Gli accusati di reazione e
la loro difesa
I reazionari sottoposti a giudizio
(A - M)
Antini Celestino,
Giuseppe, salvatore e Vincenzo, di
Francesco Saverio - Fratelli.
Nel
Registro del Censimento 1857-1865 dell’Archivio della Parrocchia San Leonardo
risulta che la famiglia Antini era composta dai genitori e sette figli. E’ tra
quelle che pagarono un caro prezzo per la partecipazione di alcuni suoi
membri al movimento reazionario. Alla fucilazione di Vincenzo e Giuseppe, al
processo a carico di Celestino, poi condannato a 12 anni, si aggiunse la
partenza del quarto fratello Michele, soldato sbandato obbligato a servire la
bandiera Italiana. Il Consiglio municipale, mosso a pietà, ad istanza di
Michele, deliberò di chiedere per suo conto il rilascio del congedo assoluto,
“onde potesse dar pane alla famiglia”.
Antini Celestino, di anni
25.
Soldato sbandato, scribente. Il 9 ottobre 1862 il giudice Cutinelli
dispose l’interrogatorio dell’Antini, che già si trovava nelle prigioni di
Foggia, forse accusato di brigantaggio, per accertare la fondatezza della
seguente imputazione:
“... fra gli insorti prese
principale parte in tutti i fatti criminosi sopraenunciati il controscritto
(Celestino) Antini insieme a suo fratello Vincenzo, che la turba capitanava e
dirigeva in tutti gli atti consumati, onde fu costui dal Consiglio Subitaneo
di Guerra condannato a fucilazione”.
Durante il dibattimento
presso la G.C. di Lucera il testimone Carlo Fini, ritrattando una precedente
deposizione, dichiarò di aver visto i fratelli Antini capeggiare il movimento
reazionario. Il teste Biase Savino, il 7 dicembre 1861, dichiarò che “Antini
che capitanava la turba era colui che fu fucilato”
(Vincenzo Gregorio), alleggerendo il capo di accusa di Celestino.
Celestino comparve anche in
un elenco dei briganti sangiovannesi e come tale si costituì al Delegato di
P.S. di S. Marco in Lamis il 28 giugno 1863.
Accusa nel processo di Lucera
del 1864: “... dopo l’attacco del giorno 21 tra Guardia Nazionale ed insorti
si unì a questi ultimi ed armato di fucile girò per il paese... stette di
sentinella al carcere nei giorni 22 e 23 e scaricò il suo fucile contro i
detenuti... nel giorno 24 attaccò e respinse la colonna dei Garibaldini”.
Atto di Accusa della Corte di
Appello delle Puglie - Sezione di Trani - del 23 gennaio 1865: “...Celestino
Antini, disertando dall’onorevole milizia nazionale, cui apparteneva, si unì
al fucilato fratello Vincenzo, e ad altri insorti, coi quali prese parte ai
saccheggi, agli arresti, alla uccisione dei 22 catturati, ed al combattimento
coi soldati Garibaldini. La Giunta municipale lo dice dedito al brigantaggio.
Invano allega l’alibi che non è stato in alcun modo giustificato. Egli asserì
che in quei giorni era ammalato; ma si contraddisse con se stesso dicendo di
essere uscito in una di quelle luttuose giornate, ed altresì smentito dal
medico, che lo aveva assistito”.
Salito al trono nel mese di
gennaio 1878, Umberto I firmò nella residenza di Monza un decreto datato 26
ottobre 1882 col quale concedeva a C. Antini “il condono della rimanente
complessiva pena accessoria della Sorveglianza della P.S. per anni 11
inflittagli colla già estinta complessiva pena di dodici anni di reclusione
dalle Assisi di Trani con sentenza del 6 maggio 1866, per complicità non
necessaria in atti di brigantaggio; e con sentenza 14 dicembre 1869 per
complicità necessaria in tentata estorsione accompagnata da sequestro di
persona”.
Ritornato in paese, l’Antini
visse fino alla bella età di 83 anni, risultando morto di bronchite cronica
nel 1918. Il certificato di morte riporta la professione di impiegato
comunale.
Antini Salvatore. Vale
ciò che si è detto nella scheda del fratello Celestino.
Antini Vincenzo Gregorio,
di anni 28. Soldato sbandato, proprietario. Nel mese di maggio 1860, quando
era ancora caporale in servizio nel 2° Reggimento Dragoni dell’esercito
borbonico, inviò un esposto all’Intendente della Provincia, pretendendo di
occupare la carica di brigadiere forestale comunale. Il Consiglio decurionale,
presieduto dal Sindaco D. Michele Giuva, manifestò al riguardo le sue
osservazioni:
“... questa brigata
forestale, è completa di tutti gli individui, non escluso il brigadiere
forestale, in persona del concedato Michele De Muzis. Perciò non trova luogo a
poter plaudire allo stato la dimanda del Sig. Antini, e riserba di poterlo
considerare ed aver presente, e qualora si desse una vacanza”.
Questo diniego del 1° luglio
1860 può aver spinto l’Antini nella reazione. Riconosciuto tra i capi della
rivolta, fu condannato a morte dal Consiglio Subitaneo di Guerra. La
fucilazione avvenne in Contrada Olmi (“Vicino la Santa Casa di Loreto”), il
7.11.1860, alle ore 18, e seppellito nel camposanto nello stesso giorno.
Antini Giuseppe
, proprietario, di anni 27. Nel 1851, essendo morto il “servente
comunale” Francesco Saverio Antini, il decurionato pregò con calore le
autorità di assegnare il posto vacante al figlio Giuseppe, “commosso dalla
posizione troppo triste e deplorabile della sua famiglia... quale famiglia
consiste nella madre vidua e ne’ fratelli al numero di sette nella maggior
parte minori ed infanti, meno il primogenito il quale trovasi a servire ne’
Reali Eserciti...”.
Con rescritto del 1855 il Re
lo aveva impiegato come usciere dell’Ufficio di Conciliazione, dispensandolo
dall’età che non aveva.
Nel 1860 teneva ancora tale impiego. Fu questa benevolenza del Re Borbone a
spingere i fratelli Antini nella reazione? O fu la “provocazione”, non
precisata, di D. Federico Verna, avvenuta il 19 ottobre 1860, alla quale
accennerà l’imputato Nicola Siena?
Giuseppe Antini fu fucilato
in Contrada Olmi, come il fratello Vincenzo Gregorio.
Ateniese Giuseppe Michele antonio
Esposito, di anni 40,
agricoltore. Il suo atto di nascita recita: “... questa mattina alle ore 18
si è trovato dietro la porta del Convento di questi Padri Cappuccini un
bambino che si presenta involto di alcuni cenci senza segno, cifra o lettera
alcuna. Dopo di averlo osservato, abbiamo ritrovato esser maschio senza segno
alcuno nel corpo, dell’età apparente di poche ore, e quindi abbiam ordinato
consegnarlo alla nutrice Maria Ziccardi per farlo nutrire. A cui è stato dato
il nome di Giuseppe Michele Antonio impostogli dalla Commissione di
Beneficenza col cognome di Ateniese”.
Uno dei principali testimoni
a suo carico fu Nicola Cascavilla, nipote dell’ucciso Gennaro, che si fece
forte di altri otto testimoni. Dopo aver ricordato che la reazione politica
del 21 ottobre 1860 costituiva una “pagina sanguinosa della storia
contemporanea”, essendo stati “ridotti a pezzi 22 cittadini che erano il fiore
della Scienza e del Patriottismo”, egli denunziò che “fra quei Cannibali vi
stava Giuseppantonio Ateniese Esposito”, il quale si trovava già nel carcere
circondariale, per reato forestale. Secondo lo stesso teste fu l’Ateniese a
nascondere Antonio Placentino in una casetta nel bosco di S. Egidio, prima che
fosse ferito a colpi di moschetto dalla forza pubblica. Il Cascavilla concluse
la deposizione con un segno di croce, esprimendo la certezza che un soggetto
di tanta riprovevole condotta sarebbe stato espulso dalla società. Prima che
la dichiarazione fosse trasmessa al Giudice istruttore Dell’Uva, fu annotato
in calce:
“Veniva forse per iscritto
dimenticata la migliore circostanza per comprovare di quanto fosse stato
capace l’Ateniese. Per mettersi egli armato nella sommossa accennata, ardiva
salire nel Palazzo dell’attuale Capitano della Guardia Nazionale Sig.r Verna
Federico,
chiedendogli con minaccia fucili e munizioni da guerra; e con violenza si
impossessava di due pistole, l’una delle quali gli veniva strappata da
Giuseppe Leone fu Nicola, il quale lo rimproverava che in quel modo il Verna
rimaneva inerme ed esposto agl’insulti della plebaglia”.
La Giunta Municipale dichiarò
G. Ateniese di condotta insoddisfacente sotto il duplice aspetto
politico-morale.
Accusa nel processo di Lucera
del 1864: “... nel giorno 21 fu unito ai sediziosi che aggredì la casa Verna
facendosi consegnare una pistola mercé minacce... Diede ricovero al brigante
Placentino, già passato per le armi”.
Atto di Accusa del Tribunale
di Appello di Trani del 23 gennaio 1865: “.. Giuseppe Ateniese è notato dei
medesimi eccessi (di Celestino Antini), come uccisore di Gennaro Cascavilla
nel carcere, avendo rubato una pistola nella casa del Sig. Verna”. Era fuori
carcere. La Corte del suddetto Tribunale con sentenza del 6 maggio 1866 lo
condannò a dieci anni di reclusione. Morì in stato di detenzione nella Colonia
Penale di Sarzana (La Spezia) il 12 gennaio 1876, qualche mese prima di finire
di scontare la pena.
Baldinetti Francesco
di Matteo, contadino, di anni 21. Soldato sbandato. Condannato a morte
dal Consiglio Subitaneo di Guerra, fu fucilato in Contrada Olmi il 7.11.1860.
Bevilacqua Giuseppe Maria di
Michele, bracciale, di anni 20.
Soldato sbandato. D. Federico
Verna, nuovo Capitano della Guardia Nazionale, fornì la seguente
testimonianza a discarico:
“... coscienziosamente poi
può accordare che l’altro sbandato Giuseppe Bevilacqua trovavasi a travagliare
da molto tempo nella masseria di D. Giuseppe Sigismondo di Roccaraso, in
tenimento di Cerignola, quindi non prese parte a’ fatti qui consumati”.
Liberato dalle accuse, partì
per completare il servizio militare.
Bocci Francesco
fu Giuseppe, di anni 46. Soldato sbandato. Il Consiglio Subitaneo di
Guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per poter istruire un più ampio
processo nel termine di sei mesi. Fu nuovamente messo sotto accusa con atto
del 1° agosto 1861. Il Bocci non si era certamente distinto come guardaboschi.
L’ atto predetto segnala un precedente: “E’ notato di un delitto e di un
crimine di estorsione con minacce in qualità di Guarda Boschi in persona di
Nicola Piano ed altri. Con deliberazione del 14.5.1858 fu rinviata la causa
al Giudice correzionale e con sentenza del 21 giugno detto anno riportò la
condanna a due anni d’interdizione dall’uffizio. Godé quindi l’indulto del
10.1.1859”.
Il 7 dicembre 1861, nel corso
della causa di Lucera Michele Barbano, zio di Francesco Cascavilla, asserì di
aver visto il Bocci con un fucile puntato verso le sbarre, senza poter
distinguere se avesse sparato. L’accusato, osservò che il Barbano lo stava
calunniando per spirito di vendetta, poiché, cosa confermata dal teste, aveva
stilato alcuni verbali contro due suoi fratelli in qualità di guardaboschi. Si
ignora l’esito del processo.
Bocci Nicola Felice
di Giuseppe, contadino, di anni 60. Dopo la Gran Corte Criminale di
Lucera anche la Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa per
insufficienza di prove con decisione del 23.1.1865. Morì nel 1871.
Bramante ludovico luigi abele ferrante
di Filippo, di anni 36. Fu nominato arciprete il 12 giugno 1853. Dal
censimento 1857-1865 risulta aver abitato in Via Campanile con la famiglia del
fratello Emanuele, composta da otto persone. Erano suoi domestici Filippa
Cirelli, Donato Lecce e Matteo Falcone detto La morte.
Quando la Brigata Romano
giunse a San Giovanni Rotondo l’Arciprete Bramante, indiziato di reato, venne
arrestato e dopo due giorni rilasciato. Ciò nonostante il Consiglio Subitaneo
di Guerra lo chiamò come teste. Venuti alla luce altri elementi a suo carico
durante i lavori del Consiglio, il Commissario del Re Serafino Albano propose
che fosse riarrestato e sottoposto ad un Consiglio di Guerra straordinario.
Alla fine di un dibattito prevalse la tesi che solo il Tribunale potesse
riesaminare il caso, giacché il Consiglio aveva avuto l’incarico di giudicare
soltanto le persone rientranti nel processo sommario già istruito.
Denunziato come colpevole, la
Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento”
contro l’arciprete perché i fatti contestati non erano stati provati o non
costituivano reato.
Atto di Accusa del 23 gennaio
1865 della Corte di Appello di Trani (il documento riporta la data di nascita
errata del 4.2.1834): “Nell’ordinanza del Giudice istruttore si oppone
all’Arciprete Bramante e al Canonico De Bonis il reato di pubblico discorso di
natura da eccitare lo sprezzo, ed il malcontento contro le istituzioni
costituzionali sul fondamento delle dichiarazioni di alcuni testimoni che
farebbero credere di essere stata letta in Chiesa nel 29 settembre 1860 una
lettera, o Enciclica di Roma, che dichiarava scomunicati quelli che seguivano
le novità politiche di quel tempo... escluso il Canonico de Bonis nella
requisitoria del Procuratore Generale è da notare, che soltanto tre testimoni
riformerebbero il carico a peso del Sig. Bramante, ma pare inverosimile, come
in una Chiesa stivata di gente, al dire dei medesimi testimoni, ed in
occasione della festività di San Michele fosse riuscito a quei tre, e a nessun
altro di sentire quella lettura. Se fu pubblica doveva ascoltarsi da tutti, o
dalla maggior parte: se poi fosse stata la notizia privatamente partecipata ad
alcuni, allora sfugge alle sanzioni della legge penale. Giova pure ricordare
che i tre testimoni sono stretti congiunti degl’infelici sacrificati al
carcere, e quindi di facile accesso a notizie non vere, quando non voglia
dirsi di aver deposto sotto l’influenza delle proprie passioni o di spirito di
parte, molto più che i testimoni chiamati in contesto dei loro delitti furono
del tutto negativi”.
La Giunta Municipale
(intervennero Padovano Gennaro, Turbaccio Pasquale, Padovano Raffaele e il
supplente Vincenzo Cafaro) aveva fornito al magistrato notizie favorevoli sul
conto dell’imputato: “Per Bramante Ludovico Luigi - Parroco - (la Giunta) non
rinviene elementi a fare osservazioni che degradino la sua buona condotta
morale-politica”.
Così l’arciprete restò fuori carcere. Anche la Corte di Appello di Trani lo
prosciolse da ogni accusa con decisione del 23.1.1865.
Morì di enterite in Via
Galiani, al numero civico 2, nel 1904.
Calderola Antonio Maria di
Francesco e Brigida Cocomazzi, di anni 25. Bracciale, soldato sbandato.
Durante il processo di Lucera
del 1864 era in stato di detenzione con la seguente accusa:
“... soldato sbandato, entrò
armato in paese, eseguì tutti i fatti criminosi del giorno 21 indicati nel §
1... si adoperò all’arresto di Terenzio Ventrella e fu sempre veduto armato
dal giorni 21 al giorno 24”.
La Corte di Appello di Trani
nell’altro Atto di Accusa del 23.1.1865 annotava: “... essendo stato arrestato
come soldato sbandato per rinviarsi al servizio militare riusciva ad evadere e
riunirsi agli altri sbandati coi quali fu veduto prender parte a tutte le
scene di orrore e sangue... Egli nell’interrogatorio asserì che in quei giorni
era ammalato; ma si contraddisse con se stesso dicendo di essere uscito in una
di quelle luttuose giornate, ed è altresì smentito dal medico, che lo aveva
assistito”.
Con sentenza del sei maggio
1866, la Corte di Assise di Trani condannò il Calderola a quindici anni di
lavori forzati, più le pene accessorie.
Camardella Francesco di
Gennaro, di anni 42. Denunziato come colpevole, la Gran Corte Criminale di
Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento perché i fatti non erano
stati provati o non costituivano reato”.
Canistro Giovanni,
contadino. Soldato sbandato del 57° Reggimento Fanteria. Renitente a
ripartire per le armi, fece parte della banda brigantesca capitanata da
Giovanni Russo e Teodoro Cassano. Il 24 gennaio 1862 le Guardie Nazionali
guidate da F. Padovano gli procurarono due ferite, una delle quali molto
dolorosa sotto le costole del lato sinistro, che gli impedirono di riprendere
il servizio militare.
La Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa di reazione, per
insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865. Morì di occlusione
intestinale nel 1911.
Canistro
Matteo di Giovanni, bracciale, di anni 23. Soldato sbandato.
Al n. 22 del registro dei misfatti del 1860 si rilevò la seguente imputazione:
“Associazione a banda armata d’individui al numero di 16 tendenti a
distruggere l’attuale Governo...”.
Fu trattato da soldato sbandato anche se era stato congedato.Tanto dalla Gran
Corte Criminale di Lucera quanto la Corte di Appello di Trani lo prosciolsero
da ogni accusa per insufficienza di prove.
Cappucci Vincenzo
Maria di Giuseppe, di anni 54, contadino.
Denunziato come colpevole, in
un primo momento la Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò “il non aversi
luogo a procedimento”, perché i fatti non erano stati provati o non
costituivano reato. Poi fu condannato a sette anni di reclusione con sentenza
del 6 maggio 1866 della Corte di Appello di Trani. L’atto di accusa del 9
giugno 1865 aveva evidenziato: “Vincenzo Maria Cappuccio e Nicola Maria
Capuano furono veduti e segnati anch’essi da molti testimoni fra i rivoltosi
più attivi ed efferati”.
Cappucci Santo
di Onofrio,
contadino, di anni 25. Soldato sbandato. E’ uno dei reazionari fucilati in
contrada Olmi. Abitava con la moglie ed un fratello.
Capuano Nicola Maria fu
Antonio, di anni 26. In una lettera del Sindaco Giuva del 13.6.1863 il Capuano
viene classificato “latitante”, perché colpevole di reati comuni.
Accusa nel processo di Lucera
del 1864: “... si unì agli insorti la mattina del 21 ed eccitò la sedizione...
Seguiti gli omicidi di Maresca e di Bocchino, diceva ad Antonio Irani: -
Dormite tranquillo, uccisi che ne avremo altri cinque o sei, ci queteremo”.
L’atto di accusa della Corte
di Appello di Trani del 9 giugno 1865 segnalò Nicola Maria Capuano tra i
rivoltosi “più attivi ed efferati”. Con sentenza del 6 maggio 1866 la Corte
di Assise di Trani lo condannò a dieci anni di reclusione.
Carrabba Francesco (di anni
24), Giuseppe (di anni 19),
Michele (di anni 26) e
Berardino ( guardia campestre di anni 22) di Antonio - Fratelli,
tutti proprietari.
Atto di Accusa del 23.1.1865
della Corte di Appello di Trani: “... non meno gravi sono gl’indizi che
colpiscono i quattro fratelli Francesco, Giovangiuseppe, Berardino e Michele
Carrabba, risultando dagli atti di aver essi precedentemente somministrato
armi, e munizioni a(gl)i sbandati, che già si erano dichiarati ostili, ed
avversi all’ordine costituito, e quindi furono tra i primi ad ingrossare le
loro fila per commettere gli attentati sopradescritti...”.
Denunziati come colpevoli, la
Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò per tutti e tre i fratelli il “non
aversi luogo a procedimento perché i fatti non erano stati provati o non
costituivano reato”.
L’ atto di Accusa del
23.1.1865 della Corte di Appello di Trani precisa che Michele Carrabba, dopo
l’uccisione del Maresca, “... ne calpestò il cadavere, e lo dilegiava, e
quindi impossessandosi del cavallo di un Garibaldino ucciso nel conflitto
recavasi in S. Marco in Lamis ove ne menava trionfo dicendo ecco il cavallo
di Garibaldi”.
Anche la Corte di Trani,
però, proclamò la loro libertà. La Giunta municipale aveva trovato la condotta
politico-morale di Antonio Carrabba e figli “non riprovevole”.
Cascavilla Alfonso Maria,
Francesco e Vincenzo
di Filippo -
Fratelli.
La madre era levatrice. Il
padre, stando a quanto riporta il Villani, notaio.
Cascavilla Vincenzo,
proprietario, di anni 18. Soldato sbandato. Esercitava il mestiere di
apprendista-barbiere presso un certo Palumbo. Fu fucilato il 7.11.1860 in
Contrada Olmi, quale reazionario.
Cascavilla Alfonso Maria Vincenzo,
di anni 20. Condannato a morte dal Consiglio Subitaneo di Guerra, il
Governatore della provincia sospese l’esecuzione della sentenza per i seguenti
motivi:
“1. perché i testimoni... non
lo indicavano come colpevole degli omicidi, ma un solo testimone, chiamato in
pubblica discussione, diceva di aver preso parte alla resistenza, nel corso
della quale avvenne un omicidio; 2. perché il Cascavilla appena avea
sorpassato il diciottesimo anno; 3. perché un altro suo fratello veniva
colpito dalla stessa pena; 4. perché andava fuggitivo un terzo fratello a nome
Francesco, capo degli assassinii commessi in San Giovanni, ed il quale non
potrebbe schivare, arrestato che fosse, la pena capitale”.
Una grazia sovrana gli
commutò la pena capitale nei lavori forzati a vita.
Cascavilla Francesco
fu Filippo, di anni 25, scribente. Soldato sbandato, celibe.
Abitava con la madre e cinque fratelli, tra cui il fucilato fratello Vincenzo
e non esercitava mestiere alcuno.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “E’ notato di sette delitti e di un crimine di furto qualificato a danno
di .... e tentato stupro violento in persona della medesima .... Con
deliberazione del 19.2.1853 fu ordinata la conservazione degli atti in
archivio pel furto e fu rinviata la causa alla giustizia Regia per tentato
stupro”.
Il 6 dicembre 1861, durante
il processo di Lucera, il teste Giovanni Mucci ritrattò la precedente
dichiarazione dicendo che non era stato Francesco C. ad arrestare il fratello
Alfonso, bensì un altro fratello del quale ignorava il nome. Alla domanda
dello stesso Cascavilla, se durante la sparatoria della sera del ventuno lo
avesse visto nella turba dei rivoltosi, il Mucci rispose di non averlo
distinto. All’altra, se sapesse che egli era rimasto a letto febbricitante, il
Mucci dichiarò di averlo visto a mezzogiorno e di aver saputo verso sera che
andava anche lui togliendo le armi, e commettendo “altre nequizie” per le
case.
Angela Fini, successiva
testimone, descrisse il ruolo attivo avuto dall’imputato nell’arresto del
marito Michele Fazzano. Il Cascavilla, incassati i colpi, non ebbe
osservazioni da fare.
L’indomani depose D. Vincenzo
D’Errico, fratello dei martiri Errico e Luigi D’Errico, che rincarò la dose:
“Francesco Cascavilla fin dalla sera del sabato entrò in paese e procurò far
sollevare la popolazione. Nel mattino poi del ventuno le grida furono emesse
da una plebe capitanata dallo stesso Cascavilla, il quale fu primo a tirare un
colpo di fucile contro la Guardia Nazionale... Francesco Cascavilla essendosi
recato in casa di D. Antonio e D. Leonardo Ventrella diceva che la famiglia
D’Errico doveva essere distrutta per le sue mani. Di quel fatto avvisato il
fratello del dichiarante a nome Luigi, chiamò a se il Cascavilla per chiederne
la ragione e questi negò, ma chiese un fucile e delle munizioni che gli furono
date”.
Secondo D.a
Raffaela Verna, l’imputato era rimasto nel portone di casa, fingendo
di essere venuto in veste di amico; ma poi inviò gente ad arrestare il figlio
D. Terenzio Ventrella. Aggiungeva quindi di aver appreso dai parenti che F.
Cascavilla, dopo l’arresto di Agostino Bocchino, aveva istigato i rivoltosi
dicendo: “A voi manipoli, a voi manipoli”. Ed il Bocchino fu ucciso. Il
testimone Francescantonio Ventrella, fratello di Terenzio, diede una versione
diversa da quella della madre, asserendo che F. Cascavilla, una volta persuaso
dell’infermità del Ventrella, era andato via; fu allora che sopraggiunse
Giuseppe Tortorelli. Pasquale Campanile, infine, ritrattò di aver riconosciuti
l’Antini e il Cascavilla nella moltitudine che gridava Viva Francesco
nel giorno 21 ottobre.
Il reazionario integrò la
difesa svolta dall’Avv. Goffredi con una memoria scritta in carcere il 18
maggio 1863:
“...si discolpa dei fatti
contestatigli, evidenziando che nel giorno della sommossa fu trascinato a viva
forza dal popolo a gridare Viva Francesco II e non fu certo l’istigatore di
quei disordini... il 22 ottobre, quando continuava ancora la reazione, si
trovava in Contrada Mattine, ma non a radunare rinforzi, come risulta da
alcune testimonianze, tanto vero che altro testimone, Emanuele Bramante,
attesta di averlo veduto tornare in paese da solo e a tarda sera”.
La Corte di Appello di Trani
lo condannò a sette anni di reclusione, con sentenza del 6 maggio 1866.
Sfuggì, quindi, alla pena del carcere a vita inflittagli dalla Corte di Lucera.
Morì nel 1888, di polmonite.
Cassano Paolo
di Bartolomeo, di anni 28, contadino.
La Corte di Assise di Trani
lo condannò il 6 maggio 1866, a dieci anni di reclusione.
Cassano Teodoro
di
Bartolomeo, di anni 31, contadino. Viveva in sottano proprio con la moglie ed
un figlio.
Morì nelle carceri
mandamentali di San Giovanni Rotondo in una sera di maggio
1863 “causa pallottole e ferite
arma da fuoco”.
L’Arciprete Bramante annotò nel Registro dei morti della Parrocchia: “Morte
dopo ferite. A’ reso l’anima al Creatore nelle prigioni, essendo stato ferito
nella Murèce, mentre fuggiva per la reazione del 1860, e prima si è
confessato dal Can.co D. Donato De Bonis, poi si è comunicato ed estremato ed
assistito al ben morire. Il di lui corpo è stato seppellito nel camposanto”.
La Corte di Appello di Trani,
con atto del 20.4.1865 pronunciò l’accusa contro un “Cassano Teodoro di
Bartolomeo di anni 35” colpevole di aver saccheggiato con altri la casa di
Matteo Fini e sparato contro i 22 arrestati. E’ evidente, l’errore della Corte
che lo metteva sotto accusa anche da morto.
Cassano Giovanni
di Michele, contadino, di anni 31. Condannato dal Consiglio Subitaneo
di Guerra, fu fucilato in Contrada Olmi il 7.11.1860. Viveva con i genitori,
due fratelli ed una sorella.
Cassano Antonio di Michele.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “E’ notato di quattro delitti”.
Il 7 dicembre 1861 Carmela
Dragano testimoniò che tra gli invasori della sua casa non vi era Antonio
Cassano, ma Teodoro Cassano, latitante. Fu quindi assolto.
Ciccone Santo di Donato. Il
Consiglio subitaneo di guerra ordinò che fosse trattenuto in carcere per
istruire un più ampio processo. Atto di accusa del 10 agosto 1861: “E’ notato
di un delitto”. Il 7 dicembre 1861, durante il processo di Lucera, D. Vincenzo
D’Errico espose quanto aveva sentito per bocca di un tale Domeo Fania e cioè
che Santo Ciccone, dopo le fucilate al carcere, vi era entrato con una scure e
con una sbarra di ferro tolta alla porta del Corpo di Guardia, allo scopo di
uccidere gli infelici, cosa che fece anche l’imputato Nicola Siena. Gli
accusati non fecero osservazioni. Michele Mischitelli aveva visto il Ciccone,
sempre in compagnia del Siena, spogliare un garibaldino, ucciso a colpi di
scure sotto gli orti. Specificò però di non aver visto scuri nelle mani dei
due predetti individui. Si ignora l’esito del processo.
Cisternino Michele
Pasquale di Silvestro, di anni 37.
Denunziato come colpevole, la
Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento”
perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato.
Fu nuovamente posto sotto
accusa il 9 giugno 1865, dalla Corte di Appello di Trani: “... Munito di
bastone sormontato da una falce da uno dei capi si agitava ed eccitava tra la
turba degli insorti mentre erano cominciate le violenze per impedire la
esecuzione del plebiscito, e al momento della carneficina dei rinchiusi nel
carcere egli se ne stava colà con piglio minaccioso, e fu tanto scellerato da
ferire con scure il figlio di Francesco Paolo Russo che piangeva sulla sorte
che suo padre sagrificato...”.Si ignora l’esito del processo.
Cocomazzi Leonardo di
Antonio, di professione bracciale, di anni 22. Soldato sbandato.
Abitava in un sottano con i genitori, tre fratelli e due sorelle di età
compresa fra i due e i diciassette anni.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “E’ notato di un delitto”. Il 6 dicembre 1861 il teste Michele
Fraticelli asserì che tra gli sbandati che seguivano Antini vi era anche il
Cocomazzi. Come si deduce dalla testimonianza di Angela Maria Scarale, “il
Cocomazzi stava con lo schioppo avanti al carcere, e Tommaso Lecce e gli altri
fecero tutti un fuoco”.
Con sentenza del sei maggio
1866, la Corte di Assise di Trani lo condannò a quindici anni di lavori
forzati, più le pene accessorie, confermando la sentenza di Lucera di agosto
1863. Morì nel 1886, munito di tutti i sacramenti.
Cocomazzi Giovanni Battista
di Giuseppe, di anni 22. La Corte di Appello di Trani lo prosciolse da
ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865.
Crisetti Giuseppe di Nicola
Giovanni e Maria Aurelia Mangiacotti, di anni 19. La Gran Corte Criminale di
Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento” perché i fatti non erano
stati provati o non costituivano reato.
De Bonis Donato
di Carmine Antonio, di anni 36, canonico. All’atto del censimento
abitava con il padre, la madre e due sorelle. Denunziato come colpevole, la
Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento”
perché i fatti contestati non erano stati provati o non costituivano reato. La
Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di
prove, con decisione del 23.1.1865. Era fuori carcere.
Del Mastro Leonardo di
Arcangelo, nato in Carpino e domiciliato in San Giovanni Rotondo, muratore.
Abitava con la moglie e quattro figli in una casa locata. Era fuori carcere.
Dopo la Gran Corte di Lucera, anche la Corte di Appello di Trani lo prosciolse
da ogni accusa, per insufficienza di prove, con decisione del 23.1.1865.
De Padova Francesco
di Antonio, di anni 23. Abitava in casa di proprietà con i genitori,
tre sorelle, due fratelli, una cognata e la sorella di quest’ultima.
Atto di accusa del 9 giugno
1865: “Francesco De Padova viene primo tra li sette nuovi imputati che si
portano a giudizio dietro da sentenza della sezione di accusa 20 aprile ultimo
scorso. Il De Padova si teneva già sicuro pel lasso del tempo, tanto da
protestare della sua innocenza e da reclamare perché non fosse ancora stato
sciolto definitivamente da ogni responsabilità penale. Si illuse o trasse male
i suoi conti. Il prosieguo di istruzione ha messo in essere a suo carico che
avverso egli per spirito di parte al novello ordine di cose, favorì di lunga
mano e caldeggiò l’insurrezione facendo capo sugli sbandati; per tale
conosciuto, per tale dichiarato dalla Giunta municipale. Oltre di ché allo
scoppio del movimento egli si gittò ben tosto in mezzo a quella incomposta e
sfrenata plebaglia o barbaglia che fé seguito, e dié forza agli sbandati;
s’armò di fucile e si dié a torno coi rivoltosi pel paese; ferì a colpi d’arme
da fuoco Nicola Esposito, e non si trattenne nemmeno, per quanto da taluni
sostenensi d’accorrere allo eccidio che curare e di sparare sugli
infelicissimi paesani colà rinchiusi, e sagrificarli”.
La Corte di Assise di Trani
lo condannò il 6 maggio 1866 a dieci anni di reclusione. Vittorio Emanuele II,
con decreto del 28 febbraio 1876, gli concesse “il condono del resto della
pena” abbreviando di un paio di mesi la permanenza del De Padova nel carcere
penale dell’Isola della Gorgona, nell’arcipelago toscano.
De Vita Gaetano e Salvatore Michele
di Pietro - Fratelli.
De Vita Salvatore Michele,
di anni 34. All’atto del censimento abitava in casa propria, con la moglie,
una figlia e la suocera.
Atto di Accusa del 10 agosto
1861: “Michele Ricciardi nel mattino del 6 settembre 1860 muoveva da San
Giovanni Rotondo recandosi nella propria vigna alla distanza di un miglio
dall’abitato si vide aggredito dai fratelli Salvatore e Gaetano De Vita, che
dopo avergli scagliato delle pietre gli furono sopra ed a colpi di scure lo
rimasero esanime al suolo, sol perché il Ricciardi erasi denegato a restituire
taluni animali sequestrati al padre di essi De Vita, e dei quali era
consegnatario giudiziario. Le ferite riportate sul capo dal Ricciardi furono
due, una nella regione occipitale, l’altra nella sincipitale ed altre due
contusioni sulla dorsale e precordiale, giudicate tutte pericolose di vita per
gli accidenti. Dopo tre giorni Ricciardi trapassava, e l’autopsia cadaverica
faceva rilevare che le due su descritte contusioni avevano prodotto la
cancrena e quindi la morte. La pruova specifica dimostrava chiaramente che gli
uccisori furono i due De Vita. Arrestati dietro mandato di deposito, ed
interrogati si asserivano innocenti. furono ristretti nella prigione di San
Giovanni Rotondo ove stavano insieme a molti altri soldati sbandati fra i
quali Antonio Marinelli, e nella notte dal 16 al 17 ottobre 1860 evadevano di
là mercé frattura violenta del muro interno. La perizia assodava che i
detenuti erano evasi dal carcere per un foro praticato nel muro a parte
interna della prigione la mercé puntelli di legno adoperati a leva ed altri
piccoli strumenti. Erano riassicurati alla giustizia due degli evasi cioè
Gaetano De Vita ed Antonio Marinelli, quando già erano avvenute le sanguinose
scene in San Giovanni Rotondo, e nelle quali gravemente si erano compromessi
con il Marinelli suddetto. Interrogato costui sosteneva che vedendosi in
carcere senza delitto, pensò di evadere dilatando un buco precedentemente
praticato nel muro. Ed il De Vita sosteneva che egli se né uscì pure pel buco
che erasi fatto senza sua cooperazione. Si completava la istruzione e questa
Gran Corte con deliberazione del 16 aprile 1861 ammetteva l’accusa contro
Marinelli e i due De Vita e fissava anche la pubblica discussione nel dì
costoro interesse, quando essendo pervenuto il processo pei moti reazionarii
di San Giovanni Rotondo, e legittimato lì arresto del Marinelli per la parte
presa in quella tremenda rivoltura, non potette più oltre procedersi dovendo
per l’unità dei giudizi espletarsi la causa con pubblica discussione”.
Accusa del processo di Lucera
del 1864: “... nel giorno 21 armato di fucile con alla punta un fazzoletto
bianco eccitò la popolazione e prese parte ai fatti del 21 meno l’attacco e
resistenza alla Guardia Nazionale e gli omicidi di Maresca e Bocchino”.
Atto di Accusa del 23.1.1865
della Corte di Appello di Trani:
“... Molti testimoni...affermano
che Salvatore Michele de Vita andava coi rivoltosi dal momento
dell’insurrezione fino ai fatti successivi, prendendo parte attiva alla
cattura degli infelici sacrificati nel carcere”.
La Corte di Appello di Trani
riunì due capi di imputazione contenuti nell’atto di accusa del 12 giugno
1865:
1. Volontarie percosse gravi
per gli accidenti, che fra 40 giorni per sola loro natura produssero la morte
di Michele Ricciardi;
2. Fuga dal carcere di San
Giovanni Rotondo con violenza e frattura nella notte dal 16 al 17 ottobre
1860.
La Corte d’Appello di Trani
si occupò soltanto di Salvatore de Vita poiché la G.C. di Lucera aveva già
legittimato l’arresto del fratello Gaetano, riacciuffato col Marinelli
qualche tempo dopo la fuga dal carcere.
Dagli atti si rileva che la
moglie di Salvatore aveva cercato di dissuaderlo dall’insano proposito di
uccidere il Ricciardi, rimproverandogli che avrebbe lasciato i figli in mezzo
alla strada e che fu lo stesso Ricciardi, prima di morire, a fare i nomi degli
aggressori. Salvatore, che si era finto ammalato mettendosi a letto, venuto a
sapere che la giustizia stava procedendo, si rivestì in fretta, dandosi alla
fuga. L’alibi presentato alla giustizia veniva confutato da alcuni testi che
avevano notato la presenza dei fratelli De Vita nella strada in cui
consumarono l’omicidio.
Atto di Accusa del 9 giugno
1865 della Corte di Appello di Trani: “Salvatore Michele De Vita che fu uno
degli autori delle percosse e ferite che cagionarono la morte di Michele
Ricciardi si fece anch’esso notare nel numero dei più scapigliati rivoltosi, e
prese soprattutto una parte attiva nell’arresto degli infelici sagrificati nel
carcere”.
La Corte tranese il 6 maggio
1866 condannò Salvatore De Vita a ventun’anni di lavori forzati e pene
accessorie. Il 28 agosto 1878 il Sindaco di Pesaro comunicava al Comune di San
Giovanni Rotondo la sua morte, avvenuta nel Bagno Penale di quella città:
“... do atto che alle ore 5
pom. del giorno di ieri (1 sett. 1878) nella porta del carcere al n. 1 è morto
De Vita Salvatore, anni 52, pastore, figlio del fu Pietro. Nato e domiciliato
a San Giovanni Rotondo=Foggia= Ammogliato con prole=F.to Ciro Gironi”.
De Vita Gaetano, di anni
23, pastore.
Con sentenza del 6 maggio
1866 la Corte di Assise di Trani lo condannò a dieci anni di reclusione. Morì
nel 1869 nelle prigioni di Lecce.
Di Iorio (o D’Oria, o Iorio)
Saverio fu Nicola,
bracciale, di anni 29.
La sua latitanza iniziò due
mesi prima che fosse spiccato il mandato di cattura, che non poté essere
eseguito.
Accusa nel processo di Lucera
del 1864: “... fu dal principio della sedizione tra i malfattori, e perpetrò
tutti i fatti criminali indicati nel §1... nella sera dello stesso giorno
quando già erasi eseguita la uccisione di Antonino Maresca ed Agostino
Bocchini gridava: - Abbiamo ucciso Antonino Maresca... fu cogli insorti
a procurarsi i fucili e le munizioni della casa Giuva, prese parte all’arresto
dello stesso e di altri cittadini... nel giorno 22 fece da sentinella al
carcere”.
Atto di Accusa del 23.1.1865
della Corte di Appello di Trani: “... L’altro imputato Saverio Iorio è notato
per uno degli effervescenti fra i rivoltosi, avendo saccheggiato la casa di
Leonardo Cascavilla, ed attribuendosi a lui la cattura degli uccisi Achille
Giuva, Alfonso Micci (Mucci) dopo la quale si pose di sentinella nel
carcere...”. Durante il processo di Trani era ancora fuori carcere.
Con sentenza del 6 maggio
1866 fu condannato dieci anni di reclusione. Morì nella sua casa, nel 1884.
Figliolia Leopoldo
fu Michelangelo e M. Murcisi, nativo di Foggia, marito della tigre Rosa
Intorcia. All’atto del censimento abitava con la famiglia nel Palazzo San
Francesco, essendo custode delle prigioni annesse all’ex-convento. I due
avevano sette figli, quattro maschi e tre femmine. Su di lui gravava il
sospetto di connivenza nella fuga degli sbandati dal carcere ma non risulta
che vi siano stati procedimenti penali a carico.
Fini Francesco Saverio
di Michele, di anni 27. Fu condannato a 18 anni di ferri dal Consiglio
Subitaneo di Guerra. Era ammogliato, con tre figli.
Fiorentino Giuseppe Felice e Pasquale
di Giovanni - Fratelli
Fiorentino Pasquale di
Giovanni, proprietario, di anni 50. Dopo la Gran Corte di Lucera, anche la
Corte di Appello di Trani lo prosciolse da ogni accusa, per insufficienza di
prove, con decisione del 23.1.1865. Morì il nel1886, munito di conforti
religiosi.
Fiorentino Giuseppe Felice
di Giovanni (calzolaio), colono, di anni 39. Abitava nella casa
paterna con la moglie, quattro figli e il fratello Pasquale.
Nel processo di Lucera del
1864 fu accusato dei medesimi fatti per i quali l’abolita Gran Corte Criminale
di Capitanata con decisione del 18 maggio 1861 aveva dichiarato
l’archiviazione degli atti.
Nel carteggio riguardante il
Fiorentino spiccano alcune suppliche. In una di esse, diretta al Giudice
istruttore delegato Giuseppe Cutinelli, scritta col fratello Pasquale l’11
luglio 1864, chiedeva che fossero sentiti alcuni testimoni che, a suo dire, lo
avevano visto ritirarsi in casa all’inizio degli arresti. Egli dichiarava
l’assoluta estraneità ai fatti contestatigli. Nella seconda, diretta al
Giudice istruttore Mascia, dopo aver ricordato che la Gran Corte, nella
Camera di Consiglio del 18 maggio 1862, lo aveva già prosciolto dal mandato
di cattura, attribuiva ogni colpa del rinnovo dell’accusa e dell’ordine di
cattura a “gratuiti nemici”, che si erano avvalsi di testimoni di parte
favoriti dal fatto che il giudice Cutinelli non conosceva bene lo sviluppo
delle vicende. Egli indicava un nutrito numero di persone che avrebbero
testimoniato, per conoscenza diretta o per averlo sentito dire, che nella sera
dei primi omicidi egli non era uscito di casa. Tra queste il canonico D.
Nicola Lombardi. Affermava anche che nel giorno dell’eccidio al carcere egli
era rimasto nella masseria di D. Antonio Ventrella, a cinque miglia dal paese.
Quanto all’attacco ai garibaldini, non aveva potuto parteciparvi poiché aveva
aiutato il loro Maggiore a “condurre gli uomini verso la salvezza”.
Concludeva supplicando il giudice di porre fine a quattro anni di
persecuzioni, appellandosi ai principi di equità e giustizia.
Il Fiorentino non fu creduto.
Si legge nell’Atto di Accusa del 23 gennaio 1865 della Corte di Appello di
Trani:
“.... Sono troppo precise le
circostanze deposte dai testimoni sul conto di Felice Fiorentino per escludere
tutto ciò che costui con memorie scritte si è servito asserire in propria
difesa. Egli è indicato come uno dei Capi fra gli agitatori, poiché con
sciabola sguainata obbligava a gridare Viva Francesco II e quindi compilò le
note dei liberali, che si dovevano arrestare, intervenendo a taluni arresti, e
facendo poi la guardia al carcere. Vi è pure un testimone, che lo dice uno
degli operosi agenti nell’incendio del disgraziato Fabrocini. Non v’ha dubbio
che egli fu arrestato alla masseria Ventrella nel giorno 23 ottobre quando fu
incontrato dalle truppe Garibaldine munito di fucile, e di un cassettino di
munizioni, ma è certo altresì che al dire del testimone Lisa... egli aveva
dovuto involarsi dal paese, dopo l’eccidio di quei sventurati, e che i
rivoltosi tenendo accuratamente circondato l’abitato non poteva riuscirgli
facile l’uscita senza muovere per commissione dei compagni.
Invano egli invoca la forza
del giudicato, e la nullità della seconda istruzione, imperciocché la
decisione di conservazione di atti in archivio riconosciuta dall’abolita
procedura penale era meramente preparatoria, e non produceva l’assoluzione
assoluta; ma il procedimento poteva rinnovarsi sulle basi di altri elementi.
La identica disposizione è conservata dall’art. 433 del vigente codice di
procedura penale, ed è erroneo supporre, che in questo caso la nuova
istruzione dovesse autorizzarsi dalla sezione di accusa, essendo facoltà del
P.M. di disporre delle indagini per la persecuzione dei reati. Per ultimo non
pochi testimoni furono aggiunti a quelli precedentemente intesi, e quindi
anche per questa parte è inattendibile la tesi dell’imputato”.
Atto di Accusa della Corte di
Appello di Trani del 9 giugno 1865:“Giuseppe Felice Fiorentino è indicato come
uno dei capi fra gli agitatori ed eccitatori della rivolta. Egli che con
sciabla sguainata percorrendo le vie di San Giovanni Rotondo obbligava gli
abitanti a gridare Viva Francesco II; Egli che compilò le note dei liberali
che si dovevano arrestare; egli che intervenne pure a taluni arresti, e non
tralasciò di fare la guardia al carcere: avvi benanche un testimonio che lo
denunzia come uno degli autori dell’incendio della casa Fabbrocini”.
Il Fiorentino non entrò mai
in carcere. Il 28 novembre 1863 i due carabinieri a piedi della Stazione di
San Giovanni G. Torni e G. Valteroni, recatisi al domicilio del Fiorentino per
eseguire il mandato di arresto, tornarono in caserma a mani vuote. Il
reazionario si era dato alla latitanza da circa due mesi, senza far conoscere
la precisa direzione presa.
Condannato con sentenza del
23 gennaio 1865 fu per lunghi anni esule e latitante. Alla morte di Vittorio
Emanuele II, Umberto I promulgava un’amnistia per i reati politici commessi
dal 1860 al 1878. Grazie ad un’appassionante difesa dell’Avv. Minutillo, che
riuscì a convincere i giudici della natura “politica” dei reati commessi, il
Fiorentino beneficiò dell’atto di sovrana clemenza e poté ritornare
liberamente in paese.
Morì di gastroenterite nel
1897 nella propria casa, “munito di tutti i conforti di S. Chiesa” ed
assistito dall’Ecc.mo D. Giuseppe Massa.
Gaggiano Antonio Maria
di Biase, bracciale, di anni 30.
Atto di Accusa del 20.4.1865
della Corte di Appello di Trani: “... anche Antonio Caggiano veniva ritenuto
come uno dei capi del movimento del 21 ottobre e negli omicidi di Maresca e
Bocchini... (nelle cui case si fece saccheggio, ed insieme a sua moglie
trasportava in casa parte del bottino...). Inoltre egli confessava di aver
ucciso nel carcere il povero Michele Fazzano, perché era un liberale... E
questi fatti sono sufficienti a costituire la loro reità”. Ma il 6 dicembre
1865 la moglie dell’ucciso Fazzano dichiarò che il Gaggiano non si trovava nel
carcere, come se avesse voluto scagionarlo.
Si ignora l’esito del
processo.Morì nella propria casa nel1887, munito di tutti i sacramenti e
assistito dal Sac. D. Giuseppe Massa.
Giampaglia Matteo di Giuseppe
e Maria Costanza Fazzano, di anni 21, fabbro ferraio.
Dal verbale di cattura,
avvenuta per mandato del giudice del mandamento di Monte S. Angelo, ci
pervengono i suoi connotati: statura m. 1,68, capelli castagni, occhi
cervoni, naso grosso, viso lungo, bocca media, colorito naturale. Il 28
ottobre 1863 il Brig. Minini e i carabinieri Valteroni e Torni, messisi sulle
tracce del Giampaglia, giunsero alla masseria Cornella, nei pressi del ponte
del Candelaro, in un tenimento di proprietà del Sig. G. Franco di Lucera.
Notarono un individuo a loro sconosciuto e lo chiamarono. Interrogatolo,
questi rispose di chiamarsi Matteo Giampaglia. Venne perciò arrestato e
tradotto nel carcere mandamentale.
Atto di accusa Corte di
Assise di Lucera processo del 1864: “... fu con gli insorti in tutti gli atti
del giorno 21 e quindi eccitò i popolani ad armarsi contro i galantuomini,
partecipò allo scioglimento dei comizi ed alla resistenza contro la Guardia
Nazionale... fu con Gorgoglione a richiedere il fucile ad Antonio Irani ed
alla negazione egli sparò contro lo stesso, come detto per il Gorgoglione...
armato, eseguì molti arresti specialmente quelli dei fratelli Merla e padre e
figli Irace nel giorno 22... stette di sentinella al carcere nei giorni 22 e
23”.
Atto di accusa del 23 gennaio
1865 della Corte di Appello di Trani: “Fece parte degli ammutinati .Tentò di
uccidere Antonio Irani, ed intervenne all’arresto dei fratelli Mele (Merla?)”.
Trovavasi detenuto. La Corte
lo condannò con la sentenza del 6 magio 1866 a sette anni di reclusione.
Gorgoglione Giuseppe
di
Antonio, di anni 24.
Il 9 ottobre 1862 risulta
rinchiuso nel Carcere di Lucera. Il giudice Cutinelli, ai fini
dell’istruttoria della causa dispose che il Gorgoglione fosse interrogato sui
fatti seguenti, con diritto a presentare eventuali prove a discolpa:
“... tra gl’insorti svolse
principal parte il contrascritto Gorgoglione, il quale si rese correo di tutti
i fatti sopraenunciati, e con ispecialità partecipò nella uccisione di suo zio
Tommaso Lecce anco incarcerato per vecchio rancore contro di lui; sparò contro
D.a Giovanna
Lisa mentre costei si portava al carcere per vedere suo marito Achille Giuva
anco arrestato; unito ad un certo Matteo Giampaglia tirò un colpo di fucile
nella sera del 21 contro il Signor Antonio Irani, che poscia col fucile
impostato minacciò, e recatosi insieme ad altri nella casa del predetto Giuva
eseguì coi suoi compagni A. Pazienza e Saverio Iorio, lo arresto dello stesso
Giuva”.
Altre accuse vengono dal
processo di Lucera del 1864. Il Gorgoglione, tra i principali promotori della
sedizione, nel mattino del 21 ottobre fu visto, armato, ingiungere ai
popolani di dotarsi anche loro armi per uccidere i liberali. Girò nel paese
con una moltitudine di più di dieci persone, gridando Viva Francesco II. Prese
parte principale allo scioglimento dei Comizi per il Plebiscito e partecipò
agli scontri con la Guardia Nazionale. Recatosi a casa di Antonio Irani,
chiese di consegnargli il fucile ed avendo ottenuto un fermo rifiuto, gli
esplose contro un colpo. L’Irani sarebbe restato senz’altro ucciso, se con
fulminea mossa non avesse richiuso la porta. Il gruppetto riuscì invece a
portar via le armi ad Achille Giuva, minacciandolo. Mentre si depredava nella
casa di Leonardo Cascavilla, il Gorgoglione si mise di guardia giù al portone.
Si pose di sentinella al carcere, minacciando di morte i congiunti dei
detenuti e facendo anche fuoco contro di essi. Lo scopo principale della sua
azione fu la morte dello zio Tommaso Lecce, fratello della madre, colpevole di
avergli fatto sposare una donna che egli non amava, tanto che fu tra quelli
che sparò nel carcere, dove lo zio era rinchiuso.
Atto di accusa del 23 gennaio
1865 della Corte di Appello di Trani: Fece parte degli ammutinati; armato,
eccitava alla rivolta; “intervenne al saccheggio delle case di Cascavilla, e
Ventrella, e dopo aver disarmato, e fatto arrestare il suo infelice zio
Tommaso Lecce fu uno di quelli che sparava nel carcere”.
All’atto del processo
trovavasi in stato di detenzione. Per i suoi crimini il 6 maggio 1866 la Corte
di Assise di Trani lo condannò ai lavori forzati a vita, alla perdita dei
diritti politici ed alla interdizione patrimoniale.
Morì nel Bagno Penale di
Genova alle ore 5 a.m. del giorno 24 luglio1872.
Greco Domenico Antonio
di
Costanzo, di anni 58.
Denunziato come colpevole, la
Gran Corte Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento”
perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato. Si trovava
fuori carcere.
Grifa Giovanni fu Antonio, di
anni 37.
Atto di accusa del processo
di Lucera del 1864: “... la sera del 21 armato di fucile ricercava di Michele
Fazzano, e si pose in agguato nella scala di Ricci per attenderlo... entrato
nel carcere nell’atto del massacro colla scure vibrò vari colpi contro i
detenuti feriti o morenti”. Era fuori carcere.
Atto di Accusa della Corte di
Appello di Trani del 9 giugno 1865:“... si distinse coll’incendio della casa
del misero Fazzano e per aver questi nelle mani, minacciò di sagrificare i
miseri figli. Quindi come Jena sitibonda di sangue entrò con altri cannibali
nel carcere a far di scempio dei 22 che si avevano rinchiusi”. Era ancora
fuori carcere.
La Corte lo condannò a sette
anni di reclusione con la sentenza del 6 magio 1866.
Grifa Leonardo di Saverio,
contadino, di anni 27. Morì fucilato in contrada Olmi, vicino la S. Casa di
Loreto, il 7.11.1860.
Grifa Michele Antonio di
Matteo, bracciale, di anni 27. Fu incarcerato come colpevole di
reazione. Era un soldato sbandato. Si ignora l’esito del processo.
Guerrieri Esposito nativo di
S. Marco in Lamis, di anni 22. Denunziato come colpevole, la Gran Corte
Criminale di Lucera dichiarò il “non aversi luogo a procedimento”
perché i fatti non erano stati provati o non costituivano reato. Figlio
naturale di Rachele Guerrieri, di S. Marco in Lamis, nel mese di aprile 1862
aveva i seguenti carichi penali presso la Giudicatura circondariale:
“Al n. 37 - Crimini del
1861. Cospirazione ed attentato avuto per oggetto di distruggere l’attuale
Governo Costituzionale ecc. L’istruzione venne avocata dall’allora Giudicato
di Sansevero.
Al n. 8 - Crimini del 1862.
Associazione di malfattori non minori di 5. Assassinio ed altri reati a 31
dicembre 1861 a 30 detto 1863. Spediti gli atti in due volumi al Giudice
Istruttore di Lucera.
Nel registro atti
d’istruzione, porta i seguenti carichi:
al n. 31 del 1862 -
Banda armata in Grassazione di...
Al n. 43 del 1862 -
Banda armata in attacco e resistenza alle Forze Pubbliche, associazione di
malfattori , formazione e comando (?) di detta associazione, depredazione di
... a 24 gennajo, 24 febbraio, a 26 aprile 1862. Spediti i processi al Sig.
Procuratore del Re.
Al n. 34 del 1863 -
Grassazione di un cavallo commessa in banda armata...
Al n. 82 del 1863 -
Attacco contro la Forza pubblica commesso in banda armata ... a 11 luglio
1863”.
Atto di accusa del 9 giugno
1865 della Corte di Appello di Trani: “...Pietro Guerrieri Esposito
sornominato il Mulo di Durante,d’infame
celebrità nei registi e nella cronica penale, e che ora dicesi rifugiato in
Roma e dinunziato come uno dei capi dei fatti più atroci consumatisi in San
Giovanni Rotondo, né puossi muover dubbio delle sue reità dietro le molteplici
e concordanti deposizioni dei testimoni”. Si ignora l’esito del processo. I
documenti lo qualificarono brigante latitante.
Impagliatelli Matteo Michele Maria
di Antonio, di anni 60. Denunziato come colpevole, la Gran Corte
Criminale di Lucera dichiarò “il non aversi luogo a procedimento” perché i
fatti non erano stati provati o non costituivano reato.
Intorcia Rosa fu Antonio,
nata a Foggia, di anni 40, filatrice.
Moglie del guardiano del
carcere L. Figliolia, Rosa Intorcia abitava a pochi passi dalla porta del
carcere, che era munita di un finestrino, sul lato destro entrando nel portone
del Palazzo S. Francesco. Fu accertato che l’imputata nelle ore pomeridiane
del 23 ottobre 1860 stava nella casa suddetta.
Accusa del processo di Lucera
del 1864: “... quando si sparse la voce che giungeva la Forza, essa invitò i
malfattori ad uccidere i detenuti, rivelando che erano tutti vivi ed essa
poteva vederli”.
Atto di accusa del 23 gennaio
1865 della Corte di Appello di Trani: “... in tutti i fatti tragici, e
clamorosi si è avuta occasione di notare lo intervento funesto di qualche
donna per eccitare al sangue, ed alle stragi, e godersi ferocemente di quell’inumano,
e fiero spettacolo. Né mancarono in San Giovanni Rotondo due di queste tigri,
come sono definite le due imputate Rosa Intorcia e Maria Giovanna Longo... la
prima come moglie del custode delle prigioni Leonardo Figliolia, presente alla
prima scarica di fucilate nel carcere, dopo la quale i rivoltosi andavano via,
vedendo, e supponendo, che non tutti fossero rimasti estinti si fece a
richiamare quei cannibali affermando, che i galantuomini erano tutti vivi,
dietro di che essi rompendo le porte s’introdussero nel carcere, e consumarono
l’immane sacrificio degli sventurati. Ciò si dice dai due testimoni de Bonis e
Stelluti ed è rafforzato da altri elementi”.
Ma chi erano i galantuomini
imprigionati ancora vivi? La lettura degli esami necroscopici porta alla
conclusione che Alessandro Campanile, Costantino Mucci, Vincenzo Irace e forse
anche Guglielmo Fabrocino, erano rimasti illesi dopo la scarica della
fucileria; Terenzio Ventrella invece era stato soltanto ferito. Costoro, senza
l’intervento di R. Intorcia, avrebbero potuto salvarsi.
All’epoca del processo di
Lucera la tigre Intorcia era fuori carcere e dimorava in Bovino.
Nella processo di appello di
Trani fu accusata di “complicità necessaria nella uccisione volontaria di
Alessandro Campanile e (de)gli altri ventuno individui... per aver pienamente
aiutato ed assistito gli autori delle detti uccisioni ne’ fatti che ne
prepararono e facilitarono la consumazione”. La Corte, però attribuì a
semplice “imprudenza” dell’imputata le grida che provocarono il ritorno dei
reazionari nella prigione, escludendo la volontarietà dell’atto che cagionò
l’uccisione dei carcerati rimasti in vita. Pertanto, nel processo del 6 maggio
1866, fu condannata soli sei mesi di reclusione, a lire cinquecento di multa e
ad altre pene accessorie.
Latiano Michele
di Giovanni, di anni 26. Abitava col padre, la matrigna e due fratelli.
Accusa del processo di Lucera
del 1864: “.... nel giorno 23 fu veduto armato di fucile e presso il carcere
prima del massacro”.
Atto di accusa del 23 gennaio
1865 della Corte di Appello di Trani: “...per Michele Latiano si è già
accennato quello che fece con due altri ignoti all’infelice Costantino Mucci
(mentre si recava a Foggia per chiedere aiuto, questi fu raggiunto e ferito a
colpi di stile, ed obbligato a consegnare le lettere ai rivoltosi n.d.r.), ed
è da aggiungersi, che anch’egli fece la sentinella al carcere insieme con
altri insorti...insieme al secondo ( Giuseppe Leone) andò in cerca del misero
Fazzano, avendo poi entrambi partecipato agli eccidi del carcere, ed alle
sevizie sopra i cadaveri”.
Era fuori carcere. Si ignora
l’esito del processo.
Lecce Giovanni Battista
di Donato (bracciale) , di anni 43.
Accusa del processo di Lucera
del 1864: “... fu sempre armato di scure dal giorno 21 al 23 tra gli
insorti... andò tra quelli i quali tolsero il fucile a Francesco Fiorentino...
dopo il massacro dei detenuti fu veduto colla scure e li vestimenta
insanguinati”.
Un non meglio identificabile
Lecce Giambattista fu prosciolto da ogni accusa per insufficienza di prove il
23.1.1865.
Lecce Domenicantonio di
Giovanni, contadino, di anni 25. La madre ebbe tre mariti. Domenicantonio era
figlio di terzo letto e coabitava con la madre ed un fratellastro di primo
letto, a sua volta ammogliato con tre figlie.
Atto di Accusa del processo
di Lucera del 1864: “... la sera del 21 andò cogli altri insorti ad arrestare
Maresca in casa Silvestre e vedutolo spianò il suo fucile contro lo stesso, ma
impedito, seguì la turba al luogo ove Maresca venne ucciso... nel giorno 23
tirò vari colpi di fucile contro i detenuti”.
Atto di accusa del 9 giugno
1865 della Corte di Appello di Trani: “... Domenicantonio Lecce e Giuseppe
Leone sono notati per molte testimonianze come nemici accaniti contro i
liberali, ed avversi al nuovo ordine di cose. Parteciparono agli eccidi nel
carcere ed alle sevizie sopra i cadaveri”. Si ignora l’esito del processo.
Morì nella sua casa nel 1898, di polmonite, “munito di tutti i conforti di S.
Chiesa” ed assistito dall’Ecc.mo D. Giovanni Stelluto.
Leone Giuseppe di
Michelantonio, di anni 39, contadino. Era ammogliato, con tre figli. Nella
causa di Lucera, il 7 dicembre 1861, Emanuela Fini dichiarò che “nel carcere
aveva trovato cinque o sei contadini che stavano a consiglio, ed uno di essi
disse che fosse entrato, e costui fu Giuseppe Leone”.
Accusa nel processo di Lucera
del 1864: “... fin dal giorno 21 armato di coltello cercò di D’Errico
Vincenzo, cui diceva voler tagliare la testa... nel giorno 23 armato di scure
entrò nel carcere nell’atto del massacro, e ne uscì con la scure insanguinata,
e poscia confessò il suo atroce operato”.
Atto di accusa del 23 gennaio
1865 della Corte di Appello di Trani: “accanito contro i liberali; insieme a
Michele Latiano andò in cerca del misero Fazzano, partecipando con lui agli
eccidi del carcere, ed alle sevizie sopra i cadaveri”. Il 6 maggio 1866la
Corte lo condannò a dieci anni di reclusione.
Longo Felice Antonio di
Domenico, calzolaio, di anni 25. Soldato sbandato. Abitava nella casa della
matrigna, con un fratello e quattro fratelli di secondo letto.
Fu condannato a morte dal
Consiglio subitaneo di guerra. Il Governatore gli sospese la sentenza perché
contro il Longo e i due fratelli Savino “ stava... la deposizione di una sola
donna, mentre i molti altri testimoni nulla deponevano... pel fatto degli
omicidi, tanto più che questa donna non era stata udita nella istruzione, e fu
data in nota al Commessario del Re da un parente degli uccisi”. Per grazia
sovrana, beneficiò della commutazione della pena nei lavori forzati a vita.
Ma, non resistette a lungo alle sofferenze del carcere. Nell’atto di morte,
pervenuto allo Stato Civile Sangiovannese dalla Sezione del Bagno Penale di
Nisida (Na), si legge:
“L’anno 1876 addì 11 novembre
ore 6 a.m. nell’Ospedale del Bagno, alla presenza del Signor Direttore e dei
membri componenti il Consiglio d’Amministrazione, coll’intervento del Medico e
del Cappellano. Si rende noto che il detenuto col numero 253 a nome Longo
Felice, figlio del fu Domenico e della fu Maddalena... nato il ... a San
Giovanni Rotondo, provincia di Capitanata, professione Calzolaio, (era) stato
condannato il dì 6 dicembre 1860 dal Consiglio Subitaneo in Cagnano di
Capitanata, entrato nel Bagno il dì 26 agosto 1861, ed ammesso all’Ospedale il
28 luglio 1866, passò ad altra vita ad ore 10_ pom. del giorno di ieri 10
novembre 1876 in seguito a tisi polmonare, munito del SS. Sacramento”.
Longo Maria Giovanna di
Antonio, di anni 20.
Abitava con un fratello, la
cognata e una nipote. Fu considerata una tigre reazionaria, come Rosa Intorcia.
Denunziata come colpevole nel processo di Lucera, non fu rinviata a giudizio
perché i fatti che la riguardavano non erano stati provati o non costituivano
reato. Non così andò nel processo della Corte di Assise di Appello di Trani,
nel cui atto di accusa del 23 gennaio 1865 è scritto:
“... molti oppongono alla
detta Longo (era in stato di detenzione) di essersi unita ai rivoltosi, e come
furia infernale li eccitava al sangue, ed alla insurrezione, avendo
presenziata con uno spiede in mano alla uccisione dei 22 carcerati, prendendo
anche la sua parte nello interno del carcere, come dicono le due testimoni
Puzzolante e Fini... rimase smentita nel di lei interrogatorio, il che sempre
più conferma il carico”.
Atto di accusa del 9 giugno
1865 della Corte di Appello di Trani: “Rosa Intorcia e Maria Giovanna Longo,
anziché donne in quelle nefande giornate comparvero come furie infernali ad
eccitare al sangue, alle stragi, alle rapine, ed a godersi ferocemente di quel
tremendo spettacolo. La prima, moglie al custode del carcere, trovandosi
presente alla prima scarica di fucilate che colà dentro erasi fatta, dopo la
quale parea che i rivoltosi se ne allontanassero, vide e suppose che non tutti
i rinchiusi ne fossero rimasti estinti e si mosse a chiamare indietro quei
cannibali con l’affermare che i galantuomini erano tutti vivi. Tanto bastò
perché quella banda di feroci assassini, infrante le porte, si introdussero
nel carcere, e vi consumasse, orribile a dirsi, il sagrifizio di tutti i 22
catturati a colpi di fucili e d’arma bianca con ogni maniera di sevizie ed
insulti ai cadaveri. La Longo anch’essa unitasi ai rivoltosi con grida e con
gesti non faceva che eccitarli al sangue ed alla carneficina; che anzi
armatisi di uno spiede ella giunse pure ad intromettersi nel carcere ed
assistere al massacro ed a prendervi anch’essa la sua parte; colla voce fé,
non coll’opera, porgendo l’orribile esempio di una spietata Erinni che gode e
si sazia allo strazio delle vittime segnate col suo furore”. Si ignora l’esito
del processo.
Mangiacotti Antonio Maria di
Giuseppe (contadino), di anni 30, vignaiolo.
Accusa del processo di Lucera
del 1864: “.... soldato sbandato, uscito inerme nel mattino del 21 di casa, vi
tornò armato di fucile nella sera, e dal 21 al 23 diresse un drappello di
insorti... cominciato il fuoco alle carceri, trovandosi presso la Chiesa, menò
la cartuccia nel fucile, invitò Mancini a seguirlo ed alla negativa di costui
corse a tutta fretta verso il carcere che dal quel luogo era poco discosto”.
Il 6 dicembre 1861 Vincenzo
Mancini testimoniò che martedì 23 il Mangiacotti lo invitò ad andare al
carcere. La condizione di soldato sbandato fu sufficiente , nell’atto di
accusa del 23 gennaio 1865, per considerarlo come partecipe a tutti i luttuosi
avvenimenti.
Il 9 giugno 1865 la Corte di
Appello di Trani lo accusò degli stessi delitti attribuiti a Domenicantonio
Lecce e Giuseppe Leone. Fu quindi condannato a dieci anni di reclusione con
sentenza del 6 maggio 1866.
Mangiacotti Pasquale di
Michele. Il Consiglio Subitaneo di Guerra ordinò che fosse trattenuto in
carcere per poter istruire un più ampio processo nel termine di sei mesi.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “E’ notato di due delitti”. Si ignora l’esito del processo.
Mangiacotti Michele di
Pasquale, contadino, di anni 23. Soldato sbandato reazionario. Condannato a
morte, fu fucilato il 7.11.1860 in Contrada Olmi.
Marinelli Antonio
di Matteo,
contadino, di anni 24. E’ uno dei soldati sbandati evasi dal carcere
sangiovannese nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1860. Fu riacciuffato
insieme a G. De Vita. Morì nella propria casa, nel 1893, di “ernia
strozzamento intorno”.
Martino (alias Di Martino)
Antonio, Domenico, Gabriele e
Luigi
di Gregorio - Fratelli.
La famiglia Martino era
piuttosto numerosa essendo composta dai genitori, tre fratelli e quattro
sorelle.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “Nelle prime ore del mattino del 27 gennaro 1864 tre pastori apruzzesi
della posta armentizia distante un tre miglia da Foggia si diriggevano per
affari in quella città. Non avevano percorso un miglio quando furono assaliti
da tre uomini armati di fucile che li aggredirono nel fine di rubarli, ma alle
rimostranze che nulla avevano, uno di quei malfattori scaricò per rabbia il
suo archibugio contro uno dei pastori Domenico Ciotti di Carlo, di Calascio in
Aquila che cadde morto e gli altri due Gregorio Chiola e Domenico Ciotti fu
Giovanni rimasero gravemente feriti, l’uno a colpi di arma bianca ad una
coscia, oltre due altre ferite di niun momento e l’altro sulla testa con
codarcio di fucile. Gli autori di quel crimine rimasero sul luogo una coppola,
un pezzo di pane confezionato all’uso dei naturali del Gargano, ed una
fascella con mezza ricotta, oggetti che venivano assicurati in reperto. La
generica assodava che la morte di quel pastore era avvenuta dal colpo di
fucile, aveva spinto il proiettile nell’ala maggiore del fegato: che Domenico
Ciotti fu Giovanni aveva una ferita di punta e taglio nella coscia destra
lunga due pollici, larga fino a passare la spessezza dei comuni indegamenti,
altra ferita di poche linee in mezzo alle due gobbe frontali e due altre
ferite sui due polpastrelli del dito annulare e mignolo della mano sinistra.
Si giudicavano la prima pericolosa di vita e di storpio per gli accidenti, e
le altre lievi. E che Gregorio Chiola riportava una ferita lacero-contusa
nella regione temporale destra giudicata pericolosa di vita e di sfregio per
gli accidenti, pericoli che poscia svanivano. Un tale misfatto commesso per
mero atto di brutalità e di lascivia richiamava tutta l’attenzione della
giudizia, la quale cominciava col procedere a visite domiciliari presso le
persone sospette tanto in città che in campagna e sorprendendo la casetta
rurale e la vigna che si conduceva da tale Vincenzo Cordella di Foggia, dopo
reiterate perquisizioni e sulle indicazioni del garzone di esso Cordella a
nome Nicola Di Mauro si rinvenivano, sepolto in vicinanza della suddetta
casetta un fucile, un sacco che forse aveva dovuto contenere altri due fucili,
sei pelli di pecore, due carichi con polvere, un bottone dell’arma dell’ex
gendarmeria, un coltello sfornito di molle, della stoppa, una zucca con
polvere, una panettiera con altri carichi con polvere, una borsa di pelle, un
astuccio per fiammiferi, un pettine rotto di osso, ed una scure vecchia e
rugginosa. Si riceveva la dichiarazione del Di Mauro, e costui dettagliava che
fin dal novembre 1860 vedeva frequentare in quella vigna i germani Antonio,
Gabriele e Luigi Martino che andavano latitanti, e che per non essere
arrestati prendevano colà ricovero. Che i medesimi nelle diverse notti
uscivano insieme al germano del detenuto Cordelli per commettere dei furti.
Che quando si ritiravano portavano carne, pane, pelli, facendo creder
comperati quegli oggetti, che il Di Mauro si accorgeva esser furtivi. Che i
cennati Martino si allontanavano per tre giorni onde recarsi al paese per
provvedersi di armi, e facevano ritorno nella vigna nel mattino del 27 gennaro
verso l’ora di uffizio (giorno dell’aggressione ed omicidio, e si avverta che
il tempo trascorso dall’alba alle 8 antimeridiane ora in cui tocca la campana
dell’uffizio, era più che sufficiente perché i germani Martino potessero
percorrere il cammino dal punto dell’assassinio, alla vigna Cordella, punti
che distano fra loro due miglia circa). Che tutti tre erano feriti, cioè
Gabriele nella coscia, Luigi nel Braccio per colpi d’arma da fuoco, ed Antonio
sulla faccia per arma tagliente. Che raccontavano di essere venuti ad un fatto
d’armi nel commettere furto in una posta armentizia a piede della montagna.
Che avevano preso pane, casciotte di formaggio, ricotte, ma che avevano dovuto
lasciar tutto per istrada e portarsi i soli fucili, di cui si erano
provveduti. Che Gabriele Martino giunse nella vigna sfornito di coppola, e
facendo credere di averla perduta per istrada tolse il cappello del Di Mauro e
se ne servì, e costui nel descrivere e la forma della cennata coppola, disse
di saperla ben conoscere come il pezzo di pane assicurato. Nel giorno 5
febbraro venivano esposti alla ricognizione del testimone Di Mauro, la
coppola, il pane e la ricotta, ed il medesimo riconobbe nettamente la coppola
per quella che si copriva Gabriele Martino e di cui tornò senza; rimarcò in
quel pane le fattezze di quello che i fratelli Martino avevano, dalla
montagna, e nulla poi seppe dire della ricotta e fascella. Dopo tutto ciò si
presentavano alla giustizia Francesco Minelli e Francesco Pasquarella i quali
dichiaravano quattro furti da essi sofferti nella posta armentizia in
tenimento di Foggia, l’uno il 16 dicembre 1860, gli altri nelle notti del 5,
11, e 19 gennaio 1861, togliendosi loro delle pelli, pelliccioni per pastori,
cappotti, una scure ed altri oggetti. Esposti a riconoscenza dei due
Pasquarelli e Minelli gli oggetti assicurati in reperto, il primo di essi
riconobbe nettamente due delle pelli, asserendo di essere sue dal lanaggio e
dal segno alle orecchie tutto particolare della sua industria. Antonio Di
Brita, pastore di Minelli, riconobbe altra pelle non solo dall’intacco e dal
lanaggio, ma dalla pressione della giacitura servendosene per riposarsi la
notte. Gli altri pastori del Pasquariello, Vincenzo e Carmine Ferraraccio
riconobbero chiaramente tre altre pelli, una delle quali lacere in un punto,
destinata a dormirvi il Ferraraccio. L’altro Pastore Vincenzo Salanci
riconobbe altra pelle sulla quale si coricava. Finalmente il pastore Basso
Monaco riconobbe la scure e soggiunse che era precisamente quella a lui
affidata dal padrone per servizii della posta armentizia. Si spediva mandato
di deposito contro Luigi, Antonio, Gabriele Martino e Vincenzo Cordella, il
quale è colpito non solo dal gravame elemento di essersi rinvenuti sepolti gli
oggetti furtivi nel fondo da lui condotto, e dove abitava, ma dalla
dichiarazione di Nicola De Mauro. Era arrestato il solo Cordella ed
interrogato si chiamava innocente, sostenendo di non conoscere i fratelli
Martino, coi quali non ha avuto mai contratto. Dopo lunga latitanza erano
arrestati Gabriele, Luigi ed Antonio Martino, ed opportunamente interrogati
dal Commissario della Causa della presente imputazione se ne chiamavano
estranei, e dicevano che non avevano avuto affatto vicinanza con Vincenzo
Cordella che non conoscevano chi fosse, né dove fosse situato l’orto menato
innanzi dal medesimo. La Gran Corte quindi alla base dei su esposti fatti non
dubitava di legittimare l’arresto di tutti i giudicabili, meno di Domenico
Martino, pel quale sono pochi giorni che sono pervenuti gli atti sul conto del
medesimo, trovandosi rubricato nella rivoltura di San Giovanni Rotondo,
oggetto del carico n. 1 contenuto nel presente atto di accusa”.
Il predetto carico era di
eccitamento e attentato alla guerra civile fra gli abitanti dello Stato e
della stessa popolazione armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro
gli altri, di devastazione, di strage e saccheggio accompagnato da omicidi
consumati in persona di 24 individui, dei quali 22 uccisi nel carcere, con
ribellione e riunioni sediziose, nonché di oltraggi e violenze fatte, cioè
resistenza contro la Forza pubblica in servizio con omicidi in persona del
secondo Tenente dei militi garibaldini Amico Orofino e del secondo Sergente
Francesco Caramia della Brigata Romano, e di ferite pericolose di vita di loro
natura e per gli accidenti in persona del caporale Cataldo Morlato e del
foriere Francesco Cassano della stessa Brigata Romano.
Durante lo svolgimento della
causa accadde un episodio abbastanza singolare. Nicola Di Mauro, garzone del
Cordella, che era stato il testimone chiave per la formulazione dell’accusa
contro i fratelli Martino, nella pubblica discussione del 7 febbraio 186
ritrattò tutte le precedenti dichiarazioni, affermando che la Guardia
Nazionale gliele aveva estorte stringendogli la corda al collo. Inviato in
carcere “per esperimento”, il garzone, che all’epoca dei fatti era un
ragazzino di appena otto anni, continuò a negare di sapere cose che potessero
interessare la giustizia. Quando gli chiesero come avesse fatto ad indicare
esattamente alla forza pubblica il posto dove erano stati sepolti i fucili e
le pelli, spiegò che, “mentre le Guardie andavano avanti e lui appresso”, si
era accorto del terreno mosso di recente.
Tra l’altro il ragazzino,
calato dall’Abruzzo come l’ucciso D. Ciotti, aveva dichiarato che i fratelli
Martino “andavano fuggendo” per non essere arrestati.
Il testimone D. Vincenzo
D’Errico nel dibattimento del 7 dicembre 1861 presso la G. C. Criminale di
Lucera asserì che “i fratelli Martino, tra i quali vi era il guardaboschi,
quantunque Guardie Nazionali, erano passati nelle fila dei reazionari ed il
guardaboschi lo fece dopo aver tirato un colpo di fucile al tenente della
Guardia Nazionale D. Federico Verna”. Alla domanda se sapesse indicare gli
autori del saccheggio e degli incendi, il D’Errico rispose solo per ciò che
gli constava personalmente. Egli raccontò di aver effettuato una visita nella
casa di Gregorio Martino, col quale coabitavano tutti i figli tranne Luigi.
Qui, oltre a cacicavalli, biancheria ed oggetti di rame, erano stati rinvenuti
i cappotti appartenenti alle famiglie degli uccisi, e quelli degli stessi
uccisi. Una parte della refurtiva era stata rinvenuta nascosta sotto la paglia
e l’altra in un pozzo. L’accusato Gabriele Martino obiettò di essere
coniugato e di non abitare col padre. Il D’Errico eccepì che in quei giorni
anche lui aveva fatto vita comune nella casa del padre. Il fratello Antonio
osservò che i cappotti non erano stati trovati nella sua casa o in quella del
padre, ma in un sottano di un certo Luigi Cascavilla. Il D’Errico allora
chiarì ai magistrati che parte degli oggetti erano stati rinvenuti nel pozzo
che corrispondeva nel soprano dell’altro fratello Gregorio ed altri nel
sottano del Cascavilla, il quale era fuggito per non fare la fine dello zio,
ucciso dai reazionari. A detta delle Guardie Nazionali, era stato il Martino
a nascondere gli oggetti sotto la paglia. Alle perplessità dei giudici circa
il luogo scelto per nascondiglio, il D’Errico fece notare che i fuggitivi,
pensando soltanto a salvare la propria pelle, avevano abbandonato le loro
abitazioni senza curarsi di chiudere le porte. Del resto anche lui, recatosi
per effettuare una ricognizione nel sottano del Cascavilla, aveva trovato la
porta aperta. Gli accusati non ebbero altre osservazioni da fare.
Un altro testimone, Carlo
Fini, confermò i fatti, sostenendo che un cappotto del padre era stato trovato
nella casa di Gregorio Martino.
Martino Antonio, di anni
17, barbiere.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “Antonio Martino è notato di cinque delitti e di un crimine di ferite
che produsse sfregio in persona di Giuseppe Ritrovato, per quel reato fu
condannato ad otto giorni di mandato in casa”.
Il 7 dicembre 1861 D.
Raffaela Verna dichiarò la presenza del Martino all’arresto del figlio D.
Terenzio Ventrella. L’imputato, cercò di sottrarsi alle accuse chiedendole di
confermare al P.M. che egli aveva voluto con se il figlio in casa, per
sottrarlo alla morte. La risposta fu che lui insieme agli altri, armato di
fucile, aveva condotto il figlio nel carcere.
Il 6 maggio 1866 la Corte di
Assise di Trani lo condannò a sette anni di reclusione.
Martino Domenico, di anni
34.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “ E’ notato di un crimine di resistenza ad un urbano in servizio. Con
deliberazione del dì 24.4.1846 fu dichiarato non esservi luogo a procedimento
penale... E sul conto di Domenico Martino si è pure acclarato che nei giorni
del tumulto stava fra i facinorosi armato di fucile, e dopo una perquisizione
eseguita nella casa di lui furono rinvenuti molti oggetti, riconosciuti di
pertinenza di quelli uccisi nel carcere...”. Si ignora l’esito del processo.
Martino Gabriele, di anni
27, guardacampi comunale.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “E’ notato di undici delitti e di un crimine alla forza pubblica. Con
deliberazione del 24 marzo 1858 fu ordinato gli atti in archivio”.
La Corte di assise di Trani
con sentenza del 6 magio 1866 lo condannò a diciannove anni di lavori forzati,
più le pene accessorie.
Martino Luigi
, di anni 21,
scalpellino.
Atto di accusa del 10 agosto
1861: “Luigi Martino è notato di 14 delitti e di un crimine di furto
qualificato a danno di Marco De Bellis. Con deliberazione del 31.3.1846 si
ordinò la conservazione degli atti in archivio”.
Durante il processo di Lucera,
il 7 dicembre 1861, il teste Biase Savino dichiarò di non ricordare se il
Martino avesse partecipato all’aggressione del garibaldino Francesco Cassano.
Nello stesso tempo, però, si diceva certo che davanti al Consiglio di Guerra
aveva detto il vero, perché allora si trattava di avvenimenti recenti... Come
dire che ora affermava il falso!.
La Corte di assise di Trani
con sentenza del 6 magio 1866 lo condannò a diciannove anni di lavori forzati,
più le pene accessorie.
Martino Orazio di Carmine, di
anni 27. Il Consiglio Subitaneo di Guerra ordinò che fosse trattenuto in
carcere per poter istruire un più ampio processo nel termine di sei mesi. Si
ignora se fu effettivamente processato.
Morì di bronchite acuta
nel1896. Abitava in un sottano di proprietà del padre, con i genitori e due
fratelli.
Martino Antonio di Carmine,
di anni 25. Fu condannato a 18 anni di ferri dal Consiglio Subitaneo di
Guerra.
Martino Michele di Carmine
(figlio di secondo letto), di anni 23. Soldato sbandato.
La morte del padre
settantenne, avvenuta alle ore 20 del 10 ottobre 1860, rafforzò la sua volontà
di darsi alla macchia, avendo già rifiutato un ultimatum del 6 ottobre
tendente a farlo partire per il servizio militare. Entrò nel carcere di Trani
il 19 ottobre 1864, in qualità di giudicabile per i fatti reazionari,
contraendovi una grave malattia polmonare. Morì alle ore 11 p.m. del 29
settembre 1865 nell’infermeria dello stesso carcere. Il direttore delle
prigioni, nel comunicare la luttuosa notizia al Sindaco di San Giovanni
Rotondo, inviava un elenco degli oggetti lasciati dal deceduto, che dimostra
le condizioni di estrema indigenza in cui versava il Martino: ai familiari che
si fossero presentati entro sei mesi, sarebbero state consegnate queste povere
cose: un lenzuolo di tela, una camicia di tela, un sottocalzone di tela, un
sacco, una veste di cuscino, un fazzoletto di colore, un paio di cerchietti
d’oro. Nello spazio riservato al “Fondo particolare su conto corrente”,
espresso in lire, spiccano due barrette di azzeramento.
Merla Giovanni Battista di
Nicola, di anni 37. Era ammogliato, con due figli.
Accusa del processo di Lucera
del 1864: “... armato di fucile, prese parte in tutti i fatti del giorno 21
meno gli omicidi di Maresca e Bocchino... nel giorno 23 armato di scure entrò
nel carcere, e dopo il massacro rovistò le vestimenta degli estinti... fu
veduto uscirne tutto intriso di sangue e confessò aver preso parte al
massacro”.
Il 9 giugno 1865 la Corte di
Appello di Trani lo accusò di aver commesso gli stessi delitti attribuiti a
Domenicantonio Lecce , Giuseppe Leone e Antonio Maria Mangiacotti. Si ignora
l’esito del processo.
Musi Francesco Giovanni di
Antonio, di anni 35. Abitava con la madre, un fratello ed una sorella, in casa
di proprietà. Fu condannato a 18 anni di ferri dal Consiglio Subitaneo di
Guerra.