Libro "Padre Pio e S. Giovanni Rotondo nei disegni della Provvidenza": presentazione e recensioni

Presentazione

di Padre Gerardo Di Flumeri, Vice Postulatore della causa di canonizzazione di San Pio da Pietrelcina.

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Il libro di Giulio Giovanni Siena

Con questo suo nuovo libro, l’ottimo amico Giulio Giovanni Siena ha voluto rispondere ad una domanda così formulata al termine del suo lavoro:  «Perché padre Pio a S. Giovanni Rotondo?» (p. 213).

A questa domanda risponde additando nelle condizioni storiche e sociali del suo paese i motivi che possono aver influito sui piani di Dio nel disporre la venuta e la permanenza del beato Padre a San Giovanni Rotondo. Ma, per la verità, questa risposta non lo soddisfa appieno ed egli stesso si chiede: «Ma è quella giusta?».

A mio parere la risposta è giusta, ma parziale. Quella giusta e totale è additata dallo stesso autore in una frase presa in prestito da Giovanni Paolo II, il quale, il 2 maggio 1999, nel discorso pronunziato per la beatificazione di padre Pio, affermò: «Se la Provvidenza divina ha voluto che egli agisse senza mai spostarsi dal suo convento, quasi piantato ai piedi di una Croce, ciò non è senza significato».

L’autore sorvola su questa risposta totale , mentre si ferma a lungo su quella parziale.

Data la sua profonda e larga conoscenza dell’Archivio storico del Comune di San Giovanni Rotondo, egli è in grado di parlare diffusamente  e con competenza della reazione borbonica sangiovannese del mese di ottobre 1860, argomento già da lui trattato in una precedente pubblicazione. Inoltre può descrivere nei particolari l’eccidio del 14 ottobre 1920 e dire cose nuove sull’ospedale S. Francesco, il primo tentativo di Padre Pio di alleviare in modo concreto le sofferenze del generoso popolo di San Giovanni Rotondo e di tutti gli abitanti del Gargano.

Venendo all’argomento principale del libro, che è quello indicato dal titolo, cioè il rapporto tra «Padre Pio e San Giovanni Rotondo», mi sembra di poter dire che tale rapporto può essere condensato in una sola parola: amore. Amore di Padre Pio per i sangiovannesi e amore dei sangiovannesi per Padre Pio.

Il primo si è concretizzato in numerose opere spirituali, sociali e caritative, che hanno fatto di un dimenticato e sperduto borgo garganico una ridente cittadina moderna, ricca di strutture alberghiere ed ospedaliere, ma, soprattutto, centro di un vasto movimento spirituale, che lo pone accanto ai grandi santuari della cristianità, come Fatima e Lourdes.

Il secondo si è palesato in mille manifestazioni di affetto e di devozione, ma, in modo particolare, nelle epiche lotte degli anni venti, che hanno scongiurato per sempre il pericolo del trasferimento del Padre stigmatizzato dalla cittadina garganica.

Formulo l’augurio che il pregevole lavoro dell’ottimo amico Giulio Giovanni Siena abbia una larga diffusione e contribuisca a far meglio conoscere il privilegiato rapporto d’amore tra «Padre Pio e San Giovanni Rotondo».

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Padre Gerardo Di Flumeri Vice Postulatore 

Intervista di Teleradio Padre Pio

andata in onda il 23 settembre 2011, ricorrenza di San Pio da Pietrelcina

 

Recensioni:

Articolo “Un paese predestinato al Sollievo della Sofferenza”

tratto dalla rivista “Casa Sollievo della Sofferenza”

di Gherardo Leone

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Articolo della “Casa Sollievo della Sofferenza”

Quando nel 1884 il colera si fece sentire anche a San Giovanni Rotondo, si pensò di isolare i malati nel remoto convento dei frati cappuccini, il posto ideale per un lazzaretto, distante com’era dall’abitato ben due chilometri, in una strada quasi mulattiera , praticata abitualmente solo dai pastori che portavano al mattino le greggi al pascolo, rientrando la sera in paese, e dai cavatori di sabbia e di ghiaia con i loro carretti provvisti di una robusta martinicca come freno nelle pericolose discese.

Si poteva pensare a questo perché il convento, con le impietose leggi eversive dell’occupazione napoleonica del cosiddetto Regno delle Due Sicilie era praticamente nelle mani dello Stato, rappresentato a San Giovanni Rotondo dagli amministratori del Comune da quelli della Provincia.

Chiusa la chiesetta al culto pubblico, messi sotto sequestro i beni mobili, gli arredi, tutto quanto c’era disponibile nell’edificio, avevano lasciato che continuassero a vivervi alcuni frati anziani e malandati, perché non avrebbero saputo dove andare , ma anche un po’ o forse molto per quel provvidenziale e umano correttivo che mitiga, più o meno abusivamente, leggi spietate. Del lazzaretto si sarebbero potuti occupare proprio quei frati, malconci anch’essi, quasi clandestini nel convento. Per allora non se ne fece nulla, nonostante che il colera facesse a San Giovanni rotondo ben 183 vittime, su 475 colpiti dall’epidemia.

Non fu l’unica volta in cui si pensò come una soluzione a problemi sanitari per quel paese dove non mancava gente di buona volontà, desiderosa di venire incontro ai malati. Che finché si trattava di cose normali, malattie curabili in casa, trovavano nei medici del paese una assistenza adeguata.

I guai venivano quando occorrevano cure ben più grosse e interventi chirurgici. Allora non c’era altra soluzione che recarsi nel più vicino centro provvisto di specialisti e di ospedali: Foggia, distante ben quaranta chilometri, con una strada, tutta di curve vertiginose, e con mezzi pressoché nulli. Una sola corriera al giorno, affollata di contadini che si recavano nelle loro masserie al mattino presto, che manteneva soprattutto i collegamenti con le tante località dai nomi pittoreschi che contrassegnavano le soste delle masserie.

Per un malato in condizioni critiche era già un rischio il viaggio dal Gargano in giù con mezzi primitivi, come uno sciarabbà, cioè il calesse, o addirittura con un carretto.

E Padre Pio era rimasto colpito dall’aver appreso all’inizio della sua venuta a San Giovanni Rotondo, di una donna morta di parto mentre in carretto la portava da uno dei paesi del Gargano più alto a Foggia. Per questo anche, fin dai primi tempi della sua permanenza a San Giovanni Rotondo, prese ad interessarsi delle iniziative del paese in favore dei malati e dei poveri.

C’era stata sempre a San Giovanni Rotondo la propensione a fare qualcosa per loro, ad opera della Congregazione di Carità, che aveva un proprio Statuto, un organo direttivo, con regolari riunioni, bilanci, discussioni sull’operato, coinvolgendo il Comune per la sua parte d’obbligo e di cooperazione in quelle cose che servivano per il bene pubblico.

Una sorta di rapporti tra notabili e non notabili del paese, autorità locali e provinciali, di decisioni e  divergenze, entusiasmi e scoraggiamenti, che ho trovato ben narrata, in un libro che, contrariamente al mio solito, ho letto per intero, pagina per pagina, note incluse, per l’interesse che mi destava.

Non solo perché si tratta del paese che conosco e ho frequentato fin dai primi passi, dapprima come pellegrino con la mia famiglia, o forestiero, come si veniva chiamati negli anni Venti e Trenta, noi che venivamo da fuori a trovare Padre Pio, e poi come residente.

Ma anche perché tutto si ricollega, anche non volendo, a Padre Pio, al suo ideale di sollievo della sofferenza che proprio a San Giovanni Rotondo ha trovato la sua piena attuazione, forse anche per antica predisposizione e per i reiterati tentativi, iniziati e poi falliti. Ai quali Padre Pio diede per più tempo il suo sostegno, non solo morale, ma finanziario. Come è provato da un certo numero di lettere del suo epistolario, e dai verbali, delibere, della Congregazione di Carità, diligentemente riportate nel libro che ho letto. Che ha un titolo già di per sé significativo: «Padre Pio e San Giovanni Rotondo nei disegni della Provvidenza». Voluto deliberatamente dall’autore. Che si pone, all’inizio e alla fine del libro, una domanda che è come un assillo: Perché proprio a San Giovanni Rotondo per l’esplosione della santità di Padre Pio?

Perché questo paese, non certo conosciuto né accessibile, posto fuori, allora, quando ci venne Padre Pio, da qualunque rotta nazionale? Ma con una storia, chiamiamola pure, molto impropriamente, locale, che risente delle grandi tensioni dei passati regimi e di governi: dai Borboni, agli Angioini, ai Savoia, con le ribellioni, gli episodi sanguinosi, le uccisioni si massa, le battaglie in piazza, i martiri. E che quindi pacifico non è mai stato.

Non lo era perlomeno fino a quando non vi si è affermato Padre Pio. E allora le tensioni hanno cambiato volto. Da politiche, partitiche, settarie che erano, si sono coagulate intorno alla sua persona. Quasi che tutti, proprio tutti, in paese, vedessero in lui il capo da seguire, proteggere, difendere per averlo sempre con loro.

Come speranza di pace interna, di armonia tra i cittadini, e di una vita non più problematica, proprio per quell’impulso che Padre Pio sapeva dare alle iniziative cittadine in favore soprattutto dei bisognosi, culminate poi nella sua Opera: tutta sua. Concepita, costruita, condotta come voleva, affidata a persone che gli ubbidivano scrupolosamente, sfidando ostacoli, difficoltà e rischi: la sua Casa Sollievo della Sofferenza.

Attorno alla quale, è la verità sacrosanta, si è espanso il paese, in tutti i sensi, via via sempre più rapidamente nei decenni fino al boom di oggi. Di attività, lavoro, idee, iniziative, sviluppi di tutto: cultura compresa. Che c’è sempre stata, sia detto a suo onore a S. Giovanni Rotondo, anche nei secoli obsoleti, con uomini che si sono affermati fuori di San Giovanni, per i loro talenti e capacità. Perfino nel tredicesimo secolo una donna medico: Sibilla.

E con forti studiosi che non sono mai usciti dai confini di San Giovanni, forse proprio per l’attaccamento alla loro terra (Che comprendo, io che non ho mai avuta una vera patria, una mia vera terra, ed è l’handicap maggiore che mi affligge). Che hanno conservato le tradizioni e la cultura; oggi anche questa esplosa, non da ora, con associazioni, riviste, libri, convegni, che si moltiplicano, coinvolgendo persone d’ogni regione e anche paese.

Questo libro ne è una prova, elogiabilissima. L’ha scritto Giulio Giovanni Siena, di una famiglia che ha antichi numerosi addentellati con Padre Pio, e con il convento dei Padri cappuccini. Basti pensare che nel tempo delle eversioni ecclesiastiche, una parte dei beni del convento furono nascosti in un sotterraneo della casa patriarcale dei Siena in via S. Donato, una straduccia nel cuore del centro storico. Ignorati da tutti, anzi dimenticati, rimasero lì fin quando, circa nel 1930, la curiosità di un bambino di pochi anni che aveva notato nel pavimento qualcosa di strano, e si mise a grattarlo, fece riapparire una botola, da cui si scendeva in un sotterraneo. Una scoperta che rimise in convento quei suoi beni dimenticati, che andò a prendere il frate cercatore, fra Nicola da Roccabascerana, col suo calesse.

Mi ha fatto sorridere questa intraprendenza di un bambino, che è poi Giovanni Siena, zio dell’autore di questo libro,  e suo omonimo. Autore a sua volta, da giovane, di belle poesie. Raccolte, quando aveva solo una ventina d’anni ed era marinaio, in una antologia pugliese, che mi diede da leggere, quando adolescente soggiornavo d’estate a San Giovanni Rotondo, Mario Pennelli, diventato poi per acquisizione nipote di Padre Pio. E poi autore di un fortunato libro: «Padre Pio e gli angeli», tradotto in più lingue, e tuttora valido, sebbene, dopo più edizioni, non più ristampato.

Come mi ha fatto sorridere, nei primi capitoli del libro, una bizzarra contesa tra la Congregazione di Carità e i frati per un cavallo malandato di cui ognuno rivendicava i diritti. E che mi ha ricordato il cavallo che negli anni Cinquanta, donato al convento da un proprietario terriero abruzzese, Pasquale De Meis, aveva la sua stalla in un locale del convento prospiciente l’orto. Ma c’era una botola che dava sulla verandina dove Padre Pio si fermava a conversare e si sentiva sopra l’odore del cavallo e il suo scalpitio.

Tutte queste cose ho letto, o mi sono rinvenute in mente, leggendo il libro di Giulio Giovanni Siena, che vi ha anche tracciato qualche linea della sua storia personale.

Dolorosa nell’infanzia, per aver perduto il padre, annegato nel lago di Varano mentre era a caccia di uccelli acquatici in una barchetta, e il suo corpo fu ritrovato solo dopo più giorni, appena in tempo per non finire sepolto irrimediabilmente dalla melma del fondo.

Una tragedia, che s’incise nel giovane Giulio Giovanni per più anni, fino a quando, adulto, ritrovò la serenità nella fede in padre Pio. Questo libro è anche quindi  per lui un percorso personale interiore, connaturato a quello storico, che si apre e si chiude con la domanda: «Perché proprio a San Giovanni Rotondo?».

Perché è una terra che ne aveva fortemente bisogno. E nello stesso tempo adatta a calamitare l’attenzione del mondo, diventando un passaggio d’obbligo per l’umanità in cerca di risposte. Come già vi passò san Francesco d’Assisi, recandosi dall’Arcangelo Michele. E san Camillo de Lellis, santo anche lui del sollievo della sofferenza. Altrettanti segni per Padre Pio, francescano, e grande lenitore della sofferenza.

Pubblicato dalla Bastogi Editrice Italiana di Foggia, via Zara, il libro costa undici euro. Duecentotredici pagine, con numerose illustazioni, in parte inedite, una consultazione d’archivio notevole, il libro arricchisce la flora dei libri su San Giovanni Rotondo, in questi ultimi anni elogiativamente moltiplicatisi.

Recensione del libro “Padre Pio e S. Giovanni Rotondo nei disegni della Provvidenza” data da “Voce di Padre Pio”, rivista mensile dei Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo, Anno XXXIV, n. 2, Febbraio 2003

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Rivista “Voce di Padre Pio

Questo libro, che viene ad arricchire il panorama bibliografico dedicato a Padre Pio, è ricco di tematiche nuove.

L’indagine storica, svolta attraverso le ricerche d’archivio e la consultazione dei giornali dell’epoca, mette in rilievo soprattutto il rapporto d’amore intercorso tra «Padre Pio e S. Giovanni Rotondo».

L’autore descrive con rigorosa precisione le lotte per il ritorno dei frati cappuccini nel convento di Santa Maria delle Grazie, intraprese dalle autorità locali dopo la soppressione degli ordini religiosi, che finirono per spalancare le porte a Padre Pio.

Fornisce pure uno spaccato di vita del suo paese, prima e dopo l’arrivo del venerato Padre. Altre notizie,assolutamente inedite, riguardano l’ospedale «San Francesco d’Assisi», costruito negli anni venti per i poveri del paese con fondi donati da Padre Pio, nonché l’opera spirituale e sociale da lui svolta a San Giovanni Rotondo.

Il libro rievoca anche la conversione di San Camillo de Lellis avvenuta proprio in questa cittadina, predestinata a diventare il punto di partenza di un messaggIo d’amore di ampio respiro, rivolto a lenire le sofferenze degli uomini. San Camillo, infatti, per una singolare «combinazione», è nato lo stesso giorno in cui venne alla luce Padre Pio, ha sofferto anche lui a causa di una piaga insanabile al piede, e si è prodigato con il suo Ordine a favore degli ammalati e dei moribondi negli ospedali di tutta Italia, tanto da essere stato proclamato protettore degli infermieri.

Il Siena riscontra queste singolari coincidenze e si pone insistentemente una domanda: «Perché Padre Pio a S. Giovanni Rotondo?».

Trova la risposta in una lettera in cui il Santo di Pietrelcina rivela che fu Gesù a costringerlo a chiedere al padre provinciale, in un momento di particolare sfinimento fisico, di essere inviato nel paesello garganico, dove certamente si sarebbe trovato meglio.

Ma Padre Pio aggiunse che la sua richiesta era dovuta pure ad altre ragioni, che trovò «bello» tacere. Quali?

Siena ipotizza che queste «ragioni» sono da ricercarsi nelle condizioni storiche e sociali del paese, e quindi nel conseguente stato di necessità. Esse, con ogni probabilità, possono aver richiesto l’intervento divino. Ecco perché viene analizzato il periodo storico che sta cavallo tra due eventi cruciali che segnaro- no profondamente la popolazione.

L’opera di Giulio Giovanni Siena è indubbiamente ricca di interesse storico e spirituale, che fa presagire un meritato successo editoriale.

Articolo “Padre Pio inviato della Provvidenza”

tratto dalla Gazzetta del Mezzogiorno

Perchè Padre Pio a San Giovanni Rotondo?

E’ un interrogativo a cui tutti hanno cercato di dare una risposta leggendo la venuta del Santo da Pietrelcina alla luce della fede.

Perchè a S. Giovanni? Su questo argomento è da poco in edicola la Pubblicazione «Padre Pio e San Giovanni Rotondo nei disegni della Provvidenza» di un sangiovannese, Giulio Giovanni Siena, autore del saggio storico “Ventiquattro Martiri per il Risorgimento di San Giovanni Rotondo» riguardante la reazione borbonica del mese di ottobre 1860.

Il nuovo volume, con la prefazione di Padre Gerardo Di Flumeri, si occupa principalmente del rapporto intercorso tra Padre Pio e San Giovanni Rotondo e dei motivi che possono aver spinto la Divina Provvidenza ad inviarlo in questo sperduto paese del Gargano, dove il novello San Pio ha trascorso ininterrottamente cinquantadue anni della sua vita, quasi piantato ai piedi di una Croce, come ci ricorda Giovanni Paolo II.

Lo consiglio Gesù. «Non meravigli il titolo del mio libro – esordisce l’autore – sono perfettamente consapevole della imperscrutabilità dei disegni della divina Provvidenza, ma con Padre Pio tutto diventa relativo. Lui stesso, infatti, in una lettera ci rivela che fu Gesù a costringerlo a chiedere al padre provinciale, in un momento di sfinimento fisico, di inviarlo a S. Giovanni Rotondo dove lo stesso Gesù gli aveva assicurato che si sarebbe trovato meglio. E se l’ha detto un Santo, deve essere vero».

La lettera del Padre. In questa stessa lettera del 1916 Padre Pio accenna anche ad altre ragioni che  – aggiunge – «qui tacere è bello», ragioni che lo storico Siena imputa alle triste condizioni storiche e sociali del popolo sangiovannese.

«Per secoli la storia sangiovannese è stata condizionata da eterne contraddizioni e contrapposizioni, spesso  inconciliabili, che rispecchiavano in qualche modo il culto di Giano, il dio dalle due facce adorato in terra garganica nella notte dei tempi, che rappresentava il giorno e la notte, la gioia e il dolore, il bene e il male, la porta attraverso la quale tutto si incontra e si scontra col suo opposto»., dice Siena.

A sostegno della sua tesi, lo scrittore ricorda alcuni episodi accaduti prima dell’arrivo di Padre Pio a S. Giovanni: le lotte sociali della seconda metà dell’800 culminate nella reazione del mese di ottobre 1860, avvenuta in occasione del plebiscito per l’Unità d’Italia, durante la quale la plebe, accecata dalla secolare oppressione borbonica ed istigata dalla parte avversa, aveva barbaramente ucciso 24 onesti cittadini liberali.

Tra eccidi e lotte. Questo eccidio si lasciò dietro lunghi strascichi di odio che condizionarono negativamente, per svariati decenni, il clima politico ed il futuro di San Giovanni Rotondo. Al suo arrivo – evidenzia lo scrittore – Padre Pio cercò di pacificare gli animi, ma non vi riuscì. E ai moti reazionari del 1860 seguì un  altro brutto fatto di sangue, avvenuto il 23 ottobre 1920, favorito dalle tensioni preelettorali e dal temerario progetto dei socialisti massimalisti, vincitori della competizione elettorale, di portare la bandiera rossa sul Municipio, onde proclamare il Soviet. Il tentativo di attuare questo progetto provocò le intemperanze degli avversari politici e l’intervento repressivo della  forza pubblica sulla massa di inermi contadini. Alla fine  si dovettero contare 14 morti e un’ottantina di feriti.

Torna la pace. «Dopo le campagne di odio sfociate in questi due avvenimenti disastrosi, i sangiovannesi capirono che bisognava ammainare le bandiere politiche – che promettevano terra e procuravano sangue – ed inalberare il vessillo luminoso della fede. Pertanto, dopo essere stati sballottati in un mare in gran tempesta, si affidarono a Padre Pio e si aggrapparono con tutte le loro forze alle sue vesti. Egli diventò il loro nuovo punto di riferimento  e la sua parola di conforto cominciò ad entrare in tutte le case, insieme alla parola di Dio. Iniziò così, ispirata dai bisogni dei sangiovannesi, l’opera del Padre diretta a sollevare, nello spirito e nei corpi, la sofferenza degli uomini».

 

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