Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo VI - seconda parte

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

I danneggiati politici [1]

Con decreto dell’8 gennaio 1861 il Governo italiano stanziò lire 500.000 per l’erogazione di pensioni a favore delle famiglie povere che più ebbero a soffrire per causa politica.  La povertà era certificata dal Comune. Andavano pure dichiarati la professione, arte o mestiere esercitati e la titolarità di capitali, industrie o proprietà. I vari certificati rilasciati dal Comune sangiovannese  hanno reso possibile questa ricostruzione dello stato familiare di quindici martiri.

     I danneggiati  politici -  stato di famiglia di  alcuni martiri

Nome  e cognome

dei deceduti

Componenti della

Famiglia

(Danneggiati Politici)

 

Data     di   nascita

 

 

Età

 

Condizione fisica

 

Attività svolta

Mezzi di

assi-

steNza

 

Pen-

sione  annua

Francesco P. Russo

Troiano Carmela            (vedua)

 

23.01.1820

 

42

di gracile

salute

 

tavernaro

 

niente

 

L. 360

 

Russo Grazia                   (figlia)

 

21

infermiccia

lavandaia

 

 

 

Russo Nicola Maria          (figlio)

 

16

sano

va con l’asino in

 campagna

 

 

 

Russo Benedetto            (figlio)

 

13

idem

incapace al lavoro

 

 

 

Russo Michele                 (figlio)

 

9

idem

idem

 

 

 

Russo Maria

Giovanna                        (figlia)

 

6

idem

idem

 

 

 

Russo Maria

Rosa                                 (figlia)

 

3

idem

idem

 

 

Michele

Fazzano

Fini Angela                     (vedua)

21.04.1823

40

sana

assiste la sua

famiglia

niente

L. 360

 

Fazzano Anna Maria      (figlia)

 

17

sana

cucitrice

 

 

 

Fazzano Vittoria           (figlia)

 

14

idem

idem principiante

 

 

 

Fazzano Chiara             (figlia)

 

11

infermiccia

incapace

 

 

 

Fazzano Filomena          (figlia)

 

9

sana

idem

 

 

 

Fazzano Giovanni A.      (figlio)

 

6

idem

idem

 

 

 

Fazzano Ferdinando      (figlio)

 

3

idem

idem

 

 

Errico D’Errico

Pomella Bambina           (vedua)

16.11.1824

38

sofferente

donna di casa

niente

L. 400

 

D’Errico Gaetano           (figlio)

 

16

sano

al convitto per carità

 

 

 

D’Errico Luigi                 (figlio)

 

12

idem

idem

 

 

 

D’Errico Achille               (figlio)

 

11

idem

idem

 

 

 

D’Errico Berardino  (figlio)

 

9

idem

incapace al lavoro

 

    

 

D’Errico Pietro               (figlio)

 

4

idem

idem

 

 

Luigi        D’Errico

Campanile Maria           (vedua)

19.03.31

31

infermiccia

donna di casa

2 ha di terra  e 10 ara di vigna

L. 300

 

D’Errico Carmela

 

3

sana

incapace

 

 

Gennaro   Cascavilla

Cocomazzi Rosa            (vedua)

05.09.1790

72

gracile

impotente al lavoro

niente

L. 300

 

Cascavilla M. Lucia         (figlia)

 

42

idem

donna di casa

 

 

 

Cascavilla Giacinta         (figlia)

 

38

sana

idem

 

 

 

Cascavilla Celeste           (figlia)

 

34

idem

idem

 

 

 

Cascavilla Leandro         (figlio)

 

40

cieco ad un

occhio

picciolo mensile

di D.ti 5  - guardiano

 

 

 

Cascavilla Paolo

 

32

sano

 

 

 

Guglielmo              Fabrocino          

Ruberto Raffaela            (vedua)

03.03.1839

23

sana

spacciatrice per conto di Raffaele Verna

una casa di abitazione

L. 360

 

Fabrocino Vincenzo        (figlio) 

 

9

sano

incapace a lavorare

 

 

 

Fabrocino Michele           (figlio)

 

6

idem

idem

 

 

 

Fabrocino Giuseppe        (figlio)

 

4

idem

idem

 

 

 Nicola

 Maria              del Grosso

 

Maresca M. Giovanna   (vedua)

 

31.03.1829

 

33

 

sana

 

cucitrice

 

una casa in godimento

 

L. 360

 

del Grosso  ... (?)             (figlio)

 

8

gracile

incapace a lavorare

 

 

 

del Grosso Michele          (figlio)

 

4

sano

idem

 

 

Achille                       Giuva

Lisa Maria Giovanna     (vedua)

18.04.1817

45

infermiccia

donna di casa ed applicata a mantenere la figlia cretina

niente

L. 360

 

Giuva Diomira                  (figlia) 

 

17

sana

cucitrice

 

 

 

Giuva Angela                    (figlia)

 

15

scrofolosa

non molto capace al lavoro

 

 

 

Giuva Mariana                 (figlia)

 

12

sana

idem

 

 

 

Giuva Berenice                  (figlia)

 

7

cretina

inutile affatto

 

 

Celestino Sabatelli

Tancredi Marianna        (vedua) 

 

40

sana

donna di casa

 

L. 300

 

Sabatelli Arcangela          (figlia) 

 

14

idem

principia a cucire

 

 

 

Sabatelli Donato              (figlio) 

 

11

idem

incapace al lavoro

 

 

 

Sabatelli Teresa              (figlia) 

 

8

idem

idem

 

 

Alfonso Mucci

Trotta Maria  (vedua)

23.12.1830

30

sana

tessitrice

niente

L. 200

Costantino Mucci

Puzzolante Angela         (vedua)

09.03.1822

42

... (?)

donna di casa

niente

L. 300

 

Mucci Filomena                (figlia)

 

19

sana

filatrice

 

 

 

Mucci Lucia                     (figlia)

 

10

idem

incapace al lavoro

 

 

 

Mucci Rosa                      (figlia)

 

7

sana

idem

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Sac. Merla

e Achille Merla

D. Giovanni Merla ( padre)

23.12.1781

81

cieco ambi gli occhi

incapace al lavoro

 

L. 400

 

Carrabba Francesca     (madre)

08.07.1790

73

infermiccia

idem

 

 

 

Merla Rosa                     (sorella)

16.06.1812

50

sofferente

donna di casa

parte di casa

 

 

Merla Giuseppe            (fratello) ammogliato)

20.08.1832

 

 

 

parte di casa

 

Giuseppe, Tommaso e

Vincenzo Irace

 Irace Maddalena di Giuseppe,

coniugata con Michele Giuliani di S. Marco in L.

 

 

18.06.1840

 

 

 

 

donna di casa

 

 

una casa

 

 

-

Terenzio Alfonso

Ventrella

 

Verna Raffaela              (madre)

 

28.09.1804

 

 

 

 

1 ha di terreno

 

180

Antonino Vincenzo Maresca

 

Lisa Maria Felice          (madre)

 

22.07.1800

 

 

 

 

 

300

Il Consiglio municipale certificò che le molte “disgraziate” famiglie sangiovannesi, “per effetto della Reazione politica... scoppiata nel... giorno fatale del Plebiscito, ebbero a deplorare l’amara perdita de’ loro più cari, chi de’ mariti, chi de’ genitori e chi de’ figli, perché di sentimenti liberali, con incendio e saccheggio delle abitazioni da que’ cannibali rivoltosi... : tanto che lo squallore e la miseria apparve come gigante in queste sventurate famiglie, senza avere chi le potesse dare sollievo...”.[2] Buona parte di esse avevano implorato fin dal 25 giugno 1861 una pensione al Governo.

 Le domande, consegnate al Comune, furono  trasmesse il 17 luglio al Governatore, per l’inoltro alla Commissione moderatrice delle Pensioni in Napoli. Questa decretava le pensioni a favore delle famiglie di Pomella Bambina ved. d’Errico,  Campanile Maria ved. d’Errico, Fini Angela ved. Fazzano, Maresca Maria Giovanna ved. del Grosso, Cocomazzi Rosa ved. Cascavilla, Puzzolante Angela ved. Mucci, Ruberti Raffaela ved. Fabrocino, Lisa Maria Giovanna ved. Giuva, Troiano Carmela ved. Russo, Tancredi Marianna ved. Sabatelli, Merla Giovanni e Carrabba Francesca, genitori di Luigi ed Achille Merla, e Lisa Maria Felice, madre di Antonino Maresca. Vedendosi soccorse economicamente, tutte queste persone tirarono un sospiro di sollievo, anche se occorreva ancora il placet ministeriale. A Napoli c’era un sangiovannese incaricato di seguire l’iter delle pratiche.[3] Questi, recatosi presso gli uffici della Commissione, non vi trovò  che la domanda di pensione della Puzzolante e la integrò personalmente con altra documentazione, prima che fosse inoltrata a Torino.

 Ma di lì a poco intervenne un parere del Consiglio di Stato, interpellato dal Ministero dell’Interno, che dichiarava  insuperabili le 500.000 lire stanziate dal Governo e la perentorietà del termine del 30 giugno 1861, fissato per la presentazione delle domande, significando che quelle posteriori erano da respingere.  Pertanto tra i mesi di aprile e maggio 1862 la Sottoprefettura Circondariale notificò ai danneggiati politici l’assurda decisione: il Ministero accordava loro un semplice  “sussidio straordinario per una sola volta”, corrispondente ad un’annualità di pensione, “per non essersi avanzata la domanda a tempo utile”. Esso veniva considerato “di pura grazia”, per cui ulteriori istanze di rinnovo non sarebbero state prese neppure in esame. Si può immaginare la disperazione degli interessati di fronte all’ingratitudine del Governo che, per cavilli burocratici, negava il sostegno economico ai familiari di coloro che già si avviavano a diventare i più sfortunati e maltrattati propugnatori del Risorgimento Italiano.

In questa prima fase soltanto Angela Puzzolante ved. Mucci riuscì ad ottenere una pensione duratura, di lire 360 annue. Il  Consiglio Municipale non mancò di rappresentare le proprie perplessità  poiché tutte le domande erano state redatte e spedite contemporaneamente a quella della Puzzolante, che era stata considerata tempestiva. Perciò il sindaco pregò il “felice Governo del Re (di) non rimanere in mezzo la via queste derelitte famiglie, e lasciare loro quelle pensioni che la Commissione Regolatrice le avea concedute...”.

Intanto a Napoli l’anonimo sangiovannese, d’accordo con i familiari delle vittime, si avvaleva della “cooperazione di un  influentissimo amico” il quale, ricevuti un incarico speciale ed un acconto, partì alla volta di Torino per la difesa della causa. Alle vedove veniva data assicurazione che avrebbero ottenuto il ripristino delle pensioni: “vivessero dunque allegre - diceva il conterraneo - e che se scorri più o men tempo a loro non incombe, perché avranno sempre gli attrassi”. Ma per la causa occorreva molto denaro, “poiché trattavasi di situazione a vita” e di recuperare “ciò che avevano perduto per ordine ministeriale”.  Perciò, per accelerare i tempi e non venir meno agli impegni presi con i danneggiati politici, il medesimo dovette rilasciare all’amico avvocato una dichiarazione di garanzia su carta da bollo di sei grana , col rischio di dovergli pagare di persona tutto il compenso, se le cose non fossero andate per il verso giusto. Tale compenso, alla fine della causa, sarebbe ammontato alla non indifferente somma di ducati 330, pari a lire 1.402. La necessità di  far fronte alle richieste di acconti, lo costrinse anche “ad abusare del sussidio della Campanile”, incassata per suo conto alla Tesoreria. Ciò provocò qualche reazione della medesima. Dopo essersi giustificato per “non essersi potuto negare  a quel tanto amico” , invitò la Campanile a non prendersela tanto, perché quella era una causa “comune” anche per lei. Le altre vedove, man mano che riscuotevano il sussidio,  anticipavano una quota abbastanza rilevante delle spese, togliendo il pane di bocca ai loro figlioli. Fortunatamente per loro, l’influenza dell’avvocato diede i frutti sperati. Nel mese di settembre quasi tutti i petizionari videro riconosciuto il diritto alla pensione con decreto reale. Maria Felice Lisa e Raffaela Verna dovettero aspettare ancora altro tempo, poiché i loro incartamenti, spediti a parte in unico plico, furono perdute rispettivamente dalla Commissione moderatrice e dalla Commissione dell’Istruzione Pubblica per L’Agricoltura,  Industria e Commercio.

Ma il sadismo burocratico non erano ancora finito. Si resero indispensabili altri certificati, “come già si praticava per tutti gli altri sussidiari”, richiesti a più riprese. Il Comune rivolse al Prefetto perfino un quesito per sapere se detti certificati erano soggetti all’imposta di bollo. Infine i danneggiati politici, “tenendo la mano sul Santo Evangelo”, si assoggettarono al giuramento di fedeltà ed obbedienza a S.M. Vittorio Emanuele e suoi successori, promettendo davanti al sindaco L. Giuva “di osservare e far osservare lo Statuto ed ogni altra legge dello Stato pel bene inseparabile del Re e della Patria Italiana”.

Quando la documentazione sembrava completa, il Ministero dell’Interno dichiarò gli assegni dei danneggiati politici “rivedibili annualmente”; per cui, essendo trascorso del tempo, prima di mettere a ruolo i pagamenti, rivolse al sindaco una singolare richiesta:

“... se per alcuni di essi si fosse verificato un cambiamento di stato, o miglioramento di fortuna da far cessare la necessità, o la convenienza del soccorso: indicando altresì se pel modo onde si fecero le concessioni in circostanze straordinarie di tempi, verificata la qualità de’ danni sofferti, e la condotta degli assegnatari, potessero o no meritare la continuazione del benefico provvedimento”.

Nella risposta il sindaco L. Giuva manifesta una mal celata insofferenza per tutte queste lungaggini:

“... Il sottoscritto Le accerta che lo stato di fortuna attuale delle pensioniste Politiche... è più miserevole che prima. Esse sono ancora più conservate concate di lutti e squallore che coi rispettivi figli muovono a pietà a ogni cuore Italiano, rimasti ormai in mezzo la via per la morte de’ Padri propugnatori della libertà ed unità Italiana, causa per cui venivano sacrificati da’ cannibali della reazione. Non così presto certamente potevano rimettersi de’ danni sofferti in quella terribile catastrofe, giacché vennero derubate (di) buona parte di esse le rispettive case. E’ inutile poi parlare di condotta politica delle medesime; basta far comprendere al Ministero che non ancora possono conciliarsi almeno in parte con la gente del volgo retriva, che nell’ottobre ‘60 prese parte nel massacro de’ loro più cari al mondo, tanto che buona parte di esse più non esce, per non vedere quella classe di uomini iniqui...  Sarebbe quindi di avviso... che le disgraziate vedue continuassero a godere il beneficio della concessione, che il Provvido Governo le faceva”. [4]

Poi, finalmente, le danneggiate politiche poterono cominciare a riscuotere una pensione, che aveva un carattere meramente alimentare. Nel frattempo si erano indebitate per portare avanti le rispettive famiglie ed erano state costrette a chiedere qualche piccolo sussidio al Comune.  Nel 1867 il Consiglio Comunale, per la loro “marcata miseria” ed i debiti contratti  per sopravvivere,  affrancava Maria F. Lisa, Angela Puzzolante e Giovanna Lisa dal pagamento tomoli 113 di grano ritirato dai Monti Frumentari S. Giacomo e Cavaniglia.[5]

I frati cappuccini

Fra  Domenico, ricordato dal Villani,  non fu il solo frate che ebbe a che fare con la reazione, come risulta da questa lettera “pressante” del Comandante le Armi Luigi Manica (?) al Governatore:

“Per ulteriori disposizioni da Lei ne derivano, mi pregio trascriverlo un rapporto fattomi tenere dal 1.° Sergente dei Cacciatori Veneti Sig. Perfido così concepito:

Signore, qui avvi un certo fra’ Salvatore di questa Casa di Cappuccini, il quale prese parte nella trista fatta su San Giovanni noto a molti; perciò la prego farlo condurre in prigione perché se lo conoscessero i Garibaldini lo truciderebbero, e con la massima sollecitudine,  perché comincia a conoscersi da non pochi”.

Siccome non è possibile rilevare il luogo di partenza della lettera e, tra i frati che soggiornarono nel Convento S. Maria delle Grazie in quel periodo, non figura alcun frate che risponda al  nome di Salvatore, si deve dedurre che  non era del luogo.

Qualche settimana dopo i luttuosi eventi il Governatore reputò indispensabile il ricambio di tutta la famiglia religiosa dei Cappuccini di San Giovanni. Invitò pertanto Frate Felice da Pomigliano, Padre Provinciale della provincia di Sant’Angelo, a prendere i provvedimenti conseguenziali. Inoltre formulò il desiderio che i frati Giusto ed Antonio da San Giovanni Rotondo, dimoranti in Torremaggiore e Foggia, fossero rientrati nella sede del loro paese.[6] Da Campobasso, il  Padre Provinciale rassicurò il Governatore di aver dato disposizioni per il ricambio dei frati, con qualche eccezione. Sarebbero rimasti nel Convento i fratelli laici, essendo “conoscitori delle questue”, i padri Francesco ed Agostino, “cronicamente infermi”, e Padre Felice da San Giovanni Rotondo, colpito da idropisia, il quale si trovava nella casa paterna “a praticare analoga ed igienica cura”.[7]  Dal canto suo il Governatore invitava il padre provinciale a soprassedere al trasferimento in Foggia del religioso P. Francesco da San Giovanni Rotondo.[8]

Successivamente il Governatore, ad istanza del padre provinciale,  acconsentì a far restare nel Convento dei Cappuccini tutti i religiosi, meno il padre guardiano (P. Daniele da S. Nicandro) e il vicario (fra’ Michele Maria)[9], i quali furono trasferiti in Serracapriola. Proprio padre guardiano inviò una supplica al Re Vittorio Emanuele, datata 12 novembre 1860,  per ottenere la liberazione del Convento occupato dai Garibaldini:

“Sire, Il P. Daniele da S. Nicandro attuale Guardiano dei Cappuccini del Convento di San Giovanni Rotondo, prostrato ai piedi del Real Trono, umilmente espone che per la mossa popolare successa in questo Paese nel dì 21 del p.p. mese di ottobre, e stando la resistenza fatta da alcuni cittadini armati, il sud.° Convento fu invaso da 160 così detti Garibaldini, i quali dopo esser stati dall’Oratore alla meglio soccorsi era agevolato per quanto si potea di comporre la pace cogl’insorti, quasi fossero prevenuti divennero più aspri e feroci. Inventarono quindi mille infamie e calunnie, onde dare il sacco ai Frati, mentre questi si occupavano a salvarli dal furore popolare, e difatti salvarono da imminente uccisione due di essi, come si rileva dal processo. Ciò non ostante perché risultati innocenti nella Commessione Militare tenuta, dopo aver chiusi tutti i Frati nelle rispettive celle con raddopiata Guardia alle porte, s’impossessarono di tutte le officine, ed hanno tutto derubato, lasciando le sole mura, e malconce, consumando tutte le provviste, tanto che una Comunità di 25 individui, inclusi i Novizzi, è rimasta senza vitto e senza fuoco in questa stagione così avanzata. La maggiore poi delle calamità, che nella tassa fatta al paese di più migliaia, si è multato anche questo Convento di ducati duemila, e non si sa con quale ragione, essendo noi poveri mendicanti, e come tali riconosciuti. Più, a solo fine di darci maggiore trapazzo, e vederci oppressi, tengono puranche occupato il Convento in numero al di sopra di 100 guardie, proibendoci di aver libera comunicazione coi nostri Superiori, e parenti, e di mandare liberamente i cercatori nei circonvicini paesi per raccogliere limosina per lo necessario sostentamento, essendo privi di tutto, come l’Oratore esponeva.L’Oratore pertanto fiducioso ricorre al magnanimo cuore della Maestà Vostra non solo per essere assoluto dalla tassa assegnata e di essere liberati dalla Guardia di occupazione; ma anche per avere qualche soccorso nel presente bisogno, avendo sofferto il Convento al di sopra di ducati duemila di danno, incluso lo spoglio fatto anche nelle stanze particolari de’ frati; ed oggetti furati di donativi appartenenti alla nostra Protettice S. Maria delle Grazie, di cui è grandemente divoto il Paese.L’Oratore tutto spera dal primo Re Costituzionale dell’Italia Una, e l’avrà come da Dio. San Giovanni Rotondo, 12 novembre 1860”.[10]

 Pervenutagli copia dell’esposto dal Dicastero degli Affari Ecclesiastici, il Governatore fornì le controdeduzioni con una lettera del 7 gennaio 1861:

“Ho letto il ricorso del P. Daniele da S. Nicandro, guardiano del Convento dei Cappuccini in San Giovanni Rotondo pervenuto col di lei foglio qui emarginato. E’ una menzogna quanto del D. ° religioso si afferisce. I ducati duemila che io imposi per taglia di guerra a quei frati per domare la succitata insurrezione ivi avvenuta nel 21 ottobre, fu ridotta a soli ducati 300, e questi furono pagati.

E’ vero il consumo delle loro provvigioni fatta da’ Garibaldini, ma a’ Frati tornava facile la ripanazione, perché appartenenti tutti alle più agiate famiglie di quel Comune.

Non è vero il derubamento degli oggetti donati alla immagine di S. Maria delle Grazie.

D’altra parte i frati sono stati i soffiatori della resistenza che quella popolazione à sempre opposto ai principii del nuovo governo, e quel Convento è il nido di tutt’i reazionarii. Il Padre Daniele poi, che reclama, è il peggiore fra tutti. Il Governatore”.[11]

Continuava, dunque, l’equivoco o la voglia di immischiare i frati nella reazione, anche se, a differenza del Clero, erano scesi in paese in processione, con le lacrime agli occhi, per tentare di far rappacificare la popolazione e di portare gli ultimi conforti religiosi ai liberali incarcerati. Ma le armi reazionarie non si fermarono neppure di fronte alla croce di Cristo! Francesco Morcaldi annota che i frati, nelle luttuose giornate della reazione portarono il quadro della Madonna delle Grazie nella Chiesa matrice, dove contribuì a

ricondurre gli animi alla tranquillità ed alla pace.[12]

 Apostolico de Leonardis, sindaco di Serrracapriola, informò il Sottogovernatore che nel monastero del suo comune erano ricoverati fra’ Michele Maria e fra’ Daniele da San Giovanni Rotondo (sic), ritenuti dallo stesso reazionari, così come Padre Guardiano Giovanni Giuseppe da Foggia. Poiché il sindaco ne aveva chiesto l’allontanamento o l’arresto, il funzionario volle sapere dal Governatore cosa fare, poiché ignorava la parte presa dai medesimi durante la reazione di San Giovanni Rotondo. Questi dispose per il momento la stretta sorveglianza  dei due frati, con divieto di uscire dal Convento.[13] Dette misure, prese senza motivi, vennero revocate il 5 gennaio 1861, risultando ormai “domata la insurrezione in San Giovanni ed adottate pure le convenienti misure in quella famiglia monastica de’ Cappuccini..”.[14]

Tommaso Tondi, Commissario di Polizia Supplente, segnalò al Governatore che  P. Gianfrancesco da San Giovanni Rotondo si era portato nel Convento dei Cappucini di Foggia, “evadendo da quel Comune ov’era trattenuto”.[15]

Le autorità amministrative non trovarono nulla a carico di Padre Urbano da S. Marco in Lamis. Anzi questi si era schierato apertamente in favore del nuovo Governo accompagnando le truppe inviate contro i sangiovannesi, in qualità di Cappelano Militare. Tanto però bastò per far scattare le sanzioni dei superiori ecclesiastici, con grande disappunto del Governatore che intervenne presso il Padre Provinciale:

“Sento con dolore che ella abbia adottato delle punizioni contro il frate Urbano da S. Marco in Lamis per la condotta politica da lui tenuta… Fu ad istanza di lei che io sospesi ogni rigore contro i Frati del Monistero di San Giovanni Rotondo, i quali per la loro condotta offrivano bastevole documento per la soppressione del loro Convento. Il P. Urbano avvalorava presso di me le istanze, e dava esempio di quello spirito di cristiana carità, che non si pratica adesso verso di lui.

Io, R.do Padre, la sollecito a spandere la protezione sul D. ° Frate, perché vi è degno, e perché in questa Provincia à renduti efficaci servizj con la predicazione dell’ordine pubblico ne’ tristi casi di S. Gio: Rotondo, e quando quel Clero secolare schivava il pietoso uficio, egli à detto le ultime parole di consolazione a’ dieci condannati, che scontavano con l’ultimo supplizio il delitto di offesa umanità.

Mi aspetto dalla sua cortesia l’esaudimento delle mie preghiere. Il Governatore G. Del Giudice”.[16]

Frate Felice da Pomigliano diede risposta negativa:

“... Le penitenze economiche (sic) prescritte a P. Urbano da S. Marco in Lamis furono prescritte non da me, ma dal mio R.mo P. Generale residente in Roma; quindi non è in potere mio dispensarlo senza ledere i diritti del sullodato mio Superiore Generale”.[17]

Nel mese di Febbraio 1861 la posizione di alcuni religiosi sangiovannesi diventa molto delicata. Al Governatore giungono notizie dell’Intendente di S. Severo:

“Manifesta il Capitano di San Giovanni Rotondo che i Cappuccini di quel Comune Padre Fedele, Padre Giovanni Battista, P. Stefano, P. Francesco Maria da San Giovanni e P. Domenico da Sannicandro spargendo delle false notizie politiche producono danno all’ordine pubblico. Propone sieno spediti in conventi lontani. Io trovo giustissima la proposta e la prego di autorizzarmi ad attuarla”. [18]

Secco l’ordine del funzionario: “...che vadano in altri Conventi fuori di questa provincia”.

 

Con l’entrata in vigore della legge sulla soppressione delle Corporazioni religiose anche il Convento  dei Cappuccini di S. Giovanni Rotondo, intitolato con la Chiesa a Santa Maria delle Grazie, chiuse i battenti, entrando a far parte del Demanio Pubblico del nuovo Stato unitario. Questo provvedimento legislativo non riuscì a spezzare i rapporti di stretta amicizia e fratellanza che correvano tra i cittadini sangiovannesi e frati cappuccini. Ad essi la popolazione si sentiva più vicina. A differenza dei preti del tempo, espressione di un potere temporale che tutto arraffava, i frati vivevano di carità e, quando stendevano la mano, sapevano di dover condividere  coi contadini l’abbondanza di copiosi raccolti, così come gli stenti delle frequenti carestie.  Inoltre non  potevano esserere dimenticati gli sforzi spesi per la pacificazione degli animi ed i tentativi di portare conforto religioso ai liberali incarcerati.  Perciò, a distanza di qualche lustro, il municipio iniziò una lotta amministrativa con gli uffici provinciali, che si protrasse per oltre un cinquantennio, per favorirne il ritorno in convento.  Ma vi furono anche atteggiamenti palesemente contrari.

La legge 3 agosto 1862 (art. 1) aveva affidato alle congreghe della Carità l’amministrazione delle Opere Pie, sotto la sorveglianza delle autorità go­vernative e comunali. Perciò, dopo che il Demanio aveva ceduto il convento al Comune, questo, con deliberazione del 15 ottobre 1882, destinò alcune stanze di esso alla locale Congregazione della Carità, allo scopo di insediarvi un Ospedale e Ricovero di mendicità. Ma tale decisione, secondo il Prefetto, era scaturita da “personali apprezzamenti del Sindaco”, per cui il Consiglio comunale dovette ribadire la volontà di istituire  detta Opera Pia con una se­conda deliberazione del 13 agosto 1883. Il Consiglio di Prefettura, però, rilevò che la Congregazione della Carità non aveva risorse sufficienti  allo scopo. Conseguentemente la precedente delibera del 21 agosto 1884 fu revocata dal Consiglio municipale, il quale faceva anche voti per lo scioglimento dell’amministrazione della Congrega della Carità.

Ciò era il risultato di una lite scoppiata tra Comune e Congregazione. Quest’ultima, in nome del principio giuridico secondo cui “l’accessorio se­gue il principale”, invocato dal suo presidente Avv. Luigi Bramante, aveva preso possesso di tutti i locali del Convento, della Chiesa e del giardino. L’avvocato tentò pure di appropiarsi di un’asina, servita ai poveri frati per la cerca dell’elemosina.

Il Bramante, in una lettera del 9 giugno 1884, scriveva al giudice Regio: “Da tal giorno (14 marzo 1883) la Congregazione trovasi in possesso di tutto il locale dell’ex Convento con accessorii e ciò col beneplacito o al­meno con la tolleranza dell’Amministrazione Comunale, appunto perché il fabbricato in questione non poteva dividersi senza deturpamento, ed anche perché la stessa Amministrazione era informata a principi liberali e perciò aveva di mira di omettere una corporazione illegale e parassita e ciò con­forme ad accordi verbali presi dal sottoscritto quale Cosigliere Provinciale e dall’ex Sindaco  Sabatelli  col Sottoprefetto Rampone”.

Avverso l’annullamento dell’atto di cessione del Convento alla Congrega­zione, questa propose ricorso al Prefetto che lo accolse osservando, tra l’altro, che il Convento dei Cappuccini era stato affidato al Comune dal Demanio Statale per essere adibito agli usi specificati dall’art. 20 della legge 7 luglio 1866, tra i quali figuravano appunto i Ricoveri di Mendicità; pertanto la decisione del Consiglio Comunale si poneva in contrapposizione col regio decreto che aveva già eretto in Ente Morale detta istituzione; la mancata utilizzazione del convento a quei fini avrebbe comportato la sua restituzione al Demanio statale.

Il sindaco Dr. Donato Lecce, figlio del martire Tommaso, approfittò della circostanza per piegarla a favore dei frati. In una lettera alla sottoprefettura faceva notare “la somma difficoltà d’impiantare l’Ospedale e il Ricovero dei Mendici sia per la notevole distanza che separava quel locale abitato, sia per la strada disastrosa e malagevole..., sia per le già esauste risorse della Con­grega e sia per altri motivi dei quali sarebbe stato lungo tener parola”. In alterna­tiva proponeva di vendere il Convento e, col ricavato, rendere agibile un altro locale a disposizione della Congregazione: la Chiesa di Sant’Onofrio. Nel frattempo - spiegava il sindaco - il Convento, per evitare atti vandalici, sarebbe stato custodito gratuitamente da due monaci, a cui era stato concesso il permesso di dimorarvi, i quali avrebbero provveduto alla manutenzione dello stabile, con notevole risparmio di denaro per il Comune.

Venuto a conoscenza della presenza dei monaci, la Sottoprefettura ordinò al Sindaco di farli sloggiare entro 30 giorni, in quanto ciò era contrario alla legge del 20 luglio 1866 e motivo di annullamento dell’atto di cessione al Comune. Il Sindaco, per nulla intimorito, obiettò che il Prefetto e Sottopre­fetto erano già stati messi al corrente della cosa e che la presenza dei due monaci, qualificati in un’altra lettera “vecchi e decrepiti” nel convento (c’era anche un laici) era dovuta esclusivamente a ragioni di economia.

Intanto veniva inviato per un sopralluogo l’Ing. Tomadini, il quale, pur riconoscendo l’ottima posizione e la salubrità dell’aria, segnalava il cattivo stato della strada e giudicava la distanza dal paese, pari a m. 1774,50, un “ostacolo insormontabile” per adibire il convento ad Ospedale e Ricovero di Mendicità; d’altra parte i locali troppo angusti avrebbero richiesto lavori notevoli a carico del Comune. La Chiesa di Sant’Onofrio, invece, “che stava al limite del paese in prossimità di quella Villa”, posta a soli cento metri dal paese e collegata da una strada tenuta in manutenzione, era in grado di assi­curare un servizio regolare.

La Deputazione Provinciale autorizzò la vendita nel mese di giugno 1866, con la sperimentazione dell’asta pubblica, dopo che il sindaco si era lamentato che, a causa del ritardo dell’autorizzazione, veniva sottoposto a “censure temerarie non meritate da parte di individui poco scrupolosi, i quali dimentichi di un passato molto lontano (cioè di quando parteggiavano per i Borboni n.d.r.), si ostinavano ad insinuare che si era voluto permettere la esistenza di una vera comunità religiosa in odio alla legge 7 luglio 1866”.

Sulla base di lire 25.000, due aste andarono deserte. Pervenne invece u’offerta di lire 14.000 di tale Fuiani Giuseppe di Ermelindo ed il Comune decise di sperimentare un’altra asta sulla base di tale offerta. La Deputa­zione Provinciale non fu d’accordo; anzi, sospese la precedente autorizza­zione fino a quando il Comune non avesse seriamente quantificata la somma occorrente per adattare i locali della Chiesa Sant’Onofrio, sulla base di un progetto regolarmente approvato.

Un’altra ragione della negata autorizzazione, forse determinante, verrà specificata in una lettera del Sottoprefetto al Sindaco, datata 11 settembre 1887: “la Deputazione Provinciale non approvava la vendita proposta di detto locale perché con­stava che l’acquirente non era che un’interposta persona, e che lo scopo dell’acquisto era per favorire il ripristino del Convento. Pertanto, d’ordine del S. Prefetto invito la S.V. a far sloggiare da detti locale i religiosi che vi fossero rifugiati...”. Naturalmente anche in questa occasione il Sindaco  Lecce nicchiò; spiegava che il Convento fin dal 1882 era diventato sede provviso­ria del Ricovero di Mendicità, mentre l’Ospedale funzionava regolarmente in un locale ceduto gratuitamente al Comune; a due frati e ad un laico era stato consentito di occupare alcune stanze con l’intesa che avessero provveduto alle funzioni della Chiesa annessa al Convento, nell’interesse della popolazione. Il Lecce, con riferimento ai ricorrenti, disse: “ (sono) pochi farabutti che cercano di evonestare (?) i ricorsi col mendace fine: quello di discreditare la mia amministrazione presso le autorità usando mezzi anche illeciti. Ho compito dignitosamente la mia missione di Sindaco e non avrò certo a rimproverarmi di aver dato campa alla vendetta (verso chi aveva provocato la uccisione del padre Tommaso n.d.r.) e al profitto di quegli stessi che ora si atteggiano a bene­fattori dell’umanità (dimenticando di essere stati borbonici reazionari n.d.r.)”.

Un progetto dell’Ing. Giulio Pepe del 1890 circa l’adattamento della Chiesa S. Onofrio preveva una spesa di lire 13.000. La Giunta provinciale chiese nuovi chiarimenti: “non risultando bene.se la somma preventivata per i lavori fosse e sufficiente allo scopo”.  Osservò anche che “non era prudente comin­ciare un’opera per la quale non si era certi potersi completare, mentre adat­tandosi nel più breve tempo possibile il vecchio fabbricato si poteva aprire tanto l’Ospedale che il Ricovero”. Così ci si ritrovò di colpo al punto di partenza.

 Il Consiglio comunale dovette opporre le stesse ragioni che già avevano scon­sigliato in precedenza l’utilizzazione dei locali del Convento.

Per ridurre il preventivo ad una somma credibilmente vicina a quella ri­cavabile dalla vendita del Convento, con delibera del 14 novembre 1894 si optò per un secondo progetto dell’Ing. Pepe che prevedeva la costruzione di un fabbri­cato più piccolo, da adibirsi a solo Ricovero di Mendicità, con una spesa di 15.000 lire. Ma la proposta di vendita del Convento per 18.000 lire fu nuo­vamente bocciata. Non ebbe buon esito neppure un ricorso S.M. il Re Um­berto I. Nel regio decreto, del 1895, in cui non si rileva alcun arbitrio ed eccesso di potere a carico delle autorità tutorie, si opinava:

 “La spesa del nuovo fabbricato preventivata di lire 15.000 sarà senza dubbio assai più grave, essendo ormai risaputo che in tutte le costruzioni pubbliche e private il definitivo sorpassa in non lievi proporzioni il preventivo e il Comune non è in grado di sostenere una spesa considerevole e di lusso per essere il fab­bricato dei Cappuccini adatto all’uso di Ricovero di mendicità”.

Insediatasi una nuova amministrazione, il 2 agosto 1884 la Prefettura invitò il Consiglio comunale a risolvere la vertenza con la Congrega­zione della Carità. Ma questa, malgrado l’esito sfavorevole dei ricorsi, si ri­fiutò di rilasciare i locali occupati illegittimamente. Un altro ostacolo im­prevedibile venne a complicare le cose: l’avvicinarsi del colera, che avrebbe attaccato 475 sangiovannesi, facendo 183 morti. Considerati l’interesse pubblico e l’urgenza, il Sindaco Raffele Verna emise un decreto di occupa­zione coattiva del Convento, per adibirlo a lazzaretto, che fu eseguito con l’intervento dei Carabinieri. La custodia del convento fu affidata ai Padri cappuccini Ignazio e Francesco Fiorentino.

Nel 1909 il Ricovero di Mendicità fu trasferito nei locali dell’ex Con­vento delle Clarisse. Nello stesso anno si deliberò di dare in affitto il Convento ai monaci Latiano Francesco e Ciavarella Nicola, , per 29 anni, purchè l’annessa Chiesa fosse rimasta aperta al pubblico. Final­mente, la cosa trovò l’approvazione del Prefetto, considerato l’impegno del Comune a destinare la pigione annua di lire 300 annue al funzionamento di un Asilo Infantile, istituzione pure rientrante tra gli scopi previsti dalla legge 7.7.1866. A nulla valse, questa volta, un ricorso dell’ostinato Luigi Bra­mante al Procuratore di Lucera. Questo fu il primo passo per il ritorno definitivo della comunità dei frati cappuccini a San Giovanni Rotondo, che spalancavano le porte a Padre Pio da Pietrelcina, il venerabile frate dalle stimmate,  giunto nel Con­vento nel 1816, il quale iniziò subito a riversare sul popolo sangiovannese, insieme ai benefici spirituali, i primi segni tangibili della sua riconoscenza: un sussidio di lire 80.000 per l’allargamento del vecchio Ospedale Civile, un concorso per orfani di guerra, una scuola di taglio...

L’atto che consolidava definitivamente il ritorno dei frati si compiva nel 1824. Il 18 dicembre di quell’anno la Giunta provin­ciale approvava la delibera con la quale il Comune concedeva in enfiteusi perpetua  alcuni locali del Convento alla comunità dei frati, allora rappre­sentata da fra’ Lorenzo Testa, al quale furono affidati anche i mobili ed immobili non compresi nella concessione, di cui l’Ordine è diventato cu­stode fiduciario, obbligandosi a servirsene secondo la destinazione.

Finalmente lo scopo era raggiunto. Il popolo sangiovannese, attraverso l’opera dei suoi rappresentanti,  aveva fatto una piccolissima piccola parte in quello che si rivelerà un grandioso progetto divino. Nel 1923 questo popolo, che solo tre anni prima, immemore del 1860,  aveva pagato un altro forte tributo di sangue per essere sceso in piazza per causa politica, non esitò a  portarsi al Convento, ancora una volta tu­multuante e pronto a tutto, questa volte per un’opera nobile e caritatevole: impedire  il trasferimento di Padre Pio, visto come una punizione delle autorità ecclesiastiche. La spiritualità del frate era un bene troppo prezioso per  potersene privare. In lui, umile fraticello,  i poveri ed i sofferenti avevano trovato consolazione; nelle sue parole, la migliore medicina per lenire le proprie ferite.

Alla luce di quanto fin qui ricordato, le amorevoli parole di Padre Pio da Pietrelcina, scritte con apprensione all’amico sindaco Francesco Morcaldi, assumono il loro significato più vero e diventano  testamento spirituale per tutto il popolo sangiovannese:

“I fatti svoltisi in questi giorni mi hanno  profondamente commosso e mi preoccupano immensamente perché mi fanno temere che io possa essere involontaria­mente causa di luttuosi avvenimenti per questa mia cara cittadina. Io prego Iddio che voglia allontanare tale iattura, riservando su di me una qualunque mortificazione. Però se, come ella mi ha comunicato, è stato deciso il mio trasferimento, io la prego di adoperarsi con ogni mezzo perché si compia la volontà dei Superiori che è la volontà di Dio ed alla quale io obbedirò ciecamente. Io ricor­derò sempre cotesto popolo generoso nella mia assidua e povera preghiera, implorando per esso pace e prosperità e qual segno della mia predilezione, null’altro po­tendo fare, esprimo il mio desiderio che, ove i miei superiori non si oppongano, le mie ossa siano composte in un tranquillo cantuccio di questa terra. Con osservanza mi dico tutto nel dolce Signore, Padre Pio da Pietrelcina, 12 agosto 1923”.[19]

 La popolazione sangiovannese che, per amore dei frati, si era privata della possibilità di insediare un ospedale nel convento è stata ricompensata un milione di volte dalla Divina Provvidenza.

Non è un caso la Casa Sollievo della Sofferenza, la maggiore opera terrena voluta da padre Pio, sia sorta in una terra dove la sofferenza, fisica e morale,  affondava le sue robuste radici in tempi e ragioni molto lontane. Oggi una meravigliosa  cittadella ospedaliera, immersa nel verde, s’erge imponente, accanto al convento, laddove la mano dell’uomo, in un freddo inverno di fine secolo, aveva distrutto una florida tenuta boscosa, rendendo la natura del luogo arida ed inospitale.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano

Il destino volle che Achille D'Errico, figlio del martire liberale Errico, incontrasse la giovane Luisa, figlia di Dionisio dei Conti Mazzinghi, proveniente da da analoga, triste esperienza di vita.

foto agli albori del novecento - clicca per ingrandire

oDionisio dei Conti Mazzinghi

Mathilde Brofft

Al centro della foto in bianco e nero: Achille D'Errico (n. a S. Giov. Rot. il 30.11.1910) e la moglie Luisa de' Conti Mazzinghi (n. Offenback 21.9.1852 - m. Cosenza 11.2.1936). Posano anche alcuni dei loro figli.

Le foto a destra ritraggono i suoceri di Achille D'Errico: Dionisio dei Conti Mazzinghi (morto il 1.7.1894) e Matilde Brofft (n. Francoforte sul Meno 19.6.1834 - m. Napoli 22.11.1919)

Dionisio dei Conti Mazzinghi, campano di nascita, pure liberale, sfuggì miracolosamente alla persecuzione borbonica, riparando clandestinamente in Germania. Colà giunto, sposò una virtuosa e bella ragazza, Matilde Brofft, figlia di un ricco banchiere, alla quale aveva impartito lezioni di musica. Nel 1852, a Francoforte sul Meno, nasceva la figlia Luisa.

Le vicende della vita costrinsero il Conte Mazzinghi a fuggire nuovamente, questa volta in America, dove ebbe una vita ricca di avventure e patimenti. Maestro di musica, si aggregò con la sua banda all'8° Reggimento dell'Esercito Nordista, durante la guerra di secessione americana, mettendo a repentaglio la propria vita.

Dopo dieci anni, con l'annessione del Napoletano alla Casa Savoia, ritornò in Italia, avventurandosi in un un viaggio pericoloso di  oltre tre mesi. Testimonianza orale tramandata vuole che la nave su cui viaggiava sia stata  accolta nel porto di Napoli con numerosi colpi di cannoni caricati a salve. Giuseppe Avezzana (1797-1879), eminente generale e uomo politico italiano, che come lui conobbe la via dell'esilio e combattè nelle Americhe, si dolse della "stretta situazione" di Dionisio Mazzinghi ed appoggiò una sua domanda per il Parlamento  presso il Ministro degli Interni Rattazzi, perché fosse "rimunerato pei disagi sofferti per la comune patria" (1862). Fu proprio in Italia, a Benevento, che la piccola Luisa proseguì gli studi, dopo essere stata nel collegio di Blomindel, "il primo istituto d'America", dove era entrata gratis grazie ad un ufficiale dell'esercito nordista, il Cap. Meade. Diplomatasi nell'Istituto Magistrale di Benevento, il destino volle che entrasse giovanissima nelle scuole elementari di San Giovanni Rotondo, dove fu apprezzata ed amata come insegnante. Il padre, volle accompagnarla e, dotto maestro di musica, fondò nella cittadina garganica il primo Corpo Musicale.

La nobiltà d'animo di Luisa fece sbocciare l'amore nel cuore di Achille D'Errico, orfano di uno dei martiri del 1860, vicesegretario comunale, diventato in seguito anch'egli educatore delle nuove generazioni. I due, accomunati da un'infanzia infelice, per la stessa causa politica, l'11 giugno 1882 si sposavano nella chiesa di Sant'Orsola.

Ebbero sette figli: Ettore (n. S. Giov. Rot. 28.5.1883, m. Boston 17.11.1945), Elvira (n. 11.7.1891 - m. 23.1.1913), Amelia (n. 5.8.1892 - m. 1966), Matilde  (n. S. Marco La Catola 4.11.1896, m. S. Giovanni Rotondo 4.11.1972); Luigi,   Emilio (n. San  Giovanni  Rotondo 3.5.1894 - m. Wincester Mass 8.1.1954) e Carlo.

Tre di essi, ripercorrendo le orme del nonno materno, emigrarono nell' America del Nord, agli inizi di questo secolo, dove studiarono lavorando e diventarono valenti professionisti: Ettore, avvocato; Carlo, Ispettore assicurativo; Emilio, eminente ostetrico e ginecologo, primo specialista italiano ad essere ammesso nel Collegio degli specialisti americani, professore all'Università di Boston, autore di libri scientifici, fu definito dal Regio Console italiano a Boston "l'amico personale più caro, lo scolaro e il professore più affabile, il più abile e coscenzioso professionista, orgoglio e vanto della razza italiana in America” [20]. Sono traguardi questi, raggiunti da tre ragazzi partiti da San Giovanni Rotondo senza conoscere l'inglese. Degli altri figli rimasti in Italia, Elvira morì giovane. Luigi fu insegnate elementare a Bisceglie e Foggia. Amelia fu impiegata di banca a Zara; scampata per miracolo ai bombardamenti si trasferì a Milano e Roma; colpita da malattia inguaribile, devotissima di Padre Pio, ritornò a S. Giovanni Rotondo per morirvi nell'anno 1966. L'unica figlia di Vincenzo  restare nell'amara ed amata terra sangiovannese fu Matilde D'Errico, mia nonna, casalinga.

Bernardino D'Errico, fratello di Achille, emigrò in provincia di Taranto. Si legge nel suo necrologio fatto stampare da un Ente morale: "Cavaliere d'amore, di pietà e di giustizia, operò per le fortune di Manduria, sua terra adottiva, mai obliando l'apenestre natìa, molto cara al suo cuore. Nominato giudice di pace nei comuni di Sava e Manduria, ritenne la giustizia come bronzea e deipara, e fu integerrimo. Quale consigliere d'amministrazione di questo Istituto Pio fu sospinto dagl'impeti del bene e venne ammirato e benedetto. Ma legò il nome alla scuola, nella quale, da insegnante e capo, visse per lunghi 52 anni, educando agl'ideali della famiglia, della patria e della religione ben 52 generazioni.". Ispettore scolastico a riposo e medaglia d'oro, si spense a Manduria, quasi centenario, il 31.5.1949.

continua

[1] ACSGR, Cart. 124, cat. 15, cl. 6, fasc. 2,  “Oratica relativa alle Danneggiate Politiche”.

[2] ACSGR, Certificato del Consiglio Municipale del 13.05.1862.

[3] Di questo sangiovannese esiste una lettera datata 28 giugno 1862, dalla firma illeggibile, indirizzata al fratello, da cui sono state tratte alcune delle notizie riguardanti l’iter delle pratiche di pensione.

[4] Lettera del sindaco L. Giuva al Sottoprefetto di San Severo del 4 novembre 1862

[5]ACSGR, delibera del Consiglio Comunale del 10 maggio 1867.

[6] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290, Incarto “Comune di San Giovanni Rotondo 1860: per la famiglia monastica dei Cappucini”. Nota n. 9572 del 9 novembre1860.

[7] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Lettera del 24 novembre1860.

[8] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Nota n. 10299 del 7 dicembre 1860.

[9] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Lettera del 24 ottobre 1860 del  padre provinciale al Governatore.

[10] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Supplica datata 12 novembre 1860.

[11] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Nota n. 144 del 7 gennaio 1861.

[12] Francesco Morcaldi, San Giovanni Rotondo nella luce del Francescanesimo, Editore Mantilli, Parma, pag. 103.

[13] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Nota n. 2309 del 16 novembre 1860 del Sottogovernatore al Govenatore.

[14] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Nota n. 84 del 5 gennaio 1861 del Governatore al Sottogovernatore di San Severo.

[15] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Nota n. 127 del 21 dicembre 1860.

[16] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Nota n. 145 del 7 gennaio 1861. Cfr. anche Tommaso nardella, Clero e Unità in Capitanata: Padre Urbano da S. Marco in Lamis in “Profili di storia dauna”, Foggia, Quaderni del Sud, 1993, p. 193 e segg.

[17] ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Lettera del 14 gennaio 1861.

[18]ASF, pol.,  s.1, b. 399, fasc. 3290. Lettera a mezzo telegrafia elettrica del 7 febbraio 1861.

[19] Cfr. Francesco Morcaldi, San Giovanni Rotondo nella luce del Francescanesimo - Editore Mantilli - Parma.

[20] Sulla figura di Emilio D'Errico Cfr. mio articolo Un illustre concittadino che onorò la sua terra in IL PIRGIANO, Luglio -Agosto 1990, Cartotecniche Meridionali -Foggia

www.padrepioesangiovannirotondo.it