Francesco Forgione – Padre Pio – va soldato

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Il giovane padre Pio

Parte da Pietrelcina lunedì 6 dicembre 1915 alla volta di Napoli, dove è stato assegnato alla X Compagnia di Sanità, presso l’Ospedale Militare della Trinità, un maestoso monastero seicentesco per religiose, soppresso da Giuseppe Napoleone nel 1806. E’ chiamato alle armi per mobilitazione, dal R. D. del 22 maggio 1915.

Nella città partenopea si era sottoposto più volte a visita di eminenti dottori, per definire il suo stato di salute, giacché nessuno era in grado di formulare una diagnosi precisa. Durante la sua ultima permanenza a Napoli, due mesi prima, non gli era sfuggito il profumo generoso della pasticceria De Nozza, attigua allo studio del medico Giacomo Cicconardi.

Il 17 dicembre viene chiamato per la visita collegiale. I sanitari militari, avendogli trovato una “infiltrazione ai polmoni”, sono d’accordo a concedergli un anno di convalescenza. Il giorno dopo fa ritorno a Pietrelcina.

Dopo due mesi dalla data della chiamata, non aveva potuto indossare la divisa militare. Di questo ringraziava con fervore Dio.

Nel febbraio 1916 Padre Pio è assegnato alla Comunità Cappuccina di Sant’Anna in Foggia. Può rivedere una sua figlia spirituale, Raffaelina Cerase in gravi condizioni di salute. Ma nel capoluogo dauno, il clima estivo, torrido, una vera tortura, non è adatto a un malato polmonare. Nel seguente luglio Piuccio sale un polveroso sbrecciato a San Giovanni Rotondo; prosegue per il colle dei Cappuccini. Il convento, dove era stato inviato, perso nei colori della natura rupestre, si offre come luogo di fervore in totale semplicità. Scopre in questo angolo, il cenacolo d’ogni virtù, ove la Storia degli uomini doveva incontrare la pietà infinita divina. Il romitorio gli piace, prende l’aria dei monti, si adagia nel conforto di una pregevole e fresca serenità, tra suppliche  e lodi. Nel silenzio, in segreto, la vittima prescelta, Padre Pio, ha raggiunto il suo calvario. In questa venuta temporanea, una mano sapiente gli offre refrigerio ai sensi e un anticipo, di mirra nell’anima. E’ proprio ignaro che qui, sulla bianca pietra garganica, sotto lo sguardo del suo Sammichele arcangelo, avrebbe sparso l’abbondanza del sangue?

Pochi giorni prima di Natale si ripresenta al Corpo e fattosi visitare gli è riconosciuta la “sua” malattia. Lo tengono in osservazione all’O.M. della Trinità. Passa in solitudine il Natale. Dopo la visita del 30.12.1916, i Sanitari confermano il precedente referto con un peggioramento; in un corpo già disfatto, infiltrazione polmonare ad ambo gli apici e catarro bronchiale cronico diffusissimo; gli concedono mesi sei di convalescenza.

Si ripresenta al Comando il 30 giugno 1917 e la convalescenza gli è prolungata, senza scadenze, ma deve “attendere ordini”. Gli ordini arrivano telegraficamente, il 18 agosto seguente.

Il Comandante, accertata l’assenza di Francesco Forgione dal Corpo della X Compagnia, ingiunge al Maresciallo di Pietrelcina, di cercare il disertore. Ma a Pietrelcina nessuno sa chi fosse Francesco Forgione. Il Maresciallo conosce poi dalla sorella di Padre Pio che questi sta al convento di San Giovanni Rotondo. La storia si ripete anche nel paesino garganico. Francesco Forgione è diventato Padre Pio e gli viene intimato di presentarsi immediatamente al Comando del Corpo in Napoli. Non ci mette molto il Comandante, a scoprire la buona fede del soldato Forgione per la scritta “e dopo” attendere ordini. Per disattenzione, deve essere sfuggita la nota sul ruolino militare, ad uso interno alla Compagnia, del prolungamento della convalescenza, dopo il 30 giugno. Il 26 agosto il Forgione ritorna in osservazione presso la Prima Clinica Medica, una sezione del policlinico della Regia Università. Un reclusorio, per Padre Pio: non si può celebrare Messa perché non v’è una cappella; né si può uscire; scarso il vitto. Il 4 settembre 1917 è il colonnello medico a fare visita “ridotta ad un semplice sguardo, senza altra osservazione”. Forgione è giudicato “idoneo ai servizi interni”.

“Quante ingiustizie si commettono dagli uomini!” dice con amarezza Padre Pio. La sua malattia è stata cancellata da uno sguardo. Destinato alla Fanteria, si rifiuta di partire e, come sacerdote, viene assegnato alla Sanità nella Caserma Sales, X Compagnia, IV Plotone. Dove veste la divisa militare. Capisce di essere in un ambiente senza modi, con parole volgari, comportamenti severi e sbrigativi, nella sfrontatezza massima, al limite della nausea, ostile. Padre Pio, con le scarse forze del corpo, si adatta a quelle asprezze, ogni compito onorando per amor di Patria, cercando in cuor suo da quella afflittiva condizione, il colloquio con Dio. Gli pesa oltremodo, la vita di caserma, se arriva a definire carnefici i superiori militari. Nel più totale riserbo è in un triplice esilio e la salute ancora più malferma. Perciò non è avviato al fronte. Lo stomaco non accetta cibo e vi è qualche episodio di emottisi, con febbre alta. E’ in costante osservazione clinica. Gli viene riconosciuta l’inabilità ai lavori di guerra, e ai primi di novembre, mandato in licenza per quattro mesi, riconsegna il fagotto del vestiario eccetto la divisa.

A Pietrelcina, parenti e amici, lo vogliono vedere vestito da soldato. Li accontenta. E poi chiede: “Contenti? Avete visto il pagliaccio!”. Tornato a San Giovanni Rotondo e riconsegnata la divisa ai Reali Carabinieri, perché fosse riconsegnata al Comando Militare in Napoli, finalmente può dedicarsi con animo più sereno alla vita conventuale, non dimenticando i soldati al fronte. Il Generale Luigi Cadorna, Comandante Supremo dell’Esercito Italiano, era stato, dopo la sconfitta di Caporetto, sostituito dal Generale Armando Diaz. Al colmo dello sconforto, stava per premere il grilletto della rivoltella puntata alla tempia. Padre Pio, essendosi presentato in bilocazione, con gesto amoroso lo dissuade. Qualche tempo dopo il Generale Cadorna andò a San Giovanni Rotondo. Mentre aspettava di salutare il Suo Padre Pio, questi gli dice: “Generale, l’avete scampata bella quella notte! …”.

Debilitato nel corpo e nella mente, ai primi di marzo 1918, torna all’Ospedale Militare della Trinità. Il vomito non gli consente di prendere cibo, la febbre spacca i termometri con punte di 48 gradi. Dopo l’esame microscopico dell’espettorato, gli ufficiali medici dichiarano il Forgione malato di tisi; diagnosi corretta in bronco alveolite doppia. E con freddezza gli dicono, che può andare a morire a casa. Mamma Peppa e papà Grazio sanno della salute precaria di Piuccio, e vorrebbero trattenerlo all’aria natia.

“Devo andare a San Giovanni Rotondo” dice e ripete alla madre a Pietrelcina, col tono della più limpida sottomissione.

Deve recarsi colà, al luogo dei miracoli (Piero Bargellini), per farsi dilatare le membra e ancor più il cuore dal suo Signore.

Sunto da: Gennaro Preziuso, Padre Pio soldato, Ed. Padre Pio da Pietrelcina, 1996.

Tratto da “Frammenti di Gioia – i miei sessant’anni” di Michele Totta – Stampato in proprio – Agosto 2009

Conta solo le rose

 

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San Giovanni Rotondo. Gennaio 2004, lunedì diciannove.

L’aria gelida della notte non si è sciolta. Si riflette nel grigio perla del cielo, indifferente, senza luci e ombre. In questo aderente letargo, torno nella cripta di Padre Pio, per un momento vuota.

I silenzi delle rose, il crepitare lieto della lampada a olio, invitano a intimi colloqui col Padre. La crepuscolare penombra sa di attesa ed incenso.

Piego il ginocchio accanto alla colonna, che regge l’epigrafe a firma di Paolo VI papa. Padre Pio è vicino, due metri sotto il puro granito, col capo nella posizione stessa del Cristo dell’altare per l’eucaristia. Uomini e cose mi hanno liberato.

L’agitazione è lontana. Sospese tra il tempo e l’inganno, le corde dell’anima sono in preghiera e contemplazione. Ogni volta, qui è un idillio di pace vera. Un conforto sereno mi pervade, quasi rigenerazione. “Conta le rose, solo le rose!” incita, distinta e sommessa, una voce. Non comprendo. Farnetico. Che c’entrano le rose? Una, due, ottantuno. Alcune in boccio, altre dilatate, nei loro distinti sentori. Le rose sono ottantuno, color rogo della forgia (T.W. Month), come gli anni di Padre Pio. Penso di contare anche le spine. Come si fa a contare le spine di ottantuno rose? C’è, tra me e loro, l’inferriata e un sepolcro da non profanare. Nei vasi di vetro, gli steli allungati e cupi come radici, sembrano calati nella eternità.

E il Padre non sarebbe geloso, se contassi le spine?

Avrebbe gelosia, eccome. Le spine le ha volute per Sé, caricandosi le spalle di ogni nostra sofferenza. A noi ha indicato il candore della preghiera. Questa, sì, vuole da noi. “Prega, spera, non agitarti. Il miglior conforto viene dalla preghiera”… me lo aveva detto. Ero giovane. Non capivo.

Oggi è disvelato il senso del contare le rose. Nei momenti che restano, tra presente e futuro, mio pane sarà la gioia, l’armonia con me stesso e gli altri. Ne saranno partecipi amici, parenti, perfino sconosciuti.

Questa certezza, ignara beatitudine, ci è donata da chi è passato sui carboni del dolore corporale, spirituale, morale. Da chi ha cercato le spine come oblazione, cioè patimento che redime, serbando ai figli secondo lo spirito e devoti ogni consolazione. Essere gioia. Vivere la gioia. Farla trovare anche agli altri. Ecco il senso del contare le rose. Esse sono portate ai tuoi piedi, Padre dolente e santo, perché ne divori le spine e i cuori vestano la serena gioia.

Come mai prima, scopro il senso gaudioso delle rose, romantico fiore degli amanti, generoso, cortese, sincero. Intendo anche il motivo della rosa di vetro – simile ad un fiammifero – che mia moglie Titina, ha posato nella tua mano aperta del busto di peltro, nella nostra camera. Quella rosa è la chiave del nostro avido amore, col privilegio di chi lo benedice. Sappiamo, Padre Pio, che ti curi di noi. Della nostra dignità. Ci saziano ogni giorno le rose, di purezza e perdono.

Questo pensiero spiega la vita, come il farsi nella creazione d’un prodigio. Lo stesso, che nutre i passeri muti, infreddoliti e le gemme minuzzate dell’olmo, sul piazzale del Santuario.

E’ una spianata feconda la vita; anche d’inverno dà alla luce il fuoco del sole e disegna il volto alle primavere. Ci consegna gesti e sorrisi non aspettati. Sorrisi e gesti, che nella nostra mente accendono la bellezza, la tenera bellezza (N. Gogol) di sentirci amati.

Perciò grido al mondo di contare solo le rose.

Pubblicato su Leggere, anno XVII, ottobre 2003 – marzo 2004 – n. 49-50. Casoria – NA

Tratto da “Frammenti di Gioia – i miei sessant’anni” di Michele Totta – Stampato in proprio – Agosto 2009

Il miracolo della canonizzazione di padre Pio

 

Le “Considerazioni sui miracoli di Padre Pio” del Dr. Pietro Gerardo Violi, qui pubblicate, sono di particolare pregio in quanto l’autore  ha condotto, scientificamente, il processo di Canonizzazione di Padre Pio e di Suor Maria Rosa Pellesi. Collabora con la Curia Generalizia e la Postulazione Generale dei Frati Cappuccini per l’esame previo delle cause di canonizzazione.

Considerazioni sui miracoli di Padre Pio

Il miracolo della canonizzazione

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Foto scattata il giorno prima della canonizzazione di Padre Pio

Padre Pio,  è un’invocazione che ti apre un mondo di emozioni, ti fa entrare, in una dimensione di pace, di serenità.

Nella mia mente, nel mio animo, Padre Pio da Pietrelcina, che  è stato proclamato santo il 16 giugno 2002 da Giovanni Paolo II, “San Pio da Pietrelcina”, “Memoria obligatio” è stato e rimane “Padre Pio”.

Poiché la malattia è un male, nessun ammalato dovrebbe avere scrupoli a chiedere la propria guarigione. Non è forse nel “Padre Nostro” che Gesù ci ha insegnato: “Ma liberaci dal male”, anche se nella stessa preghiera ha aggiunto: “sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”. Quindi è un dovere che incombe nella comunità cristiana quello di pregare per i propri malati. “Chiedete e vi sarà dato”

Padre Pio ha dato un significato alla sofferenza; l’ha accettata perché ne capiva il senso; se l’è spiegata perché possedeva una dimensione del soprannaturale; pensando all’umanità sofferente, più di ogni altro ha cercato di portare sollievo;  come?

1 – offrendo la sua sofferenza materiale, quella del suo corpo martoriato;

2 – con la sofferenza del suo animo, che vedeva dove gli altri non vedevano e quello che gli    altri non vedevano;

3 – con l’istituzione e la fondazione della “Casa Sollievo della Sofferenza”;

4 – con l’istituzione dei “Gruppi Di Preghiera” per il sollievo dello spirito oltre che del corpo, amalgamando un numero immenso di persone;

5 – Con la fondazione di altre numerose opere, che  hanno Lui come autore e promotore.

6 – infine, ma non ultime per importanza e numero, con le grazie ed i “miracoli” che riesce ad ottenere intercedendo presso il “Divin Padre”.

Il concetto di miracolo è un concetto prettamente teologico, mentre la scienza li definisce  guarigioni scientificamente  inspiegabili.

Ho avuto modo di esaminare in modo scientifico molti casi clinici esitati in guarigioni e giudicati dalla gente “miracoli”.

Prima di prenderli in esame è opportuno, volta per volta, precisare alcuni concetti e le linee guida circa il messaggio e la metodica delle indagini.

Comunque la prima fase è quella dell’accoglimento della segnalazione; molti fatti non vengono neppure segnalati perché si è timorosi o si ha paura di essere derisi o considerarti non normali o si vuole essere riservati.  Crediamo che chi beneficia di una guarigione sia un privilegiato e che non deve tenere solo per sé tale grazia, ma è chiamato ad essere testimone, perché è alla comunità cristiana che tale segno viene affidato.

E’ uno di quei mezzi semplici che tocca  particolarmente il cuore.

So per certo che l’accoglienza viene fatta con priorità; prudente, ma non timorosa; fiduciosa, ma non credulona.

Accanto a questa accoglienza pastorale vi è l’accoglienza medica.

La prima funzione è quella di essere accogliente e disponibile verso tutti quelli che si dichiarano miracolati; in benevolo atteggiamento di ascolto.     Non si adottano prioristicamente posizioni diffidenti, negativi, nei confronti delle documentazioni di guarigioni; non viene ricusata alcuna, qualunque essa sia, senza alcun pretesto. Sarebbe ingiustificabile che il medico non fosse aperto alle dimensioni spirituali inerenti la persona umana e non disponibile ad accogliere i numerosi benefici dei malati che si rivolgono a “Padre Pio”. Anche perché Padre Pio non vuole essere colui che intercede per ottenere dei miracoli, ma colui che desidera, innanzitutto, fare di noi i suoi amici,  i suoi figli spirituali.

Il miracolo poi , per la Chiesa, nell’antichità aveva un senso, era la prova della verità; nella modernità può essere una pietra d’inciampo , talvolta genera disagio.

L’uomo del XXI secolo, impregnato di razionalità tecnica, stenta ad accettare l’idea del miracolo. La Chiesa accoglie sempre con riserva quei fatti che sfidano la normalità o le leggi naturali, per cui trasferisce esclusivamente su l’uomo di scienza, su di noi,  l’incombenza di effettuare la selezione delle guarigioni straordinarie, non spiegabili scientificamente.

Comunque bisogna riconoscere e difendere l’autonomia della scienza e della fede, ma senza confinarli nei loro rispettivi campi, in quanto ognuno ha bisogno dell’altro; la fede e la teologia hanno bisogno della scienza e del suo spirito critico; da parte sua la scienza medica non può scindere l’uomo, ma lo deve vedere nella sua globalità, fatta di corpo e di psiche, quindi ha bisogno della filosofia ed in ultima analisi della fede, pur trovandoci nell’era del genoma, nell’era degli studi molecolari.

La Chiesa non si pone contro la scienza e i progressi della tecnologia, quando tutto è orientato al bene e al rispetto dell’uomo, alla cura delle malattie e al sollievo della sofferenza. Viviamo in un periodo in cui nella nostra cultura occidentale ha predominio quasi assoluto la tecnologia a dispetto di una cultura umanistica. Sembra ci lasciamo guidare dalla ricerca continua della novità su quella della verità. Credo che oggi dobbiamo tornare al concetto che esiste il malato e non la malattia, che esiste il malato nella sua interezza.

E poi

LA  SCIENZA  NON PUO’  ARROGARSI LA PRETESA DI SAPERE  TUTTO  SULLA   VITA  E  SULL’UOMO.

Una volta che arriva la segnalazione, il primo esame è quello di discernere se trattasi o meno di vera malattia,  cioè se trattasi o meno di un messaggio pastorale di fede oppure una gratuita pubblicità.

Una folla immensa, proveniente da ogni parte del mondo, di ogni estrazione culturale, socio-economica, direttamente o indirettamente si rivolge a Padre Pio per ricevere una grazia o un miracolo. Queste persone realmente, veramente, poi ricevono un segno straordinario, in cui credono di riconoscere un benevolo intervento divino per l’intercessione di Padre Pio. Il miracolo è il segno che Dio ci ama e ci assiste in tutte le necessità…. E quando non opera la guarigione che chiediamo  ci  dona serenità e pace nel soffrire cristianamente.

Quante persone tornano alle loro case con animo sollevato e sereno dopo una visita o una preghiera rivolta a Padre Pio? Sicuramente tante, innumerevoli..

Quante volte abbiamo visto parenti di malati piangere per un proprio caro; aggrapparsi come ultima speranza alla fede e vederli, poi,  sorridenti; erano stati esauditi.

Quante persone abbiamo visto lasciare questa terra con serenità e quel loro sguardo sereno non era proiettato nel vuoto, ma nella speranza di un’altra vita.

Morivano invocando il Divin Padre e Padre Pio, che davano loro  forza e serenità che si esternavano  nel loro viso, nei loro discorsi, consolanti per i familiari in lacrime.

Allora il pianto dei familiari, non era un pianto di disperazione.

Il miracolo è un segno della “benevolenza di Dio” , “un’espressione della comunicazione divina con gli uomini”. Dal latino mirari, il miracolo è un avvenimento, un fatto sorprendente, che desta meraviglia e stupore.

Abbiamo detto, la scienza stenta a credere ai miracoli perché questi trascendono in modo eccezionale ed occasionale la stabilità delle leggi naturali. Bisogna considerare però che Dio, con la concessione dei miracoli, “non sospende la legge, ma l’applicazione; modifica l’effetto non la legge”; anche se gli scienziati stentano ad entrare nel campo metafisico , comunque non possono negare il “Trascendente”.

Prima di esprimere un giudizio su queste segnalazioni è opportuno valutare gli avvenimenti in un’ottica medico-scientifica e vedere se l’evoluzione della malattia è avvenuta in modo sorprendente , inatteso, singolare, anormale, fuori dai canoni della medicina, straordinaria.

Vediamo adesso quali sono i criteri di guida che seguiamo nell’esaminare le guarigioni che il Signore concede per l’intercessione di Padre Pio:

La malattia sia certa e definita per cui  la diagnosi deve essere poggiata su fondamenti scientifici. La malattia sia organica e non psichica o frutto di fantasie o eventuali stati psicogeni. Quindi vengono usati tutti i mezzi scientifici che oggi si hanno a disposizione perché la diagnosi sia di certezza. Indagini bio-umorali, strumentali, istologici ed ogni altro che possa definire in modo certo e completo la malattia.

Una volta definita con certezza la malattia, la prognosi deve risultare, grave, infausta, almeno per l’organo colpito; cioè , se non intervengono altri fattori, i medici con i loro mezzi a disposizione, non possono rapidamente o per nulla modificare il decorso della malattia.

La guarigione sia improvvisa, da considerarsi quasi istantanea. Ciò è molto importante.  La biologia e la fisio-patologia ci insegnano che quando interviene una lesione, una malattia organica, il consolidamento e la riparazione delle lesioni avviene per gradi, più o meno lentamente e progressivamente. Occorre cioè del tempo  perché il sangue apporti le sostanze necessarie per ricostruire e riparare il danno; pertanto non può avvenire immediatamente, quasi istantaneamente. Insomma questo tempo non può essere annullato dalle leggi attualmente conosciute.

La ripresa funzionale sia immediata. Il cieco vede; il paralitico cammina; il riassorbimento di liquidi avviene immediatamente; si ripristina immediatamente l’attività mentale in caso di lesioni del sistema nervoso centrale. Insomma non vi è la fase di latenza o di ripresa graduale, come normalmente avviene.

Le terapie prescritte ed eventualmente effettuate siano risultate senza alcun effetto sulla guarigione e non abbiano alcuna influenza sul decorso della malattia.

Infine la guarigione deve essere duratura, proprio per quel concetto espresso precedentemente e cioè che l’organo offeso o malato abbia ripreso la sua normale e fisiologica attività e quindi essendo scomparsa ogni forma di rottura e/o lesione, non si può esaurire in un miglioramento effimero, ma deve persistere a  successivi controlli e fatti a distanza di tempo.

Ecco quali sono i parametri di valutazione di una guarigione considerata straordinaria da parte della scienza.

La considerazione e la valutazione teologica e trascendentale, non può prescindere di un altro aspetto fondamentale e cioè la costante correlazione con atti religiosi da parte del malato o di altre persone, che possono estrinsecarsi in preghiere, pellegrinaggi, o di applicazioni di reliquie.

Nella valutazione di fatti straordinari che accadano per l’intercessione di Padre Pio, con notevole frequenza, in coincidenza con la guarigione, il sanato o qualcuno dei familiari è pervaso da un’ondata di soave ed indescrivibile profumo. Ormai le testimonianze sono innumerevoli. Non è suggestione, non è psicosi, non è inconsistenza  scientifica, ma un dato di fatto in cui Padre Pio, con questo suo segno, fa  sentire la sua presenza vicino ai suoi figli, sparsi per il mondo.

Vorrei anche aggiungere che nell’esame di queste guarigioni straordinarie o meno, spiegabili scientificamente o meno, in cui si riconosce un benevolo intervento divino per l’intercessione di Padre Pio, ricorre spesso che il sanato avverte sensazioni particolari, strane, dolorose, seguite da una sensazione di calma, di benessere psichico, pace, serenità psichica e fisica, si ha l’impressione di essere guarito; talvolta si associa la visione di Padre Pio;

nei momenti in cui tutto sembra irrimediabile per i medici, appare lui e ti dice: “Non aver paura, io sto con te, vedrai guarirai”.

Fatte queste premesse, quando abbiamo preso in considerazione la guarigione del piccolo Matteo Pio Colella abbiamo visto che corrispondeva ai requisiti che abbiamo sinora menzionati per cui  l’abbiamo  considerata clinicamente inspiegabile; per la Chiesa un “miracolo”.

Vorrei fare un’altra piccola annotazione:

prima di prendere in considerazione la guarigione del piccolo Matteo Pio Colella, sono stati esaminati altri casi; in ciascuno di loro non abbiamo ravvisato l’inequivocabile considerazione che potesse trattarsi di guarigione straordinaria.

Ed  anche nel caso del piccolo Matteo Pio abbiamo dovuto superare non poche difficoltà; perché la Scienza, i medici, stentano a credere ai “miracoli”. Molto spesso ci manca quell’umiltà di dire: non è opera nostra, non è opera mia.

Comunque fra i tanti casi segnalati, quella che colpì di più la nostra speculazione scientifica e che, subito, apparve di  grande interesse per la straordinarietà dell’evoluzione, fu l’istantanea e completa guarigione del piccolo Colella Matteo Pio.

Tale guarigione, ottenuta dal Signore per intercessione di Padre Pio, ha permesso di portare avanti l’iter per la Canonizzazione.

La segnalazione ci venne fatta dalla mamma del bambino in data 08-04-2000. Scrisse una lettera bellissima: “Tu hai detto Gesù: «non si accende una lucerna per nasconderla, ma per collocarla in alto, perché faccia luce a quanti sono in casa». E’ per questo  che ho deciso di raccontare del dono meraviglioso che hai voluto fare alla nostra famiglia, in questo lungo , incredibile mese dal 20 gennaio al 26 febbraio 2000”.

A questa sua lettera accluse la copia della cartella clinica e diede l’autorizzazione a farne un uso consentito, rendendo nota la malattia, il suo iter e la guarigione.

Il fatto è stato ritenuto prodigioso ed è stato attribuito alla intercessione di Padre Pio. Si tratta della guarigione repentina, completa e duratura del bambino affetto da: “Meningite fulminante, evoluta in MOFS, complicata da ARDS, con interessamento contemporaneo di nove organi, divenuti insufficienti”.

Il fatto si è verificato a San Giovanni Rotondo nei giorni 20 gennaio-26 febbraio 2000.

Dall’11 giugno al 2 settembre 2000 il Tribunale Ecclesiastico di Manfredonia-Vieste, nella sede arcivescovile di Manfredonia, istruì, sul caso, un regolare Processo diocesano, nel quale furono ascoltati 16 testimoni, 14 indotti dal Postulatore e 2 chiamati  “ex ufficio”.

Quelli indotti dal Postulatore sono stati: il  bambino Matteo Pio Colella ed a seguire i genitori;  Il papà Colella Antonio, medico;  la mamma Ippolito Sanità Maria Lucia, insegnante. Inoltre furono chiamati a testimoniare i medici e gli infermieri del reparto di Pediatria e di Rianimazione, dove fu ricoverato il bambino; un nefrologo e lo zio del sanato, anch’esso medico. Furono ascoltati ex ufficio, l’insegnante del bambino ed un frate, amico della  famiglia Colella.

Ottemperando al dispositivo della legge canonica, la quale impone che il sanato sia visitato, dopo l’asserita guarigione, da due periti, il Tribunale ha convocato un cardiologo, come I perito ab inspectione ed un professore ordinario di Medicina interna presso  Università degli studi di Palermo, come II perito “ab inspectione”. Essi hanno depositato e rilasciato una relazione scritta. Gli illustri medici hanno confermato lo stato ottimale di salute del sanato. Quindi la guarigione è stata duratura nel tempo. E’ stata opinione dei periti che « il piccolo Matteo Pio Colella si debba considerare completamente e definitivamente guarito dalla patologia di cui ha sofferto».

I medici, che sono stati chiamati a deporre al processo diocesano, sono stati tutti concordi nel ritenere il fatto  scientificamente inspiegabile sulla base delle attuali conoscenze mediche.

Quindi il 2 settembre 2000 veniva chiuso il Processo Diocesano; veniva raccolta una voluminosa documentazione scientifica, comprensiva della copia delle cartelle cliniche, copia  delle radiografie e di altre indagini strumentali.

Il 18 ottobre 2000 tutta la documentazione veniva consegnata alla Congregazione delle Cause dei Santi.

Il 12 gennaio 2001 veniva dichiarata la validità del processo dalla Congregazione delle Cause dei Santi.

La Postulazione Generale ha chiesto poi un giudizio medico-legale ex Ufficio ai professori, Giovanni Rocchi e Francesco Di Raimondo.

Il giudizio del prof. Rocchi nella sua lunga perizia medico- legale concluse:  “A questo punto il giudizio prognostico può essere considerato infausto in relazione allo stato di insufficienza multiorganica”.

Il prof. Di Raimondo anch’esso conclude con lo stesso tono:

“Nessuna difficoltà a confermare la diagnosi di dimissione” confermando che trattasi di sepsi meningococcica con simultaneo e significativo danno in più sedi “Quadro ora classificato come MOFS. Gli organi colpiti in misura gravissima erano superiori a cinque. In merito ai criteri emersi negli ultimi tempi nella letteratura medico-scientifica internazionale, criteri adottati in via definitiva per un giudizio prognostico qoad vitam: in concreto si ritiene che , qualunque sia la causa prima, un colpito da MOFS vada incontro a morte certa quando risultino coinvolti almeno sei comparti”.  Continua: “Ci si trovava di fronte non ad un corpo di vivente ma, un organismo umano su cui si erano già colti i fenomeni indicativi di una morte”.

Il 22 novembre 2001 si  riuniva la Consulta Medica per l’esame della guarigione del bambino Matteo Pio Colella.

Alla seduta erano presenti: S. Em.. Rev.ma il Cardinale J. Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione; S. Ecc. Rev.ma Mons.  Edward Nowak, Segretario; il Rev.mo Mons. Michele Di Ruberto, Sottosegretario; il Rev.mo Mons. Sandro Corradini, Promotore Generale della Fede.

La Consulta Medica era composta dal Presidente Prof. Lorenzo Bonomo e dai Proff. Francesco Di Raimondo, Giovanni Battista Pignataro , Rodolfo Proietti, Giovanni Rocchi. Segretario il Dr Ennio Ensoli.

ALL’UNANIMITA’,  cinque su cinque, sono giunti alle definizioni conclusive.

Diagnosi: Insufficienza multiorgano.

Prognosi: infausta.

Terapia: efficace per l’infezione batterica; inefficace per le    conseguenze; inesistente per il rimanente.

Modalità di guarigione: rapida, completa e duratura, senza postumi;  scientificamente inspiegabile.

Il 12 dicembre 2001 si riuniva la Commissione Teologica, che all’unanimità dichiarava   “Credo che siamo in presenza di elementi più che sufficienti per concludere con tutta certezza morale che la guarigione di Matteo Pio Coltella, dichiarata all’unanimità scientificamente inspiegabile dalla Consulta Medica e avvenuta in perfetta concomitanza cronologica con le ininterrotte preghiere che tante persone devote rivolsero al Padre Pio, sia da attribuire all’intercessione del nostro Beato.

Il 18 dicembre 2001 si riuniva la Commissione Cardinalizia, che all’unanimità dichiarava  la validità del miracolo.

Alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II, il 20 dicembre 2001, nella sala Clementina vi è stata  la lettura del decreto sul miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Pio da Pietrelcina. Con la promulgazione e la suprema approvazione  da parte del Papa del decreto di tale miracolo si spalanca la porta della canonizzazione.

Il 26 febbraio 2002 si decideva la data della Canonizzazione, ormai nota a tutti, 16 giugno 2002 in Piazza San Pietro.

Il fatto

La famiglia:

Il piccolo COLELLA MATTEO PIO è nato a San Giovanni Rotondo il 4 dicembre 1992. La famiglia è composta dal papà, Colella Antonio, di anni 42, medico;  dalla mamma Ippolito Sanità Maria Lucia di anni 40, insegnante; dal fratello, Alessandro di anni 14.

Il mattino del 20 gennaio 2000 il bambino va regolarmente a scuola, in condizioni perfettamente normali.

La mamma così ricorda: “E’ oggi che incomincia l’avventura straordinaria della mia famiglia, l’incubo terribile terminato poi come una favola”.

Il bambino a scuola accusa forte mal di testa. La maestra così ricorda quei momenti: “Durante la mia ora di lezione il piccolo Matteo Pio ha cominciato a manifestare brividi generalizzati e teneva il capo inclinato verso il banco. Alla mia richiesta di riferire che cosa egli avvertisse, il piccolo rispondeva solo con cenni del capo, restando verso di me, come se avesse difficoltà a sollevare il capo”.       Vengono avvisati i genitori, che vanno ad accertarsi del motivo. Il papà, medico, andato a scuola trova Matteo vicino al termosifone  tremante. Constata febbre elevata, circa 40°C, brividi; il bambino presenta sonnolenza e torpore, successivamente vomito.

Viene trasportato al proprio domicilio; gli viene somministrato un antipiretico, con scarso risultato, infatti la febbre si mantiene sempre alta e si associa un nuovo episodio di vomito alimentare. Quel pomeriggio il papà sta da solo con l’altro figliolo, Alessandro, in quanto la moglie è a Foggia per motivi di lavoro.

La febbre, nonostante i presidi terapeutici, non recede, per cui il papà chiede il consulto di un pediatra, che per motivi di lavoro si reca dopo qualche ora. Il pediatra visita il bambino e constata febbre elevata e una discreta diminuzione della vigilanza complessiva. Allerta il papà per eventuale ricovero ospedaliero, se dovessero comparire segni meningei, ancora non manifesti in modo eclatante; tutta la sintomatologia la si attribuisce alla febbre elevata. Ancora più accortezza si deve prestare alla eventuale comparsa di manifestazioni petecchiali.

Verso le ore 20,30, sempre del 20 gennaio 2000, ritorna la mamma da Foggia, entra nella camera, saluta e chiama Matteo, ma il bambino, con gli occhi persi nel vuoto, non la riconosce. La mamma si avvicina per dargli un bacio e si rende conto che ha delle macchie più o meno grandi, violacee sul collo e sul torace. Si scatena un po’ il panico. Consultato telefonicamente il pediatra, che lo ha precedentemente visitato, consiglia il ricovero immediatamente, anzi sospettando una infezione meningococcica, è lui stesso ad avvisare il medico di guardia del reparto di Pediatria e il collega più anziano reperibile.

Vengono altresì informati i parenti della gravità del caso.

RICOVERO  IN  OSPEDALE – PEDIATRIA

Si prepara in fretta tutto e si accompagna il piccolo nell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, di San Giovanni Rotondo. Giunti al Pronto Soccorso, Matteo,  è saporoso, risponde con difficoltà agli stimoli verbali; viene adagiato sulla barella e portato nella corsia di Pediatria.

Alle 21,20 della stessa giornata viene ricoverato nella Divisione di Pediatria.

Il pediatra di turno sta attendendo Matteo Pio in medicheria, in quanto informato della gravità in cui versa il bambino. Le condizioni cliniche infatti, appaiono subito di notevole gravità; facies sofferente; la cute si presenta pallida, con petecchie per numero e diffusione in crescendo; il sensorio obnubilato.

Vengono eseguiti dei prelievi ematici e nel frattempo giunge il pediatra, amico di famiglia, che aveva visitato Matteo circa due ore prima. La sua sorpresa  è quella di verificare che la disseminazione delle lesioni petecchiali è stata rapida, a tal punto che esse coprono l’intera superficie corporea, indice prognostico di per sé negativo.

Nel frattempo ai due pediatri si aggiunge il reperibile, in servizio di pronta disponibilità. All’osservazione del medico il piccolo Matteo Pio presenta delle lesioni petecchiali, alcune delle quali già in evoluzione necrotica, localizzate alla cute degli arti inferiori, ai glutei, alla radice degli arti superiori bilateralmente; tali lesioni vanno aumentando di numero e di estensione. Le petecchie sono diffuse a tutto il corpo; inoltre presenta un notevole calo pressorio.

Alle 22,30 viene eseguita puntura lombare. Vengono praticate altre indagini strumentali.

Gli esami di laboratorio e strumentali confermano la gravità della malattia, che si è evoluta in 12 ore circa.

Quindi la clinica e gli esami mettono in evidenza già una situazione clinica di notevole gravità rapidamente evolutiva: e precisamente Meningite fulminante, complicata da DIC, ipotensione, compromissione renale. Ma la cosa più drammatica è la continua evoluzione della malattia con interessamento di altri organi man mano che trascorre il tempo.

In modo inesorabile, nelle ore successive, sono interessati, divenendo insufficienti, nove organi.

Appunto per questa evoluzione rapida, ai tre pediatri, che hanno in cura il bambino, dopo poco, si aggiunge un medico anestesista rianimatore, esperto di patologie pediatriche.

Tutti d’accordo si decide il trasferimento in Rianimazione II;

la patologia,  già grave all’ingresso in ospedale, tuttavia il trasferimento in Rianimazione è deciso congiuntamente dai presenti, dopo aver verificato che, ad onta della terapia intrapresa, le condizioni di Matteo Pio continuano a rimanere molto gravi ed a peggiorare.

Così ricorda la mamma:

“Intanto Matteo dopo un … consulto tra pediatri e rianimatori viene portato con la barella verso l’ascensore per essere trasferito in Rianimazione.

Io lo guardo avvilita per l’ultima volta, mentre si chiude la porta dell’ascensore”.

RIANIMAZIONE

Quindi  Il giorno 20 gennaio 2000, alle 23,30,  per ulteriore peggioramento  delle condizioni cliniche, viene trasferito in Rianimazione II.

Così viene riportato nella cartella clinica della Rianimazione II.

Le condizioni cliniche diventano sempre più critiche, nonostante i provvedimenti terapeutici intrapresi; infatti alle ore 2.00 del 21 gennaio 2000, sono trascorse poco più di 14 ore dall’insorgenza, si incomincia ad infondere, nor-adrenalina, dopamina, antitrombina III; la diuresi è scarsa; alle 4.00 si somministra 1 unità di piastrine; si inizia ipotermia fisica; si somministra Lasix, la diuresi è scarsa. Insomma, la notte non porta un miglioramento dello stato clinico al contrario, un progressivo deterioramento delle funzioni vitali sino al coinvolgimento di altri organi, divenuti insufficienti.

Gli esami eseguiti durante la notte e al primo mattino sono un segno della devastante patologia che sta per consumarsi.

Viene ripetuta la puntura lombare, il liquor è torbido,”scuro”, purulento.

Il mattino del 21 gennaio si consuma un dramma e si ravviva una speranza, inattesa.

Il mattino del 21 gennaio 2000, dalle ore 7,00 in poi,  la situazione clinica precipita con compromissione di tutti i parametri vitali. Diventa dapprima tachicardico (150/mn), tachipnoico. Il circolo è sostenuto dalla noradrenalina, nonostante ciò la pressione arteriosa non è rilevabile.

Intanto compare una grave insufficienza respiratoria.

Si procede ad intubazione endotracheale ed a ventilazione meccanica.

Alle 9.00 le condizioni cliniche sono disperate; anossia, cianosi generalizzata, nonostante la ventilazione meccanica assistita vi è desaturazione <30%; l’infermiera presente precisa 18%; edema polmonare acuto (ARDS); pressione arteriosa non rilevabile per  shock settico; tutto il corpo è ricoperto di petecchie per DIC; dalla tachicardia è passato alla bradicardia estrema per grave insufficienza cardiaca; non risponde ai diuretici per assenza di perfusione renale, per cui si instaura: insufficienza renale acuta. Tutto fa pensare che si sia instaurata una insufficienza surrenalica.

Per arresto cardiaco, si procede al massaggio cardiaco esterno.

Tale situazione clinica disperata con i suddetti parametri si prolunga per oltre un’ora.

Dopo ripetuti tentativi rianimatori, aspirazione di sangue dal cavo faringo-tracheale, l’addome è globoso, teso, si pensa al decesso di lì a qualche minuto.

I medici sanno bene di trovarsi di fronte ad una meningococcemia fulminante da Neisseria Meningitidis, evoluta in MOFS complicata da ARDS; l’esordio è brusco, non sono ancora trascorse 24 ore. Vi sono tutte le complicanze: collasso vasomotorio e shock, DIC, le lesioni petecchiali e purpuriche si allargano rapidamente sino a provocare estese emorragie cutanee; quando insorge il coma, la gittata cardiaca diminuisce progressivamente e la pressione arteriosa cade, è inevitabile il verificarsi del decesso.

Tutti coloro che sono presenti o, che, comunque,  vivono l’episodio, ricordano questo drammatico momento come qualcosa che resterà indelebile nella loro memoria.

La mamma del piccolo Matteo Pio così ricorda:

“La notte passa lenta, con una dilatazione dei minuti e dei secondi che mai, avevo provato prima.

Il pediatra,  che rimarrà con noi in tutti quei lunghi giorni, e mio marito continuano ad entrare ed uscire dalla porta della rianimazione, nel tentativo di elemosinare notizie sul bambino. Questa notte infinita trascorre trafiggendo i nostri cuori”.

Il ricordo del papà medico è ancora più drammatico:

“….Rimango assieme a Matteo. Vivo questo periodo nell’angoscia di sapere che da un momento all’altro posso perdere Matteo, con l’incubo della risposta degli esami ematochimici, della radiografia del torace, della diuresi e di tutti i parametri cardiorespiratori riprodotti sul monitor. Ricordo con molta angoscia il viso del primario, quando la mattina del venerdì 21 gennaio mi affaccio al  box dove è mio figlio. … Egli si gira verso di me e senza un cenno di saluto evita subito il mio sguardo. Capisco allora che per Matteo è finita”.

Il primario così ricorda: “Già in quei momenti ero convinto della impossibilità di un successo o quanto meno ero convinto che… sarebbero reliquari danni cerebrali e renali… Le dimensioni cardiache così come desunte dai radiogrammi, la necessità di un supporto circolatorio con dosi molto alte di adrenalina e noradrenalina (dosi che definirei molto alte anche per un adulto) mi facevano convinto di una possibile morte cardiaca improvvisa o comunque di una cardiopatia se il bambino fosse sopravvissuto”.

Lo stesso dottore così continua:

“Personalmente molte volte ho pensato che il decesso si poteva realizzare di lì a qualche momento. Ho ammesso a me stesso ed ho manifestato ad alta voce con i miei collaboratori in più di una occasione che non ritenevo possibile una risoluzione positiva. Aggiungo che nel caso specifico si sono realizzate delle circostanze favorevoli indipendentemente dalla nostra volontà”.

L’aiuto, medico rianimatore, che ha preso in cura, assieme ad altri colleghi, il bambino sin dal mattino del 21 gennaio 2000:

“….. Ci sono sicuro stati momenti di forte perplessità, sulla opportunità di proseguire le manovre rianimatorie medesime, in quanto persistevano condizioni di cianosi generalizzata estrema e midriasi fissa bilateralmente e bradicardia estrema protrattasi per almeno trenta minuti e più.

Questa bradicardia in un bambino è paragonabile all’arresto di circolo.

Durante questo periodo si è pensato al decesso del sanato che sembrava dovesse verificarsi da un momento all’altro”.

Così ricorda uno de medici anestesisti rianimatori, esperto di patologie pediatriche, che, sin dal ricovero in pediatria, ha prestato soccorso al bambino:

“Ricordo che nel corso della mattina (21 gennaio 2000) è stata eseguita una puntura lombare con emissione, questa volta, di liquor torbido e purulento.

Nella fase acuta la prognosi era infausta quoad vitam e riservata quoad valitudinem”.

La descrizione dell’infermiera professionale della Rianimazione II, presente di turno la mattina del 21 gennaio 2000, è fortemente drammatica:

“Ricordo di aver preparato il materiale sterile per la esecuzione della puntura lombare. Nel frattempo sivaveva provveduto ad intubare il piccolo Matteo Pio.

Al momento del prelievo del liquor,  il liquor stesso si presentava denso  e di colorito nerarstro. Al termine della procedura,  rimettemmo il piccolo Matteo Pio in posizione supina, e ci accingemmo a fare la detersione delle vie aeree superiori. Fu in quel momento che incominciò a manifestarsi una estrema bradicardia ed una desaturazione dell’ossigeno ematico, come era possibile rilevare dal monitor situato accanto al paziente. La cute di Matteo Pio ha cominciato a presentarsi cianotica, le stesse petecchie, da un colorito rossastro, viravano verso il colorito nerastro. Ricordo con esattezza di aver seguito con apprensione la diminuzione del valore di saturazione dell’ossigeno sul monitor, che raggiunse anche il valore del 18%. La frequenza cardiaca era pari a 23 battiti al minuto

La pressione già bassa sin dall’inizio, è divenuta imprendibile; il piccolo Matteo Pio non si riprendeva.

Non c’era nessuna ripresa. Tutti eravamo disperati, gli occhi arrossati  e con le lacrime.

“Proprio in quel momento mi atterriva il pensiero di dover proprio io provvedere al lavaggio del cadavere, prima del trasferimento in camera mortuaria. Come lo vestiremo? Come dobbiamo riferirlo alla madre?”.

Dello stesso tenore sono le descrizioni di tutti quelli che sono presenti quella mattina e si sono precipitati ad aiutarsi l’uno con l’altro con la speranza di strappare quel bambino alla morte.

L’infermiere professionale di turno:

“Ricordo distintamente che le condizioni del bambino divennero ad un certo punto estremamente critiche.

Ricordo che uno dei medici ci riferì ad alta voce che a suo giudizio proseguire nei tentativi di rianimazione sarebbe stata una cattiveria”

La conclusione è che tutti pensano al decesso da lì a qualche minuto; tutti i presenti, dall’équipe medica al personale non medico,  sono convinti di tale evento.

E’ una situazione veramente disperata; quella situazione in cui si esauriscono le risorse della scienza; ed ecco che quel caso disperato, improvvisamente si risolve come d’incanto.

I medici e tutti i presenti  raccontano l’episodio ancora con le lacrime agli occhi, perché per tutti il bimbo  è considerato irrecuperabile.

Invece, improvvisamente, accade qualcosa di straordinario e con l’incredulità di tutti. Quel centro del respiro, probabilmente leso dalla meningococcemia, quel quadro toracico che, per ben due giorni, sino al 24, è di “tipo peggiorativo con aspetto a “vetro smerigliato ” di entrambi i campi polmonari, specie il destro, ove sembra associarsi minimo versamento pleurico”, riprendono ad ossigenare il sangue, anche se ancora non in modo perfetto, saturazione in O2 al 78% e poi al 100%; il cuore riprende la sua corsa, la pressione arteriosa è rilevabile, adeguata per perfondere adeguatamente gli organi. I parametri vitali si mantengono stabili e soddisfacenti.

Le complicanze hanno un andamento di veloce risoluzione, compresa l’insufficienza renale, E’ ovvio che nel frattempo sono state prese tutte le dovute precauzioni ed iniziato il dovuto trattamento.

Però passata la fase critica della sopravvivenza, incominciano a sorgere altri dubbi: quali saranno gli esiti? Un cervello, che, già affetto da meningococcemia, ha avuto un così lungo periodo anossico, che è stato per così lungo tempo non perfuso, che danni ha subito?

Questi interrogativi tormentano i medici;  la loro paura di trovarsi di fronte un bambino con dei deficit mentali o nervosi ha un fondamento scientifico. Infatti viene eseguito: EEG con il risultato seguente: “……. Marcate anomalie bioelettriche di tipo lento diffuse espressione di sofferenza di media entità”

Il bambino è sedato con morfina ed è curarizzato, per cui non si riesce subito a valutare la risposta del danno nervoso.

La sera del 31 gennaio, sono trascorsi appena 10 giorni,  si sospende la sedazione e la curarizzazione; riposa durante la notte.

Viene concesso ai familiari di essere presenti vicino al suo letto ed assisterlo dal punto di vista psicologico.

Ecco l’altra sorpresa che colpisce i medici. Il diario clinico del 3 febbraio riporta: “Il Paziente è stato tranquillo; vigile e cosciente”, è sempre in respiro assistito. Il pomeriggio del 4 febbraio: “Parametri vitali stabili. Paziente sveglio collaborante. Effettuato ciclo di respiro spontaneo. Il 5 febbraio: “Paziente sveglio, collaborante. Effettuato ciclo di respiro spontaneo. Non ha deficit motori”. Il 6 di febbraio: “Paziente ben sveglio, orientato, collaborante”.

Tale situazione sorprende tutti. Uno dei rianimatori:

“Confermo che, tenendo conto di tutte le complicanze cliniche accadute, si sono sospettate delle lesioni cerebrali e sono rimasto molto sorpreso della rapidità di ripresa dell’attività cerebrale (sono rimasto molto sorpreso nel vedere il bambino ancora ricoverato in terapia intensiva mentre giocava alla playstation)”.

La stessa giornata, infatti, il bambino gioca alla playstation e dialoga tranquillamente con la mamma.

La sera del 7 febbraio: “Rimosso catetere vescicale”. L’8 febbraio:  al mattino: “Paziente sveglio, collaborante. Ha urinato spontaneamente, senza catetere vescicale”. Rimane in respiro spontaneo per tutta la giornata. Il suo essere, collaborante, orientato e ben sveglio, forse troppo, viene sottolineato dal personale infiermeristico, a tal punto da “prendere in giro” qualcuno dei componenti.

Il pomeriggio del 12 febbraio 2000 alle ore 16 viene ritrasferito in Pediatria; non vi è alcun motivo per la sua degenza in Rianimazione.

Il 26 febbraio 2000 viene dimesso dalla Pediatria, guarito.

Alcune considerazioni scientifiche:

la malattia che ha colpito il piccolo Matteo Pio è una complessa e  devastante situazione clinica, che si raffigura nella MENINGITE FULMINANTE evoluta nella MULTIPLE ORGAN FAILURE SYNDROME + ACUTE RESPIRATORY DISTRESS SYNDROME  (MOFS+ARDS).

La MOFS nel paziente Colella Matteo Pio ha interessato 9, dico nove, organi; ciò è stato  dimostrato in modo chiaro ed inequivocabile. Tutto ciò è stato ammesso dagli stessi medici che lo hanno avuto in cura.

Mi sembra opportuno ricordare che la letteratura internazionale,  nella casistica della percentuale di mortalità, si ferma all’interessamento di cinque organi, perché subito dopo, cioè a sei organi, non si è mai descritta la sopravvivenza di alcun paziente in quanto la mortalità è del 100%.

I Pazienti affetti da MOFS con interessamento di tre organi e che riescono a superare tale grave situazione clinica,  vengono considerati dei sopravvissuti ed hanno una ripresa molto, ma molto, lenta. Certamente questi pazienti non si svegliano, come è accaduto a Matteo Pio Colella, in circa 10 giorni chiedendo di succhiare un ghiacciolo alla Coca Cola e di giocare alla Playstation, pur essendo affetto, ribadisco, da: meningite fulminante + MOFS, con interessamento di 9 organi, ed ARDS. Il coma è stato così lungo perché  farmacologicamente indotto, ma nel momento in cui si sono sospese la curarizzazione e la sedazione con morfina e quindi il coma farmacologico, dopo circa dieci giorni, il bambino si sveglia come se non avesse avuto nulla e, appunto, chiede di gustare un ghiacciolo alla coca cola e di avere una playstation, che gli viene portata e con cui si mette a giocare; tutti noi sappiamo che attenzione e concentrazione richiede un gioco di tale portata al  “computer”; il bambino riesce a farlo ed anche bene, al punto da sfidare i medici in tale competizione.

Gli organi interessati dalla MOFS sono:

1 – Sistema nervoso.

2 – Apparato cardio-vascolare.

3 – Apparato respiratorio, con ARDS.

4 – Apparato urinario.

5 – Fegato.

6 – Apparato gastro-intestinale.

7 – Sangue e sistema coagulativo.

8 – Apparato endocrino, surreni.

9 – Cute.

ECCO L’ELENCO NUMERICO E NOMINALE DEGLI ORGANI INSUFFICIENTI CONTEMPOANEAMENTE, RESTIAMO SEMPRE PIU’ PERPLESSI, SORPRESI, OSEREI DIRE, INCREDULI DI QUESTA STRAORDINARIA GUARIGIONE. L’UNICO  ESITO PERCHE’ POSSA ULTERIORMENTE STUPIRCI  SONO MINUSCOLE CICATRICI.

Dr Pietro Gerardo Violi – medico chirurgo

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Il miracolo della beatificazione di padre Pio

Nell’esaminare le guarigioni, che vengono riferite come miracolose, ottenute dal Signore per l’intercessione di Padre Pio, cerco di essere il più possibile asettico e di vestirmi solo della mente dello scienziato; la mia rigidità è persino esagerata. Mi sono lasciato guidare dai fatti, senza nulla aggiungere, né togliere e discutere; di fronte ad un malato guarito in modo “miracoloso” mi sono sempre comportato come davanti ad un malato ordinario. Esamino il caso senza alcuna prevenzione, valutando l’insieme degli argomenti.
Nell’esaminare sia la guarigione della signora Consiglia De Martino sia altre guarigioni ottenute per l’intercessione di Padre Pio, il mio scrupolo è divenuto sempre più eccessivo.
Anche se, più volte, ho pensato che fosse giusto fondere la mia mente di uomo di scienza con quella di uomo di fede.
Dal punto di vista scientifico mi attengo a dei parametri di valutazione ben precisi, perché una guarigione possa dirsi straordinaria.
Dr. Pietro Gerardo Violi

Il fatto: guarigione della sig.ra Consiglia Di Martino

varie_Achieva-1.50-T6_590CONSIGLIA DE MARTINO è nata a Salerno il 20-01-1952, è casalinga, coniugata dal 1972 con Antonio Rinaldi, commerciante. All’atto del Processo il padre è vivente e gode di buona salute. La madre è deceduta all’età di 50 anni per tumore cerebrale.
Rivedendo l’anamnesi patologica relativa al ricovero del primo novembre 1995, riporto le parti più salienti.
La sera del 31 ottobre 1995, la Paziente, dopo due giorni di stress psico-fisico, per l’assistenza in ospedale ad uno zio, mentre cenava in casa di una parente, accusò, dopo un accesso stizzoso di tosse, una sensazione dolorosa, definita come “strappo”, “fitta”, localizzata nella parte alta dell’emitorace di sinistra, regione sternale, sopraclaveare. La paziente attribuisce il malessere alla intensa attività fisica espletata per l’assistenza a questo parente gravemente ammalato e poi deceduto. Nelle 48 ore precedenti, infatti più volte sollevò e aiutò a cambiare di posizione l’ammalato. Durante uno di questi sforzi, avvertì un dolore lancinante al petto come uno strappo. Ritornata al proprio domicilio, incominciò ad avvertire sensazione di malessere generale.
La mattina successiva, 1 novembre 1995, avvertì un mal definibile come sensazione di oppressione al petto, per cui riparò in casa della sorella Carmela. Qui si accorse, poco dopo, di un “senso di gonfiore” nella zona sopraclaveare sinistra ed un senso di soffocamento. Controllandosi allo specchio, notò, in tale sede una grossa tumefazione, della grandezza di un’arancia. Pertanto, spaventata, si fece accompagnare immediatamente, dal cognato Luigi Rinaldi, al Pronto soccorso degli Ospedali Riuniti di Salerno “S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona”. Appena giunta, il sanitario di guardia, dottoressa Silvana Anzalone, dispose l’immediata esecuzione di una TC total body senza mezzo di contrasto. L’esame evidenziò:
“Presenza di raccolta fluida in sede latero-cervicale sn che si estrinseca in sede sopra e sotto-claveare omolaterale, comprimendo e dislocando le strutture viciniori verso il controllato. Disomogeneità con presenza di fluido anche in sede mediastinica e retrocrurale. Presenza di raccolta fluida della stessa densità di quella trovata a livello cervicale, nel retroperitoneo mediano adesa ai grossi vasi, agli psoas ed agli ureteri”.
Prontamente venne ricoverata presso la III Divisione di Chirurgia Generale ove, all’esame obbiettivo, le venne riscontrata la tumefazione, che il Medico descrive nel modo seguente: in fossa sopraclaveare sinistra presenta una tumefazione mobile, molle, fluttuante, non aderente ai piani sottostanti; di carattere non infiammatorio, ricoperta da cute normale. Nella serata del medesimo giorno, per meglio precisare la diagnosi, dopo alcune ore, la Paziente fu sottoposta a nuovo esame TC total body con mezzo di contrasto. Il secondo esame conferma il dato già acquisito.
“Si conferma quanto rilevato all’esame diretto con la presenza della raccolta fluida in sede latero-cervicale, sopra e sotto-claveare sinistra, mediastinica, retrocrurale e retroperitoneale mediana. Segni di compressione sulle strutture mediastiniche con modica dislocazione verso il controllato”.
Le caratteristiche semeiologiche: tumefazione mobile, fluttuante; di sede: regione sopraclaveare sinistra; le indagini strumentali eseguite, in particolare la TC, che definiscono la particolare localizzazione del versamento, sopraclaveare, mediastino posteriore, retroperitoneale, inequivocabilmente hanno fatto pensare ad una lacerazione e successiva rottura del dotto toracico. D’altronde, come con grande oculatezza, fu, poi, posta la diagnosi alla dimissione, avvenuta dopo cinque giorni, senza aver effettuata alcuna terapia né medica, né tantomeno chirurgica, evacuativa e/o diagnostica.
Infatti il giorno successivo, il caso venne esaminato dal Primario della Divisione. Egli prese visione delle TC eseguite, visitò la sig.ra De Martino e pose diagnosi di rottura o lacerazione del dotto toracico conseguente a trauma con imponente versamento di liquido linfatico, stimato in circa due litri, e pose, inoltre, indicazione ad un intervento chirurgico non essendo attuabile alcun’altra terapia.
Per poter meglio comprendere il caso clinico e dare una giusta comprensione al tutto, in quanto, talvolta, qualcosa potrebbe apparire lacunosa, credo sia opportuno ricordare brevemente la fisiologia e l’anatomia della linfa, della circolazione linfatica e dei canali collettori linfatici.
In condizioni ordinarie la linfa si forma a partire dal liquido intercellulare, fuoriuscito in eccesso dai capillari, aumentato a livello del tratto intestinale, del fegato, e del cuore.
La quantità di linfa che si forma è discontinua e variabile, comunque è stata calcolata intorno a 4 ml/min/Kg; alcune sostanze possono aumentare tale produzione o con un’azione lesiva sull’endotelio capillare o variando le pressioni oncotiche. Viene prodotta, specialmente nel primo caso, una linfa oseremmo dire “più densa”, con abbondante contenuto proteico.
La composizione della linfa varia secondo il territorio dal quale proviene; la linfa proveniente dall’intestino, contiene prodotti di assorbimento , oltre a contenere i materiali elettrolitici cristalloidi identici a quelli del plasma; praticamente è nella stessa concentrazione, in proteine lievemente inferiori, anche se quella del dotto toracico giunge a possedere quasi tante proteine quanto il plasma ed uguali ad esse.
La linfa del dotto toracico è particolarmente ricca di grassi, ai quali deve il suo aspetto lattescente, tale aspetto è specialmente accentuato durante il periodo di assorbimento intestinale. Contiene inoltre gli elementi figurati, praticamente la quasi totalità di linfociti. La densità della linfa è leggermente superiore a quella del plasma. La viscosità è alquanto inferiore di quest’ultimo.
Tra le altre funzioni vi è quella di trasporto delle proteine, di queste particolarmente l’albumina, sfuggite al compartimento vascolare; se non avvenisse tale trasporto ci sarebbe un accumulo nello spazio interstiziale di tali proteine che agirebbero aumentando la forza oncotica; si verrebbe a creare un edema progressivo per richiamo continuo di acqua in tale sede.
Per tali caratteristiche una volta che si crea uno spandimento nelle cavità o una stasi nell’interstizio, vedi elefantiasi arti inferiori, così detto “edema duro”, il riassorbimento avviene molto, ma molto lentamente, oppure diventa saccato.
Vorrei soffermarmi brevemente sull’anatomia dei canali collettori linfatici: il dotto toracico ed il dotto toracico di destra.
Il dotto toracico rappresenta il tronco collettore di tutti i linfatici del corpo, ad eccezione di quelli che provengono dall’arto superiore destro, dalla metà destra, della testa, del collo e del torace, che vanno a formare il condotto linfatico di destra.
Il dotto toracico nasce nella parte superiore della cavità addominale, come continuazione di una formazione sacciforme, la cisterna del chilo, o cisterna del Pecquet, che rappresenta il punto ove confluiscono tutti i tronchi linfatici sotto-diaframmatici. Da qui il dotto toracico attraversa il diaframma passando attraverso l’orifizio aortico ed arriva nel mediastino posteriore, che percorre verticalmente. Uscendo dal torace, giunge in corrispondenza della base del collo, a sinistra, ove termina sboccando, il più delle volte, nel punto di confluenza della vena giugulare interna con le vena succlavia.
I suoi rapporti: la cisterna del Pecquet, da dove nasce il dotto toracico, è situata profondamente. posta al davanti della colonna vertebrale, al di dietro dell’aorta, tra i due pilastri del diaframma. Il segmento cervicale del dotto toracico è posto nello spazio indicato quale trigono dell’arteria vertebrale. Il tratto terminale di questo segmento ha la forma di un arco con concavità inferiore. Il dotto comincia a piegarsi in avanti e lateralmente per contornare l’apice del polmone, ad un’altezza che corrisponde al margine inferiore della settima vertebra cervicale; qui viene ingrossato dai tronchi, giugulare, succlavio, bronco-mediastinico, si dilata a formare un’ampolla; poi si restringe di nuovo, proprio nel punto ove sbocca nel sistema venoso. Una piccola osservazione: nel vivente, assai spesso, il sangue venoso si spinge nell’ampolla, nonostante la presenza di due valvole, che si trovano nel punto di sbocco del condotto.
La terapia praticata e che viene riportata in letteratura è quella chirurgica; infatti, la risoluzione si ha sempre dopo la legatura del dotto associato al drenaggio toracico.
Già dalla mattina del 2 novembre, le condizioni cliniche evolvono in maniera inaspettatamente favorevole, senza che venga praticata alcuna terapia medica né tanto meno un intervento chirurgico. La tumefazione si riduce più della metà e la sintomatologia soggettiva regredisce completamente.
Il fatto che sia stato un episodio clinico acuto lo dimostra, oltre che la sintomatologia avvertita dalla Paziente e le indagini strumentali, anche l’esame emocrocitometrico eseguito il giorno 01-11-1995
Alla Paziente, ribadisco, non viene effettuata alcuna terapia né medica, né chirurgica.
Gli esami ematochimici, ricontrollati Il giorno dopo, cioè il 2-11-1995, risultano nella norma.
Il giorno 3 novembre la tumefazione è completamente scomparsa e la paziente asintomatica. In tale data si può datare la guarigione, secondo tutte le testimonianze raccolte.
La malata fu comunque trattenuta in ospedale per l’esecuzione di altri accertamenti.
Il giorno successivo, 4 novembre, un esame ecografico non evidenzia raccolta a livello addominale e la radiografia del torace, dopo circa tre giorni, recita: “Allo stato attuale non c’è esistenza di raccolte”
Lunedì 6 novembre viene eseguito un nuovo controllo TC total body con mezzo di contrasto: “Non alterazioni densitometriche parenchimali focali cerebrali. In asse le strutture della linea mediana. Sistema ventricolare regolare. Non alterazioni densitometriche parenchimali polmonari focali. Non tumefazioni linfonodali alle stazioni ilo-mediastiniche. Epatomegalia a densità omogenea. Milza, pancreas e reni senza evidenti lesioni focali. Non visibilità di processi espansivi in pelvi. Non raccolte latero-cervicali, mediastiniche od in addome. Non significative tumefazioni linfonodali alle stazioni addomino-pelviche”.
Persistendo condizioni di completo benessere, la paziente De Martino Consiglia viene dimessa dall’ospedale clinicamente guarita.
La diagnosi alla dimissione è stata così formulata: “Spandimento di liquido dalla fossa sovraclaveare sn lungo il mediastino posteriore ed il retroperitoneo fino allo psoas di sn di sospetta filtrazione traumatica del dotto toracico al suo sbocco”.

Ci troviamo, per le sue caratteristiche, di fronte ad un chilotorace con spandimento in retroperitoneo, qualunque sia stata la causa, anche se la clinica fa pensare ad un fatto traumatico.
La linfa per le sue caratteristiche, prevalentamente per la pressione oncotica, legata alle proteine (dalla cartella clinica risulta una riduzione delle proteine sieriche totali) prevalentamente albumina, ed altri componenti, simili a quelli plasmatici, come riferito nella premessa, determina un aumento di liquidi nel comparto dove avviene lo spandimento, salvo che non venga drenata. In questo caso, non solo non vi è stato un aumento del versamento nelle cavità in cui vi era linfa, ma al contrario una scomparsa così rapida, avvenuta in modo inspiegabile clinicamente e scientificamente, con la guarigione clinica della Paziente CONSIGLIA DE MARTINO.
La guarigione della signora Consiglia De Martino è una guarigione repentina e ritenuta eccezionale dai medici testimoni e dai vari periti per la modalità con cui è avvenuta.
L’eccezionalità che la caratterizza è legata alla pressoché immediata, completa e spontanea scomparsa di una ingente quantità di liquido, stimata in circa due litri, che per la sua composizione e per il suo elevato contenuto di sostanze, sicuramente non è suscettibile di riassorbimento spontaneo.
La risoluzione spontanea della patologia permette di evitare l’intervento chirurgico già programmato perché inizialmente ritenuto indispensabile ai fini della guarigione clinica: già nelle prime 24 ore di degenza, la sintomatologia soggettiva regredisce spontaneamente tanto che la paziente diviene completamente asintomatica e il giorno 3 novembre all’esame obiettivo, la tumefazione non è più rilevabile. Gli esami di controllo, come abbiamo già detto, eseguiti nei giorni successivi, confermano una evoluzione favorevole della patologia non evidenziando più la presenza di spandimento liquido.
Dopo la dimissione vengono eseguiti numerosi controlli clinici e strumentali da cui si evince che la guarigione è stata completa e duratura nel tempo.

La beatificazione di Padre Pio, avvenuta a Roma il 2 maggio 1999.

Dr Pietro Gerardo Violi – Medico Chirurgo

Leggi anche  l’articolo Il miracolo della canonizzazione di Padre Pio

Alle origini del sollievo della sofferenza

 

Introduzione
The origins of the relieve of suffering

Padre Pi’s desired to rilieve human suffering came true, on 5th May 1956, with the opening of the Hospital “The Home for the relief of Suffering”. This was a very ancient desire: it began when Padre Pio was young. The author feels this assertion, looking at some episodes of Francesco Forgione’s (our Padre Pio) childhood and some of the essays he wrote when he was at school, in 1902, when he was only fifteen. In one of his compositions Francesco describes himself as a boy who gives half a penny to a miserable man. In another one he gives a coin to poor child, to allow him to buy some bread and medicines for his unhealthy mother. In a third one he places himself as the leader of a group of people collecting money for a poor little orphan. In the last writing, analysed, Francesco describes the charity shown by some nuns and priests in a hospital. It seems the anticipated description of his hospital, opened on 5th May 1956.

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In ogni ammalato vi è Gesù che soffre. In ogni povero vi è Gesù che langue. In ogni ammalato povero vi è due volte Gesù che soffre e che langue. (San Pio da Pietrelcina)

Non ho la presunzione di scrivere in modo dettagliato del rapporto di Padre Pio con il sollievo della sofferenza. Mi limiterò ad indicare quelle che per me sono le origini del suo desiderio di alleviare le pene dei fratelli, tenendo presente che per  lui l’amore per il bisognoso era ed è tuttora una delle molle del suo costante cordiale rapporto  con l’umanità.

Quando si parla o si scrive di Padre Pio, è necessario farlo con cognizione di causa, perché è giusto che lo si veda quale veramente è stato e quale veramente è, e non come noi vorremmo che fosse. Bisogna presentare il Padre santo nella sua essenza, conosciuta attraverso  i suoi pensieri, chiaramente espressi nella vita e negli scritti.

Visitando e rivisitando i luoghi del piccolo borgo rurale, in cui egli è nato;  andando con la mente ai tempi e alle condizioni di vita, in cui e con cui egli è vissuto, si capisce come in lui, prescelto dal signore, sia nato, fin da quando era bambino, il germe del desiderio di aiutare gli altri, di alleviare le sofferenze dei fratelli.

La cognizione di questa missione, affidatagli dal Signore, è andata via via crescendo in lui, man mano che aumentavano le sue conoscenze. Col passare degli anni, egli percepiva sempre  più distintamente che la sofferenza e l’indigenza sono elementi dominanti nel mondo.

In quei luoghi, in cui è nato, fra quelle tante pietre, da cui prende origine il nome del suo paese, avvenne quel cammino formativo voluto dal Signore. In quel  semplice pastorello si compì il disegno del cielo per il bene dell’umanità e si realizzò un messaggio forte alla chiesa.

Padre Pio stesso ci dice:

«L’ha voluto Gesù ed è avvenuto tutto lì».

Considerando le circostanze della nascita di Padre Pio, non si può non notare due particolari di significativa importanza: il nome, dato a questo bambino, e il nome della  chiesuola, in cui egli fu battezzato. Assonanza meravigliosa fra due Francesco: quello di Assisi e quello di Pietrelcina; e assonanza non meno meravigliosa tra due chiesuole, denominate entrambe “Santa Maria degli Angeli”:  quella dell’ Umbria, in cui il Poverello visse la sua meravigliosa esperienza spirituale, e quella della Campania, in cui il primo sacerdote stimmatizzato fu incorporato a Cristo.

Il primo suo aiuto, nel sollievo della sofferenza, Francesco Forgione lo diede ai suoi genitori: dapprima al padre, Grazio Maria, e poi alla mamma, Maria “Peppa”. Lavorò nei campi per alleviare le ristrettezze economiche, che poi costrinsero il padre a partire per l’America, in cerca di fortuna per guadagnare qualcosa in più a favore della sua a famiglia cresciuta di numero.

Visitando i luoghi, in cui Padre Pio è cresciuto, ci si rende conto del  contrasto notevole esistente tra la sua figura di  benefattore dell’umanità e la  povertà estrema di quell’ambiente. Nel contempo, però, si apprezza la grandezza di Dio, che scelse quel pastorello per fare arrivare al mondo, a sollievo dei bisogni e delle sofferenze umane, immense ricchezze, da lui neanche toccate.

Abbiamo detto che Padre Pio fu  prescelto dal Signore per alleviare le sofferenze, spirituali e materiali dell’umanità.

Una prova dell’adempimento di questa sua missione risale al 1896, quando egli aveva nove anni. Andato col papà ad  Altavilla Irpina,  in pellegrinaggio, al santuario di san Pellegrino, assistette ad una scena straziante: accanto a lui c’era una povera madre, che aveva tra le braccia il figlioletto deforme. Quella madre sconsolata piangeva a calde lacrime e pregava san Pellegrino per ottenere la grazia della guarigione della sua creatura.

Raccontando l’episodio, Padre Pio era solito dire:

«Mi immedesimai nel dolore di quella donna e unii lei mie preghiere alle sue».

La grazia fu ottenuta.

Era uno dei  primi germi di quel seme del «sollievo della Sofferenza», dal quale nascerà un bosco immenso di piante, alla cui ombra si ripareranno   migliaia, milioni, di anime. Era una delle prime gocce di quella sorgente meravigliosa, dalla quale sgorgheranno sorgenti d’acque fresche, che disseteranno innumerevoli persone e famiglie, arrecando loro conforto e sollievo.

A nove anni, dunque, era già forte in lui, il desiderio di sollevare le altrui sofferenze. Una attenta lettura dei suoi scritti giovanili ci conferma questa constatazione e ci indica la misura, secondo la quale quel desiderio cresceva e si rafforzava.

A quell’epoca, cioè all’età di nove anni, Francesco  non aveva frequentato la scuola pubblica, ma, come accadeva spesso a quei tempi, era andato da un contadino, un po’ più istruito degli altri, il quale, la sera, vicino al  focolare, gli insegnava a leggere e a scrivere. Il metodo di quel “maestro” era quanto mai primitivo e rudimentale.

Sembra che un “pettanacanne”, un certo  Mandato Saginario, abbia insegnato a lui ed ai  bambini di Pietrelcina i primi rudimenti scolastici.

Ma Francesco  voleva farsi «monaco con la barba», Per attuare il suo desiderio doveva  raggiungere i quindici anni di età  e aver compiuto gli studi ginnasiali. Era necessario, quindi, affidarlo ad un vero maestro, che lo preparasse adeguatamente al suo futuro genere di vita.

A questo punto compare alla sua guida un maestro all’altezza della situazione, Domenico Tizzani, il quale, però, viveva in una situazione morale inaccettabile: “prete spogliato”,  conviveva con una donna, che gli aveva dato una figlia. L’incontro con Francesco rappresentò lo scontro di due idee diverse, di due modi antitetici di vivere la  propria esistenza.

Il piccolo Francesco passava la sua giornata  fra casa e scuola, campagna e chiesa. Correva a servire messa e si terrorizzava, quando sentiva bestemmiare. Intanto continuava a ripetere, a fra’ Camillo e al padre Grazio, che, come detto, voleva farsi “monaco con la barba”.

Francesco non poteva contrastare l’uomo Tizzani. Ricorse, perciò, ad uno stratagemma. Forse per farsi togliere da lui, smise di studiare o almeno non era pronto a rispondere alle domande del maestro. Perciò Domenico Tizzani ne informò mamma Peppa, dissuadendola dal mandare il figlio a scuola. Sarebbe stato più opportuno spedirlo nei campi a guardare le pecore anziché continuare a  farlo studiare.

Il papà Grazio era partito per l’America per mantenere Francesco agli studi. Perciò tutta la responsabilità cadeva sulla mamma, la quale, in verità, non era convinta di ciò che Domenico Tizzani sosteneva. Tuttavia tolse il figlio dalla sua guida e gli  cercò un nuovo insegnante: Angelo Càccavo.

In un primo momento, per vari motivi, il maestro Caccavo oppose un rifiuto; ma poi, dietro le insistenze della famiglia Orlando, in modo particolare di Giulio, suo cognato, cedette ed accettò Francesco come  scolaro. Era l’anno 1901, quando il giovane  Forgione aveva quattordici anni.

La situazione si normalizzò. L’apprendiamo da una lettera dello stesso Francesco, scritta, il 5 ottobre 1901, al padre ancora  in America:

«Da che mi trovo sotto la guida del nuovo maestro, mi accorgo di progredire di giorno in giorno per cui siamo contentissimi tanto io che la mamma». 1) Epist. IV, 934

Di questo maestro Padre Pio ebbe sempre un sincero ed affettuoso ricordo. Da parte sua il maestro Caccavo ricambiò il Padre di eguale affetto e più volte venne a San Giovanni Rotondo per vederlo e intrattenersi a colloquio con lui. Una lettera di Padre Pio dell’11 maggio 1919 lo conferma: «

Carissimo signor maestro…..,  io vi ricordo sempre nelle mie deboli preghiere… . Mi stimerei felicissimo, se potessi rivedervi, riabbracciarvi per l’ultima volta qui».

È un invito di Padre Pio ad incontrarlo a San Giovanni Rotondo. Conclude la lettera:

«Vi abbraccio di cuore, pregando che la divina grazia vi preservi e vi sostenga» 2)Ibidem, p.702.

L’idea di aiutare praticamente i bisognosi e i sofferenti era ben chiara e manifesta in Francesco, fin dalla sua fanciullezza. Lo si evince dallo svolgimento delle tracce dei temi del 1902, quando egli aveva appena quindici anni.

I primi componimenti giunti fino a noi sono di questo periodo.

La raccolta, curata dal padre Gerardo Di Flumeri3)Lavori scolastici.,  si apre con un componimento, che riguarda l’importanza dello studio e della conoscenza della sapienza, e che Francesco  svolse alla scuola del maestro Càccavo.

Si legge in quel componimento, pervenutoci senza traccia:

«[……] La sapienza è quella che dà vita alla ricchezza. Studia e pensa pure che questa un giorno o l’altro potrebbe anche sfumare, mentre la sapienza rimane sempre ed accompagna l’uomo sino alla tomba, e dopo ancora.

Perciò, figlio mio, studia […..]»4)Ibidem, 63

E’ un invito a sé stesso,  che lo ha accompagnato per tutta la vita. Si rileva dal penultimo paragrafo dello stesso tema, che dice:

« [….] procura poi di non dovere più dispiacere alla tua buona genitrice»5)Ibidem..

Sembra un ricordo del periodo di insegnamento del maestro Domenico Tizzani.

Quel che colpisce la nostra mente, nel leggere i componimenti scolastici di questo periodo, è l’animo di Francesco. Quando descrive la sofferenza, si immedesima talmente in essa da provare forte dolore e s’impegna a voler trovare, ad ogni costo, un mezzo per alleviarla. Ripetiamo che tali componimenti risalgono al 1902, quando Francesco aveva quindici  anni e frequentava  il primo anno di scuola col maestro Càccavo.

Ma vediamo come in essi l’idea del sollievo della sofferenza si manifesti e si sviluppi.

Molti la fanno risalire ad altri periodi della sua vita. Così il citato Padre Gerardo Di Flumeri, il quale addita nel 26 marzo 1914 l’origine dell’idea dell’Ospedale «Casa Sollievo della Sofferenza»6)G. DI FLUMERI, Il beato Padre Pio da Pietrelcina, Edizioni “Padre Pio da Pietrelcina”, San Giovanni Rotondo 2001, p. 313.  Infatti in una lettera scritta in quella data e indirizzata a padre Benedetto, suo primo direttore spirituale, Padre Pio scrive:

«Nel fondo di quest’anima parmi che Iddio vi ha versato molte grazie rispetto alla compassione delle altrui miserie, singolarmente in rispetto dei poveri bisognosi. La grandissima compassione che sente l’anima alla vista di un povero le fa nascere nel suo proprio centro un veementissimo desiderio di soccorrerlo, e se guardassi alla mia volontà mi spingerebbe a spogliarmi per rivestirlo.

Se so poi che una persona è afflitta, sia nell’anima che nel corpo, che non  farei presso il Signore per  vederla libera dai suoi mali? Volentieri mi addosserei pur di vederla andar salva, tutte le sue afflizioni, cedendo in suo favore i frutti di tale sofferenze, se il Signore me lo permettesse»7)Epist. I, 462 – 463.

Sembra che queste parole riecheggino lo svolgimento di un tema scritto nel 1902, e di cui, forse, nel 1914, Padre Pio aveva perso il ricordo, ma non l’idea, che gli era rimasta ben fissa nella mente.

In quel tema, la cui traccia suona così:

«Descrivete il tugurio di un mendico», Francesco, con la sua attenta osservazione, descrive particolari interessanti, che certamente avevano toccato la sua sensibilità.

«Il tugurio sembrava proprio una grotta. Il pavimento era tutto scavato; le quattro pareti tutte nere dal fumo, e ad una di esse stavano sospesi un piccolo tegame, un treppiedi ed una zucca con sale»8)Lavori scolastici, 65..

La descrizione continua:

«In un cantuccio c’era un po’ di paglia, il giaciglio[….] Ad un altro angolo vi era una piccola cassa, senza coperchio, che gli serviva per conservarvi il pane, […]»9)Ibidem.

La conclusione? – Eccola:

«L’aspetto di tale bugigattolo mi addolorò tanto che, presa una mezza lira, che avevo in tasca, la diedi al meschino»10)Ibidem.

In Francesco c’era già  il seme del sollievo della sofferenza, ma qui, in questo componimento, quel seme comincia a concretizzarsi e quasi a prendere corpo.

Intenzionalmente non abbiamo voluto commentare il suo scritto, del quale non ci siamo permessi di alterare neppure una virgola. Ci siamo limitati a riportarlo integralmente.

Ma di quel periodo vi sono altri componimenti, che confermano e rafforzano questo nostro convincimento. Essi fanno riferimento anche a medici e medicine. Così il tema, dalla traccia significativa «Chi benefizio fa, benefizio aspetti»11)Ibidem, 70 – 71., racconta di un ragazzo che, «Promosso agli esami», aveva ottenuto dal padre dei soldi per regalo. Uscito a comprare un balocco, che gli piaceva molto, per strada incontrò «un ragazzo scalzo, lacero nei panni e pallido in viso, che piangeva».  «Che hai?», Gli domandò. Il ragazzo, piangendo, rispose:

« Ho la madre ammalata da parecchi mesi, ho fame, freddo e non ho come procurarle le medicine».

Giovannino, il protagonista del componimento, «mosso a compassione, presa la moneta che aveva in tasca e gliela diede dicendo:

« Vá a comprare il pane e le medicine; perché io posso fare a meno del balocco che volevo comprare » 12)Ibidem, 71..

Nel tema n. 10 del 18 agosto 1902, ancora più appassionato ed accorato diventa l’impegno per aiutare chi soffre. La sua descrizione e il modo come quell’impegno è proposto ci danno  l’impressione che anche noi siamo partecipi dell’azione e della sofferenza.

Il tema porta la seguente traccia:

«Povera bimba! Fate nota la sua disgrazia ad un vostro amico»13)Ibidem, 72 – 74 e racconta di una ragazza che, dopo  aver perso il padre per una lunga malattia, perdette anche la mamma, gravemente ammalata da molto tempo.

L’impegno della famiglia fu notevole: «Vendettero le loro poche masserizie».

Francesco Forgione non rimase inerte e passò subito all’azione. Come? – Scrive:

«Io ed altri amici, per aiutarla, ci siamo posti a capo di una colletta, per rendere meno amara l’esistenza dell’infelice»14)Ibidem, 73 – 74..

Forse il clou di questo suo pensiero  Francesco lo raggiunge nel tema 23, la cui traccia suona così: «Scena straziante»15)Ibidem, 89 – 90. La scena è ambientata in un ospedale. Francesco, il futuro Padre Pio, scrive:

«Saliti al primo piano, entrammo in una stanza dov’era una fila di letti per bambini, assistiti da una suora di carità, che, in quel momento, accarezzava uno di loro, il quale piangeva; e per farlo acchetare, gli dava dei balocchi».

Poi continua:

«Oh quanto sono buone ed amorose quelle suore! Esse amano i bambini come se fossero loro figli, e i vecchi loro fratelli e sorelle».

Sembra di vedere l’attuale ospedale di Padre Pio.

Lo svolgimento del componimento continua dicendo che vicino ad un ammalato grave vi era «un’altra suora ed un vecchio sacerdote» per infondere coraggio e rassegnazione. «La povera suora sentivasi spezzare il cuore… , perché lo stato dell’ammalato era disperato».

L’ammalato muore. Francesco Forgione, il futuro Padre Pio, così conclude:

«Chi può immaginare il dolore che provai a quella scena? Per due giorni non mi fece cuore di mangiare, tanto ero rimasto scosso a quella vista straziante»16)Ibidem, 90.

***

Padre Pio si trova di fronte al mistero del dolore, incomprensibile per la mente umana. Mistero assurdo!

Per lui, però, che era entrato nel Trascendente, il  mistero non era né incomprensibile e né assurdo.

Nella luce soprannaturale della fede, Padre Pio:

dava un significato alla sofferenza;

l’accettava perché  ne aveva capito il senso.

La nobilissima idea per il sollievo della sofferenza dell’umanità, nata in lui fin dall’infanzia, si concretizzò il 9 gennaio 1940, quando, ai dottori Mario Sanvico e Carlo Kiswarday, manifestò il suo pensiero di voler erigere un’opera ospedaliera. Senza non molte difficoltà, passò all’atto pratico, il 19 maggio 1947, quando iniziarono i lavori per la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza. Il 5 maggio 1956, il cardinale Lercaro benediceva e inaugurava l’opera.

Ci piace ricordare le parole dette da Padre Pio ai medici, il giorno seguente l’inaugurazione del suo ospedale:

«Voi avete la missione di curare il malato; ma se al letto del malato non portate l’amore, non credo che i farmaci servano molto. Portate Dio ai malati: varrà di più di qualsiasi altra cura. Nel malato voi curate Cristo; nel malato povero voi curate Cristo due volte! ».

Per il sollievo della sofferenza, oltre i Gruppi di preghiera e la Casa Sollievo della Sofferenza, ci sono altre numerose opere.

Tutte  hanno Lui come autore e promotore.

Pietro Gerardo Violi
Medico chirurgo IIRCCS Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza

Note   [ + ]

1. Epist. IV, 934
2.Ibidem, p.702
3.Lavori scolastici.
4.Ibidem, 63
5.Ibidem.
6.G. DI FLUMERI, Il beato Padre Pio da Pietrelcina, Edizioni “Padre Pio da Pietrelcina”, San Giovanni Rotondo 2001, p. 313
7.Epist. I, 462 – 463
8.Lavori scolastici, 65.
9, 10.Ibidem
11.Ibidem, 70 – 71.
12.Ibidem, 71.
13.Ibidem, 72 – 74
14.Ibidem, 73 – 74.
15.Ibidem, 89 – 90
16.Ibidem, 90

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