Francesco Nardella

 
Arciprete, educatore, storico, letterato. Una delle figure più importanti nella ricostruzione della Memoria storica della Terra di San Giovanni Rotondo

personaggi_nardella_267Il 31 dicembre 1861, all’età di appena  anni trenta, Giovanni Nardella veniva “barbaramente” ucciso da alcuni briganti in località Mattine, mentre stava rientrando in paese. Egli lasciava, dopo  soli sei  anni di matrimonio, altri due figli in tenera età: Felice di tre anni e Teresa di cinque.

All’età di sette anni il piccolo Francesco riceveva, nella chiesetta rurale dell’Annunziata alle Mattine, la   Santa Cresima, in una solenne cerimonia e direttamente dalle mani dell’Arcivescovo Tagliatela di Manfredonia.

Il 24 giugno 1872, egli vestiva l’abito talare di novizio e dieci anni dopo veniva mandato presso il Seminario di Manfredonia, ove veniva ordinato “ Lettore e Tonsurista  Ostiario”.

Nell’anno 1883 veniva ordinato Esorcista, Suddiacono e Diacono e, due anni dopo, vestiva l’abito sacerdotale (19 dicembre 1885)

Nel 1887 egli diventava canonico ed intraprendeva la carriera di Docente presso il Seminario di Manfredonia.

Dotato di una intelligenza viva e pronta, sostenuta da una solida cultura umanistica e da non comuni doti umane, egli si guadagnava ben  presto l’affetto e la stima dei suoi allievi.

Il 1893 il Seminario arcivescovile chiudeva i battenti ed egli abbandonava il suo incarico di educatore e si dedicava, ormai libero da altri impegni, allo studio ed in particolare alle ricerche storiche riguardanti la Terra di San Giovanni Rotondo.

Nel 1895 dava alle stampe il volume “MEMORIE STORICHE  di San Giovanni Rotondo”, completamente rinnovato rispetto al suo Manoscritto, ad iniziare dalla stessa Introduzione.

Nel 1898, per necessità economiche egli accettava l’incarico di Docente di Teologia presso il Seminario di Acerenza (Basilicata), richiamato ogni tanto nel natio loco dalla malattia di “mamma Angela”. Per ben quattro anni don Francesco insegnò in quel Liceo (oltre alla Teologia, impartiva  anche lezioni di greco e di latino, discipline in cui era dottissimo ).

Nel 1902, preso da un forte impulso etico-religioso, abbandonava improvvisamente  il suo incarico e diveniva predicatore-quaresimalista. Fu stimato e apprezzato oratore nelle più importanti chiese di Cagnano Varano, Manfredonia, Vieste, San Giovanni Rotondo, Castellaneta.

Spinto anche da  un filiale  amore verso la sua materna Terra,nella visione anche di un Cattolicesimo sociale, seguendo gli insegnamenti e le direttive di Papa Pio X e di Papa Leone XIII (Rerum Novarum), egli volle impegnarsi anche  nella vita sociale e politica e nello stesso anno  veniva eletto  consigliere comunale  e  assessore anziano (Partito popolare).

Nel mese di settembre (1902)  egli dava alle stampe la  sua seconda opera  di carattere mistico-religioso, dal titolo “Armonie del cuore di Maria nei conforti e nei dolori del Calvario, Tipografia Pistocchi, Foggia”.

Nel dicembre del 1902 veniva nominato Segretario particolare dell’Arcivescovo D. Pasquale Gagliardi.

Don Francesco abbandonava il suo incarico di consigliere comunale  e a tal proposito scriveva  nel suo Manoscritto “…con immenso  piacere per non essere compagno e fautore dei succhioni delle rendite municipali “.

Il 21 maggio 1905 diventava canonico Arciprete della Chiesa di San Leonardo. Subito dopo intraprendeva  un viaggio “istruttivo” (così  egli lo chiama) e visitava parecchie città italiane, rimanendo “inebriato” dalla bellezza  di Roma, città eterna.

Nel frattempo si dedicava intensamente a restaurare e a ricostruire alcune chiese di San Giovanni Rotondo, prima fra tutte quella di San Leonardo, ove fu addirittura direttore dei lavori!

Egli si dedicò con tenacia e vero spirito missionario a queste opere, come egli stesso scriveva

“…con forti premure ma con modi cortesi induce la vedova di Luigi Aulise, a nome Filomena Miscio, a costruire la gradinata a due ali alla porta di Mezzogiorno della chiesa parrocchiale. Pei lavori occorsero 700 lire”.

Questa è l’ultima annotazione (giugno 1914)  che si legge nella breve scheda biografica riportata nel suo Manoscritto, foglio n. 119.

Il 7 aprile 1916 , Francesco Nardella moriva, aggredito da una funesta polmonite. Al numero 73 del libro dei Morti della Chiesa collegiale di San Leonardo si legge :

“Arciprete Francesco Nardella : Addì 7 Aprile alle ore 3 pomeridiane,è morto il Canonico Francesco Nardella, di anni cinquantasei, fu Giovanni e di Angela Maria Merla. Confessatosi e non fattosi in tempo per il S.S.Viatico.  In fede Michele Canonico Palumbo”.

A distanza di più di un secolo dalla prima pubblicazione delle MEMORIE STORICHE di San Giovanni Rotondo (anno 1895), la figura di Nardella occupa un posto particolare  ed importante nella  Memorialistica storica della città di San Giovanni Rotondo.

A lui certamente va riconosciuto il grande merito di aver dato una lettura attenta e documentata dei vari accadimenti succedutisi nel corso dei secoli. Per la stesura  dell’opera, egli si servì  anche delle ricerche fatte da Antonio De Lisa (che compilò ben 330 fogli in 18 anni di lavoro). Nardella possedeva tutto il Manoscritto di De Lisa , come  egli stesso annota nella  Introduzione .

Anche l’opera dell’arciprete Pasquale Cirpoli ( Memorie storico- diplomatiche dell’antico Castellan Pirgiano oggi San Giovanni Rotondo Napoli 1794, Flauto editore) offrì  spunti e orientamenti  al  Nardella.

All’opera  certamente non va chiesto ciò che essa  per quel tempo non poteva dare, considerando che l’Archeologia e la Protostoria sono Scienze di recente acquisizione ed erano completamente    sconosciute al Nardella.Ed ecco perché  nell’opera si notano parecchie disarmonie riguardanti l’età arcaica.

Intatto resta, comunque, il pregio  della pubblicazione, se si considera che in essa sono presenti  o citati documenti non più esistenti nell’Archivio storico del Comune di San Giovanni Rotondo.

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Gli interessi per la storia  non si erano in lui spenti del tutto con la pubblicazione delle Memorie Storiche ed infatti nel suo  Manoscritto lo storico presentava un’altra  sua ricerca e riguardante i fatti accaduti durante il  Plebiscito dell’anno  1860 (per l’annessione al nuovo Regno d’Italia), in cui morirono 24  figli, patrioti  e martiri della terra di San Giovanni Rotondo.

Nel foglio n. 53 del suo Manoscritto, nel Dicembre del 1887 lo storico annotava con parole  veramente terribili nei riguardi di coloro che in modo subdolo ingannarono la povera gente  e manovrarono tutta la partita  :

“…Oh quanti occulti agenti di quella selva di sangue seppero a tempo ritirar le mani! Egli è pur vero che gli effetti delle ire dei grandi si  risentono dalla plebe inerme! Così qui in terra, ma innanzi a Dio? Là tutto è luce ed è questo il conforto del mortale oppresso.

Una completa e diffusa  storia di tal fatto di sangue è stata già da me  stesso compilata in pagine 177. Mi sono studiato soprattutto di indagarne le cause e di mettere in mostra l’operato di ciascun attore. I capitoli in cui è distribuita sono:  Introduzione.  I. Origine della Rivoluzione.  II Arresto degli sbandati.  III. Le prime vittime.  IV. Cattura dei liberali.  V. Strage dei liberali.  VI. Vittorie sui Garibaldini.  VII  La pace. VIII. Cattura e fucilazione degli sbandati.  IX.  Il Plebiscito .  X. Espulsioni  dei Montanari.  XI. Il brigantaggio.  XII. Persecuzione contro i nuovi sbandati. XIII Processi e condanne. Conclusione.”

Francesco Nardella scriveva queste note all’età di 27 anni e nei restanti 29 anni della sua esistenza mai pubblicò quest’opera e di essa, purtroppo, si è perduta ogni traccia!

Nelle sue Memorie lo storico dedicò tutto un capitolo ai fatti accaduti nel 1860 durante il Plebiscito ma la narrazione  risulta alquanto generica, al pari di una cronaca  oltremodo  sterile e tale da suscitare le ire del figlio di uno dei martiri del 1860, Gaetano D’Errico.  In un opuscolo pubblicato nel 1896  ( Poche osservazioni alle  memorie storiche di San Giovanni Rotondo per Francesco Nardella e specialmente al capo XII che tratta della Reazione politica del 1860, pp.12, Foggia tip. Pescarelli), D’Errico  esprimeva severe critiche  a Nardella  nella ricostruzione degli eventi stessi, riguardo specialmente alle responsabilità del clero locale.

Oltremodo interessante si rivela l’opera dedicata al Cuore di Maria e pubblicata nel 1902. In una lettura appassionata e profonda del mistero mariano, Nardella mostra tutta la sua fede cristiana .

Nella dedica a Maria, egli scrive :

A Te o Maria,che al pari di rosa sbocciata da grembo irto di spine sorgesti dai dolor più forte e bella. Queste neglette pagine impari a svolgere il  gran mistero celeste, offro e consacro”.

Ed ancora nel Proemio dell’opera :

“…Un drappo lavorato dagli uomini legato ad un’asta e che costituisce la bandiera di una nazione, di un esercito, rappresenta la vita. la forza, l’onore dell’esercito   e della nazione; ma tali cose  non sono adombrate che per simbolo, eppure ci  si crede e il drappo è religiosamente venerato!

Attenda adunque il popolo cristiano per cui questo lavoro è scritto ,a contemplare in Maria la donna forte che non si lascia vincere dal dolore ,il quale, invece, doveva per Lei aver dischiusa la via al sollievo e al sorriso dei Beati. E a  noi che torna? Ci conforti la speranza che Bene avranno coloro che  discoprono dal Suo manto di Regina occulte gemme …”.

A chiusura della sua opera, Nardella  inseriva uno stupendo Inno a Maria, che  ha riscattato l’umanità dal peccato, indicandole, come madre celeste, la via della Speranza, della Carità, del Rinnovamento, della Salvezza.

La sua pagina più bella lo storico Nardella la scrive a chiusura delle sue “MEMORIE STORICHE” (pp. 264-265, edizione 1960).

Questa pagina ( lodata in una nota epistolare persino dal sommo Benedetto CROCE) costituisce il suo testamento  morale e spirituale e indica, fin nel profondo, la  poliedrica e forte personalità dello storico Francesco Nardella, unitamente  al suo amore per la natia Terra :

“E qui deponiamo la penna, sperando che altri corra più felicemente il cammino da noi iniziato. Ma come ultimo ricordo ai benevoli concittadini, rammentiamo che l’uomo ebbe vita non solamente per sé e per la famiglia. Se l’uno e l’altra hanno diritto di giovarsi delle sue cure, di tal diritto non è priva una più ampia famiglia, la società, dalla cui dipendenza non gli è possibile sottrarsi. Società e uomo sono due termini di sì intima connessione che non potrebbe immaginarsi l’una se volesse annichilirsi l’esistenza dell’altro. Per tale indissolubile legame l’uomo adunque che dedica tutto se stesso al benessere della famiglia  e nulla per la società, chiamatelo egoista e non indegno compagno dei bruti che, lungi dal pugnare pel bene dei simili con interminabile lotta si distruggono a vicenda per conservarsi la individuale esistenza. E se in tali strette relazioni sta l’uomo con la società, in strettissime sta l’autorità con essa .E’ questa cui incombe l’obbligo della tutela dei diritti dei sudditi e l’eccitamento al progresso morale e civile dei popoli. E dalla società universale ci sia lecito passare a quella ristretta negli angusti confini del nostro paese. Esso felice se chi chiamato a reggerne le sorti gli sposa quello stesso affetto che alla sua famiglia, di cui ha tutta la somiglianza.

Facciamo voti che sempre cittadini integerrimi assumano il regime della nostra patria, i quali con impavido petto atterriscono chi volesse mirarla giacer per terra negletta e sconsolata, s’impongano ai potenti che volessero succhiare il sangue; con disinteresse e con affetto di padre l’avviino alla prosperità, alla gloria, a quella civiltà che solo fa sentire la nobiltà dell’uomo. Scuotano l’inerzia che è negazione della vita e si ammaestrino sull’esempio dei maggiori, nel cui petto divampava quella sacra scintilla che li spinse con ammirabile gara ad impugnare le armi nell’età di mezzo per non vedere il patrio tetto schiavo e deriso; la gloria della patria sarà onore ai reggenti ,la cui fama durerà imperitura nei tardi  nepoti.

E voi giovani concittadini, da cui il caro tetto natio non poco aspetta, aiutati  nella inesperienza giovanile dalla prudenza dei vecchi, l’avvierete a migliori destini; e calcando le orme di quanti or giacciono canuti sotto il peso degli anni, grandi cittadini sarete, se grande, civile e prospera avrete resa la patria vostra.”

(Salvatore Antonio GRIFA)

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