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INDICE
San
Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.
I moti
del 1820.
La guardia nazionale nel 1848.
Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti a San Giovanni Rotondo.
Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.
Regolamento di polizia urbana.
Polizia
rurale.
Il
commercio della neve.
La
produzione di vino.
Le opere
pubbliche.
Le
alluvioni del 1850, 1858 e 1862.
Il lago
di S. Egidio.
Lotta a
bruchi e cavallette.
L'istruzione pubblica.
Le questioni demaniali.
Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.
Le proteste degli allevatori di bestiame.
La
distruzione dei boschi comunali.
Le
Guardie Rurali e Forestali.
L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie
garganiche.
L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili"
sangiovannesi.
S.
Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe
ereditario.
Processi
a carico di Guglielmo Fabrocini.
Gli
ultimi mesi del Regno borbonico.
Garibaldi
entra in Napoli.
A San
Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.
Pervengono folgoranti notizie dal fronte.
A San
Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te
Deum.
Alcune
delibere comunali prima della reazione.
La
Guardia Nazionale nel 1860.
Tentativi
di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.
I giorni della reazione sangiovannese.
I
soldati sbandati.
Si vota
per il Plebiscito.
Si
operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.
Testimonianza del Giudice regio
Tommaso Giordani.
La
prima reazione Sammarchese.
Arrivano le prime truppe.
Le
gravi colpe del Dicastero di Polizia.
I
soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.
Si
prepara la reazione sangiovannese.
Testimonianza di Federico Verna.
Le
truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.
Il
racconto della guida Vincenzo D'Errico.
Il
Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.
Le
truppe partono per San Giovanni Rotondo.
Scoppia
la seconda reazione sammarchese.
La
reazione di Cagnano.
Da
Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.
Il
rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.
Il
rapporto di Don Gennaro Padovano.
L'opera
repressiva di Gaetano Del Giudice.
Il
Governatore utilizza i pieni poteri.
Il
Maggiore Cesare Rebecchi.
Le tasse di guerra.
La reazione raccontata
da Carlo Villani.
Le
reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di
Rigras.
La
votazione del Plebiscito.
A San
Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda
reazione.
Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.
Arrivo
a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.
I
processi dei reazionari.
Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la
Gran Corte di Capitanata.
Verbale del 6 dicembre 1861.
Atto di accusa della Gran Corte di Criminale
di Lucera del 3 ottobre 1864.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 20 aprile 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 9 giugno 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 12 giugno 1865.
Verbale del 12 aprile 1866 per la
costituzione del giurì della causa.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6
maggio 1866.
Martiri e danneggiati politici.
L'invocazione di G. D'Errico.
Schede
dei Martiri Sangiovannesi.
I soldati garibaldini.
I
danneggiati politici
I frati
cappuccini.
Le strade dei danneggiati politici si incontrano.
Gli accusati di reazione e
la loro difesa
I
reazionari sottoposti a giudizio (A-M).
I
reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).
Il ricordo imperituro
Storia
di tre monumenti e di una lapide.
Primo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Secondo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Persecutori e vittime del
brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
I soldati
sbandati alimentano il brigantaggio.
I primi
episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
Soscrizione
Nazionale per estirpare il brigantaggio.
Tre cacciatori di briganti :
1- Federico Padovano
2- Giovanni
Merla
3- Vincenzo
Mancini.
Alcuni
danneggiati per atti di brigantaggio:
1 - Michele
Fraticelli: un martire a parte.
2 - Antonio
Scarale.
3
- Giuseppe
Fiorentino.
4 - Benedetto
Rendina.
5 - Giuseppe
Gaggiano.
6 - Filippo
Rubino.
7 - Costanza
Pompilio.
Caccia alla banda Cicognitto.
Epilogo.
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Il ricordo imperituro
Storia di tre monumenti ed una
lapide
Correva l’anno 1874. Il Sindaco lesse una
petizione del Consigliere Antonio Avv. Lecce, figlio di Tommaso, il quale,
stante le ristrettezze finanziarie del Comune, proponeva una semplice
lapide commemorativa dei Martiri del 23 ottobre 1860. Le sue parole sono
toccanti:
“Signori del Consiglio.... Un sasso che distingua le sue ossa che in terra ed in
mare semina morte è il pio desiderio di chi muore pel Santo principio di
libertà, per amor di Patria! Ventitré martiri d’infernal fanatismo giacciono
dimenticati in questa terra, senzaché una lapide o un contrassegno qualsiasi
ricordi ai posteri il loro cruento sacrificio. Dovere di figlio, di cittadino e
di amico verso gli estinti per ferro reazionario mi spingono ad iniziar proposta
in consiglio perché a tanto oblio e jattura si ripari...”.
Subito dopo prese la parola l’Avv. Luigi
Bramante che ampliava la richiesta, proponendo un monumento:
“I fatti grandiosi e sagrifici inauditi di bravi cittadini debbono corrispondere
ricordi imperituri e di qualche fasto. L’à per questo che invece della lapide
commemorativa propone un monumento, la cui spesa andrà allegata al bilancio
1875. In tal modo soltanto potrà essere rimandato degnamente ai posteri la
memoria del martirio sofferto dai 23 liberali di questo Comune
nella reazione del 1860 nelle prigioni...”.
Il Consiglio, “compiangendo il miserabile fato
dei bravi compatrioti, con profonda commozione e a pieni voti”, approvò la
proposta di Bramante, demandandone l’esecuzione alla Giunta.
Ma per un bel pezzo non si parlò più di lapidi o
di monumenti. Dieci anni dopo, nel 1885, nel giorno della commemorazione dei
defunti, il presidente del Consesso, Avv. Antonio Lecce, rifacendosi al vecchio
deliberato e dichiarandosi interprete dei sentimenti della maggioranza dei
sangiovannesi, riproponeva la votazione del monumento, “attesoché, sia per
imperdonabile negligenza, sia per tristizia di uomini e di avvenimenti,
nulla era stato fatto per la memoria di quei generosi propugnatori della causa
Nazionale”. Lanciò pure il monito che “il tempo sarebbe venuto senza dubbio a
seppellire per sempre la memoria di un fatto unico nella Storia del Risorgimento
italiano...”. Dalla delibera conseguente si evince che per il monumento, erano
già state stanziate mille lire e che le restanti tredicimila occorrenti
sarebbero state accantonate, nei bilanci dei successivi cinque anni.
L’anno appresso l’argomento tornò in Consiglio
comunale e venne approvato un progetto redatto dall’Ing. Giacomo Saporetti per
un importo di lire 16.203. L’altezza complessiva del meraviglioso monumento
sarebbe stata di m. 13,95. Esso consisteva di un piedistallo ed una colonna
composita sormontata da una statua alta m. 2,50 raffigurante la Libertà.
Nel 1886 la Giunta municipale composta dal
Sindaco Dott. Donato Lecce e dagli assessori Francesco Morcaldi e Dott. Lorenzo
Collicelli, dovendo pagare il costo del progetto, stornò dai fondi stanziati per
il monumento 100 lire, che servirono anche a coprire le spese sostenute in
occasione del 26° anniversario della morte dei martiri. La commemorazione era
avvenuta per iniziativa degli “egregi giovani” Raffaele Vincitorio, Giovanni
Merla e Alessandro Campanile.
Il 21 dicembre 1888 il Consiglio Comunale
ribadisce i precedenti deliberati del 14 maggio 1874, 1° novembre 1885 e 7
febbraio 1886 e “la necessità, l’imprescindibilità e il dovere di erigere un
monumento ai 24 nobili e generosi martiri, massacrati orribilmente nel 23
ottobre 1860 dai cannibali reazionarii nemici dell’Unità Italiana... Tristizia
di uomini e di tempi non consentivano che i nomi di quelle generose vittime del
terribile episodio, unico anzi che raro nella Storia della Redenzione d’Italia,
fossero degnamente commemorate con un ricordo imperituro e solenne, quale
compenso unico di chi muore pel santo principio della libertà...”. Perciò
approvò un secondo monumento, progettato dall’Ing. Di Lella, da erigersi in
Piazza del Municipio.
Esso, doveva essere realizzato in “marmo bianco
di Carrara di prima qualità”, contenendone il costo al di sotto di 7.000 lire.
Il progettista nella relazione di accompagnamento del progetto commentò:
“Pretendere con la tenue somma di lire 7.000 di progettare un’opera d’arte
capace d’incarnare i fatti gloriosi della Reazione sarebbe stoltezza degna di
biasimo, e però sapendo che scopo precipuo del Consiglio Comunale nel deliberare
la costruzione di un Monumento fu quello di voler eternare la memoria ed i nomi
dei prodi caduti ad eterno martirio e vergogna dei vigliacchi e malvaggi
assassini, mi sono appigliato al partito d’imitar gli Egiziani in questa specie
di monumenti e di progettare un semplice obelisco”.
Realizzando il progetto, si volevano “appagare i
voti della parte migliore e numerosa della Cittadinanza Sangiovannese, la quale
sempre aveva reclamato, ma invano, che la memoria di quei disgraziati -
offrirono la propria vita in olocausto per l’Unità e Indipendenza Italiana -
fosse scolpita nel marmo”. Questa volta l’opera artistica era costituita “di un
basamento semplicissimo privo di cimarra e di un obelisco piramidale sostenuto
da quattro grandiose zampe di leone”. I nomi dei caduti e i fatti più salienti
dell’avvenimento sarebbero stati incisi in bronzo sulle facce della piramide;
mentre una ghirlanda intrecciata di bronzo con una palma avrebbero
simbolicamente rappresentato “il dolore dei cittadini” ed “il trionfo della
libertà per la quale lottarono quei valorosi campioni”. Un obelisco così
concepito avrebbe evitato di “far cosa che più che monumento pei caduti potesse
essere additata come Monumento di biasimo pel suo valore artistico”.
Anche questa volta il Consiglio Provinciale
stanziò mille lire e il Comune cinquecento. Altre settecento lire si rendevano
disponibili dal residuo passivo del bilancio comunale e ci si impegnava a pagare
le restanti 4.600 lire entro due anni dal termine dell’opera, prevedendo
l’accantonamento di lire 2.300 annue, dal 1889 al 1890.
Ma, ancora una volta, la Giunta non riuscì ad eseguire il deliberato consiliare.
Si giunse così all’atto di costituzione di un
Comitato cittadino promotore di una semplice lapide commemorativa, nelle persone
dl Sig. Filippo Bramante (sindaco Presidente), Collicelli Dott. Lorenzo,
Bramante Avv. Luigi, Lecce Can.co Don Elia, Ricciardi Dott. Francescantonio,
Fabrocini Antonio e Del Grosso Pietro (componenti). Vennero raccolte 288 lire e
50 centesimi.
L’epigrafe venne dettata dall’Illustre Prof.
Mauro Serrano, docente di lettere classiche nelle scuole napoletane, il quale si
assunse anche l’onere di commissionare e spedire la lapide che fu realizzata
dalla Ditta Carmine Gaudiosi di Napoli.
Lo scoprimento della lapide avvenne il 23
ottobre 1894 con formale consegna al Municipio, nella persona del Sindaco
Filippo Bramante. La presa in consegna fu ratificata dal Consiglio Comunale che
unanimamente proclamò la lapide “cosa municipale, promettendo di conservarla
sulla facciata del palazzo comunale, ove fu apposta”.
Finalmente la ragione aveva prevalso sulla “tristizia di uomini ed avvenimenti”
che avrebbero voluto impedire di tramandare ai posteri l’unico raggio di luce di
un’epoca buia. Pronunciarono discorsi patriottici l’Avv. Giovanni Merla, Antonio
Fabrocini e Alfonso Miscio.
E’ atto di riconoscenza dei posteri ricordare i
nomi delle persone e degli Enti che offrirono il proprio contributo economico
per la realizzazione della lapide:
il Municipio (L. 100), la Congrega di Carità (L. 30), le monache (L. 5), la
Congrega dei Morti (L. 10), Società Operaia (L. 5), Longo Avv. Michele (L. 10),
Ventrella Emiddio (L. 5), D’Errico Carmela ved. Lecce (L. 5), Longo Avv.
Giuseppe (L. 1), Miscio Michelangelo (L. 2), Tamburrano Giuseppe (L. 1), Perreca
Giustino (L. 1), Merla Dott. Giuseppe (L. 10), Enrico Evangelista (L. 5),
Vincitorio Teodoro (L. 1), Palladino Michele (L. 0,50), Russo Michele (L. 0,50),
Ricciardi Dott. Francescantonio (L. 5), Collicelli Dott. Lorenzo (L. 5), Pisapia
Giulio (L. 1), Cristiano Vincenzo (L. 0,50), D’Errico Achille (L. 3), D’Errico
Pietro (L. 2), Bramante Avv. Luigi (L. 2), Del Grosso Pietro (L. 5), Diofero
Francesco (L. 1), Cera Michele (L. 1), Fabrocino Antonio (L. 0,50), Sabatelli
Avv. Michele (L. 5), Cascavilla Gaetano (L. 0,25), Lecce Avv. Teodorico (L. 5),
Giampaglia Giovannantonio (L. 0.50), Ventrella Francescantonio(L. 1), D’Errico
D. Vincenzo (L. 2), Longo Leopoldo (L. 0,50), Fabrocino Giuseppe (L. 1),
Bramante Antonio di Filippo (L. 2), Lauricelli Giovanni (esattore) (L. 0,50),
Fazzano Ferdinando (L. 3), Giuva Dott. Francescantonio (L. 5), Irace Maddalena (L.
3), Destasio Can.co D. Raffaele (L. 1), Giuva Alfonso (L. 1,50), Bramante
Filippo di Emanuele (L.5), Cera Leonardo (L. 1), Padovano D. Gennaro (L. 10),
Cafiero Giacomo L. 0,50), Padovano D. Saverio fu Pasquale (L. 5), Serritelli
Giovanni (L. 2), Bramante Avv. D. Antonio (L. 5), Vincitorio Michele (L. 2),
Padovano Giovanni (L. 2), Sabatelli Nicola (L. 0,50), Campanile Alessandro fu
Pasquale (L. 1), Fiorentino Donato (L. 1), D’Errico Francesco (L. 0,50).
Le 288 lire furono così esitate:
Due marchette per mandato del Municipio L. 0,10; Idem per mandato della
Congregazione di Carità L. 0,50; Costo della Lapide, compreso la vettura da
Napoli a Foggia L.220; Tassa di Vaglia e lettera raccomandata L. 1,45; Ai operaj
pel piazzamento della lapide L. 6; Francesco Latiano per vettura e facchinaggio
alla Stazione di Foggia L. 13,40; Complimenti ai muratori L. 1, Complimenti alle
Guardie L. 1,50, Foglietti n. 270 L. 2; ...(?) e pontine L. 0,15; Messa parata
L. 1,50, compositura della castellana (L. 0,55); cera Libre 34 e 1/3 L. 22,35;
Organista L. 1,50; Incenso L. 0,10, ...(?) L. 1,50; Al tiratore dei mondini L.
0,20; Al Sagrestano L. 5; Per Scaricatura della lapide, e trasporto di sedie
alla chiesa L. 5,15; Alla Banda L. 4,00; Lops Giuseppe illuminazione L. 1.
Così le meravigliose parole dell’epigrafe, che
meglio non avrebbero potuto descrivere gli avvenimenti, si scolpirono nei cuori,
cancellando le umiliazioni subite per sette lustri dalle famiglie dei Martiri, a
causa dell’ingratitudine di buona parte della popolazione. L’atto di riparazione
era ormai cosa fatta.
“Qui cieco furore di plebe rinchiuse
e da fautori di borbonica tirannide
istigato
senza cristiano consiglio in un’ora
sola
il XXIII ottobre MDCCCLX con miseranda
strage
ventiquattro egregi uomini trucidò
Che la postuma cittadina riconoscenza
martiri di libertà proclama
e l’Italia redenta ai posteri
tramanda.
Mauro Serrano”.
Seguono i nomi dei martiri: Giuva Achille, farmacista; Errico D’Errico,
Avvocato; Terenzio Ventrella, Avvocato; Paolo Franco, notaio, Luigi D’Errico,
Avvocato; Nicola Del Grosso, agrim.; Michele Fazzano, arm.; Alfonso Mucci;
Francesco Ruggieri; Achille Merla; Vincenzo Irace; Tommaso Lecce, comm.; Matteo
Fini; Celestino Sabatelli; Antonio Maresca; Costantino Mucci; Guglielmo
Fabrocini; Luigi Merla, Sac.; Tommaso Irace; Giuseppe Irace; Alessandro
Campanile, Med. ; Gennaro Cascavilla; Francesco Russo; Agostino Bocchino. 24
ottobre 1894.
Il lettore osservi la terminologia usata
dall’autore dell’epigrafe. E’ la stessa incontrata nei documenti di trent’anni
prima, qui riportati. E noti pure la corrispondenza del testo ai fatti reali. Se
ne convincano anche quei sangiovannesi che, per un malinteso senso della Storia,
giudicavano la lapide offensiva per il popolo, in tempi abbastanza recenti,
giungendo a proporre un cambiamento del testo. Il vero motivo non era il
testo dell’epigrafe, né la parola plebe, bensì l’orrore suscitato dalla
conoscenza dei fatti di cui la stessa si rese complice ed ignara esecurtrice,
attraverso la lettura del libro del Prof. Giosuè Fini citato nella premessa,
pubblicato poco tempo prima. Poiché questo punctum dolens non sembra
ancora del tutto superato, è quanto meno opportuno soffermarsi a fare
alcune considerazioni.
In primo luogo bisogna convenire che la verità è
sempre giusta; mai è offensiva.
In secondo luogo, un popolo o una massa di
persone non sono entità infallibili, alla stessa stregua dell’uomo singolo; e,
quanto meno insegnamento traggono dalla storia vissuta, tanto più ricadranno
nell’errore. Perciò la storia, cioè la verità, in nessun caso va
tenuta nascosta, affinché tutti possano trarne insegnamento.
In terzo luogo ognuno di noi è libero di porsi,
di fronte agli eventi storici, nella posizione critica che ritiene più
opportuna, purché non osi alterare o sopprimere i fatti o i documenti storici
contrari alla propria ideologia. Le res gestae, raccontate dai documenti
scritti, infatti, sono il punto di partenza per esprimere un qualunque giudizio
storico, per non trovarsi di fronte a fatti irreali o addirittura inesistenti.
Solo attraverso i documenti si può ricostruire la genesi dei fatti. Collegandoli
l’uno all’altro in cento modi diversi, si potrà giungere a conoscere cento
“verità di ragione”, ognuna delle quali potrà essere attendibile, ma non
vera; o, al massimo, sarà non vera e non falsa, perché non potrà
essere mai dimostrata o confutata.
Che fare dunque? Ognuno rifletti serenamente
sulla reazione sangiovannese. Poi azzardi pure un giudizio storico che sia il
più vicino possibile alla verità, tenendo a mente che le facili assoluzioni
possono arrecare almeno gli stessi danni che provocano le troppo facili sentenze
di condanna. Anzi, si tenga presente che la Storia, che non è mai giustiziera,
non vuole vincitori, né vinti. Essa vuole soltanto essere sempre maestra di
vita, per le genti presenti e future.
Se ripenso a quanto ho scritto finora, mi
accorgo che talvolta sono uscito fuori dai binari e che, contrariamente a quanto
mi ero ripromesso, ho tirato qualche conclusione di troppo. Me ne scuso
profondamente, esortando il lettore a non tener conto delle “mie” poche
convinzioni o conclusioni esternate.
Non sono uno storiografo, né ho la
presunzione di diventarlo. Ma, se pure lo fossi, farei al lettore la stessa
esortazione o, quanto meno, lo inviterei a confutare le mie tesi. Anche lo
storiografo, infatti, chiamato ad esprimere giudizi storici, dovendo effettuare
delle scelte sul piano dei fatti e delle ipotesi, si trova in condizioni di
dipendenza dal proprio pensiero, come qualunque altra persona umana: la garanzia
dall’arbitrio sta solo nella sua coscienza morale, la quale non
sempre riesce ad evitare che le tentazioni oratorie o politiche prevalgano
sull’esigenza teoretica della storiografia..
Terminate queste poche considerazioni ci
accorgiamo che l’unica verità certa è la “verità di fatto” (verum
ipsum factum). Allora? Che fare? Non ci resta che meditare su queste sagge
parole del filosofo Cesare Ranzoli:
“Chi presume di non sbagliar mai, o si comporta praticamente come se nutrisse
tale presunzione, non conosce la storia dell’uomo, o, conoscendola, non ha
saputo trarne il benchè minimo insegnamento... Poiché codesta storia sia civile
sia scientifica, è tutta una trama di errori di pensiero, di sentimento e di
azione, di errori inediti e voluti, di errori individuali e collettivi; una
vicenda assidua di illusioni nuove succedute alle antiche, un laboratorio
industre di ipotesi soppiantate ad altre ipotesi, un dramma convulso di
tentativi in gran parte naufragati tra le onde procellose della fortuna, un
edificio di piccole verità strappate faticosamente, ad una ad una dagli artigli
dell’ignoto. Chi presume di non sbagliar mai cade dunque nel più madornale degli
errori perché disconosce la propria essenziale natura, perché nega a se stesso
la qualità di uomini. Errare humanum est...”
Accettiamo umilmente l’insegnamento che la
storia ci vuole dare.
Primo discorso
commemorativo di Antonio Fabrocini
Per gentile concessione di una sua discendente,
la Prof.ssa Michela Fabrocini, che conserva gli originali, ho potuto fotocopiare
alcuni manoscritti di Antonio Fabrocini, dotto educatore sangiovannese, tra cui
due suoi discorsi sui fatti reazionari che mi pregio di riportare in questo
volume. Il Fabrocini è autore tra l’altro di una tragedia dal titolo “La
Costanza di Socrate”.
Tra gli inediti spicca un “Carme Politico Recitato il 14 marzo 1879
agli onorevoli cittadini ed autorità di San Giovanni Rotondo”, riportato su di
un quadernetto con la figura di Vittorio Emanuele III, che dovrebbe essere pure
divulgato come raro esempio di amor patrio.
Prima di passare a leggere questi discorsi, può
essere utile riassumere molto sommariamente le vicende amministrative che li
precedettero.
Il Fabrocini è stato un buon osservatore dei
tempi suoi. Sapeva che la plebe, facendo fuori i 24 liberali, si era scavata una
fossa sotto i piedi. A causa di quel crimine, con l’avvento dell’Unità d’Italia,
a San Giovanni Rotondo non potè esserci un ricambio politico, perché gli uomini
migliori erano stati uccisi. Diversamente non avremmo visto lo stesso
reazionario Nicola Siena, grande accusatore, lasciarsi sfuggire che alcuni
personaggi avevano infiammato “la distruzione dei buoni, ed onesti cittadini,
onde signoreggiare essi”. Difatti, scomparsi coloro che potevano contrastarli,
essi ebbero campo libero di spadroneggiare sulla sciagurata plebe fino al 1875.
In quell’anno il Consiglio, con a capo il sindaco Giuseppe Merla, fratello degli
uccisi Achille e Luigi, chiese finalmente, ed ottenne, la divisione dei
demani
Cicerone e Costarelle. La quotizzazione, seppure condotta in modo
opinabile, avvenne nel 1876 con l’attribuzione di 583 quote ai capofamiglia. In
quell’anno alcuni giovani freschi laureati e pronti al rinnovamento avevano
costituito un partito del popolo, contrapposto a quello dei potenti
conservatori, stravincendo le elezioni. I nuovi amministratori trasformarono
radicalmente il volto del paese, lastricando le sue strade, impiantando la villa
comunale, fondando la banda musicale, ampliando il cimitero, in poche parole
amministrando per il bene della comunità. Il paese risorse e la popolazione,
dopo tanto abbandono, ritornò a ben sperare per il futuro. Ma le cose belle
hanno durata breve e anche questa finì una decina d’anni dopo. Seppure per pochi
voti, a causa dei debiti contratti per abbellire il paese, ed i metodi
poco ortodossi degli avversari, si tornò al punto di partenza. Così, messi in
minoranza, gli innovatori non videro più attuate le loro proposte. La plebe,
intanto, avendo vissuto quel breve periodo di buona amministrazione, aveva preso
coscienza dei propri errori.
I liberali avevano atteso lungamente, invano,
che la popolazione compisse scientemente un atto tangibile di doverosa
riconoscenza verso i martiri della libertà, innalzando a loro memoria un
monumento. Ma, la plebe era ancora perseguitata dalla sua stessa ombra. Ora i
tempi erano maturi.
In tale contesto il Fabrocini preparò il primo
discorso commemorativo intitolato “Pel 23 ottobre 1860 in San Giovanni Rotondo”,
da pronunciare ai concittadini in ricorrenza del venticinquesimo anniversario
dell’eccidio:
“... Multi martyres talia passi sunt; sed nihil sic elucet, quomodo caput
martyrum: ibi melius intuemur, quod illi experti sunt...
Nostis, qui conventus erat malignantium, e fò quindi lontana da me l’idea di
trattare dettagliatamente su l’eccidio del 23 ottobre 1860 in San Giovanni
Rotondo!
Se, come direbbero i Poeti, potessi consultare le ceneri nei sepolcri d’illustri
estinti, o favellare agli spettri, io non racconterei a Giunio Bruto la tremenda
fugalia dei Tarquinii, né declamerei la funesta rovina di Troja, innanzi
all’ombra di Omero o di Virgilio.
Il teatro di sangue, su cui 25 anni or sono facevasi tanto scempio, non è questo
Comune? E voi non vi siete nati? Ebbene: chi di voi non tenga memoria di quella
strage che ignominiò questo comune? Di oggi se ne parla sin nelle capanne e voi
maledite quei giorni, ne avete anche contristato l’animo: ne meditate gli
effetti che, dopo un quarto di secolo, tremendamente affliggono ancora,
straziano, amisiriscono, premono su la coscienza dei tristi!...
Le generazioni, o Signori, si cambiano nei principi etici, estetici, politici e
tant’altro, come muta il secolo che le porta. Il succedersi dei secoli è sempre
il perfezionamento di alcuni sentimenti umani e in tutte l’evoluzioni politiche,
s’è vedute sempre vibrare le armi, agitare insegne bellingere, esporre petti
onorati ai pericoli, al sangue, sempre per una causa migliore che abbia dato
effetto migliore. Nessun popolo ci rammentiamo essersi sollevato come un sol
uomo pel trionfo della barbarie: esso si attiene sotto ognora al consiglio dei
sapienti, all’imperio di chi li guida, e si rende incivilito, osservatore dei
dritti e doveri che la società ne impone. E se v’ha che una frazione di popolo
si renda infame strumento di delitti, non giustificati pel conseguimento di un
fine, di un bene, è una macchina che si raggira, sol perché guidata da un
impulso estraneo alla sua forza. In quella frazione di popolo si viene a
fomentare l’egoismo, l’odio di parte che trabocca nel cuore di chi lo
slancia alla sommossa, e dietro il principio di un utile, dietro il principio di
una causa migliore e comune, si consuma la vendetta e il capriccio, mentre la
delinquente plebe brutalmente condotta, raccoglie il disinganno più amaro: e per
questo, o Signori, veniamo alla massima di Aristotele: un padre buono fa dei
figli onesti, e quindi la classe più elevata dei cittadini, se onesta, farà un
popolo buono, perché le fazioni cittadine, a pessimo obbietto sospinte, fan
soffrire gli onesti!
E in simili eventi, in tanto protervo disinganno tu ti trovasti, sventurata
cittadinanza di San Giovanni Rotondo. Di ove stanno i tuoi allori? Parla, ove
conseguite le tue speranze? Mi vieni innanzi per le vie affamata, lacera,
scarna, chiazzata di sangue, colma di rimorsi? Taci? Bello è tacere. Ma
ascoltami, perché non sia ch’io ti rivegga “Pentita sempre e non cangiata mai”.
Il cristianesimo che proclamò l’unità della specie umana, si distaccò dai secoli
dell’orrore ed iniziò il perfezionamento del dritto delle genti. Compreso sempre
meglio dalle più elevate classi dei cittadini, andò tuttavia preparando
l’incivilimento sociale con quelle nobili aspirazioni che menano ad un retto
governo di famiglia e all’amore reciproco degli uomini. E si meditò ad un fine
di grande utilità pei popoli, con la fervida costanza si pensò mai sempre
ad annientare quel principio di utilità privata, e a dissipare quella corruzione
cittadina “di che gli uomini si valgono, e la considerò anche Macchiavelli, si
valgono non per osservarla, ma perché sia mezzo a più facilmente ingannare; e
quando l’inganno riesce più facile e sicuro, tanto più lode e gloria se ne
acquista. Per questo gli uomini nocivi sono come industriosi lodati, e i buoni
come sciocchi biasimati”. E da tanto suscitano, “dipendono gli odi, le
inimicizie, i dissapori, le piccole fazioni dalle quali nascono
afflizioni di buoni, esaltazione dei tristi, perché i buoni confidatisi
nell’innocenza loro, non cercano come i cattivi di chi straordinariamente li
difenda e onori, tanto che indifesi e inonorati, rovinano”.
L’incremento del pensiero per alienare dalle masse cittadine quella corruzione
che si fece costume, balenò nella mente dei più, e quel pensare fu maturo,
spingeva il cuore a sussulti più fervidi, più caldi, e cercava un’azione,
invocava l’affetto del pensare istesso.
E l’azione pel trionfo delle nobili idee, vi fu: il 1860 ci dà l’epoca la più
grande, ardua, sublime, da elevarsi sui fatti i più magnanimi dei destini
d’Italia!.
Gran Padre Alighieri, tu che eterno vivi su le labbra delle generazioni che
furono e che saranno, tu che adoperasti non solo una penna incomparabile ma
anche la spada, dopo che prendesti parte a descrivere e cielo e terra, se avessi
anche la virtù di apparirci redivivo, vedendo effettuati i tuoi vaticini per la
libertà e l’unità della patria, non canteresti altro che gli stessi tuoi
vaticini realizzati, dal perché sol di te degno sarebbe un tanto argomento e
correresti a tirar un frego là dove esclamasti: Ahi serva Italia, di dolore
ostello,/ Nave senza nocchiero in gran tempesta,/ Non donna di province; ma
bordello!
La fama, o Signori, di tanto fatto compiuto, si equilibra con quella che surse
dal trionfo dell’antica Repubblica Romana; s’innalza con quella che va
magnificando Giovanni da Procida; brilla con l’altra che sta sui campi di
Maratona; e va sorvolando al passo delle Termopoli con l’ombra di Leonida! E
Garibaldi non è forse un Leonida? Non è egli l’impareggiabile eroe che divise
l’età dei fasti e salutò l’età del popolo? Il 1860 dunque lascia
l’età dei fasti e principia l’età del popolo, giusto premio largito dal dritto
delle genti perfezionato dall’eguaglianza sociale, come ho già detto, proclamato
dal cristianesimo.
Ma in San Giovanni Rotondo, quando si affacciò l’alba dell’età del popolo,
salutata gloriosamente, sottentrava, si fomentava il regresso più barbaro.
Mentre da l’Alpi all’Etna si godeva del conseguimento delle speranze di tanti
secoli, e s’inneggiava al risorgimento nazionale che costa sangue e martiri
infiniti, tremendi: qua, ignavi della causa nazionale, non illuminati al bene
pubblico e al bene privato, non illuminati dalla scintilla di libertà che
vivifica nel cuore dei patrioti, trascinati dall’opportunità di vendicare,
opportunità intelligente, opportunità che conosceva la grandezza dei giorni di
una nuova era politica, ed infine quelle opportunità sinistre che si fan amiche
talvolta della rozza, cieca plebe che la spingono, insorgono cittadini con una
ferocia da far suggezione al tigre.
E il 23 ottobre il popolo come tutt’uno corre, si scaglia nemico contro il
proprio bene, grida, invoca la propria rovina; crede esser sovrano e scava un
abisso: si spianano i fucili, si alzano scuri, si cozzano armi, si bruttano di
sangue: il ladro profitta, lo sfaccendato dà campo ai suoi disegni, il protervo
distrugge, incendia; l’odio si vendica, il debitore saccheggia... Ventiquattro
cittadini, caldi patrioti, pieni di vita, vividi d’ingegno, classe eletta e
degni figli d’Italia cadono, mutilati, raccolti in una carcere, togliendo così
loro anche il posseduto coraggio di difendersi... Eh fratricida plebe, ti
ravvedesti? Tu avesti orrore, tu fuggi ancora l’ombra di te stessa!... Tu, se
seguissi il filo di Arianna, andresti a finire ad una benché piccola, imitazione
della sorgente donde vennero mali all’Italia, cagionati dai Guelfi e Ghibellini.
Tu, se seguissi il fil di Arianna, andresti a finire ad una, benché piccola,
imitazione della sorgente, donde surse la decennale guerra di Troja, con la sua
leggiadra, venusta, ma pure adultera Elena! Tu lusingata di raccogliere
lauti compensi del tuo procace operare, conficcasti, ingannata dall’ottenebrazione
di te stessa, tradita dalle tenebre, vibrasti il pugnale assassino nel cuore del
padre tuo. Al lamentio fuggisti inorridita, ma t’incontrasti col suo spettro, e
ti disse:
Aspettati ben altro compenso che quello a te fatto: tu non fosti che vile
sgabello per farvi salire infame l’altrui vendetta!.... Fuggi: tu sei lurida, tu
sei fumante di patrio sangue innocente!... Difatti non s’ebbe dei vantaggi
promessi, lusingati, ma a più strazianti mali andò incontro. Essa come un sol
uomo si agitò , e come un sol uomo gittò i 30 denari, e andò ad impiccarsi al
fico!
Di qua la fuga, i rimorsi che strappano il core, e lo scagliano nel fango come
servo infedele: di là lo squallore, la miseria, il sangue versato che sembra
fuoco agli occhi dei rivoltosi. E le nostre promesse? Son queste; cioè: gemete
avvinti di catene nelle prigioni durissime, maledetti dalla memoria di tutti!
Più oltre si eseguiscono fucilazioni, pena d’ignominia! In cento parti, sotto
molti tetti si muore di strazio, di abbandono, di fame... e che? Compenso del
delitto! Si è privi del fratello, e privi degli amici e dei genitori, figlio che
non ricorda il padre, figlio che aspetta il padre dalla carcere; ma vi muore
infamato... e che? Conseguenze del delitto! Ah, son quasi 25 anni, e vi si
lamentano ancora le conseguenze funeste? Quel popolo dunque sacrificò se stesso?
Ohi pur non fosti così, paese degno di pianto; ma fosti nobilmente altero
quando, fuggendo l’epoca degli eroi e degli Dei, e venendo quella assolutamente
degli uomini, tu discutevi nel senato Uriano quel dritto naturale delle genti,
deciso da
Ulpiano Ius naturale gentium Humanarum! Oh quanto fosti pieno di gloria
quando negli anni 419 di Roma, tu fosti ammessa, vetusta Pirgiano, alla
confederazione Romana. Né meno gloriosi foste, o Pirgiani onorati, allorché
faceste correre la mano all’elsa, vestiste la corazza e gli schinieri, dalla
celata rifulgeva lo sguardo ereditato da Camillo, e correste in ajuto ai Romani
nella guerra Gallico-Cisalpina il 529 di Roma.
Ma, ahimé! Bella nella tua storia, grande nella tua fama, dimmi, ove andò
l’antica virtù tua. Dov’è il valore di Diomede?
Il 23 ottobre 1860, vituperio della tua esistenza, tu addivenisti la Tebe
d’Italia: ognun ti sente con raccapriccio, ognun fa ribrezzo al tuo nome?
Ah, no!... Ossa dei martiri, Voi che fremete amor di patria, siete voi che
riacquisterete l’onore al vostro suolo nativo! Una sola virtù, abbaglia una
infinità di vizii, come i vostri nomi s’innalzano riveriti ad onta della
schiacciata tirannide!.
Salve, italici martiri! La vostra memoria è bella, com’è bello il cantico della
libertà, e non si perde la vostra memoria, perché non si estingue in nessuna
generazione l’amore di patria.
Io bacerò riverente la terra che copre i vostri sepolcri. Io vi deporrò una
corona di fiori, perché vi attesti quanto voi siete rammentati. A rimembranza
dei secoli, un monumento vi parlerà sacro nel suo silenzio, ed ammaestrerà alle
genti come voi siete stati grandi! Addio!”.
Il Fabrocini era contrastato interiormente da un
sentimento di amore-odio per la plebe. Il suo tono talvolta duro serviva a
scuotere le coscienze. Egli voleva fortemente che la popolazione erigesse un
monumento ai martiri della libertà; non tanto per il monumento in sé, quanto per
ciò che esso avrebbe rappresentato: un messaggio di pace per i contemporanei e
di civiltà per le genti future.
Forse ossessionato dal martirio di tanti padri
di famiglia, tra cui il suo familiare Guglielmo Fabrocini, pregò Dio di
dispensare il perdono, scrivendo in rima:
“Per un Crocefisso. Legno eloquente! Morto ancor non vedi/ Cristo confitto alla
terribil croce!/ Stringe ai chiodi le mani... (Oh vista atroce!)/ E son contorti
all’altro chiodo i piedi!/ Tutte le membra palpitar tu credi/ e credi sangue...
e par ch’emetta voce./ Ma non lagni della vil feroce/ sorte che assume per gli
amati eredi!/ Morto non dici? Ecco sen va languente/ Quella dolce pupilla...
ecco l’affanno.../ Apre la bocca... volge al ciel la mente!/ Poche parole sul
labbro stanno:/ Padre, deh Padre, esclama fievolmente,/ perdona loro: non san
che fanno!...”
Ed ancora, nell’ode “Alla Madonna sotto il
titolo della Pace”:
“Io vo Gridando pace, pace, pace (Petrarca). Santa dei Santi, nel mio bel degli
anni,/ Eterno, empio destino mi circonda!/ Al serio, al vero, a grandi cose i
vanni/ Corron del mio pensier, ben li seconda/ L’ardente amor di patria e poi
gli affanni/ Questo mi reca? Qual da sponda a sponda/ Derelitto nocchiero
ingiusti inganni mi han spinto alla sventura e assai profonda!/ V’ha chi terrei
fra i pie’: ma li perdono./ Vibrano strali d’odio, accento audace/ E da natura
ebber viltade in dono,/ Che farmi deggio?... Aprir la guerra?... Ah tace/ Per
nobiltade il mesto core: e sono/ Per esso ad invocarvi pace pace!. Il 21
Novembre 1883
Secondo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini
Ben diverso dal primo è il secondo discorso,
pronunciato dal Fabrocini il 23 ottobre 1894, durante la cerimonia inaugurale
della lapide dei Martiri della Libertà. I suoi auspici, e quelli di tutti i
liberali del paese, erano stati accolti. Finalmente la Madonna aveva ascoltato
la sua invocazione ed egli poteva andare gridando: pace, pace...
“Allontaniamo, o Signori, che torca ognuno e per quanto è possibile, il pensiero
dall’orrendo teatro di sangue del 23 ottobre 1860, e veniamo al 23 ottobre 1894.
Noi stiamo ormai meditando in un momento solenne: è giorno memorando, è data
eminentemente storica. Giorno memorando nell’onda dell’umanità, che ravvolge e
trasmette all’infinito fatti memorandi. Grande data storica negli annali d’una
nazione, perché oggi va più splendente nel dominio della terra maestra della
vita!
E’ proprio la tulliana Magistra Vitae che si libra nel mio pensiero, e
che spinge a dire: nella seconda metà del secolo grandioso che eruppe dai dotti
e pochi articoli dei dritti dell’uomo, e dopo una notte di 34 anni, vi
affacciate o 24 martiri, innanzi al sole per farvi vedere dalle passanti
generazioni, e per farvi luccicare da quell’itala stella, che un gran politico
chiamò fatidica.
E vi affacciaste gloriosi; ciascuno vindice di quel nobilissimo ideale, unità,
libertà, indipendenza della patria, facendo rammentare le eloquentissime
sentenze di Pascal: potete - par che voi diciate -
potete imbrattarvi
sovente le mani di sangue fraterno, potete fare di esistenze preziose delle
vittime sotto una barbara forza: ma non potrete schiacciare il pensiero. Ponete
sul pensiero anche una montagna, voi non lo schiaccerete.
Salvete, adunque!. E’ a voi che io devo tributare il primo saluto, oggi che
è festa di popolo. Passate di memoria in memoria attraverso gli anni, redivivi
nelle genti avvenire, e che la scuola vi sia di luminosissima face...
Ho detto festa di popolo. Ed è così. Voi, o Signori, che in quest’ora formate un
sol pensiero, come stesse in una sola testa coi cento occhi di Argo, avete là
eretto un segnacolo di civiltà, un segnacolo di ammaestramento e di alta
pietà e divozione, da farvi ammirare dai futuri. Al risentimento di un
fallo, col sentimento della riconoscenza, è virtù sublime, è contornante, a
larghe braccia. E’, o Signori, come il perdono di Dio!... E quella pietra con
quei nomi, primo simbolo d’un progresso veramente politico in questo comune
vetusto, è anzi di conforto a voi, perché i vostri figli vi penseranno, vi
studieranno: penseranno e studieranno pure che ove vi fu eccidio senza il
diritto della difesa, v’ha uno dei più grandi ritrovati della scienza, il
telegrafo elettrico; progresso scientifico che camminò parallele con quello del
libero pensiero, con ogni umano incivilimento, e che, quei nomi risorti, vi
faranno da gelosi custodi.
Anche a voi, dunque, un saluto, un caldo ringraziamento, cittadini di San
Giovanni Rotondo; fra cui fu ben degno, per tanto anniversario, un comitato
direttivo col primo magistrato del paese, con uomini della dotta e severa
scienza medico-chirurgica e della giurisprudenza, con chi vi sovviene la scuola
- tempio pure ove s’invetta l’educazione della mente, l’educazione del cuore! -
e con chi vi rappresenta la religione della carità e del perdono, base a tutti i
civili codici della terra, e la religione di Cristo!...
Or Voi - e lo ripeto - che vi siete inspirati a cristiana riconoscenza, a
cristiana pietà, pur da 34 anni di storia ammaestrati, potete stender meco, come
gli antichi Romani solevan fare, stender, dico, la mano, e dire e gridare:
abbiamo consumato un nostro dovere per quei che sono martiri politici!
Voi lo dite, e con l’opera vostra lo dite; e che tali sieno, non vi sia, o
Signori, discara una brevissima dissertazione.
Scrivendo, e pensando ad essi, da volumi di chi scrisse Il Consolato e l’Impero,
vennemi questa ricordanza. Soldati - disse Bonaparte in Egitto -
dall’alto di queste piramidi, quaranta secoli vi contemplano. Desidero
d’imitarne, per un solo istante, il nobile linguaggio e dico: Signori,
dinanti a quella lapide sette secoli vi contemplano!... Che non vi sembri
audace dire: dove storia e logica si abbracciano da sorelle, ivi, la verità
più pura, vorria negarvi gli allori, una parola di vostro merito, premio del
vostro politico martirio, è delitto di lesa storia!. Da che scintillò il più
perfetto ideale per la indipendenza e l’unità della Patria, sino a che più
rifulse, e si fece gigante: dal 1170 al 1870; da Legnano al 20 settembre - lo
sapete di me meglio - non v’ha zolla italica che non stia compresa almeno una
stilla di sangue, come spesso ripetiamo, e fa mestieri ripetere, caduta da
valorosi feriti o spenti per questa madre patria.
Martiri e politici e religiosi caddero e camminarono, come caddero e camminarono
i tempi dopo lungo andare, o come fa la sua spira la vita del mondo: ma il
risorgimento d’Italia costa di sette secoli di sacrifizi!. Un martire o dei
martiri stanno sepolti ovunque, ed ovunque sta terra sacra venerata per questi
eroi, ed eroine, o del pensiero, o dell’azione, o del pensiero e dell’azione. Da
ricordare i campi di Maratona!.
Virgilio, con la sua poderosa e meravigliosa fantasia, ricorda che là, dove è
Sicilia, estirpando virgulti su sepolcri di eroi, le radici davano sangue. Oggi,
o Signori, e se il facesse, canterebbe mille volte il suo gemitus
lacrimabilis auditur tumulo.
Obelischi, colonne, statue, mausolei, tombe superbissime, lapidi, sino alla
modesta croce incisa nel sasso... tutto vi addita martirio, e sia pure quello
sofferto accanto al focolare domestico.
Eppure non basta. Il martirio politico à la sua unità con la varietà di gradi.
La storia non fu mai madrigna, e talvolta volle, e vuole andare lenta col passo
di piombo per farsi sempre madre, maestra e giusta!.
E fra il tardissimo svolgimento di sette secoli, con le migliaja di migliaja di
martiri, essa con i suoi scritti adamantini, vi dà il martire della sola idea,
per conseguire un altissimo fine politico, vi dà quello delle prigioni, vi dà
quello dello esilio, quello del patibolo, su cui si lasciò o la penna o la
spada. Ma quella che le fa da compagna, la Filosofia della storia, vi dà nel
pensiero l’unità di volontà nella differente gradazione di forza o dell’idea o
della natura del proprio essere.
Leggete o ricordate che un Rosolino Pilo, nella grandezza del suo nome dà sangue
e muore, quando gli stava balenando il trionfo; mentre un povero operajo, solo
per esclamare Italia è fucilato alla porta di un piccolo comune.
Ricordate o leggete che fra sette secoli, in cui brillò costantemente la stella
italica, uomini di reputazione altissima, e uomini meritevoli per carattere,
quando compianti nella loro povertà domestica, ma con l’amore alla patria, e
nella coscienza, come su le labbra, affrontano la morte in cento barbarissime
guise!
E allora, Signori, v’è questo: v’ha l’unità del sacrifizio, l’unità di alto
sacrifizio, perché su la patria e per la patria si versa, ugualmente, sangue, si
offre la morte!
Voliamo col pensiero sulla tomba dell’incomparabile cavaliere della civiltà, che
fa il sonno della morte a Caprera, consultiamo le sue mute, quanto eloquenti
ceneri, e ci dirà: O chi à brandito la spada a capo di legioni, o chi dette
solamente consigli sapienti per amor di patria, o chi fece arma solo con un
chiodo attaccato ad una mazza, devono essere benemeriti della patria!
Ed è allora, o Signori, che la statua della libertà stende su tutti una immensa
corona di alloro, simbolo dei forti, dei costanti in una bella idea, per
addimostrare che per la Patria è sempre indimenticabile ed eccelso qualunque
sacrifizio!
O nomi di quella lapide, dunque voi appartenete martiri politici a tutti quelli
che la base edificarono della Italia redenta, perché vi apparteneste con l’unità
di pensiero, con l’unità di sacrifizio. Martiri politici, propriamente detto,
ché il vostro sangue fu sparso quando voi periste nella grande epoca, il 1860;
quella che divide - e il dissi altra volta - l’età dei fasti con l’età del
popolo.
Inchino, per riverenza, ora la fronte alla voce di tre illuminari dell’ingegno e
del genio; a quella del Mancini,
a quella di Benedetto Cairoli,
a quella del Generale Canzio.
Il primo - e serbo un documento da lui scritto , ed a me inviato nell’ottobre
1886 - divisò di far echeggiare nel parlamento Italiano ciò che si disse nel
parlamento inglese. Quei concittadini, adesso viemeglio amati: non ebbe tempo;
la morte fu per lui, com’è per tutti. Il secondo m’inviò, dopo un opuscolo sul
1860 di San Giovanni Rotondo, da me scritto, queste parole:
“Associomi alle onoranze rese da cotesta patriottica popolazione ai martiri
che sopravvivono coll’esempio. Cairoli”.Ed il terzo, così mi parla:
“Caro
Fabrocini, D’innanzi al marmo che dovrà eternare la memoria dei martiri gloriosi
della fiera Capitanata - ricordate - che in onta ai plebisciti i vinti si sono
rifatti vincitori, e più forti, e più audaci di prima.
Ricordate, che un popolo onora i suoi martiri , colla guerrica e coll’alloro ,
se vincitore, immitandogli, se vinto.
Questo ricordate - perché questo dovrà essere il compito nuovo della nuova
generazione, ed in questo sarò con voi, e sempre con voi . Il tutto
vostro S. Canzio. Genova 23 ottobre 1886”.
Sì. Corone di quercia ed allori avete; e l’esempio del martirio sta segnato sul
vostro marmo; che non cedeste a un grido, che poteva esser per voi, pur pensando
ad una efferatezza con sangue, un peccato imperdonabile da quella storia che vi
benedice!
Signori amatissimi, ventiquattro voci, in uno, partono di lassù. Io non le odo,
come voi non le udite. Ma io le sento, come voi le sentite nell’intimo della
coscienza. Son voci che dicono di gratitudine che parlano di perdono. Parmi
ch’io veda che quelle lettere sembrino occhi con la espressione di allegrezza e
che pur dicano: un sospiro e un bacio col pensiero sono affermati per noi nello
svolgersi dei posteri!
Ma risponderemo a quelle voci che fanno eco nella nostra coscienza?
Il voto è sciolto. Dico per voi, o con Tacito, o con Petrarca: io vo’
gridando: pace, pace, a voi e a noi. 23 ottobre 1894. Firmato: Antonio
Fabrocini”.
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