Novelli Donato
di Giuseppe,
di anni 53. All’atto del censimento abitava in casa propria, con la moglie,
quattro figli ed un fratello. Condannato dal Consiglio Subitaneo di Guerra a
18 anni di ferri.
Padovano Raffaele di Nunzio
(notaio e proprietario) e Filippa Lombardi, di anni 45. All’atto del
censimento abitava in casa paterna, in Strada Carrabba, con la madre, la
moglie Maria Carrabba e la domestica Cola Sabatelli. Svolgeva la professione
di notaio.
Denunziato come colpevole,
la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò “il non aversi luogo a
procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano
reato. La Giunta Municipale Sangiovannese in un certificato inviato alla
Gran Corte Criminale fa una descrizione sommaria della personalità del
Padovano:
“... certifica che questo
cittadino Don Raffaele Padovano del fu Nunzio è di lodevoli costumi; ed
inoltre nel 1860 come 2° Eletto fu pronto fare atto di adesione con
giuramento al novello Governo che con la Dittatura del Generale Garibaldi si
inaugurava in Italia: altrettanto faceva come Notaro: cosicché fin d’allora
gli atti pubblici nell’una e nell’altra qualità da lui redatti, intestava al
Re d’Italia Vittorio Emanuele II delle cui Leggi è stato sempre, come lo è,
fedele esecutore ed osservante. Nel 1861 veniva creato Sindaco dal
Governatore in allora Sig. Del Giudice; ed attualmente è Consigliere
assessore Comunale, ed è stato anche componente del Consiglio Provinciale
negli anni 1861 e 1862; e anche se rinunciava alla carica di Sindaco a
malincuore, fu per causa di salute per cronici malanni che continuamente lo
affliggono. Dal che chiaro porgesi di essere la sua professione politica:
Italia una sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II: lo dimostrano pure lo
zelo ed energia dispiegata nel 1848, allorquando fu eletto ad Uffiziale
della Guardia Nazionale, nonché la subita carcerazione per sentimenti
liberali nel 3 marzo 1858. Del che si rilascia il presente e per la verità a
richiesta del Giudice Istruttore. Seguono le firme degli assessori Gennaro
Padovano, Emanuele Bramante, Pasquale Turbacci e il visto del giudice del
circondario”.
Ma il giudice Cutinelli non
era del tutto convinto dell’estraneità del Padovano ai fatti reazionari,
tanto da chiedere al sindaco, con una “riservata a lui solo”, i nominativi
di due onesti e probi cittadini che potessero attestare l’inesistenza di
motivi di rancore tra detto Padovano e signori Terenzio Ventrella,
Alessandro Campanile, Luigi ed Errico D’Errico. Il Sindaco L. Giuva fornì i
nomi di Matteo Rendina fu Giovanni e del canonico Benedetto Pirro. Altri
quattro nominativi venivano segnalati per chiarire i rapporti con l’altro
ucciso Tommaso Lecce: D. Angelo Maria Can.co Merla fu Giuseppantonio, Sig.
Gaetano Palladino fu Diego, Gaetano Miscio fu Nicola, Giuseppe Mucci fu
Filippo.
Padovano Antonio di Saverio
(proprietario), di anni 35, bracciante.
Era ammogliato, con tre
figlie.
Accusa processo di Lucera
del 1864: “... nella sera del 21, quando già si era progettata la uccisione
di Antonino Maresca, egli fu a trovarlo, lo consigliò di nascondersi in casa
di Silvestre, si fece consegnare da costui il fucile e la munizione, lo
avvisò che egli sarebbe tornato e gli avessero aperto l’uscio ad un segno
convenzionale... infatti tornò dando il segno convenzionale, e poiché si
tardava ad aprire, egli rassicurò con la sua voce il padrone di casa...
entrato in quella casa trasse dal suo nascondiglio il Maresca cogli insorti,
lo condusse in piazza, ove Maresca fu ucciso”.
Nei confronti del Padovano,
che era fuori carcere, si rileva:
“...che, uguali e
stringenti indizi offrono gli atti sul conto di Antonio Padovano, Matteo
Placentino, di Filippo Ricci, e di Francesco Savino per aver fatto parte di
quella turba di malfattori, intervenendo a tutte le tragiche scene, e poi al
conflitto con i soldati Garibaldini per lo quale si rese agente principale
il Savino, come fu Placentino nel primo scambio di fucilate con la Guardia
Nazionale, giusta quel che si raccoglie dai citati volumi”.
Atto di accusa del 9 giugno
1865 della Corte di Appello di Trani: “Antonio Padovano, Matteo Placentino,
Filippo Ricci e Francesco Savino vanno gravati degli stessi stringenti
indizii di reità. Fecero parte dei rivoltosi ed intervennero a tutte le
stragi, devastazioni e scene di quelle tre fatali giornate, e per ultimo al
conflitto contro i Garibaldini”.
La Giunta municipale,
limitandosi alla “cerchia della privata conoscenza”, trovò la condotta
politico-morale del Padovano “non riprovevole”.
Con sentenza del 6 maggio
1866 fu condannato a sette anni di reclusione.
Pazienza Antonio Maria Vincenzo
di Filippo, di anni 57. Ebbe cinque figli dalla prima moglie e due dalla
seconda.
Il 14 ottobre 1863 il
Brigadiere A. Minuni e il Carabiniere G. Torni eseguono un mandato di
cattura spiccato contro Pazienza Antonio, rispondente ai seguenti
connotati: statura m.1,58, capelli grigi, ciglia grigie, occhi cerulei, naso
pinolo, bocca media, colorito naturale. Così verbalizzano: “... quindi ci
siamo messi sulle tracce del medesimo, e lo abbiamo rinvenuto in piazza di
questo abitato, e ci siamo impossessati della sua persona nel condurlo a
questo carcere”.
Accusa processo di Lucera
del 1864: “... nel giorno 21 eccitò i popolani armarsi contro i
galantuomini... fu tra gli insorti allo scioglimento dei comizi... oppose
resistenza alla Guardia Nazionale nel giorno del 21... eccitò agli insorti
col fucile spianato contro la casa di Antonio Maresca... insisteva perché
fosse consegnato da costui il suo fucile... nel giorno 22 accennò agli
insorti la casa di Francesco Paolo Russo che fu poscia arrestato ed ucciso
ed assistette agli arresti dei fratelli Merla e del padre e figli Irace...
con violenza tolse armi e ... con lusinghe indusse Giuva ad uscire di casa
promettendogli garantirlo e poi lo abbandonò agli insorti, che lo
arrestarono menandolo al carcere dove fu ucciso... nel giorno 23 sebbene
fosse stato veduto armato, pure niuno lo vide presso il carcere in
sentinella, né nell’atto del massacro”.
Nell’Atto di Accusa del
23.1.1865 della Corte di Appello di Trani, parlandosi di Saverio Di Iorio,
si legge:
“Egli in questi ultimi
fatti fu accompagnato dall’altro imputato Antonio Pazienza, alle cui
insinuazioni la signora Lesi (Lisi) fece uscire dal nascondiglio il
disgraziato di Lei marito Signor Giuva, che immediatamente fu consegnato dai
quali ribaldi ai suoi carnefici.”.
Il 23 marzo 1865 entrò nel
carcere di Trani. Il 31 ottobre dello stesso anno veniva ricoverato
nell’infermeria del carcere. Morì di “ernia incarcerata” alle ore 10_ p.m.
del giorno successivo, mentre rivestiva la qualità di “giudicabile”. Il
Direttore delle prigioni trasmise l’estratto del verbale di morte al sindaco
sangiovannese con una elenco degli oggetti lasciati dal detenuto, per la
consegna agli eredi: “un cappotto di lana, un cuscino, sopravveste, due
sottopantaloni, due camicie, due lenzuola, un pantalone, una camiciola di
lana, una fascia, tre paia di calze di lana, una scopetta, una pelle, una
bisaccia, due cioccolatiere di latta per caffè, quattro piatti di creta, una
marmitta di latta, fondo particolare di lire 20,40 come dal libretto di
conto corrente”.
Gli oggetti e il vestario in dotazione del Pazienza, che era “proprietario e
industriante”, messi a confronto con le poche e povere cose già viste di un
altro detenuto, il contadino Michele Martino, dimostrano come le
disuguaglianze tra ricco e povero non cessavano neppure nelle mura di un
carcere.
Malgrado fosse già morto da
otto mesi, per evidente errore, la Corte di Assise di Trani condannò il
Pazienza a sette anni di reclusione, il 6 maggio 1866.
Piemontese Francesco
di Michele e M. Notarangelo, bracciale, nativo di Monte S.
Angelo. Soldato sbandato. All’atto del censimento abitava col fratello
Giovanni e la cognata Teresa. Non completò il servizio militare risultando
“latitante senza aversi nuove”.
Placentino Antonio di
Michele, contadino, di anni 26.
Per le accuse leggasi
quanto detto per Antonio Padovano. Si ignotra l’esito del processo. Morì nel
1890 di tisi bronchiale nella sua casa.
Placentino Giovanni
di Michele, contadino - pastore, di anni 28.
Morì il 22 ottobre 1860
alle ore 14 nella sua casa, munito di tutti i sacramenti. Era coniugato con
Angela Maria Mangiacotti.
Fu ferito a morte durante
l’assalto alla casa di Antonino Maresca, mentre si trovava tra i reazionari
che avevano dato inizio ai tumulti. L’Avv. Gaetano D’Errico escluse che il
ferimento era da attribuirsi al Maresca, che stava al primo piano della sua
casa, perché il colpo lo avrebbe trapassato di traverso e non in
orizzontale.
Placentino Pasquale Pompilio
fu Nicola, di anni 29. Era sposato, con una figlia.
Il 7 dicembre 1861 Carlo
Fini, figlio del martire Matteo, testimoniò che Pasquale Pompilio Placentino
andava dicendo “di aver lui vibrato il primo colpo di scure a Maresca”.
La Corte di Assise di Trani
lo condannò a dieci anni di reclusione, con sentenza del 6 maggio 1866.
Placentino Matteo di
Michele, di anni 40. Era sposato, con quattro figli. Fu catturato l’8
ottobre 1863 ed imprigionato.
Nel processo di Lucera del
1864 fu accusato di aver tolto un fucile ad un certo Cera e di essersi
confuso tra gli insorti, di aver preso parte allo scontro con la Guardia
Nazionale nel giorno 21. Fu visto nel giorno 23 stare di sentinella vicino
al carcere e trasportare il cadavere di Irace lontano dal luogo ove fu
ucciso. Il 9 giugno 1865 la Corte di Appello di Trani lo accusò degli stessi
delitti di Antonio Padovano ed altri. Si ignora l’esito del processo.
Prencipe
Pasquale fu Francesco, di anni 35. Era fuori carcere. La Corte di
Appello di Trani lo proscioglieva da ogni imputazione negli atti di accusa
del 23.1.1865 e del 20.4.1865, annullando il mandato di arresto con la
seguente motivazione:
“per Pasquale Prencipe si
riferiscono inverosimili confessioni stragiudiziali... per un fucile tolto
nel giorno 24 ad un milite garibaldino ucciso, il che non è avvalorato da
altre circostanze, che stabilissero il fatto allegato, e l’intervento di lui
al conflitto”.
Prencipe Francesco di (?).
G. D’Errico ricorda così l’arresto del Padre e dello zio, che si erano
asserragliati in casa:
“Non passarono molte ore,
che mandato per messo Prencipe Francesco, uomo astuto e d’aspetto feroce,
influente sulla plebe. Fu prescelto dal comitato reazionario, per essere
antico conoscente ed antico guardiano di vigna di casa D’Errico. Costui se
ne veniva gridando a squarciagola per via: pace, pace! Il popolo ha
stabilito pace per tutti. Il d’Errico Luigi, tratto in inganno, si tolse
ogni idea di resistenza, aprendo le porte a quel messaggero, il quale dopo
esser salito e aver discorso per cinque minuti di pace ed altro... e di
aver assicurato che non sarebbe avvenuto inconveniente alcuno, e perciò non
avesse fatto resistenza al popolo, che sarebbe venuto a prenderli per
cantarsi il Te Deum; ritornassene dopo altri otto minuti circa,
allegro di aver preso il forte con l’inganno”.
Stranamente il nome di F.
Prencipe non compare in nessun atto di accusa. Anzi, l’unico contatto con i
processi, salvo omonimia, lo ebbe in qualità di teste. Lo ritroviamo infatti
tra i testimoni deprecati dal Giudice Cutinelli per falsa deposizione.
Reale Ferdinando Esposito,
di anni 41. Sposato, con tre figlie.
Con lui il destino fu
amaro fin dalla nascita. Infatti, in pieno inverno, la madre lo depose di
notte sull’uscio di casa della sessantenne Leonarda Latiano, di professione
levatrice, la quale corse subito al Comune con il fagottino stretto al
petto. Il Sindaco Donato Cirpoli e il cancelliere F. Ruggeri, ascoltata la
dichiarazione della Latiano, compilarono e sottoscrissero l’atto di
nascita:
“... (Leonarda Latiano)
questa notte, alle ore 7.00, essendosi risvegliata ha inteso un pianto di
un bambino da poco nato, ed alzatosi trovò dietro la porta della sua casa un
fanciullo, tale come si presenta, involto in alcuni cenci, senza segno,
cifra, o lettera alcuna. Dopo aver visitato il fanciullo, abbiamo
riconosciuto che era maschio senza segno alcuno sul corpo, dell’età
apparente di poche ore. Abbiamo quindi ordinato, che fosse consegnato a
Rosalia Biancofiore per nutrirlo. A cui è stato dato il nome di Reale
Ferdinando Esposito impostogli dalla Commissione di Beneficenza”.
Il projetto fu
battezzato nello stesso giorno dal Canonico D. Nicola Cafaro. Subì due
processi. Dopo la Gran Corte di Lucera, anche la Corte di Assise di Trani lo
prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del
23.1.1865. Era fuori carcere.
Ricci Filippo
di Giuseppe, viaticale, di anni 40. Era coniugato con sei figli.
Il Ricci, essendogli
pervenuta stragiudizialmente la notizia di essere stato rubricato
nell’istruttoria del processo per i fatti reazionari, inviò al Giudice
Mandamentale di San Marco in Lamis una supplica per ottenere la
derubricazione, spiegando le sue ragioni:
“ ... queste calunnie non
hanno alcun fondamento nel vero dappoiché il Ricci nella notte del 20 al 21
ottobre 1860 rientrava in San Giovanni, reduce da Trinitapoli ove era stato
a caricar vino per Giuseppe Lombardi, e stanco del viaggio si riduceva in
letto, dal quale si levava chiamato a misurare il detto vino, essendo
infermo il garzone misuratore del Lombardi a nome Francesco Marcucci fu
Benedetto, e perciò niuna parte prendeva al movimento, anzi disbrigato dalla
faccenda della misura, per tutelare la sua famiglia e la sua casa, in questa
si riduceva, e non volle uscire alle replicanti istanze di chi lo invitava a
farlo”.
Secondo l’imputato tutto
ciò poteva essere attestato da ben diciotto persone, tra cui spiccano i nomi
di D. Federico Verna (proprietario), D. Federico Perreca (farmacista), D.
Tommaso Giordano (proprietario), D. Giovanni Longo (medico), Eligio Palmieri
(intimatore della fondiaria) e Benedetto Lisa. L’esponente aggiunse che, per
quieto vivere, era scappato dal paese con la famiglia, rifugiandosi una
pagliaia chiamata “Crognale”, da dove poi si portò in S. Marco, cosa
che poteva essere deposta da altre sette persone, oltre ad alcune delle
precedenti. Per contro, continuava nell’esposto:
“... non è mancato chi
abbia messo male a vedere sul conto del Ricci, ed influito perché fosse
stato incriminato, ed infatti Nunzia Grifa di Michele, moglie di Carmine
Fiorentino, conosce che Emanuele Carlino, vedova del fu Michele Canistro,
andava suggerendo a varie persone, tra le quali Grazia Puzzolante vedova di
Andrea Pesce, a fare testimonianza falsa contro il Ricci, quale fatto si
prega la giustizia vostra di assodare. L’esponente certo della sua innocenza
spera che la solerzia di lei, interrogando le persone sopra riportate farà
luce su’ fatti, e renderà la quiete ad un padre di famiglia. L’otterrà”.
Da queste dichiarazioni
sembra che tutti si fossero interessati a seguire le mosse del Ricci, con
tutto il bel putiferio che stava succedendo in paese. L’imputato non ottenne
la sperata quiete, come si può evincere dall’atto di accusa di Lucera del
1864:
“... si unì ai malfattori
sino da quando invasero il paese e con essi consumò tutti i fatti criminosi
del giorno 21 meno gli omicidi in persona di Maresca e Bocchino... la sera
di quello stesso giorno ricercò di Michele Fazzano e fu veduto armato in
agguato presso l’abitazione di costui, eccitò il popolo perché lo avesse
arrestato, additandogli la fuga di Antonio Lisa ed eccitò il popolo ad
arrestare Russo, detto il Monaco che infatti fu arrestato e poscia
ucciso... che nei giorni del 22 e mattino del 23 fece la sentinella al
carcere e nell’atto del massacro si studiava il modo di mirar bene i
detenuti, onde scaricare il suo fucile dal cancello del carcere, e fu veduto
tirar molti colpi... nel giorno 24 andò ad attaccare la colonna dei
Garibaldini”.
Il 9 giugno 1865 la Corte di Appello di Trani lo accusò
degli stessi delitti di Antonio Padovano ed altri. Durante lo svolgimento
del processo, si trovava fuori carcere. Non si conosce la condanna. Si sa
però che morì alle ore 2 1/2 a.m. del giorno 17 giugno 1878 nel Bagno Penale
di Piombino (PI). Nell’atto di morte risulta annotata la professione di
negoziante ambulante.
Ricci Giuseppe
di Michele,
di anni 21. La Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo
a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano
reato.
Russo Nicola
di Giovanni,
contadino, di anni 21. Soldato sbandato reazionario, fucilato il 7.11.1860
in Contrada Olmi. Abitava in una casa di proprietà del padre, con i
genitori, quattro fratelli ed una sorella.
Russo Giuseppe di
Francesco, di anni 21. Nel processo non fu coinvolto che vagamente, per cui
la Corte di Appello di Trani ritenne di non farsi luogo a procedere nei suoi
confronti.
Sabatelli Emanuele e Giuseppe
di Nicola Felice - Fratelli
Sabatelli Emanuele, di
anni 47, proprietario. All’atto del censimento, in casa propria, con la
moglie e una figlia.
Il Collegio decurionale si
era occupato di lui appena un mese prima della reazione. La delibera, del 16
settembre 1860, una delle prime emesse “in nome di Vittorio Emanuele Re
d’Italia”, conferma che la reazione non fu soltanto un fatto politico, ma
benanche un mezzo di sfogo di rancori privati. Il documento ha per oggetto
un “postulato del Cerusico D. Emanuele Sabatelli, che intenderebbe di essere
dichiarato Condottato Proprietario in luogo del tuttora esercente Sig. D.
Giovanni Merla”. Dopo aver puntualizzato che il Dr. Merla era “soggetto
meritevole”, che svolgeva pienamente la sua funzione, e con soddisfazione
del pubblico, il decurionato annotava che soltanto una sua domanda di
giubilazione, mai presentata, poteva esonerarlo dalla carica. Perciò il
consesso giudicò “troppo ardua e tracotante la ingiusta pretenzione
azzardatamente spinta da Sabatelli” che era giunta “sino a pretendere fuori
di ogni legge e contra ogni giustizia ed in onda de’ dritti di buoni
concittadini, la proprietà di un impiego Comunale tanto geloso, sì che, ad
ottenersi niuno suole dispensarsi, qualunque si fossero i suoi meriti, che
nel Sabatelli certamente non sono distinti, dall’andare soggetto ad una
terna formale in consonanza delle leggi, e dall’esperimento di regolare
concorso..., che l’arditezza mostruosa del ripetuto Sabatelli va’ coronata
eziando da un emporio di bugie sino a spacciare conclusioni eccezionali che
lo proponessero e riconfirmassero nello impiego che senza merito e ragioni
egli augia e desidera”. Pertanto si deliberò di “non tenersi alcun conto
delle inutili istanze e stravaganze del ripetuto Sabatelli il quale non è
considerato né richiesto dal pubblico per cose di professione, mentre altri
valenti Professori sono i coadjutori del pubblico e de’ cittadini, sicché il
vantato ajuto o caodjuvazione prestato al riferito proprietario condottato
Sig. Merla, non può suffragargli affatto”.
Il documento è firmato dal sindaco V. Cafaro e dai decurioni Antonio
Sabatelli, Ventrella, G. Lombardi, Gennaro Padovano, Luigi D’Errico, Matteo
Fini, T. Lecce, L. Giuva, Pasquale.... (?), Pasquale Fiorentino, Giuseppe
Lecce, F. Morcaldi, T. Giordani.
Il suo nome venne depennato
dalla terna dei Capisezione della G.N. per indegnità.
Ad un mese dalla reazione
il sindaco Collicelli, avuta assicurazione dai professori locali che il
chirurgo Giovanni Merla era diventato “perfettamente cieco”, proponeva la
sua giubilazione perché aveva prestato con pubblica soddisfazione il suo
compito per oltre i quarant’anni voluti dalla legge.
Il decurionato assegnò il posto di medico condottato al Professore in
chirurgia D. Tommaso Vincitorio, laureato alla Regia Università di Napoli il
25 novembre 1840, che andava ad aggiungersi a D. Michele Giuva. Svaniva così
il sogno di Emanuele Sabatelli che, implicato fortemente nella reazione si
era rifugiato a Trieste.
Atto di accusa del 20
aprile 1865 della Corte di Appello di Trani: “... molti elementi fanno
rilevare che fra i capi, o principali promotori della rivolta furono i
fratelli Emanuele, e Giuseppe Sabatelli, i quali condannavano al popolo, e
fecero arrestare il Sig. Luigi Merla..., indicandolo come nemico di
Francesco 2°, e mentre gli altri rivoltosi avevano arrestato, e poi liberato
l’altro infelice Luigi D’Errico essi Sabatelli lo fecero nuovamente
arrestare, chiamandolo Carbonaro, sicché la strage di quei 22
disgraziati si attribuisce ai medesimi avendo eccitato la moltitudine ad
eseguirne gli arresti, e comandando il Sig. Emanuele la distruzione della
famiglia Irace. I vol. 3 e 10 della voluminosa processura son pieni di
dichiarazioni che definiscono la parte presa dai Sabatelli in quel tragico
avvenimento fino a riunire il popolo, ed eccitarlo alla resistenza contro i
militi garibaldini”.
Atto di accusa del 9 giugno
1865 della Corte di Appello di Trani: “I fratelli Emanuele e Giuseppe
Sabatelli si dedicano e si annoverano tra i cinque principali promotori, e
capi della rivolta, tristi, vendicativi, potenti per influenza popolare,
avversi al novello Regime. Essi si accordavano coi sbandati ed aizzavano la
mala passione del popolo. Sceso in piazza lo comandarono e lo slanciarono a
loro posto e piacere. Essi che fecero arrestare Luigi Merla, una delle 22
vittime onorande del carcere. Essi che impedirono la liberazione di Luigi
D’Errico, altro di quei generosi trucidati, accusando l’uno come nemico di
Francesco II e l’altro come carbonaro. Essi infine che ordinando l’arresto
in massa di galantuomini e liberali, e ordinando la devastazione della
famiglia Irace, dietro la spinta, e furono la causa movente dell’orrenda
carneficina consumatasi nello interno del carcere. Non si mancò per essi
d’incoraggiare ed eccitare resistenza ed al conflitto contro i Garibaldini”.
La Corte di Trieste non
volle concedere l’estradizione, permettendo ad E. Sabatelli di vivere in
libertà. Morì in territorio triestino il 18 settebre1873, di tisi polmonare.
Sabatelli Giuseppe Maria Raffaele,
di anni 28. All’atto del censimento abitava nella propria casa, insieme
alle cinque sorelle. Vedasi quanto detto per il fratello Emanuele.
Sabatelli Nicolantonio di
Michelangelo, di anni 43, proprietario. Ammogliato con quattro figli, aveva
in casa una domestica.
Atto di accusa del 10
agosto 1861: “... è notato di nove delitti”.
Durante il dibattimento del
6 dicembre 1861 presso la G. C. C. di Lucera il testimone Giovanni Mucci,
fratello del martire Alfonso, dichiarò che Nicolantonio Sabatelli, nel
mentre giungeva dalle Mattine, passò gridando su di un cavallo lanciato a
gran corsa: “ Viene la Forza, quanti ne vengono; siamo morti”. Il Mucci
smentì chi accusava l’imputato di aver anche gridato “giacché viene la
forza, andiamo ad ammazzare tutti quelli che sono nel carcere”, parole che
addebitava ad uno sbandato, che sarebbero state dette nel mentre il
Sabatelli gli passava vicino. Il giorno successivo D.a Raffaela
Verna spiegò che il figlio Terenzio Ventrella fu obbligato a uscire di casa
da Nicola Antonio Sabatelli, Giuseppe Tortorelli e Antonio Martino. La
circostanza fu confermata anche da D. Benedetto Lisa. Francescantonio
Ventrella, asserì invece che suo fratello era stato arrestato da
Nicolantonio Sabatelli, Luigi ed Antonio Martino, col concorso di Giuseppe
Tortorelli il quale lo obbligò a scendere.
Con sentenza del sei maggio
1866, la Corte di Assise di Trani condannò Nicolantonio Sabatelli a quindici
anni di lavori forzati, più le pene accessorie.
Savino Antonio
fu Michele.
Condannato a morte dal Consiglio Subitaneo di Guerra, la pena fu dapprima
sospesa e poi commutata nei lavori forzati a vita, perché l’accusa di aver
partecipato agli omicidi si reggeva sulla testimonianza di una sola donna,
portata come teste da un parente di un ucciso, e neppure nella fase
istruttoria.
Savino Francesco di
Michele, bracciale, di anni 19. Soldato sbandato.
Il 9 ottobre 1862 lo
troviamo nel carcere mandamentale di Foggia con l’imputazione di
brigantaggio. Dal Giudicato Regio sangiovannese partì una lettera del
Cutinelli al Giudice del Mandamento di Foggia con la quale si chiedeva la
trasmissione dei verbali di interrogatorio e le eventuali prove a discarico
per i fatti a suo carico, così riassunti:
“..... (descrizione della
reazione: omissis)...il controscritto individuo che fece parte di quella
turba fu uno di coloro che più degli altri concorse alla consumazione de’
reati innanzi accennati; anzi è egli che ne’ giorni 21 e 22 insieme ad altri
capitanò quella turba; fu egli ancora, che armato di fucile stava vicino al
Carcere in guardia, onde alcuno fosse avvicinato, e che ...(?) il primo
sparò da’ cancelli del carcere stesso contro gl’infelici arrestati, dopo di
essersi condotto nella vicina sua casa per provvedersi di cartucci”.
Durante il processo di
Lucera del 1864 il Savino venne accusato di aver girato per le campagne con
gli altri soldati sbandati; di aver tolto con la violenza un fucile a
Leonardo Cascavilla, nei giorni dell’insurrezione; di essere entrato armato
con i compagni in paese nel mattino del 21, eccitando i popolani ad armarsi
anch’essi contro i galantuomini; di aver fatto sciogliere i Comizi e, nel
pomeriggio, di aver posto resistenza alla Guardia Nazionale. “...Nel mattino
del 22 arrestò padre e figlio Irace e i fratelli Merla. ... nei giorni 22 e
23 fu di sentinella al carcere, facendo udire ai detenuti che se venisse la
Forza sarebbero stati massacrati. Fu il primo ad espodere il suo fucile dal
cancello del carcere contro i detenuti medesimi... e poi entrò nel carcere
con una scure e mutilò i corpi dei morenti”.
Nell’atto di Atto di Accusa
del 20 aprile1865 si legge: “... soldato sbandato, prese parte a tutti gli
eccessi insieme coi suoi compagni, figurando anche da capo, giuste le
dichiarazioni... Egli scaricava anche fucilate contro i miseri
carcerati...”.
La Giunta municipale
certificò al magistrato che M. Savino “fu uno dei primi che animava la
reazione... prendendo parte agli eccidi; e quindi si menava nella banda
brigantesca capitanata da Del Sambro, e poi con quella di Galardo”
Il 9 giugno 1865 la Corte
di Assise di Trani lo accusò degli stessi delitti di Antonio ed altri. Con
sentenza del 6 maggio 1866 la stessa Corte lo condannò a venti anni di
lavori forzati e pene accessorie.
Savino Francescantonio.
Soldato sbandato.
Atto di Accusa del 9 giugno
1865: “Gli ultimi tre imputati, ma non ultimi per enormità di colpe, vengono
Francescantonio Savino, Teodoro Cassano, ed Antonio Gaggiano. Il primo,
soldato sbandato, prese parte a tutti gli eccessi dal principio alla fine
della rivolta, figurandovi anche da capo fra i compagni, e si distinse
nell’eccidio dei miseri carcerati”. Si ignora l’esito del processo.
Savino Giovanni Giuseppe di
Michele, bracciale, di anni 19. Soldato sbandato. La sua famiglia,
composta dai genitori, tre fratelli e quattro sorelle abitavano in un
sottano.
Siena Nicola di Giovanni,
di anni 32, contadino.
Atto di accusa del 10
agosto 1861: “E’ notato di cinque delitti... Ed è a notarsi che il Siena
suddetto dopo di aver saziato la sua sete di vendetta nel carcere, ove era
entrato munito di sciabla ne uscì con tutti gli abiti brattati e cosparsi
del sangue di quelle innocenti vittime, ed ebbe l’impudenza di esclamare che
egli solo ne aveva fatto macello... Nei rispettivi interrogatori si
proclamavano innocenti. Solo il Siena non ha potuto disconvenire che egli
era entrato nel carcere insieme cogli altri; munito di sciabla che aveva
anche ferito con quell’arma, senza però poter precisare persona a cui si
fosse diretto per la gran quantità della gente che stava là riunita”.
Nel dibattimento del 7
dicembre 1861 presso la G. C. Criminale di Lucera, D. Raffaela Verna, madre
di D. Terenzio Ventrella, dichiarava : “ ... Nicola Siena, tra gli altri,
col fucile ha menato suo figlio in carcere. Dopo tre giorni dal massacro al
carcere, armato voleva recarsi a casa della dichiarante per scassinarla.
Costui, uscendo dal carcere intriso di sangue e con una sciabla rotta tra le
mani, disse a Filippo Fiorentino: “Li ho accettati come se fossero stati una
carne vaccina”. Tanto asserì anche Francescantonio Ventrella, fratello
dell’ucciso. La testimonianza di Carmela Dragano fu ancora più eloquente:
Nicola Siena, passando con un cangiarro insanguinato tra le mani
davanti alla sua casa, gridò “Viva Francesco, e viva Nicola Siena, che
n’aggio fatto ‘na salata dentro al carcere”. Inoltre, a dire del testimone
Antonio Russo, il fatto che lui andasse gridando Viva Francesco spinse il
medesimo a rimproverarlo: “Sempre una cosa vuoi dire!”. Ed il Siena, di
rimando: “Che ti sei preso collera? Tanto ne vale, che ho fatto il macellaro
massacrando quelli che vi erano nel carcere”. E, infatti, il Russo lo aveva
visto tutto intriso di sangue.
Poi fu la volta della
testimone Maria Cipriani: “... Ella vide uscire dal carcere Nicola Siena
intriso di sangue e con sciabla tra le mani e disse mostrando quell’arma -
Quanti ne ho fatti e quanti ne ho da fare!”. Il reazionario faceva rilevare
alla Corte che la testimone era la madre di un condannato a morte dal
Consiglio di Guerra. La Cipriani osservava che tale circostanza non
escludeva che avesse detto la verità alla Giustizia. Michele Mischitelli
testimoniò che tornando dalla campagna vide sotto gli orti un garibaldino
ucciso e il Siena lo stavano spogliando , in compagnia di Santo Ciccone.
Singolare e, sotto certi
aspetti illuminante, fu la linea difensiva di Nicola Siena, il quale, pur
ammettendo le sue responsabilità, lanciò accuse tremende contro alcuni dei
maggiorenti del paese e, per loro mezzo, contro l’intera classe dominante.
Il 6 maggio 1866 la Corte
di Assise di Trani lo condannò ai lavori forzati a vita, alla perdita dei
diritti politici ed alla interdizione patrimoniale.
Squarcella Giuseppe.
La testimone Maria Cipriano il 7 dicembre 1861 dichiarò di averlo
visto uscire dal carcere senza distinguere cosa avesse in mano e se avesse
sparato. Maria Mucci, che davanti al Consiglio Subitaneo di Guerra e nella
fase istruttoria aveva deposto di aver riconosciuto Giuseppe ....(cognome
illeggibile) mentre sparava nel carcere, ritrattò affermando che si era
confusa e che a sparare era stato Giuseppe Squarcella. Alla domanda di come
avesse fatto a togliersi il dubbio sulla identità dello sparatore, la
testimone disse di averlo appreso da persone del vicinato, senza essere in
grado di indicarne alcuna. A questo punto il Pubblico Ministero chiese
l’incarcerazione della Mucci, disponendo che fosse “trattenuta in disparte”,
in osservazione. Dopo altre testimonianze, la Mucci chiese di essere
nuovamente ascoltata e disse di essersi ricordata di aver realmente visto
sparare Giuseppe Squarcella. Nicola Siena, nella sua supplica al Giudice,
per sottolineare la falsità delle testimonianze, farà riferimento a questo
episodio dicendo:
“Se le pruove a discolpa
udite si mostravano negative, e chi superficialmente discopriva il vero, lo
erano perché fortemente minacciati dai predetti; come fu una tale Anna Maria
Mucci, a carico, che dopo esaurita la posizione fu portata da Raffaela
Ruberti, Angela Fini, D.a M.a Giovanna
Maresca, ed altre, a festeggiare nella locanda qui in Lucera... Si noti pure
come i testimoni vanno banchettando, poiché Anna Maria Mucci diceva non
fidarsi riconoscere Squarcella, mentre essa ben lo conosce, poiché il
fratello di costui è cognato della testimone, e che Squarcella ha avuto
sempre relazione colla testimone; e perché forse la coscienza la richiamava
al pentimento in ciò che diceva, e per non ritrattarsi, onde subire non solo
il giudizio di falsità, e le minacce fattale dalle principali, se ne usciva
col non fidarsi riconoscerlo”.
Con sentenza del sei maggio
1866, la Corte di Assise di Trani condannò Giuseppe Squarcella a quindici
anni di lavori forzati, più le pene accessorie.
Taronno Andrea e Michele
di Santo - Fratelli
Taronno Andrea,
contadino, di anni 27. Aveva moglie e un figlio.
Fu arrestato il 3 luglio
1861 come autore dell’omicidio di Vincenzo Irace. Il giorno dopo
sottoscrisse con un segno di croce un esposto al Giudice delegato
all’istruttoria raccontando che, mentre avveniva l’omicidio, lui si trovava
nella propria abitazione, per impedirne il saccheggio. Ebbe anche l’ardire
di aggiungere:
“... la stessa Maddalena
Irace, sorella del trucidato, veniva dall’esponente ricoverata nella propria
casa per non farla massacrare, e quando sentirono la uccisione del fratello
manifestava apertamente che autore di tale crimine era stato un tal Matteo
Placentino”.
Elencava poi i nomi di
nove testimoni a favore, pregando il Giudice di ascoltarli per arrestare il
vero colpevole di un così nero misfatto.
Così come avvenne per gli
altri imputati, l’alibi e le ricercate, inattendibili testimonianze a
favore non furono sufficienti a discolparlo, giacché c’erano anche “un
treno di pruove a sfavore”, tra le quali una dichiarazione del correo
Matteo Placentino che egli non aveva esitato ad accusare per alleggerire il
suo carico.
Atto di Accusa del processo
di Lucera del 1864: “... Nel mattino del 23, armato di scure stette presso
il carcere silenzioso e circospetto e, quando, cominciato il massacro,
Giuseppe Irace, uno dei detenuti, sebbene ferito, poté fuggire, il Taronno
lo raggiunse e dandogli un colpo di scure sul capo, lo fece cadere
cadavere... immediatamente dopo il massacro fu veduto con la scure
insanguinata; incontrato un tale Ciccone gli disse che gli aveva
apparecchiato un maiale presso la propria casa ed il cadavere di Giuseppe
Irace stava propriamente presso la casa del Ciccone”.
Atto di accusa del 9 giugno
1865 della Corte di Appello di Trani: “Andrea e Michele Taronna non figurano
men tristi e colpevoli. Al primo si attribuì l’omicidio di Vincenzo Irace ed
al secondo l’arresto del sacrificato sacerdote (sic) Luigi d’Errico il
quale errassi fatto ad intercedere per la liberazione del Signor Ventrella”.
Con sentenza del 6 maggio
1866 fu condannato ad otto anni di reclusione. Morì nel 1892 di “tumore
cronico di milza”, nella sua casa, munito di tutti i sacramenti, con la
benedizione in articoli mortasi.
Taronno Michele, di anni
32, colono. Abitava con la madre, la moglie e due figli.
Il 9 giugno 1865 la Corte
di Appello di Trani lo accusò degli stessi delitti del fratello Andrea. Si
ignora l’esito del processo. Morì di polmonite nel 1891, nella sua casa,
“munito di tutti i sacramenti con l’indulgenza”, assistito dal Sac. Giovanni
Stelluto Economo.
Tortorelli Giuseppe Maria
di Giulio e D. Isabella Sabatelli fu Emanuele, di anni 35. All’atto del
censimento abitava alla Portella, con la madre, ed altri parenti.
D. Francescantonio
Ventrella il 7 dicembre 1861 dichiarò alla G.C. di Lucera che il Tortorelli
intimò a suo fratello Terenzio, che era infermo, di scendere in qualunque
stato, così come fece. La circostanza fu confermata dall’altra testimone
Grazia Russo la quale, trovandosi nel portone del Ventrella, udì il
Tortorelli dire: “Deve scendere come sta sta”. Però non seppe precisare se a
quel detto il Ventrella discese. Si ignora l’esito del processo.
Il Tortorelli morì alle
ore 6 p.m. del 3 dicembre 1885, in seguito a malattia, presso l’Ospedale San
Giovanni di Dio di Foggia, sito in Via Arpi al n. 174.
Urbano Giovanni Battista di
Michele, di anni 52. Era ammogliato, con otto figli. Il Consiglio Subitaneo
di Guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per poter istruire un più
ampio processo nel termine di sei mesi. Atto di accusa del 10 agosto 1861:
“E’ notato di sette delitti”. Si ignora l’esito del processo.
Vergura Salvatore
fu Giovanni. Condannato a 18
anni di ferri dal Consiglio Subitaneo di Guerra.
La difesa dei reazionari
Francesco Cascavilla
Dal carcere partì questa supplica per il
Presidente, i consiglieri e giurati del Circolo Straordinario di Lucera.
“ Signori, Sacra è la sventura: le sue voci
non possono tornare inesaudite, sapendo esse trovare no profondo ne’
petti Umani, la cui mercé soventi siamo Noi, come da irresistibil forza menati
a commiserare i nostri simili. Nell’era del sonno che l’infelice costernato
sotto il pondo della miseria, col fievole sospiro dell’augolica drizza al
Cielo una parola, onde piova sul suo capo abbattuto benefica rugiada di
provvidenza; egli non va deluso. La pietà del Cielo tarda sovente; ma giammai
non manca. E’ l’uomo!... oh l’uomo volgerà egli altrove lo sguardo quando un
misero sfolgorato della sciagura si volge a lui perché gli stenda pietosa una
mano?!... quando saprà che egli forse sortiva i natali luminosi al par dei
suoi?... quando saprà che egli nascendo alla vita, la vedeva infiorata dal
sorriso del più felice avvenire, lorché un turbine avverso lo faceva bersaglio
della prepotenza della sventura? No!.. No!...
Signori!: l’ora solenne che deve decidere
dell’avventura del giudicabile Francesco Cascavilla è segnata. Questi che
volgono per me sono momenti suprimi!!... Io volendo aggiungere alcune
circostanze che la difesa dell’onorevole Signor Goffredi jeri non sommise
alle SS.LL., mi onoro sommetterle il presente foglio, sperando volerlo
accogliere di buon grado, onde la Giustizia possa più chiaramente decidere
sulla sorte mia. Eccone la definizione.
1°. Che non suol ritenersi autore degli
arresti il Cascavilla, poiché si è abbastanza provato colla dichiarazione di
D.a Rosa
Merla che D. Emanuele Sabatelli era colui che ordinò gli arresti, per i quali
aveva formato una nota, e la opponeva al pubblico: che il D.o
Sabatelli, giusta le dichiarazioni di
D.a Bambina
Pomelli ordinava di ben custodire i ventidue imprigionati: che Sabatelli
gridava l’uccisione della famiglia Irace, giusta la dichiarazione di Antonio,
Celeste e Maria Rosa Cascavilla: che il Sabatelli fu quello che incitava la
plebe alla rivoluzione per i fatti avvenuti con lui il giorno 20 con la
famiglia Irace: e che in somma Sabatelli era quello che formò antecedentemente
un partito per giungere allo scopo. Ed è perciò che per questi, ed altri
motivi addotti dall’Avvocato antedetto, capo e promotore della reazione fu il
Sabatelli, e provocatore Vincenzo Irace, nonché il di costui fratello e
genitore. Svanisce perfettamente per Cascavilla l’idea di esser stato capo
della rivoltura, ed autore degli arresti.
2°. In quanto al giorno antecedente agli
arresti, ossia al 21 ottobre 1860, Cascavilla non fu l’istigatore della
sommossa, poiché quando il medesimo si trovava alle vicinanze del paese, venne
a viva forza trascinato dal popolo a gridare seco loro, Viva Francesco 2°.
E, qui, o Signori, osservasi la verità per la
contradizione di D. Federico Verna, e D. Bartolomeo Sabatelli; cioè che il
primo sostenne che il Cascavilla dopo lo attacco alla G. N. riparò sulle
creste dei monti, ove trovò il detto Sabatelli, a cui richiese armi, e
munizioni, e profferì le parole che andava a confessare ai Cappuccini, e
quando tornava sapeva egli che farsi; mentre Sabatelli sostiene che ciò
avveniva pria di scoppiare la reazione, e ciò avvenne al suo ovile, il quale è
in molta lontananza dalla costa, e per dove non si accede ai
Cappuccini. E qui, o Signori, vi è l’altra circostanza, come da molti si
sostiene, che i sbandati calarono dal cosidetto Pinnino. Dunque leggesi
chiaro che tanto il Verna, quanto il Sabatelli mentivano avanti la Giustizia;
come così pur dicesi per gli altri, i quali han voluto mostrare alla Giustizia
non altro che i Sogni di Dante. In tal reiscontro abbiamo le insidie che
barbaramente si tramarono contro Margherita Pusterla, marito, e figli, giusta
quanto se ne addita l’isteria. Se si guardano con attenzione le tavole
processuali altro non si scorge che una contradizione di fatto, abbenché
avessero le principali, ed i testimoni parenti, antecedentemente tenuto un
concordato tra loro.
3°. L’accusa chiama il Cascavilla autor
principale della stragge; e perché? Signori, da una lunga serie di testimoni
si assodava che Cascavilla in quel giorno era nella contrada Mattine. Ma si
dice che era andato a raccorre gente per condurla in paese, e D. Emmanuele
Bramante che diceva? Diceva che al ritorno verso le ore 23 tornava solo. Ma
l’accusa sostiene che Cascavilla moralmente presenziava? o Signori, ciò altro
non è che una immaginazione, e né può dirsi che il Cascavilla aveva estimata
tale idea , e né l’uomo può conoscere i sentimenti dell’altro. Ed in vero, la
dichiarazione di D. Antonio di Girolamo, figlio adottivo del giudicabile
Nicolantonio Sabatelli, diceva che Cascavilla era alla vedetta di lontano, ed
avvertiva la popolo che veniva la forza, e che si fossero massacrati quelli
nel carcere, mentre i suoi detti sono perfettamente falsi, e non avvalorati da
niuno, poiché, come si è provato, Cascavilla non poteva ordinare, e né
avvisare, stante esser tornato alle 23, quando gli eccidii si erano consumati
da circa ore quattro antecedentemente. Tale dichiarazione non può avere i suoi
effetti legali, primo perché figlio adottivo di D. Nicolantonio Sabatelli,e
secondo perché i suoi asserti non sono coincidenti con quanto veniva assodato.
Per tale dichiarazione il di Girolamo al cospetto dell’Eterno ne sentirà il
rimorso, ma Iddio lo rimetta in pace. Ecco dunque come svanisce ogni
colpabilità per Cascavilla, pel quale non può ritenersi l’immaginazione di
avere scienza dei fatti suddetti, e né che egli andava a ...(raccogliere
gente) per menarla in paese, poiché d’esso è una parola stragiudiziale,
giacché dicesi di averlo inteso per pubblica voce.
Si noti pure come i testimoni vanno
banchettando, poiché Anna Maria Mucci diceva non fidarsi riconoscere
Squarcella, mentre essa ben lo conosce, poiché il fratello di costui è cognato
della testimone, e che Squarcella ha avuto sempre relazione colla testimone; e
perché forse la coscienza la richiamava al pentimento in ciò che diceva, e per
non ritrattarsi, onde subire non solo il giudizio di falsità, e le minacce
fattale dalle principali, se ne usciva col non fidarsi riconoscerlo. E così
per tutti.
Signori: Vi sovvenga però che io non feci
l’Uomo delle vendette, abusando del potere e della forza e dissipa e svana:
non l’ingorda sete dell’oro, o la brama del delitto con sì felice successo
fuori mi traeva l’arma della caduta Dinastia ove contai due lustri di affanno
sotto il peso di dure ritorte; ma l’amor della Libertà e della giustizia
offesa: non corsi, antecedentemente alla reazione le campagne, per capriccio
di taluni, come un profugo scellerato spargendo il lutto, e la paura; ma come
l’esule sventurato, portando ovunque la letizia e la confidenza: giammai, in
tutt’i riscontri di San Giovanni, mi balenò nella mente il perfido pensiero di
brattarmi le mani entro il sangue dei fratelli, che anzi li porsi amica la
mano, ed avevo ferma la volontà di soccorrerli, che maledetto chi fu colpa, di
privarmi, pria che mi fossi munito di un partito: di una volontà che sentiva
vivo il dovere, e l’obbligo di soddisfare con grande gloria: non violai la
intenerità della Vergine, ma le fui sostegno nel periglio... che altro?... mi
vidi da dappresso il nemico, il traditore, tramare le insidie alla mia vita, e
mentre poteva io lordar del sangue suo quel pugnale che egli voleva intriso
del mio, gli fui prodigo di perdono. Che altro?... oh! no che l’animo delle
SS.LL. non lasceranno intentato alcun mezzo per procurare il mio meglio. Io ne
ascolto le voci.
Spiritus Sancti gratiae illuminat sensus et
corda vostra. Dal Carcere il 29
luglio 1863, Francesco Cascavilla umilia”.
Nicola Siena
Prima della sentenza l’imputato inviò la
supplica che segue al Presidente, Consiglieri e giurati della Corte di Assise
di Lucera. Il Siena, forse per le prove schiaccianti raccolte contro di lui, è
l’unico imputato a non negare le sue colpe. La sua azione crudele sembra
essere stata determinata dal forte odio per la classe dominante, lungamente
represso. La sua difesa è in realtà un atto di accusa. Non c’è rimorso di
coscienza. Nelle sue parole v’è però la voglia e il coraggio di assumere le
proprie responsabilità di fronte alla giustizia dell’uomo. E confida nella
benevolenza della giustizia divina, appellandosi alla figura del Cristo, vero
dispensatore di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza .
“Signori,
Suonava felice nei petti Umani la voce della
libertà; libertà che sorrideva all’apparir del primo tuono che scoppiava dalle
Alpi, e che al suo transito per le Province del mezzogiorno ci venia cortese
presentato dall’Eroe Dittatore Giuseppe Garibaldi. Questo sì fu l’uomo che
seguiva le orme di Cristo; quel Cristo che portò agli uomini la vera libertà,
e la comperò col prezzo del Suo Sangue: quel Cristo sì che si compiacque di
morire per redimere dalla schiavitù dei tiranni il popolo a sé tanto caro:
quel Cristo che guardò sotto di sé eguali: quel Cristo in somma che volle
volle togliere il velo dell’ignoranza a colui che nelle tenebre era
avvolto. Sorgeva il grido per l’Indipendenza Italiana; sorgeva la voce,
Siam fratelli; sorgeva il giubilo Siamo liberi; scuoteva l’aere e
chiudeva in seno l’amore dei figli d’Italia: suonava il sacro bronzo, la
tromba, ed ogni cedra che annunziava la parola della libertà per parte di
Dio... Siam eguali? Siam fratelli? Siam Italiani? Siam liberi-indipendenti?
Dalle tenebre si passava alla luce? Dai tempi di Nerone si passava alla calma?
Dalla oppressione e dalla tirannia si andava al riposo? oh Signori, se per
l’uguaglianza non è così, mentre in ogni Comune si commettevano le private
vendette, non si dimenticavano gli odii, non si abbandonavano i raggiri, e
quindi cresceva vieppiù la discordia, come in molte parti si è osservato. Se
per la fratellanza, non è stato altro che tanti rivali tra loro tramanti
insidie per distruggersi. Se siam Italiani o Signori, non s’impugna, ma
Italiani volevano preferirsi non nella generalità, ma nel particolare, cioè
che il poco numero di quei che dalla zappa passavano al candeliere volevano
avvilire la condizione dei molti, e rimanerli per sempre avvolti nel buio
della notte, ma no, essi a ciò erano tanti ingrati, come lo sano stati. Siam
liberi per qual verso? libero si chiamava colui che ha la volontà di disporre
a suo talento, e non già colui che ha la volontà di imporre di fare quello che
un altro sente; libertà si chiama nel generale e non nel particolare come si è
osservato e si osserva: libertà è pel nobile e pel plebeo, e non già per
taluni: (....?). Dalle tenebre andavamo alla luce? No Signori, anzi dalla luce
passavamo alle tenebre più profonde. Da Nerone passavamo alla calma? No!...
Anzi dalla calma passavamo alle barbarie. Ci toglievano sotto l’oppressione?
oh! no, poiché invece di darsi a tutti la pace, si dava la discordia; invece
di rendere sicuro il proprio domicilio, si violava; invece di cautelare i
dritti del cittadino, si cercava romper l’anello sociale; ed in somma, invece
di mostrare cortesie, si usavano non altro che congiure, maldicenze, e
minacce. Ecco dunque come sorge alla vita la radice impura della
disuguaglianza, della discordia; e quindi non possiamo né essere liberi, né
fratelli, né Italiani, né cortesi, né surti dalla tirannide. Ma mi si potrebbe
dire: chi fa sorgere tali quistioni? O Signori, Non me ‘l so dire; interrogate
Voi il segreto dei vostri cuori. Ed in ultimo a chi si affidavano gl’incarichi
de’ nobili disegni? A tanti, lo dico, e tanti che erano stati abbandonati
dalla fortuna; eccetti però coloro a cui si fa ogni venerazione. Cosa di buono
opravano pel pubblico bene? Opravano il togliere solamente le sostanze dei
poveri, ed onesti cittadini. Ecco l’agira dei piccioli comuni, e pei fatti se
ne descrive qualche successo avvenuto.
Signori, in San Giovanni Rotondo compariva al
comando del nobil corpo Nazionale D. Gennaro Padovano, D. Federico Verna, ed
altri, di cui non si osa turbare le ceneri; uomini questi che bramavano la
fraterna distruzione, come in fatti tra loro tiravano un Vincenzo Irace, il di
costui padre, e fratello, onde mettere in non cale l’onore delle famiglie, e
far man bassa le altrui proprietà. D. Gennaro Padovano cercava sempre, e
minacciava la desolazione del paese, come in fatti, dopo formato il partito,
nell’ora solenne del plebiscito, infiammava la rivoluzione del paese, ed egli
faceva eco alle voci del Clero con cui si teneva il concordato. Il Verna con
altri infiammava la distruzione dei buoni, ed onesti cittadini, onde
signoreggiare essi, perché in tutte le epoche sono stati schiavi della
miseria, della lascivia, e dei mali fatti: il Verna sì, fu quello che opinò la
desolazione di San Giovanni Rotondo, egli fu che con altri suoi congiurati
verso il popolo, e depose le armi. In somma il Padovano, e il Verna furono gli
autori dei disordini, come coloro che fornirono di armi il popolo.
Signori, per Verna non può rivocarsi indubbio
che avesse una riprovevole condotta, poiché oltre di essere dedito alla
prostituzione, e quindi per i fatti nefandi che ha commessi, e commette; come
ce lo additano tanti fatti di fresco sviluppati, pei quali vien gravato di una
processura, e cioè che non ha guari scassinò la casa del defunto Canonico D.
Domenico Palladino, e vi rubbò quanto vi esisteva: ha avuto relazioni con i
briganti in campagna, ed esigeva la camorra e divideva i ricatti con essi. Chi
erano i briganti quelli della campagna? Oh no, il Verna che tradiva il proprio
dovere, e calpestava il vessillo dell’Eroe di Marsala. Verna uomo colmo di
miseria, ora è in uno stato mediocre, e perché? Perché ricattava, rubava, e
prometteva a chi reo in quel bollore agli arresti per San Giovanni, la
libertà, come in effetti, essi godono la libertà, e gli innocenti soffrono la
carcere, sotto dei quali si vuol covrire la ...nità dei suoi delitti: egli
provocava col fatto del 19 ottobre 1860 la famiglia Antini; quell’Antini che
con lui teneva un combinato, e sotto tale aspetto cercava ammantare le sue
nefandezze. Signori, i fatti ce lo dimostrano, poiché chi non aveva mezzi non
poteva procurare una reazione: chi non aveva mezzi non poteva prestare armi,
ed in somma chi non ebbe mezzi negli arresti di San Giovanni non gode la
libertà mentre Michele Ricci, Raffaele Padovano, Seppe Ricci, ed altri, che
erogarono una somma non lieve che si divise col Procuratore Generale Rossi,
godono la libertà e quando si nominano nelle pubbliche discussioni non si osa
farne parola, e significa per accettare le nefandezze di coloro che rovinano e
hanno cercato di rovinare molte famiglie di San Giovanni Rotondo. Ma di grazia
chi son coloro che debbono pagare le colpe dei malfattori, ricchi o poveri?
Ah! che la lingua non si fidasi dirle!... Son tanti miseri che come il Cristo
soffrono gl’insulti di Erode di Caifa, e Pilato, il quale mentre lo confessa
innocente, pur lavandosi le mani lo condanna a morire.
Signori, complici dei fatti, anzi autori,
principali col Verna furono Vincenzo Mancini, Federico Padovano, Giovanni
Merla, ed Onofrio Latiano, i quali firmano la comitiva occulta del Verna, col
quale mantengono irrequieto l’ordine pubblico, e la intemerità della Vergine.
Chi, o Signori, veniva a dichiarare su tutt’i fatti di San Giovanni? i
suespressi e D. Onofrio Lisa che pur è rubricato in tali misfatti del Verna.
Chi distruggeva la famiglia Cascavilla con fucilare uno, e far condannare un
altro, che pure è morto, nonché far partire un altro che era il sostegno della
famiglia sotto le Armi di Vittorio Emanuele?. Chi manometteva la proprietà nei
domicili dei cittadini? Il Verna con la sua antedetta occulta comitiva. E
pure, a’ medesimi si presta fede nei giudizi, si ascoltano le di costoro voci.
Oh Cielo!!...
Signori, Da ultimo si fa sentire che gli
assassini e gli autori sono stati i suddetti, ed altri, perché tra loro vi
erano delle private vendette, e che la stragge si comandava dal Verna, e dall’Antini;
e Verna disse uccidete che sarete premiati. Verna faccia in udienza il
pianto del coccodrillo e non Cascavilla che col cuore si dispiaceva di quegli
avvenimenti.
Signori, se le SS. LL. non si sono a fondo
persuase moralmente di questi fatti (… ), oh! che il Cielo ne sentiva pietà, e
l’Eterno alzerà il suo furore: ma non così Iddio saprà calcolare, perché gli
animi delle SS.LL. son rivestiti di Nobiltà, Religione, e Filantropia; e
quindi si attende per la causa tutta la Giustizia; quella Giustizia che
s’innalzerà fino al Tribunale del Divinissimo, cui ne benedirà le Anime dei
degni, ed onesti giurati.
Dal Carcere li 30 luglio 1863 Nicola Siena
umilia”.
Gli imputati uniti supplicano la clemenza dei giudici
Ai SignoriPresidente, Consiglieri,
Procuratore Generale, e Giurì della
Corte di Assisi del Circolo Straordinario di
Lucera.
Signori, Un Dio che veste le miserie ed il
peccato altrui, viene tra i Suoi, ed è ripudiato: benefica, e non trova che
ingrati; sparge il vero, ed è calunniato; e la calunnia trionfa; un amico lo
vende, gli altri lo abbandonano; un popolo, tra cui trascorse beneficando, le
grida a morte, e morte decreta una politica atroce mentre lo confessa
innocente. Quanto lui chi soffre? Sei tu innocente? ma chi come lui? Patisci
per la Giustizia? ed egli era venuto in terra per portare la verità e la
libertà vera. Ed egli pure sentiva tutte le umane affezioni: Sulla tomba di
Lazzaro pianse: s’indispette alla durezza di cuore dei giudici: anelò mangiare
la Pasqua coi suoi fratelli, gemette sui preveduti guai alla patria:
antivedendo la sua passione, venne triste fine alla morte: pregò che quel
calice gli fosse levato, quando ne sorbiva le ultime stille si querelò col
padre che l’avesse abbandonato: - e spirò, e lasciava detto che chi non
togliesse la croce Sua, non era degno di lui. I tristi dei Comuni,
galantuomini e professori, se non ancora non osavano attentare direttamente
alla libertà Italiana, se ne preparavano la via col corromperla, o col
fomentare i mali umori. Sotto pertanto a quest’infame influenza, le inimicizie
cittadine ivi più che altrove imperversavano: talché invece di maturare un
comodo sentimento di nazionalità, dal quale soltanto potevano sperare frutti
per l’avvenire, combattevansi, e contrariavansi l’una l’altra in patria;
riguardavano l’angolo dove ciascuno era nato; e da qui si fomentava la brutale
idea della discordia, e della desolazione. Si augura alle SS.LL. un felice
avvenire, si augura pel loro meglio, giacché questo proverebbe che essi non
hanno, ai loro giorni avuto incontro con simile fiore di scellerati, né
conoscono per prova con quanta sottigliezza ci sappiano insinuarsi negli
animi...
Signori, non si mette fuor di dubbio che in
San Giovanni Rotondo siano avvenuti fatti atroci e spaventevoli: e non si fa
torto alle parti principali di cercarne contro i colpevoli la punizione; ma
pur esse non devono tradire la propria coscienza con dire fatti concordati tra
loro, ed incolpare tanti innocenti; contro i quali venivano i testimoni di
stretta, e larga parentela delle principali medesime: e se qualcuno non vi
appartenesse, come Angela Puzzolante, Vittoria Savino, ed altre, sono
immorali: se altre vi fussero, come Vincenzo Mancini, Biase Savino, Angela
Maria Scarale, ed altri; il primo è aderente di Verna, e Ventrella, i secondi
hanno dovuto tradire la loro coscienza perché minacciati dal Capitano Verna,
Leandro Cascavilla, Vincenzo D’Errico, Federico Padovani, ed altri; e un tale
Michele Mischitelli, ed Angela Maria Scarale lo han detto non appena giunti in
paese; e tanto non lo dichiarano alla giustizia per timore della vita. Se le
pruove a discolpa udite si mostravano negative, e chi superficialmente
discopriva il vero, lo erano perché fortemente minacciati dai predetti; come
fu una tale Anna Maria Mucci, a carico, che dopo esaurita la posizione fu
portata da Raffaela Ruberti, Angela Fini, D.a M.a Giovanna
Maresca, ed altre, a festeggiare nella locanda qui in Lucera. Ieri nell’atto
che si esaminava Vittoria Rossi, Angela Fini si morsicò il dito, e Vincenzo
Mancini si strappò i capelli, rivolgendosi al Capitano Verna, e quindi al
giurato Sig.r Lepore,
il quale, com’è noto, si dolse con il Presidente. Ecco Signori, gl’intrighi, e
i turpi modi di agire delle persone che vogliono covrirsi sotto il manto di
probità, e di legalità.
Da ultimo si oppone alle SS.LL. che la causa
si è fatta e conchiusa tra parenti, congiunti e nipoti, zii, e cugini delle
principali, fra i quali vi è stato antecedentemente un concorde esame; e da
quelli che si doveva conoscere il vero, non si è potuto, per i modi
subernativi del Verna ed altri. In somma il Verna per covrire le sue colpe
commesse nella reazione, giacché egli infirmò la distruzione di tutto, per
indi egli signoreggiare, ed uscire dalla profonda miseria, osa adesso tanti
mezzi ; degni soltanto dell’uomo vile; onde far dichiarare colpevoli i
giudicabili; i quali, persuasi di ciò, offrono a Dio le loro lagrime, e
sommettono alle SS.LL. le preghiere di avere sotto l’occhio la bilancia di
mugnajo. Iddio quindi Le benedirà dal Cielo.
Lucera dal Carcere li 10 luglio 1863. I
giudicabili nella causa supplicano come sopra”.
Anche l’Avv. Antonio Lecce supplica giustizia
Terminati i processi, l’Avv. Antonio Lecce,
figlio del martire Tommaso, non si rassegnò mai al fatto che i maggiori
colpevoli della reazione potessero circolare liberamente per le strade
sangiovannesi. Di tutt’altro tenore, rispetto a quelle dei giudicabili, è
questa sua supplica del 9 ottobre 1876, inviata al Ministro Guardasigilli, al
Procuratore Generale della Corte di Appello di Trani e al Procuratore del Re
di Lucera, pochi giorni prima del sedicesimo anniversario di morte dei
ventiquattro liberali:
“E’ una fatto pubblico come a San Giovanni
Rotondo a 23 Ottobre 1860 la terribile reazione faceva scannare e tagliuzzare
orrendamente con le scuri, 24 liberali quasi tutti padri di famiglia, da
lasciare un metro di sangue nelle prigioni del martirio!... Alcuni dei ciechi
agenti materiali dell’assassinio immenso, furon colpiti dalla
giustizia; ma coloro che dettero le istruzioni, lo promossero e lo comandarono
in sino alle ultime conseguenze, scamparono dal Consiglio Subitaneo di Guerra
e sfondarono da mosconi, la tela di ragno della Giustizia di quel tempo, a
tutto crucio e dispetto dei moscherini. Vi furon pure in quel triste periodo,
dei forti scrocconi che vendettero il sangue di quegli infelici, e si
impinguarono soverchiamente nella calamità pubblica col terrorismo e la
minaccia di galera che fecero a molti reazionari scampati.
La opinione del generale è scossa e
stupefatta; i pochi uomini d’intendimento sono indignati per tanta ingiustizia
ed il sottoscritto reclama dall’Eccellentissimo Guardasigilli ed Illustrissimi
Procuratore Generale e Procuratore del Re, or che è tempo di luce e di
Risorgimento, che dispongano novella accurata istruzione sulla posizione
generica che poi si farà addivenire specifica. Quali uomini si designano Capi
della Reazione dalla coscienza dell’universale a San Giovanni Rotondo, e
donde premani il sentimento unanime della specificazione a promotori della
Reazione per costoro impuniti! Pria che decorra il termine prescrittibile e
dei venti anni per reati di tal genere, che importano lavori forzati a vita,
io forte nel mio diritto, scendendo anche a formata querela diretta, non darò
tregua ai Reazionari, perché siano giudicati come legge indetta, né mi
stancherò supplicare, come oggi, per arrivare alla soddisfazione del voto
popolare e di quello di mia coscienza!...”