transumanti, oggi occupato dai nuovi cittadini, moderni, sparsi tra Foggia piana e San Giovanni al monte, come pedine su uno scacchiere anonimo. E’ la catena delle cose, strade, campi, muri a secco, ripari colonici, aie, stazzi, vuotati della secolare, solenne essenza di civiltà e semplicità. Uomini e cose sono là, allungano i loro giochi di luce ed ombra, coperti di legittima attesa a invocare nuova redenzione. Ricorrente, si coglie lo sbalordimento del day after, del giorno dopo, della dimenticanza seguente a una storia che era piena, movimentata fino alla notte. Lo sbalordimento è condizione della modernità, quasi vuota, che non ha mosso e cambiato l’immutabile in mutabile, cioè in prospettive di vita più umana. Una prospettiva usurpata in città e al paese, dai nuovi padroni dell’industria e dell’edilizia speculante. La vita dei paesani è rimasta com’era, grama, limitata, venata del grigio indeclinabile di ieri, di oggi e di domani. Il grigio, fisso, senza didascalie né gusto, è lo spessore che definisce la nostra ecologia, che è figlia della nostra storia.

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Il libro di M.P. Pazienza – Editrice Parnaso, anno 2014

Ma anche un libro fresco, quello del Pazienza, ponderato e sofferto. Esso mette a luce aspetti non conosciuti o persi, del passato che ci appartiene. E’ il caso delle Poste per gli armenti, disseminate a iosa e rifatte senza pregio alcuno. E riscopriamo la tufara di Monte Aquilone, la cava-miniera, di età romana o forse più antica. Un libro da Grand Tour nostrano, effuso di sentimenti puri, nello sfondo di una ecologia precaria, anzi, brutta. Lo scrittore foggiano e garganico, è un esteta dallo slancio apollineo, vorrebbe tutto rigenerare con tocchi di garbo e gusto. Però va a cozzare la frangia neo-barbara di cittadini apatici, di politici insipienti, che muovono interessi privati, più che idee concrete di progresso. Egli ha l’etica dello scrittore responsabile. Non teme di agitare la lama argentata, la parola, sul marcio della cattocultura. Il libro è un lungo diario; un monologo di sfogo tra i ricordi, che non sono diventati memoria. A fine lettura ci coglie lo spaesamento, il rimpianto; la colpa per non aver nulla preservato. E generato sul nonsenso, la luccicante patina delle cose, ove prima si coglieva il palpito dei cuori, una continuità ideale tra le famiglie. La presunzione ha prodotto in serie ectoplasmi di vetro e cemento, dov’era l’arcano della pietra. La nostra bianca pietra di Puglia. Il rimprovero si fa stimmata aperta, bruciante, in una citazione tra le più coraggiose nella letteratura contemporanea. La citazione va a fondo ne l’ignavia della modernità, quella modernità pretenziosa e tuttavia sterile.

“E’ l’eterogenesi dei fini della Società Immaginaria; per troppo melting pot di stili a bassa frequenza di referenti reali, per troppa anestesia da spettacolo, per sovrabbondanza di imposizioni del mercato trattate dai bisogni, ”

è stata costruita

“una terra di nessuno che non ha più i connotati tradizionali della comunità, del villaggio; e l’incenso e l’oro della fama e della celebrità ci infrangono contro, in mille schegge, la solitudine acuita e dolente”.[1]

Pericope di lucida disamina, che emerge compiutamente da quella “veritas filia temporis” di Gellio (Noctes Atticae, XII, 11); la verità figlia del nostro tempo è che, appianiamo tutto. Tutto. Anche la memoria. Facciamo il vuoto e lo esaltiamo a mito. Meno male che, ad aspettarci, un paese rimane, il nostro (C. Pavese). Il paese dell’infanzia, irriso, stracciato o intoppato alla meglio. Il paese pudico, con vincoli di pietra.

Michele Totta

[1] Carmine Castoro, Filosofia dell’osceno televisivo, Mimesis, Edizioni, Milano-Udine, 2013, (p. 129).

Alfonso D’Artega, Padre Pio e le bombe americane

Il "fantasma" di padre Pio impedisce ai piloti americani di bombardare S. Giovanni Rotondo

Il “fantasma” di padre Pio impedisce ai piloti americani di bombardare S. Giovanni Rotondo

 

Alfonso D’Artega è stato compositore, arrangiatore, pianista e direttore di orchestra. Di origine messicana, giunse negli USA nel 1918. Compì gli studi presso il Conservatorio di Strassburger. E’ stato direttore di orchestre per radio, teatri, film. Tra le più famose, le orchestre Buffalo Philharmonic, Stadium Symphony, Miami Symphony, Symphony of the Air, St. Louis Symphony, e New London Symphony. Inoltre, ha condotto per la Radio-Televisione Italiana a Milano e Roma.
Tra le composizioni popolari si ricordano “The NBC Chimes Theme”, “Ask Your Heart” e “Fiesta en Granada”. Ha composto anche la famosa canzone “In the Blue of Evening”, cantata dal grande Frank Sinatra. Morì il 20 gennaio 1999.

Padre Nicholas Gruner, in una conversazione con James Demers, disse di aver incontrato nel 1968 a San Giovanni Rotondo Alfhonse D’Ortega (sic), che gli raccontò una storia circolata nell’ambiente militare dell’U.S. Air Force, durante la seconda guerra mondiale.

D’Ortega si trovava in una base a circa quaranta chilometri da San Giovanni Rotondo, da cui partivano i bombardieri verso la Jugoslavia.

Il colonnello aveva vietato tassativamente ai suoi piloti di tornare in aeroporto con bombe a bordo, perché un eventuale incidente in fase di atterraggio avrebbe fatto saltare in aria tutta la base.

Un giorno un pilota che rientrava da una missione, giunto ad una diecina minuti di volo dalla base, si accorse di avere ancora una bomba a bordo. Voleva sganciarla, ma vide una nube dalle sembianze umane venirgli incontro e gridargli: «Non farlo!».

Tuttavia bisognava eseguire gli ordini ricevuti. Perciò, per quanto fosse impaurito, schiacciò ripetutamente il pulsante che attivava il meccanismo di sganciamento della bomba, senza riuscire nell’intento. Quando il carburante cominciò a scarseggiare, il pilota fu costretto ad atterrare con la bomba a bordo.

Saputo il fatto, colonnello s’infuriò e voleva portarlo davanti alla corte marziale. Ma dopo aver ascoltato le sue giustificazioni, pensò che avesse volato troppo a lungo e che avesse solo bisogno di un periodo di riposo.

Un ragazzino di nove anni che lavava i piatti nella mensa, esclamò:

«Oh, questo fatto mi fa pensare a Padre Pio».

Incuriosito da queste parole, D’Ortega contattò il pilota e gli propose di andare a verificare di persona a San Giovanni Rotondo.

Si recarono entrambi in chiesa. Quando Padre Pio entrò per celebrar Messa il pilota, che era protestante e non era mai entrato in una chiesa cattolica, riconobbe in lui l’uomo che aveva visto tra le nubi.1)The Secret of Padre Pio – A Conversation between Father Nicholas Gruner and James Demers

D’Ortega disse a Padre Nicholas che nella stessa base si raccontavano altre storie simili accadute ad altri soldati nei cieli di San Giovanni Rotondo.

Per puro caso conobbi anch’io, tramite uno zio, Alfonso D’Artega – questo è il cognome corretto – qui a San Giovanni Rotondo, qualche anno prima di Padre Gruner.

Alfonso D'Artega (secondo da destra) con Giovanni Siena (secondo da sinistra) nella Sala San Francesco della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Alfonso D’Artega (secondo da destra) con Giovanni Siena (secondo da sinistra) nella Sala San Francesco della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

D’Artega allacciò una sincera amicizia con Giovanni Siena, insegnante-giornalista sangiovannese e figlio spirituale di Padre Pio, che, malgrado l’età avanzata, ricorda perfettamente le frequenti visite al frate stigmatizzato.

D’Artega era un famoso musicista americano di origine spagnola. Durante la seconda guerra mondiale era stato aggregato ad un Bomb Group dislocato nelle vicinanze di San Severo, dove intratteneva i soldati con la sua orchestra, per tenere alto il loro morale.

La breve distanza che divideva la sua base militare da San Giovanni Rotondo gli permise di frequentare padre Pio, col quale instaurò un bel rapporto, tanto da tornare più volte sul Gargano, anche dopo la guerra.

«D’Artega – racconta zio Giovanni – mi riferì una storia simile, che pure circolò tra i piloti dell’U.S. Air Force.

Nel 1943 gli americani non erano riusciti ad individuare la grande miniera di bauxite di San Giovanni Rotondo, considerata un obiettivo di primaria importanza. Perciò avevano deciso di bombardare a tappeto tutto il paese per bloccare il ciclo estrattivo del minerale. Quando lo squadrone di bombardieri giunse vicino al centro abitato, tra le nuvole apparve ai piloti la figura luminescente di un monaco a braccia aperte, che sbarrava l’accesso allo spazio aereo sovrastante .

Con immenso stupore dei piloti i velivoli, guidati da una forza invisibile, invertivano la rotta senza poter sganciare una sola bomba».

D’Artega era affascinato dalla figura di Padre Pio.

Un giorno arrivò sul Gargano con un cameraman e con l’attrezzatura necessaria per fare delle riprese. Voleva girare un film sul frate stigmatizzato.

Iniziò a riprendere gli uliveti delle Matine, i fichi d’india e la montagna su cui sorge San Giovanni Rotondo, cercando di descrivere le dolci sensazioni che si provavano arrivando in quella santa terra. Ma le riprese non era all’altezza delle sue aspettative, e dopo qualche tentativo desistette dall’impresa.

Nel corso di una visita D’Artega mostrò a padre Pio un disco appena inciso, contenente una composizione musicale a lui dedicata.2)Quasi sicuramente si tratta della composizione “Padre Pio of Pietrelcina” inserito in un LP dal titolo “The story s victim of love”. Esiste anche un altro LP, edito dal Convento dei Cappuccini, intitolato “La Santa Messa di Padre Pio”, con musica di A. D’Artega e testo di Padre Cristoforo da Vico.

Il Padre, forse presagendo l’approssimarsi della fine della sua vita terrena, esclamò:

– Ma questa è una musica per un funerale!

Effettivamente sembrava una musica da Requiem». 3)Intervista all’insegnante Giovanni Siena.

Ascolta qui “The Blue Of Evening”, composta da d’Artega per Frank Sinatra

Charles Mortiner Carty riporta la notizia che durante la guerra gli americani avvisarono i residenti civili di evacuare il paese perchè sarebbe stato distrutto entro 48 ore.

Ciò provocò grande panico. Il sindaco allora corse da Padre Pio e gridò:

«Dobbiamo andarcene; stanno per bombardare la città».

Ma il Padre lo rassicurò:

«Devi dire alla popolazione di rientrare in casa e di pregare. Non ci sarà alcun bombardamento».

Due giorni dopo , ventotto B-29s americani arrivarono nel cielo di San Giovanni Rotondo; ma i piloti, mentre volavano a circa 15.000 piedi di altezza, videro un monaco che faceva dei segni in loro direzione.

Stupefatti ed assaliti da timore, i piloti invertirono la rotta e lasciarono cadere le bombe in un campo vuoto, 25 miglia a Sud di San Giovanni Rotondo.

Dopo la guerra uno dei piloti si recò sul Gargano, per conoscere il monaco straordinario.

Finita la messa, mentre il pilota stava per andare via, Padre Pio uscì dalla sacrestia e gli disse:

“volavamo alto quel giorno, vero?”.4)Charles Mortimer Carty, Padre Pio the Stigmatist, Tan Books and Publishers inc., 1973 – Rockford, Illinois

Note   [ + ]

1.The Secret of Padre Pio – A Conversation between Father Nicholas Gruner and James Demers
2.Quasi sicuramente si tratta della composizione “Padre Pio of Pietrelcina” inserito in un LP dal titolo “The story s victim of love”. Esiste anche un altro LP, edito dal Convento dei Cappuccini, intitolato “La Santa Messa di Padre Pio”, con musica di A. D’Artega e testo di Padre Cristoforo da Vico.
3.Intervista all’insegnante Giovanni Siena.
4.Charles Mortimer Carty, Padre Pio the Stigmatist, Tan Books and Publishers inc., 1973 – Rockford, Illinois

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