La cultura dell’attenzione del mondo della sanità nei confronti del malato

Premessa

Il Dr. Pietro Gerardo Violi, medico egregio in pensione,  ha svolto la sua missione presso l’IRCCS “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo, mettendo in pratica fino in fondo l’insegnamento di padre Pio: «In ogni ammalato vi è Gesù che soffre. In ogni povero vi è Gesù che langue. In ogni ammalato povero vi è due volte Gesù che soffre e che langue».

Si riporta qui, integralmente, la sua pregevole relazione sul tema “La cultura dell’attenzione del mondo della sanità nei confronti del  malato”, tenuta al 7° Convegno Regionale dell’Emilia Romagna, Consulta Regionale per la pastorale della salute, il 17 aprile 2004.  Raro esempio di come un medico dovrebbe guardare , oltre che nel corpo, nell’animo dei suoi pazienti,  ponendo sempre il malato, quale soggetto fragile e bisognoso di aiuto,  al centro delle sue amorevoli attenzioni.

 

Casa Sollievo della Sofferenza

Casa Sollievo della Sofferenza

Grazie a tutti per avermi dato l’opportunità di parlare su di un tema a me molto caro: «La cultura dell’attenzione del mondo della sanità nei confronti del malato». Inizierò a trattarlo citando le «conclusioni», che abitualmente vengono fatte alla fine e cioè: invito tutti a dedicare questo incontro ai pazienti, che, in ultima analisi, sono sempre i nostri maggiori maestri e ci hanno aiutato a diventare medici e uomini.

La medicina, oggi, non può sottrarsi ad un ripensamento della propria antropologia di riferimento per definire, con rinnovato coraggio, una riflessione morale ed etica che riproponga la centralità dell’uomo e dell’uomo persona.

IL FINE ONTOLOGICO DELLA CLINICA È GUARIRE IL PAZIENTE.

Al nostro sistema sanitario quest’avventura risulta provocatoria per almeno tre motivi.

– Il primo consiste nella crisi della professione medica. L’istituto ordinistico, il rapporto collegiale, la pletora medica, la sperequazione economica, la superspecializzazione, la pressione commerciale dell’industria farmaceutica e la mistificazione di un’apparente competizione pubblico-privato sono alcune delle ragioni per le quali oggi il medico vive oggettivamente una crisi di identità, che si traduce in un rapporto conflittuale con la vocazione primitiva all’arte di guarire.

– Il secondo motivo di provocazione viene dal mondo universitario che tradisce la sua preminente funzione di educare alla medicina.

– Il terzo, provocatorio anch’esso, è l’orizzonte etico e culturale di questo tempo della post-modernità al cui interno scompare la forza dell’esperienza personale, scompare la violenza della malattia e dell’esperienza della finitezza dell’uomo-medico e dell’uomo-malato, per far luogo ad una sommatoria di esperienze puntuali.

Affievolita, dunque, è la centralità della persona umana nell’orizzonte di riferimento e del proprium della medicina; ancora incerta appare l’Università sempre più ricca di tabelle didattiche e sempre più povera di Maestri e, per ultimo, resta distante dalla sua originale vocazione l’identità professionale del medico.

Per noi medici non dovrebbe esistere la malattia, ma il malato.

Bisogna riscoprire con passione il dialogo medico-paziente e fare risorgere l’arte della diagnosi; essa deve emergere come un carisma professionale che cresce e si perfeziona nel tempo e il medico deve sapere che verrà realizzata solo quando riuscirà a capire di avere di fronte una persona umana, una complessa e sempre individuale realtà personale di corpo e di psiche che le contemporanee tecnologie biomediche sovente annullano o semplificano a sommatoria di organi ed apparati.

La frammentazione della persona

Spesso l’uomo di oggi è già a pezzi, alla ricerca disperata di rimettere insieme i frammenti  del suo essere ed è proteso verso un centro di gravità permanente che ha smarrito.

Possiamo forse parlare della frammentazione della persona,  l’uomo a brandelli in tutte le varianti della vita: sociale, familiare, ideologica, politica, medico-sanitaria; credo sia il dramma dell’uomo moderno, vissuto in maniera forse inconsapevole, perché tutto viene propinato come interesse della persona e del singolo.

Non di rado, però, l’uomo viene “fatto a pezzi” anche dalla società che lo circonda che, nelle sue singole componenti (la famiglia, l’azienda, il partito, la squadra, il circolo, la TV, la pubblicità, le tecnologie, il denaro, includerei anche, talvolta, la Chiesa) fa di tutto per appropriarsi di un suo segmento, senza tener conto della sua interezza.

In tutto questo ci inseriamo anche noi medici, che contribuiamo al suo smembramento occupandoci solo di un organo per volta, senza tener presente le naturali interazioni esistenti tra tutti i vari apparati all’interno del complesso organismo umano.

Eppure tutti sono ormai convinti della ineluttabile importanza della unità psico-fisica e spirituale, di cui troppo spesso ci si dimentica, nella pratica clinica quotidiana.

Ormai tutti sono arrivati, finalmente, ad avvertire questa inderogabile necessità di una nuova presa di coscienza per un recupero della visione globale, a fronte di interventi specialistici plurimi, consecutivi, senza coordinamento reciproco.

Forse perché oggi la settorializzazione delle competenze specialistiche si è spinta così avanti da raggiungere il suo punto di rottura, sperando che non vi sia quello di non ritorno, perché in tal caso arriveremmo alla creazione di un frammento pluri-frammentato.

Il medico specialista attuale, quasi sempre, subito dopo il corso di studi universitari, si dedica ad una branca specialistica o ad una sola tecnica specialistica, trascurando ogni altra ampia formazione. Tutti ormai avvertono il pericolo di una gestione così frammentaria dell’uomo malato, per cui tutti aspirano ad una ricomposizione dei singoli tasselli del mosaico «uomo». Allora ecco la necessità di creare la nuova figura del medico, o meglio, di riscoprirne quella antica del medico che si sforza di ricomporre i molti pezzi sparsi; che non considera una perdita di tempo guardare tra gli innumerevoli esami del dossier, dove spesso si nasconde  la soluzione del caso; che non si scoraggia nel trovarsi quotidianamente al centro di problematiche complesse da risolvere; che, infine, ma non per ultimo, sia attento agli aspetti psico-sociali e affettivi del paziente.

Bisogna diffondere la cultura che evita la frammentazione dell’uomo, uno scempio a cui si assiste per routin nella pratica medica quotidiana ed a cui dobbiamo opporci con maggiore vigore, proprio nell’interesse dei malati.

L’avanzata tecnologia, se non gestita bene, può contribuire a peggiorare il rapporto Medico-Paziente, rendendo la Medicina sempre più disumanizzata e disumanizzante.

Ci chiediamo quale sia il giusto rapporto tra Medico e Paziente?! Forse questa immagine, presa in prestito dal Dott. Sgambato, lo rappresenta. L’uomo sofferente, posto al centro della scena della Vita da un nuovo Umanesimo, viene ricomposto nei suoi molti frammenti e avvolto amorevolmente dalle delicate attenzioni del Medico, in un magico rapporto di equilibrio tra la capacità di ascolto competente ed umanizzato che noi, vecchi medici, chiamiamo anamnesi e che è rappresentato dagli auricolari, e la visita clinica fatta anche con la tecnologia più moderna e sofisticata raffigurata dalla chiocciola.

Questo novello uomo viene cullato in un dolce mare di pace e di serenità.

La decadenza attuale

Oggi più che mai è necessario che il Medico sappia guardare nell’animo dei suoi pazienti, oltre che nel corpo (sono tante ormai le patologie da somatizzazione) e che sappia sfruttare, con intelligenza e saggezza, tutte le meraviglie della tecnologia moderna.

Come già sosteneva l’Umanesimo, ma prima ancora Platone, l’uomo, nel suo microcosmo, riassume il macrocosmo: in una mirabile proporzione è la miniatura dell’Universo.

Oggi viviamo sicuramente in un’epoca di decadenza perché sempre più immanente è il culto del mercato e della tecnologia, al cui altare vengono sacrificati i concetti di persona e di rispetto dell’integrità dell’uomo.

Al centro dell’universo non è più l’uomo, ma l’euro, il dollaro, lo Yen, il mercato, il profitto, la produttività, la pseudo-efficienza, asservita non al miglioramento delle condizioni umane, ma al maggior utile ricavabile dallo sfruttamento della persona nella sua qualità di cliente, dipendente, subalterno e, perché no, di malato.

Oggi è l’egoismo individuale che, purtroppo, tende a predominare e all’interno dell’organizzazione l’uomo non viene considerato altro che una variabile ininfluente o che conta sempre meno.

Questo modus vivendi, accettato, pubblicizzato ed incentivato anche dai media, non può che produrre un individualismo esasperato, sino all’egoismo imperante, che inevitabilmente porta allo strapotere del più forte e di conseguenza alla demotivazione o al conflitto sociale.

In tutta questa decadenza di valori è naturale che a farne le spese siano le fasce più deboli o quelle che non sono in grado di partecipare alla contesa. Naturale, quindi, che chi non è in grado di produrre venga visto come un peso per la società, il gruppo, l’azienda e purtroppo, sempre più spesso, anche per la famiglia.

È facile quindi che l’anziano, il disabile, il malato vengano emarginati o subiscano vere e proprie prepotenze da parte dei pseudo-sani, che hanno ancora piccoli spazi di potere. E ciò non scandalizza coloro che sono stati allevati in una dimensione in cui regna in modo assoluto l’economia, in cui gli “dei” da adorare sono il mercato ed il profitto.

La logica del mercato e la logica del profitto sono applicate senza vergogna anche in ambito sanitario, nei confronti di altri uomini non diversi dai medici se non in quanto provati dalla malattia.

Prima  del  profitto:  l’uomo

Il contatto quotidiano con le infermità dovrebbe farci da maestro di vita e farci cogliere i veri valori dell’esistenza. Il contatto ravvicinato con il mistero della morte dovrebbe richiamare continuamente alla mente o almeno non farci dimenticare la relatività del nostro essere uomini, la fragilità della nostra condizione umana, la caducità delle cose, del potere, della fama, della ricchezza, della vita. Ma ciò non avviene se non allorquando siamo toccati  dalla malattia nella nostra persona o in quella dei nostri famigliari.

Ci chiediamo: quale fine farà la Umanizzazione in questo mondo tecnologico che guarda unicamente all’economia?

La centralità della persona umana nei servizi socio-sanitari è messa pesantemente in discussione, perché molti, siano essi laici o religiosi, non credono più in essa. Le riforme vengono fatte per gli amministrativi, i politici, i sindacati, per gli operatori sanitari e, per ultimo, per il malato.

La sanità è una cosa seria! Non può essere lasciata nelle mani dei managers: i medici sono stati emarginati e sottoposti interamente al potere amministrativo. Tutto questo, oltre che ai medici, nuoce soprattutto ai pazienti.

Anche il malato ha la sua colpa perché «la professione medica è assimilata alle scienze esatte e gli eventi avversi non prevedibili vengono fatti risalire alla cattiva volontà  del medico. Ma la medicina non e’ una scienza esatta».

I sanitari chiedono di non essere criminalizzati.

In ospedale vanno molte più persone che in parrocchia, e per taluni è l’ospedale il vero tempio. Non tutti gli uomini e non tutti i malati vanno in chiesa, ma tutti gli uomini e tutti i malati, prima o poi, vanno in ospedale.

Prima del profitto: l’uomo.

La massima attenzione negli ospedali non deve essere finalizzata al maggior profitto derivabile, ma alla migliore qualità possibile; bisogna investire in umanità. Poi in tecnologia. La salute non è un prodotto, il malato non è un cliente e la sanità deve essere fuori dal mercato.

Tutti i responsabili della sanità devono avere un momento di riflessione e decidere di fare un passo indietro, ponendosi come obbiettivo non il profitto, ma il rispetto della persona umana.

Il  ruolo  del  medico

Abbiamo bisogno, quindi, tutti noi, di fermarci un attimo a riconsiderare il grande valore del nostro ruolo e la responsabilità del nostro operare. Sicuramente riscopriremo la bellezza della nostra professione. È indispensabile, e non più rinviabile, ricreare quell’atmosfera di rispetto intorno alla figura del medico e della medicina, non nell’interesse di noi operatori del settore, ma solo di coloro che devono usufruirne: i malati.

Quella nonnina ricoverata da troppi giorni, frattura di femore, insufficienza cardiaca, diabete, piaghe da decubito ed altro, per gli addetti all’amministrazione può essere un costo, per noi deve essere un valore da salvaguardare. È vero che, spesso, la indichiamo con il numero di stanza o con la patologia, “la signora della frattura”, ma è anche vero che spesso ci fermiamo a parlare con lei, arricchendoci dei suoi ricordi e della sua forza d’animo, e, uscendo dalla stanza, ci incontriamo con i figli, i nipoti, con i suoi affetti, per i quali quello che conta è la sua sopravvivenza e quando riusciremo a metterla in piedi, perché non può mancare al matrimonio della nipotina, che tra l’altro porta il suo nome. Tocca a noi amalgamare gli aspetti scientifici con quelli etici ed economici, pur sapendo che la ricerca del perfetto equilibrio è un’opera difficilissima. Non deve accadere che si abbia un sopravvento delle nozioni amministrative/gestionali su quelle scientifiche /umanitarie.

La massima attenzione, nel processo produttivo delle prestazioni sanitarie, non deve essere rivolta al profitto derivabile, ma alla migliore qualità possibile. L’obiettivo principe deve essere la qualità del prodotto e non il profitto. Se ci sarà una buona qualità, ci sarà poi anche un profitto, ma comunque questo è l’aspetto che dobbiamo lasciare agli amministrativi.

Vediamo come il medico può conciliare questi aspetti, scientifici, etici, economici, tutti sacrosanti. Certo l’aspetto economico ha una notevole importanza, ma non può diventare prioritario rispetto al principio etico di base che è la difesa della vita.

Al medico responsabile spetta il compito di utilizzare con il massimo raziocinio le risorse, agendo in maniera coscienziosa e facendo attenzione ad evitare gli sprechi. Tutto ciò può e deve essere costantemente migliorato, corretto in base a programmi, di continua verifica e revisione della qualità, volti a sottolineare la differenza tra ciò che si fa  e ciò che si dovrebbe fare.

Allora il personale medico e non medico deve prendere una decisione cruciale quando   si trova di fronte al grande bivio: «Medicina basata sul denaro» o «medicina basata sull’uomo». A questo punto tutti i medici, ma non solo essi, devono guardarsi allo specchio ed ogni  volta che si accingono a lavorare devono farsi un sereno esame di coscienza e chiedersi da che parte vogliono andare.

La strada della medicina basata sul denaro è fallimentare e non approda a nulla di stabile. La strada maestra, invece, è quella basata sull’uomo e deve essere percorsa con la convinzione di difendere la vita. Questa è la strada che fa riconquistare la fiducia perduta, non solo all’opinione pubblica, ma anche a noi stessi. Solo lungo questa strada maestra recupereremo il senso della nostra dignità.  E sono convinto che questo bivio non riguarda solo i Medici, ma tutto il genere umano, che oggi, sempre più, è spinto sulla illusoria strada  dell’utilitarismo.

A chi avesse proprio l’idea fissa del denaro e temesse di vivere, poi, di rimpianti, noi possiamo assicurare che questa strada sarà forse più lunga, ma ugualmente ricca di soddisfazioni e certamente più dignitosa e sarà disseminata della stima di chi gli riconoscerà, senza invidia e senza maldicenza, i meriti e anche il successo professionale.

Per ottenere questa visione umanistica della vita e della Medicina, lo Stato, la Società, la Famiglia, la Scuola, l’Università devono investire in Umanità ed in Cultura.

Sembra invece che stia emergendo una generazione di medici attenti più agli aspetti economici che a quelli scientifici. “Aziendalizzazione”, “managerialità”, “budget” sono diventate parole magiche ed esprimono concetti che prediligono le tecniche del risparmio, in cui la qualità è diventata un optional. Il verbo imperante è «risparmiare», a tutti i costi, anche quando ciò non risponde a principi etici. Nel settore della Sanità non può essere enfatizzato il contenimento dei costi, ma bisogna tendere alla eliminazione degli sprechi. In questo settore sono in aumento costi non “sanitari”. All’interno degli ospedali crescono gli apparati burocratico-amministrativi, che si autofinanziano e si espandono senza controllo. E questo,  non solo in Italia.

Il medico ideale

Quali caratteristiche deve avere dunque il medico “ideale”?

Deve avere  l’orgoglio della pluridisciplinarietà senza il pregiudizio della specialistica.

Deve  prendere decisioni sulla salute e sulla vita.

Deve sapersi sedere sul lettino, accanto al malato. Deve procedere dall’anamnesi  all’esame obiettivo e, solo dopo, riscontrare le analisi, le radiografie, i referti. Deve occuparsi del paziente e non solo del pancreas, della milza, del fegato.

Deve “visitare” i suoi pazienti, saper ancora sollevare le coperte per guardare anche le estremità inferiori, senza limitarsi a prescrivere TAC ed RMN e a leggere i relativi risultati.

Non deve accontentarsi della diagnosi fatta da altri, e non certo per svalutare la professionalità del Collega, ma avere lo spirito investigativo dello scienziato, che, applica la metodologia scientifica alla rivisitazione clinica.

Non deve essere un teorico, ma deve coltivare il gusto del concreto, della diagnosi che si articola sui fatti e non sull’arzigogolare astratto.

Non deve limitarsi a prescrivere indagini a tappeto, ma soffermarsi a ragionare su indagini mirate seguendo un filo logico, una consequenzialità, una razionale invasività.

Non deve essere terapeuta ad ampio spettro, ma deve interrogarsi su cosa curare e cosa tralasciare, individuando le priorità, la convenienza; prevedendo l’interazione dei farmaci inevitabilmente prescritti, la tollerabilità, le conseguenze, gli effetti collaterali, i rischi.

Non deve essere il compilatore di medie statistiche, ma colui che cura un paziente, che è unico, irripetibile e che è in divenire. Non deve aver paura di confrontarsi, di consultarsi, di chiedere il parere di altri esperti dinanzi a problemi complessi e non risolvibili. Non deve accontentarsi delle proprie conoscenze, né perdere il gusto della ricerca, sempre per migliorare l’esistenza dei propri pazienti.

Suo astro deve essere il metodo scientifico, ma senza lasciarsi abbagliare troppo dai trials e dai lavori in doppio cieco. Questi autori spesso devono conquistarsi il principio della beneficialità. Gli Autori, cosiddetti autorevoli, quando incominciano a pubblicare troppo, ad essere troppo presenzialisti, devono essere messi in discussione, perché quando metteranno in pratica il frutto del loro lavoro? Volando in aereo da un congresso all’altro?

Il medico “ideale” non deve seguire le sollecitazioni farmaceutiche di moda, né assecondare bisogni inesistenti o richieste inutili.

Deve essere prudente, gentile, aperto al dialogo, capace di parlare ma soprattutto di ascolto.

Non deve essere ermetico, ma capace di spiegare cose difficili con parole semplici, di far  comprendere al malato il problema che l’affligge.

Deve saper ammettere i propri limiti; essere calmo, paziente, pronto al riprendere se necessario, ma con garbo e senza atteggiamenti autoritari o genitoriali.

Non deve essere catastrofico, provocare ansie, ma onesto, sincero, prodigo dispensatore di incoraggiamenti e di speranza. Anche se di fronte a pazienti portatore di mali irreversibili, non deve mai emettere sentenze o fissare scadenze di morte, perché l’esperienza insegna, al riguardo, che non si possono dire, con supponenza scientifica, cose che ancora nessuno sa con precisione.

Deve osservare inoltre un altro precetto molto importante: prima di comunicare un dato al paziente, deve porsi la domanda su quanta percentuale di certezza dispone. Enunciare la verità non sempre è un atto di onestà scientifica ed umana. Spesso è solo segno di egoismo mirante ad evitare qualsiasi successiva complicazione.

Deve essere riservato, rispettoso della privacy altrui. Non deve mai parlar male dei Colleghi, creando sconcerto e sfiducia in chi ascolta.

Un bisogno di fede

Non deve imporre il suo credo. Il medico può anche non essere religioso, ma non può lasciare almeno uno spiraglio alla speranza, di cui l’uomo ha bisogno come dell’aria.

Mi piace, in questo contesto, citare il cardinale Angelini, il quale afferma: Tutte le umane discipline debbono unirsi nella lotta al dolore, alla malattia; di fronte al dolore non eliminabile, si deve offrire, attraverso la fede, la via della valorizzazione della sofferenza.   Nessuno come l’operatore sanitario, a tutti i livelli, conosce e sperimenta i limiti della scienza nel combattere il dolore quando esso coinvolge non soltanto il fisico, ma anche la psiche e lo spirito.

L’esperienza ospedaliera insegna che la fede, anzi il dono della fede, è di grande aiuto nell’affrontare la sofferenza. Tale esperienza, tuttavia, dimostra pure che, a sua volta, la sofferenza si trasforma molto spesso in una via alla fede, alla scoperta della sua bellezza e ricchezza. La fede abbracciata dal malato non credente o un tempo dallo stesso disattesa e trascurata, non è una resa, come possono sostenere soltanto coloro che non hanno esperienza di malati. È una conquista che può anche apparire inspiegabile, ma che ha effetti a tal punto manifesti, da trasformarla in evento del tutto credibile.

Penso che senza la fede e la forza che da essa discende, il traguardo di avere, tra l’altro, degli Ospedali senza dolore resti inevitabilmente un’utopia. Senza la fede, non tutti, non ovunque, non sempre, avranno la forza di impegnarsi con generosità, dedizione e disinteresse in questa missione, i cui risvolti possono anche prestarsi a strumentalizzazione e speculazione.

Infine, il medico non deve aver paura di veder morire il paziente: È giusto che non si allontani, che gli rimanga vicino.

Potrebbe sembrare non facile trovare medici con le predette caratteristiche, invece ce ne sono, molti di più di quanto possa apparire a prima vista. Sarebbe bello se fossero la maggior parte così.

Conclusione

Il cardinale Carlo Maria Martini diceva: La salute non è un prodotto, il malato non è un cliente e la sanità è fuori dal mercato.

Da parte sua la scienza medica non può scindere l’uomo nei suoi vari componenti o nei suoi organi o addirittura in sub-unità organiche, ma deve vederlo nella sua globalità, fatta di organi, ma anche di psiche, di pensiero, di anima, di sentimenti.

La scienza medica, pur trovandosi nell’era del genoma, nell’era delle cellule staminali totipotenti, nell’era degli studi molecolari, ha bisogno, poi, della filosofia e della fede.

La medicina, oggi più che mai, non può sottrarsi ad un ripensamento della propria antropologia di riferimento, per cui, con rinnovato coraggio, deve imporsi una riflessione morale ed etica sulla centralità dell’uomo e dell’uomo persona. Solo così il medico riesce ad essere consapevole di avere di fronte a sé una persona umana, una complessa e sempre individuale realtà di corpo e di psiche che le tecnologie biomediche contemporanee sovente annullano o semplificano ad una sommatoria di organi e di apparati.

Noi che lavoriamo nel campo medico, ma credo anche parecchi osservatori attenti, vediamo la medicina come l’immagine ben nota a tutti: la grande nave e la piccola bussola. La medicina moderna sembra somigliare ad una nave di enormi dimensioni, come può essere un transatlantico, una “Queen” dotata di attrezzature sempre più sofisticate, che ha la presunzione di dare risposte a tutto e a tutti, ma che incontra sorprendentemente crescenti difficoltà nel rendere ragione della direzione verso cui sta andando, se non interviene quel suo fine ultimo  che è l’uomo nella sua interezza. E tutto ciò senza la fede non ha senso.

La scienza e la tecnica, oggi, si pongono nella prospettiva dell’utile, ma non debbono sottrarsi alle loro responsabilità morali.

L’etica si pone nella prospettiva del buono. Vivendo soltanto ed unicamente nella scienza e nella tecnica, si perde di vista l’etica e scompare la fede, che si colloca nella prospettiva della speranza.

Trovare una fede nella sofferenza è spesso un piccolo miracolo per vivere, comunque, nella sofferenza, una vita dignitosa.

Nella nostra epoca, purtroppo, i due punti di vista possono non coincidere o addirittura essere in contrapposizione tra loro, per cui ciò che è scientificamente possibile, non sempre coincide con il moralmente buono.

La persona umana non può essere subordinata all’interesse della scienza e della società né può trovare una spiegazione a tutto ciò che accade attorno ad essa o in essa.

Il male non è fatto per essere capito, ma per essere combattuto. Cristo ci ha insegnato a pregare e a chiedere di essere liberati dal male: «Padre nostro che sei nei cieli… liberaci dal male», da tutti i mali.

Il mondo oggi è disorientato, è inquieto. Gli uomini mancano di giustizia e di amore, ma forse mancano ancora di più di fede, di significato. Attualmente c’è un’intelligenza, un progresso crescente sul piano dei mezzi e una sensazione di assurdo sul piano dei fini. La crisi presente, è una crisi di civiltà. Ciò che caratterizza questa crisi di civiltà è lo scarto tra il crescente dominio dell’uomo sull’insieme dei mezzi, tecnici, economici, politici, etc. ed un’assenza sempre più avvertita di scopi umani.

Il nostro essere qui insieme, in questa riunione, è dettato dall’amore, dall’amore verso la nostra professione, verso i nostri malati, da quell’«Amore che muove il sole e le altre stelle», come dice Dante chiudendo la Divina Commedia, anche perché come afferma Madre Teresa di Calcutta: «Alla fine della nostra vita non saremo giudicati sulla quantità del lavoro che avremo fatto, ma sulla qualità dell’amore che avremo messo nel nostro lavoro».

San Pio da Pietrelcina raccomandava ai medici: «Al letto del malato portate l’amore. Varrà più di qualunque altra medicina». Quale grande verità!

Spetta a tutti noi, a ciascuno di noi, a tutti coloro, e non sono pochi, che credono nei valori morali, che credono negli insegnamenti del Cristo e che sono pronti a donare amore,  modificare atteggiamenti e comportamenti diversi, per indirizzarli al bene dell’umanità.

*****

La pillola per gli…….. infermieri

ESSERE INFERMIERI

“L’assistenza è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale ed una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano il tempio dello spirito di Dio. È una delle Belle Arti.Anzi, la più bella delle Arti Belle.”( Florence Nightingale)

Mi sia consentito concludere recitando una preghiera che ho messo in un quadro nel mio studio:

Signore, ti ringrazio di avermi chiamato al servizio di chi soffre. Fa che io riesca ogni volta ad essere degno della sofferenza di chi si affida a me.

Spesso non sono disponibile al dolore dei pazienti, perché prigioniero dei miei crucci personali. Talvolta, mi disturbano perfino problemi di guadagno, di carriera e di prestigio, mentre dovrei accorrere semplicemente presso chi mi chiama, chiunque esso sia, ricordandomi che sei tu stesso che hai bisogno di me.

Che io trovi, Signore, in questa convinzione, la necessaria carica per rispondere giorno per giorno, con altruismo e coraggio alla tua chiamata.

Dona al mio linguaggio l’efficacia del tuo conforto; dammi le tue maniere di dolcezza e di buona educazione. Dettami spunti felici di fede e di amore per te, sì da convincere il paziente dell’incredibile capacità di bene e di salvezza che il dolore nasconde in se stesso.

Donami, finalmente, Signore, chiarezza e rapidità nelle diagnosi, nella vigile coscienza dei miei limiti e nella solerte volontà di approfondire la mia preparazione. Elimina da me velleità di azzardo o di eccessiva sperimentazione. Che soprattutto, Signore, non sciupi con un freddo tecnicismo, nel paziente che mi hai affidato, l’azione di grazia che tu vi stai operando.

Dr. Pietro G. Violi

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