Padre Gabriele Antonio Musti da San Giovanni Rotondo

 

Padre Gabriele Antonio Musti è una figura certamente di primo piano tra quelle che hanno avuto i natali nella città di San Giovanni Rotondo. Di lui i suoi concittadini conoscono le poche ma preziose notizie fornite alla fine del XIX secolo da Francesco Nardella nelle Memorie storiche di S. Giovanni Rotondo.
Questo articolo offre notizie molto più particolareggiate e precise, ricavate dalle Memorie istoriche della Chiesa e Convento di Santa Maria in Araceli di Roma raccolte dal P. F. Casimiro Romano (Roma, 1845, Tipografia della R.C.A.). Nel libro l’autore usa il nome di Gabriellantonio. Pertanto il nome esatto del Padre potrebbe essere Gabriele Antonio.
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A sinistra la chiesa dell’Aracoeli, sul colle Palatino (stampa di G.B.Piranesi)

Antonio Musti nacque nella Terra di S. Giovanni Rotondo il 21 febbraio 1661 da Sebastiano e da Maddalena Fiocco. I genitori lo educarono perfettamente nelle virtù cristiane. In età giovanile apprese con facilità e profitto le lettere umanistiche e poi la Filosofia, sotto la guida del maestro padre Sirena , religioso dei frati minori conventuali.

Dio lo volle ab aeterno ministro del suo santuario e gli ispirò i principi più importanti della filosofia cristiana. La percezione della brevità delle cose terrene, dell’eternità dei castighi infernali e dell’incomprensibilità dei beni celesti, lo spinse ad entrare a far parte dei chierici secolari. Abbandonò quindi il paese, amici e parenti per ritirarsi nel convento di San Giovanni in Lamis, oggi convento di S. Matteo Apostolo, distante pochi chilometri da San Giovanni Rotondo. Qui il 21 marzo 1683 ricevette l’abito dei frati minori e gli fu imposto il nome di Gabriello, in aggiunta al nome di battesimo Antonio.

Durante il noviziato acquisì modestia nell’apparire e sobrietà nel parlare; praticò il digiuno , la preghiera e la contemplazione assidua. Ma, soprattutto, ricercò la mortificazione severa del proprio corpo , affliggendolo con cilici e regole così aspre da cessare di percuoterlo soltanto quando il pavimento e le pareti rosseggiavano di sangue.

Egli si sforzò di nascondere tutto questo ai suoi compagni, poiché voleva piacere unicamente a Dio e considerava vana e pericolosa l’ammirazione degli uomini. Ma lo strazio che faceva del suo corpo per lodare Dio non poteva passare inosservato. Perciò fu per loro di esempio, infiammandoli nel cammino della perfezione.

Professata la regola dei frati minori, si applicò allo studio della filosofia, dimostrando di possedere rare doti intellettuali, tanto da sorpassare negli studi tutti gli altri studenti e da essere considerato idoneo ad apprendere la teologia nel Convento di Santa Maria Araceli di Roma, situata sul colle capitolino. Qui il superiore generale, prima ancora che il suo corso terminasse, decise di nominarlo lettore di filosofia , affinché i giovani potessero apprendere dalle sue pratiche le virtù , e dalla sua dottrina la scienza . Ma P. Gabriele Antonio, che desiderava perfezionarsi nella scuola dello spirito, non accettò, pensando alle insidie che spesso si nascondono dietro incarichi di prestigio. Chiese, invece, di ritirarsi nel solitario Convento di Civitella, situato nella celebre Badia di Subiaco, ove dimorò per alcuni anni, con grande soddisfazione della sua anima. 1)Civitella è l’odierna Bellegra (convento San Francesco d’Assisi).

Desideroso di terminare lì i suoi giorni, chiese di essere incorporato nella Provincia di Roma , cosa che gli fu concessa il 22 aprile dell’anno 1689.

P. Gabriele Antonio si trattenne però in quel seminario di Santi fino a quando il Signore non lo ispirò di trasferirsi in Cina, per liberare il suo numerosissimo popolo dall’oscurità delle tenebre. Desideroso di attendere alla cura di tante anime, si portò subito ai piedi del Sommo Pontefice Innocenzo XII e rifiutò quanto questi gli offrì per il lungo e faticoso viaggio, argomentando che Dio non lo avrebbe mai abbandonato, provvedendo a tutto il necessario. Ottenuta la santa benedizione del pontefice, si mise in viaggio .

P. Gabriele Antonio uscì da Roma con il suo breviario verso la fine del mese di aprile 1698, insieme ai Padri Giovambattista da Deliceto e Carlo da Castorano , e al frate laico Vincenzo da Roiate. Dopo aver attraversato Italia, Germania, Polonia, Russia Occidentale, non essendo riuscito ad ottenere dallo Zar il permesso di attraversare la Siberia, fu costretto ad incamminarsi per i regni di Cassan ed Astracan, sopra il fiume Volga fino al mar Caspio. [2. I regni di Cassan e Astracan erano abitati da popolazioni tartare.] Quindi, attraversata la Persia , si imbarcò nel Porto di Bandarbassi [3. All’ingresso del Golfo Persico. ]alla volta di Soratte e da qui il 25 agosto 1700 giunse al Porto Hiamuen, nella Provincia di Fokien . Dimorò per circa un anno nella Provincia di Kiangs, per apprendervi la difficilissima lingua. Poi si trasferì insieme ai tre compagni nella Città di Tungciangfu , dove si fermò per circa quattro anni .

Nel periodo trascorso in Cina non riuscì a combattere l’idolatria e a debellare la superstizione, come egli avrebbe voluto. Conobbe carceri, [4. Qualche decennio dopo tra i missionari che operarono in Cina si contarono numerosi martiri, soprattutto nella provincia del Fo-Kian in cui operò padre Gabriele A. Musti.] esili ed infermità che mai lo abbandonarono. Allora sfogò tutto il disappunto contro il suo corpo, come per punirlo, macerandolo con astinenze rigorosissime, e tormentandolo con aspri cilici e severe discipline. Alle sofferenze fisiche si aggiunse anche il pessimo clima. Per cui, accortosi di essere diventato infruttuoso per gli altri e pressoché inutile per se stesso, decise di ritornare in Italia. Durante il viaggio toccò Macao, la città di Ponticheri, nelle coste di Coromandel, il Capo di Buonasperanza e Lisbona. Infine, arrivò felicemente a Roma il di 3 Settembre 1716, dopo essersi recato nel Convento di Assisi per ringraziare la Regina degli Angeli.

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Trattenutosi poi alcuni giorni nel convento di Araceli, fece ritorno a quello di Civitella, e vi restò fino al mese di luglio dell’anno 1717, avendo ottenuto la facoltà di trasferirsi nei santuari di Loreto, e del Monte Gargano.

Fu allora che i sangiovannari chiesero al loro arcivescovo di far predicare P. Gabriele Antonio nel paese natìo, nell’entrante periodo quaresimale. Ma Monsignor Giovanni de Lerma, arcivescovo di Siponto, aveva già nominato il predicatore quaresimale del pulpito di San Giovanni Rotondo. Pertanto lo destinò al pulpito di Carpino, terra situata nel cuore del monte Gargano.

Giunto a Carpino , il Servo di Dio entrò in Chiesa, dove trovò esposto alla pubblica venerazione il Santissimo Sacramento, e vi si trattenne fino alla notte, assorto in celesti contemplazioni.

La fama delle sue virtù lo seguiva dappertutto, come l’ombra segue il corpo. Ciò fece nascere nel cuore dei carpinesi sentimenti di somma riverenza, tanto che, incontrandosi, l’uno diceva all’altro allegramente:

«Felici noi, perchè Dio ci ha mandato un predicatore santo» .

P. Gabbriele Antonio predicò ancora di più con l’esempio che con le parole, giacchè il suo stile di vita, che conservò fino alla fine dei suoi giorni , fu mezzo efficacissimo per instillare negli animi delle sue pecorelle l’abborrimento del vizio e l’amore per le virtù.

Ogni notte andava nella Chiesa di S. Croce , lontana 200 passi circa da Carpino, e vi si tratteneva lungamente in sante meditazioni, alle quali seguivano asprissime discipline, provate anche dal sangue trovato sparso sul pavimento dopo la sua morte . Nella casa in cui era alloggiato, non faceva altro che pregare, flagellarsi e percuotersi il volto con le mani. Dormiva su nuda terra oppure su assi di legno. Osservava rigoroso silenzio , e aveva il dominio assoluto degli occhi. Insegnava i rudimenti della fede cristiana ai fanciulli, e si dedicava volentieri alle confessioni. Le fave abbrustolite, e alcune volte talune erbe amare che egli stesso raccoglieva nei campi, costituivano il suo cibo ordinario, mentre dispensava ai poveri il pane e le altre cose somministrategli dai benefattori. Durante l’ultima sua infermità non volle bere del brodo ristoratore, né mangiare carne, accettando un poco di riso cotto nell’acqua solo per compiacere alle persone che lo assistevano.

Il 13 aprile 1718, mentre predicava, fu assalito da febbre fortissima con parossismi, che due medici dichiararono mortali . Il clero ed il popolo, che lo amavano teneramente, volevano chiamare altri medici, per curarlo: egli li ringraziò affettuosamente, ma disse che tutto sarebbe stato inutile perché doveva morire dopo qualche giorno. La stessa cosa aveva già detto al r.d. Carlo di Martino, e a Luca di Lella.

La sera del 18, accortosi che stava per morire, chiese agli astanti di allontanarsi, per consentirgli di unirsi più strettamente al Signore. Gli assistenti uscirono con rammarico dalla sua camera, ma si fermarono davanti all’uscio, da dove era possibile osservare tutto quello che accadeva.

Appena usciti, videro che l’infermo si era inginocchiato a terra e cercava d’imprimersi sulla fronte, sulle mani e sui piedi il segno del Tau, con un ramo di palma benedetta. Perciò rientrarono subito in camera e lo pregarono di rimettersi subito a letto.

Ma, disteso che fu sul letto, P. Gabriele Antonio venne rapito dalle delizie del Paradiso. Ebbe solo il tempo di recitare un’Ave Maria. Poi sollevò le mani, si chiuse gli occhi, poggiò le braccia sul petto a forma di croce e, spirò dolcemente, senza alcun segno di agonia. Erano le cinque e mezza del 18 aprile 1718.

Si sentì il suono di una campana, secondo l’uso di quella Terra, che avvisava i fedeli di pregare per l’anima del defunto. Ma ciò destò la meraviglia di tutti. perchè nessuno aveva dato notizia della morte del Padre. Anzi, neppure le persone che lo avevano assistito avevano ben compreso che fosse spirato.

Il corpo di P. Gabriele Antonio restò insepolto per quattro giorni, per poter soddisfare la devozione delle popolazioni che a gara gli si affollavano intorno per baciarlo, per tagliargli l’abito e per chiedere intercessioni presso Dio, secondo le proprie necessità.

Con grande meraviglia degli astanti, le spoglie del Servo di Dio erano bianche , colorite , carnose e flessuose: nulla a che vedere con il colore olivastro della pelle di quand’era in vita, né con il corpo ischeletrito dalle astinenze e dagli strapazzi.

Mentre i fedeli recitavano l’ufficio dei defunti, alcuni videro gli occhi del sant’uomo aprirsi e chiudersi. Quando poi la salma stava per essere sistemata nella cassa per essere seppellita, dalle nari uscì un rivolo di sangue vermiglio, che fu raccolto con fazzoletti dai devoti. La sepoltura fu eseguita nella Chiesa Parrocchiale di Carpino, intitolata a San Nicola di Mira, nel posto riservato ai RR. Sacerdoti.

Verso la fine di agosto dell’anno 1731, con licenza della curia Arcivescovile di Manfredonia, le spoglie di P. Gabriele Antonio furono trasferite in un loculo ricavato nel muro situato a destra della porta grande della stessa Chiesa, dove fu apposta la seguente iscrizione:

D. O. M.

MORTALES EXUVIAE

P. GABRIELIS A SANCTO JOANNE MINORUM OBSERVANTIAE

POST EXANTLATOS IN SINARUM MISSIONIBUS

APOSTOLICOS LABORES

HIC DEPOSITAE

PUBLICAM JACTURAM ET LACRYMAS OMNIUM COMPESCANT

UBI QUADRAGESIMALIS CONCIONIS MUNERE

PIE SANCTEQUE EXPLETO

FRACTIS AUSTERITATE VITAE VIRIBUS

IN OSCULO DOMINI DECESSIT

DIE XVIII APRILIS MDCCXVIII.

Per intercessione di P. Gabriele Antonio i fedeli ricevettero molte grazie applicando sul corpo l’immagine del Crocifisso, che egli aveva portato sul petto nei suoi viaggi , oppure la borsa del suo breviario o il mantello. Molti infermi disperati guarirono, e moltissime donne superarono i pericoli del parto.

In occasione di trasferirlo al nuovo sepolcro, un’ossessa di otto anni fu liberata con il solo tocco di quelle sacre spoglie ed un uomo, bevendo con acqua la polvere attaccata alla cassa sepolcrale sconfisse la febbre quartana, che lo aveva tormentato per 16 mesi.

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Note   [ + ]

1.Civitella è l’odierna Bellegra (convento San Francesco d’Assisi).