Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo VII - prima parte

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A - M)

Antini Celestino, Giuseppe, salvatore e Vincenzo, di Francesco Saverio - Fratelli.

Nel Registro del Censimento 1857-1865 dell’Archivio della Parrocchia San Leonardo risulta che la famiglia Antini era composta dai genitori e sette figli. E’ tra quelle che pagarono un caro prezzo  per la partecipazione di alcuni suoi membri al movimento reazionario.  Alla fucilazione di Vincenzo e Giuseppe, al processo a carico di Celestino, poi condannato a 12 anni, si aggiunse la partenza  del quarto fratello Michele, soldato sbandato obbligato a servire la bandiera Italiana. Il Consiglio municipale, mosso a pietà, ad istanza di Michele, deliberò di chiedere per suo conto il rilascio del congedo assoluto, “onde potesse dar pane alla famiglia”.[1]

Antini Celestino, di anni 25.[2] Soldato sbandato, scribente. Il 9 ottobre 1862 il giudice Cutinelli dispose l’interrogatorio dell’Antini, che già si trovava  nelle prigioni di Foggia, forse accusato di brigantaggio, per accertare la fondatezza della seguente imputazione:

“... fra gli insorti prese principale parte in tutti i fatti criminosi sopraenunciati il controscritto (Celestino) Antini insieme a suo fratello Vincenzo, che la turba capitanava e dirigeva in tutti gli atti consumati, onde fu costui dal Consiglio Subitaneo di Guerra condannato a fucilazione”.[3]

Durante il dibattimento presso la G.C. di Lucera il testimone Carlo Fini, ritrattando una precedente deposizione, dichiarò di aver visto i fratelli Antini capeggiare il movimento reazionario. Il teste Biase Savino, il 7 dicembre 1861, dichiarò che “Antini che capitanava la turba era colui che fu fucilato”[4] (Vincenzo Gregorio), alleggerendo il capo di accusa di Celestino.

Celestino comparve anche in un elenco dei briganti sangiovannesi e come tale si costituì al Delegato di P.S. di S. Marco in Lamis il 28 giugno 1863.[5]

Accusa nel processo di Lucera del 1864: “... dopo l’attacco del giorno 21 tra Guardia Nazionale ed insorti si unì a questi ultimi ed armato di fucile girò per il paese... stette di sentinella al carcere nei giorni 22 e 23 e scaricò il suo fucile contro i detenuti... nel giorno 24 attaccò e respinse la colonna dei Garibaldini”.

Atto di Accusa della Corte di Appello delle Puglie - Sezione di Trani - del 23 gennaio 1865: “...Celestino Antini, disertando dall’onorevole milizia nazionale, cui apparteneva, si unì al fucilato fratello Vincenzo, e ad altri insorti, coi quali prese parte ai saccheggi, agli arresti, alla uccisione dei 22 catturati, ed al combattimento coi soldati Garibaldini. La Giunta municipale lo dice dedito al brigantaggio. Invano allega l’alibi che non è stato in alcun modo giustificato. Egli asserì che in quei giorni era ammalato; ma si contraddisse con se stesso dicendo di essere uscito in una di quelle luttuose giornate, ed altresì smentito dal medico, che lo aveva assistito”.

Salito al trono nel mese di gennaio 1878, Umberto I firmò nella residenza di Monza un decreto datato 26 ottobre 1882  col quale concedeva a C. Antini “il condono della rimanente complessiva pena accessoria della Sorveglianza della P.S. per anni 11 inflittagli colla già estinta complessiva pena di dodici anni di reclusione dalle Assisi di Trani con sentenza del 6 maggio 1866, per complicità  non necessaria in atti di brigantaggio; e con sentenza 14 dicembre 1869 per complicità necessaria in tentata estorsione accompagnata da sequestro di persona”.

Ritornato in paese, l’Antini visse fino alla bella età di 83 anni, risultando morto di bronchite cronica nel 1918. Il certificato di morte riporta la professione di  impiegato comunale.

Antini Salvatore. Vale ciò che si è detto nella scheda del fratello Celestino.

Antini Vincenzo Gregorio, di anni 28. Soldato sbandato, proprietario. Nel mese di maggio 1860, quando era ancora caporale in servizio nel 2° Reggimento Dragoni dell’esercito borbonico, inviò un esposto all’Intendente della Provincia, pretendendo di occupare la carica di brigadiere forestale comunale. Il Consiglio decurionale, presieduto dal Sindaco D. Michele Giuva, manifestò al riguardo le sue osservazioni:

 “... questa brigata forestale, è completa di tutti gli individui, non escluso il brigadiere forestale, in persona del concedato Michele De Muzis. Perciò non trova luogo a poter plaudire allo stato la dimanda del Sig. Antini, e riserba di poterlo considerare ed aver presente, e qualora si  desse una vacanza”.[6]

Questo diniego del 1° luglio 1860 può aver spinto l’Antini nella reazione. Riconosciuto tra i capi della rivolta, fu condannato a morte dal Consiglio Subitaneo di Guerra. La fucilazione avvenne in Contrada Olmi (“Vicino la Santa Casa di Loreto”), il 7.11.1860, alle ore 18, e seppellito nel camposanto nello stesso giorno.

Antini Giuseppe , proprietario, di anni 27. Nel 1851, essendo morto il “servente comunale” Francesco Saverio Antini, il decurionato pregò con calore le autorità di assegnare il posto vacante  al figlio Giuseppe, “commosso dalla posizione troppo triste e deplorabile della sua famiglia... quale famiglia consiste nella madre vidua e ne’ fratelli al numero di sette nella maggior parte minori ed infanti, meno il primogenito il quale trovasi a servire ne’ Reali Eserciti...”[7].

 Con rescritto del 1855 il Re lo aveva impiegato come usciere dell’Ufficio di Conciliazione, dispensandolo dall’età che non aveva. [8] Nel 1860 teneva ancora tale impiego.  Fu questa benevolenza del Re Borbone a spingere i fratelli Antini nella reazione? O fu la “provocazione”, non precisata, di D. Federico Verna, avvenuta il 19 ottobre 1860, alla quale accennerà  l’imputato Nicola Siena?

Giuseppe Antini fu fucilato in Contrada Olmi, come il fratello Vincenzo Gregorio.

Ateniese Giuseppe Michele antonio Esposito,  di anni 40, agricoltore. Il suo atto di nascita recita:  “... questa mattina alle ore 18 si è trovato dietro la porta del Convento di questi Padri Cappuccini un bambino che si presenta involto di alcuni cenci senza segno, cifra o lettera alcuna. Dopo di averlo osservato, abbiamo ritrovato esser maschio senza segno alcuno nel corpo, dell’età apparente di poche ore, e quindi abbiam ordinato consegnarlo alla nutrice Maria Ziccardi per farlo nutrire. A cui è stato dato il nome di Giuseppe Michele Antonio impostogli dalla Commissione di Beneficenza col cognome di Ateniese”.

Uno dei principali testimoni a suo carico fu Nicola Cascavilla, nipote dell’ucciso Gennaro, che si fece forte di altri otto testimoni. Dopo aver ricordato che la reazione politica del 21 ottobre 1860 costituiva una “pagina sanguinosa della storia contemporanea”, essendo stati “ridotti a pezzi 22 cittadini che erano il fiore della Scienza e del Patriottismo”, egli denunziò che “fra quei Cannibali vi stava Giuseppantonio Ateniese Esposito”, il quale si trovava già nel carcere circondariale, per reato forestale. Secondo lo stesso teste fu l’Ateniese a  nascondere Antonio Placentino in una casetta nel bosco di S. Egidio, prima che fosse ferito a colpi di moschetto dalla forza pubblica. Il Cascavilla concluse la deposizione con un segno di croce, esprimendo la certezza che un soggetto di tanta riprovevole condotta sarebbe stato espulso dalla società. Prima che la dichiarazione fosse trasmessa al Giudice istruttore Dell’Uva, fu annotato in calce:

 “Veniva forse per iscritto dimenticata la migliore circostanza per comprovare di quanto fosse stato capace l’Ateniese. Per mettersi egli armato nella sommossa accennata, ardiva salire nel Palazzo dell’attuale Capitano della Guardia Nazionale Sig.r Verna Federico[9], chiedendogli con minaccia fucili e munizioni da guerra; e con violenza si impossessava di due pistole, l’una delle quali gli veniva strappata da Giuseppe Leone fu Nicola, il quale lo rimproverava che in quel modo il Verna rimaneva inerme ed esposto agl’insulti della plebaglia”.[10]

La Giunta Municipale dichiarò G. Ateniese di condotta insoddisfacente sotto il duplice aspetto politico-morale.[11]

Accusa nel processo di Lucera del 1864: “... nel giorno 21 fu unito ai sediziosi che aggredì la casa Verna facendosi consegnare una pistola mercé minacce... Diede ricovero al brigante Placentino, già passato per le armi”. 

Atto di Accusa del Tribunale di Appello di Trani del 23 gennaio 1865: “.. Giuseppe Ateniese è notato dei medesimi eccessi (di Celestino Antini), come uccisore di Gennaro Cascavilla nel carcere, avendo rubato una pistola nella casa del Sig. Verna”. Era fuori carcere. La Corte del suddetto Tribunale con sentenza del 6 maggio 1866 lo condannò a dieci anni di reclusione. Morì in stato di detenzione nella Colonia Penale di Sarzana (La Spezia) il 12 gennaio 1876, qualche mese prima di finire di scontare la pena.

Baldinetti Francesco di Matteo, contadino, di anni 21. Soldato sbandato. Condannato a morte dal Consiglio Subitaneo di Guerra, fu fucilato in Contrada Olmi il  7.11.1860.

Bevilacqua Giuseppe Maria di Michele, bracciale, di anni 20.

Soldato sbandato. D. Federico Verna, nuovo Capitano della Guardia Nazionale,  fornì la seguente testimonianza a discarico:

“... coscienziosamente poi può accordare che l’altro sbandato Giuseppe Bevilacqua trovavasi a travagliare da molto tempo nella masseria di D. Giuseppe Sigismondo di Roccaraso, in tenimento di Cerignola, quindi non prese parte a’ fatti qui consumati”.[12]

Liberato dalle accuse, partì per completare il servizio militare.

Bocci Francesco fu Giuseppe, di anni 46. Soldato sbandato. Il Consiglio Subitaneo di Guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per poter istruire un più ampio processo nel termine di sei mesi. Fu nuovamente messo sotto accusa con atto del 1° agosto 1861. Il Bocci non si era certamente distinto come guardaboschi. L’ atto predetto segnala un precedente: “E’ notato di un delitto e di un crimine di estorsione con minacce in qualità di Guarda Boschi in persona di Nicola Piano ed altri. Con deliberazione del 14.5.1858 fu rinviata la causa al  Giudice correzionale e con sentenza del 21 giugno detto anno riportò la condanna a due anni d’interdizione dall’uffizio. Godé quindi l’indulto del 10.1.1859”.

Il 7 dicembre 1861, nel corso della causa di Lucera Michele Barbano, zio di Francesco Cascavilla, asserì di aver visto il Bocci  con un fucile puntato verso le sbarre, senza poter distinguere se avesse sparato. L’accusato, osservò che il Barbano lo stava calunniando per spirito di vendetta, poiché, cosa confermata dal teste,  aveva stilato alcuni verbali contro due suoi fratelli in qualità di guardaboschi. Si ignora l’esito del processo.[13]

Bocci Nicola Felice  di Giuseppe, contadino, di anni 60. Dopo la Gran Corte Criminale di Lucera anche la Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa per insufficienza di prove con decisione del 23.1.1865. Morì  nel 1871.

Bramante ludovico luigi abele ferrante di Filippo, di anni 36. Fu nominato arciprete il 12 giugno 1853. Dal censimento 1857-1865 risulta aver abitato in Via Campanile con la famiglia del fratello Emanuele, composta da otto persone. Erano suoi domestici Filippa Cirelli, Donato Lecce e Matteo Falcone detto La morte.

Quando la Brigata Romano giunse a San Giovanni Rotondo l’Arciprete Bramante, indiziato di reato, venne arrestato e dopo due giorni rilasciato. Ciò nonostante il Consiglio Subitaneo di Guerra lo chiamò come teste. Venuti alla luce altri elementi a suo carico durante i lavori del Consiglio, il Commissario del Re Serafino Albano propose che  fosse riarrestato e sottoposto ad un Consiglio di Guerra straordinario. Alla fine di un dibattito prevalse la tesi che solo il Tribunale potesse riesaminare il caso, giacché il Consiglio aveva avuto l’incarico di giudicare soltanto le persone rientranti nel processo sommario già istruito.[14]

Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” contro l’arciprete  perché i fatti contestati non erano stati provati o non costituivano reato.

Atto di Accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di Trani (il documento riporta la data di nascita errata del 4.2.1834): “Nell’ordinanza del Giudice istruttore si oppone all’Arciprete Bramante e al Canonico De Bonis il reato di pubblico discorso di natura da eccitare lo sprezzo, ed il malcontento contro le istituzioni costituzionali sul fondamento delle dichiarazioni di alcuni testimoni che farebbero credere di essere stata letta in Chiesa nel 29 settembre 1860 una lettera, o Enciclica di Roma, che dichiarava scomunicati quelli che seguivano le novità politiche di quel tempo... escluso il Canonico de Bonis nella requisitoria del Procuratore Generale è da notare, che soltanto tre testimoni riformerebbero il carico a peso del Sig. Bramante, ma pare inverosimile, come in una Chiesa stivata di gente, al dire dei medesimi testimoni, ed in occasione della festività di San Michele fosse riuscito a quei tre, e a nessun altro di sentire quella lettura. Se fu pubblica doveva ascoltarsi da tutti, o dalla maggior parte: se poi fosse stata la notizia privatamente partecipata ad alcuni, allora sfugge alle sanzioni della legge penale. Giova pure ricordare che i tre testimoni sono stretti congiunti degl’infelici sacrificati al carcere, e quindi di facile accesso a notizie non vere, quando non voglia dirsi di aver deposto sotto l’influenza delle proprie passioni o di spirito di parte, molto più che i testimoni chiamati in contesto dei loro delitti furono del tutto negativi”.

 La Giunta Municipale (intervennero Padovano Gennaro, Turbaccio Pasquale, Padovano Raffaele e il supplente Vincenzo Cafaro) aveva fornito al magistrato notizie favorevoli sul conto dell’imputato: “Per Bramante Ludovico Luigi - Parroco - (la Giunta) non rinviene elementi a fare osservazioni che degradino la sua buona condotta morale-politica”.[15] Così l’arciprete restò fuori carcere. Anche la Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa con decisione del 23.1.1865.

Morì di enterite  in Via Galiani, al numero civico 2, nel 1904.

Calderola Antonio Maria di Francesco e Brigida Cocomazzi, di anni 25. Bracciale, soldato sbandato.

Durante il processo di Lucera del 1864 era in stato di detenzione con la seguente accusa:

“... soldato sbandato, entrò armato in paese, eseguì tutti i fatti criminosi del giorno 21 indicati nel § 1... si adoperò all’arresto di Terenzio Ventrella e fu sempre veduto armato dal giorni 21 al giorno 24”.

La Corte di Appello di Trani nell’altro Atto di Accusa del 23.1.1865 annotava: “... essendo stato arrestato come soldato sbandato per rinviarsi al servizio militare riusciva ad evadere e riunirsi agli altri sbandati coi quali fu veduto prender parte a tutte le scene di orrore e sangue... Egli nell’interrogatorio asserì che in quei giorni era ammalato; ma si contraddisse con se stesso dicendo di essere uscito in una di quelle luttuose giornate, ed è altresì smentito dal medico, che lo aveva assistito”.

Con sentenza del sei maggio 1866, la Corte di Assise di Trani condannò il Calderola a quindici anni di lavori forzati, più le pene accessorie.

Camardella Francesco di Gennaro, di anni 42. Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato”.

Canistro Giovanni, contadino. Soldato sbandato del 57° Reggimento Fanteria. Renitente a ripartire per le armi, fece parte della banda brigantesca capitanata da Giovanni Russo e Teodoro Cassano. Il 24 gennaio 1862 le Guardie Nazionali guidate da F. Padovano gli procurarono due ferite, una delle quali molto dolorosa sotto le costole del lato sinistro, che gli impedirono di riprendere il servizio militare.[16] La Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa di reazione, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865.  Morì di occlusione intestinale nel 1911.

 Canistro Matteo di Giovanni, bracciale, di anni 23. Soldato sbandato. Al n. 22 del registro dei misfatti del 1860 si rilevò la seguente imputazione: “Associazione a banda armata d’individui al numero di 16 tendenti a distruggere l’attuale Governo...”.[17] Fu trattato da soldato sbandato anche se era stato congedato.Tanto dalla Gran Corte Criminale di Lucera quanto la Corte di Appello di Trani lo prosciolsero da ogni accusa per insufficienza di prove.

Cappucci Vincenzo Maria di Giuseppe, di anni 54, contadino.

Denunziato come colpevole, in un primo momento la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò “il non aversi luogo a procedimento”, perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato. Poi fu condannato a sette anni di reclusione con sentenza del 6 maggio 1866 della Corte di Appello di Trani. L’atto di accusa del 9 giugno 1865 aveva evidenziato: “Vincenzo Maria Cappuccio e Nicola Maria Capuano furono veduti e segnati anch’essi da molti testimoni fra i rivoltosi più attivi ed efferati”.

Cappucci Santo di Onofrio, contadino, di anni 25. Soldato sbandato. E’ uno dei reazionari fucilati in contrada Olmi. Abitava con la moglie ed un fratello.

Capuano Nicola Maria fu Antonio, di anni 26. In una lettera del Sindaco Giuva del 13.6.1863 il Capuano viene classificato “latitante”, perché colpevole di reati comuni.[18]

Accusa nel processo di Lucera del 1864: “... si unì agli insorti la mattina del 21 ed eccitò la sedizione... Seguiti gli omicidi di Maresca e di Bocchino, diceva ad Antonio Irani: - Dormite tranquillo, uccisi che ne avremo altri cinque o sei, ci queteremo”.

L’atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865 segnalò Nicola Maria Capuano tra i rivoltosi “più attivi ed efferati”.  Con sentenza del 6 maggio 1866 la Corte di Assise di Trani lo condannò a dieci anni di reclusione.

Carrabba Francesco (di anni 24), Giuseppe (di anni 19), Michele  (di anni 26) e Berardino ( guardia campestre di anni 22) di Antonio - Fratelli, tutti proprietari.

 Atto di Accusa del 23.1.1865 della Corte di Appello di Trani: “... non meno gravi sono gl’indizi che colpiscono i quattro fratelli Francesco, Giovangiuseppe, Berardino e Michele Carrabba, risultando dagli atti di aver essi precedentemente somministrato armi, e munizioni a(gl)i sbandati, che già si erano dichiarati ostili, ed avversi all’ordine costituito, e quindi furono tra i primi ad ingrossare le loro fila per commettere gli attentati sopradescritti...”.

Denunziati come colpevoli, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò per tutti e tre i fratelli il “non aversi luogo a procedimento perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato”.

L’ atto di Accusa del 23.1.1865 della Corte di Appello di Trani precisa che Michele Carrabba, dopo l’uccisione del Maresca,  “... ne calpestò il cadavere, e lo dilegiava, e quindi impossessandosi del cavallo di un Garibaldino ucciso nel conflitto recavasi in S. Marco in Lamis ove ne menava trionfo dicendo ecco il cavallo di Garibaldi”.

Anche la Corte di Trani, però, proclamò la loro libertà. La Giunta municipale aveva trovato la condotta politico-morale di Antonio Carrabba e figli “non riprovevole”.[19]

Cascavilla Alfonso Maria, Francesco e Vincenzo

di Filippo - Fratelli.

La madre era levatrice. Il padre, stando a quanto riporta il Villani, notaio.

Cascavilla Vincenzo, proprietario, di anni 18. Soldato sbandato. Esercitava il mestiere di apprendista-barbiere presso un certo Palumbo. Fu fucilato il 7.11.1860 in Contrada Olmi, quale reazionario.

Cascavilla Alfonso Maria Vincenzo, di anni 20. Condannato a morte dal Consiglio Subitaneo di Guerra, il Governatore della provincia sospese l’esecuzione della sentenza per i seguenti motivi:

“1. perché i testimoni... non lo indicavano come colpevole degli omicidi, ma un solo testimone, chiamato in pubblica discussione, diceva di aver preso parte alla resistenza, nel corso della quale avvenne un omicidio;  2. perché il Cascavilla appena avea sorpassato il diciottesimo anno; 3. perché un altro suo fratello veniva colpito dalla stessa pena; 4. perché andava fuggitivo un terzo fratello a nome Francesco, capo degli assassinii commessi in San Giovanni, ed il quale non potrebbe schivare, arrestato che fosse, la pena capitale”.

Una grazia sovrana gli commutò la pena capitale nei lavori forzati a vita.

Cascavilla Francesco  fu Filippo, di anni 25, scribente. Soldato sbandato, celibe. Abitava con la madre e cinque fratelli, tra cui il fucilato fratello Vincenzo e non esercitava mestiere alcuno.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di sette delitti e di un crimine di furto qualificato a danno di .... e tentato stupro violento in persona della medesima .... Con deliberazione del 19.2.1853 fu ordinata la conservazione degli atti in archivio pel furto e fu rinviata la causa  alla giustizia Regia per tentato stupro”.

Il 6 dicembre 1861, durante il processo di Lucera, il teste Giovanni Mucci ritrattò la precedente dichiarazione dicendo che non era stato Francesco C. ad arrestare il fratello Alfonso, bensì un altro fratello del quale ignorava il nome. Alla domanda dello stesso Cascavilla, se durante la sparatoria della sera del ventuno lo avesse visto nella turba dei rivoltosi, il Mucci rispose di non  averlo distinto. All’altra, se sapesse che egli era rimasto a letto febbricitante, il Mucci dichiarò di averlo visto a mezzogiorno e di aver saputo verso sera che andava anche lui togliendo le armi, e commettendo “altre nequizie” per le case.

Angela Fini, successiva testimone,  descrisse il ruolo attivo avuto dall’imputato nell’arresto del marito Michele Fazzano. Il Cascavilla, incassati i colpi, non ebbe osservazioni da fare. 

L’indomani depose D. Vincenzo D’Errico, fratello dei martiri Errico e Luigi D’Errico, che rincarò la dose: “Francesco Cascavilla fin dalla sera del sabato entrò in paese e procurò far sollevare la popolazione. Nel mattino poi del ventuno le grida furono emesse da una plebe capitanata dallo stesso Cascavilla, il quale fu primo a tirare un colpo di fucile contro la Guardia Nazionale... Francesco Cascavilla essendosi recato in casa di D. Antonio e D. Leonardo Ventrella diceva che la famiglia D’Errico doveva essere distrutta per le sue mani. Di quel fatto avvisato il fratello del dichiarante a nome Luigi, chiamò a se il Cascavilla per chiederne la ragione e questi negò, ma chiese un fucile e delle munizioni che gli furono date”.

 Secondo D.a  Raffaela Verna, l’imputato era rimasto nel portone di casa, fingendo di essere venuto in veste di amico; ma poi inviò gente ad arrestare il figlio D. Terenzio Ventrella. Aggiungeva quindi di aver appreso dai parenti che F. Cascavilla, dopo l’arresto di Agostino Bocchino, aveva istigato i  rivoltosi dicendo: “A voi manipoli, a voi manipoli”. Ed il Bocchino fu ucciso. Il testimone Francescantonio Ventrella, fratello di Terenzio, diede una versione diversa da quella della madre, asserendo che F. Cascavilla, una volta persuaso dell’infermità del Ventrella, era andato via; fu allora che sopraggiunse Giuseppe Tortorelli. Pasquale Campanile, infine, ritrattò di aver riconosciuti l’Antini e il Cascavilla nella moltitudine che gridava Viva Francesco nel giorno 21 ottobre.

Il reazionario integrò la difesa svolta dall’Avv. Goffredi con una memoria scritta in carcere il 18 maggio 1863:

 “...si discolpa dei fatti contestatigli, evidenziando che nel giorno della sommossa fu trascinato a viva forza dal popolo a gridare Viva Francesco II e non fu certo l’istigatore di quei disordini... il 22 ottobre, quando continuava ancora la reazione, si trovava in Contrada Mattine, ma non a radunare rinforzi, come risulta da alcune testimonianze, tanto vero che altro testimone, Emanuele Bramante, attesta di averlo veduto tornare in paese da solo e a tarda sera”. [20]

La  Corte di Appello di Trani lo condannò a sette anni di reclusione, con sentenza del 6 maggio 1866. Sfuggì, quindi, alla pena del carcere a vita inflittagli dalla Corte di Lucera. Morì nel 1888, di polmonite.

Cassano Paolo di Bartolomeo, di anni 28, contadino.

La Corte di Assise di Trani lo condannò il 6 maggio 1866, a dieci anni di reclusione.

Cassano Teodoro di Bartolomeo, di anni 31, contadino. Viveva in sottano proprio con la moglie ed un figlio.

Morì nelle carceri mandamentali di San Giovanni Rotondo in una sera di maggio 1863 “causa pallottole e ferite arma da fuoco”.[21] L’Arciprete Bramante annotò nel Registro dei morti della Parrocchia: “Morte dopo ferite. A’ reso l’anima al Creatore nelle prigioni, essendo stato ferito nella Murèce, mentre fuggiva  per la reazione del 1860, e prima si è confessato dal Can.co D. Donato De Bonis, poi si è comunicato ed estremato ed assistito al ben morire. Il di lui corpo è stato seppellito nel camposanto”.

La Corte di Appello di Trani, con atto del 20.4.1865 pronunciò l’accusa contro un “Cassano Teodoro di Bartolomeo di anni 35” colpevole di aver saccheggiato con altri la casa di Matteo Fini e sparato contro i 22 arrestati. E’ evidente, l’errore della Corte che lo metteva sotto accusa anche da morto.

Cassano Giovanni di Michele, contadino, di anni 31. Condannato dal Consiglio Subitaneo di Guerra, fu fucilato in Contrada Olmi il 7.11.1860. Viveva con i genitori, due fratelli ed una sorella.

Cassano Antonio di Michele.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di quattro delitti”.

Il 7 dicembre 1861 Carmela Dragano testimoniò che tra gli invasori della sua casa non vi era Antonio Cassano, ma  Teodoro Cassano, latitante. Fu quindi assolto.

Ciccone Santo di Donato. Il Consiglio subitaneo di guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per istruire un più ampio processo. Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di un delitto”. Il 7 dicembre 1861, durante il processo di Lucera, D. Vincenzo D’Errico espose quanto aveva sentito per bocca di un tale Domeo Fania e cioè che Santo Ciccone, dopo le fucilate al carcere, vi era entrato con una scure e con una sbarra di ferro tolta alla porta del Corpo di Guardia, allo scopo di uccidere gli infelici, cosa che fece anche l’imputato Nicola Siena. Gli accusati non fecero osservazioni. Michele Mischitelli aveva visto il Ciccone, sempre in compagnia del Siena, spogliare un  garibaldino, ucciso a colpi di scure sotto gli orti. Specificò però di non aver visto scuri nelle mani dei due predetti individui. Si ignora l’esito del processo.

Cisternino Michele Pasquale di Silvestro, di anni 37.

Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato.

Fu nuovamente posto sotto accusa il 9 giugno 1865, dalla Corte di Appello di Trani:  “... Munito di bastone sormontato da una falce da uno dei capi si agitava ed eccitava tra la turba degli insorti mentre erano cominciate le violenze per impedire la esecuzione del plebiscito, e al momento della carneficina dei rinchiusi nel carcere egli se ne stava colà con piglio minaccioso, e fu tanto scellerato da ferire con scure  il figlio di Francesco Paolo Russo che piangeva sulla sorte che suo padre sagrificato...”.Si ignora l’esito del processo.

Cocomazzi Leonardo di Antonio, di professione bracciale, di anni 22. Soldato sbandato. Abitava in un sottano con i genitori, tre fratelli e due sorelle di età compresa fra i due e i diciassette anni.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di un delitto”. Il 6 dicembre 1861 il teste Michele Fraticelli asserì che tra gli sbandati che seguivano Antini vi era anche il Cocomazzi. Come si deduce dalla testimonianza di Angela Maria Scarale, “il Cocomazzi stava con lo schioppo avanti al carcere, e Tommaso Lecce e gli altri fecero tutti un fuoco”.

Con sentenza del sei maggio 1866, la Corte di Assise di Trani lo condannò a quindici anni di lavori forzati, più le pene accessorie, confermando la sentenza di Lucera di agosto 1863. Morì nel 1886, munito di tutti i sacramenti.

Cocomazzi Giovanni Battista di Giuseppe, di anni 22. La Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865.

Crisetti Giuseppe di Nicola Giovanni e Maria Aurelia Mangiacotti, di anni 19. La Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato.

De Bonis Donato di Carmine Antonio, di anni 36, canonico. All’atto del censimento abitava con il padre, la madre e due sorelle. Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” perché i fatti contestati non erano stati provati o non costituivano reato. La Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865. Era fuori carcere.

Del Mastro Leonardo di Arcangelo, nato in Carpino e domiciliato in San Giovanni Rotondo, muratore. Abitava con la moglie e quattro figli in una casa locata. Era fuori carcere. Dopo la Gran Corte di Lucera, anche la Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865.

De Padova Francesco di Antonio, di anni 23. Abitava in casa di proprietà con i genitori, tre sorelle, due fratelli, una cognata e la sorella di quest’ultima.

Atto di accusa del 9 giugno 1865: “Francesco De Padova viene primo tra li sette nuovi imputati che si portano a giudizio dietro da sentenza della sezione di accusa 20 aprile ultimo scorso. Il De Padova si teneva già sicuro pel lasso del tempo, tanto da protestare della sua innocenza e da reclamare perché non fosse ancora stato sciolto definitivamente da ogni responsabilità penale. Si illuse o trasse male i suoi conti. Il prosieguo di istruzione ha messo in essere a suo carico che avverso egli per spirito di parte al novello ordine di cose, favorì di lunga mano e caldeggiò l’insurrezione facendo capo sugli sbandati; per tale conosciuto, per tale dichiarato dalla Giunta municipale. Oltre di ché allo scoppio del movimento egli si gittò ben tosto in mezzo a quella incomposta e sfrenata plebaglia o barbaglia che fé seguito, e dié forza agli sbandati; s’armò di fucile e si dié a torno coi rivoltosi pel paese; ferì a colpi d’arme da fuoco Nicola Esposito, e non si trattenne nemmeno, per quanto da taluni sostenensi d’accorrere allo eccidio che curare e di sparare sugli infelicissimi paesani colà rinchiusi, e sagrificarli”.

La Corte di Assise di Trani lo condannò il 6 maggio 1866 a dieci anni di reclusione. Vittorio Emanuele II, con decreto del 28 febbraio 1876, gli concesse “il condono del resto della pena” abbreviando di un paio di mesi la permanenza del De Padova nel carcere penale dell’Isola della Gorgona, nell’arcipelago toscano.[22]

De Vita Gaetano e Salvatore Michele di Pietro - Fratelli.

De Vita Salvatore Michele, di anni 34. All’atto del censimento abitava in casa propria, con la moglie, una figlia e la suocera.

Atto di Accusa del 10 agosto 1861: “Michele Ricciardi nel mattino del 6 settembre 1860 muoveva da San Giovanni Rotondo recandosi nella propria vigna alla distanza di un miglio dall’abitato si vide aggredito dai fratelli Salvatore e Gaetano De Vita, che dopo avergli scagliato delle pietre gli furono sopra ed a colpi di scure lo rimasero esanime al suolo, sol perché il Ricciardi erasi denegato a restituire taluni animali sequestrati al padre di essi De Vita, e dei quali era consegnatario giudiziario. Le ferite riportate sul capo dal Ricciardi furono due, una nella regione occipitale, l’altra nella sincipitale ed altre due contusioni sulla dorsale e precordiale, giudicate tutte pericolose di vita per gli accidenti. Dopo tre giorni Ricciardi trapassava, e l’autopsia cadaverica faceva rilevare che le due su descritte contusioni avevano prodotto la cancrena e quindi la morte. La pruova specifica dimostrava chiaramente che gli uccisori furono i due De Vita. Arrestati dietro mandato di deposito, ed interrogati si asserivano innocenti. furono ristretti nella prigione di San Giovanni Rotondo ove stavano insieme a molti altri soldati sbandati fra i quali Antonio Marinelli, e nella notte dal 16 al 17 ottobre 1860 evadevano di là mercé frattura violenta del muro interno. La perizia assodava che i detenuti erano evasi dal carcere per un foro praticato nel muro a parte interna della prigione la mercé puntelli di legno adoperati a leva ed altri piccoli strumenti. Erano riassicurati alla giustizia due degli evasi cioè Gaetano De Vita ed Antonio Marinelli, quando già erano avvenute le sanguinose scene in San Giovanni Rotondo, e nelle quali gravemente si erano compromessi con il Marinelli suddetto. Interrogato costui sosteneva che vedendosi in carcere senza delitto, pensò di evadere dilatando un buco precedentemente praticato nel muro. Ed il De Vita sosteneva che egli se né uscì pure pel buco che erasi fatto senza sua cooperazione. Si completava la istruzione e questa Gran Corte con deliberazione del 16 aprile 1861 ammetteva l’accusa contro Marinelli e i due De Vita e fissava anche la pubblica discussione nel dì costoro interesse, quando essendo pervenuto il processo pei moti reazionarii di San Giovanni Rotondo, e legittimato lì arresto del Marinelli per la parte presa in quella tremenda rivoltura, non potette più oltre procedersi dovendo per l’unità dei giudizi espletarsi la causa con pubblica discussione”.

Accusa del processo di Lucera del 1864: “... nel giorno 21 armato di fucile con alla punta un fazzoletto bianco eccitò la popolazione e prese parte ai fatti del 21 meno l’attacco e resistenza alla Guardia Nazionale e gli omicidi di Maresca e Bocchino”.

Atto di Accusa del 23.1.1865 della Corte di Appello di Trani:

“... Molti testimoni...affermano che Salvatore Michele de Vita andava coi rivoltosi dal momento dell’insurrezione fino ai fatti successivi, prendendo parte attiva alla cattura degli infelici sacrificati nel carcere”.

La Corte di Appello di Trani riunì due capi di imputazione contenuti nell’atto di accusa del 12 giugno 1865:

1. Volontarie percosse gravi per gli accidenti, che fra 40 giorni per sola loro natura produssero la morte di Michele Ricciardi;

2. Fuga dal carcere di San Giovanni Rotondo con violenza e frattura nella notte dal 16 al 17 ottobre 1860.

La Corte d’Appello di Trani si occupò soltanto di Salvatore de Vita poiché la G.C. di Lucera aveva già legittimato l’arresto del fratello Gaetano, riacciuffato  col Marinelli qualche tempo dopo  la fuga dal carcere.

Dagli atti si rileva che la moglie di Salvatore aveva cercato di dissuaderlo dall’insano proposito di uccidere il Ricciardi, rimproverandogli che avrebbe lasciato i figli in mezzo alla strada e che fu lo stesso Ricciardi, prima di morire, a fare i nomi degli aggressori.  Salvatore, che si era finto ammalato mettendosi a letto, venuto a sapere che la giustizia stava procedendo, si  rivestì in fretta, dandosi alla fuga. L’alibi presentato alla giustizia veniva confutato da alcuni testi che avevano notato la presenza dei fratelli De Vita nella strada in cui consumarono l’omicidio.

Atto di Accusa del 9 giugno 1865 della Corte di Appello di Trani: “Salvatore Michele De Vita che fu uno degli autori delle percosse e ferite che cagionarono la morte di Michele Ricciardi si fece anch’esso notare nel numero dei più scapigliati rivoltosi, e prese soprattutto una parte attiva nell’arresto degli infelici sagrificati nel carcere”.

La Corte tranese il 6 maggio 1866 condannò Salvatore De Vita a ventun’anni di lavori forzati  e pene accessorie. Il 28 agosto 1878 il Sindaco di Pesaro comunicava al Comune di San Giovanni Rotondo la sua morte, avvenuta nel Bagno Penale di quella città:

“... do atto che alle ore 5 pom. del giorno di ieri (1 sett. 1878) nella porta del carcere al n. 1 è morto De Vita Salvatore, anni 52, pastore, figlio del fu Pietro. Nato e domiciliato a San Giovanni Rotondo=Foggia= Ammogliato con prole=F.to Ciro Gironi”.

De Vita Gaetano, di anni 23, pastore.

Con sentenza del 6 maggio 1866 la Corte di Assise di Trani lo condannò a dieci anni di reclusione. Morì nel 1869 nelle prigioni di Lecce.

Di Iorio (o D’Oria, o Iorio) Saverio fu Nicola, bracciale,  di anni 29.

La sua latitanza iniziò due mesi prima che fosse spiccato il mandato di cattura, che non poté essere eseguito.

Accusa nel processo di Lucera del 1864: “... fu dal principio della sedizione tra i malfattori, e perpetrò tutti i fatti criminali indicati nel §1... nella sera dello stesso giorno quando già erasi eseguita la uccisione di Antonino Maresca ed Agostino Bocchini gridava: - Abbiamo ucciso Antonino Maresca... fu cogli insorti a procurarsi i fucili e le munizioni della casa Giuva, prese parte all’arresto dello stesso e di altri cittadini... nel giorno 22 fece da sentinella al carcere”.

Atto di Accusa del 23.1.1865 della Corte di Appello di Trani: “... L’altro imputato Saverio Iorio è notato per uno degli effervescenti fra i rivoltosi, avendo saccheggiato la casa di Leonardo Cascavilla, ed attribuendosi a lui la cattura degli uccisi Achille Giuva, Alfonso Micci (Mucci) dopo la quale si pose di sentinella nel carcere...”. Durante il processo di Trani era ancora fuori carcere.

Con sentenza del 6 maggio 1866 fu condannato dieci anni di reclusione. Morì nella sua casa, nel 1884.

Figliolia Leopoldo fu Michelangelo e M. Murcisi, nativo di Foggia, marito della tigre Rosa Intorcia. All’atto del censimento abitava con la famiglia nel Palazzo San Francesco, essendo custode delle prigioni annesse all’ex-convento. I due avevano sette figli, quattro maschi e tre femmine. Su di lui gravava il sospetto di connivenza nella fuga degli sbandati dal carcere ma non risulta che vi siano stati procedimenti penali a carico.

Fini Francesco Saverio di Michele, di anni 27. Fu condannato a 18 anni di ferri dal Consiglio Subitaneo di Guerra. Era ammogliato, con tre figli.

Fiorentino Giuseppe Felice e Pasquale di Giovanni - Fratelli

Fiorentino Pasquale di Giovanni, proprietario,  di anni 50. Dopo la Gran Corte di Lucera, anche la Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865. Morì il  nel1886, munito di conforti religiosi.

Fiorentino Giuseppe Felice di Giovanni (calzolaio), colono, di anni 39.  Abitava nella casa paterna con la moglie, quattro figli e il fratello Pasquale.

Nel processo di Lucera del 1864 fu accusato dei medesimi fatti per i quali l’abolita Gran Corte Criminale di Capitanata con decisione del 18 maggio 1861 aveva dichiarato l’archiviazione degli atti.

Nel carteggio riguardante il Fiorentino spiccano alcune suppliche. In una di esse, diretta al Giudice istruttore delegato Giuseppe Cutinelli, scritta col fratello Pasquale l’11 luglio 1864, chiedeva che fossero sentiti alcuni testimoni che, a suo dire, lo avevano visto ritirarsi in casa all’inizio degli arresti. Egli dichiarava l’assoluta estraneità ai fatti contestatigli. Nella seconda, diretta al Giudice istruttore Mascia,  dopo aver ricordato che la Gran Corte, nella Camera di Consiglio del 18 maggio 1862,  lo aveva già prosciolto dal mandato di cattura, attribuiva ogni colpa del rinnovo dell’accusa e dell’ordine di cattura a “gratuiti nemici”, che si erano avvalsi di testimoni di parte favoriti dal fatto che il giudice Cutinelli non conosceva bene lo sviluppo delle vicende. Egli indicava un nutrito numero di persone  che avrebbero testimoniato, per conoscenza diretta o per averlo sentito dire, che nella sera dei primi omicidi egli non era uscito di casa. Tra queste il canonico D. Nicola Lombardi. Affermava anche che nel giorno dell’eccidio al carcere egli era rimasto nella masseria di D. Antonio Ventrella, a cinque miglia dal paese. Quanto all’attacco ai garibaldini, non aveva potuto parteciparvi poiché aveva aiutato il loro Maggiore a “condurre gli uomini verso la salvezza”.  Concludeva supplicando il giudice di porre fine a quattro anni di persecuzioni, appellandosi ai principi di equità e giustizia.[23]

Il Fiorentino non fu creduto. Si legge nell’Atto di Accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di Trani:

 “.... Sono troppo precise le circostanze deposte dai testimoni sul conto di Felice Fiorentino per escludere tutto ciò che costui con memorie scritte si è servito asserire in propria difesa. Egli è indicato come uno dei Capi fra gli agitatori, poiché con sciabola sguainata obbligava a gridare Viva Francesco II e quindi compilò le note dei liberali, che si dovevano arrestare, intervenendo a taluni arresti, e facendo poi la guardia al carcere. Vi è pure un testimone, che lo dice uno degli operosi agenti nell’incendio del disgraziato Fabrocini. Non v’ha dubbio che egli fu arrestato alla masseria Ventrella nel giorno 23 ottobre quando fu incontrato dalle truppe Garibaldine munito di fucile, e di un cassettino di munizioni, ma è certo altresì che al dire del testimone Lisa... egli aveva dovuto involarsi dal paese, dopo l’eccidio di quei sventurati, e che i rivoltosi tenendo accuratamente circondato l’abitato non poteva riuscirgli facile l’uscita senza muovere per commissione dei compagni.

Invano egli invoca la forza del giudicato, e la nullità della seconda istruzione, imperciocché la decisione di conservazione di atti in archivio riconosciuta dall’abolita procedura penale era meramente preparatoria, e non produceva l’assoluzione assoluta; ma il procedimento poteva rinnovarsi sulle basi di altri elementi. La identica disposizione è conservata dall’art. 433 del vigente codice di procedura penale, ed è erroneo supporre, che in questo caso la nuova istruzione dovesse autorizzarsi dalla sezione di accusa, essendo facoltà del P.M. di disporre delle indagini per la persecuzione dei reati. Per ultimo non pochi testimoni furono aggiunti a quelli precedentemente intesi, e quindi anche per questa parte è inattendibile la tesi dell’imputato”.

Atto di Accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865:“Giuseppe Felice Fiorentino è indicato come uno dei capi fra gli agitatori ed eccitatori della rivolta. Egli che con sciabla sguainata percorrendo le vie di San Giovanni Rotondo obbligava gli abitanti a gridare Viva Francesco II; Egli che compilò le note dei liberali che si dovevano arrestare; egli che intervenne pure a taluni arresti, e non tralasciò di fare la guardia al carcere: avvi benanche un testimonio che lo denunzia come uno degli autori dell’incendio della casa Fabbrocini”.

Il Fiorentino non entrò mai in carcere. Il 28 novembre 1863 i due carabinieri a piedi della Stazione di San Giovanni G. Torni e G. Valteroni, recatisi al domicilio del Fiorentino per eseguire il mandato di arresto, tornarono in caserma a mani vuote. Il reazionario si era dato alla latitanza da circa due mesi, senza far conoscere la precisa direzione presa.[24]

Condannato con sentenza del 23 gennaio 1865 fu per lunghi anni esule e latitante. Alla morte di Vittorio Emanuele II, Umberto I promulgava un’amnistia per i reati politici commessi dal 1860 al 1878. Grazie ad un’appassionante difesa dell’Avv. Minutillo, che riuscì a convincere i giudici della natura “politica” dei reati commessi, il Fiorentino beneficiò dell’atto di sovrana clemenza e poté ritornare liberamente in paese.

Morì di gastroenterite nel 1897 nella propria casa, “munito di tutti i conforti di S. Chiesa” ed assistito dall’Ecc.mo D. Giuseppe Massa.

Gaggiano Antonio Maria di Biase, bracciale,  di anni 30.

Atto di Accusa del 20.4.1865 della Corte di Appello di Trani: “... anche Antonio Caggiano veniva ritenuto come uno dei capi del movimento del 21 ottobre e negli omicidi di Maresca e Bocchini... (nelle cui case si fece saccheggio, ed insieme a sua moglie trasportava in casa parte del bottino...). Inoltre egli confessava di aver ucciso nel carcere il povero Michele Fazzano, perché era un liberale... E questi fatti sono sufficienti a costituire la loro reità”. Ma il 6 dicembre 1865 la moglie dell’ucciso Fazzano dichiarò che il Gaggiano non si trovava nel carcere, come se avesse voluto scagionarlo.

Si ignora l’esito del processo.Morì nella propria casa  nel1887, munito di tutti i sacramenti e assistito dal Sac. D. Giuseppe Massa.

Giampaglia Matteo di Giuseppe e Maria Costanza Fazzano, di anni 21, fabbro ferraio.

Dal verbale di cattura, avvenuta per mandato del giudice del mandamento di Monte S. Angelo, ci pervengono i suoi connotati: statura m. 1,68, capelli castagni, occhi cervoni, naso grosso, viso lungo, bocca media, colorito naturale. Il 28 ottobre 1863 il Brig. Minini e i carabinieri Valteroni e Torni, messisi sulle tracce del Giampaglia, giunsero alla masseria Cornella, nei pressi del ponte del Candelaro, in un tenimento di proprietà del Sig. G. Franco di Lucera. Notarono un individuo a loro sconosciuto e lo chiamarono. Interrogatolo, questi rispose di chiamarsi Matteo Giampaglia. Venne perciò arrestato e tradotto nel carcere mandamentale.[25]

Atto di accusa Corte di Assise di Lucera  processo del 1864: “... fu con gli insorti in tutti gli atti del giorno 21 e quindi eccitò i popolani ad armarsi contro i galantuomini, partecipò allo scioglimento dei comizi ed alla resistenza contro la Guardia Nazionale... fu con Gorgoglione a richiedere il fucile ad Antonio Irani ed alla negazione egli sparò contro lo stesso, come detto per il Gorgoglione... armato, eseguì molti arresti specialmente quelli dei fratelli Merla e padre e figli Irace nel giorno 22... stette di sentinella al carcere nei giorni 22 e 23”.

Atto di accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di Trani: “Fece parte degli ammutinati .Tentò di uccidere Antonio Irani, ed intervenne all’arresto dei fratelli Mele (Merla?)”.

 Trovavasi detenuto. La Corte lo condannò con la sentenza del 6 magio 1866 a sette anni di reclusione.

Gorgoglione Giuseppe di Antonio, di anni 24.

Il 9 ottobre 1862 risulta rinchiuso nel Carcere di Lucera. Il giudice Cutinelli, ai fini dell’istruttoria della causa dispose che il Gorgoglione fosse interrogato sui fatti seguenti, con diritto a presentare eventuali prove a discolpa:

“... tra gl’insorti svolse principal parte il contrascritto Gorgoglione, il quale si rese correo di tutti i fatti sopraenunciati, e con ispecialità partecipò nella uccisione di suo zio Tommaso Lecce anco incarcerato per vecchio rancore contro di lui; sparò contro D.a Giovanna Lisa mentre costei si portava al carcere per vedere suo marito Achille Giuva anco arrestato; unito ad un certo Matteo Giampaglia tirò un colpo di fucile nella sera del 21 contro il Signor Antonio Irani, che poscia col fucile impostato minacciò, e recatosi insieme ad altri nella casa del predetto Giuva eseguì coi suoi compagni A. Pazienza e Saverio Iorio, lo arresto dello stesso Giuva”.[26]

Altre accuse vengono dal processo di Lucera del 1864. Il Gorgoglione, tra i principali promotori della sedizione,  nel mattino del 21 ottobre fu visto, armato, ingiungere ai popolani di dotarsi anche loro armi per uccidere i liberali. Girò nel paese con una moltitudine di più di dieci persone, gridando Viva Francesco II. Prese parte principale allo scioglimento dei Comizi per il Plebiscito e partecipò agli scontri con la Guardia Nazionale. Recatosi a casa di Antonio Irani, chiese di consegnargli il fucile ed  avendo ottenuto un fermo rifiuto, gli esplose contro un colpo. L’Irani sarebbe restato senz’altro ucciso, se con fulminea mossa non avesse richiuso la porta. Il gruppetto riuscì invece a portar via le armi ad Achille Giuva, minacciandolo. Mentre si depredava nella casa di Leonardo Cascavilla, il Gorgoglione si mise di guardia giù al portone. Si pose di sentinella al carcere, minacciando di morte i congiunti dei detenuti e facendo anche fuoco contro di essi. Lo scopo principale della sua azione fu la morte dello zio Tommaso Lecce, fratello della madre, colpevole di avergli fatto sposare una donna che egli non amava, tanto che fu tra quelli che sparò nel carcere, dove lo zio era rinchiuso.

Atto di accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di Trani: Fece parte degli ammutinati; armato, eccitava alla rivolta; “intervenne al saccheggio delle case di Cascavilla, e Ventrella, e dopo aver disarmato, e fatto arrestare il suo infelice zio Tommaso Lecce fu uno di quelli che sparava nel carcere”.

All’atto del processo trovavasi in stato di detenzione. Per i suoi crimini il 6 maggio 1866 la Corte di Assise di Trani lo condannò ai lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici ed alla interdizione patrimoniale.

Morì nel Bagno Penale di Genova alle ore 5 a.m. del giorno 24 luglio1872.

Greco Domenico Antonio di Costanzo, di anni 58.

Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato. Si trovava fuori carcere.

Grifa Giovanni fu Antonio, di anni 37.

Atto di accusa del processo di Lucera del 1864: “... la sera del 21 armato di fucile ricercava di Michele Fazzano, e si pose in agguato nella scala di Ricci per attenderlo... entrato nel carcere nell’atto del massacro colla scure vibrò vari colpi contro i detenuti feriti o morenti”. Era fuori carcere.

Atto di Accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865:“... si distinse coll’incendio della casa del misero Fazzano e per aver questi nelle mani, minacciò di sagrificare i miseri figli. Quindi come Jena sitibonda di sangue entrò con altri cannibali nel carcere a far di scempio dei 22 che si avevano rinchiusi”. Era ancora fuori carcere.

 La Corte lo condannò a sette anni di reclusione con la sentenza del 6 magio 1866.

Grifa Leonardo di Saverio, contadino, di anni 27. Morì fucilato in contrada Olmi, vicino la S. Casa di Loreto, il 7.11.1860.

Grifa Michele Antonio di Matteo, bracciale,  di anni 27. Fu incarcerato come colpevole di reazione. Era un soldato sbandato. Si ignora l’esito del processo.

Guerrieri Esposito nativo di S. Marco in Lamis, di anni 22. Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato. Figlio naturale di Rachele Guerrieri, di S. Marco in Lamis, nel mese di aprile 1862 aveva i seguenti carichi penali presso la Giudicatura circondariale:

Al n. 37 - Crimini del 1861. Cospirazione ed attentato avuto per oggetto di distruggere l’attuale Governo Costituzionale ecc. L’istruzione venne avocata dall’allora Giudicato di Sansevero.

Al n. 8 - Crimini del 1862. Associazione di malfattori non minori di 5. Assassinio ed altri reati a 31 dicembre 1861 a 30 detto 1863. Spediti gli atti in due volumi al Giudice Istruttore di Lucera.

Nel registro atti d’istruzione, porta i seguenti carichi:

al n. 31 del 1862 - Banda armata in Grassazione di...

Al n. 43 del 1862 -  Banda armata in attacco e resistenza alle Forze Pubbliche, associazione di malfattori , formazione e comando (?) di detta associazione, depredazione di ... a 24 gennajo, 24 febbraio, a 26 aprile 1862. Spediti i processi al Sig. Procuratore del Re.

Al n. 34 del 1863 - Grassazione di un cavallo commessa in banda armata...

Al n. 82 del 1863 - Attacco contro la Forza pubblica commesso in banda armata ... a 11 luglio 1863”.[27]

Atto di accusa del 9 giugno 1865 della Corte di Appello di Trani: “...Pietro Guerrieri Esposito sornominato il Mulo di Durante,[28]d’infame celebrità nei registi e nella cronica penale, e che ora dicesi rifugiato in Roma e dinunziato come uno dei capi dei fatti più atroci consumatisi in San Giovanni Rotondo, né puossi muover dubbio delle sue reità dietro le molteplici e concordanti deposizioni dei testimoni”. Si ignora l’esito del processo. I documenti lo qualificarono brigante latitante.

Impagliatelli Matteo Michele Maria di Antonio, di anni 60. Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò “il non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato.

Intorcia Rosa fu Antonio, nata a Foggia, di anni 40, filatrice.

Moglie del guardiano del carcere L. Figliolia, Rosa Intorcia abitava  a  pochi passi  dalla porta del carcere, che era munita di un finestrino, sul lato destro entrando nel portone del Palazzo S. Francesco. Fu accertato che l’imputata nelle ore pomeridiane del 23 ottobre 1860 stava nella casa suddetta. [29]

Accusa del processo di Lucera del 1864: “... quando si sparse la voce che giungeva la Forza, essa invitò i malfattori ad uccidere i detenuti, rivelando che erano tutti vivi ed essa poteva vederli”.

Atto di accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di Trani: “... in tutti i fatti tragici, e clamorosi si è avuta occasione di notare lo intervento funesto di qualche donna per eccitare al sangue, ed alle stragi, e godersi ferocemente di quell’inumano, e fiero spettacolo. Né mancarono in San Giovanni Rotondo due di queste tigri, come sono definite le due imputate Rosa Intorcia e Maria Giovanna Longo... la prima come moglie del custode delle prigioni Leonardo Figliolia, presente alla prima scarica di fucilate nel carcere, dopo la quale i rivoltosi andavano via, vedendo, e supponendo, che non tutti fossero rimasti estinti si fece a richiamare quei cannibali affermando, che i galantuomini erano tutti vivi, dietro di che essi rompendo le porte s’introdussero nel carcere, e consumarono l’immane sacrificio degli sventurati. Ciò si dice dai due testimoni de Bonis e Stelluti ed è rafforzato da altri elementi”.

Ma chi erano i galantuomini imprigionati ancora vivi? La lettura degli esami necroscopici porta alla conclusione che Alessandro Campanile, Costantino Mucci, Vincenzo Irace e forse anche Guglielmo Fabrocino, erano rimasti illesi dopo la scarica della fucileria; Terenzio Ventrella invece era stato soltanto ferito. Costoro, senza l’intervento di  R. Intorcia, avrebbero potuto salvarsi.

All’epoca del processo di Lucera la tigre Intorcia era fuori carcere e dimorava in Bovino.

Nella  processo di appello di Trani  fu accusata di “complicità necessaria nella uccisione volontaria di Alessandro Campanile e (de)gli altri ventuno individui... per aver pienamente aiutato ed assistito gli autori delle detti uccisioni ne’ fatti che ne prepararono e facilitarono la consumazione”. La Corte, però  attribuì a semplice “imprudenza” dell’imputata le grida che provocarono il ritorno dei reazionari nella prigione, escludendo la volontarietà dell’atto che cagionò l’uccisione dei carcerati rimasti in vita. Pertanto, nel processo del 6 maggio 1866, fu condannata soli sei mesi di reclusione, a lire cinquecento di multa e ad altre pene accessorie.

Latiano Michele di Giovanni, di anni 26. Abitava col padre, la matrigna e due fratelli.

Accusa del processo di Lucera del 1864: “.... nel giorno 23 fu veduto armato di fucile e presso il carcere prima del massacro”.

Atto di accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di Trani: “...per Michele Latiano si è già accennato quello che fece con due altri ignoti all’infelice Costantino Mucci (mentre si recava a Foggia per chiedere aiuto, questi fu raggiunto e ferito a colpi di stile, ed obbligato a consegnare le lettere ai rivoltosi n.d.r.), ed è da aggiungersi, che anch’egli fece la sentinella al carcere insieme con altri insorti...insieme al secondo ( Giuseppe Leone) andò in cerca del misero Fazzano, avendo poi entrambi partecipato agli eccidi del carcere, ed alle sevizie sopra i cadaveri”.

 Era fuori carcere. Si ignora l’esito del processo.

Lecce Giovanni Battista di Donato (bracciale) , di anni 43.

Accusa del processo di Lucera del 1864: “... fu sempre armato di scure dal giorno 21 al 23 tra gli insorti... andò tra quelli i quali tolsero il fucile a Francesco Fiorentino... dopo il massacro dei detenuti fu veduto colla scure e li vestimenta insanguinati”.

Un non meglio identificabile Lecce Giambattista fu prosciolto da ogni accusa per insufficienza di prove il 23.1.1865.

Lecce Domenicantonio di Giovanni, contadino, di anni 25. La madre ebbe tre mariti. Domenicantonio era figlio di terzo letto e coabitava con la madre ed un fratellastro di primo letto, a sua volta ammogliato con tre figlie.

Atto di Accusa del processo di Lucera del 1864: “... la sera del 21 andò cogli altri insorti ad arrestare Maresca in casa Silvestre e vedutolo spianò il suo fucile contro lo stesso, ma impedito, seguì la turba al luogo ove Maresca venne ucciso... nel giorno 23 tirò vari colpi di fucile contro i detenuti”.

Atto di accusa del 9 giugno 1865 della Corte di Appello di Trani: “... Domenicantonio Lecce e Giuseppe Leone sono notati per molte testimonianze come nemici accaniti contro i liberali, ed avversi al nuovo ordine di cose. Parteciparono agli eccidi nel carcere ed alle sevizie sopra i cadaveri”. Si ignora l’esito del processo. Morì nella sua casa nel 1898, di polmonite, “munito di tutti i conforti di S. Chiesa” ed assistito dall’Ecc.mo D. Giovanni Stelluto.

Leone Giuseppe di Michelantonio, di anni 39, contadino. Era ammogliato, con tre figli. Nella causa di Lucera, il 7 dicembre 1861, Emanuela Fini dichiarò che “nel carcere aveva trovato cinque o sei contadini che stavano a consiglio, ed uno di essi disse che fosse entrato, e costui fu Giuseppe Leone”.

Accusa nel processo di Lucera del 1864: “... fin dal giorno 21 armato di coltello cercò di D’Errico Vincenzo, cui diceva voler tagliare la testa... nel giorno 23 armato di scure entrò nel carcere nell’atto del massacro, e ne uscì con la scure insanguinata, e poscia confessò il suo atroce operato”.

Atto di accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di Trani: “accanito contro i liberali; insieme a Michele Latiano andò in cerca del misero Fazzano,  partecipando con lui  agli eccidi del carcere, ed alle sevizie sopra i cadaveri”. Il 6 maggio 1866la Corte lo condannò  a dieci anni di reclusione.

Longo Felice Antonio di Domenico, calzolaio, di anni 25. Soldato sbandato. Abitava nella casa della matrigna, con un fratello e quattro fratelli di secondo letto.

Fu condannato a morte dal Consiglio subitaneo di guerra. Il Governatore gli sospese la sentenza perché contro il Longo e i due fratelli Savino “ stava... la deposizione di una sola donna, mentre i molti altri testimoni nulla deponevano... pel fatto degli omicidi, tanto più che questa donna non era stata udita nella istruzione, e fu data in nota al Commessario del Re da un parente degli uccisi”.  Per grazia sovrana, beneficiò della commutazione della pena nei lavori forzati a vita.  Ma, non resistette a lungo alle sofferenze del carcere. Nell’atto di morte, pervenuto allo Stato Civile Sangiovannese dalla Sezione del Bagno Penale di Nisida (Na), si legge:

“L’anno 1876 addì 11 novembre ore 6 a.m. nell’Ospedale del Bagno, alla presenza del Signor Direttore e dei membri componenti il Consiglio d’Amministrazione, coll’intervento del Medico e del Cappellano. Si rende noto che il detenuto col numero 253 a nome Longo Felice, figlio del fu Domenico e della fu Maddalena... nato il ... a San Giovanni Rotondo, provincia di Capitanata, professione Calzolaio, (era) stato condannato il dì 6 dicembre 1860 dal Consiglio Subitaneo in Cagnano di Capitanata, entrato nel Bagno il dì 26 agosto 1861, ed ammesso all’Ospedale il 28 luglio 1866, passò ad altra vita ad ore 10_ pom. del giorno di ieri 10 novembre 1876 in seguito a tisi polmonare, munito del SS. Sacramento”.

Longo Maria Giovanna di Antonio, di anni 20.

Abitava con un fratello, la cognata e una nipote. Fu considerata una tigre reazionaria, come Rosa Intorcia. Denunziata come colpevole nel processo di Lucera,  non fu rinviata a giudizio perché i fatti che la riguardavano non erano stati provati o non costituivano reato. Non così andò nel processo della Corte di Assise di  Appello di Trani, nel cui atto di accusa del 23 gennaio 1865 è scritto:

 “... molti oppongono alla detta Longo (era in stato di detenzione) di essersi unita ai rivoltosi, e come furia infernale li eccitava al sangue, ed alla insurrezione, avendo presenziata con uno spiede in mano alla uccisione dei 22 carcerati, prendendo anche la sua parte nello interno del carcere, come dicono le due testimoni Puzzolante e Fini... rimase smentita nel di lei interrogatorio, il che sempre più conferma il carico”.

Atto di accusa del 9 giugno 1865 della Corte di Appello di Trani: “Rosa Intorcia e Maria Giovanna Longo, anziché donne in quelle nefande giornate comparvero come furie infernali ad eccitare al sangue, alle stragi, alle rapine, ed a godersi ferocemente di quel tremendo spettacolo. La prima, moglie al custode del carcere, trovandosi presente alla prima scarica di fucilate che colà dentro erasi fatta, dopo la quale parea che i rivoltosi se ne allontanassero, vide e suppose che non tutti i rinchiusi ne fossero rimasti estinti e si mosse a chiamare indietro quei cannibali con l’affermare che i galantuomini erano tutti vivi. Tanto bastò perché quella banda di feroci assassini, infrante le porte, si introdussero nel carcere,  e vi consumasse, orribile a dirsi, il sagrifizio di tutti i 22 catturati a colpi di fucili e d’arma bianca con ogni maniera di sevizie ed insulti ai cadaveri. La Longo anch’essa unitasi ai rivoltosi con grida e con gesti non faceva che eccitarli al sangue ed alla carneficina; che anzi armatisi di uno spiede ella giunse pure ad intromettersi nel carcere ed assistere al massacro ed a prendervi anch’essa la sua parte; colla voce fé, non coll’opera, porgendo l’orribile esempio di una spietata Erinni che gode e si sazia allo strazio delle vittime segnate col suo furore”. Si ignora l’esito del processo.

Mangiacotti Antonio Maria di Giuseppe (contadino), di anni 30, vignaiolo.

Accusa del processo di Lucera del 1864: “.... soldato sbandato, uscito inerme nel mattino del 21 di casa, vi tornò armato di fucile nella sera, e dal 21 al 23 diresse un drappello di insorti... cominciato il fuoco alle carceri, trovandosi presso la Chiesa, menò la cartuccia nel fucile, invitò Mancini a seguirlo ed alla negativa di costui corse a tutta fretta verso il carcere che dal quel luogo era poco discosto”.

 Il 6 dicembre 1861 Vincenzo Mancini  testimoniò che martedì 23 il Mangiacotti lo invitò ad andare al carcere. La condizione di soldato sbandato fu sufficiente , nell’atto di accusa del 23 gennaio 1865, per considerarlo come partecipe a tutti i luttuosi avvenimenti.

Il  9 giugno 1865 la Corte di Appello di Trani lo accusò degli stessi delitti attribuiti a Domenicantonio Lecce e Giuseppe Leone. Fu quindi condannato a dieci anni di reclusione con sentenza del 6 maggio 1866.

Mangiacotti Pasquale di Michele. Il Consiglio Subitaneo di Guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per poter istruire un più ampio processo nel termine di sei mesi. 

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di due delitti”. Si ignora l’esito del processo.

Mangiacotti Michele di Pasquale, contadino, di anni 23. Soldato sbandato reazionario. Condannato a morte, fu fucilato il 7.11.1860 in Contrada Olmi.

Marinelli Antonio di  Matteo, contadino,  di anni 24. E’ uno dei soldati sbandati evasi dal carcere sangiovannese nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1860. Fu riacciuffato insieme a G. De Vita. Morì nella propria casa, nel 1893, di “ernia strozzamento intorno”.

Martino (alias  Di Martino) Antonio, Domenico, Gabriele e Luigi

 di Gregorio - Fratelli.

La famiglia Martino era piuttosto numerosa essendo composta dai genitori, tre fratelli e quattro sorelle.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “Nelle prime ore del mattino del 27 gennaro 1864 tre pastori apruzzesi della posta armentizia distante un tre miglia da Foggia si diriggevano per affari in quella città. Non avevano percorso un miglio quando furono assaliti da tre uomini armati di fucile che li aggredirono nel fine di rubarli, ma alle rimostranze che nulla avevano, uno di quei malfattori scaricò per rabbia il suo archibugio contro uno dei pastori Domenico Ciotti di Carlo, di Calascio in Aquila che cadde morto e gli altri due Gregorio Chiola e Domenico Ciotti fu Giovanni rimasero gravemente feriti, l’uno a colpi di arma bianca ad una coscia, oltre due altre ferite di niun momento e l’altro sulla testa con codarcio di fucile. Gli autori di quel crimine rimasero sul luogo una coppola, un pezzo di pane confezionato all’uso dei naturali del Gargano, ed una fascella con mezza ricotta, oggetti che venivano assicurati in reperto. La generica assodava che la morte di quel pastore era avvenuta dal colpo di fucile, aveva spinto il proiettile nell’ala maggiore del fegato: che Domenico Ciotti fu Giovanni aveva una ferita di punta e taglio nella coscia destra lunga due pollici, larga fino a passare la spessezza dei comuni indegamenti, altra ferita di poche linee in mezzo alle due gobbe frontali e due altre ferite sui due polpastrelli del dito annulare e mignolo della mano sinistra. Si giudicavano la prima pericolosa di vita e di storpio per gli accidenti, e le altre lievi. E che Gregorio Chiola riportava una ferita lacero-contusa nella regione temporale destra giudicata pericolosa di vita e di sfregio per gli accidenti, pericoli che poscia svanivano. Un tale misfatto commesso per mero atto di brutalità e di lascivia richiamava tutta l’attenzione della giudizia, la quale cominciava col procedere a visite domiciliari presso le persone sospette tanto in città che in campagna e sorprendendo la casetta rurale e la vigna che si conduceva da tale Vincenzo Cordella di Foggia, dopo reiterate perquisizioni e sulle indicazioni del garzone di esso Cordella a nome Nicola Di Mauro si rinvenivano, sepolto in vicinanza della suddetta casetta un fucile, un sacco che forse aveva dovuto contenere altri due fucili, sei pelli di pecore, due carichi con polvere, un bottone dell’arma dell’ex gendarmeria, un coltello sfornito di molle, della stoppa, una zucca con polvere, una panettiera con altri carichi con polvere, una borsa di pelle, un astuccio per fiammiferi, un pettine rotto di osso, ed una scure vecchia e rugginosa. Si riceveva la dichiarazione del Di Mauro, e costui dettagliava che fin dal novembre 1860 vedeva frequentare in quella vigna i germani Antonio, Gabriele e Luigi Martino che andavano latitanti, e che per non essere arrestati prendevano colà ricovero. Che i medesimi nelle diverse notti uscivano insieme al germano del detenuto Cordelli per commettere dei furti. Che quando si ritiravano portavano carne, pane, pelli, facendo creder comperati quegli oggetti, che il Di Mauro si accorgeva esser furtivi. Che i cennati Martino si allontanavano per tre giorni onde recarsi al paese per provvedersi di armi, e facevano ritorno nella vigna nel mattino del 27 gennaro verso l’ora di uffizio (giorno dell’aggressione ed omicidio, e si avverta che il tempo trascorso dall’alba alle 8 antimeridiane ora in cui tocca la campana dell’uffizio, era più che sufficiente perché i germani Martino potessero percorrere il cammino dal punto dell’assassinio, alla vigna Cordella, punti che distano fra loro due miglia circa).  Che tutti tre erano feriti, cioè Gabriele nella coscia, Luigi nel Braccio per colpi d’arma da fuoco, ed Antonio sulla faccia per arma tagliente. Che raccontavano di essere venuti ad un fatto d’armi nel commettere furto in una posta armentizia a piede della montagna. Che avevano preso pane, casciotte di formaggio, ricotte, ma che avevano dovuto lasciar tutto per istrada e portarsi i soli fucili, di cui si erano provveduti. Che Gabriele Martino giunse nella vigna sfornito di coppola, e facendo credere di averla perduta per istrada tolse il cappello del Di Mauro e se ne servì, e costui nel descrivere e la forma della cennata coppola, disse di saperla ben conoscere come il pezzo di pane assicurato. Nel giorno 5 febbraro venivano esposti alla ricognizione del testimone Di Mauro, la coppola, il pane e la ricotta, ed il medesimo riconobbe nettamente la coppola per quella che si copriva Gabriele Martino e di cui tornò senza; rimarcò in quel pane le fattezze di quello che i fratelli Martino avevano, dalla montagna, e nulla poi seppe dire della ricotta e fascella. Dopo tutto ciò si presentavano alla giustizia Francesco Minelli e Francesco Pasquarella i quali dichiaravano quattro furti da essi sofferti nella posta armentizia in tenimento di Foggia, l’uno il 16 dicembre 1860, gli altri nelle notti del 5, 11, e 19 gennaio 1861, togliendosi loro delle pelli, pelliccioni per pastori, cappotti, una scure ed altri oggetti. Esposti a riconoscenza dei due Pasquarelli e Minelli gli oggetti assicurati in reperto, il primo di essi riconobbe nettamente due delle pelli, asserendo di essere sue dal lanaggio e dal segno alle orecchie tutto particolare della sua industria. Antonio Di Brita, pastore di Minelli, riconobbe altra pelle non solo dall’intacco e dal lanaggio, ma dalla pressione della giacitura servendosene per riposarsi la notte. Gli altri pastori del Pasquariello, Vincenzo e Carmine Ferraraccio riconobbero chiaramente tre altre pelli, una delle quali lacere in un punto, destinata a dormirvi il Ferraraccio. L’altro Pastore Vincenzo Salanci riconobbe altra pelle sulla quale si coricava. Finalmente il pastore Basso Monaco riconobbe la scure e soggiunse che era precisamente quella a lui affidata dal padrone per servizii della posta armentizia. Si spediva mandato di deposito contro Luigi, Antonio, Gabriele Martino e Vincenzo Cordella, il quale è colpito non solo dal gravame elemento di essersi rinvenuti sepolti gli oggetti furtivi nel fondo da lui condotto, e dove abitava, ma dalla dichiarazione di Nicola De Mauro. Era arrestato il solo Cordella ed interrogato si chiamava innocente, sostenendo di non conoscere i fratelli Martino, coi quali non ha avuto mai contratto. Dopo lunga latitanza erano arrestati Gabriele, Luigi ed Antonio Martino, ed opportunamente interrogati dal Commissario della Causa della presente imputazione se ne chiamavano estranei, e dicevano che non avevano avuto affatto vicinanza con Vincenzo Cordella che non conoscevano chi fosse, né dove fosse situato l’orto menato innanzi dal medesimo. La Gran Corte quindi alla base dei su esposti fatti non dubitava di legittimare l’arresto di tutti i giudicabili, meno di Domenico Martino, pel quale sono pochi giorni che sono pervenuti gli atti sul conto del medesimo, trovandosi rubricato nella rivoltura di San Giovanni Rotondo, oggetto del carico n. 1 contenuto nel presente atto di accusa”.

 Il predetto carico era di eccitamento e attentato alla guerra civile fra gli abitanti dello Stato e della stessa popolazione armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri, di devastazione, di strage e saccheggio accompagnato da omicidi consumati in persona di 24 individui, dei quali 22 uccisi nel carcere, con ribellione e riunioni sediziose, nonché di oltraggi e violenze fatte, cioè resistenza contro la Forza pubblica in servizio con omicidi in persona del secondo Tenente dei militi garibaldini Amico Orofino e del secondo Sergente Francesco Caramia della Brigata Romano, e di ferite pericolose di vita di loro natura e per gli accidenti in persona del caporale Cataldo Morlato e del foriere Francesco Cassano della stessa Brigata Romano.

Durante lo svolgimento della causa accadde un episodio abbastanza singolare. Nicola Di Mauro, garzone del Cordella, che era stato il testimone chiave per la formulazione dell’accusa contro i fratelli Martino, nella pubblica discussione del 7 febbraio 186  ritrattò tutte le precedenti dichiarazioni, affermando che la Guardia Nazionale gliele aveva estorte stringendogli la corda al collo. Inviato in carcere “per esperimento”, il garzone, che all’epoca dei fatti era un ragazzino di appena otto anni, continuò a negare di sapere cose che potessero interessare la giustizia. Quando gli chiesero come avesse fatto ad indicare esattamente alla forza pubblica il posto dove erano stati sepolti i fucili e le pelli, spiegò che, “mentre le Guardie andavano avanti e lui appresso”, si era accorto del terreno mosso di recente.[30]

Tra l’altro il ragazzino, calato dall’Abruzzo come l’ucciso D. Ciotti, aveva dichiarato che i fratelli Martino “andavano fuggendo” per non essere arrestati.

Il testimone D. Vincenzo D’Errico nel dibattimento del 7 dicembre 1861 presso la G. C. Criminale di Lucera asserì che “i fratelli Martino, tra i quali vi era il guardaboschi, quantunque Guardie Nazionali, erano passati nelle fila dei reazionari ed il guardaboschi lo fece dopo aver tirato un colpo di fucile al tenente della Guardia Nazionale D. Federico Verna”. Alla domanda se sapesse indicare gli autori del saccheggio e degli incendi, il D’Errico rispose solo per ciò che gli constava personalmente. Egli raccontò di aver effettuato una visita nella casa di Gregorio Martino, col quale coabitavano tutti i figli tranne Luigi. Qui, oltre a cacicavalli, biancheria ed oggetti di rame, erano stati rinvenuti i cappotti appartenenti alle famiglie degli uccisi, e quelli degli stessi uccisi. Una parte della refurtiva era stata rinvenuta nascosta sotto la paglia e l’altra in un pozzo. L’accusato Gabriele Martino obiettò  di essere coniugato e di non abitare col padre.  Il D’Errico eccepì che in quei giorni anche lui aveva fatto vita comune nella casa del padre. Il fratello Antonio osservò che i cappotti non erano stati trovati nella sua casa o in quella del padre, ma in un sottano di un certo Luigi Cascavilla. Il D’Errico allora chiarì ai magistrati che parte degli oggetti erano stati rinvenuti nel pozzo che corrispondeva nel soprano dell’altro fratello Gregorio ed altri nel sottano del Cascavilla, il quale era fuggito per non fare la fine dello zio, ucciso dai reazionari. A detta delle Guardie Nazionali,  era stato il Martino a nascondere gli oggetti sotto la paglia. Alle perplessità dei giudici circa il luogo scelto per nascondiglio, il D’Errico fece notare che i fuggitivi, pensando soltanto a salvare la propria pelle, avevano abbandonato le loro abitazioni senza curarsi di chiudere le porte. Del resto anche lui, recatosi per effettuare una ricognizione nel sottano del Cascavilla, aveva trovato la porta aperta. Gli accusati non ebbero altre osservazioni da fare.

Un altro testimone, Carlo Fini, confermò i fatti, sostenendo che un cappotto del padre era stato trovato nella casa di Gregorio Martino.

Martino Antonio,  di anni 17, barbiere.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “Antonio Martino è notato di cinque delitti e di un crimine di ferite che produsse sfregio in persona di Giuseppe Ritrovato, per quel reato fu condannato ad otto giorni di mandato in casa”.

Il 7 dicembre 1861 D. Raffaela Verna dichiarò la presenza del Martino all’arresto del figlio D. Terenzio Ventrella. L’imputato, cercò di sottrarsi alle accuse chiedendole di confermare al P.M. che egli aveva voluto con se  il figlio in casa, per sottrarlo alla morte. La risposta fu che lui insieme agli altri, armato di fucile, aveva condotto il figlio nel carcere.

Il 6 maggio 1866 la Corte di Assise di Trani lo condannò a sette anni di reclusione.

Martino Domenico, di anni 34.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “ E’ notato di un crimine di resistenza ad un urbano in servizio. Con deliberazione del dì 24.4.1846 fu dichiarato non esservi luogo a procedimento penale... E sul conto di Domenico Martino si è pure acclarato che nei giorni del tumulto stava fra i facinorosi armato di fucile, e dopo una perquisizione eseguita nella casa di lui furono rinvenuti molti oggetti, riconosciuti di pertinenza di quelli uccisi nel carcere...”. Si ignora l’esito del processo.

Martino Gabriele, di anni 27, guardacampi comunale.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato di undici delitti e di un crimine alla forza pubblica. Con deliberazione del 24 marzo 1858 fu ordinato gli atti in archivio”.

La Corte di assise di Trani con sentenza del 6 magio 1866 lo condannò a diciannove anni di lavori forzati, più le pene accessorie.

Martino Luigi , di anni 21, scalpellino.

Atto di accusa del 10 agosto 1861: “Luigi Martino è notato di 14 delitti e di un crimine di furto qualificato a danno di Marco De Bellis. Con deliberazione del 31.3.1846 si ordinò la conservazione degli atti in archivio”.

Durante il processo di Lucera, il 7 dicembre 1861, il teste Biase Savino dichiarò di non ricordare se il Martino avesse partecipato all’aggressione del garibaldino Francesco Cassano. Nello stesso tempo, però, si diceva certo che davanti al Consiglio di Guerra aveva detto il vero, perché allora si trattava di avvenimenti recenti... Come dire che ora affermava il falso!. 

La Corte di assise di Trani con sentenza del 6 magio 1866 lo condannò a diciannove anni di lavori forzati, più le pene accessorie.

Martino Orazio di Carmine, di anni 27. Il Consiglio Subitaneo di Guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per poter istruire un più ampio processo nel termine di sei mesi. Si ignora se fu effettivamente processato.

Morì di bronchite acuta nel1896. Abitava in un sottano di proprietà del padre, con i genitori e due fratelli.

Martino Antonio di Carmine, di anni 25. Fu condannato a 18 anni di ferri dal Consiglio Subitaneo di Guerra.

Martino Michele di Carmine (figlio di secondo letto), di anni 23.  Soldato sbandato.

La morte del padre settantenne, avvenuta alle ore 20 del 10 ottobre 1860, rafforzò la sua volontà di darsi alla macchia, avendo già rifiutato un ultimatum del 6 ottobre tendente a farlo partire per  il servizio militare. Entrò nel carcere di Trani il 19 ottobre 1864, in qualità di giudicabile per i fatti reazionari, contraendovi una grave malattia polmonare. Morì alle ore 11 p.m. del 29 settembre 1865 nell’infermeria dello stesso carcere. Il direttore  delle prigioni, nel comunicare la luttuosa notizia al Sindaco di San Giovanni Rotondo, inviava un elenco degli oggetti lasciati dal deceduto, che dimostra le condizioni di estrema indigenza in cui versava il Martino: ai familiari che si fossero presentati entro sei mesi, sarebbero state consegnate queste povere cose: un lenzuolo di tela, una camicia di tela, un sottocalzone di tela, un sacco, una veste di cuscino, un fazzoletto di colore, un paio di cerchietti d’oro. Nello spazio riservato al “Fondo particolare su conto corrente”, espresso in lire,  spiccano due barrette di azzeramento.[31]

Merla Giovanni Battista di Nicola, di anni 37. Era ammogliato, con due figli.

Accusa del processo di Lucera del 1864: “... armato di fucile, prese parte in tutti i fatti del giorno 21 meno gli omicidi di Maresca e Bocchino... nel giorno 23 armato di scure entrò nel carcere, e dopo il massacro rovistò le vestimenta degli estinti... fu veduto uscirne tutto intriso di sangue e confessò aver preso parte al massacro”.

Il  9 giugno 1865 la Corte di Appello di Trani lo accusò di aver commesso gli stessi delitti attribuiti a Domenicantonio Lecce , Giuseppe Leone e Antonio Maria Mangiacotti. Si ignora l’esito del processo.

Musi Francesco Giovanni di Antonio, di anni 35. Abitava con la madre, un fratello ed una sorella, in casa di proprietà. Fu condannato a 18 anni di ferri dal Consiglio Subitaneo di Guerra.

continua

 

[1] ACSGR, delibera decurionale del 13 febbraio 1861.

[2] Per tutti i reazionari si è preferito indicare solo l’età posseduta all’epoca della reazione, ignorando i dati anagrafici completi.

[3] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 37 (anni 1860-1866). Lettera del 9.10.1862.

[4] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Deposizione del 2 luglio 1864.

[5]ACSGR, risposta del Sindaco a nota n. 977 del 9.3.1864 della Prefettura di Capitanata.

 

[6]ACSGR, delibera decurionale del  1° luglio 1860.

[7]ACSGR, delibera decurionale del 19 ottobre 1851.

[8]ACSGR, delibera decurionale del  17 giugno 1860.

[9] Il Palazzo Verna si trova in Via Cocle.

[10] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Deposizione del 2 maggio 1864.

[11] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Certificato del 27 giugno 1864.

[12] Verbale del 14 febbraio… (1861?) dell’interrogatorio del Giudice A. Sanzillo.

[13] La mancata  conoscenza dell’esito del processo di alcuni reazionari rende possibile il proscioglimento da ogni accusa.

[14] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Lettera del 2 luglio 1864 del Giudice mandamentale di S. Marco in L. a quello di Foggia.

[15] ACSGR, cart. 124, cat. 15, cl. 6, fasc. 2 - Delibera della Giunta M.le del 7 maggio 1864.

[16]  Risposta del sindaco del 14.5.1864 a nota del Comando Militare n. 347 del 22.4.1864.

[17] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864).

[18] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 37 (anni 1860-1866).

[19]ACSGR, cart. 124, cat.15, cl. 6, fasc. 2, delibera della Giunta M.le del 7 maggio 1864.

[20] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 37.

[21]ACSGR, Reg. Morti  1863.

[22] Copia del Decreto Reale è allegata alla sentenza del 6 maggio 1866 della Corte di Assise di Trani.

[23] Cfr. FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[24] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Verbale del 28 novembre 1863.

[25] FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864). Verbale di arresto.

[26] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Lettera del 9.10.1863.

[27] FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[28] Si fa notare come il nome Esposito e il sostantivo mulo contenuto nei loro soprannomi, ac­comunano nella cattiva sorte P. Guerrieri e G. Ateniese, per essere entrambi figli illegittimi.

[29] FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864). Lettera del 14.6.1864 del sindaco al giudice Cutinelli.

[30] Cfr. FCAL, ASL, fasc. 8, inc.36 (anni 1860-1864).

[31] ACSGR, cart.112 - cat. 12 - cl. 1 - Fas. 4.

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