Il ratto della professoressa

Sfogliando vecchi giornali spesso ci si imbatte in cronache riguardanti San Giovanni Rotondo che, pur avendo  prodotto un certo scalpore,  sembrano venir fuori dal nulla, labile com’è la nostra memoria. É il caso della simpatica cronaca del rapimento di una donna avvenuto nel 1947 per motivi di cuore, riportata ne “Il Corriere di Foggia” dell’epoca, da cui è tratto, con qualche variazione, questo racconto. Gli avvocati difesero strenuamente e con competenza gli imputati senza però sortire i risultati sperati. Il redattore del giornale,  divertito forse dall’apparente ingenuità dei rapitori e dalla inflessibilità del giudice nei confronti di una persona che poteva essere considerata lei stessa vittima del proprio innamoramento, ironicamente dotò l’articolo dell’occhiello “… e non caddero le mura che non erano di Gerico…” e  al posto del titolo mise questi due flash temporali:

“Ieri: lo sceriffo salvò la ribelle di San Giovanni – e catturò il cow-boy motorizzato

Oggi: mancato lieto fine, accanita logomachia – applicata la legge dal giudice inesorabile“.

Del rapimento si occupò anche la rivista “La Domenica del Corriere” del 29 febbraio 1948 che lo corredò di un disegno a colori a firma di Walter Molino.

La Domenica del Corriere del 29 febbraio 1948. Disegno di W. Molino dedicata al rapimento di San Giovanni Rotondo

Alle 10 antimeridiane del 14 febbraio 1947  un’auto con tre uomini a bordo si fermò in sosta presso l’Istituto Magistrale di San Giovanni Rotondo, in attesa che qualcuno uscisse dalla scuola. Tra loro c’era il giovane D.C.A. , ricco possidente, il quale s’era invaghito della Prof.ssa C. D’Alessandro, una donna abbastanza avvenente che era diventata per lui un vero assillo. Non appena D.C.A. vide la sua fiamma uscire dal portone per dirigersi verso casa, le sbarrò la strada e la invitò a salire in macchina. Lei rifiutò. Il  giovane non sopportò questo affronto e, innamorato alla follia, la strinse tra le braccia e la spinse nell’automobile. Era presente lì vicino lo studente Taronna che tentò invano di liberare la professoressa. L’azione si svolse velocemente e il mezzo partì subito in direzione di Foggia. Vi fu anche l’intervento del brigadiere delle Guardie Municipali Nicola Siena che, avvisato dal sindaco che stava nei pressi, arrivò troppo tardi. Il Siena ordinò di avvertire il comandante della locale Stazione dei Carabinieri Oronzo Salonno. Questi trovò un’automobile disponibile presso lo spaccio della Montecatini e si diede all’inseguimento dei rapitori assieme al sindaco e al Siena. Verso il bivio Matine-Manfredonia gli inseguitori raggiunsero la macchina di D.C.  ferma al lato della strada forse a causa delle indecisioni sul da farsi e della vivace reazione della donna rapita, che si dibatteva furiosamente nell’autovettura. Motivi per cui il guidatore M., uomo abbastanza timido, non volle più saperne di proseguire.

La D’Alessandro se la cavò con qualche graffio e un po’ di emozione. Il D.C. e l’autista vennero associati alle carceri locali mentre la terza persona che faceva da spallaccio fece in tempo a darsi alla fuga.

Sfumò così il bel sogno dello spasimante che dovette trascorrere parecchi giorni in guardina a meditare sul suo gesto insano, torturandosi al pensiero del rifiuto oppostogli dalla bella C. Questa aveva ubbidito all’energico divieto del padre, contrario alle nozze.

La causa, giudicata dal cronista interessante e piena di emozioni, ebbe luogo presso la Pretura di San Giovanni Rotondo e terminò i primi di marzo del 1948. La popolazione di S. Giovanni Rotondo e di S. Marco in Lamis seguì con morbosa curiosità le varie fasi processuali nella sala delle udienze della Pretura, gremita come non mai.

Il dibattimento fu lungo e complesso sia per il numero rilevante di testimoni sia per l’accanimento dei difensori. Il D.C., benchè difeso da avvocati di valore quali Lamedica, Guerrieri e Ricciardi , fu condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione, il L., validamente difeso dall’avv. Kuntze, ad un anno e mesi uno, mentre l’autista, difeso dall’avv. Alfonso Aveta, ottenne il minimo della pena con beneficio della condizionale. La parte lesa era difesa dall’avv. D’Orsi Villani. Tutti gli imputi furono altresì condannati al pagamento delle spese processuali ed ai risarcimenti dei danni verso la Parte Civile. Il dibattimento fu diretto con perizia e competenza dal Pretore dott. Emanuele Zotti.[1]

[1] Cfr. Ieri, Oggi, Il Corriere di Foggia, Bisettimanale indipendente d’informazione, 7 marzo 1948, pag. 2

Condividi nel tuo social network