Michael Ciallella, il Babbo Natale americano da Padre Pio

Articolo disponibile anche in lingua inglese.

Si tratta di Michael Ciallella, in arte Brady White ovvero “Santa to the Stars”, il “Santa Claus” ufficiale degli Stati Uniti d’America.
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Michael Ciallella durante la messa celebrata da papa Benedetto XVI sul sagrato della chiesa di San Pio da Pietrelcina

In primavera di cinque anni fa,  a San Giovanni Rotondo, lungo il viale che porta al convento dei frati cappuccini,  incontrai un uomo  dalla barba fluente e bianchissima. Ebbi una forte sensazione di averlo già visto da qualche parte in Internet o su qualche rivista. Poi un lume si accese nella mia mente.

– Mi scusi. Lei è Santa Claus? – gli chiesi a bruciapelo.

– Oh, sì –  mi rispose lui, sorpreso e sorridente.

Mi ero imbattuto per puro caso in  Michael Ciallella, Santa Claus “ufficiale” degli Stati Uniti d’America, che a Natale 2004 accese con George Walker Bush l’albero al Groud zero di New York.

Dopo qualche breve esperienza come attore, le televisioni e le riviste  americane lo hanno ripreso o ritratto innumerevoli volte nel ruolo di Babbo Natale (il suo nome d’arte è Brady White alias Santa to the Stars) , con il suo vestito rosso bordato di bianco.

E’ apparso accanto a grandi Stars come Madonna, ZsaZsa Gabor, Silvester Stallone, John Travolta, René Russo,  oppure in pubblicità commerciali di aziende importantissime come Coca-Cola, Cartier, Visa Card, Macy’s, American Ailines e tantissime altre.

Non è il solito Babbo Natale. In lui c’è qualcosa di diverso che lo rende così  reale da indurre bambini ed adulti a pensare che il benefico personaggio esista davvero.

Da quando iniziò la sua attività nel 1969 la sua presenza è diventata richiestissima nelle manifestazioni di Carità e in tantissime occasioni speciali, esibendosi anche nella Casa Bianca. Egli è un perfetto showman.

I segreti del suo successo? La sua statura alta, i capelli color neve naturale, la barba bianca, così bella da essere stata assicurata con i Lloids di Londra, gli occhi blu scintillanti, le guance di un rosa che trasmette ottimismo e, soprattutto,  la sua personalità contagiosa.

Lo incontrai  nuovamente il 21 giugno 2009, in occasione della venuta del Papa Benedetto XVI a San Giovanni Rotondo. Mentre il Santo Padre celebrava la Santa Messa sul sagrato della Chiesa di San Pio da Pietrelcina, Mr. Ciallella con la sua voce vellutata elevò a Dio la preghiera dei fedeli in lingua inglese:

«For those who govern peoples and nations and for those responsible for social and political rights, may God, who is the fount of love and peace, direct their minds and hearts  to the quest for the common good, and to refuse all solutions of violence, mindful of the priority of the right of human life above every other value».

Il sagrato della Chiesa di San Pio da Pietrelcina era popolato da circa trentamila fedeli, sotto un cielo nero che non prometteva nulla di buono.

All’inizio della cerimonia, un’aureola di luce solare si posò su San Giovanni Rotondo, ma subito dopo la benedizione finale le nubi si ricompattarono. Un tuono improvviso scosse l’aria e si allontanò brontolando dietro le montagne. Poi giù acqua a catinelle e il fuggi-fuggi generale.

Michael Ciallella (al centro), al riparo dalla pioggia sotto il tetto della Chiesa di S. Pio da Pietrelcina

Michael Ciallella (al centro), al riparo dalla pioggia sotto il tetto della Chiesa di S. Pio da Pietrelcina

Trovammo riparo sotto la copertura sporgente della chiesa progettata da Renzo Piano, vicino all’altare e alle reliquie di Padre Pio, con i fortunati fedeli del “settore speciale”.

Eravamo dispiaciuti per quel finale fuori programma. Osservammo gli altri fedeli in difficoltà. Gli ombrelli servivano a poco. I  loro vestiti s’inzupparono, i piedi e le scarpe si trovarono immersi in  una  piena d’acqua.

La marea umana spinse pericolosamente verso l’uscita del sagrato, regolata a stento dalle forze dell’ordine e dai volontari. Poi il sagrato rimase deserto.  Aspettammo  che spiovesse, per andare via con i vestiti asciutti.

Mi guardai intorno. Pochi metri più avanti c’era anche mister Ciallella. Volevo parlargli.
Il problema della lingua creava qualche difficoltà. Ci aiutammo con i gesti. Gli chiesi se avesse piacere che io parlassi di lui nel mio sito internet.
Comprese e annuì, ma a una condizione: che io parlassi soprattutto del suo amore per Padre Pio.
Lui è un uomo umile e in questo segue le orme del Padre. Non ha sete di fama, alla quale è abituato, ma vuole essere testimone della serenità che Padre Pio è in grado di dare a coloro che in lui cercano rifugio.
Michael Ciallella è nato a Providence, nello stato del Rhode Island, da una famiglia originaria di Raviscanina, un paesino in provincia di Caserta.
Per quasi otto anni ha alternato periodi di lavoro con periodi di soggiorno nella città di San Pio e desidera tornarvi in futuro più volte all’anno.

Quando soggiorna in America il suo pensiero resta qui a San Giovanni Rotondo. Allora si connette al sito internet di Teleradiopadrepio e prega, per stare a più diretto contatto con la tomba del santo.
Da ciò s’intuisce quanto sia importante per i figli spirituali di Padre Pio sparsi per il mondo, che la tecnologia di  Teleradiopadrepio riesca a raggiungerli; e ormai li raggiunge anche attraverso la TV satellitare

Ho chiesto a Mr. Ciallella com’è nato il suo amore per Padre Pio.

La sua risposta scritta, in lingua inglese, non si è fatta attendere.

Testimonianza di Michael Ciallella

“Ho sentito parlare di Padre Pio per la prima volta nel maggio 2002, leggendo un piccolo articolo di una rivista cattolica locale intitolato “Monaco italiano stigmatizzato sta per essere canonizzato…” e non ci pensai più.
La settimana successiva sentii annunciare in televisione il programma “Monaco italiano stigmatizzato sta per essere canonizzato” e mi ricordai dell’articolo della rivista. Pensai ad una semplice coincidenza. Comunque decisi di guardare il programma. Era il  racconto della vita di Padre Pio. Ebbi la sensazione che dentro di me stesse accadendo qualcosa di nuovo, come se il mio cuore fosse stato toccato. Da allora ho imparato che non esistono coincidenze quando si tratta di Padre Pio.
Trascorsa un’altra settimana, mi trovai nella sala di attesa dei uno studio medico e mi accingevo a leggere una rivista. Era una delle più importanti riviste nazionali d’America, forse il Time o il Newsweek; comunque la pagina che si aprì parlava ancora della vita di Padre Pio. Avverttii nuovamente la sensazione che qualcuno o qualcosa mi stesse toccando il cuore. Ora so che era Padre Pio che mi stava chiamando. Sentii subito il bisogno di conoscerlo di più e di sapere come si arrivava a San Giovanni Rotondo.

Per sei mesi chiesi  informazioni a sacerdoti, ad agenti di viaggio e a chiunque entrava in contatto con me, ma inutilmente.

Nel novembre 2002 mi recai a New York per lavoro. Presi il treno da Providence, Rhode Island, dove vivo, a Penn Station a Manhattan e, appena lasciai la stazione, vidi il Convento dei Frati Cappuccini e  la Chiesa St. John the Baptist, nella 31st Street, che avevo visto tante volte, e spesso anche visitato; ma questa volta era diverso.
Entrai in chiesa per recitare una preghiera e,  notai subito un avviso riguardante un “prayer garden” in onore di Padre Pio. Non ci potevo credere, era come se Padre Pio mi tenesse per  mano e mi guidasse. Mi recai nella sagrestia e chiesi al frate se sapesse dove si trovasse San Giovanni Rotondo e come arrivarci. Era informato di tutto. Mi disse che potevo prendere il volo per Roma, poi il treno per Foggia, e da lì avrei potuto prendere un autobus per San Giovanni Rotondo.

Arrivai in Italia il 1 ° gennaio 2003; presi il treno da Roma a Foggia, ma il giorno di Capodanno gli orari erano diversi da quelli normali e persi l’ultimo autobus per San Giovanni Rotondo. Ero esausto per la lunga giornata di viaggio e pensai di trascorrere la notte a Foggia, ma qualcosa mi spinse a proseguire. Decisi di prendere un taxi. Era una notte invernale dal cielo scuro, per strada c’erano poche luci e cominciammo a salire lungo una tortuosa strada di montagna. Pensai che non sarei mai arrivato vivo a San Giovanni Rotondo. Il mio autista era un uomo abbastanza gentile ma penso che credesse di essere il famoso pilota automobilistico italo-americano Mario Andretti…  tanto più scura e ventosa era la strada, tanto più veloce lui guidava.
Padre Pio e il mio angelo custode sicuramente saranno stati con me quella notte, quindi arrivammo sani e salvi e interi a San Giovanni Rotondo. Il tassista mi lasciò proprio davanti alla Chiesa della Madonna di Grazie. Non sapevo dove andare e non c’era nessuno a cui chiedere aiuto o indicazioni. Proprio di fronte alla chiesa c’era un albergo, così sono andato a vedere se vi fossero camere disponibili. Trovandoci fuori stagione, avevano chiuso parte dell’hotel, perciò non avevano camere con riscaldamento, ma mi offrirono una stanza molto piccola, nella parte non in uso. Accettai la stanza, lasciai i bagagli e andai dritto nella chiesa della Madonna delle Grazie, giungendo appena in tempo per la Messa e la comunione. Una forte sensazione di gioia e di pace travolse il mio cuore; era come se Padre Pio avesse voluto dirmi “benvenuto, Michael.”
Il 2 gennaio passai la giornata in preghiera e meditazione, visitando l’antica Chiesa, partecipando alla messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie e pregando accanto alla tomba di Padre Pio. Quella notte, tornai nuovamente alla tomba di Padre Pio per il rosario. Nel corso dell’intera giornata sentii qualcosa di speciale nel mio cuore; non sapevo esattamente cosa fosse, ma sapevo che non avevo mai avvertito prima quella sensazione di vera pace.
Nel pomeriggio del 3 gennaio, avrei preso l’autobus per rientrare a Roma, così al mattino andai a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Dopo la messa, una donna venne da me e mi chiese se parlavo inglese; quando le dissi di sì, lei mi portò nell’Ufficio Inglesi. Bussai alla porta e sentii una voce dire “Avanti! Avanti!”. Ora so che “Avanti” in inglese significa “Entra” ma a quel tempo parlavo molto poco l’italiano e lo capivo ancora meno. Bussai di nuovo e sentii la voce ripetere a voce alta, “Avanti! Avanti! “, così aprii la porta e guardai dentro. Seduto dietro una scrivania coperta da un sacco di buste c’era un piccolo Frate Cappuccino. Quando alzò gli occhi e mi vide, esclamò: “Babbo Natale!”

Quel piccolo frate era Padre Ermelindo, il direttore dell’Ufficio Inglesi, ed ora è uno dei miei amici più cari. Era presente anche una giovane, una bella ragazza italiana, di nome Tiziana, assistente di Padre Ermelindo. Entrambi continuavano a dire che sembravo “Babbo Natale”, ma io ripetevo di non capire. Mi spiegarono che “Babbo Natale” significava “Santa Claus”.  Mi misi a ridere e dissi loro che avevo trascorso la vita giocando a “Santa Claus”. Padre Ermelido e Tiziana parlarono con me lungamente e mi mostrarono un video sulla vita di Padre Pio. Prima di lasciare l’Ufficio Inglesi, Padre Ermelindo mi benedisse con un guanto macchiato di sangue calzato da Padre Pio. Wow! Ricordo ancora la sensazione di pace che travolse tutto il mio spirito.
Lasciata San Giovanni Rotondo, trascorsi in Italia  le due settimane successive visitando Roma, Assisi e Firenze, ma Padre Pio e San Giovanni Rotondo non abbandonavano i  miei pensieri. Anche quando tornai a casa in America e ripresi la  mia routine quotidiana non riuscii a smettere di pensare al Padre.

Decisi di tornare nella “terra di Padre Pio” per Pasqua, trascorrendo una decina di giorni a San Giovanni Rotondo, non trascurando di riservare un giorno di viaggio con Padre Ermelindo  a Pietrelcina, città natale di Padre Pio.
Tornato nuovamente in America, pensai, ok! Sono andato, ho passato un periodo abbastanza lungo a San Giovanni Rotondo, ho visto tutto e subito, e sicuramente quelle sensazioni di essere “chiamato” sono fuori dai miei schemi mentali; non sapevo che Padre Pio avesse altri piani.
Quando si è “chiamati” da Padre Pio, è impossibile ignorarlo. Ancora una volta, ritornai a San Giovanni Rotondo, questa volta per un mese, e poi due mesi e così via. Ora vi trascorro circa sette mesi l’anno e vorrei che potessero essere di più.
Padre Pio sembrava stare sempre con me, sempre mi chiamava, mi portava sempre più vicino a lui e a Nostro Signore e alla Nostra Madre Benedetta. Non riuscivo a capire perché Padre Pio mi avesse scelto perché io ero un peccatore, avevo vissuto a Hollywood e New York, avevo vissuto in quella che si potrebbe chiamare la “fast lane” (corsia veloce), mantenendo rapporti con celebrità di Hollywood e con l’élite sociale del mondo. Volando su jet privati, viaggiando in limousine, soggiornando in alberghi a quattro stelle, la mia vita era trascorsa circondata da sfarzo e glamour, avevo vissuto in un mondo molto materiale e pensavo di essere felice.
Non fraintendetemi, ho sempre creduto in Dio, nei santi e nella Chiesa cattolica. Ho pregato, ho assistito alla messa settimanale e mi sono confessato, ma mi mancava qualcosa. Quando ho conosciuto Padre Pio, ho conosciuto una vera fede e il significato dell’amore. L’amore per i nostri fratelli e sorelle; ho capito che tutti noi ci troviamo qui per servire e amarci l’un l’altro. E’ attraverso Padre Pio che ho trovato la vera felicità e la gioia nella mia vita.
Provo infinito amore per Padre Pio. Ho fede infinita in Padre Pio. Ho devozione infinita di Padre Pio. In diverse occasioni, ho visto e sperimentato in prima persona l’intercessione di Padre Pio. Tutto è possibile con l’aiuto di Padre Pio.

Sono molto felice quando diffondo il nome di Padre Pio. Quando sono a San Giovanni Rotondo, mi dà grande gioia mostrare alle persone i luoghi in cui Padre Pio ha vissuto, lavorato e pregato per cinquanta anni. Sono grato per le numerose grazie ricevute da Dio per intercessione di Padre Pio.
Nella vita, dobbiamo tutti amare il Vangelo, diffondere la parola di Dio ai nostri fratelli e sorelle. Il mio programma televisivo su Tele Radio Padre Pio, “Hello from San Giovanni Rotondo”, mi fa entrare in contatto con le persone di lingua inglese in tutto il mondo.

E’ gratificante per me leggere le email dei telespettatori che rimangono toccati, ed è più sconfortante quando mi chiedono di ricordare le loro intenzioni, nelle mie preghiere a Padre Pio.

Non tutte le intenzioni per un miracolo sono accolte; altrimenti, i miracoli non sarebbero nulla di speciale. Quello che so è che forse non riceviamo esattamente ciò che chiediamo, ma ciò che si riceve è la forza, il coraggio e la pace per affrontare la strada che Dio ha scelto per noi.

Padre Pio ci mostra con il suo esempio che la fede e la fiducia in Dio è l’unico modo e pregare, pregare, pregare.”

Brady White aka "Santa to the Stars" to Padre Pio

 

Articolo disponibile anche in lingua italiana.

It’s Michael Ciallella, or Brady White aka “Santa to the Stars”.
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Michael Ciallella durante la messa celebrata da papa Benedetto XVI sul sagrato della chiesa di San Pio da Pietrelcina

In the spring of five years ago, in San Giovanni Rotondo, along the avenue leading to the convent of Capuchin friars, I met a man with a flowing white beard. I had a strong feeling that I’d seen him somewhere before on the Internet or in the newspapers. Then a light was turned on in my mind.
Excuse me. Are you Santa Claus? – I asked him straight blank.
– Oh, yes – he answered me, surprised and smiling.
I stumbled by pure chance into Michael Ciallella, Santa Claus “official” in the United States of America, which at Christmas in 2004 switched with George Walker Bush, the tree at groud zero in New York.
After a brief stint as an actor, television and magazines have taken over the American or portrayed countless times in the role of Santa Claus (His professional name is, Brady White aka Santa to the Stars) with his red dress edged in white, next to great Stars like Madonna, ZsaZsa Gabor, Silvester Stallone, John Travolta, Rene Russo, or in advertising for commercial companies as important, Coca-Cola, Cartier, Visa Card, Macy’s, American Airlines and many others.
He is not the usual Santa Claus. In him there is something different that makes it so real as to lead children and adults to think that the beneficial character really exists.

Since he started his activities in 1969, his presence is requested at Charity events and other special occasions, he has appeared at The White House. He is a masterful showman.

The secrets of his success? His high stature, his natural snow white hair and beard, so beautiful to have been insured with Lloyds of London, sparkling blue eyes, the cheeks of a rose which transmits optimism and, above all, his contagious personality.

We meet again on 21 June 2009 on the occasion of the arrival of Pope Benedict XVI in San Giovanni Rotondo. While the pope celebrated Mass on the parvis of the Church of San Pio da Pietrelcina, Mr. Ciallella with his velvety voice rises to God, in English, the prayers of the faithful:

“For those who govern nations and peoples and for those responsible for social and political rights, may God, who is the fount of love and peace, direct their minds and hearts to the quest for the common good, and to refuse all solutions of violence , mindful of the priority of the right of human life above every other value. ”

The churchyard of the Church of Saint Pio of Pietrelcina is populated by about thirty thousand faithful.

After the blessing, the ceasefire ceases to bad weather, which lasted for the duration of the ceremony. The clouds, which strangely had open for a while ‘, forming an halo sunlight on San Giovanni Rotondo, regrouped and you suddenly take on a dark color. A sudden thunder shakes the air and goes away muttering behind the mountains. Then a downpouring a general stampede.

We found shelter under the cover outside of the church designed by Renzo Piano, near the altar and the shrine of Padre Pio, with the lucky few of “special”.

We are sorry for that final out of the program. We observe the faithful in difficulties. Umbrellas were used by little, their clothes were drenched shoes and feet were submerged by the flooding of water. A true open-air shower! The human tide procession moved towards the exit of the churchyard, was regulated by police and volunteers. Then the churchyard remains desert. We waited till it stopped raining to leave with the clothes dry.

I look around. A few meters further on there is also Mr. Ciallella. I want to talk.

The pitfall of the language creates some difficulties. We help with the gestures. I ask him if he pleased that I speak of him in my site.

He understood and nodded, but on one condition: that I spoke mainly of his love for Padre Pio.

I realized that he is a humble man and that this follows in the footsteps of the Father. He has no thirst for fame, which is used to, but want to be a witness to the serenity that Padre Pio is able to give to those who seek refuge in him.

Ciallella Michael was born in Providence, the state of Rhode Island from a family originally from Raviscanina, a village in the province of Caserta.

For nearly eight years of alternating periods of work with periods of residence in the city of San Pio and has to return several times a year in the future.

When he stays in America his thought is here in San Giovanni Rotondo. He then connects to the site via the Internet Teleradiopadrepio, pray for a more direct contact with the tomb of the saint.

From his words you can understand how important it is for the spiritual children of Padre Pio around the world, that the technology can achieve Teleradiopadrepio now also via satellite, as well as through the internet.

I asked Mr. Ciallella how his love for the Father came out. His answer in writing was immediate.

The witness of Michael Ciallella

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Mr. Michael Ciallella al riparo dalla pioggia sotto la tettoia del Santuario di San Pio da Pietrelcina.

“The first time I heard the name Padre Pio was in May 2002, I was reading the local catholic paper and saw a small article that said “Italian monk with stigmata to be canonized…” I thought nothing of it.

One week later, at the very moment I turned on the television, I heard the words “Italian monk with stigmata to be canonized,” I remembered the article I had read the week before and thought that it was just a coincidence, so I decided to watch the program. It was the life story of Padre Pio and I remember feeling something different inside of me, like my heart was being touched. I have since learned that nothing is a coincidence when it involves Padre Pio.

One week after seeing the television program, while waiting in a doctor’s office I picked up a magazine to read. It was one of the big national magazines in America, maybe Time or Newsweek; anyway the page that I opened to was the story of Padre Pio. At that moment, I felt that same feeling as I did the week before, like someone or something was touching my heart. I know now that it was Padre Pio, he was calling me. After that, I had such an urge to find out more about Padre Pio and how could I get to San Giovanni Rotondo.

For six months I searched for information, asking priests, travel agents and anyone I came in contact with, but to no avail. Then in November 2002 I went to New York City for work. I took the train from Providence, Rhode Island, where I live, to Penn station in Manhattan and as I exited the train station, I saw St. John the Baptist Capuchin Friary and Church on 31st Street, which I had seen many times and often visited, but this time was different.

I went into St. John’s to say a prayer and as I entered I saw a notice regarding a prayer garden being built in honor of Padre Pio. I couldn’t believe it, it was like Padre Pio was taking me by the hand and leading me. I went to the church office and asked the Friar if he knew where San Giovanni Rotondo was and how I could get there. He knew everything; he told me I could fly to Rome, then take a train to Foggia and from there I could catch a bus to San Giovanni Rotondo.

I arrived in Italy on January 1, 2003; I took the train from Rome to Foggia but since it was New Year’s Day the busses were not on the normal schedule and I had missed the last bus going to San Giovanni Rotondo. I was extremely tired from my long day of travel and I thought of spending the night in Foggia but something kept pushing me on. I decided to take a taxi. It was one of those dark winter night skies, there were few street lights and as we started to go up the winding mountain road, I thought I’d never get to San Giovanni Rotondo alive. My taxi driver was a nice enough man but I think he thought he was the famous Italian American race car driver, Mario Andretti… the darker it got and the windier the road got, the faster he drove.

Padre Pio and my guardian angel were surely with me that night; fore we arrived safely and in one piece in San Giovanni Rotondo. The taxi driver dropped me off right in front of Our Lady of Grace church, I didn’t know where to go and no one was around me to ask for help or directions. Directly across the street from the church there was a hotel, so I went to see if they had any rooms available. Being the off season they had closed off part of the hotel so they had no rooms with heat but offered me a small, very small room in the closed off section. I took the room, dropped off my luggage and went straight to Our Lady of Grace church, arriving just in time for Mass and communion. I had such an overwhelming feeling of joy and peace in my heart; it was like Padre Pio was saying “welcome,Michael.”

On January 2nd I spent the day in prayer and meditation, visiting the Antique Church, attending mass at the church of Santa Maria delle Grazie and praying at the tomb of Padre Pio. That night, I returned back to the tomb of Padre Pio for the rosary. The entire day I felt something special in my heart, I didn’t know exactly what it was but I knew I had not had this feeling of true peace before.

On the 3rd of January, I was taking the afternoon bus back to Rome, so I went to mass in the morning at the church of Santa Maria delle Grazie. After mass a woman came up to me and asked if I spoke English, when I said yes, she took me to the English office. When I knocked on the door, I heard a voice say “avanti, avanti.” Now I know “avanti” means “come in” in English but at the time, I spoke very little Italian and understood even less. I knocked again and I heard the voice saying loudly, “avanti! avanti!,” so I opened the door and looked in. Sitting behind a desk covered with lots of envelopes was a little Capuchin Friar, when he looked up and saw me, he said “Babbo Natale!”

That little friar was Padre Ermelindo, the director of the English office and he is now one of my dearest friends. A young, beautiful Italian girl, named Tiziana, who is Padre Ermelindo’s assistant, was also there that day. They both kept saying that I looked like “Babbo Natale,” but I told them I did not understand. They told me “Babbo Natale” meant “Santa Claus,” I laughed and told them that I made my living playing “Santa Claus. “ Padre Ermelido and Tiziana spent time talking with me and showing me a video about the life of Padre Pio. Before I left the English Office, Padre Ermelindo blessed me with a blood stained glove worn by Padre Pio. Wow! I still remember the sensation of peace that I felt engulfing my whole spirit.

When I left San Giovanni Rotondo, I spent the next two weeks in Italy visiting Rome, Assisi and Florence but Padre Pio and San Giovanni Rotondo were never far from my thoughts. Even when I returned home to America and got into my daily routine, I could not stop thinking about Padre Pio.

I decided to return to “the land of Padre Pio” for Easter, spending about ten days in San Giovanni Rotondo and even taking a day trip with Padre Ermelindo to Pietrelcina, the birthplace of Padre Pio.

When I returned back again to America, I thought, ok! I’ve been there, I’ve spent a good amount of time in San Giovanni Rotondo, I’ve seen everything and now, surely those feelings of being “called” would be out of my system; little did I know Padre Pio had other plans.

When Padre Pio is “calling” you, he is impossible to ignore. Again, I went back to San Giovanni Rotondo, this time for one month, and then two months and so on. Now I am spending about seven months a year there and wishing it could be more.

Padre Pio seemed to always be with me, always calling me, always bringing me closer to him and to Our Lord and Our Blessed Mother. I could not understand why Padre Pio wanted me because; I was a sinner, I lived in Hollywood and New York, I lived in what one would call the “fast lane,” keeping company with Hollywood celebrities and the world’s social elite. Flying in private jets, riding in limousines, staying in four star hotels; my life was surrounded by glitz and glamour, I lived in a very material world and I thought I was happy there.

Do not get me wrong, I always believe in God, the saints and the Catholic Church. I prayed, attended mass weekly and went to confession but something was missing. When I came to know Padre Pio, I came to know real faith and the meaning of love. Love for our brothers and sisters; learning that all of us are put here to serve and love one another. Through Padre Pio I found true happiness and joy in my life.

I have endless love for Padre Pio. I have endless faith in Padre Pio. I have endless devotion to Padre Pio. On several occasions, I have seen and experienced firsthand Padre Pio’s intercession. All is possible with the help of Padre Pio.

I am most happy when I am spreading the name of Padre Pio to others. When I am in San Giovanni Rotondo, it gives me great joy to show people the places that Padre Pio lived, worked and prayed for fifty years. I am thankful for the many graces I have received from God through the intercession of Padre Pio.

In life, we must all be evangelists, spreading the word of God to our brothers and sisters. My television program on Tele Radio Padre Pio, “Hello from San Giovanni Rotondo”, makes it possible for me to reach out to the English speaking people throughout the world. It is gratifying for me to read the emails from people who have seen the show and have been touched, and it is most humbling when they have asked me to remember their intentions, in my prayers to Padre Pio.

Not all intentions for a miracle are granted, if that were the case, miracles would not be anything special. What I do know is that maybe we don’t receive exactly what we ask for, but what we do receive is the strength, courage and peace to deal with the road that God has chosen for us. Padre Pio shows us through his example that faith and trust in God is the only way and to pray, pray, pray.”

 

Francesco Forgione – Padre Pio – va soldato

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Il giovane padre Pio

Parte da Pietrelcina lunedì 6 dicembre 1915 alla volta di Napoli, dove è stato assegnato alla X Compagnia di Sanità, presso l’Ospedale Militare della Trinità, un maestoso monastero seicentesco per religiose, soppresso da Giuseppe Napoleone nel 1806. E’ chiamato alle armi per mobilitazione, dal R. D. del 22 maggio 1915.

Nella città partenopea si era sottoposto più volte a visita di eminenti dottori, per definire il suo stato di salute, giacché nessuno era in grado di formulare una diagnosi precisa. Durante la sua ultima permanenza a Napoli, due mesi prima, non gli era sfuggito il profumo generoso della pasticceria De Nozza, attigua allo studio del medico Giacomo Cicconardi.

Il 17 dicembre viene chiamato per la visita collegiale. I sanitari militari, avendogli trovato una “infiltrazione ai polmoni”, sono d’accordo a concedergli un anno di convalescenza. Il giorno dopo fa ritorno a Pietrelcina.

Dopo due mesi dalla data della chiamata, non aveva potuto indossare la divisa militare. Di questo ringraziava con fervore Dio.

Nel febbraio 1916 Padre Pio è assegnato alla Comunità Cappuccina di Sant’Anna in Foggia. Può rivedere una sua figlia spirituale, Raffaelina Cerase in gravi condizioni di salute. Ma nel capoluogo dauno, il clima estivo, torrido, una vera tortura, non è adatto a un malato polmonare. Nel seguente luglio Piuccio sale un polveroso sbrecciato a San Giovanni Rotondo; prosegue per il colle dei Cappuccini. Il convento, dove era stato inviato, perso nei colori della natura rupestre, si offre come luogo di fervore in totale semplicità. Scopre in questo angolo, il cenacolo d’ogni virtù, ove la Storia degli uomini doveva incontrare la pietà infinita divina. Il romitorio gli piace, prende l’aria dei monti, si adagia nel conforto di una pregevole e fresca serenità, tra suppliche  e lodi. Nel silenzio, in segreto, la vittima prescelta, Padre Pio, ha raggiunto il suo calvario. In questa venuta temporanea, una mano sapiente gli offre refrigerio ai sensi e un anticipo, di mirra nell’anima. E’ proprio ignaro che qui, sulla bianca pietra garganica, sotto lo sguardo del suo Sammichele arcangelo, avrebbe sparso l’abbondanza del sangue?

Pochi giorni prima di Natale si ripresenta al Corpo e fattosi visitare gli è riconosciuta la “sua” malattia. Lo tengono in osservazione all’O.M. della Trinità. Passa in solitudine il Natale. Dopo la visita del 30.12.1916, i Sanitari confermano il precedente referto con un peggioramento; in un corpo già disfatto, infiltrazione polmonare ad ambo gli apici e catarro bronchiale cronico diffusissimo; gli concedono mesi sei di convalescenza.

Si ripresenta al Comando il 30 giugno 1917 e la convalescenza gli è prolungata, senza scadenze, ma deve “attendere ordini”. Gli ordini arrivano telegraficamente, il 18 agosto seguente.

Il Comandante, accertata l’assenza di Francesco Forgione dal Corpo della X Compagnia, ingiunge al Maresciallo di Pietrelcina, di cercare il disertore. Ma a Pietrelcina nessuno sa chi fosse Francesco Forgione. Il Maresciallo conosce poi dalla sorella di Padre Pio che questi sta al convento di San Giovanni Rotondo. La storia si ripete anche nel paesino garganico. Francesco Forgione è diventato Padre Pio e gli viene intimato di presentarsi immediatamente al Comando del Corpo in Napoli. Non ci mette molto il Comandante, a scoprire la buona fede del soldato Forgione per la scritta “e dopo” attendere ordini. Per disattenzione, deve essere sfuggita la nota sul ruolino militare, ad uso interno alla Compagnia, del prolungamento della convalescenza, dopo il 30 giugno. Il 26 agosto il Forgione ritorna in osservazione presso la Prima Clinica Medica, una sezione del policlinico della Regia Università. Un reclusorio, per Padre Pio: non si può celebrare Messa perché non v’è una cappella; né si può uscire; scarso il vitto. Il 4 settembre 1917 è il colonnello medico a fare visita “ridotta ad un semplice sguardo, senza altra osservazione”. Forgione è giudicato “idoneo ai servizi interni”.

“Quante ingiustizie si commettono dagli uomini!” dice con amarezza Padre Pio. La sua malattia è stata cancellata da uno sguardo. Destinato alla Fanteria, si rifiuta di partire e, come sacerdote, viene assegnato alla Sanità nella Caserma Sales, X Compagnia, IV Plotone. Dove veste la divisa militare. Capisce di essere in un ambiente senza modi, con parole volgari, comportamenti severi e sbrigativi, nella sfrontatezza massima, al limite della nausea, ostile. Padre Pio, con le scarse forze del corpo, si adatta a quelle asprezze, ogni compito onorando per amor di Patria, cercando in cuor suo da quella afflittiva condizione, il colloquio con Dio. Gli pesa oltremodo, la vita di caserma, se arriva a definire carnefici i superiori militari. Nel più totale riserbo è in un triplice esilio e la salute ancora più malferma. Perciò non è avviato al fronte. Lo stomaco non accetta cibo e vi è qualche episodio di emottisi, con febbre alta. E’ in costante osservazione clinica. Gli viene riconosciuta l’inabilità ai lavori di guerra, e ai primi di novembre, mandato in licenza per quattro mesi, riconsegna il fagotto del vestiario eccetto la divisa.

A Pietrelcina, parenti e amici, lo vogliono vedere vestito da soldato. Li accontenta. E poi chiede: “Contenti? Avete visto il pagliaccio!”. Tornato a San Giovanni Rotondo e riconsegnata la divisa ai Reali Carabinieri, perché fosse riconsegnata al Comando Militare in Napoli, finalmente può dedicarsi con animo più sereno alla vita conventuale, non dimenticando i soldati al fronte. Il Generale Luigi Cadorna, Comandante Supremo dell’Esercito Italiano, era stato, dopo la sconfitta di Caporetto, sostituito dal Generale Armando Diaz. Al colmo dello sconforto, stava per premere il grilletto della rivoltella puntata alla tempia. Padre Pio, essendosi presentato in bilocazione, con gesto amoroso lo dissuade. Qualche tempo dopo il Generale Cadorna andò a San Giovanni Rotondo. Mentre aspettava di salutare il Suo Padre Pio, questi gli dice: “Generale, l’avete scampata bella quella notte! …”.

Debilitato nel corpo e nella mente, ai primi di marzo 1918, torna all’Ospedale Militare della Trinità. Il vomito non gli consente di prendere cibo, la febbre spacca i termometri con punte di 48 gradi. Dopo l’esame microscopico dell’espettorato, gli ufficiali medici dichiarano il Forgione malato di tisi; diagnosi corretta in bronco alveolite doppia. E con freddezza gli dicono, che può andare a morire a casa. Mamma Peppa e papà Grazio sanno della salute precaria di Piuccio, e vorrebbero trattenerlo all’aria natia.

“Devo andare a San Giovanni Rotondo” dice e ripete alla madre a Pietrelcina, col tono della più limpida sottomissione.

Deve recarsi colà, al luogo dei miracoli (Piero Bargellini), per farsi dilatare le membra e ancor più il cuore dal suo Signore.

Sunto da: Gennaro Preziuso, Padre Pio soldato, Ed. Padre Pio da Pietrelcina, 1996.

Tratto da “Frammenti di Gioia – i miei sessant’anni” di Michele Totta – Stampato in proprio – Agosto 2009

Conta solo le rose

 

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San Giovanni Rotondo. Gennaio 2004, lunedì diciannove.

L’aria gelida della notte non si è sciolta. Si riflette nel grigio perla del cielo, indifferente, senza luci e ombre. In questo aderente letargo, torno nella cripta di Padre Pio, per un momento vuota.

I silenzi delle rose, il crepitare lieto della lampada a olio, invitano a intimi colloqui col Padre. La crepuscolare penombra sa di attesa ed incenso.

Piego il ginocchio accanto alla colonna, che regge l’epigrafe a firma di Paolo VI papa. Padre Pio è vicino, due metri sotto il puro granito, col capo nella posizione stessa del Cristo dell’altare per l’eucaristia. Uomini e cose mi hanno liberato.

L’agitazione è lontana. Sospese tra il tempo e l’inganno, le corde dell’anima sono in preghiera e contemplazione. Ogni volta, qui è un idillio di pace vera. Un conforto sereno mi pervade, quasi rigenerazione. “Conta le rose, solo le rose!” incita, distinta e sommessa, una voce. Non comprendo. Farnetico. Che c’entrano le rose? Una, due, ottantuno. Alcune in boccio, altre dilatate, nei loro distinti sentori. Le rose sono ottantuno, color rogo della forgia (T.W. Month), come gli anni di Padre Pio. Penso di contare anche le spine. Come si fa a contare le spine di ottantuno rose? C’è, tra me e loro, l’inferriata e un sepolcro da non profanare. Nei vasi di vetro, gli steli allungati e cupi come radici, sembrano calati nella eternità.

E il Padre non sarebbe geloso, se contassi le spine?

Avrebbe gelosia, eccome. Le spine le ha volute per Sé, caricandosi le spalle di ogni nostra sofferenza. A noi ha indicato il candore della preghiera. Questa, sì, vuole da noi. “Prega, spera, non agitarti. Il miglior conforto viene dalla preghiera”… me lo aveva detto. Ero giovane. Non capivo.

Oggi è disvelato il senso del contare le rose. Nei momenti che restano, tra presente e futuro, mio pane sarà la gioia, l’armonia con me stesso e gli altri. Ne saranno partecipi amici, parenti, perfino sconosciuti.

Questa certezza, ignara beatitudine, ci è donata da chi è passato sui carboni del dolore corporale, spirituale, morale. Da chi ha cercato le spine come oblazione, cioè patimento che redime, serbando ai figli secondo lo spirito e devoti ogni consolazione. Essere gioia. Vivere la gioia. Farla trovare anche agli altri. Ecco il senso del contare le rose. Esse sono portate ai tuoi piedi, Padre dolente e santo, perché ne divori le spine e i cuori vestano la serena gioia.

Come mai prima, scopro il senso gaudioso delle rose, romantico fiore degli amanti, generoso, cortese, sincero. Intendo anche il motivo della rosa di vetro – simile ad un fiammifero – che mia moglie Titina, ha posato nella tua mano aperta del busto di peltro, nella nostra camera. Quella rosa è la chiave del nostro avido amore, col privilegio di chi lo benedice. Sappiamo, Padre Pio, che ti curi di noi. Della nostra dignità. Ci saziano ogni giorno le rose, di purezza e perdono.

Questo pensiero spiega la vita, come il farsi nella creazione d’un prodigio. Lo stesso, che nutre i passeri muti, infreddoliti e le gemme minuzzate dell’olmo, sul piazzale del Santuario.

E’ una spianata feconda la vita; anche d’inverno dà alla luce il fuoco del sole e disegna il volto alle primavere. Ci consegna gesti e sorrisi non aspettati. Sorrisi e gesti, che nella nostra mente accendono la bellezza, la tenera bellezza (N. Gogol) di sentirci amati.

Perciò grido al mondo di contare solo le rose.

Pubblicato su Leggere, anno XVII, ottobre 2003 – marzo 2004 – n. 49-50. Casoria – NA

Tratto da “Frammenti di Gioia – i miei sessant’anni” di Michele Totta – Stampato in proprio – Agosto 2009

Il miracolo della canonizzazione di padre Pio

 

Le “Considerazioni sui miracoli di Padre Pio” del Dr. Pietro Gerardo Violi, qui pubblicate, sono di particolare pregio in quanto l’autore  ha condotto, scientificamente, il processo di Canonizzazione di Padre Pio e di Suor Maria Rosa Pellesi. Collabora con la Curia Generalizia e la Postulazione Generale dei Frati Cappuccini per l’esame previo delle cause di canonizzazione.

Considerazioni sui miracoli di Padre Pio

Il miracolo della canonizzazione

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Foto scattata il giorno prima della canonizzazione di Padre Pio

Padre Pio,  è un’invocazione che ti apre un mondo di emozioni, ti fa entrare, in una dimensione di pace, di serenità.

Nella mia mente, nel mio animo, Padre Pio da Pietrelcina, che  è stato proclamato santo il 16 giugno 2002 da Giovanni Paolo II, “San Pio da Pietrelcina”, “Memoria obligatio” è stato e rimane “Padre Pio”.

Poiché la malattia è un male, nessun ammalato dovrebbe avere scrupoli a chiedere la propria guarigione. Non è forse nel “Padre Nostro” che Gesù ci ha insegnato: “Ma liberaci dal male”, anche se nella stessa preghiera ha aggiunto: “sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”. Quindi è un dovere che incombe nella comunità cristiana quello di pregare per i propri malati. “Chiedete e vi sarà dato”

Padre Pio ha dato un significato alla sofferenza; l’ha accettata perché ne capiva il senso; se l’è spiegata perché possedeva una dimensione del soprannaturale; pensando all’umanità sofferente, più di ogni altro ha cercato di portare sollievo;  come?

1 – offrendo la sua sofferenza materiale, quella del suo corpo martoriato;

2 – con la sofferenza del suo animo, che vedeva dove gli altri non vedevano e quello che gli    altri non vedevano;

3 – con l’istituzione e la fondazione della “Casa Sollievo della Sofferenza”;

4 – con l’istituzione dei “Gruppi Di Preghiera” per il sollievo dello spirito oltre che del corpo, amalgamando un numero immenso di persone;

5 – Con la fondazione di altre numerose opere, che  hanno Lui come autore e promotore.

6 – infine, ma non ultime per importanza e numero, con le grazie ed i “miracoli” che riesce ad ottenere intercedendo presso il “Divin Padre”.

Il concetto di miracolo è un concetto prettamente teologico, mentre la scienza li definisce  guarigioni scientificamente  inspiegabili.

Ho avuto modo di esaminare in modo scientifico molti casi clinici esitati in guarigioni e giudicati dalla gente “miracoli”.

Prima di prenderli in esame è opportuno, volta per volta, precisare alcuni concetti e le linee guida circa il messaggio e la metodica delle indagini.

Comunque la prima fase è quella dell’accoglimento della segnalazione; molti fatti non vengono neppure segnalati perché si è timorosi o si ha paura di essere derisi o considerarti non normali o si vuole essere riservati.  Crediamo che chi beneficia di una guarigione sia un privilegiato e che non deve tenere solo per sé tale grazia, ma è chiamato ad essere testimone, perché è alla comunità cristiana che tale segno viene affidato.

E’ uno di quei mezzi semplici che tocca  particolarmente il cuore.

So per certo che l’accoglienza viene fatta con priorità; prudente, ma non timorosa; fiduciosa, ma non credulona.

Accanto a questa accoglienza pastorale vi è l’accoglienza medica.

La prima funzione è quella di essere accogliente e disponibile verso tutti quelli che si dichiarano miracolati; in benevolo atteggiamento di ascolto.     Non si adottano prioristicamente posizioni diffidenti, negativi, nei confronti delle documentazioni di guarigioni; non viene ricusata alcuna, qualunque essa sia, senza alcun pretesto. Sarebbe ingiustificabile che il medico non fosse aperto alle dimensioni spirituali inerenti la persona umana e non disponibile ad accogliere i numerosi benefici dei malati che si rivolgono a “Padre Pio”. Anche perché Padre Pio non vuole essere colui che intercede per ottenere dei miracoli, ma colui che desidera, innanzitutto, fare di noi i suoi amici,  i suoi figli spirituali.

Il miracolo poi , per la Chiesa, nell’antichità aveva un senso, era la prova della verità; nella modernità può essere una pietra d’inciampo , talvolta genera disagio.

L’uomo del XXI secolo, impregnato di razionalità tecnica, stenta ad accettare l’idea del miracolo. La Chiesa accoglie sempre con riserva quei fatti che sfidano la normalità o le leggi naturali, per cui trasferisce esclusivamente su l’uomo di scienza, su di noi,  l’incombenza di effettuare la selezione delle guarigioni straordinarie, non spiegabili scientificamente.

Comunque bisogna riconoscere e difendere l’autonomia della scienza e della fede, ma senza confinarli nei loro rispettivi campi, in quanto ognuno ha bisogno dell’altro; la fede e la teologia hanno bisogno della scienza e del suo spirito critico; da parte sua la scienza medica non può scindere l’uomo, ma lo deve vedere nella sua globalità, fatta di corpo e di psiche, quindi ha bisogno della filosofia ed in ultima analisi della fede, pur trovandoci nell’era del genoma, nell’era degli studi molecolari.

La Chiesa non si pone contro la scienza e i progressi della tecnologia, quando tutto è orientato al bene e al rispetto dell’uomo, alla cura delle malattie e al sollievo della sofferenza. Viviamo in un periodo in cui nella nostra cultura occidentale ha predominio quasi assoluto la tecnologia a dispetto di una cultura umanistica. Sembra ci lasciamo guidare dalla ricerca continua della novità su quella della verità. Credo che oggi dobbiamo tornare al concetto che esiste il malato e non la malattia, che esiste il malato nella sua interezza.

E poi

LA  SCIENZA  NON PUO’  ARROGARSI LA PRETESA DI SAPERE  TUTTO  SULLA   VITA  E  SULL’UOMO.

Una volta che arriva la segnalazione, il primo esame è quello di discernere se trattasi o meno di vera malattia,  cioè se trattasi o meno di un messaggio pastorale di fede oppure una gratuita pubblicità.

Una folla immensa, proveniente da ogni parte del mondo, di ogni estrazione culturale, socio-economica, direttamente o indirettamente si rivolge a Padre Pio per ricevere una grazia o un miracolo. Queste persone realmente, veramente, poi ricevono un segno straordinario, in cui credono di riconoscere un benevolo intervento divino per l’intercessione di Padre Pio. Il miracolo è il segno che Dio ci ama e ci assiste in tutte le necessità…. E quando non opera la guarigione che chiediamo  ci  dona serenità e pace nel soffrire cristianamente.

Quante persone tornano alle loro case con animo sollevato e sereno dopo una visita o una preghiera rivolta a Padre Pio? Sicuramente tante, innumerevoli..

Quante volte abbiamo visto parenti di malati piangere per un proprio caro; aggrapparsi come ultima speranza alla fede e vederli, poi,  sorridenti; erano stati esauditi.

Quante persone abbiamo visto lasciare questa terra con serenità e quel loro sguardo sereno non era proiettato nel vuoto, ma nella speranza di un’altra vita.

Morivano invocando il Divin Padre e Padre Pio, che davano loro  forza e serenità che si esternavano  nel loro viso, nei loro discorsi, consolanti per i familiari in lacrime.

Allora il pianto dei familiari, non era un pianto di disperazione.

Il miracolo è un segno della “benevolenza di Dio” , “un’espressione della comunicazione divina con gli uomini”. Dal latino mirari, il miracolo è un avvenimento, un fatto sorprendente, che desta meraviglia e stupore.

Abbiamo detto, la scienza stenta a credere ai miracoli perché questi trascendono in modo eccezionale ed occasionale la stabilità delle leggi naturali. Bisogna considerare però che Dio, con la concessione dei miracoli, “non sospende la legge, ma l’applicazione; modifica l’effetto non la legge”; anche se gli scienziati stentano ad entrare nel campo metafisico , comunque non possono negare il “Trascendente”.

Prima di esprimere un giudizio su queste segnalazioni è opportuno valutare gli avvenimenti in un’ottica medico-scientifica e vedere se l’evoluzione della malattia è avvenuta in modo sorprendente , inatteso, singolare, anormale, fuori dai canoni della medicina, straordinaria.

Vediamo adesso quali sono i criteri di guida che seguiamo nell’esaminare le guarigioni che il Signore concede per l’intercessione di Padre Pio:

La malattia sia certa e definita per cui  la diagnosi deve essere poggiata su fondamenti scientifici. La malattia sia organica e non psichica o frutto di fantasie o eventuali stati psicogeni. Quindi vengono usati tutti i mezzi scientifici che oggi si hanno a disposizione perché la diagnosi sia di certezza. Indagini bio-umorali, strumentali, istologici ed ogni altro che possa definire in modo certo e completo la malattia.

Una volta definita con certezza la malattia, la prognosi deve risultare, grave, infausta, almeno per l’organo colpito; cioè , se non intervengono altri fattori, i medici con i loro mezzi a disposizione, non possono rapidamente o per nulla modificare il decorso della malattia.

La guarigione sia improvvisa, da considerarsi quasi istantanea. Ciò è molto importante.  La biologia e la fisio-patologia ci insegnano che quando interviene una lesione, una malattia organica, il consolidamento e la riparazione delle lesioni avviene per gradi, più o meno lentamente e progressivamente. Occorre cioè del tempo  perché il sangue apporti le sostanze necessarie per ricostruire e riparare il danno; pertanto non può avvenire immediatamente, quasi istantaneamente. Insomma questo tempo non può essere annullato dalle leggi attualmente conosciute.

La ripresa funzionale sia immediata. Il cieco vede; il paralitico cammina; il riassorbimento di liquidi avviene immediatamente; si ripristina immediatamente l’attività mentale in caso di lesioni del sistema nervoso centrale. Insomma non vi è la fase di latenza o di ripresa graduale, come normalmente avviene.

Le terapie prescritte ed eventualmente effettuate siano risultate senza alcun effetto sulla guarigione e non abbiano alcuna influenza sul decorso della malattia.

Infine la guarigione deve essere duratura, proprio per quel concetto espresso precedentemente e cioè che l’organo offeso o malato abbia ripreso la sua normale e fisiologica attività e quindi essendo scomparsa ogni forma di rottura e/o lesione, non si può esaurire in un miglioramento effimero, ma deve persistere a  successivi controlli e fatti a distanza di tempo.

Ecco quali sono i parametri di valutazione di una guarigione considerata straordinaria da parte della scienza.

La considerazione e la valutazione teologica e trascendentale, non può prescindere di un altro aspetto fondamentale e cioè la costante correlazione con atti religiosi da parte del malato o di altre persone, che possono estrinsecarsi in preghiere, pellegrinaggi, o di applicazioni di reliquie.

Nella valutazione di fatti straordinari che accadano per l’intercessione di Padre Pio, con notevole frequenza, in coincidenza con la guarigione, il sanato o qualcuno dei familiari è pervaso da un’ondata di soave ed indescrivibile profumo. Ormai le testimonianze sono innumerevoli. Non è suggestione, non è psicosi, non è inconsistenza  scientifica, ma un dato di fatto in cui Padre Pio, con questo suo segno, fa  sentire la sua presenza vicino ai suoi figli, sparsi per il mondo.

Vorrei anche aggiungere che nell’esame di queste guarigioni straordinarie o meno, spiegabili scientificamente o meno, in cui si riconosce un benevolo intervento divino per l’intercessione di Padre Pio, ricorre spesso che il sanato avverte sensazioni particolari, strane, dolorose, seguite da una sensazione di calma, di benessere psichico, pace, serenità psichica e fisica, si ha l’impressione di essere guarito; talvolta si associa la visione di Padre Pio;

nei momenti in cui tutto sembra irrimediabile per i medici, appare lui e ti dice: “Non aver paura, io sto con te, vedrai guarirai”.

Fatte queste premesse, quando abbiamo preso in considerazione la guarigione del piccolo Matteo Pio Colella abbiamo visto che corrispondeva ai requisiti che abbiamo sinora menzionati per cui  l’abbiamo  considerata clinicamente inspiegabile; per la Chiesa un “miracolo”.

Vorrei fare un’altra piccola annotazione:

prima di prendere in considerazione la guarigione del piccolo Matteo Pio Colella, sono stati esaminati altri casi; in ciascuno di loro non abbiamo ravvisato l’inequivocabile considerazione che potesse trattarsi di guarigione straordinaria.

Ed  anche nel caso del piccolo Matteo Pio abbiamo dovuto superare non poche difficoltà; perché la Scienza, i medici, stentano a credere ai “miracoli”. Molto spesso ci manca quell’umiltà di dire: non è opera nostra, non è opera mia.

Comunque fra i tanti casi segnalati, quella che colpì di più la nostra speculazione scientifica e che, subito, apparve di  grande interesse per la straordinarietà dell’evoluzione, fu l’istantanea e completa guarigione del piccolo Colella Matteo Pio.

Tale guarigione, ottenuta dal Signore per intercessione di Padre Pio, ha permesso di portare avanti l’iter per la Canonizzazione.

La segnalazione ci venne fatta dalla mamma del bambino in data 08-04-2000. Scrisse una lettera bellissima: “Tu hai detto Gesù: «non si accende una lucerna per nasconderla, ma per collocarla in alto, perché faccia luce a quanti sono in casa». E’ per questo  che ho deciso di raccontare del dono meraviglioso che hai voluto fare alla nostra famiglia, in questo lungo , incredibile mese dal 20 gennaio al 26 febbraio 2000”.

A questa sua lettera accluse la copia della cartella clinica e diede l’autorizzazione a farne un uso consentito, rendendo nota la malattia, il suo iter e la guarigione.

Il fatto è stato ritenuto prodigioso ed è stato attribuito alla intercessione di Padre Pio. Si tratta della guarigione repentina, completa e duratura del bambino affetto da: “Meningite fulminante, evoluta in MOFS, complicata da ARDS, con interessamento contemporaneo di nove organi, divenuti insufficienti”.

Il fatto si è verificato a San Giovanni Rotondo nei giorni 20 gennaio-26 febbraio 2000.

Dall’11 giugno al 2 settembre 2000 il Tribunale Ecclesiastico di Manfredonia-Vieste, nella sede arcivescovile di Manfredonia, istruì, sul caso, un regolare Processo diocesano, nel quale furono ascoltati 16 testimoni, 14 indotti dal Postulatore e 2 chiamati  “ex ufficio”.

Quelli indotti dal Postulatore sono stati: il  bambino Matteo Pio Colella ed a seguire i genitori;  Il papà Colella Antonio, medico;  la mamma Ippolito Sanità Maria Lucia, insegnante. Inoltre furono chiamati a testimoniare i medici e gli infermieri del reparto di Pediatria e di Rianimazione, dove fu ricoverato il bambino; un nefrologo e lo zio del sanato, anch’esso medico. Furono ascoltati ex ufficio, l’insegnante del bambino ed un frate, amico della  famiglia Colella.

Ottemperando al dispositivo della legge canonica, la quale impone che il sanato sia visitato, dopo l’asserita guarigione, da due periti, il Tribunale ha convocato un cardiologo, come I perito ab inspectione ed un professore ordinario di Medicina interna presso  Università degli studi di Palermo, come II perito “ab inspectione”. Essi hanno depositato e rilasciato una relazione scritta. Gli illustri medici hanno confermato lo stato ottimale di salute del sanato. Quindi la guarigione è stata duratura nel tempo. E’ stata opinione dei periti che « il piccolo Matteo Pio Colella si debba considerare completamente e definitivamente guarito dalla patologia di cui ha sofferto».

I medici, che sono stati chiamati a deporre al processo diocesano, sono stati tutti concordi nel ritenere il fatto  scientificamente inspiegabile sulla base delle attuali conoscenze mediche.

Quindi il 2 settembre 2000 veniva chiuso il Processo Diocesano; veniva raccolta una voluminosa documentazione scientifica, comprensiva della copia delle cartelle cliniche, copia  delle radiografie e di altre indagini strumentali.

Il 18 ottobre 2000 tutta la documentazione veniva consegnata alla Congregazione delle Cause dei Santi.

Il 12 gennaio 2001 veniva dichiarata la validità del processo dalla Congregazione delle Cause dei Santi.

La Postulazione Generale ha chiesto poi un giudizio medico-legale ex Ufficio ai professori, Giovanni Rocchi e Francesco Di Raimondo.

Il giudizio del prof. Rocchi nella sua lunga perizia medico- legale concluse:  “A questo punto il giudizio prognostico può essere considerato infausto in relazione allo stato di insufficienza multiorganica”.

Il prof. Di Raimondo anch’esso conclude con lo stesso tono:

“Nessuna difficoltà a confermare la diagnosi di dimissione” confermando che trattasi di sepsi meningococcica con simultaneo e significativo danno in più sedi “Quadro ora classificato come MOFS. Gli organi colpiti in misura gravissima erano superiori a cinque. In merito ai criteri emersi negli ultimi tempi nella letteratura medico-scientifica internazionale, criteri adottati in via definitiva per un giudizio prognostico qoad vitam: in concreto si ritiene che , qualunque sia la causa prima, un colpito da MOFS vada incontro a morte certa quando risultino coinvolti almeno sei comparti”.  Continua: “Ci si trovava di fronte non ad un corpo di vivente ma, un organismo umano su cui si erano già colti i fenomeni indicativi di una morte”.

Il 22 novembre 2001 si  riuniva la Consulta Medica per l’esame della guarigione del bambino Matteo Pio Colella.

Alla seduta erano presenti: S. Em.. Rev.ma il Cardinale J. Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione; S. Ecc. Rev.ma Mons.  Edward Nowak, Segretario; il Rev.mo Mons. Michele Di Ruberto, Sottosegretario; il Rev.mo Mons. Sandro Corradini, Promotore Generale della Fede.

La Consulta Medica era composta dal Presidente Prof. Lorenzo Bonomo e dai Proff. Francesco Di Raimondo, Giovanni Battista Pignataro , Rodolfo Proietti, Giovanni Rocchi. Segretario il Dr Ennio Ensoli.

ALL’UNANIMITA’,  cinque su cinque, sono giunti alle definizioni conclusive.

Diagnosi: Insufficienza multiorgano.

Prognosi: infausta.

Terapia: efficace per l’infezione batterica; inefficace per le    conseguenze; inesistente per il rimanente.

Modalità di guarigione: rapida, completa e duratura, senza postumi;  scientificamente inspiegabile.

Il 12 dicembre 2001 si riuniva la Commissione Teologica, che all’unanimità dichiarava   “Credo che siamo in presenza di elementi più che sufficienti per concludere con tutta certezza morale che la guarigione di Matteo Pio Coltella, dichiarata all’unanimità scientificamente inspiegabile dalla Consulta Medica e avvenuta in perfetta concomitanza cronologica con le ininterrotte preghiere che tante persone devote rivolsero al Padre Pio, sia da attribuire all’intercessione del nostro Beato.

Il 18 dicembre 2001 si riuniva la Commissione Cardinalizia, che all’unanimità dichiarava  la validità del miracolo.

Alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II, il 20 dicembre 2001, nella sala Clementina vi è stata  la lettura del decreto sul miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Pio da Pietrelcina. Con la promulgazione e la suprema approvazione  da parte del Papa del decreto di tale miracolo si spalanca la porta della canonizzazione.

Il 26 febbraio 2002 si decideva la data della Canonizzazione, ormai nota a tutti, 16 giugno 2002 in Piazza San Pietro.

Il fatto

La famiglia:

Il piccolo COLELLA MATTEO PIO è nato a San Giovanni Rotondo il 4 dicembre 1992. La famiglia è composta dal papà, Colella Antonio, di anni 42, medico;  dalla mamma Ippolito Sanità Maria Lucia di anni 40, insegnante; dal fratello, Alessandro di anni 14.

Il mattino del 20 gennaio 2000 il bambino va regolarmente a scuola, in condizioni perfettamente normali.

La mamma così ricorda: “E’ oggi che incomincia l’avventura straordinaria della mia famiglia, l’incubo terribile terminato poi come una favola”.

Il bambino a scuola accusa forte mal di testa. La maestra così ricorda quei momenti: “Durante la mia ora di lezione il piccolo Matteo Pio ha cominciato a manifestare brividi generalizzati e teneva il capo inclinato verso il banco. Alla mia richiesta di riferire che cosa egli avvertisse, il piccolo rispondeva solo con cenni del capo, restando verso di me, come se avesse difficoltà a sollevare il capo”.       Vengono avvisati i genitori, che vanno ad accertarsi del motivo. Il papà, medico, andato a scuola trova Matteo vicino al termosifone  tremante. Constata febbre elevata, circa 40°C, brividi; il bambino presenta sonnolenza e torpore, successivamente vomito.

Viene trasportato al proprio domicilio; gli viene somministrato un antipiretico, con scarso risultato, infatti la febbre si mantiene sempre alta e si associa un nuovo episodio di vomito alimentare. Quel pomeriggio il papà sta da solo con l’altro figliolo, Alessandro, in quanto la moglie è a Foggia per motivi di lavoro.

La febbre, nonostante i presidi terapeutici, non recede, per cui il papà chiede il consulto di un pediatra, che per motivi di lavoro si reca dopo qualche ora. Il pediatra visita il bambino e constata febbre elevata e una discreta diminuzione della vigilanza complessiva. Allerta il papà per eventuale ricovero ospedaliero, se dovessero comparire segni meningei, ancora non manifesti in modo eclatante; tutta la sintomatologia la si attribuisce alla febbre elevata. Ancora più accortezza si deve prestare alla eventuale comparsa di manifestazioni petecchiali.

Verso le ore 20,30, sempre del 20 gennaio 2000, ritorna la mamma da Foggia, entra nella camera, saluta e chiama Matteo, ma il bambino, con gli occhi persi nel vuoto, non la riconosce. La mamma si avvicina per dargli un bacio e si rende conto che ha delle macchie più o meno grandi, violacee sul collo e sul torace. Si scatena un po’ il panico. Consultato telefonicamente il pediatra, che lo ha precedentemente visitato, consiglia il ricovero immediatamente, anzi sospettando una infezione meningococcica, è lui stesso ad avvisare il medico di guardia del reparto di Pediatria e il collega più anziano reperibile.

Vengono altresì informati i parenti della gravità del caso.

RICOVERO  IN  OSPEDALE – PEDIATRIA

Si prepara in fretta tutto e si accompagna il piccolo nell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, di San Giovanni Rotondo. Giunti al Pronto Soccorso, Matteo,  è saporoso, risponde con difficoltà agli stimoli verbali; viene adagiato sulla barella e portato nella corsia di Pediatria.

Alle 21,20 della stessa giornata viene ricoverato nella Divisione di Pediatria.

Il pediatra di turno sta attendendo Matteo Pio in medicheria, in quanto informato della gravità in cui versa il bambino. Le condizioni cliniche infatti, appaiono subito di notevole gravità; facies sofferente; la cute si presenta pallida, con petecchie per numero e diffusione in crescendo; il sensorio obnubilato.

Vengono eseguiti dei prelievi ematici e nel frattempo giunge il pediatra, amico di famiglia, che aveva visitato Matteo circa due ore prima. La sua sorpresa  è quella di verificare che la disseminazione delle lesioni petecchiali è stata rapida, a tal punto che esse coprono l’intera superficie corporea, indice prognostico di per sé negativo.

Nel frattempo ai due pediatri si aggiunge il reperibile, in servizio di pronta disponibilità. All’osservazione del medico il piccolo Matteo Pio presenta delle lesioni petecchiali, alcune delle quali già in evoluzione necrotica, localizzate alla cute degli arti inferiori, ai glutei, alla radice degli arti superiori bilateralmente; tali lesioni vanno aumentando di numero e di estensione. Le petecchie sono diffuse a tutto il corpo; inoltre presenta un notevole calo pressorio.

Alle 22,30 viene eseguita puntura lombare. Vengono praticate altre indagini strumentali.

Gli esami di laboratorio e strumentali confermano la gravità della malattia, che si è evoluta in 12 ore circa.

Quindi la clinica e gli esami mettono in evidenza già una situazione clinica di notevole gravità rapidamente evolutiva: e precisamente Meningite fulminante, complicata da DIC, ipotensione, compromissione renale. Ma la cosa più drammatica è la continua evoluzione della malattia con interessamento di altri organi man mano che trascorre il tempo.

In modo inesorabile, nelle ore successive, sono interessati, divenendo insufficienti, nove organi.

Appunto per questa evoluzione rapida, ai tre pediatri, che hanno in cura il bambino, dopo poco, si aggiunge un medico anestesista rianimatore, esperto di patologie pediatriche.

Tutti d’accordo si decide il trasferimento in Rianimazione II;

la patologia,  già grave all’ingresso in ospedale, tuttavia il trasferimento in Rianimazione è deciso congiuntamente dai presenti, dopo aver verificato che, ad onta della terapia intrapresa, le condizioni di Matteo Pio continuano a rimanere molto gravi ed a peggiorare.

Così ricorda la mamma:

“Intanto Matteo dopo un … consulto tra pediatri e rianimatori viene portato con la barella verso l’ascensore per essere trasferito in Rianimazione.

Io lo guardo avvilita per l’ultima volta, mentre si chiude la porta dell’ascensore”.

RIANIMAZIONE

Quindi  Il giorno 20 gennaio 2000, alle 23,30,  per ulteriore peggioramento  delle condizioni cliniche, viene trasferito in Rianimazione II.

Così viene riportato nella cartella clinica della Rianimazione II.

Le condizioni cliniche diventano sempre più critiche, nonostante i provvedimenti terapeutici intrapresi; infatti alle ore 2.00 del 21 gennaio 2000, sono trascorse poco più di 14 ore dall’insorgenza, si incomincia ad infondere, nor-adrenalina, dopamina, antitrombina III; la diuresi è scarsa; alle 4.00 si somministra 1 unità di piastrine; si inizia ipotermia fisica; si somministra Lasix, la diuresi è scarsa. Insomma, la notte non porta un miglioramento dello stato clinico al contrario, un progressivo deterioramento delle funzioni vitali sino al coinvolgimento di altri organi, divenuti insufficienti.

Gli esami eseguiti durante la notte e al primo mattino sono un segno della devastante patologia che sta per consumarsi.

Viene ripetuta la puntura lombare, il liquor è torbido,”scuro”, purulento.

Il mattino del 21 gennaio si consuma un dramma e si ravviva una speranza, inattesa.

Il mattino del 21 gennaio 2000, dalle ore 7,00 in poi,  la situazione clinica precipita con compromissione di tutti i parametri vitali. Diventa dapprima tachicardico (150/mn), tachipnoico. Il circolo è sostenuto dalla noradrenalina, nonostante ciò la pressione arteriosa non è rilevabile.

Intanto compare una grave insufficienza respiratoria.

Si procede ad intubazione endotracheale ed a ventilazione meccanica.

Alle 9.00 le condizioni cliniche sono disperate; anossia, cianosi generalizzata, nonostante la ventilazione meccanica assistita vi è desaturazione <30%; l’infermiera presente precisa 18%; edema polmonare acuto (ARDS); pressione arteriosa non rilevabile per  shock settico; tutto il corpo è ricoperto di petecchie per DIC; dalla tachicardia è passato alla bradicardia estrema per grave insufficienza cardiaca; non risponde ai diuretici per assenza di perfusione renale, per cui si instaura: insufficienza renale acuta. Tutto fa pensare che si sia instaurata una insufficienza surrenalica.

Per arresto cardiaco, si procede al massaggio cardiaco esterno.

Tale situazione clinica disperata con i suddetti parametri si prolunga per oltre un’ora.

Dopo ripetuti tentativi rianimatori, aspirazione di sangue dal cavo faringo-tracheale, l’addome è globoso, teso, si pensa al decesso di lì a qualche minuto.

I medici sanno bene di trovarsi di fronte ad una meningococcemia fulminante da Neisseria Meningitidis, evoluta in MOFS complicata da ARDS; l’esordio è brusco, non sono ancora trascorse 24 ore. Vi sono tutte le complicanze: collasso vasomotorio e shock, DIC, le lesioni petecchiali e purpuriche si allargano rapidamente sino a provocare estese emorragie cutanee; quando insorge il coma, la gittata cardiaca diminuisce progressivamente e la pressione arteriosa cade, è inevitabile il verificarsi del decesso.

Tutti coloro che sono presenti o, che, comunque,  vivono l’episodio, ricordano questo drammatico momento come qualcosa che resterà indelebile nella loro memoria.

La mamma del piccolo Matteo Pio così ricorda:

“La notte passa lenta, con una dilatazione dei minuti e dei secondi che mai, avevo provato prima.

Il pediatra,  che rimarrà con noi in tutti quei lunghi giorni, e mio marito continuano ad entrare ed uscire dalla porta della rianimazione, nel tentativo di elemosinare notizie sul bambino. Questa notte infinita trascorre trafiggendo i nostri cuori”.

Il ricordo del papà medico è ancora più drammatico:

“….Rimango assieme a Matteo. Vivo questo periodo nell’angoscia di sapere che da un momento all’altro posso perdere Matteo, con l’incubo della risposta degli esami ematochimici, della radiografia del torace, della diuresi e di tutti i parametri cardiorespiratori riprodotti sul monitor. Ricordo con molta angoscia il viso del primario, quando la mattina del venerdì 21 gennaio mi affaccio al  box dove è mio figlio. … Egli si gira verso di me e senza un cenno di saluto evita subito il mio sguardo. Capisco allora che per Matteo è finita”.

Il primario così ricorda: “Già in quei momenti ero convinto della impossibilità di un successo o quanto meno ero convinto che… sarebbero reliquari danni cerebrali e renali… Le dimensioni cardiache così come desunte dai radiogrammi, la necessità di un supporto circolatorio con dosi molto alte di adrenalina e noradrenalina (dosi che definirei molto alte anche per un adulto) mi facevano convinto di una possibile morte cardiaca improvvisa o comunque di una cardiopatia se il bambino fosse sopravvissuto”.

Lo stesso dottore così continua:

“Personalmente molte volte ho pensato che il decesso si poteva realizzare di lì a qualche momento. Ho ammesso a me stesso ed ho manifestato ad alta voce con i miei collaboratori in più di una occasione che non ritenevo possibile una risoluzione positiva. Aggiungo che nel caso specifico si sono realizzate delle circostanze favorevoli indipendentemente dalla nostra volontà”.

L’aiuto, medico rianimatore, che ha preso in cura, assieme ad altri colleghi, il bambino sin dal mattino del 21 gennaio 2000:

“….. Ci sono sicuro stati momenti di forte perplessità, sulla opportunità di proseguire le manovre rianimatorie medesime, in quanto persistevano condizioni di cianosi generalizzata estrema e midriasi fissa bilateralmente e bradicardia estrema protrattasi per almeno trenta minuti e più.

Questa bradicardia in un bambino è paragonabile all’arresto di circolo.

Durante questo periodo si è pensato al decesso del sanato che sembrava dovesse verificarsi da un momento all’altro”.

Così ricorda uno de medici anestesisti rianimatori, esperto di patologie pediatriche, che, sin dal ricovero in pediatria, ha prestato soccorso al bambino:

“Ricordo che nel corso della mattina (21 gennaio 2000) è stata eseguita una puntura lombare con emissione, questa volta, di liquor torbido e purulento.

Nella fase acuta la prognosi era infausta quoad vitam e riservata quoad valitudinem”.

La descrizione dell’infermiera professionale della Rianimazione II, presente di turno la mattina del 21 gennaio 2000, è fortemente drammatica:

“Ricordo di aver preparato il materiale sterile per la esecuzione della puntura lombare. Nel frattempo sivaveva provveduto ad intubare il piccolo Matteo Pio.

Al momento del prelievo del liquor,  il liquor stesso si presentava denso  e di colorito nerarstro. Al termine della procedura,  rimettemmo il piccolo Matteo Pio in posizione supina, e ci accingemmo a fare la detersione delle vie aeree superiori. Fu in quel momento che incominciò a manifestarsi una estrema bradicardia ed una desaturazione dell’ossigeno ematico, come era possibile rilevare dal monitor situato accanto al paziente. La cute di Matteo Pio ha cominciato a presentarsi cianotica, le stesse petecchie, da un colorito rossastro, viravano verso il colorito nerastro. Ricordo con esattezza di aver seguito con apprensione la diminuzione del valore di saturazione dell’ossigeno sul monitor, che raggiunse anche il valore del 18%. La frequenza cardiaca era pari a 23 battiti al minuto

La pressione già bassa sin dall’inizio, è divenuta imprendibile; il piccolo Matteo Pio non si riprendeva.

Non c’era nessuna ripresa. Tutti eravamo disperati, gli occhi arrossati  e con le lacrime.

“Proprio in quel momento mi atterriva il pensiero di dover proprio io provvedere al lavaggio del cadavere, prima del trasferimento in camera mortuaria. Come lo vestiremo? Come dobbiamo riferirlo alla madre?”.

Dello stesso tenore sono le descrizioni di tutti quelli che sono presenti quella mattina e si sono precipitati ad aiutarsi l’uno con l’altro con la speranza di strappare quel bambino alla morte.

L’infermiere professionale di turno:

“Ricordo distintamente che le condizioni del bambino divennero ad un certo punto estremamente critiche.

Ricordo che uno dei medici ci riferì ad alta voce che a suo giudizio proseguire nei tentativi di rianimazione sarebbe stata una cattiveria”

La conclusione è che tutti pensano al decesso da lì a qualche minuto; tutti i presenti, dall’équipe medica al personale non medico,  sono convinti di tale evento.

E’ una situazione veramente disperata; quella situazione in cui si esauriscono le risorse della scienza; ed ecco che quel caso disperato, improvvisamente si risolve come d’incanto.

I medici e tutti i presenti  raccontano l’episodio ancora con le lacrime agli occhi, perché per tutti il bimbo  è considerato irrecuperabile.

Invece, improvvisamente, accade qualcosa di straordinario e con l’incredulità di tutti. Quel centro del respiro, probabilmente leso dalla meningococcemia, quel quadro toracico che, per ben due giorni, sino al 24, è di “tipo peggiorativo con aspetto a “vetro smerigliato ” di entrambi i campi polmonari, specie il destro, ove sembra associarsi minimo versamento pleurico”, riprendono ad ossigenare il sangue, anche se ancora non in modo perfetto, saturazione in O2 al 78% e poi al 100%; il cuore riprende la sua corsa, la pressione arteriosa è rilevabile, adeguata per perfondere adeguatamente gli organi. I parametri vitali si mantengono stabili e soddisfacenti.

Le complicanze hanno un andamento di veloce risoluzione, compresa l’insufficienza renale, E’ ovvio che nel frattempo sono state prese tutte le dovute precauzioni ed iniziato il dovuto trattamento.

Però passata la fase critica della sopravvivenza, incominciano a sorgere altri dubbi: quali saranno gli esiti? Un cervello, che, già affetto da meningococcemia, ha avuto un così lungo periodo anossico, che è stato per così lungo tempo non perfuso, che danni ha subito?

Questi interrogativi tormentano i medici;  la loro paura di trovarsi di fronte un bambino con dei deficit mentali o nervosi ha un fondamento scientifico. Infatti viene eseguito: EEG con il risultato seguente: “……. Marcate anomalie bioelettriche di tipo lento diffuse espressione di sofferenza di media entità”

Il bambino è sedato con morfina ed è curarizzato, per cui non si riesce subito a valutare la risposta del danno nervoso.

La sera del 31 gennaio, sono trascorsi appena 10 giorni,  si sospende la sedazione e la curarizzazione; riposa durante la notte.

Viene concesso ai familiari di essere presenti vicino al suo letto ed assisterlo dal punto di vista psicologico.

Ecco l’altra sorpresa che colpisce i medici. Il diario clinico del 3 febbraio riporta: “Il Paziente è stato tranquillo; vigile e cosciente”, è sempre in respiro assistito. Il pomeriggio del 4 febbraio: “Parametri vitali stabili. Paziente sveglio collaborante. Effettuato ciclo di respiro spontaneo. Il 5 febbraio: “Paziente sveglio, collaborante. Effettuato ciclo di respiro spontaneo. Non ha deficit motori”. Il 6 di febbraio: “Paziente ben sveglio, orientato, collaborante”.

Tale situazione sorprende tutti. Uno dei rianimatori:

“Confermo che, tenendo conto di tutte le complicanze cliniche accadute, si sono sospettate delle lesioni cerebrali e sono rimasto molto sorpreso della rapidità di ripresa dell’attività cerebrale (sono rimasto molto sorpreso nel vedere il bambino ancora ricoverato in terapia intensiva mentre giocava alla playstation)”.

La stessa giornata, infatti, il bambino gioca alla playstation e dialoga tranquillamente con la mamma.

La sera del 7 febbraio: “Rimosso catetere vescicale”. L’8 febbraio:  al mattino: “Paziente sveglio, collaborante. Ha urinato spontaneamente, senza catetere vescicale”. Rimane in respiro spontaneo per tutta la giornata. Il suo essere, collaborante, orientato e ben sveglio, forse troppo, viene sottolineato dal personale infiermeristico, a tal punto da “prendere in giro” qualcuno dei componenti.

Il pomeriggio del 12 febbraio 2000 alle ore 16 viene ritrasferito in Pediatria; non vi è alcun motivo per la sua degenza in Rianimazione.

Il 26 febbraio 2000 viene dimesso dalla Pediatria, guarito.

Alcune considerazioni scientifiche:

la malattia che ha colpito il piccolo Matteo Pio è una complessa e  devastante situazione clinica, che si raffigura nella MENINGITE FULMINANTE evoluta nella MULTIPLE ORGAN FAILURE SYNDROME + ACUTE RESPIRATORY DISTRESS SYNDROME  (MOFS+ARDS).

La MOFS nel paziente Colella Matteo Pio ha interessato 9, dico nove, organi; ciò è stato  dimostrato in modo chiaro ed inequivocabile. Tutto ciò è stato ammesso dagli stessi medici che lo hanno avuto in cura.

Mi sembra opportuno ricordare che la letteratura internazionale,  nella casistica della percentuale di mortalità, si ferma all’interessamento di cinque organi, perché subito dopo, cioè a sei organi, non si è mai descritta la sopravvivenza di alcun paziente in quanto la mortalità è del 100%.

I Pazienti affetti da MOFS con interessamento di tre organi e che riescono a superare tale grave situazione clinica,  vengono considerati dei sopravvissuti ed hanno una ripresa molto, ma molto, lenta. Certamente questi pazienti non si svegliano, come è accaduto a Matteo Pio Colella, in circa 10 giorni chiedendo di succhiare un ghiacciolo alla Coca Cola e di giocare alla Playstation, pur essendo affetto, ribadisco, da: meningite fulminante + MOFS, con interessamento di 9 organi, ed ARDS. Il coma è stato così lungo perché  farmacologicamente indotto, ma nel momento in cui si sono sospese la curarizzazione e la sedazione con morfina e quindi il coma farmacologico, dopo circa dieci giorni, il bambino si sveglia come se non avesse avuto nulla e, appunto, chiede di gustare un ghiacciolo alla coca cola e di avere una playstation, che gli viene portata e con cui si mette a giocare; tutti noi sappiamo che attenzione e concentrazione richiede un gioco di tale portata al  “computer”; il bambino riesce a farlo ed anche bene, al punto da sfidare i medici in tale competizione.

Gli organi interessati dalla MOFS sono:

1 – Sistema nervoso.

2 – Apparato cardio-vascolare.

3 – Apparato respiratorio, con ARDS.

4 – Apparato urinario.

5 – Fegato.

6 – Apparato gastro-intestinale.

7 – Sangue e sistema coagulativo.

8 – Apparato endocrino, surreni.

9 – Cute.

ECCO L’ELENCO NUMERICO E NOMINALE DEGLI ORGANI INSUFFICIENTI CONTEMPOANEAMENTE, RESTIAMO SEMPRE PIU’ PERPLESSI, SORPRESI, OSEREI DIRE, INCREDULI DI QUESTA STRAORDINARIA GUARIGIONE. L’UNICO  ESITO PERCHE’ POSSA ULTERIORMENTE STUPIRCI  SONO MINUSCOLE CICATRICI.

Dr Pietro Gerardo Violi – medico chirurgo

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