Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo VII - seconda parte

Homepage              Precedente Su Successiva

   

 

INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (N - Z)

Novelli Donato di Giuseppe, di anni 53. All’atto del censimento abitava in casa propria, con la moglie, quattro figli ed un fratello. Condannato dal Consiglio Subitaneo di Guerra a 18 anni di ferri.

Padovano Raffaele di Nunzio (notaio e proprietario) e Filippa Lombardi, di anni 45. All’atto del censimento abitava in casa paterna, in Strada Carrabba, con la madre, la moglie Maria Carrabba e la domestica Cola Sabatelli. Svolgeva la professione di notaio.

Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò “il non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato. La Giunta Municipale Sangiovannese in un certificato inviato alla Gran Corte Criminale fa una descrizione sommaria della personalità del Padovano:

“... certifica che questo cittadino Don Raffaele Padovano del fu Nunzio è di lodevoli costumi; ed inoltre nel 1860 come 2° Eletto fu pronto fare atto di adesione con giuramento al novello Governo che con la Dittatura del Generale Garibaldi si inaugurava in Italia: altrettanto faceva come Notaro: cosicché fin d’allora gli atti pubblici nell’una e nell’altra qualità da lui redatti, intestava al Re d’Italia Vittorio Emanuele II delle cui Leggi è stato sempre, come lo è, fedele esecutore ed osservante. Nel 1861 veniva creato Sindaco dal Governatore in allora Sig. Del Giudice; ed attualmente è Consigliere assessore Comunale, ed è stato anche componente del Consiglio Provinciale negli anni 1861 e 1862; e anche se rinunciava alla carica di Sindaco a malincuore, fu per causa di salute per cronici malanni che continuamente lo affliggono. Dal che chiaro porgesi di essere la sua professione politica: Italia una sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II: lo dimostrano pure lo zelo ed energia dispiegata nel 1848, allorquando fu eletto ad Uffiziale della Guardia Nazionale, nonché la subita carcerazione per sentimenti liberali nel 3 marzo 1858. Del che si rilascia il presente e per la verità a richiesta del Giudice Istruttore. Seguono le firme degli assessori Gennaro Padovano, Emanuele Bramante, Pasquale Turbacci e il visto del giudice del circondario”.[1]

Ma il giudice Cutinelli non era del tutto convinto dell’estraneità del Padovano ai fatti reazionari, tanto da chiedere al sindaco, con una “riservata a lui solo”,  i nominativi di due onesti e probi cittadini  che potessero attestare l’inesistenza di motivi di rancore tra detto Padovano e signori Terenzio Ventrella,  Alessandro Campanile, Luigi ed Errico D’Errico.  Il Sindaco L. Giuva fornì i nomi di Matteo Rendina fu Giovanni e del canonico Benedetto Pirro. Altri quattro nominativi venivano segnalati per chiarire i rapporti con l’altro ucciso Tommaso Lecce: D. Angelo Maria Can.co Merla fu Giuseppantonio,  Sig. Gaetano Palladino fu Diego, Gaetano Miscio fu Nicola, Giuseppe Mucci fu Filippo.[2]

Padovano Antonio di Saverio (proprietario), di anni 35, bracciante.

Era ammogliato, con tre figlie.

Accusa processo di Lucera del 1864: “... nella sera del 21, quando già si era progettata la uccisione di Antonino Maresca, egli fu a trovarlo, lo consigliò di nascondersi in casa di Silvestre, si fece consegnare da costui il fucile e la munizione, lo avvisò che egli sarebbe tornato e gli avessero aperto l’uscio ad un segno convenzionale... infatti tornò dando il segno convenzionale, e poiché si tardava ad aprire, egli rassicurò con la sua voce il padrone di casa... entrato in quella casa trasse dal suo nascondiglio il Maresca cogli insorti, lo condusse in piazza, ove Maresca fu ucciso”.

Nei confronti del Padovano, che era fuori carcere, si rileva:

 “...che, uguali e stringenti indizi offrono gli atti sul conto di Antonio Padovano, Matteo Placentino, di Filippo Ricci, e di Francesco Savino per aver fatto parte di quella turba di malfattori, intervenendo a tutte le tragiche scene, e poi al conflitto con i soldati Garibaldini per lo quale si rese agente principale il Savino, come fu Placentino nel primo scambio di fucilate con la Guardia Nazionale, giusta quel che si raccoglie dai citati volumi”.

Atto di accusa del 9 giugno 1865 della Corte di Appello di Trani: “Antonio Padovano, Matteo Placentino, Filippo Ricci e Francesco Savino vanno gravati degli stessi stringenti indizii di reità. Fecero parte dei rivoltosi ed intervennero a tutte le stragi, devastazioni e scene di quelle tre fatali giornate, e per ultimo al conflitto contro i Garibaldini”.

La Giunta municipale, limitandosi alla “cerchia della privata conoscenza”, trovò la condotta politico-morale del Padovano “non riprovevole”.[3]

Con sentenza del 6 maggio 1866 fu condannato a sette anni di reclusione.

Pazienza Antonio Maria Vincenzo di Filippo, di anni 57. Ebbe cinque figli dalla prima moglie e due dalla seconda.

Il 14 ottobre 1863 il Brigadiere A. Minuni  e il Carabiniere G. Torni eseguono un mandato di cattura spiccato contro Pazienza Antonio,  rispondente ai seguenti connotati: statura m.1,58, capelli grigi, ciglia grigie, occhi cerulei, naso pinolo, bocca media, colorito naturale. Così verbalizzano: “... quindi ci siamo messi sulle tracce del medesimo, e lo abbiamo rinvenuto in piazza di questo abitato, e ci siamo impossessati della sua persona nel condurlo a questo carcere”.[4]

Accusa processo di Lucera del 1864: “... nel giorno 21 eccitò i popolani armarsi contro i galantuomini... fu tra gli insorti allo scioglimento dei comizi... oppose resistenza alla Guardia Nazionale nel giorno del 21... eccitò agli insorti col fucile spianato contro la casa di Antonio Maresca... insisteva perché fosse consegnato da costui il suo fucile... nel giorno 22 accennò agli insorti la casa di Francesco Paolo Russo che fu poscia arrestato ed ucciso ed assistette agli arresti dei fratelli Merla e del padre e figli Irace... con violenza tolse armi e ... con lusinghe indusse Giuva ad uscire di casa promettendogli garantirlo e poi lo abbandonò agli insorti, che lo arrestarono menandolo al carcere dove fu ucciso... nel giorno 23 sebbene fosse stato veduto armato, pure niuno lo vide presso il carcere in sentinella, né nell’atto del massacro”.

Nell’Atto di Accusa del 23.1.1865 della Corte di Appello di Trani, parlandosi di Saverio Di Iorio, si legge:

“Egli in questi ultimi fatti fu accompagnato dall’altro imputato Antonio Pazienza, alle cui insinuazioni la signora Lesi (Lisi) fece uscire dal nascondiglio il disgraziato di Lei marito Signor Giuva, che immediatamente fu consegnato dai quali ribaldi ai suoi carnefici.”.

Il 23 marzo 1865 entrò nel carcere di Trani. Il 31 ottobre dello stesso anno veniva ricoverato nell’infermeria del carcere. Morì  di “ernia incarcerata” alle ore 10_ p.m. del giorno successivo, mentre rivestiva la qualità di “giudicabile”. Il Direttore delle prigioni trasmise l’estratto del verbale di morte al sindaco sangiovannese con una elenco degli oggetti lasciati dal detenuto, per la consegna agli eredi: “un cappotto di lana, un cuscino, sopravveste, due sottopantaloni, due camicie, due lenzuola, un pantalone, una camiciola di lana, una fascia, tre paia di calze di lana, una scopetta, una pelle, una bisaccia, due cioccolatiere di latta per caffè, quattro piatti di creta, una marmitta di latta, fondo particolare di lire 20,40 come dal libretto di conto corrente”.[5] Gli oggetti e il vestario in dotazione del Pazienza, che era “proprietario e industriante”, messi  a confronto con le poche e povere cose già viste di un altro detenuto, il contadino Michele Martino, dimostrano come le disuguaglianze tra ricco e povero non cessavano neppure nelle mura di un carcere.

Malgrado fosse già morto da otto mesi, per evidente errore, la Corte di Assise di Trani condannò il Pazienza a sette anni di reclusione, il 6 maggio 1866.

Piemontese Francesco di Michele e M. Notarangelo, bracciale, nativo di Monte S. Angelo. Soldato sbandato. All’atto del censimento abitava col fratello Giovanni e la cognata Teresa. Non completò il servizio militare risultando “latitante senza aversi nuove”.

Placentino Antonio di Michele, contadino, di anni 26.

Per le accuse leggasi quanto detto per Antonio Padovano. Si ignotra l’esito del processo. Morì nel 1890 di tisi bronchiale nella sua casa.

Placentino Giovanni di Michele, contadino - pastore, di anni 28.

Morì il 22 ottobre 1860 alle ore 14 nella sua casa, munito di tutti i sacramenti. Era coniugato con Angela Maria Mangiacotti.

Fu ferito a morte durante l’assalto alla casa di Antonino Maresca, mentre si trovava tra i reazionari che avevano dato inizio ai tumulti. L’Avv. Gaetano D’Errico  escluse che il ferimento era da attribuirsi al Maresca, che stava al primo piano della sua casa, perché il colpo lo avrebbe trapassato di traverso e non in orizzontale.

Placentino Pasquale Pompilio  fu Nicola, di anni 29. Era sposato, con una figlia.

Il 7 dicembre 1861 Carlo Fini, figlio del martire Matteo, testimoniò che Pasquale Pompilio Placentino andava dicendo “di aver lui vibrato il primo colpo di scure a Maresca”.

La Corte di Assise di Trani lo condannò a dieci anni di reclusione, con sentenza del 6 maggio 1866.

Placentino Matteo  di Michele, di anni 40. Era sposato, con quattro figli. Fu catturato l’8 ottobre 1863 ed imprigionato.

Nel processo di Lucera del 1864 fu accusato di aver tolto un fucile ad un certo Cera e di essersi confuso tra gli insorti, di aver preso parte allo scontro con la Guardia Nazionale nel giorno 21. Fu visto nel giorno 23 stare di sentinella vicino al carcere e trasportare il cadavere di Irace lontano dal luogo ove fu ucciso. Il 9 giugno 1865 la Corte di Appello di Trani lo accusò degli stessi delitti di Antonio Padovano  ed altri. Si ignora l’esito del processo.

Prencipe Pasquale fu Francesco, di anni 35. Era fuori carcere. La Corte di Appello di Trani lo proscioglieva da ogni imputazione negli atti di accusa del 23.1.1865 e del 20.4.1865, annullando il  mandato di arresto con la seguente motivazione:

 “per Pasquale Prencipe si riferiscono inverosimili confessioni stragiudiziali... per un fucile tolto nel giorno 24 ad un milite garibaldino ucciso, il che non è avvalorato da altre circostanze, che stabilissero il fatto allegato, e l’intervento di lui al conflitto”.

Prencipe Francesco di (?). G. D’Errico ricorda così l’arresto del Padre e dello zio, che si erano asserragliati in casa:

“Non passarono molte ore, che mandato per messo Prencipe Francesco, uomo astuto e d’aspetto feroce, influente sulla plebe. Fu prescelto dal comitato reazionario, per essere antico conoscente ed antico guardiano di vigna di casa D’Errico. Costui se ne veniva gridando a squarciagola per via: pace, pace! Il popolo ha stabilito pace per tutti. Il d’Errico Luigi, tratto in inganno, si tolse ogni idea di resistenza, aprendo le porte a quel messaggero, il quale dopo esser salito e aver discorso per cinque minuti di pace ed altro...  e di aver assicurato che non sarebbe avvenuto inconveniente alcuno, e perciò non avesse fatto resistenza al popolo, che sarebbe venuto a prenderli per cantarsi il Te Deum; ritornassene dopo altri otto minuti circa, allegro di aver preso il forte con l’inganno”.

Stranamente il nome di F. Prencipe non compare in nessun atto di accusa. Anzi, l’unico contatto con i processi, salvo omonimia, lo ebbe in qualità di teste. Lo ritroviamo infatti tra i testimoni deprecati dal Giudice Cutinelli per  falsa deposizione.

Reale Ferdinando Esposito, di anni 41. Sposato, con tre figlie.

 Con lui il destino fu amaro fin dalla nascita. Infatti, in pieno inverno, la madre lo depose di notte sull’uscio di casa della sessantenne Leonarda Latiano, di professione levatrice, la quale corse subito al Comune con il fagottino stretto al petto.  Il Sindaco Donato Cirpoli e il cancelliere F. Ruggeri, ascoltata la dichiarazione della  Latiano, compilarono e sottoscrissero l’atto di nascita:

“... (Leonarda Latiano) questa notte, alle ore 7.00, essendosi risvegliata ha inteso  un pianto di un bambino da poco nato, ed alzatosi trovò dietro la porta della sua casa un fanciullo, tale come si presenta, involto in alcuni cenci, senza segno, cifra, o lettera alcuna. Dopo aver visitato il fanciullo, abbiamo riconosciuto che era maschio senza segno alcuno sul corpo, dell’età apparente di poche ore. Abbiamo quindi ordinato, che fosse consegnato a Rosalia Biancofiore per nutrirlo. A cui è stato dato il nome di Reale Ferdinando Esposito impostogli dalla Commissione di Beneficenza”.[6]

Il projetto fu battezzato nello stesso giorno dal Canonico D. Nicola Cafaro. Subì due processi. Dopo la Gran Corte di Lucera, anche la Corte di Assise di Trani lo prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865. Era fuori carcere.

Ricci Filippo di Giuseppe, viaticale, di anni 40. Era coniugato con sei figli.

Il Ricci, essendogli pervenuta stragiudizialmente la notizia di essere stato rubricato nell’istruttoria del processo per i fatti reazionari, inviò al Giudice Mandamentale di San Marco in Lamis una supplica per ottenere la derubricazione, spiegando le sue ragioni:

“ ... queste calunnie non hanno alcun fondamento nel vero dappoiché il Ricci nella notte del 20 al 21 ottobre 1860 rientrava in San Giovanni, reduce da Trinitapoli ove era stato a caricar vino per Giuseppe Lombardi, e stanco del viaggio si riduceva in letto, dal quale si levava chiamato a misurare il detto vino, essendo infermo il garzone misuratore del Lombardi a nome Francesco Marcucci fu Benedetto, e perciò niuna parte prendeva al movimento, anzi disbrigato dalla faccenda della misura, per tutelare la sua famiglia e la sua casa, in questa si riduceva, e non volle uscire alle replicanti istanze di chi lo invitava a farlo”.

 Secondo l’imputato tutto ciò poteva essere attestato da ben diciotto persone, tra cui spiccano i nomi di D. Federico Verna (proprietario), D. Federico Perreca (farmacista), D. Tommaso Giordano (proprietario), D. Giovanni Longo (medico), Eligio Palmieri (intimatore della fondiaria) e Benedetto Lisa. L’esponente aggiunse che, per quieto vivere, era scappato dal paese con la famiglia, rifugiandosi una pagliaia chiamata “Crognale”, da dove poi si portò in S. Marco, cosa che poteva essere deposta da altre sette persone, oltre ad alcune delle precedenti. Per contro, continuava nell’esposto:

 “... non è mancato chi abbia messo male a vedere sul conto del Ricci, ed influito perché fosse stato incriminato, ed infatti Nunzia Grifa di Michele, moglie di Carmine Fiorentino, conosce che Emanuele Carlino, vedova del fu Michele Canistro, andava suggerendo a varie persone, tra le quali Grazia Puzzolante vedova di Andrea Pesce, a fare testimonianza falsa contro il Ricci, quale fatto si prega la giustizia vostra di assodare. L’esponente certo della sua innocenza spera che la solerzia di lei, interrogando le persone sopra riportate farà luce su’ fatti, e renderà la quiete ad un padre di famiglia. L’otterrà”.[7]

 Da queste dichiarazioni sembra che tutti si fossero interessati a seguire le mosse del Ricci, con tutto il bel putiferio che stava succedendo in paese. L’imputato non ottenne la sperata quiete, come si può evincere dall’atto di accusa di Lucera del 1864:

“... si unì ai malfattori sino da quando invasero il paese e con essi consumò tutti i fatti criminosi del giorno 21 meno gli omicidi in persona di Maresca e Bocchino... la sera di quello stesso giorno ricercò di Michele Fazzano e fu veduto armato in agguato presso l’abitazione di costui, eccitò il popolo perché lo avesse arrestato, additandogli la fuga di Antonio Lisa ed eccitò il popolo ad arrestare Russo, detto il Monaco che infatti fu arrestato e poscia ucciso... che nei giorni del 22 e mattino del 23 fece la sentinella al carcere e nell’atto del massacro si studiava il modo di mirar bene i detenuti, onde scaricare il suo fucile dal cancello del carcere, e fu veduto tirar molti colpi... nel giorno 24 andò ad attaccare la colonna dei Garibaldini”.

Il 9 giugno 1865 la Corte di Appello di Trani lo accusò degli stessi delitti di Antonio Padovano ed altri. Durante lo svolgimento del processo, si trovava  fuori carcere. Non si conosce la condanna. Si sa però che morì alle ore 2 1/2 a.m. del giorno 17 giugno 1878 nel Bagno Penale di Piombino (PI).  Nell’atto di morte risulta annotata la professione di negoziante ambulante.

Ricci Giuseppe di Michele, di anni 21. La Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato.

Russo Nicola di Giovanni, contadino, di anni 21. Soldato sbandato reazionario, fucilato il 7.11.1860 in Contrada Olmi. Abitava in una casa di proprietà del padre, con i genitori, quattro fratelli ed una sorella.

Russo Giuseppe di Francesco, di anni 21. Nel processo non fu coinvolto che vagamente, per cui la Corte di Appello di Trani ritenne di non farsi luogo a procedere nei suoi confronti.

 

Sabatelli Emanuele e Giuseppe di Nicola Felice - Fratelli

Sabatelli Emanuele, di anni 47, proprietario. All’atto del censimento, in casa propria, con la moglie e una figlia.

 Il Collegio decurionale si era occupato di lui appena un mese prima della reazione. La delibera, del 16 settembre 1860, una delle prime emesse “in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia”, conferma che la reazione non fu soltanto un fatto politico, ma benanche un mezzo di sfogo di rancori privati. Il documento ha per oggetto un “postulato del Cerusico D. Emanuele Sabatelli, che intenderebbe di essere dichiarato Condottato Proprietario in luogo del tuttora esercente Sig. D. Giovanni Merla”.  Dopo aver puntualizzato che il Dr. Merla era “soggetto  meritevole”, che svolgeva pienamente la sua funzione, e con soddisfazione del pubblico, il decurionato annotava che soltanto una sua domanda di giubilazione, mai presentata, poteva esonerarlo dalla carica. Perciò il consesso giudicò “troppo ardua e tracotante la ingiusta pretenzione azzardatamente spinta da Sabatelli” che era giunta “sino a pretendere fuori di ogni legge e contra ogni giustizia ed in onda de’ dritti di buoni concittadini, la proprietà di un impiego Comunale tanto geloso, sì che, ad ottenersi niuno suole dispensarsi, qualunque si fossero i suoi meriti, che nel Sabatelli certamente non sono distinti, dall’andare soggetto ad una terna formale in consonanza delle leggi, e dall’esperimento di regolare concorso..., che l’arditezza mostruosa del ripetuto Sabatelli va’ coronata eziando da un emporio di bugie sino a spacciare conclusioni  eccezionali che lo proponessero e riconfirmassero nello impiego che senza merito e ragioni egli augia e desidera”. Pertanto si deliberò di “non tenersi alcun conto delle inutili istanze  e stravaganze del ripetuto Sabatelli il quale non è considerato né richiesto dal pubblico per cose di professione, mentre altri valenti Professori sono i coadjutori del pubblico e de’ cittadini, sicché il vantato ajuto o caodjuvazione prestato al riferito proprietario condottato Sig. Merla, non può suffragargli affatto”.[8] Il documento è firmato dal sindaco V. Cafaro e dai decurioni Antonio Sabatelli, Ventrella, G. Lombardi, Gennaro Padovano, Luigi D’Errico, Matteo Fini, T. Lecce, L. Giuva, Pasquale.... (?), Pasquale Fiorentino, Giuseppe Lecce, F. Morcaldi, T. Giordani.

Il suo nome venne depennato dalla terna dei Capisezione della G.N. per indegnità.

Ad un mese dalla reazione il sindaco Collicelli, avuta assicurazione dai professori locali che il chirurgo Giovanni Merla era diventato “perfettamente cieco”, proponeva la sua giubilazione perché aveva prestato con pubblica soddisfazione il suo compito per oltre i quarant’anni voluti dalla legge.[9] Il decurionato assegnò il posto di medico condottato al Professore in chirurgia D. Tommaso Vincitorio, laureato alla Regia Università di Napoli il 25 novembre 1840, che andava ad aggiungersi a D. Michele Giuva. Svaniva così il sogno di Emanuele Sabatelli che, implicato fortemente nella reazione si era rifugiato a Trieste.

Atto di accusa del 20 aprile 1865 della Corte di Appello di Trani: “... molti elementi fanno rilevare che fra i capi, o principali promotori della rivolta furono i fratelli Emanuele, e Giuseppe Sabatelli, i quali condannavano al popolo, e fecero arrestare il Sig. Luigi Merla..., indicandolo come nemico di Francesco 2°, e mentre gli altri rivoltosi avevano arrestato, e poi liberato l’altro infelice Luigi D’Errico essi Sabatelli lo fecero nuovamente arrestare, chiamandolo Carbonaro, sicché la strage di quei 22 disgraziati si attribuisce ai medesimi avendo eccitato la moltitudine ad eseguirne gli arresti, e comandando il Sig. Emanuele la distruzione della famiglia Irace. I vol. 3 e 10 della voluminosa processura son pieni di dichiarazioni che definiscono la parte presa dai Sabatelli in quel tragico avvenimento fino a riunire il popolo, ed eccitarlo alla resistenza contro i militi garibaldini”.

Atto di accusa del 9 giugno 1865 della Corte di Appello di Trani: “I fratelli Emanuele e Giuseppe Sabatelli si dedicano e si annoverano tra i cinque principali promotori, e capi della rivolta, tristi, vendicativi, potenti per influenza popolare, avversi al novello Regime. Essi si accordavano coi sbandati ed aizzavano la mala passione del popolo. Sceso in piazza lo comandarono e lo slanciarono a loro posto e piacere. Essi che fecero arrestare Luigi Merla, una delle 22 vittime onorande del carcere. Essi che impedirono la liberazione di Luigi D’Errico, altro di quei generosi trucidati, accusando l’uno come nemico di Francesco II e l’altro come carbonaro. Essi infine che ordinando l’arresto in massa di galantuomini e liberali, e ordinando la devastazione della famiglia Irace, dietro la spinta, e furono la causa movente dell’orrenda carneficina consumatasi nello interno del carcere. Non si mancò per essi d’incoraggiare ed eccitare resistenza ed al conflitto contro i Garibaldini”.

La Corte di Trieste non volle concedere l’estradizione, permettendo ad E. Sabatelli di vivere in libertà. Morì in territorio triestino il 18 settebre1873, di tisi polmonare.

 

Sabatelli Giuseppe Maria Raffaele, di anni 28.  All’atto del censimento abitava nella propria casa,  insieme alle cinque sorelle. Vedasi quanto detto per il fratello Emanuele.

Sabatelli Nicolantonio di Michelangelo, di anni 43, proprietario. Ammogliato con quattro figli, aveva in casa una domestica.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “... è notato di nove delitti”.

Durante il dibattimento del 6 dicembre 1861 presso la G. C. C. di Lucera il testimone Giovanni Mucci, fratello del martire Alfonso, dichiarò che Nicolantonio Sabatelli, nel mentre giungeva dalle Mattine, passò gridando su di un cavallo lanciato a gran corsa: “ Viene la Forza, quanti ne vengono; siamo morti”. Il Mucci smentì chi accusava l’imputato di aver anche gridato “giacché viene la forza, andiamo ad ammazzare tutti quelli che sono nel carcere”, parole che addebitava ad uno sbandato, che sarebbero state dette nel mentre il Sabatelli gli passava vicino. Il giorno successivo D.a Raffaela Verna spiegò che il figlio Terenzio Ventrella fu obbligato a uscire di casa da Nicola Antonio Sabatelli, Giuseppe Tortorelli e Antonio Martino. La circostanza fu confermata anche da D. Benedetto Lisa. Francescantonio Ventrella,  asserì invece che suo fratello era stato arrestato da Nicolantonio Sabatelli, Luigi ed Antonio Martino, col concorso di Giuseppe Tortorelli il quale lo obbligò a scendere.

Con sentenza del sei maggio 1866, la Corte di Assise di Trani condannò Nicolantonio Sabatelli a quindici anni di lavori forzati, più le pene accessorie.

Savino Antonio fu Michele. Condannato a morte dal Consiglio Subitaneo di Guerra, la pena fu dapprima sospesa e poi commutata nei lavori forzati a vita, perché l’accusa di aver partecipato agli omicidi si reggeva sulla testimonianza di una sola donna, portata come teste da un parente di un ucciso, e neppure nella fase istruttoria.

Savino Francesco di Michele, bracciale,  di anni 19. Soldato sbandato.

Il 9 ottobre 1862 lo troviamo nel carcere mandamentale di Foggia con l’imputazione di brigantaggio. Dal Giudicato Regio sangiovannese partì una lettera del Cutinelli al Giudice del Mandamento di Foggia con la quale si chiedeva la trasmissione dei verbali di interrogatorio e le eventuali prove a discarico per i fatti a suo carico, così riassunti:

“..... (descrizione della reazione: omissis)...il controscritto individuo che fece parte di quella turba fu uno di coloro che più degli altri concorse alla consumazione de’ reati innanzi accennati; anzi è egli che ne’ giorni 21 e 22 insieme ad altri capitanò quella turba; fu egli ancora, che armato di fucile stava vicino al Carcere in guardia, onde alcuno fosse avvicinato, e che ...(?) il primo sparò da’ cancelli del carcere stesso contro gl’infelici arrestati, dopo di essersi condotto nella vicina sua casa per provvedersi di cartucci”.[10]

 Durante il processo di Lucera del 1864 il Savino venne accusato di aver girato per le campagne con gli altri soldati sbandati; di aver tolto con la violenza un fucile a Leonardo Cascavilla, nei giorni dell’insurrezione; di essere entrato armato con i compagni in paese nel mattino del 21, eccitando i popolani ad armarsi anch’essi contro i galantuomini; di aver fatto sciogliere i Comizi e, nel pomeriggio, di aver posto resistenza alla Guardia Nazionale. “...Nel mattino del 22 arrestò padre e figlio Irace e i fratelli Merla. ... nei giorni 22 e 23 fu di sentinella al carcere, facendo udire ai detenuti che se venisse la Forza sarebbero stati massacrati. Fu il primo ad espodere il suo fucile dal cancello del carcere contro i detenuti medesimi... e poi entrò nel carcere con una scure e mutilò i corpi dei morenti”.

Nell’atto di Atto di Accusa del 20 aprile1865 si legge: “... soldato sbandato, prese parte a tutti gli eccessi insieme coi suoi compagni, figurando anche da capo, giuste le dichiarazioni... Egli scaricava anche fucilate contro i miseri carcerati...”.

La Giunta municipale certificò al magistrato che M. Savino “fu uno dei primi che animava la reazione... prendendo parte agli eccidi; e quindi si menava nella banda brigantesca capitanata da Del Sambro, e poi con quella di Galardo”[11]

Il 9 giugno 1865 la Corte di Assise di Trani lo accusò degli stessi delitti di Antonio ed altri. Con sentenza del 6 maggio 1866 la stessa Corte lo condannò a venti anni di lavori forzati  e pene accessorie.

Savino Francescantonio. Soldato sbandato.

Atto di Accusa del 9 giugno 1865: “Gli ultimi tre imputati, ma non ultimi per enormità di colpe, vengono Francescantonio Savino, Teodoro Cassano, ed Antonio Gaggiano. Il primo, soldato sbandato, prese parte a tutti gli eccessi dal principio alla fine della rivolta, figurandovi anche da capo fra i compagni, e si distinse nell’eccidio dei miseri carcerati”. Si ignora l’esito del processo.

Savino Giovanni Giuseppe di Michele, bracciale, di anni 19. Soldato sbandato. La sua famiglia, composta dai genitori, tre fratelli e quattro sorelle abitavano in un sottano.

Siena Nicola  di Giovanni, di anni 32, contadino.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di cinque delitti... Ed è a notarsi che il Siena suddetto dopo di aver saziato la sua sete di vendetta nel carcere, ove era entrato munito di sciabla ne uscì con tutti gli abiti brattati e cosparsi del sangue di quelle innocenti vittime, ed ebbe l’impudenza di esclamare che egli solo ne aveva fatto macello... Nei rispettivi interrogatori si proclamavano innocenti. Solo il Siena non ha potuto disconvenire che egli era entrato nel carcere insieme cogli altri; munito di sciabla che aveva anche ferito con quell’arma, senza però poter precisare persona a cui si fosse diretto per la gran quantità della gente che stava là riunita”.

Nel dibattimento del 7 dicembre 1861 presso la G. C. Criminale di Lucera, D. Raffaela Verna, madre di D. Terenzio Ventrella, dichiarava : “ ...  Nicola Siena, tra gli altri, col fucile ha menato suo figlio in carcere. Dopo tre giorni dal massacro al carcere, armato voleva recarsi a casa della dichiarante per scassinarla. Costui, uscendo dal carcere intriso di sangue e con una sciabla rotta tra le mani, disse a Filippo Fiorentino: “Li ho accettati come se fossero stati una carne vaccina”. Tanto asserì anche Francescantonio Ventrella, fratello dell’ucciso. La testimonianza di Carmela Dragano fu ancora più eloquente: Nicola Siena, passando con un cangiarro insanguinato tra le mani davanti alla sua casa, gridò “Viva Francesco, e viva  Nicola Siena, che n’aggio fatto ‘na salata dentro al carcere”. Inoltre, a dire del testimone Antonio Russo, il fatto che lui andasse gridando Viva Francesco spinse il medesimo a rimproverarlo: “Sempre una cosa vuoi dire!”. Ed il Siena, di rimando: “Che ti sei preso collera? Tanto ne vale, che ho fatto il macellaro massacrando quelli che vi erano nel carcere”. E, infatti, il Russo lo aveva visto tutto intriso di sangue.

Poi fu la volta della testimone Maria Cipriani: “... Ella vide uscire dal carcere Nicola Siena intriso di sangue e con sciabla tra le mani e disse mostrando quell’arma - Quanti ne ho fatti e quanti ne ho da fare!”. Il reazionario faceva rilevare alla Corte che la testimone era la madre di un condannato a morte dal Consiglio di Guerra. La Cipriani osservava che tale circostanza non escludeva che avesse detto la verità alla Giustizia. Michele Mischitelli testimoniò che tornando dalla campagna vide sotto gli orti un garibaldino ucciso e il Siena  lo stavano spogliando , in compagnia di Santo Ciccone.

Singolare e, sotto certi aspetti illuminante,  fu la linea difensiva di Nicola Siena, il quale, pur ammettendo le sue responsabilità, lanciò accuse tremende contro alcuni dei maggiorenti del paese e, per loro mezzo, contro l’intera classe dominante.

Il 6 maggio 1866 la Corte di Assise di Trani lo condannò ai lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici ed alla interdizione patrimoniale.

Squarcella Giuseppe. La testimone Maria Cipriano il 7 dicembre 1861 dichiarò di averlo visto  uscire dal carcere senza distinguere cosa avesse in mano e se avesse sparato. Maria Mucci, che davanti al Consiglio Subitaneo di Guerra e nella fase istruttoria aveva deposto di aver riconosciuto Giuseppe ....(cognome illeggibile) mentre sparava nel carcere, ritrattò affermando che si era confusa e che a sparare era stato Giuseppe Squarcella. Alla domanda di come avesse fatto a togliersi il dubbio sulla identità dello sparatore,  la testimone disse di averlo appreso da persone del vicinato, senza essere in grado di indicarne alcuna. A questo punto il Pubblico Ministero chiese l’incarcerazione della Mucci, disponendo che fosse “trattenuta in disparte”, in osservazione. Dopo altre testimonianze, la Mucci chiese di essere nuovamente ascoltata e disse di essersi ricordata di aver  realmente visto sparare  Giuseppe Squarcella. Nicola Siena, nella sua supplica al Giudice, per sottolineare la falsità delle testimonianze, farà riferimento a questo episodio dicendo:

 “Se le pruove a discolpa udite si mostravano negative, e chi superficialmente discopriva il vero,  lo erano perché fortemente minacciati dai predetti; come fu una tale Anna Maria Mucci, a carico, che dopo esaurita la posizione fu portata da Raffaela Ruberti, Angela Fini, D.a M.a Giovanna Maresca, ed altre, a festeggiare nella locanda qui in Lucera... Si noti pure come i testimoni vanno banchettando, poiché Anna Maria Mucci diceva non fidarsi riconoscere Squarcella, mentre essa ben lo conosce, poiché il fratello di costui è cognato della testimone, e che Squarcella ha avuto sempre relazione colla testimone; e perché forse la coscienza la richiamava al pentimento in ciò che diceva, e per non ritrattarsi, onde subire non solo il giudizio di falsità, e le minacce fattale dalle principali, se ne usciva col non fidarsi riconoscerlo”.

Con sentenza del sei maggio 1866, la Corte di Assise di Trani condannò Giuseppe Squarcella a quindici anni di lavori forzati, più le pene accessorie.

Taronno Andrea e Michele di Santo - Fratelli

Taronno Andrea, contadino, di anni 27. Aveva moglie e un figlio.

Fu arrestato il 3 luglio 1861 come autore dell’omicidio di Vincenzo Irace. Il giorno dopo sottoscrisse con un segno di croce un esposto al Giudice delegato all’istruttoria raccontando che, mentre avveniva l’omicidio, lui si trovava nella propria abitazione, per impedirne il saccheggio. Ebbe anche l’ardire di aggiungere:

“... la stessa Maddalena Irace, sorella del trucidato, veniva dall’esponente ricoverata nella propria casa per non farla massacrare, e quando sentirono la uccisione del fratello manifestava apertamente che autore di tale crimine era stato un tal Matteo Placentino”.

 Elencava poi i nomi di nove testimoni a favore, pregando il Giudice di ascoltarli per arrestare il vero colpevole di un così nero misfatto.[12]

Così come avvenne per gli altri imputati, l’alibi e le ricercate, inattendibili testimonianze a favore  non furono sufficienti a discolparlo, giacché c’erano anche   “un treno di pruove  a sfavore”, tra le quali una dichiarazione del  correo Matteo Placentino che egli non aveva esitato ad accusare per alleggerire il suo carico.

Atto di Accusa del processo di Lucera del 1864:  “... Nel mattino del 23, armato di scure stette presso il carcere silenzioso e circospetto e, quando, cominciato il massacro, Giuseppe Irace, uno dei detenuti, sebbene ferito, poté fuggire, il Taronno lo raggiunse e dandogli un colpo di scure sul capo, lo fece cadere cadavere... immediatamente dopo il massacro fu veduto con la scure insanguinata; incontrato un tale Ciccone gli disse che gli aveva apparecchiato un maiale presso la propria casa ed il cadavere di Giuseppe Irace stava propriamente presso la casa del Ciccone”.

Atto di accusa del 9 giugno 1865 della Corte di Appello di Trani: “Andrea e Michele Taronna non figurano men tristi e colpevoli. Al primo si attribuì l’omicidio di Vincenzo Irace ed al secondo l’arresto del sacrificato sacerdote (sic)  Luigi d’Errico il quale errassi fatto ad intercedere per la liberazione del Signor Ventrella”.

Con sentenza del 6 maggio 1866 fu condannato ad otto anni di reclusione. Morì nel 1892 di “tumore cronico di milza”, nella sua casa, munito di tutti i sacramenti, con la benedizione in articoli mortasi.

Taronno Michele, di anni 32, colono. Abitava con la madre, la moglie e due figli.

Il 9 giugno 1865 la Corte di Appello di Trani lo accusò degli stessi delitti del fratello Andrea. Si ignora l’esito del processo. Morì di polmonite nel 1891, nella sua casa, “munito di tutti i sacramenti con l’indulgenza”, assistito dal Sac. Giovanni Stelluto Economo.

Tortorelli Giuseppe Maria di Giulio e D. Isabella Sabatelli fu Emanuele, di anni 35. All’atto del censimento abitava alla Portella, con la madre, ed altri parenti.

D. Francescantonio Ventrella il 7 dicembre 1861 dichiarò alla G.C. di Lucera che il Tortorelli intimò a suo fratello Terenzio, che era infermo, di scendere in qualunque stato, così come fece. La circostanza fu confermata dall’altra testimone Grazia Russo la quale, trovandosi nel portone del Ventrella, udì il Tortorelli dire: “Deve scendere come sta sta”. Però non seppe precisare se a quel detto il Ventrella discese. Si ignora l’esito del processo.

Il Tortorelli  morì alle ore 6 p.m. del 3 dicembre 1885, in seguito a malattia, presso l’Ospedale San Giovanni di Dio di Foggia, sito in Via Arpi al n. 174.

Urbano Giovanni Battista di Michele, di anni 52. Era ammogliato, con otto figli. Il Consiglio Subitaneo di Guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per poter istruire un più ampio processo nel termine di sei mesi. Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di sette delitti”. Si ignora l’esito del processo.

Vergura Salvatore  fu Giovanni. Condannato a 18 anni di ferri dal Consiglio Subitaneo di Guerra.


 

La difesa dei reazionari

Francesco Cascavilla

Dal carcere partì questa supplica per il  Presidente, i consiglieri e giurati del Circolo Straordinario di Lucera.

“ Signori, Sacra è la sventura: le sue voci non possono tornare inesaudite, sapendo esse trovare no profondo ne’ petti Umani, la cui mercé soventi siamo Noi, come da irresistibil forza menati a commiserare i nostri simili. Nell’era del sonno che l’infelice costernato sotto il pondo della miseria, col fievole sospiro dell’augolica drizza al Cielo una parola, onde piova sul suo capo abbattuto benefica rugiada di provvidenza; egli non va deluso. La pietà del Cielo tarda sovente; ma giammai non manca. E’ l’uomo!... oh l’uomo volgerà egli altrove lo sguardo quando un misero sfolgorato della sciagura si volge a lui perché gli stenda pietosa una mano?!... quando saprà che egli forse sortiva i natali luminosi al par dei suoi?... quando saprà che egli nascendo alla vita, la vedeva infiorata dal sorriso del più felice avvenire, lorché un turbine avverso lo faceva bersaglio della prepotenza della sventura? No!.. No!...

Signori!: l’ora solenne che deve decidere dell’avventura del giudicabile Francesco Cascavilla è segnata. Questi che volgono per me sono momenti suprimi!!... Io volendo aggiungere alcune circostanze  che la difesa dell’onorevole Signor Goffredi jeri non sommise alle SS.LL., mi onoro sommetterle il presente foglio, sperando volerlo accogliere di buon grado, onde la Giustizia possa più chiaramente decidere sulla sorte mia. Eccone la definizione.

1°. Che non suol ritenersi autore degli arresti il Cascavilla, poiché si è abbastanza provato colla dichiarazione di D.a Rosa Merla che D. Emanuele Sabatelli era colui che ordinò gli arresti, per i quali aveva formato una nota, e la opponeva al pubblico: che il D.o Sabatelli, giusta le dichiarazioni di D.a Bambina Pomelli ordinava di ben custodire i ventidue imprigionati: che Sabatelli gridava l’uccisione della famiglia Irace, giusta la dichiarazione di Antonio, Celeste e Maria Rosa Cascavilla: che il Sabatelli fu quello che incitava la plebe alla rivoluzione per i fatti avvenuti con lui il giorno 20 con la famiglia Irace: e che in somma Sabatelli era quello che formò antecedentemente un partito per giungere allo scopo. Ed è perciò che per questi, ed altri motivi addotti dall’Avvocato antedetto, capo e promotore della reazione fu il Sabatelli, e provocatore Vincenzo Irace, nonché il di costui fratello e genitore. Svanisce perfettamente per Cascavilla l’idea di esser stato capo della rivoltura, ed autore degli arresti.

2°. In quanto al giorno antecedente agli arresti, ossia al 21 ottobre 1860, Cascavilla non fu l’istigatore della sommossa, poiché quando il medesimo si trovava alle vicinanze del paese, venne a viva forza trascinato dal popolo a gridare seco loro, Viva Francesco 2°.

E, qui, o Signori, osservasi la verità per la contradizione di D. Federico Verna, e D. Bartolomeo Sabatelli; cioè che il primo sostenne che il Cascavilla dopo lo attacco alla G. N. riparò sulle creste dei monti, ove trovò il detto Sabatelli, a cui richiese armi, e munizioni, e profferì le parole che andava a confessare ai Cappuccini, e quando tornava sapeva egli che farsi; mentre  Sabatelli sostiene che ciò avveniva pria di scoppiare la reazione, e ciò avvenne al suo ovile, il quale è in molta lontananza dalla costa, e per dove non si accede ai Cappuccini. E qui, o Signori, vi è l’altra circostanza, come da molti si sostiene, che i sbandati calarono dal cosidetto Pinnino. Dunque leggesi chiaro che tanto il Verna, quanto il Sabatelli mentivano avanti la Giustizia; come così pur dicesi per gli altri, i quali han voluto mostrare alla Giustizia non altro che i Sogni di Dante. In tal reiscontro abbiamo le insidie che barbaramente si tramarono contro Margherita Pusterla, marito, e figli, giusta quanto se ne addita l’isteria. Se si guardano con attenzione le tavole processuali altro non si scorge che una contradizione di fatto, abbenché avessero le principali, ed i testimoni parenti, antecedentemente tenuto un concordato tra loro.

3°. L’accusa chiama il Cascavilla autor principale della stragge; e perché? Signori, da una lunga serie di testimoni si assodava che Cascavilla in quel giorno era nella contrada Mattine. Ma si dice che era andato a raccorre gente per condurla in paese, e D. Emmanuele Bramante che diceva? Diceva che al ritorno verso le ore 23 tornava solo. Ma l’accusa sostiene che Cascavilla moralmente presenziava? o Signori, ciò altro non è che una immaginazione, e né può dirsi che il Cascavilla aveva estimata tale idea , e né l’uomo può conoscere i sentimenti dell’altro. Ed in vero, la dichiarazione di D. Antonio di Girolamo, figlio adottivo del giudicabile Nicolantonio Sabatelli, diceva che Cascavilla era alla vedetta di lontano, ed avvertiva la popolo che veniva la forza, e che si fossero massacrati quelli nel carcere, mentre i suoi detti sono perfettamente falsi, e non avvalorati da niuno, poiché, come si è provato, Cascavilla non poteva ordinare, e né avvisare, stante esser tornato alle 23, quando gli eccidii si erano consumati da circa ore quattro antecedentemente. Tale dichiarazione non può avere i suoi effetti legali, primo perché figlio adottivo di D. Nicolantonio Sabatelli,e secondo perché i suoi asserti non sono coincidenti con quanto veniva assodato. Per tale dichiarazione il di Girolamo al cospetto dell’Eterno ne sentirà il rimorso, ma Iddio lo rimetta in pace. Ecco dunque come svanisce ogni colpabilità per Cascavilla, pel quale non può ritenersi l’immaginazione di avere scienza dei fatti suddetti, e né che egli andava a ...(raccogliere gente) per menarla in paese, poiché d’esso è una parola stragiudiziale, giacché dicesi di averlo inteso per pubblica voce.

Si noti pure come i testimoni vanno banchettando, poiché Anna Maria Mucci diceva non fidarsi riconoscere Squarcella, mentre essa ben lo conosce, poiché il fratello di costui è cognato della testimone, e che Squarcella ha avuto sempre relazione colla testimone; e perché forse la coscienza la richiamava al pentimento in ciò che diceva, e per non ritrattarsi, onde subire non solo il giudizio di falsità, e le minacce fattale dalle principali, se ne usciva col non fidarsi riconoscerlo. E così per tutti.

Signori: Vi sovvenga però che io non feci l’Uomo delle vendette, abusando del potere e della forza e dissipa e svana: non l’ingorda sete dell’oro, o la brama del delitto con sì felice successo fuori mi traeva l’arma della caduta Dinastia ove contai due lustri di affanno sotto il peso di dure ritorte; ma l’amor della Libertà e della giustizia offesa: non corsi, antecedentemente alla reazione le campagne, per capriccio di taluni, come un profugo scellerato spargendo il lutto, e la paura; ma come l’esule sventurato, portando ovunque la letizia e la confidenza: giammai, in tutt’i riscontri di San Giovanni, mi balenò nella mente il perfido pensiero di brattarmi le mani entro il sangue dei fratelli, che anzi li porsi amica la mano, ed avevo ferma la volontà di soccorrerli, che maledetto chi fu colpa, di privarmi, pria che mi fossi munito di un partito: di una volontà che sentiva vivo il dovere, e l’obbligo di soddisfare con grande gloria: non violai la intenerità della Vergine, ma le fui sostegno nel periglio... che altro?... mi vidi da dappresso il nemico, il traditore, tramare le insidie alla mia vita, e mentre poteva io lordar del sangue suo quel pugnale che egli voleva intriso del mio, gli fui prodigo di perdono. Che altro?... oh! no che l’animo delle SS.LL. non lasceranno intentato alcun mezzo per procurare il mio meglio. Io ne ascolto le voci.

Spiritus Sancti gratiae illuminat sensus et corda vostra. Dal Carcere il 29 luglio 1863, Francesco Cascavilla umilia”.[13]

Nicola Siena

Prima della sentenza l’imputato inviò la supplica che segue al Presidente, Consiglieri e giurati della Corte di Assise di Lucera. Il Siena, forse per le prove schiaccianti raccolte contro di lui, è l’unico imputato a non negare le sue colpe. La sua azione crudele sembra essere stata determinata dal forte odio per la classe dominante, lungamente represso. La sua difesa è in realtà un atto di accusa. Non c’è rimorso di coscienza. Nelle sue parole v’è però la voglia e il coraggio di assumere le proprie responsabilità di fronte alla giustizia dell’uomo. E confida nella benevolenza della giustizia divina, appellandosi alla figura del  Cristo, vero dispensatore di   Libertà, Uguaglianza e Fratellanza .

“Signori,

Suonava felice nei petti Umani la voce della libertà; libertà che sorrideva all’apparir del primo tuono che scoppiava dalle Alpi, e che al suo transito per le Province del mezzogiorno ci venia cortese presentato dall’Eroe Dittatore Giuseppe Garibaldi. Questo sì fu l’uomo che seguiva le orme di Cristo; quel Cristo che portò agli uomini la vera libertà, e la comperò col prezzo del Suo Sangue: quel Cristo sì che si compiacque di morire per redimere  dalla schiavitù dei tiranni il popolo a sé tanto caro: quel Cristo che guardò sotto di sé eguali: quel Cristo in somma che volle volle togliere il velo dell’ignoranza a colui che nelle tenebre era avvolto. Sorgeva il grido per l’Indipendenza Italiana; sorgeva la voce, Siam fratelli; sorgeva il giubilo Siamo liberi; scuoteva l’aere e chiudeva in seno l’amore dei figli d’Italia: suonava il sacro bronzo, la tromba, ed ogni cedra che annunziava la parola della libertà per parte di Dio... Siam eguali? Siam fratelli? Siam Italiani? Siam liberi-indipendenti? Dalle tenebre si passava alla luce? Dai tempi di Nerone si passava alla calma? Dalla oppressione e dalla tirannia si andava al riposo? oh Signori, se per l’uguaglianza non è così, mentre in ogni Comune si commettevano le private vendette, non si dimenticavano gli odii, non si abbandonavano i raggiri, e quindi cresceva vieppiù la discordia, come in molte parti si è osservato. Se per la fratellanza, non è stato altro che tanti rivali tra loro tramanti insidie per distruggersi. Se siam Italiani o Signori, non  s’impugna, ma Italiani volevano preferirsi non nella generalità, ma nel particolare, cioè che il poco numero di quei che dalla zappa passavano al candeliere volevano avvilire la condizione dei molti, e rimanerli per sempre avvolti nel buio della notte, ma no, essi a ciò erano tanti ingrati, come lo sano stati. Siam liberi per qual verso? libero si chiamava colui che ha la volontà di disporre a suo talento, e non già colui che ha la volontà di imporre di fare quello che un altro sente; libertà si chiama nel generale e non nel particolare come si è osservato e si osserva: libertà è pel nobile e pel plebeo, e non già per taluni: (....?). Dalle tenebre andavamo alla luce? No Signori, anzi dalla luce passavamo alle tenebre più profonde. Da Nerone passavamo alla calma? No!... Anzi dalla calma passavamo alle barbarie. Ci toglievano sotto l’oppressione? oh! no, poiché invece di darsi a tutti la pace, si dava la discordia; invece di rendere sicuro il proprio domicilio, si violava; invece di cautelare i dritti del cittadino, si cercava romper l’anello sociale; ed in somma, invece di mostrare cortesie, si usavano non altro che congiure, maldicenze, e minacce. Ecco dunque come sorge alla vita la radice impura della disuguaglianza, della discordia; e quindi non possiamo né essere liberi, né fratelli, né Italiani, né cortesi, né surti dalla tirannide. Ma mi si potrebbe dire: chi fa sorgere tali quistioni? O Signori, Non me ‘l so dire; interrogate Voi il segreto dei vostri cuori. Ed in ultimo a chi si affidavano gl’incarichi de’ nobili disegni? A tanti, lo dico, e tanti che erano stati abbandonati dalla fortuna; eccetti però coloro a cui si fa ogni venerazione. Cosa di buono opravano pel pubblico bene? Opravano il togliere solamente le sostanze dei poveri, ed onesti cittadini. Ecco l’agira dei piccioli comuni, e pei fatti se ne descrive qualche successo avvenuto.

Signori, in San Giovanni Rotondo compariva al comando del nobil corpo Nazionale D. Gennaro Padovano, D. Federico Verna, ed altri, di cui non si osa turbare le ceneri; uomini questi che bramavano la fraterna distruzione, come in fatti tra loro tiravano un Vincenzo Irace, il di costui padre, e fratello, onde mettere in non cale l’onore delle famiglie, e far man bassa le altrui proprietà. D. Gennaro Padovano cercava sempre, e minacciava la desolazione del paese, come in fatti, dopo formato il partito, nell’ora solenne del plebiscito, infiammava la rivoluzione del paese, ed egli faceva eco alle voci del Clero con cui si teneva il concordato. Il Verna con altri infiammava la distruzione dei buoni, ed onesti cittadini, onde signoreggiare essi, perché in tutte le epoche sono stati schiavi della miseria, della lascivia, e dei mali fatti: il Verna sì, fu quello che opinò la desolazione di San Giovanni Rotondo, egli fu che con altri suoi congiurati verso il popolo, e depose le armi. In somma il Padovano, e il Verna furono gli autori dei disordini, come coloro che fornirono di armi il popolo.

Signori,  per Verna non può rivocarsi indubbio che avesse una riprovevole condotta, poiché oltre di essere dedito alla prostituzione, e quindi per i fatti nefandi che ha commessi, e commette; come ce lo additano tanti fatti di fresco sviluppati, pei quali vien gravato di una processura, e cioè che non ha guari scassinò la casa del defunto Canonico D. Domenico Palladino, e vi rubbò quanto vi esisteva: ha avuto relazioni con i briganti in campagna, ed esigeva la camorra e divideva i ricatti con essi. Chi erano i briganti quelli della campagna? Oh no, il Verna che tradiva il proprio dovere, e calpestava il vessillo dell’Eroe di Marsala. Verna uomo colmo di miseria, ora è in uno stato mediocre, e perché? Perché ricattava, rubava, e prometteva a chi reo in quel bollore agli arresti per San Giovanni, la libertà, come in effetti, essi godono la libertà, e gli innocenti soffrono la carcere, sotto dei quali si vuol covrire la ...nità dei suoi delitti: egli provocava col fatto del 19 ottobre 1860 la famiglia Antini; quell’Antini che con lui teneva un combinato, e sotto tale aspetto cercava  ammantare le sue nefandezze. Signori, i fatti ce lo dimostrano,  poiché chi non aveva mezzi non poteva procurare una reazione: chi non aveva mezzi non poteva prestare armi, ed in somma chi non ebbe mezzi negli arresti di San Giovanni non gode la libertà mentre Michele Ricci, Raffaele Padovano, Seppe Ricci, ed altri, che erogarono una somma non lieve che si divise col Procuratore Generale Rossi, godono la libertà  e quando si nominano nelle pubbliche discussioni non si osa farne parola, e significa per accettare le nefandezze di coloro che rovinano e hanno cercato di rovinare molte famiglie di San Giovanni Rotondo. Ma di grazia chi son coloro che debbono pagare le colpe dei malfattori, ricchi o poveri? Ah! che la lingua non si fidasi dirle!... Son tanti miseri che come il Cristo  soffrono gl’insulti di Erode di Caifa, e Pilato, il quale mentre lo confessa innocente, pur lavandosi le mani lo condanna a morire.

Signori, complici dei fatti, anzi autori, principali col Verna furono Vincenzo Mancini, Federico Padovano, Giovanni Merla, ed Onofrio Latiano, i quali firmano la comitiva occulta del Verna, col quale mantengono irrequieto l’ordine pubblico, e la intemerità della Vergine. Chi, o Signori, veniva a dichiarare su tutt’i fatti di San Giovanni? i suespressi e D. Onofrio Lisa che pur è rubricato in tali misfatti del Verna. Chi distruggeva la famiglia Cascavilla con fucilare uno, e far condannare un altro, che pure è morto, nonché far partire un altro che era il sostegno della famiglia sotto le Armi di Vittorio Emanuele?. Chi manometteva la proprietà nei domicili dei cittadini? Il Verna con la sua antedetta occulta comitiva. E pure, a’ medesimi si presta fede nei giudizi, si ascoltano le di costoro voci. Oh Cielo!!...

Signori, Da ultimo si fa sentire che gli assassini e gli autori sono stati i suddetti, ed altri, perché tra loro vi erano delle private vendette, e che la stragge si comandava dal Verna, e dall’Antini; e Verna disse uccidete che sarete premiati. Verna faccia in udienza il pianto del coccodrillo e non Cascavilla che col cuore si dispiaceva di quegli avvenimenti.

Signori, se le SS. LL. non si sono a fondo persuase moralmente di questi fatti (… ), oh! che il Cielo ne sentiva pietà, e l’Eterno alzerà il suo furore: ma non così Iddio saprà calcolare, perché gli animi delle SS.LL. son rivestiti di Nobiltà, Religione, e Filantropia; e quindi si attende per la causa tutta la Giustizia; quella Giustizia che s’innalzerà fino al Tribunale del Divinissimo, cui ne benedirà le Anime dei degni, ed onesti giurati.

Dal Carcere li 30 luglio 1863 Nicola Siena umilia”. [14]

Gli imputati uniti supplicano la clemenza dei giudici

Ai SignoriPresidente, Consiglieri, Procuratore Generale, e Giurì della

Corte di Assisi del Circolo Straordinario di Lucera.

Signori, Un Dio che veste le miserie ed il peccato altrui, viene tra i Suoi, ed è ripudiato: benefica, e non trova che ingrati; sparge il vero, ed è calunniato; e la calunnia trionfa; un amico lo vende, gli altri lo abbandonano; un popolo, tra cui trascorse beneficando, le grida a morte, e morte decreta una politica atroce mentre lo confessa innocente. Quanto lui chi soffre? Sei tu innocente? ma chi come lui? Patisci per la Giustizia? ed egli era venuto in terra per portare la verità e la libertà vera. Ed egli pure sentiva tutte le umane affezioni: Sulla tomba di Lazzaro pianse: s’indispette alla durezza di cuore dei giudici: anelò mangiare la Pasqua coi suoi fratelli, gemette sui preveduti guai alla patria: antivedendo la sua passione, venne triste fine alla morte: pregò che quel calice gli fosse levato, quando ne sorbiva le ultime stille si querelò col padre che l’avesse abbandonato: - e spirò, e lasciava detto che chi non togliesse la croce Sua, non era degno di lui. I tristi dei Comuni, galantuomini e professori, se non ancora non osavano attentare direttamente alla libertà Italiana, se ne preparavano la via col corromperla, o col fomentare i mali umori. Sotto pertanto a quest’infame influenza, le inimicizie cittadine ivi più che altrove imperversavano: talché invece di maturare un comodo sentimento di nazionalità, dal quale soltanto potevano sperare frutti per l’avvenire, combattevansi, e contrariavansi l’una  l’altra in patria; riguardavano l’angolo dove ciascuno era nato; e da qui si fomentava la brutale idea della discordia, e della desolazione. Si augura alle SS.LL. un felice avvenire, si augura pel loro meglio, giacché questo proverebbe che essi non hanno, ai loro giorni avuto incontro con simile fiore di scellerati, né conoscono per prova con quanta sottigliezza ci sappiano insinuarsi negli animi...

Signori, non si mette fuor di dubbio che in San Giovanni Rotondo siano avvenuti fatti atroci e spaventevoli: e non si fa torto alle parti principali di cercarne contro i colpevoli la punizione; ma pur esse non devono tradire la propria coscienza con dire fatti concordati tra loro, ed incolpare tanti innocenti; contro i quali venivano i testimoni di stretta, e larga parentela delle principali medesime: e se qualcuno non vi appartenesse, come Angela Puzzolante, Vittoria Savino, ed altre, sono immorali: se altre vi fussero, come Vincenzo Mancini, Biase Savino, Angela Maria Scarale, ed altri; il primo è aderente di Verna, e Ventrella, i secondi hanno dovuto tradire la loro coscienza perché minacciati dal Capitano Verna, Leandro Cascavilla, Vincenzo D’Errico, Federico Padovani, ed altri; e un tale Michele Mischitelli, ed Angela Maria Scarale lo han detto non appena giunti in paese; e tanto non lo dichiarano alla giustizia per timore della vita. Se le pruove a discolpa udite si mostravano negative, e chi superficialmente discopriva il vero,  lo erano perché fortemente minacciati dai predetti; come fu una tale Anna Maria Mucci, a carico, che dopo esaurita la posizione fu portata da Raffaela Ruberti, Angela Fini, D.a M.a Giovanna Maresca, ed altre, a festeggiare nella locanda qui in Lucera. Ieri nell’atto che si esaminava Vittoria Rossi, Angela Fini si morsicò il dito, e Vincenzo Mancini si strappò i capelli, rivolgendosi al Capitano Verna, e quindi al giurato Sig.r Lepore, il quale, com’è noto, si dolse con il Presidente. Ecco Signori, gl’intrighi, e i turpi modi di agire delle persone che vogliono covrirsi sotto il manto di probità, e di legalità.

Da ultimo si oppone alle SS.LL. che la causa si è fatta e conchiusa tra parenti, congiunti e nipoti, zii, e cugini delle principali, fra i quali vi è stato antecedentemente un concorde esame; e da quelli che si doveva conoscere il vero, non si è potuto, per i modi subernativi del Verna ed altri. In somma il Verna per covrire le sue colpe commesse nella reazione, giacché egli infirmò la distruzione di tutto, per indi egli signoreggiare, ed uscire dalla profonda miseria, osa adesso tanti mezzi ; degni soltanto dell’uomo vile; onde far dichiarare colpevoli i giudicabili; i quali, persuasi di ciò, offrono a Dio le loro lagrime, e sommettono alle SS.LL. le preghiere di avere sotto l’occhio la bilancia di mugnajo. Iddio quindi Le benedirà dal Cielo.

Lucera dal Carcere li 10 luglio 1863. I giudicabili nella causa supplicano come sopra”.[15]

Anche l’Avv. Antonio Lecce supplica giustizia

Terminati i processi, l’Avv. Antonio Lecce, figlio del martire Tommaso, non si rassegnò mai al fatto che i maggiori colpevoli della reazione potessero circolare liberamente per le strade sangiovannesi. Di tutt’altro tenore, rispetto a quelle dei giudicabili, è questa sua supplica del 9 ottobre 1876, inviata al Ministro Guardasigilli, al Procuratore Generale della Corte di Appello di Trani e al Procuratore del Re di Lucera, pochi giorni prima del sedicesimo anniversario di morte dei ventiquattro liberali:

“E’ una fatto pubblico come a San Giovanni Rotondo a 23 Ottobre 1860 la terribile reazione faceva scannare e tagliuzzare orrendamente con le scuri, 24 liberali quasi tutti padri di famiglia, da lasciare un metro di sangue nelle prigioni del martirio!... Alcuni dei ciechi agenti materiali dell’assassinio immenso,  furon colpiti dalla giustizia; ma coloro che dettero le istruzioni, lo promossero e lo comandarono in sino alle ultime conseguenze, scamparono dal Consiglio Subitaneo di Guerra e sfondarono da mosconi, la tela di ragno della Giustizia di quel tempo, a tutto crucio e dispetto dei moscherini. Vi furon pure in quel triste periodo, dei forti scrocconi che vendettero il sangue di quegli infelici, e si impinguarono soverchiamente nella calamità pubblica col terrorismo e la minaccia di galera che fecero a molti reazionari scampati.

La opinione del generale è scossa e stupefatta; i pochi uomini d’intendimento sono indignati per tanta ingiustizia ed il sottoscritto reclama dall’Eccellentissimo Guardasigilli ed Illustrissimi Procuratore Generale e Procuratore del Re, or che è tempo di luce e di Risorgimento, che dispongano novella accurata istruzione sulla posizione generica che poi si farà addivenire specifica. Quali uomini si designano Capi della Reazione dalla coscienza dell’universale a San Giovanni Rotondo,  e donde premani il sentimento unanime della specificazione a promotori della Reazione per costoro impuniti! Pria che decorra il termine prescrittibile e dei venti anni per reati di tal genere, che importano lavori forzati a vita, io forte nel mio diritto, scendendo anche a formata querela diretta, non darò tregua ai Reazionari, perché siano giudicati come legge indetta, né mi stancherò supplicare, come oggi, per arrivare alla soddisfazione del voto popolare e di quello di mia coscienza!...”

continua

 

[1] FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864). Certificato del 18 dicembre 1863.

[2] Cfr. FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864). Note del 27 giugno 1864.

[3]ACSGR, cart. 124, cat. 15, cl. 6, Fas. 2 - Delibera della Giunta Municipale del 7 maggio 1864.

[4] Cfr. FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[5]ACSGR, cart.112 - cat. 12 - cl. 1 - Fas. 4.

[6] ACSGR, Libro dei nati 1819.

[7] FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[8] ACSGR, delibera decurionale del 16 settembre 1860.

[9]ACSGR, delibera decurionale del 25 novembre 1860.

[10] FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864). Lettera del 9 ottobre 1863.

[11] ACSGR, cart. 124, cat. 15, cl. 6, fas. 2. Delibera della Giunta municipale del 7 maggio 1864.

[12] Cfr. FCAL, ASL, - fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[13] FCAL, ASL,  fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[14] FCAL, ASL,  fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[15] FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

 

www.padrepioesangiovannirotondo.it