Forme e psiche: l’ulivo di Giovanni Tamburrano

Nel mese di ottobre 2016, nella sala parrocchiale della chiesa  San Giuseppe Artigiano di San Giovanni Rotondo, il  maestro d’arte Giovanni Tamburrano ha tenuto una mostra pittorica dal titolo “Le forme della natura – l’ulivo”.  Il lavoro dell’artista sangiovannese, sicuramente lodevole  sotto il profilo artistico, merita ancora più attenzione ove si consideri  che la mostra si  colloca in un periodo in cui l’esistenza dell’ulivo viene minacciata da estirpazioni selvagge, perpetrate a vario titolo. L’ulivo è il simbolo della nostra amata terra di Puglia e, per ragioni storiche,  sociali, ambientali, rurali e paesaggistiche, meriterebbe maggior tutela da parte degli enti preposti. Apprezziamo, quindi, e di buon grado qui pubblichiamo, il breve ma originale studio di Michele Totta.

L’amministratore

Copertina del catalogo presentato durante la mostra.

Al termine del percorso visivo lento, meditato, delle recenti diciotto pitture che Giovanni Tamburrano dedica alle forme dell’ulivo, sono incoraggiato a sondare più a fondo oltre la scorza e il tronco, il dna delle metamorfosi del legno. Subito appare, l’ulivo, al vertice di perfezione tra le specie arboree. Le sue metamorfosi, la capacità cioè di farsi e replicarsi in miriadi di immagini e sfumature, esprimono una singolarità che sfiora il portento.

Le forme, ammiccanti in gigantografie equilibrate da prospettive sempre nuove, vanno a occupare l’intero spazio vitale o campo espressivo dell’artista, maturo nel cogliere minuzie, farne depositi, affioramenti d’anima. Egli senza freno converge la tecnica pittorica entro l’empito d’emozione. La collezione appare come filologico apporto a un acuto inventario dell’autore sul suo territorio, il Gargano, come compenetrazione tra uomo e ambiente, tra vita e corruzione temporale. Una sinergia, che obbliga a dipanare il mito della terra, le sue albe e i tramonti, l’incanto nelle stagioni, l’appartenenza e le lacerazioni per l’abbandono.

Emerge una narrazione franca di silenzio e ingratitudine, di lavoro e compianto: da ciò il segreto voto d’artista di filarne l’esile equilibrio, di ricomporlo. La terra sintesi del mondo, nel suo grembo tutto compie, la vita e la morte.

L’Ulivo , privilegio di natura, attraversa l’immane tempo e reca nella polpa ogni tribolazione o sopruso . L’azione secolare gli apporta quella fisiognomica, che lo fa apparire copia esatta d’umano dolore mummificato. Il seccume tra le ceppaie, nella simbologia arborea delle religioni , assurge a emblema dell’uomo nel peccato. Nelle movenze pittoriche del Tamburrano, l’ulivo è paradigma attivo, dirompente, del giardino e dell’uliveto. Inverda, fiorisce, tiene segreti, fruttifica, evoca, si racconta a sorpresa, in energia di psiche. Il tempo di per sé – aforisma anonimo – nessuno di noi può percepirlo, se non nella placida quiete delle cose. Tale sembra l’acquarello o la china dell’artista sangiovannese, un placido fluire per noi: vedute gaie, frantumaglie di memoria indelebili, profonde.

Simboli sacri appaiono culazze (fazzoletti di terra), tetti declivi e sdutti, brani d’azzurro in ipertrofico cielo, sassi intrecciati a serpentone, confine tra il possesso, la tradizione, le rovine. Indi le voci d’agreste canto per l’olive, ghermite alla ramaglia prima degli storni, nel piccolo commercio oleario; tutto nell’assenza di prospettiva o riferimento spaziale; lo spazio fagocitato nel quieto alveo, la psiche.

Allora, è l’energica psiche a creare forme acuminate, lacere, irrazionali, sospese, o la sfibrata forma del legno a postulare un equilibrio con la psiche? Stupefacente l’antologia di forme, ora cerbiatti, occhi di serpe, il vespaio dei teoremi, le idre acquatiche, le fibrose costole giganti, l’architrave possente che rimanda all’arco del vento delle Montagne Rocciose d’America. E ora ulivi che scrinano le pietre devote della Rotonda, timbro litico dei Padri. Olivi pur spaccati da folgore, si erigono pungente frontiera in noi e ne l’arcaico Gargano, sacrato. Una sequenza di forme trasfigurate (P. Evdokimov) . Mi avvolge ancora la sanguigna, unica della serie, levità esplosiva, che incornicia il castello federiciano, una cronotassi fra due ere, la preistoria e la storia. Entrambe invogliano a profondo scandaglio, nel nostro bacato tronco, divenuto labirinto umano, da cui evadere, pur nella contemporanea indifferenza.

Della riproposizione del territorio montano garganico come unicum nel suo genere, oasi naturalistica completa di zone secche ed umide, scampata al calcestruzzo, non nutriamo dubbi. L’opera del Tamburrano attinge alla ecologia dello Sperone d’Italia, le coordinate di un’estetica semplice, fruibile, rarefatta. Rigetta le mitiche filosofie del Tempo-cronografo, edace, senza scampo, per insistere sul Tempo-vissuto, carismatico, giovevole. Perciò il colore fluisce in colloqui di luce zenitale, in assaggi di esperienza pittorica radicata, offerta in sfumature creative di linguaggio, d’insistito godimento visivo. Araldo, il colore, dell’intimo contemplare la bellezza, a cui l’artista conferisce slancio metafisico, mistico cedimento, per l’approccio verso l’infinito. Il quale non è un luogo oltre le cose finite! Ma è il non-luogo in tutte le cose! E’ la qualità “fluida” dell’universo, concetto caro a L. Mazzocchi. La forza dell’arte, mira ad abbracciare nelle cose il mistero; invoglia a sondarlo con ragione e interiorità. Compito che l’antico segno dell’arte tiene vivo per noi dall’alba dei secoli, e in diacronica vertigine si ricrea.

Dopo aver ammirato L’albero di Van Gogh, florido in petali tra cieli miniati e croste di rosso pompeiano, ancor più nitida nella sintesi formale mi sfiora la visione de L’ulivo di Giovanni Tamburrano, narrante brano a brano tutta la sua storia dai millenni greci, nella quale è compresa la nostra storia. Piace l’incantamento da atmosfera dell’eden, così da godere compiutamente il Gargano nostro, fresco d’erbe, circonfuso d’indomiti sentori. Piacciono le cromie, lo dico in accordo a Beatrice Buscaroli, erette a monumentalità sensibile. Pregevole il catalogo presso DFG Arte 24 di Roma, 2016. Unitamente al ponderoso volume di HORST SCHAFER-SCHUCHARDT, L’oliva, la grande storia di un piccolo frutto, costituisce per me un patrimonio d’immagini inalienabile.

Michele Totta

Novembre-Dicembre 2016

PROFILO

Giovanni Tamburrano nasce a San Giovanni Rotondo nel luglio 1951.

Dopo gli studi classici si iscrive dapprima presso l’Accademia Di Belle Arti di Napoli conseguendo in seguito il Diploma di Laurea in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Qui ha avuto come docenti Elio Filippo Accrocca e Felice Ludivisi.

E’ nel campo dell’arte da più di 40 anni e alle sue opere si sono interessati diversi critici d’arte tra i quali: Pietro Fratantaro, Giovanni Amodio, Rosaria Belgiovine, Roberto Girasa, Anj Annot, Claudio Lepri, Vito Cracas, Mario Nicosia, S.Perdicaro, Paolo Levi.

Tra le sue realizzazioni:

  • scenografie per tre edizioni del Presepe Vivente a San Giovanni Rotondo
  • alcune postazioni della Via Crucis vivente – San Giovanni Rotondo (1992)
  • i bozzetti delle vetrate nella Chiesa di Sant’Orsola in San Giovanni Rotondo (2002) per la chiesa di San Giuseppe Artigiano in San Giovanni Rotondo un’opera sulla “Sacra Famiglia” (1985)
  • nella chiesa di San Giacomo in San Giovanni Rotondo” Il Buon Pastore” (olio su tela di iuta 130 x 200)
  • 13 vetrate artistiche istoriate per la Chiesa “Trasfigurazione del Signore” (201O)
  • 2 dipinti ad olio per la Cappella del Santissimo – Chiesa Trasfigurazione del Signore (2013/14)
  • restauro del “Paesaggio del Penati” sul quale poggia un crocefisso del 700, presso la chiesa di Sant’Orsola in San Giovanni Rotondo (2002)
  • Illustrazioni per molti libri di autori locali e per il mensile “IL PIRGIANO”
  • Pubblicazione di un catalogo artistico antologico (1966-1999)
  • Articoli sulla rivista culturale “LU PUSCINONE” (1987)

Le sue opere risultano appartenere ad enti pubblici e privati sia in Italia che all’estero.

E’ inserito nei cataloghi d’arte e riviste a livello nazionale e nell’albo degli artisti europei.

– GELMI – Milano (catalogo)

– L’ELITE – Milano (catalogo)

– AVANGUARDIE ARTISTICHE DEL NOVECENTO – Palermo (catalogo)

– BOE’- Palermo (rivista d’arte)

– IMMAGINE – Messina (rivista d’arte)

– EXPO ARTE 2013 – Bari (catalogo)

– SECONDA BIENNALE – Palermo (catalogo)

– 50° MOSTRA- Roma (catalogo)

Sonorità di legno e colori in Daniela Nardelli

L’artista Daniela Nardelli (Londra, 1967) dedica la sua attenzione di pittrice al legno. Ha dedicato una pala a padre Pio dal titolo L’invito, in cui il santo presenta il Bambino Gesù all’umanità. L’opera, è stata donata a Casa Sollievo nel 2012, nell’ambito del programma Adotta una cellula, per sostenere la ricerca scientifica (v. La Casa Sollievo della Sofferenza, anno LXIII, giugno 2012, pag. 134). L’eziologia dell’opera è da collegare a  un tronco d’olmo di 400 anni in cui, dopo il taglio verticale, la pittrice ha scoperto, con sorpresa, i tratti del volto del frate santo di Pietrelcina.

Michele Totta, avendo conosciuto di recente la pittrice di Atina (FR) e avendone ammirato le opere della terza collezione, ha descritto nell’articolo che presentiamo, i caratteri salienti della pittura della Nardelli.

"L'invito" di D. Nardelli

“L’invito” di D. Nardelli

L’albero include in sé e manifesta la sua natura archetipica di ponte tra le radici della terra, il buio sconosciuto dell’origine, e il Cielo, il luogo primo dell’origine divina (Roberto Mussapi). Nasce con un destino di dignitario del cielo l’albero, matrice d’ogni legno o tavola. Ma gli elementi botanici costitutivi, carbonio, ossigeno, clorofilla, sali minerali, acqua, luce, alveoli, combinati non a caso, diventano la sintesi chimica d’un prodigio della Terra e di Demetra, sua custode. Dalla corteccia al cerchio più intimo, il taglio a strati di un tronco adulto evidenzia l’intreccio di fibre, pori, nicchie, linfa, vene e polpa minerale, intima tessitura che trasmette piena la stupefazione.

Ancora da Mussapi (Gita meridiana) riporto che il regno della linfa/luogo segreto della sete/dell’ascesa alla luce/ diventa l’umile primavera, crocevia dello spirito. Così il legno, precursore della tela, si porta addosso un garbo salvifico.

Sul legno, materia di grande nobiltà, luogo segreto della sete per l’umanità del XXI secolo, la Nardelli va a impiantare, fibrillante, la pluralità del suo messaggio d’arte. Ciascuna opera è un lemma, con al suo interno una temperie di efficaci suggestioni. Daniela non varca mai la frontiera del bello dei grandi itinerari d’un passato lontano. Il percorso esplorativo non evoca mai le peripezie remote degli abissi, alla ricerca di Gilgamesh; di Orfeo negli inferi; delle anime nell’oltretomba, scaricate ivi da Caronte; del labirinto di Teseo: materiale della epica confluito nei resoconti del mito.

Nella Terza Collezione ella predilige temi più attuali: l’ecologia (Acqua, Zampilli); il sociale (Le Signore di Roma, l’Invito); la storia risorgimentale (Podgora, Il Grido, Il Richiamo dell’Aquila); modelli femminili (Demetra, l’Armonia familiare, la Fedeltà). E con rinnovata ispirazione e fiducia piena, illustra i capisaldi del suo credo cristiano (Candelora, Maria-Myriam, Corpus Domini). A lei stanno soprattutto a cuore, le qualità dell’uomo. L’etica anzitutto, istanza umana essenziale, compromessa dalla tentazione della abiura; la deriva morale nella società post-industriale; la frammentazione degli ideali. Rigetta lo spasimo, la beatitudine del benessere; lo scadimento del gusto artistico, provocato dalle Avanguardie al ‘900. Offre a rimedio il suo focus, fuoco d’arte neoclassica, ricco di racconto pedagogico, in una visione lungimirante, universale. Una proposta di respiro, di breefing sensuale e rigenerante costume.

La cifra di gradimento delle opere dell’artista anglo-italiana sfiora (venia per l’azzardo) la ustione d’anima. E’ prioritario il recupero dei propositi umani, amore, speranza, attesa di giustizia, coraggio, fiducia, amicizia, espressioni che il suo pennello esplorara con sensibilità e perizia femminili. La convinta paideia guarda l’uomo contemporaneo, conteso nel fuoco incrociato tra i valori della tradizione e l’orientamento all’Umanesimo laico, agnostico, chiuso tutto nella mano del Fato e negatore del senso del sacro. Laicità concessiva, sensual-edonistica, pervia a ogni concupiscenza. In tale contesto si propone, purissimo, il peso della Provvidenza, fungibile e vivo oltre gli accadimenti, nella cosiddetta storia umana.

L’artista di Atina insegue la plasticità o volume, tesa a superare la bidimensionale pittura. Con schema semplice, ripetuto in efficacia pervasiva, ella incardina a piramide i soggetti delle sue tavole, attingendo alle più classiche realizzazioni della scultura, ma anche della pittura. Si pensi alla cinquecentesca “Pietà” del Buonarroti in San Pietro a Roma; al gruppo statuario ellenistico “Laocoonte” (sec. II-I a.C.), e a “Nilo”, gruppo statuario alessandrino (sec. III a.C.).

Una dopo l’altra scorrono vivide come ideogrammi, le tavole della terza collezione. Più di tutte amo l’opera “Orient Express”, sintesi di ogni viaggio umano, sentimentale, architettonico; ma anche perfezione dell’arco, emblema della cupola celeste; esaltazione del grattacielo, sfida continua per l’umano ingegno. Il viaggio nel mondo delle percezioni sensorie e interiori, in continuo genera la scienza, la poesia, la fotografia e, non ultimo, lo scenario della psico-analisi.

 

L’aristocratica fanciulla in primo piano è l’umanità, in moto sui binari della libera fantasia, sulla locomotiva senza frontiere, sul vortice della ruota, che incontra e moltiplica l’entusiasmo per ogni incontro tra le razze. Ruota ancestrale presso i cavernicoli, mozzo che movimenta la mano dell’homo sapiens, fino a farsi anello energetico nel cuore dell’atomo, per divenire potenza e onnipotenza nell’evo corrente, con l’homo tecnologicus.

Su ogni tavola d’arte, inossidabile coglierai lo stupore. Incanto reso fluido nelle tinte a semitoni e a pastello, del verde, giallo, rosso, glicine; nel bianco merlettato o nel panneggio essenziale, che accoglie nelle sue trepide cortine. Cromatismo dilettevole, non facile da trovare in altri artisti.

Da ultimo, l’immagine cristica in “Getsemani“. Promana da essa un simbolismo, arduo da descrivere, però ben espresso nei tocchi dell’artista e nel fresco incarnato dell’ulivo antico. Come imago picta ab Aeterno, una icona dipinta dall’Eterno, senza anatomia, senza proporzioni ma vivissima, trasmette una monumentale catarsi.

 

Le pale lignee della Nardelli esprimono filantropia passionale o esimia architettura pittorica?

Credo, entrambe le componenti.

Daniela cattura tutta l’armonia e le sintonie dell’albero, il fluido materico del legname, l’incoercibile suo respiro, il palpito segreto, la rorida frenesia, diventate cento metamorfosi di sogno, fissate ad arte nel colore. Sicché le tavole dipinte procurano una compagnia mistica, di dolcezza totale e leggerezza.

Emozione lungimirante anche lo stilema. Le stagionali linfe che hanno irrorato fibre e tubercoli del legno, i tocchi di mano nel ritmo dell’artista, il recupero dei materiali vili, emergono con la potenza della innocenza. Linfe, colori e cornici premiano, con fervescente mattinale grazia.

All’ammirata   conoscenza del legno, che sfiora la venerazione, Nardelli affida la pervasione piena o vibranza dei suoi colori, tesa a scaldare il fiaccato spirito contemporaneo. Un know how sapiente, una conoscenza urgente, un fatto ineludibile da erigere a baluardi, per fermare l’umanità sul ciglio della catastrofe morale, disseminata dal materialismo novecentesco. Messaggio speciale, che rivela -per la nitida scrittura di segni, proporzioni e atmosfere- le risorse del suo spirito, davvero sconfinate.

La cromia ha il piglio deciso e fiero , dei declivi boscosi laziali e l’ordito di campiture agresti fulgenti alla luce, capaci di equilibrio, come pure di forte sospensione. E’ il trionfo, perché no? Dei siti rurali di Ciociaria.

Ispirata a caldo istinto d’arte e singolare empatia compiutamente espressi, l’opera sancisce la vittoria delle sfere spirituali (Platone) sui tentacoli irredenti della materia .

M i c h e l e T O T T A

 

San Giovanni Rotondo, agosto 2016

VERSI SOTTOVENTO – Chiosa per Giovanni Scarale

 

Il presente articolo esce nel primo decennale della pubblicazione di “Versi sottovento” (2006-2016), ultima opera di Giovanni Scarale, venuto a mancare il 2 aprile 2010.

Sono grato a Giuseppina D’Errico, consorte del poeta, per le notizie e la consultazione dell’archivio.

M. Totta

 

versi_sottoventoNon solo è colui che inventa immagini il poeta, combinando le parole. Egli è profeta, che annuncia il futuro ed evoca il tempo andato; legge e detta la follia creativa del presente. E’ un visionario proiettato nel non-luogo, cioè nel sogno, senza riferimenti né di luogo né di tempo; egli fa il viaggio civile evocatore del tempo epico della vita, il tempo “Altro”, come si è espresso Mussapi.

 

Giovanni Scarale riconosciuto biografo, fine scrittore prosaico come in versi, meticolosamente scandaglia con anima trepida, lo scibile umano, le cose, il mondo animale e l’universo spirituale. La sua geografia dell’anima evidenzia una certa complessità, popolata di rarità, di sublimità, d’ironia sognante. Proclama un bio-ritmo, un “pulviscolo d’esistenza”, in bilico tra la contingenza e il tema sacro, ultraterreno. E’ un credente compiuto Giovanni, ancorato a biblica fede. Tuttavia spiazzato nel Relativismo novecentesco, negatore di ogni recesso dello spirito e delle regole dell’etica: vuoto esistenziale contemporaneo, che toglie il sonno al poeta. Per questo egli convoca angeli, si attarda su uomini reinchiodati come padre Pio, che annualmente nei Settembrini Canti, rivisita con vibrante efflorescenza. Un circuito di meraviglia laica, teso a contemplazione del mistero, privilegio delle creature più pure e sensibili.

 

In Versi sottovento, silloge in lingua, protagonista è il cane. Un privilegio inatteso per lui, nella scrittura dell’ultimo tempo del poeta sangiovannese. Dopo quest’opera, non annotiamo altra pubblicazione ufficiale. Nell’elegante carnet di Luigi Sampietro (LietoColle, 2006), spicca l’imperdibile versione in lingua inglese di Anthony Oldcorn, velatamente tardoromantica di fine ‘800. Il progetto editoriale annovera l’opera nella collezione I quaderni di LietoColle.

 

La genesi dell’opera, al di là di ogni ragionevole dubbio, porta all’amicizia di Scarale con Derek Walcott, Nobel per la poesia nel 1992; e con Nancy Dowd, americana che ha lavorato nel cinema, anche lei proprietaria di una villa a Saint Lucia, come Walcott. Al periodo pasquale 2005, risale la visita di Giovanni, concomitante a quella di Heaney, alla ventosa isola caraibica, ospiti a villa Walcott. I prolungati ragionamenti con Derek e Seamus; le gite in barca “sottovento” da Rodney Bay nel sospeso Caribe; l’assortita canea – cinque cani sepolti e cinque viventi – che circondava la Dowd, sono stati determinanti a suggerire l’esotico titolo. Ma anche le dediche, sia a Derek Walcott (p. 16), sia all’usignolo d’Irlanda, Seamus Heaney (p. 18), titani della poesia.

 

Sanguigno e bilioso, domestico e irascibile, guerrafondaio e pacificatore, anticonformista comunque, il Nostro esce fuori dal suo scriptorium, con tutta sincerità, eleganza, humour, spessore accademico di poeta garganico. Il Gargano, lo Sperone del “Crocifisso monaco” e di Michele, il più visibile degli angeli, fanno da sfondo, credo, alla produzione letteraria dello Scarale. Perciò Versi sottovento è anche un registro, pressante e lieto di memoria (p. 12).

 

Dicevamo del cane.

Alla poetica scaraliana, il cane mancava. Fugacissime le apparizioni del quadrupede nelle composizioni in lingua e nel dialetto. Il Quaderno di Poesia Dialettale, stampato a Roma nei tipi di Tomassetti (vedi n. 7, anno 2011, p. 140), ce ne fornisce un esempio. Ospita la poesia ‘La forza del cane’, sette versi endecasillabi, in dialetto. Cito la chiusura: “Pe sustenèrce jè sampe gradèvule /pe jasse come jè nunn’è cedevule: Per sostenersi è sempre gradevole, /per essere com’è non è cedevole.”

 

Versi sottovento ha per centro della narrazione il cane, alter-ego del poeta, capace di fiutare, scovare, inseguire, anelare superlativi pensieri o sovrumane incarnazioni. E’ rotta la distanza fra i due. Un binario li proietta, da spontanea sapiente compagnia, all’oltre, all’al di là. Sì! Perché la natura tutta, ha meritato esaltazione nella redenzione. Acquisizione di fede, certo; ma anche reinvenzione della poesia. Nel cane non più il cane a parlare, ma la coscienza umana, in tormentosa tensione.

 

L’affetto del poeta verso il cane erompe in uno scioglilingua originale di nominazioni, più che di sinonimi o compassati nomignoli: Achille, Does, Argo, Iris, Kyran, cane di Posillipo, cane di Termoli, Fiorino. Ogni voce emette guaiti… misteriosi /gli accessi dell’affetto (strofa XIII). Ma anche espressioni comprensibili, umane: Te ne stavi/diritto sulle zampe e a testa alta/ come una doverosa sentinella./ (strofa XV). Voci in dialogo, uomo e animale, che ispirano 28 strofe.

 

Il cane, amico “zeccuse” cioè marchiato da zecche, esercita un’attrazione fatale. Riconoscibile in esso l’intrepida Sfinge, intramontabile mito egizio, che accanto alle piramidi, legge il tempo, non solo kronos, ma anche mistero, a cui l’uomo sovente apre l’intelletto e il cuore.

 

Ha meritato privilegi il cane, l’empatia del padrone e il simbolico nome: Fiorino, cioè ricchezza.

 

Come non pensare ad Argo, che con Penelope, aspetta trepido il giramondo padrone Ulisse, l’Odisseo? Come non pensare a un convivio ristretto, alla cena per due, in cui non distingui il servo dal padrone? Penso anche al cane-poeta, un fenomeno, un archetipo. <I creativi sotto la patina della normalità sono imprevedibili> aveva scritto lo Scarale all’amico musicista Giuseppe Fiorentino (Lo Sperone Nuovo, gennaio 2010, p. 3).

 

Nella folla delle chiose, si fa strada quel fido cane, che, come assembra il disperso gregge, così congrega il mondo al vento dell’amore (Versi sottovento, p. 14), alla giustizia ventura.

Non è poco!

 

Egidio Ambrosetti – L’anelito al Bene nel bronzo

cop_ambrosettiDurante i suoi brevi soggiorni di fine estate in terra di Fiuggi, lo scrittore sangiovannese Michele Totta ha avuto la fortuna di incontrare alcuni personaggi di una certa levatura artistica. Tra questi, lo scultore Egidio Ambrosetti, nato ad Anagni e fiuggino d’adozione, legato a padre Pio da Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo.

Preceduto dalla fama di Poeta del bronzo, Scultore del futuro, Ambrosetti ha subito suscitato l’interesse del Totta, affascinato dalle sue opere ispirate soprattutto ai dogmi della fede cristiana, sparse in tutto il mondo.

Ne è nata un’intervista, di largo respiro, durata quattro ore, realizzata in una Galleria d’arte durante una mostra, tra formelle, statue, bassorilievi, medaglie, busti, un bel campionario di bronzi.

L’intervista è stata pubblicata da Michele Totta in un libretto di 23 pagine dal titolo “Egidio Ambrosetti – L’anelito al Bene nel bronzo” ( Stampato presso Caputo Grafiche, Borgo Celano – San Marco in Lamis (FG), dicembre 2015), leggibile online attivando il link sottostante. Essa è arricchita da alcune “Postille”, riportate nella seconda parte del libretto, dove l’autore, col garbo che gli è proprio, mette in risalto le qualità personali e umane dell’artista, colte negli anni precedenti, durante numerosi e privilegiati momenti di incontro personale, nelle Terme o nel suo atelier.

Egidio Ambrosetti è un artista molto legato alla città di San Giovanni Rotondo e a San Pio da Pietrelcina. Tra le  definizioni che accompagnano la sua figura, spicca, l’appellativo di “Scultore di padre Pio”, avendo realizzato una quarantina di statue del santo. Tra queste, quella della canonizzazione, posta dapprima nella nicchia d’alabastro dell’altare maggiore del santuario di S. Maria delle Grazie e poi spostata nella prima Cripta che accoglieva il corpo del santo.

Libro messo gentilmente a disposizione dall’autore, scaricabile esclusivamente per uso personale, essendo coperto da diritti d’autore.
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Business a San Giovanni Rotondo?

Riservato soprattutto ai giornalisti male informati. L’articolo è stato pubblicato sul sito nel 2003 ma è tratto, con piccole modifiche,  dal libro “Padre Pio e S. Giovanni Rotondo nei disegni della Provvidenza” di Giulio Giovanni Siena, pubblicato nell’anno 2002
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Statue di Padre Pio in vetrina

San Giovanni Rotondo: la città di San Pio da Pietrelcina. Una città emblematica, che ha avuto potenzialità enormi.

Eppure in passato non ha mai offerto ai turisti servizi veramente soddisfacenti. Anzi, la  crescita veloce e disordinata della città  ha attirato da sempre la loro attenzione e pesanti critiche, per molti versi giuste, sono state mosse alle autorità amministrative locali per aver sottovalutato nei passati decenni la grandezza spirituale del frate stigmatizzato  che  avrebbe attirato  sul Gargano fino a sette milioni di pellegrini all’anno, bisognosi di ripercorrere i passi dell’emulo di Cristo.

Ma la critica, per essere costruttiva,  deve muoversi entro i limiti della correttezza.

Oggi i mass media parlano troppo frettolosamente di business e di sfruttamento del nome di Padre Pio nella  città, senza alcun approfondimento del reale rapporto intercorrente tra San Pio da Pietrelcina e San Giovanni Rotondo, un binomio inscindibile destinato a sfidare i secoli.

Vi sono effettivamente delle attività economiche che andrebbero esercitate con più discrezione e spesso, negli ultimi tempi, si abusa del nome di Padre Pio e della sua immagine, presenti come marchio sui prodotti più svariati.  Ma ciò accade anche in altre città d’Italia senza che nessuno ne parli.

Quali colpe, poi, hanno i sangiovannesi se delle persone, poco avvezze a provare emozioni per fatti religiosi, s’infiltrarono tra i frequentatori dei luoghi di Padre Pio al solo scopo di trarne profitto?

Il mercimonio è un fenomeno che ha sempre accomunato tutti i grandi santuari e i luoghi dove fruttifica l’albero della Divina Provvidenza: chi vi giunge attratto dalla fede, vi scorge i frutti celesti e di essi si serve per alimentare il suo spirito; chi, al contrario, è di vista corta vede soltanto i frutti terreni e se ne serve per appagare i bisogni materiali. Ma quanta distanza corre tra gli uni e gli altri! Tuttavia non mi sento di condannare chi cerca  di sbarcare il lunario, se lo fa onestamente.

San Giovanni Rotondo non può essere additata come una città che è vissuta e vive alle  spalle di Padre Pio!  Ciò è un insulto alla storia ed è frutto di giudizi sbrigativi.

Si tace clamorosamente, invece, sul bellissimo rapporto intercorso tra il Santo e i sangiovannesi, sviluppatosi in tempi non sospetti, quando il flusso dei pellegrini attratti dalla sua fama era minimo e qualche beneficio economico riguardava solo la sparuta categoria dei bottegai e il proprietario dell’unico albergo allora esistente.  Parlo, degli epici anni venti-trenta-quaranta  del secolo scorso. Nei primi due decenni la popolazione insorse tutta, senza alcuna  distinzione di ceto sociale e colore politico, ripetutamente, col pericolo di scontrarsi con le forze dell’ordine (cosa accaduta qualche anno prima, per cause politiche, con una quindicina di morti e una sessantina di feriti), per opporsi al trasferimento di Padre Pio – considerato già santo – visto come una punizione inflitta ad un fraticello colpevole soltanto di voler soffrire abbracciato alla Croce di Cristo. Sull’argomento leggasi il mio libro Padre Pio e San Giovanni Rotondo nei disegni della Provvidenza, edito dalla Bastogi di Foggia, in cui c’è n’è a sufficienza da poter ispirare un film di sicuro successo su aspetti trascurati o poco conosciuti della vita di San Pio da Pietrelcina nella mia città.

Paradossalmente sarebbe stato più appropriato accusare i sangiovannesi  di aver sprecato le opportunità di ordine economico che si erano presentate fin dall’inizio, per per un eccesso di zelo e per rispetto verso la figura del Padre. Esiste nei registri del Comune di San Giovanni Rotondo persino una delibera consiliare con la quale  una domanda di apertura di un Albergo fu respinta  “onde non si potesse dire che si voleva industrializzare e sfruttare la presenza di Padre Pio”. Pur essendo apprezzabile da una parte, nel tempo questa politica si rivelò fortemente miope, poiché non andò  incontro alle necessità dei pellegrini.

Come giustificare altrimenti le vistose carenze di posti letto riscontrate fino all’anno 2000? Si è già dimenticato che i pellegrini ed i parenti degli infermi ricoverati nella Casa Sollievo della Sofferenza erano costretti a pernottare nei paesi vicini e, nei periodi di maggior afflusso,  anche in paesi molto lontani?

Ed ora che si è rimediato a questo formidabile errore, c’è chi grida allo scandalo, anziché plaudire alle nuove, coraggiose iniziative imprenditoriali. L’accoglienza fisica dei pellegrini, che deve affiancarsi all’accoglienza spirituale, non può scaturire certamente dall’immobilismo imprenditoriale!

Se qualche anno fa un insolito fermento del settore alberghiero ha visto San Giovanni Rotondo trasformarsi in un cantiere a cielo aperto, ciò va inquadrato  tra i segni della  grandezza di Padre Pio.

Con l’avvento del Giubileo del 2000, infatti, imprenditori vecchi e nuovi – forse troppi – incoraggiati da alcuni provvedimenti della scorsa amministrazione comunale, hanno messo da parte ogni remora ed hanno dato fondo ad investimenti miliardari con pochi precedenti in Italia, per erigere moltissimi capienti alberghi. Molti pensano ancora che si tratti di opere realizzate con fondi giubilari. Invece si tratta di miliardi di vecchie lire investiti di tasca propria dal privato: i risparmi di una vita o di più generazioni! Numerosi sono gli imprenditori sangiovannesi.

Forse è stata sgradevole, allora, per i pellegrini e per i cittadini,  la visione del territorio urbano costellato di gru, di scavi e di strade sventrate, con tutti i disagi conseguenti; ma ora che un centinaio di nuovi esercizi ricettivi, tra alberghi e hotel,  mostrano le loro forme eleganti e civettuole, ci si rende conto che ciò rispondeva tanto alla logica economica quanto all’interesse dei pellegrini, che ora trovano una degna sistemazione a prezzi concorrenziali. Si potrebbe obiettare che forse sarebbe stato più opportuno costruire alberghi più modesti, trattandosi di turismo religioso, o che il numero degli alberghi sia eccessivo. E’ solo un’opinione, ma è condivisibile.

Altra cosa è dare addosso agli albergatori! Chi li accusa di voler sfruttare la figura di Padre Pio, pensa ai loro ipotetici guadagni e non ai rischi miliardari cui sono andati incontro.

La concorrenza è spietata. Non è facile improvvisarsi albergatore. Qualcuno ha già chiuso i battenti, sommerso dai debiti e c’è il rischio di un crollo dei prezzi. È questa, purtroppo, la dura legge di mercato.

Ma non è tutto. E se la previsione del flusso di presenze legato al circuito turistico-religioso, attestatosi, con qualche flessione, su cifre stimate tra i cinque e i sette milioni di visitatori all’anno, dovesse rivelarsi sovrastimato nel tempo?  In questa malaugurata ipotesi, che ne sarebbe del tanto decantato ed inesistente business?

E’ una domanda che certamente non si pone chi in un passato abbastanza recente ha utilizzato i mass media per colpire la città di San Giovanni Rotondo.

E’ difficile capire quale sia stato il disegno della campagna diffamatoria alla quale abbiamo assistito negli anni scorsi, pronta a riesplodere al minimo segnale. Basta un nonnulla, anche una semplice marachella, che ci mettono tutti alla gogna. I messaggi televisivi in primo piano sui canali nazionali e i titoloni dei giornali ci fanno piovere dal cielo “tegole in testa”, solo perché siamo sangiovannesi.

E sono tegole che fanno molto male.  Centinaia di famiglie travolte dal calo delle presenze che si riscontra ogni volta che si parla male della città, potrebbero finire sul lastrico, con buona pace dei mestatori di turno.

Altrove si commettono gravi reati  e le notizie al massimo meritano un trafiletto di cronaca, mentre indiziati ed imputati vengono lasciati a piede libero. Evidentemente qui – sarà per l’atmosfera che si respira – le cose acquistano, agli occhi di tutti, un peso diverso. Ognuno ripensi a ciò che succede nella propria città e faccia i dovuti paragoni. E mi fermo qui, per rispetto della stragrande maggioranza dei giornalisti che sanno fare bene il loro mestiere e il loro dovere fino in fondo, senza istigare al linciaggio morale e senza alimentare il chiacchiericcio delle donnette di strada…

Tutti si aspettano da noi sangiovannesi grandi cose, perché viviamo dove ha vissuto Padre Pio. Invece siamo anche noi delle persone fallibili, coi nostri  limiti e i nostri difetti. Perché dunque si immischia il nome di Padre Pio, ormai santo, con le nostre faccende terrene? Avvertiamo, sì, la grande responsabilità di essere gli eredi più diretti del ricco bagaglio spirituale di un grande Santo; ma avvertiamo anche il disagio di avere i riflettori sempre puntati su di noi: nulla sfugge all’occhio di chi, spinto dalla cattiva coscienza, vuole vedere gli altri cadere in fallo, senza badare ai propri errori.

Non so se noi sangiovannesi siamo migliori degli altri. Certamente non siamo dei santi. Però le nostre chiese sono sempre piene, c’è timor di Dio e fiducia in San Pio da Pietrelcina, che non ha mai smesso di aiutarci. E ciò depone favorevolmente per il nostro futuro.

Anche il dio denaro, come dappertutto, ha qui i suoi proseliti. Ma non per questo dobbiamo essere criminalizzati.

Anzi, il fatto che molti imprenditori sangiovannesi abbiano scommesso consapevolmente tutto sulla figura di Padre Pio, talvolta indebitandosi, deve far riflettere. Volendo essere obiettivi, si deve riconoscere che a San Giovanni Rotondo la logica economica si è sposata con quella religiosa, dal momento che le aspettative degli investitori si basano sulla risposta che la Divina Provvidenza vorrà dare a questa loro ulteriore dimostrazione di fiducia per il Padre.

Forse si pretende troppo dalla preghiera di un povero frate, anche se è diventato Santo; ma finora nessuno è rimasto deluso e pure questa volta l’aiuto celeste giungerà puntuale all’appuntamento: almeno, questa è la speranza di tutti!

Ma, a prescindere dalla fortuna che potranno avere le nuove attività imprenditoriali, Padre Pio ha già riversato sulla città garganica benessere spirituale e materiale in misura superiore a qualunque aspettativa.

Ciò può aver suscitato anche qualche forma di invidia e di rappresaglia preconcetta. Rappresenta, invece, il premio della Divina Provvidenza che ha voluto ripagare un popolo generoso delle infinite ingiustizie e sofferenze patite nel corso della sua storia.

Non è un caso che la Casa Sollievo della Sofferenza, voluta da Padre Pio, sia sorta a San Giovanni Rotondo, una terra in cui la sofferenza, fisica e morale, affondava robuste radici in ragioni e tempi molto lontani (come si può agevolmente verificare leggendo la storia della città, riportata sinteticamente nella cronologia pubblicata su questo sito).

Le Opere e Fondazioni che fanno capo alla Casa Sollievo della Sofferenza o ai Padri Cappuccini sono, nello stesso tempo, frutto e strumenti della Carità cristiana e, tutte insieme, rappresentano il miracolo tangibile di Padre Pio, con migliaia di posti di lavoro creati dal nulla per i sangiovannesi e per le popolazioni sorelle dei paesi vicini, legate a loro nella buona e nella cattiva sorte. Oggi, senza tema d’essere smentiti, si può ben dire che là dove c’era la povertà, c’è ricchezza.

A San Pio da Pietrelcina va il pensiero e la preghiera dei sangiovannesi e Lui, grazie ad un patto non scritto che nessuno mai riuscirà a distruggere, continua ad intercedere per loro la Misericordia e le Grazie celesti. Per suo mezzo un popolo “generoso” è riuscito a risollevarsi dalla polvere, per assurgere a nuova vita.

Ora le ossa dell’emulo di Cristo riposano, per suo desiderio, «in un tranquillo cantuccio di questa terra» ed il suo popolo «prediletto» gioisce di vederlo Santo, anche se nel cuore di tutti i sangiovannesi lo era già, fin da quel lontano 28 luglio 1916, quando entrò a far parte della loro vita e della loro storia.

Chi è stato il reale artefice del risorgimento di San Giovanni Rotondo? Un umile fraticello, venuto da fuori, che non ha esitato ad accettare i patimenti della Croce per assicurarle finalmente «pace e prosperità». Una pace e una prosperità che nessuno riuscirà a toglierci, a dispetto anche di chi intende costruire le proprie fortune sulla rovina altrui.

Giulio Giovanni Siena

(anno 2003)

 

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