Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo VIII

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti ed una lapide[1]

Correva l’anno 1874. Il Sindaco lesse una petizione del Consigliere Antonio Avv. Lecce, figlio di Tommaso, il quale, stante le ristrettezze finanziarie del Comune,  proponeva una semplice lapide commemorativa dei Martiri del 23 ottobre 1860. Le sue parole sono toccanti:

“Signori del Consiglio.... Un sasso che distingua le sue ossa che in terra ed in mare semina morte è il pio desiderio di chi muore pel Santo principio di libertà, per amor di Patria! Ventitré martiri d’infernal fanatismo giacciono dimenticati in questa terra, senzaché una lapide o un contrassegno qualsiasi ricordi ai posteri il loro cruento sacrificio. Dovere di figlio, di cittadino e di amico verso gli estinti per ferro reazionario mi spingono ad iniziar proposta in consiglio perché a tanto oblio e jattura si ripari...”.

Subito dopo prese la parola l’Avv. Luigi Bramante che ampliava la richiesta, proponendo un monumento:

“I fatti grandiosi e sagrifici inauditi di bravi cittadini debbono corrispondere ricordi imperituri e di qualche fasto. L’à per questo che invece della lapide commemorativa propone un monumento, la cui spesa andrà allegata al bilancio 1875. In tal modo soltanto potrà essere rimandato degnamente ai posteri la memoria del martirio sofferto dai 23 liberali di questo Comune nella reazione del 1860 nelle prigioni...”.

Il Consiglio, “compiangendo il miserabile fato dei bravi compatrioti, con profonda commozione e a pieni voti”, approvò la proposta di Bramante, demandandone l’esecuzione alla Giunta.[2]

Ma per un bel pezzo non si parlò più di lapidi o di monumenti. Dieci anni dopo, nel 1885, nel giorno della commemorazione dei defunti, il presidente del Consesso, Avv. Antonio Lecce, rifacendosi al vecchio deliberato e dichiarandosi interprete dei sentimenti della maggioranza dei sangiovannesi, riproponeva la votazione del monumento, “attesoché, sia per imperdonabile negligenza, sia per tristizia di uomini e di avvenimenti, nulla era stato fatto per la memoria di quei generosi propugnatori della causa Nazionale”. Lanciò pure il monito che “il tempo sarebbe venuto senza dubbio a seppellire per sempre la memoria di un fatto unico nella Storia del Risorgimento italiano...”. Dalla delibera conseguente si evince che per il monumento, erano già state stanziate mille lire e che le restanti tredicimila occorrenti sarebbero state accantonate, nei bilanci dei successivi cinque anni.[3]

L’anno appresso l’argomento tornò in Consiglio comunale e venne approvato un progetto redatto dall’Ing. Giacomo Saporetti per un importo di lire 16.203. L’altezza complessiva del meraviglioso monumento sarebbe stata di m. 13,95. Esso consisteva di un piedistallo ed una colonna composita sormontata da una statua alta m. 2,50 raffigurante la Libertà.

Nel 1886 la Giunta municipale composta dal Sindaco Dott. Donato Lecce e dagli assessori Francesco Morcaldi e Dott. Lorenzo Collicelli, dovendo pagare il costo del progetto, stornò dai fondi stanziati per il monumento 100 lire, che servirono anche a coprire le spese sostenute in occasione del 26° anniversario della morte dei martiri. La commemorazione era avvenuta per iniziativa degli “egregi giovani” Raffaele Vincitorio, Giovanni Merla e Alessandro Campanile.[4]

Il 21 dicembre 1888 il Consiglio Comunale ribadisce i precedenti deliberati del 14 maggio 1874, 1° novembre 1885 e 7 febbraio 1886 e “la necessità, l’imprescindibilità e il dovere di erigere un monumento ai 24 nobili e generosi martiri, massacrati orribilmente nel 23 ottobre 1860 dai cannibali reazionarii nemici dell’Unità Italiana... Tristizia di uomini e di tempi non consentivano che i nomi di quelle generose vittime del terribile episodio, unico anzi che raro nella Storia della Redenzione d’Italia, fossero degnamente commemorate con un ricordo imperituro e solenne, quale compenso unico di chi muore pel santo principio della libertà...”. Perciò approvò un secondo monumento, progettato dall’Ing. Di Lella, da erigersi in Piazza del Municipio.[5]

Esso, doveva essere realizzato in “marmo bianco di Carrara di prima qualità”, contenendone il costo al di sotto di 7.000 lire. Il progettista nella relazione di accompagnamento del progetto commentò:

“Pretendere con la tenue somma di lire 7.000 di progettare un’opera d’arte capace d’incarnare i fatti gloriosi della Reazione sarebbe stoltezza degna di biasimo, e però sapendo che scopo precipuo del Consiglio Comunale nel deliberare la costruzione di un Monumento fu quello di voler eternare la memoria ed i nomi dei prodi caduti ad eterno martirio e vergogna dei vigliacchi e malvaggi assassini, mi sono appigliato al partito d’imitar gli Egiziani in questa specie di monumenti e di progettare un semplice obelisco”.

Realizzando il progetto, si volevano “appagare i voti della parte migliore e numerosa della Cittadinanza Sangiovannese, la quale sempre aveva reclamato, ma invano, che la memoria di quei disgraziati - offrirono la propria vita in olocausto per l’Unità e Indipendenza Italiana - fosse scolpita nel marmo”. Questa volta l’opera artistica era costituita “di un basamento semplicissimo privo di cimarra e di un obelisco piramidale sostenuto da quattro grandiose zampe di leone”. I nomi dei caduti e i fatti più salienti dell’avvenimento sarebbero stati incisi in bronzo sulle facce della piramide; mentre una ghirlanda intrecciata di bronzo con una palma  avrebbero simbolicamente rappresentato “il dolore dei cittadini” ed “il trionfo della libertà per la quale lottarono quei valorosi campioni”. Un obelisco così concepito avrebbe evitato di “far cosa che più che monumento pei caduti potesse essere additata come Monumento di biasimo pel suo valore artistico”.[6]

Anche questa volta il Consiglio Provinciale stanziò mille lire e il Comune cinquecento. Altre settecento lire si rendevano disponibili dal residuo passivo del bilancio comunale e ci si impegnava a pagare le restanti 4.600 lire entro due anni dal termine dell’opera, prevedendo l’accantonamento di lire 2.300 annue, dal 1889 al 1890.[7] Ma, ancora una volta, la Giunta non riuscì ad eseguire il deliberato consiliare.

Si giunse così all’atto di costituzione di un Comitato cittadino promotore di una semplice lapide commemorativa, nelle persone dl Sig. Filippo Bramante (sindaco Presidente), Collicelli Dott. Lorenzo, Bramante Avv. Luigi, Lecce Can.co Don Elia, Ricciardi Dott. Francescantonio, Fabrocini Antonio e Del Grosso Pietro (componenti). Vennero raccolte 288 lire e 50 centesimi.

L’epigrafe venne dettata dall’Illustre Prof. Mauro Serrano, docente di lettere classiche nelle scuole napoletane, il quale si assunse anche l’onere di commissionare e spedire la lapide che fu realizzata dalla Ditta Carmine Gaudiosi di Napoli.[8]

Lo scoprimento della lapide avvenne il 23 ottobre 1894 con formale consegna al Municipio, nella persona del Sindaco Filippo Bramante. La presa in consegna fu ratificata dal Consiglio Comunale che unanimamente proclamò la lapide “cosa municipale, promettendo di conservarla sulla facciata del palazzo comunale, ove fu apposta”.[9] Finalmente la ragione aveva prevalso sulla “tristizia di uomini ed avvenimenti” che avrebbero voluto impedire di tramandare ai posteri l’unico raggio di luce di un’epoca buia. Pronunciarono discorsi patriottici l’Avv. Giovanni Merla, Antonio Fabrocini e Alfonso Miscio.

E’ atto di riconoscenza dei posteri ricordare i nomi delle persone e degli Enti che offrirono il proprio contributo economico per la realizzazione della lapide:

il Municipio (L. 100), la Congrega di Carità (L. 30), le monache (L. 5), la Congrega dei Morti (L. 10), Società Operaia (L. 5), Longo Avv. Michele (L. 10), Ventrella Emiddio (L. 5), D’Errico Carmela ved. Lecce (L. 5), Longo Avv. Giuseppe (L. 1), Miscio Michelangelo (L. 2), Tamburrano Giuseppe (L. 1), Perreca Giustino (L. 1), Merla Dott. Giuseppe (L. 10), Enrico Evangelista (L. 5), Vincitorio Teodoro (L. 1), Palladino Michele (L. 0,50), Russo Michele (L. 0,50), Ricciardi Dott. Francescantonio (L. 5), Collicelli Dott. Lorenzo (L. 5), Pisapia Giulio (L. 1), Cristiano Vincenzo (L. 0,50), D’Errico Achille (L. 3), D’Errico Pietro (L. 2), Bramante Avv. Luigi (L. 2), Del Grosso Pietro (L. 5), Diofero Francesco (L. 1), Cera Michele (L. 1), Fabrocino Antonio (L. 0,50), Sabatelli Avv. Michele (L. 5), Cascavilla Gaetano (L. 0,25), Lecce Avv. Teodorico (L. 5), Giampaglia Giovannantonio (L. 0.50), Ventrella Francescantonio(L. 1), D’Errico D. Vincenzo (L. 2), Longo Leopoldo (L. 0,50), Fabrocino Giuseppe (L. 1), Bramante Antonio di Filippo (L. 2), Lauricelli Giovanni (esattore) (L. 0,50), Fazzano Ferdinando (L. 3), Giuva Dott. Francescantonio (L. 5), Irace Maddalena (L. 3), Destasio Can.co D. Raffaele (L. 1), Giuva Alfonso (L. 1,50), Bramante Filippo di Emanuele (L.5), Cera Leonardo (L. 1), Padovano D. Gennaro (L. 10), Cafiero Giacomo L. 0,50), Padovano D. Saverio fu Pasquale (L. 5), Serritelli Giovanni (L. 2), Bramante Avv. D. Antonio (L. 5), Vincitorio Michele (L. 2), Padovano Giovanni (L. 2), Sabatelli Nicola (L. 0,50), Campanile Alessandro fu Pasquale (L. 1), Fiorentino Donato (L. 1), D’Errico Francesco (L. 0,50).

Le 288 lire furono così esitate:

Due marchette per mandato del Municipio  L. 0,10; Idem per mandato della Congregazione di Carità L. 0,50; Costo della Lapide, compreso la vettura da Napoli a Foggia L.220; Tassa di Vaglia e lettera raccomandata L. 1,45; Ai operaj pel piazzamento della lapide L. 6; Francesco Latiano per vettura e facchinaggio alla Stazione di Foggia L. 13,40; Complimenti ai muratori L. 1, Complimenti alle Guardie L. 1,50, Foglietti n. 270 L. 2; ...(?) e pontine L. 0,15; Messa parata L. 1,50, compositura della castellana (L. 0,55); cera Libre 34 e 1/3 L. 22,35; Organista L. 1,50; Incenso L. 0,10, ...(?) L. 1,50; Al tiratore dei mondini L. 0,20; Al Sagrestano L. 5; Per Scaricatura della lapide, e trasporto di sedie alla chiesa L. 5,15; Alla Banda L. 4,00;  Lops Giuseppe illuminazione L. 1.

Così le meravigliose parole dell’epigrafe, che meglio non avrebbero potuto descrivere gli avvenimenti, si scolpirono nei cuori, cancellando le umiliazioni subite per sette lustri dalle famiglie dei Martiri, a causa dell’ingratitudine di buona parte della popolazione. L’atto di riparazione era ormai cosa fatta.

 

“Qui cieco furore di plebe rinchiuse

e da fautori di borbonica tirannide istigato

 senza cristiano consiglio in un’ora sola

il XXIII ottobre MDCCCLX con miseranda strage

ventiquattro egregi uomini trucidò

Che la postuma cittadina riconoscenza

 martiri di libertà proclama

e l’Italia redenta ai posteri tramanda.

                                                                               

                                                                   Mauro Serrano”.

 

Seguono i nomi dei martiri: Giuva Achille, farmacista; Errico D’Errico, Avvocato; Terenzio Ventrella, Avvocato; Paolo Franco, notaio, Luigi D’Errico, Avvocato; Nicola Del Grosso, agrim.; Michele Fazzano, arm.; Alfonso Mucci; Francesco Ruggieri; Achille Merla; Vincenzo Irace; Tommaso Lecce, comm.; Matteo Fini; Celestino Sabatelli; Antonio Maresca; Costantino Mucci; Guglielmo Fabrocini; Luigi Merla, Sac.; Tommaso Irace; Giuseppe Irace; Alessandro Campanile, Med. ; Gennaro Cascavilla; Francesco Russo; Agostino Bocchino. 24 ottobre 1894.

Il lettore osservi la terminologia usata dall’autore dell’epigrafe. E’ la stessa incontrata nei documenti di trent’anni prima, qui riportati. E noti pure la corrispondenza del testo ai fatti reali. Se ne convincano anche quei sangiovannesi che, per un malinteso senso della Storia, giudicavano la lapide offensiva per il popolo, in tempi abbastanza recenti, giungendo a proporre un cambiamento del testo.  Il vero motivo non era il testo dell’epigrafe, né la parola plebe, bensì l’orrore suscitato dalla conoscenza dei fatti di cui la stessa si rese complice ed ignara esecurtrice, attraverso la lettura del libro del Prof. Giosuè Fini citato nella premessa, pubblicato poco tempo prima. Poiché questo punctum dolens non sembra ancora del tutto superato, è quanto meno opportuno soffermarsi a fare  alcune considerazioni.

In primo luogo bisogna convenire che la verità è sempre giusta; mai è offensiva.

In secondo luogo, un popolo o una massa di persone non sono entità infallibili, alla stessa stregua dell’uomo singolo; e, quanto meno insegnamento traggono dalla storia vissuta, tanto più ricadranno nell’errore. Perciò la storia, cioè la verità, in nessun caso va tenuta nascosta, affinché tutti  possano trarne insegnamento.

 In terzo luogo ognuno di noi è libero di porsi, di fronte agli eventi storici, nella posizione critica che ritiene più opportuna, purché non osi alterare o sopprimere i fatti o i documenti storici contrari alla propria ideologia. Le res gestae, raccontate dai documenti scritti, infatti, sono il punto di partenza per esprimere un qualunque giudizio storico, per non trovarsi di fronte a fatti irreali o addirittura inesistenti. Solo attraverso i documenti si può ricostruire la genesi dei fatti. Collegandoli l’uno all’altro in cento modi diversi, si potrà giungere a conoscere cento “verità di ragione”, ognuna delle quali potrà essere attendibile, ma non vera; o, al massimo, sarà non vera e non falsa, perché non potrà essere mai dimostrata o confutata.

Che fare dunque? Ognuno rifletti serenamente sulla reazione sangiovannese. Poi azzardi pure un giudizio storico che sia il più vicino possibile alla verità, tenendo a mente che le facili assoluzioni possono arrecare almeno gli stessi danni che provocano le troppo facili sentenze di condanna. Anzi, si tenga presente che la Storia, che non è mai giustiziera, non vuole vincitori, né vinti. Essa vuole soltanto essere sempre maestra di vita, per le genti presenti e future.

Se ripenso a quanto ho scritto finora, mi accorgo che talvolta sono uscito fuori dai binari e che, contrariamente a quanto mi ero ripromesso, ho tirato qualche conclusione di troppo. Me ne scuso profondamente, esortando il lettore a non tener conto delle “mie” poche convinzioni o conclusioni esternate.

Non sono uno storiografo, né ho la presunzione di diventarlo. Ma, se pure lo fossi, farei al lettore la stessa esortazione o, quanto meno, lo inviterei a confutare le mie tesi. Anche lo storiografo, infatti, chiamato ad esprimere giudizi storici, dovendo effettuare delle scelte sul piano dei fatti e delle ipotesi, si trova in condizioni di dipendenza dal proprio pensiero, come qualunque altra persona umana: la garanzia dall’arbitrio sta solo nella sua coscienza morale, la quale non sempre riesce ad evitare che le tentazioni oratorie o politiche prevalgano sull’esigenza teoretica della storiografia..

Terminate queste poche considerazioni ci accorgiamo che l’unica verità certa è la “verità di fatto” (verum ipsum factum). Allora? Che fare? Non ci resta che meditare su queste sagge parole del filosofo Cesare Ranzoli:

 “Chi presume di non sbagliar mai, o si comporta praticamente come se nutrisse tale presunzione, non conosce la storia dell’uomo, o, conoscendola, non ha saputo trarne il benchè minimo insegnamento... Poiché codesta storia sia civile sia scientifica, è tutta una trama di errori di pensiero, di sentimento e di azione, di errori inediti e voluti, di errori individuali e collettivi; una vicenda assidua di illusioni nuove succedute alle antiche, un laboratorio industre di ipotesi soppiantate ad altre ipotesi, un dramma convulso di tentativi in gran parte naufragati tra le onde procellose della fortuna, un edificio di piccole verità strappate faticosamente, ad una ad una dagli artigli dell’ignoto. Chi presume di non sbagliar mai cade dunque nel più madornale degli errori perché disconosce la propria essenziale natura, perché nega a se stesso la qualità di uomini. Errare humanum est...”[10]

Accettiamo umilmente l’insegnamento che la storia ci vuole dare.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini

Per gentile concessione di una sua discendente, la Prof.ssa Michela Fabrocini, che conserva gli originali, ho potuto fotocopiare alcuni manoscritti di Antonio Fabrocini, dotto educatore sangiovannese, tra cui due suoi discorsi sui fatti reazionari che mi pregio di riportare in questo volume. Il Fabrocini è autore tra l’altro di una tragedia dal titolo “La Costanza di Socrate”.[11] Tra gli inediti spicca  un  “Carme Politico Recitato il 14 marzo 1879 agli onorevoli cittadini ed autorità di San Giovanni Rotondo”, riportato su di un quadernetto con la figura di Vittorio Emanuele III, che dovrebbe essere pure divulgato come raro esempio di amor patrio.

Prima di passare a leggere questi discorsi, può essere utile riassumere molto sommariamente le vicende amministrative che li precedettero.

 Il Fabrocini è stato un buon osservatore dei tempi suoi. Sapeva che la plebe, facendo fuori i 24 liberali, si era scavata una fossa sotto i piedi. A causa di quel crimine, con l’avvento dell’Unità d’Italia, a San Giovanni Rotondo non potè esserci un ricambio politico, perché gli uomini migliori erano stati uccisi. Diversamente non avremmo visto lo stesso reazionario Nicola Siena, grande accusatore, lasciarsi sfuggire che alcuni personaggi avevano infiammato “la distruzione dei buoni, ed onesti cittadini, onde signoreggiare essi”. Difatti, scomparsi coloro che potevano contrastarli, essi ebbero campo libero di spadroneggiare sulla sciagurata plebe fino al 1875. In quell’anno il Consiglio, con a capo il sindaco Giuseppe Merla, fratello degli uccisi Achille e Luigi,  chiese finalmente, ed ottenne, la divisione dei demani Cicerone e Costarelle. La quotizzazione, seppure condotta in modo opinabile, avvenne nel 1876 con l’attribuzione di 583 quote ai capofamiglia. In quell’anno alcuni giovani freschi laureati e pronti al rinnovamento avevano costituito un partito del popolo, contrapposto a quello dei potenti conservatori, stravincendo le elezioni. I nuovi amministratori trasformarono radicalmente il volto del paese, lastricando le sue strade, impiantando la villa comunale, fondando la banda musicale, ampliando il cimitero, in poche parole amministrando per il bene della comunità. Il paese risorse e la popolazione, dopo tanto abbandono, ritornò a ben sperare per il futuro. Ma le cose belle hanno durata breve e anche questa finì una decina d’anni dopo. Seppure per pochi voti, a causa dei debiti contratti per abbellire il paese,  ed i metodi poco ortodossi degli avversari, si tornò al punto di partenza. Così, messi in minoranza, gli innovatori non videro più attuate le loro proposte. La plebe, intanto, avendo vissuto quel breve periodo di buona amministrazione, aveva preso coscienza dei propri errori.

I liberali avevano atteso lungamente, invano, che la popolazione compisse scientemente un atto tangibile di doverosa riconoscenza verso i martiri della libertà, innalzando a loro memoria un monumento. Ma, la plebe era ancora perseguitata dalla sua stessa ombra. Ora i tempi erano maturi.

In tale contesto il Fabrocini preparò il primo discorso commemorativo intitolato “Pel 23 ottobre 1860 in San Giovanni Rotondo”, da pronunciare ai concittadini in ricorrenza del venticinquesimo anniversario dell’eccidio:

“... Multi martyres talia passi sunt; sed nihil sic elucet, quomodo caput martyrum: ibi melius intuemur, quod illi experti sunt...

Nostis, qui conventus erat malignantium, e fò quindi lontana da me l’idea di trattare dettagliatamente su l’eccidio del 23 ottobre 1860 in San Giovanni Rotondo!

Se, come direbbero i Poeti, potessi consultare le ceneri nei sepolcri d’illustri estinti, o favellare agli spettri, io non racconterei a Giunio Bruto la tremenda fugalia dei Tarquinii, né declamerei la funesta rovina di Troja, innanzi all’ombra di Omero o di Virgilio.

Il teatro di sangue, su cui 25 anni or sono facevasi tanto scempio, non è questo Comune? E voi non vi siete nati? Ebbene: chi di voi non tenga memoria di quella strage che ignominiò questo comune? Di oggi se ne parla sin nelle capanne e voi maledite quei giorni, ne avete anche contristato l’animo: ne meditate gli effetti che, dopo un quarto di secolo, tremendamente affliggono ancora, straziano, amisiriscono, premono su la coscienza dei tristi!...

Le generazioni, o Signori, si cambiano nei principi etici, estetici, politici e tant’altro, come muta il secolo che le porta. Il succedersi dei secoli è sempre il perfezionamento di alcuni sentimenti umani e in tutte l’evoluzioni politiche, s’è vedute sempre vibrare le armi, agitare insegne bellingere, esporre petti onorati ai pericoli, al sangue, sempre per una causa migliore che abbia dato effetto migliore. Nessun popolo ci rammentiamo essersi sollevato come un sol uomo pel trionfo della barbarie: esso si attiene sotto ognora al consiglio dei sapienti, all’imperio di chi li guida, e si rende incivilito, osservatore dei dritti e doveri che la società ne impone. E se v’ha che una frazione di popolo si renda infame strumento di delitti, non giustificati pel conseguimento di un fine, di un bene, è una macchina che si raggira, sol perché guidata da un impulso estraneo alla sua forza. In quella frazione di popolo si viene a fomentare l’egoismo,  l’odio di parte che trabocca nel cuore di chi lo slancia alla sommossa, e dietro il principio di un utile, dietro il principio di una causa migliore e comune, si consuma la vendetta e il capriccio, mentre la delinquente plebe brutalmente condotta, raccoglie il disinganno più amaro: e per questo, o Signori, veniamo alla massima di Aristotele: un padre buono fa dei figli onesti, e quindi la classe più elevata dei cittadini, se onesta, farà un popolo buono, perché le fazioni cittadine, a pessimo obbietto sospinte, fan soffrire gli onesti!

E in simili eventi, in tanto protervo disinganno tu ti trovasti, sventurata cittadinanza di San Giovanni Rotondo. Di ove stanno i tuoi allori? Parla, ove conseguite le tue speranze? Mi vieni innanzi per le vie affamata, lacera, scarna, chiazzata di sangue, colma di rimorsi? Taci? Bello è tacere. Ma ascoltami, perché non sia ch’io ti rivegga “Pentita sempre e non cangiata mai”.

Il cristianesimo che proclamò l’unità della specie umana, si distaccò dai secoli dell’orrore ed iniziò il perfezionamento del dritto delle genti. Compreso sempre meglio dalle più elevate classi dei cittadini, andò tuttavia preparando l’incivilimento sociale con quelle nobili aspirazioni che menano ad un retto governo di famiglia e all’amore reciproco degli uomini. E si meditò ad un fine di grande utilità pei popoli, con la fervida costanza si pensò mai sempre  ad annientare quel principio di utilità privata, e a dissipare quella corruzione cittadina “di che gli uomini si valgono, e la considerò anche Macchiavelli, si valgono non per osservarla, ma perché sia mezzo a più facilmente ingannare; e quando l’inganno riesce più facile e sicuro, tanto più lode e gloria se ne acquista. Per questo gli uomini nocivi sono come industriosi lodati, e i buoni come sciocchi biasimati”. E da tanto suscitano, “dipendono gli odi, le inimicizie, i dissapori, le piccole fazioni dalle quali nascono afflizioni di buoni, esaltazione dei tristi, perché i buoni confidatisi nell’innocenza loro, non cercano come i cattivi di chi straordinariamente li difenda e onori, tanto che indifesi e inonorati, rovinano”.

L’incremento del pensiero per alienare dalle masse cittadine quella corruzione che si fece costume, balenò nella mente dei più, e quel pensare fu maturo, spingeva il cuore a sussulti più fervidi, più caldi, e cercava un’azione, invocava l’affetto del pensare istesso.

E l’azione pel trionfo delle nobili idee, vi fu: il 1860 ci dà l’epoca la più grande, ardua, sublime, da elevarsi sui fatti i più magnanimi dei destini d’Italia!.

Gran Padre Alighieri, tu che eterno vivi su le labbra delle generazioni che furono e che saranno, tu che adoperasti non solo una penna incomparabile ma anche la spada, dopo che prendesti parte a descrivere e cielo e terra, se avessi anche la virtù di apparirci redivivo, vedendo effettuati i tuoi vaticini per la libertà e l’unità della patria, non canteresti altro che gli stessi tuoi vaticini realizzati, dal perché sol di te degno sarebbe un tanto argomento e correresti a tirar un frego là dove esclamasti: Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ Nave senza nocchiero in gran tempesta,/ Non donna di province; ma bordello!

La fama, o Signori, di tanto fatto compiuto, si equilibra con quella che surse dal trionfo dell’antica Repubblica Romana; s’innalza con quella che va magnificando Giovanni da Procida; brilla con l’altra che sta sui campi di Maratona; e va sorvolando al passo delle Termopoli con l’ombra di Leonida! E Garibaldi non è forse un Leonida? Non è egli l’impareggiabile eroe che divise l’età dei fasti e salutò l’età del popolo? Il 1860 dunque lascia l’età dei fasti e principia l’età del popolo, giusto premio largito dal dritto delle genti perfezionato dall’eguaglianza sociale, come ho già detto, proclamato dal cristianesimo.

Ma in San Giovanni Rotondo, quando si affacciò l’alba dell’età del popolo, salutata gloriosamente, sottentrava, si fomentava il regresso più barbaro.

Mentre da l’Alpi all’Etna si godeva del conseguimento delle speranze di tanti secoli, e s’inneggiava al risorgimento nazionale che costa sangue e martiri infiniti, tremendi: qua, ignavi della causa nazionale, non illuminati al bene pubblico e al bene privato, non illuminati dalla scintilla di libertà che vivifica nel cuore dei patrioti, trascinati dall’opportunità di vendicare, opportunità intelligente, opportunità che conosceva la grandezza dei giorni di una nuova era politica, ed infine quelle opportunità sinistre che si fan amiche talvolta della rozza, cieca plebe che la spingono, insorgono cittadini con una ferocia da far suggezione al tigre.

E il 23 ottobre il popolo come tutt’uno corre, si scaglia nemico contro il proprio bene, grida, invoca la propria rovina; crede esser sovrano e scava un abisso: si spianano i fucili, si alzano scuri, si cozzano armi, si bruttano di sangue: il ladro profitta, lo sfaccendato dà campo ai suoi disegni, il protervo distrugge, incendia; l’odio si vendica, il debitore saccheggia... Ventiquattro cittadini, caldi patrioti, pieni di vita, vividi d’ingegno, classe eletta e degni figli d’Italia cadono, mutilati, raccolti in una carcere, togliendo così loro anche il posseduto coraggio di difendersi... Eh fratricida plebe, ti ravvedesti? Tu avesti orrore, tu fuggi ancora l’ombra di te stessa!... Tu, se seguissi il filo di Arianna, andresti a finire ad una benché piccola, imitazione della sorgente donde vennero mali all’Italia, cagionati dai Guelfi e Ghibellini. Tu, se seguissi il fil di Arianna, andresti a finire ad una, benché piccola, imitazione della sorgente, donde surse la decennale guerra di Troja, con la sua leggiadra, venusta,  ma pure adultera Elena! Tu lusingata di raccogliere lauti compensi del tuo procace operare, conficcasti, ingannata dall’ottenebrazione di te stessa, tradita dalle tenebre, vibrasti il pugnale assassino nel cuore del padre tuo. Al lamentio fuggisti inorridita, ma t’incontrasti col suo spettro, e ti disse: Aspettati ben altro compenso che quello a te fatto: tu non fosti che vile sgabello per farvi salire infame l’altrui vendetta!.... Fuggi: tu sei lurida, tu sei fumante di patrio sangue innocente!... Difatti non s’ebbe dei vantaggi promessi, lusingati, ma a più strazianti mali andò incontro. Essa come un sol uomo si agitò , e come un sol uomo gittò i 30 denari, e andò ad impiccarsi al fico!

Di qua la fuga, i rimorsi che strappano il core, e lo scagliano nel fango come servo infedele: di là lo squallore, la miseria, il sangue versato che sembra fuoco agli occhi dei rivoltosi. E le nostre promesse? Son queste; cioè: gemete avvinti di catene nelle prigioni durissime, maledetti dalla memoria di tutti! Più oltre si eseguiscono fucilazioni, pena d’ignominia! In cento parti, sotto molti tetti si muore di strazio, di abbandono, di fame... e che? Compenso del delitto! Si è privi del fratello, e privi degli amici e dei genitori, figlio che non ricorda il padre, figlio che aspetta il padre dalla carcere; ma vi muore infamato... e che? Conseguenze del delitto! Ah, son quasi 25 anni, e vi si lamentano ancora le conseguenze funeste? Quel popolo dunque sacrificò se stesso? Ohi pur non fosti così, paese degno di pianto; ma fosti nobilmente altero quando, fuggendo l’epoca degli eroi e degli Dei, e venendo quella assolutamente degli uomini, tu discutevi nel senato Uriano quel dritto naturale delle genti, deciso da Ulpiano Ius naturale gentium Humanarum! Oh quanto fosti pieno di gloria quando negli anni 419 di Roma, tu fosti ammessa, vetusta Pirgiano, alla confederazione Romana. Né meno gloriosi foste, o Pirgiani onorati, allorché faceste correre la mano all’elsa, vestiste la corazza e gli schinieri, dalla celata rifulgeva lo sguardo ereditato da Camillo, e correste in ajuto ai Romani nella guerra Gallico-Cisalpina il 529 di Roma.[12]

Ma, ahimé! Bella nella tua storia, grande nella tua fama, dimmi, ove andò l’antica virtù tua. Dov’è il valore di Diomede?

Il 23 ottobre 1860, vituperio della tua esistenza, tu addivenisti la Tebe d’Italia: ognun ti sente con raccapriccio, ognun fa ribrezzo al tuo nome?

Ah, no!... Ossa dei martiri, Voi che fremete amor di patria, siete voi che riacquisterete l’onore al vostro suolo nativo! Una sola virtù, abbaglia una infinità di vizii, come i vostri nomi s’innalzano riveriti ad onta della schiacciata tirannide!.

Salve, italici martiri! La vostra memoria è bella, com’è bello il cantico della libertà, e non si perde la vostra memoria, perché non si estingue in nessuna generazione l’amore di patria.

Io bacerò riverente la terra che copre i vostri sepolcri. Io vi deporrò una corona di fiori, perché vi attesti quanto voi siete rammentati. A rimembranza dei secoli, un monumento vi parlerà sacro nel suo silenzio, ed ammaestrerà alle genti come voi siete stati grandi! Addio!”.[13]

Il Fabrocini era contrastato interiormente da un sentimento di  amore-odio per la plebe. Il suo tono talvolta duro serviva a scuotere le coscienze. Egli voleva fortemente che la popolazione erigesse un monumento ai martiri della libertà; non tanto per il monumento in sé, quanto per ciò che esso avrebbe rappresentato: un messaggio di pace per i contemporanei e di civiltà per le genti future.

Forse ossessionato dal martirio di tanti padri di famiglia, tra cui il suo familiare Guglielmo Fabrocini, pregò Dio di dispensare il perdono, scrivendo in rima:

“Per un Crocefisso. Legno eloquente! Morto ancor non vedi/ Cristo confitto alla terribil croce!/ Stringe ai chiodi le mani... (Oh vista atroce!)/ E son contorti all’altro chiodo i piedi!/ Tutte le membra palpitar tu credi/ e credi sangue... e par ch’emetta voce./ Ma non lagni della vil feroce/ sorte che assume per gli amati eredi!/ Morto non dici? Ecco sen va languente/ Quella dolce pupilla... ecco l’affanno.../ Apre la bocca... volge al ciel la mente!/ Poche parole sul labbro stanno:/ Padre, deh Padre, esclama fievolmente,/ perdona loro: non san che fanno!...”

Ed ancora, nell’ode “Alla Madonna sotto il titolo della Pace”:

“Io vo Gridando pace, pace, pace (Petrarca). Santa dei Santi, nel mio bel degli anni,/ Eterno, empio destino mi circonda!/ Al serio, al vero, a grandi cose i vanni/ Corron del mio pensier, ben li seconda/ L’ardente amor di patria e poi gli affanni/ Questo mi reca? Qual da sponda a sponda/ Derelitto nocchiero ingiusti inganni mi han spinto alla sventura e assai profonda!/ V’ha chi terrei fra i pie’: ma li perdono./ Vibrano strali d’odio, accento audace/ E da natura ebber viltade in dono,/ Che farmi deggio?... Aprir la guerra?... Ah tace/ Per nobiltade il mesto core: e sono/ Per esso ad invocarvi pace pace!. Il 21 Novembre 1883

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini

Ben diverso dal primo è il secondo discorso, pronunciato dal Fabrocini il 23 ottobre 1894, durante la cerimonia inaugurale della lapide dei Martiri della Libertà. I suoi auspici, e quelli di tutti i liberali del paese, erano stati accolti. Finalmente la Madonna aveva ascoltato la sua invocazione ed egli poteva andare gridando: pace, pace...

“Allontaniamo, o Signori, che torca ognuno e per quanto è possibile, il pensiero dall’orrendo teatro di sangue del 23 ottobre 1860, e veniamo al 23 ottobre 1894.

Noi stiamo ormai meditando in un momento solenne: è giorno memorando, è data eminentemente storica. Giorno memorando nell’onda dell’umanità, che ravvolge e trasmette all’infinito fatti memorandi. Grande data storica negli annali d’una nazione, perché oggi va più splendente nel dominio della terra maestra della vita!

E’ proprio la tulliana Magistra Vitae che si libra nel mio pensiero, e che spinge a dire: nella seconda metà del secolo grandioso che eruppe dai dotti e pochi articoli dei dritti dell’uomo, e dopo una notte di 34 anni, vi affacciate o 24 martiri, innanzi al sole per farvi vedere dalle passanti generazioni, e per farvi luccicare da quell’itala stella, che un gran politico chiamò fatidica.

E vi affacciaste gloriosi; ciascuno vindice di quel nobilissimo ideale, unità, libertà, indipendenza della patria, facendo rammentare le eloquentissime sentenze di Pascal: potete - par che voi diciate - potete imbrattarvi sovente le mani di sangue fraterno, potete fare di esistenze preziose delle vittime sotto una barbara forza: ma non potrete schiacciare il pensiero. Ponete sul pensiero anche una montagna, voi non lo schiaccerete.

Salvete, adunque!. E’ a voi che io devo tributare il primo saluto, oggi che è festa di popolo. Passate di memoria in memoria attraverso gli anni, redivivi nelle genti avvenire, e che la scuola vi sia di luminosissima face...

Ho detto festa di popolo. Ed è così. Voi, o Signori, che in quest’ora formate un sol pensiero, come stesse in una sola testa coi cento occhi di Argo, avete là eretto un segnacolo di civiltà,  un segnacolo di ammaestramento e di alta pietà e divozione, da farvi ammirare dai futuri. Al risentimento di un  fallo, col sentimento della riconoscenza, è virtù sublime, è contornante, a larghe braccia. E’, o Signori, come il perdono di Dio!... E quella pietra con quei nomi, primo simbolo d’un progresso veramente politico in questo comune vetusto, è anzi di conforto a voi, perché i vostri figli vi penseranno, vi studieranno: penseranno e studieranno pure che ove vi fu eccidio senza il diritto della difesa, v’ha uno dei più grandi ritrovati della scienza, il telegrafo elettrico; progresso scientifico che camminò parallele con quello del libero pensiero, con ogni umano incivilimento, e che, quei nomi risorti, vi faranno da gelosi custodi.

Anche a voi, dunque, un saluto, un caldo ringraziamento, cittadini di San Giovanni Rotondo; fra cui fu ben degno, per tanto anniversario, un comitato direttivo col primo magistrato del paese, con uomini della dotta e severa scienza medico-chirurgica e della giurisprudenza, con chi vi sovviene la scuola - tempio pure ove s’invetta l’educazione della mente, l’educazione del cuore! - e con chi vi rappresenta la religione della carità e del perdono, base a tutti i civili codici della terra, e la religione di Cristo!...

Or Voi - e lo ripeto - che vi siete inspirati a cristiana riconoscenza, a cristiana pietà, pur da 34 anni di storia ammaestrati, potete stender meco, come gli antichi Romani solevan fare, stender, dico, la mano, e dire e gridare: abbiamo consumato un nostro dovere per quei che sono martiri politici!

Voi lo dite, e con l’opera vostra lo dite; e che tali sieno, non vi sia, o Signori, discara una brevissima dissertazione.

Scrivendo, e pensando ad essi, da volumi di chi scrisse Il Consolato e l’Impero, vennemi questa ricordanza. Soldati - disse Bonaparte in Egitto - dall’alto di queste piramidi, quaranta secoli vi contemplano. Desidero d’imitarne, per un solo istante, il nobile linguaggio e dico: Signori, dinanti a quella lapide sette secoli vi contemplano!... Che non vi sembri audace dire: dove storia e logica si abbracciano da sorelle, ivi, la verità più pura, vorria negarvi gli allori, una parola di vostro merito, premio del vostro politico martirio, è delitto di lesa storia!. Da che scintillò il più perfetto ideale per la indipendenza e l’unità della Patria, sino a che più rifulse, e si fece gigante: dal 1170 al 1870; da Legnano al 20 settembre - lo sapete di me meglio - non v’ha zolla italica che non stia compresa almeno una stilla di sangue, come spesso ripetiamo, e fa mestieri ripetere, caduta da valorosi feriti o spenti per questa madre patria.

Martiri e politici e religiosi caddero e camminarono, come caddero e camminarono i tempi dopo lungo andare, o come fa la sua spira la vita del mondo: ma il risorgimento d’Italia costa di sette secoli di sacrifizi!. Un martire o dei martiri stanno sepolti ovunque, ed ovunque sta terra sacra venerata per questi eroi, ed eroine, o del pensiero, o dell’azione, o del pensiero e dell’azione. Da ricordare i campi di Maratona!.

Virgilio, con la sua poderosa e meravigliosa fantasia, ricorda che là, dove è Sicilia, estirpando virgulti su sepolcri di eroi, le radici davano sangue. Oggi, o Signori, e se il facesse, canterebbe mille volte il suo gemitus lacrimabilis auditur tumulo.

Obelischi, colonne, statue, mausolei, tombe superbissime, lapidi, sino alla modesta croce incisa nel sasso... tutto vi addita martirio, e sia pure quello sofferto accanto al focolare domestico.

Eppure non basta. Il martirio politico à la sua unità con la varietà di gradi. La storia non fu mai madrigna, e talvolta volle, e vuole andare lenta col passo di piombo per farsi sempre madre, maestra e giusta!.

E fra il tardissimo svolgimento di sette secoli, con le migliaja di migliaja di martiri, essa con i suoi scritti adamantini, vi dà il martire della sola idea, per conseguire un altissimo fine politico, vi dà quello delle prigioni, vi dà quello dello esilio, quello del patibolo, su cui si lasciò o la penna o la spada. Ma quella che le fa da compagna, la Filosofia della storia, vi dà nel pensiero l’unità di volontà nella differente gradazione di forza o dell’idea o della natura del proprio essere.

Leggete o ricordate che un Rosolino Pilo, nella grandezza del suo nome dà sangue e muore, quando gli stava balenando il trionfo; mentre un povero operajo, solo per esclamare Italia è fucilato alla porta di un piccolo comune. Ricordate o leggete che fra sette secoli, in cui brillò costantemente la stella italica, uomini di reputazione altissima, e uomini meritevoli per carattere, quando compianti nella loro povertà domestica, ma con l’amore alla patria, e nella coscienza, come su le labbra, affrontano la morte in cento barbarissime guise!

E allora, Signori, v’è questo: v’ha l’unità del sacrifizio, l’unità di alto sacrifizio, perché su la patria e per la patria si versa, ugualmente, sangue, si offre la morte!

Voliamo col pensiero sulla tomba dell’incomparabile cavaliere della civiltà, che fa il sonno della morte a Caprera, consultiamo le sue mute, quanto eloquenti ceneri, e ci dirà: O chi à brandito la spada a capo di legioni, o chi dette solamente consigli sapienti per amor di patria, o chi fece arma solo con un chiodo attaccato ad una mazza, devono essere benemeriti della patria!

Ed è allora, o Signori, che la statua della libertà stende su tutti una immensa corona di alloro, simbolo dei forti, dei costanti in una bella idea, per addimostrare che per la Patria è sempre indimenticabile ed eccelso qualunque sacrifizio!

O nomi di quella lapide, dunque voi appartenete martiri politici a tutti quelli che la base edificarono della Italia redenta, perché vi apparteneste con l’unità di pensiero, con l’unità di sacrifizio. Martiri politici, propriamente detto, ché il vostro sangue fu sparso quando voi periste nella grande epoca, il 1860; quella che divide - e il dissi altra volta - l’età dei fasti con l’età del popolo.

Inchino, per riverenza, ora la fronte alla voce di tre illuminari dell’ingegno e del genio; a quella del Mancini[14], a quella di Benedetto Cairoli[15], a quella del Generale Canzio[16].

Il primo - e serbo un documento da lui scritto , ed a me inviato nell’ottobre 1886 - divisò di far echeggiare nel parlamento Italiano ciò che si disse nel parlamento inglese. Quei concittadini, adesso viemeglio amati: non ebbe tempo; la morte fu per lui, com’è per tutti. Il secondo m’inviò, dopo un opuscolo sul 1860 di San Giovanni Rotondo, da me scritto, queste parole:

“Associomi alle onoranze rese da cotesta patriottica popolazione ai martiri che sopravvivono coll’esempio. Cairoli”.Ed il terzo, così mi parla: “Caro Fabrocini, D’innanzi al marmo che dovrà eternare la memoria dei martiri gloriosi della fiera Capitanata - ricordate - che in onta ai plebisciti i vinti si sono rifatti vincitori, e più forti, e più audaci di prima.

Ricordate, che un popolo onora i suoi martiri , colla guerrica e coll’alloro , se vincitore, immitandogli, se vinto.

Questo ricordate - perché questo dovrà essere il compito nuovo della nuova generazione,  ed in questo sarò con voi, e sempre con voi . Il  tutto vostro S. Canzio. Genova 23 ottobre 1886”.

Sì. Corone di quercia ed allori avete; e l’esempio del martirio sta segnato sul vostro marmo; che non cedeste a un grido, che poteva esser per voi, pur pensando ad una efferatezza con sangue, un peccato imperdonabile da quella storia che vi benedice!

Signori amatissimi, ventiquattro voci, in uno, partono di lassù. Io non le odo, come voi non le udite. Ma io le sento, come voi le sentite nell’intimo della coscienza. Son voci che dicono di gratitudine che parlano di perdono. Parmi ch’io veda che quelle lettere sembrino occhi con la espressione di allegrezza e che pur dicano: un sospiro e un bacio col pensiero sono affermati per noi nello svolgersi dei posteri!

Ma risponderemo a quelle voci che fanno eco nella nostra coscienza?

Il voto è sciolto. Dico per voi, o con Tacito, o con Petrarca: io vo’ gridando: pace, pace, a voi e a noi. 23 ottobre 1894. Firmato: Antonio Fabrocini”.

continua

[1] Articoli sullo stesso argomento di Giulio G. Siena:1) Dov’è la lapide? - Palazzo San Fran­cesco - Martino Editore ,  San Giovanni Rotondo - n° O - Anno 1990. 2) La lapide per i martiri del 1860: riportare nella sua sede quel documento storico - il Pirgiano - Anno I, n. 6 - Novembre-dicembre 1990 - Cartotecniche meridionali - Foggia. 3) Crudeltà inaudita! - Pirgiano - Anno IV, n. 1 - Gennaio-Febbraio 1993 - Grafica Baal. San Giovanni Rotondo.

[2] Cfr. Delibera del Consiglio Comunale del 14 maggio1874.

[3] Cfr. Delibera del Consiglio Comunale del 1° Novembre 1885.

[4]  Cfr. Delibera della Giunta municipale del 25 ottobre 1886.

[5] Cfr. Delibera del Consiglio Comunale del 21 dicembre 1888.

[6] A. C. S.G.R. - Relazione di accompagnamento del Progetto per il monumento ai martiri della reazione del 1860, dell’Ing. Di Lella, datata 19 Dicembre 1888.

[7] Cfr. Delibera del Consiglio Comunale del 21 dicembre 1888.

[8] Un profilo dell’autore dell’epigrafe è stato pubblicato da Giosuè Fini in Uomini illustri: Mauro Serrano, articolo apparso in Pirgiano - Anno IV - n.1 Gennaio - Febbraio 1993.

[9]ACSGR,  Delibera del Consiglio Comunale del 18 novembre 1894.

[10] C. Ranzoli nel saggio “La bellezza dell’errore”, in Rivista d’Italia, aprile 1913.

[11] La Costanza di Socrate - Tragedia di Antonio Fabrocini applaudita da varii circoli letterarii ita­liani dedita a S.M. Umberto I. Napoli, Tipografia di Raffaele Tortora, 1881.

[12] Polibio, Libro II. Plinio, Libro II. Livio, Libro VII.

[13] Manoscritto.

[14] Pasquale Stanislao Mancini (Avellino 1817, Napoli 1888). Laureatosi in Giu­risprudenza a Napoli fu giurista, professore universitario, ed eminente uomo politico ita­liano. Liberal-moderato, fu eletto nel parlamento napoletano nel 1848, dove lesse una prote­sta contro la repressione delle truppe borboniche. Esule, insegnò diritto internazionale nell’Università di Torino (1850). Pose le basi giuridiche del principio di nazionalità con il di­scorso su La nazionalità come fonte di diritto delle genti. Deputato al Parlamento Italiano nel 1860, fu Ministro dell’Istruzione (1862), della Giustizia (1876-1878) e degli Esteri (1881-1885). In tale veste stipulò la triplice alleanza con la Germania e l’Austro-Ungheria (20 maggio 1882). Dal 1872 fu anche professore dell’Università di Roma e nel 1873 fu nominato presidente dell’Istituto di diritto internazionale. E’ autore di numerose opere giuridiche.

[15] Benedetto Cairoli (Pavia 1825 - Capodimonte 1889). Patriota e uomo politico italiano. Volontario nel 1848, nel 1850 passò dal neoguelfismo al mazzinianesimo. Implicato nel moto milanese, emigrò in Piemonte avvicinandosi alla politica di Cavour. Nel 1859 com­batté con Garibaldi. Prese parte alla spedizione dei Mille e fu ferito nella battaglia di Calata­fimi. Nel 1861 è deputato della sinistra.  Successe al Depretis come presidente del consiglio, ma riconsegnò il potere allo stesso Depretis per la sua debolezza verso l’estrema sinistra e per l’insuccesso dell’ azione al Congresso di Berlino (1878). Tornò al governo con due suc­cessivi ministeri.  Nel secondo, quale ministro degli esteri, firmò un trattato che concedeva alla Francia il protettorato sulla Tunisia credendo fino all’ultimo alle sue spiegazioni uffi­ciali. Accortosi di aver sbagliato, si ritirò a vita privata.

[16] Gen. Stefano Canzio. E’ un grande patriota italiano (Genova 1837 - Genova 1909). Fu tra gli organizzatori della spedizione dei Mille, a cui partecipò battendosi valorosamente a Ca­latafimi e Palermo. Collaboratore di Garibaldi, ne sposò la figlia Teresita. Lo seguì sempre in battaglia, salvandogli la vita a Mentana nel 1867. Con il grado di Generale, sempre con i garibaldini, combatté ad Autun e a Digione (1870-1871) contribuendo a strappare ai Prus­siani l’unica bandiera conquistata durante la campagna. Fu anche deputato al Parlamento e medaglia d’oro al valor militare.

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