Martiri e danneggiati
politici
Alle ore 21,00 del 23 ottobre 1860 il Sindaco V.
Cafaro raccoglie la testimonianza di Leopoldo Figliolia, custode delle prigioni,
e Michele Lops, falegname, e annota nel Registro dello Stato Civile:
“...nel
giorno suddetto... alle ore 20.00 è morto in queste prigioni D. Errico D’Errico
di detto Comune di anni 36, di professione Legale, domiciliato in Strada S.
Francesco, figlio delli furono D. Gaetano ... e di D. Carmela Ruggiero, marito
di D. Bambina Pomella...”.
Nessun cenno sulla causa della morte.
Il rito si ripete per tutti i 22 carcerati,
nonché per A. Bocchino e A. Maresca, uccisi il 21 ottobre. L’Arciprete Bramante
invece fa risalire il decesso alle ore 19,00 e appunta nel Registro parrocchiale
dei Morti che i loro corpi furono seppelliti nel camposanto nel giorno seguente.
Anche in questo caso nessun accenno alla causa della morte.
Oggi, a parte qualche iscrizione postuma, non
esiste più traccia delle tombe dei martiri.
Gaetano D’Errico invoca i martiri:
“O Martiri della Libertà! a voi che non piacque distruggere i vostri nemici,
quando entrarono tumultuando nell’abitato, fingendo soltanto d’inseguirli per
escludere la vostra responsabilità di complici e d’inadempienti ai propri
doveri, non supponendo mai che sì feroci avversari fossero rientrati col
programma di morte!
Non voleste neppure apportare
la distruzione dei vostri avversari perché lo vedevate ripugnante per le vostre
coscienze illibate, perdonaste i vostri cittadini dai delitti di ribellione e di
attentato al cambiamento della forma di governo già costituito! Ma dal seno dei
vostri avversari sursero i novelli Giuda, che temendo di affrontare direttamente
l’inimico, da vigliacchi, simularono una pace, per mezzo della quale vi menarono
nella dura prigione, per farne stage a lor talento!... Ma le anime dei giusti
sono in mano di Dio, e non li toccherà il tormento di morte...”.
Lo stesso D'Errico, tra le G.N. che
parteciparono all’inseguimento e al conflitto a fuoco con i reazionari, riporta
i nomi di ben nove dei 24 trucidati: Vincenzo e Tommaso Irace, Luigi D’Errico,
Agostino Bocchino, Guglielmo Fabrocini, Francesco Ruggieri, Michele Fazzano e i
fratelli Mucci.
Altre guardie, pure ricercate, sfuggirono alla cattura.
Schede dei martiri sangiovannesi
I dati anagrafici dei 23 martiri sono stati
tratti dai Registri dello Stato Civile del Comune; la professione dagli atti di
morte. Il “primo domicilio” è quello che risulta dal Libro del Censimento degli
anni 1857-1865, che si conserva nella Parrocchia di S. Leonardo. Le brevi schede
riportano, se diverso, anche un un secondo domicilio, l’ultimo, tratto dai
registri dei morti. La rendita imponibile di ciascun martire è tratta dalla
“Lista degli Eleggibili dell’anno 1858”, riportata in appendice (Doc. n.15).
Questa lista rende possibile la comparazione tra rendite di tutti i “signori” e
proprietari sangiovannesi. Così il lettore, se vuole, può verificare che i
Galantuomini trucidati, compresi quelli che svolgevano professioni importanti
come quelle dell’avvocato o del notaio, non erano certamente tra quelli più
ricchi. Pertanto la tesi proposta da alcuni che la plebe, uccidendo i 24
martiri, abbia voluto togliere di mezzo chi si era impinguato a sue spese,
risulta priva di fondamento. Semmai, fu la Plebe, spinta dalle proprie
miserabili condizioni, ad approfittare dell’occasione per saccheggiare le loro
case.
Bocchino Agostino
di Giuseppe, nativo di Cassano, morto
come Antonino Maresca “in pubblica piazza” alle ore 19,00 del 21 ottobre 1860.
Età : anni 49. Professione: bottegaio. Rendita imponibile D.ti
100. Domicilio: Strada S. Francesco. Risulta aver abitato anche in
una “casa locanda” in Vico Miscio, insieme al nipote Letiziano.
Di lui si è parlato nel capitolo riservato ai
guardiaboschi.
“Sul cadavere di Agostino Bocchino: due ferite
alla testa con arma tagliente contundente che producevano la morte”.
CAMPANILE ALESSANDRO
di Nicola e di Angela Palladino, nato a San Giovanni Rotondo l’8 marzo 1834,
morto nelle prigioni, come tutti gli altri, alle ore 20,00 del 23 ottobre 1860.
Età: anni 26. Professione: studente di medicina e proprietario.
Celibe. Domicilio: in Strada Carbone, in casa paterna, con la madre
Angela, le sorelle M. Michela e Maria Stella, e Campanile Maria Rosa. Fu
arrestato nella casa del cognato Luigi D’Errico, in Strada S. Francesco.
“Sul cadavere di Alessandro Campanile, molte
ferite prodotte da arma di punta e taglio sulla testa, sul petto ed altri siti.
Si giudicava che quelle sul capo facevano avvenire la morte”.
CASCAVILLA GENNARO
di Paolo e Celeste Sabatelli, nato a San Giovanni Rotondo il 7.5.1789. Età:
anni 71. Professione: proprietario e guardaboschi. Era milite della
G.N. Domicilio: Strada Forni. Coniugato con Rosa Cocomazzi, ebbe 4 figli:
Maria Luigia, Giacinta, Celeste, Sac. Paolo Cascavilla e Leandro. La famiglia
comprendeva anche la moglie di Leandro, Angela Zoccano. Il nome del padre
compare nel Registro degli Attendibili come “antico settario”.
“Sul cadavere di Gennaro Cascavilla: tre ferite
ai lombi con arma da fuoco, ed altra sul braccio destro. Si giudicava che la
morte era avvenuta per le ferite prodotte da schioppo”.
DEL GROSSO NICOLA
di Pietrangelo e di Grazia Scattiglia, nato a
San Giovanni Rotondo il 7.10.1831. In capo a 16 giorni avrebbe compiuto 29
anni. Professione: agrimensore. Rendita imponibile D.ti 10.
Era sergente della G. N. Domicilio: in una casa di sua proprietà, in Largo
Biffa, dove abitava con la madre, la moglie Maria Giovanna Maresca fu
Michele, il figlio Pietrangelo, il fratello Pasquale e la nonna Maria Gabriela
Reo.
“Sul cadavere di Nicola Maria del Grosso: sette
ferite da arma da fuoco nel petto e nell’addome, e varie ferite di punta e
taglio. Si giudicavano quelle al petto e all’addome mortali”.
D’ERRICO LUIGI MARIA EUGENIO
di Gaetano e Carmela Ruggiero, nato il 18 novembre 1823, “alias
avvocatone, essendo di gigantesca persona di professione avvocato egregio”.
Età: anni 37. Rendita imponibile D.ti 40. Primo domicilio: in
casa di proprietà del padre, in Vico Miscio (l’attuale
Via Freddo),
con la madre, la moglie Maria Campanile fu Nicola, il fratello Vincenzo e la
sorella Giustina. Successivo domicilio: in Strada S. Francesco, dove fu
prelevato dai reazionari. Lasciò la moglie e una figlia.
Il padre Gaetano compare nel registro degli
“attendibili” quale “antico carbonaro dignitario facendo da 2° Tenente della 5.a compagnia
dei Legionari”.
Il Luigi cercò di mettere a frutto la sua arte
oratoria, improvvisando un discorso alla plebe inferocita da un punto
sopraelevato. Il nipote Gaetano ne riporta il contenuto:
“Sappiate che contro di me, non vi è a dire, se
io sia ovvero no liberale; per lo che voi avete visto che io esercito la mia
professione, senza che mi sia mai brigato in affari di Re o di Governo, si del
nostro attuale Francesco II, che Iddio ci Guardi e Mantenga, che l’altro che
dicono, che volesse venire, cioè Vittorio Emanuele II. Io, come gli altri, se
siamo stati comandati da ordini superiori di dover far parte della già sciolta
Guardia Nazionale, lo è stato perché tutti gli altri comuni l’avevano già fatto,
né vi è colpabilità in questo fatto, perciocché i sudditi siamo come colui che
sta a lavorare agli ordini di un padrone o signore a cui deve prestare
ubbidienza a ciò che gli viene comandato. E se per caso si ponesse al servizio
di un altro, deve del par suo prestare l’opera, a ciò che il novello padrone gli
venisse a dire. Similmente siamo noi altri cittadini di fronte al nostro Re, che
dobbiamo servire, prestargli ubbidienza ed anche difendere, ma per quanto
possiamo, senza farci imporre da nemici esterni che potrebbero, in questi
torbidi tempi, far compromettere la nostra libertà individuale! Né vi farete
trascinare da’ consigli avversi al partito, che vorrebbe la distruzione di
taluni a fini privati! Perciò conosci te stesso, come diceano i sapienti
della Grecia. Riflettete, o uomini, a ciò che dico; imperocché se fuorviate dal
retto sentiero, le leggi penali vi sono, e l’uomo impastato di passioni è
destinato a vivere in società ; ma la società medesima sviluppa altre passioni
che l’uomo ignorerebbe, e che pur tendono a turbare la tranquillità generale: di
qui la necessità delle leggi a fini di prevenire o reprimere i funesti effetti
delle stesse.
Non fate Male, che saremo sicuri di queste
dimostrazioni che facciamo al nostro Augusto Sovrano, che Iddio Guardi e
Mantenga, e noi avremmo soddisfatto a ciò che disse Gesù Cristo: Quod tibi
non vis, alteri ne feceris. Noi siamo tutti fratelli, e vi dico che ci
occuperemo di farci dare i terreni di puglia e dividerli alle vostre famiglie”.
Mentre l’avvocato D’Errico si dirigeva verso
casa, rattristato che il suo discorso, mascherato dal velo della politica, non
era servito ad ottenere la liberazione degli amici liberali, un drappello di
popolani, istigato da Em. Sabatelli e da F. Prencipe, lo richiamò
minacciosamente. Il D’Errico si ritrovò tra la plebe e si sentì in dovere di
perorare nuovamente la causa degli arrestati. Non riuscendo nell’intento,
insistette per la liberazione almeno del fratello Errico, nonché di Terenzio
Ventrella, che era infermo. Il suo eroico altruismo gli costò caro, perché un
popolano gridò: - Questo è anche un carbonaro, perché li difende! Fu
quindi preso e spedito in prigione.
“Sul cadavere di D. Luigi d’Errico: cinque
ferite di arma da fuoco nel torace, ed altre di punta e taglio in diverse parti
del corpo. Si giudicava che le ferite di arma da fuoco avevano prodotto la
morte”.
D’ERRICO ERRICO GIUSEPPE SIMONE
di Gaetano e Carmela Ruggiero, nato il 28.10.1824. Professione: legale.
Rendita imponibile D.ti 40. In capo a cinque giorni avrebbe compiuto
36 anni. Primo domicilio: in una casa di sua proprietà in Strada Forni
(attuale via Placentino), con la moglie Bambina Pomella di Berardino e i figli
Gaetano, Luigi, Achille, Berardino e Giovanni. Successivo domicilio in
Strada S. Francesco.
Il padre Gaetano fu patriota, risultando
iscritto nel Registro degli Attendibili quale “Carbonaro dignitario facendo da
2° Tenente della 5a compagnia
de’ Legionari”.
G. D’Errico riporta il testo di una supplica al
Parroco e al Vicario, che sarebbe stata scritta da Errico D’Errico, e fatta
uscire dal carcere nascosta nel pentolino del caffè:
“Ai Signori arcipreti e Reverendi Canonici di
questa Chiesa Matrice. Gli arrestati dal popolo, detenuti in questa prigione,
sono tutti buoni padri di famiglia. Senza un delitto positivo, la loro sorte
intanto è vacillante e soggetta forse a qualche stizza particolare, che
vorrebbe, contro ogni giustizia, vantaggiarsi di una cieca onta
popolare. Epperò essi si umiliano alle SS. LL. come ministri del Santuario,
e come coloro che colla voce di Dio, possono trarre un popolo deluso a
ravvedersi. Si è certo di tale cooperazione che metterebbe pace generale e un
denso velo su qualsiasi passato, accomodando e tranquillando l’avvenire. Ed a
conseguire l’effetto più efficace a tale riguardo, le SS. LL. potranno
benignarsi invitando eziando gli ottimi Rev. Cappuccini, cui non si supplica
direttamente per mancanza di carta, nonché qualche Congregazione di loro genio,
favorire a questa volta in formale processione, portandosi il Santissimo, che
sarebbe lo unico mezzo a placare ogni animo. Se non stimassero poi opportuna la
compagnia di altri ordini religiosi o potrà farsi il tutto dalle SS. LL.
rimanendo in ogni caso tenuti e supplicati a qualunque spesato occorrevole,
facendosi anche una anticipazione.
La più stretta preghiera però si è quella di non
dare tempo al tempo, perché Elleno certamente conoscono la urgenza del caso e la
pericolosa condizione di tanti innocenti, ai quali non si vuole dare l’agio
neanche ad un discarico, mentre qualsiasi giustizia non lo nega neppure ai più
perduti, non potendo nessuno essere giudicato senza difesa e in un formale
giudizio innanzi a Magistrati competenti. Che se le promesse preghiere potessero
per disgrazia non trovare ascolto nei loro animi gentili (il che è impossibile
ideare nel petto dei Ministri di Cristo) e si dovesse procedere all’assoluta
distruzione di chi non ha commesso alcun male, si compiacciano almeno in
quest’ultimo caso inconcepibile di volere impartire ai disgraziati i Santissimi
Sacramenti, onde morire da Martiri nel seno di Dio.
Si spera! Dalle carceri”.
Pervenuta all’indirizzo dei Reverentissimi
Parroco e Vicario con inutili sotterfugi non vollero gli stessi mettere in
esecuzione il mezzo invocato! Presentata ai frati Cappuccini, fu da essi
accettata e si avviarono piangendo alla via del paese; ma prima di entrarvi
furono minacciati aspramente da taluni plebei, al che spaventati si divisero
per l’abitato senza nulla più operare”.
“Sul cadavere di D. Errico d’Errico: tre ferite
al petto con arma da fuoco, che produssero la morte”.
FABROCINI GUGLIELMO
di Vincenzo e di Maria Rosa Donati, nativo di Biccari (FG). Età: anni 30.
Professione: bottegaio e milite della G.N. Primo domicilio: in un
sottano locato in Strada Madonnella (attuale Via Cipro) con la moglie
Raffaela Ruberto fu Michele e i due figli Vincenzo e Michele. Poi trasferì il
suo domicilio in Strada Piazza (Corso Regina Margherita).
Il padre era Cancelliere Regio. Subì diversi
processi per motivi politici, come già si è visto.
“Sul cadavere di Guglielmo Fabrocino: cinque
ferite alla testa di punta e taglio che producevano la morte”.
FAZZANO MICHELE
di Giovanni Antonio e Anna Vittoria Palmieri, nato a San Giovanni R. il
29.1.1822. Morì come gli altri nelle prigioni alle ore 20,00 del 23 ottobre
1860 “e nel dì seguente fu seppellito nel camposanto”. Età: anni 38.
Professione: fabbro e proprietario. Era armiere e milite della G.N.
Domiciliò nella propria casa, in Strada Grande (attuale Via Pirgiano),
con la moglie Angela Fini, la sorella Anna Maria, il figlio Antonio, le figlie
Vittoria, Chiara e Filomena. Ebbe successivamente altri due figli.
Nell’udienza del 7 dicembre 1861 la moglie del
Fazzano espose che “colui del quale fece parola nella sua dichiarazione, che
uccise suo marito, fu Antonio Savino e non Cagiano, che trovasi di già
condannato...”. Infatti il Savino era già stato fucilato dopo la sentenza del
Consiglio Subitaneo di Guerra. Il fatto è sconcertante, in quanto Antonio
Gaggiano, messo alle strette, confesserà di essere stato lui ad uccidere il
marito, durante il processo di Trani, come risulta dall’atto di accusa del 20
aprile 1865. La Fini era stata pagata per ritrattare? O aveva subito delle
minacce? Difficile dare una risposta. Ma, nell’uno e nell’altro caso, deve
venire in soccorso l’immagine di una madre povera ed indifesa, rimasta sola con
sei teneri figli.
Durante il dibattimento del giorno 6 dicembre
1865 svoltosi presso la G. C. Criminale di Lucera, il segretario mise a verbale
la dichiarazione della cedova relativa all’arresto del Fazzano:
“... essa dichiarava col marito e sei
figlioletti vedendo invasa la casa dai rivoltosi fuggì pe’ tetti, dove rimasero
tutta la notte. Al far del giorno Francesco Cascavilla salendo sull’astraco di
una casa vicina lo chiamò più volte per nome, e lo invitò a discendere pena la
vita. Allora il marito cedendo alle insistenze della di lui ...(?) rispose, e
Francesco Cascavilla promettevagli sicurezza, lo fé discendere, ma tosto il
marito fu preso e tradotto prima al quartiere e poi al carcere; e che Antonio
Gaggiano alias .... non si trovava nel carcere”.
Costituitasi parte civile nel processo, alla
vedova fu riconosciuto un risarcimento provvisorio di lire duemila, in attesa
di una più precisa quantificazione dei danni a carico di Cascavilla, Pazienza,
Cassano, Gorgoglione, Grifa, Intorcia, Leone, Mangiacotti, L. e G. Martino,
Sabatelli, Siena, Savino, Squarcella, S. de Vita, Taronna, e P. Placentino, che
erano stati già dichiarati colpevoli.
Michele Fazzano vantava dal Comune un residuo
credito di ducati 28:10, per accomodi di fucili della G.N. eseguiti negli anni
1859 e 1860. Il decurionato dispose la liquidazione della somma predetta alla
vedova con deliberazione del 21.2.1861. Con altra deliberazione del 9 gennaio
1864 la Giunta municipale decise di chiedere al Prefetto l’autorizzazione a
riunire straordinariamente il consiglio, per deliberare un sussidio ad A. Fini,
giusto il disposto del Sottoprefetto.
“Sul cadavere di Michele Fazzano: cinque ferite,
ed una di esse al petto prodotte da arma da fuoco, e varie ferite con arma di
punta e taglio. Si giudicava che per quella al petto avveniva la morte”.
FINI MATTEO GENNARO
di Francesco e Maria Antonia Sassi, nato a San Giovanni Rotondo il 20 settembre
1787. Professione: proprietario e milite della G.N. Età: anni 73.
Rendita imponibile D.ti 15. Nel giorno seguente è stato seppellito nel
camposanto. Domicilio: Strada Portella. Vedovo di Annarosa Palladino,
abitava nella propria casa con il figlio D. Francesco Can.co Fini. Aveva altri
due figli. Uno di questi, Carlo, trentaseienne coniugato senza prole,
testimoniò contro alcuni reazionari e riferì che tra coloro che parteciparono
agli omicidi nel carcere c’era un tale Francesco Ciccone detto ...(omissis). Ma
gli fu fatto notare che costui era morto prima del 1860. Egli spiegò che aveva
sentito parlare di un Ciccone detto ...(omissis) che egli aveva pensato
chiamarsi Francesco. Invitato a chiarire se trattavasi del fratello Matteo,
dichiarò di non esserne sicuro. Perciò Matteo Ciccone fu assolto per
insufficienza di prove.
“Sul cadavere di Matteo Fini: tre ferite di arma
da fuoco nel torace, ed una di arma di punta e taglio nella coscia destra. Si
giudicava che quelle al torace producevano la morte”.
FRANCO PAOLO
di Paolo e di Rachele Serrilli, nativo di S.
Marco in Lamis. Età: anni 29. Professione: notaio. Era milite
della Guardia nazionale. Domicilio: Strada Forni (attuale Via Placentino).
“Sul cadavere di Paolo Franco: otto ferite di
arma da fuoco nella parte laterale del petto e circa dieci ferite di arma di
punta e taglio in diverse parti del corpo. Si giudicava che le ferite al torace
avevano prodotto la morte”.
GIUVA ACHILLE,
LUIGI, GIROLAMO di Giuseppe (Dottore Fisico) e di Giustina Del Re
(originaria di Sannicandro Garganico), nato a San Giovanni R. il 14.2.1814,
farmacista. Rendita imponibile: D.ti 70. Età: anni 46. La sua
casa si trovava in Largo Palazzo, dove abitò con la moglie Maria Giovanna
Lisa e i figli Diomira, Angelina e Mariannina. Ebbe una quarta figlia. Il padre
Giuseppe fu iscritto dai borboni nel registro degli attendibili come “antico
settario ed effervescente”. Nel 1858 fu processato dai Borboni per “associazione
illecita al vincolo segreto” e di “voci allarmanti contro il Real Governo”.
Nel corso dell’istruttoria della pratica di
pensione alla vedova, quale danneggiata politica, la Giunta comunale certificò:
“D. Achille Giuva...., sergente della Guardia
nazionale, fu crudelmente ammazzato dal popolo ribellato nella reazione
politica... perché di sentimento liberale ed attaccato all’Unità Italiana...
rimase la famiglia nello stato il più miserabile, composta dalla moglie nomata
Donna Giovanna Lisa, e da quattro figlie femmine; la prima di anni quattordici,
la seconda di dodici, la terza di dieci, e l’ultima di anni tre. Essa vedua
Signora Lisa non possiede beni di sorta alcuna, tanto nel proprio nome, che come
tutrice legittima delle figlie secondo (quanto) risulta dal certificato
fondiario che si conferma in questo Archivio Comunale. Non ha industria
visibile, od impiego lucroso; e non è mercante, né trafficante, né maestra
d’arte qualunque; ma viveva soltanto unitamente alla famiglia con la professione
di Farmacista del fu suo marito D. Achille Giuva, ed ora perisce in miseria...”
“Sul cadavere di Achille Giuva: sette ferite di
arma da fuoco, e dieci altre prodotte da arma di punta e taglio. Si giudicava
che le prime avevano prodotto la morte”.
IRACE GIUSEPPE
di Tommaso e di Angela Campanile,
proprietario, nato a San Giovanni R. il 9.6.1810. Era Capo Sezione
(tenente) della G.N. e padre degli altri due Irace uccisi. Età: anni 50.
Domicilio: in una casa di sua proprietà, in Contrada Case Nuove - V Strada
(attuale Via Giannone), con i figli Vincenzo, Tommaso (negoziante), Maddalena e
la domestica Mattea Placentino. Era vedovo di Emilia Rosa Martelli.
Nel mese di agosto 1860 il decurionato spediva
all’Intendente le terne riguardanti gli ufficiali e sottufficiali della Guardia
Nazionale. D. Federico Verna compariva, come primo ternato, sia nella terna
dei capiplotone che in quella per capisezione. Ciò fu causa di un rilievo mosso
mosso dall’Intendente Nazario Sanfelice Duca di Bagnoli, ultimo Intendente
borbonico, e il 15 agosto 1860 il decurionato rimpiazzò il Verna con D.
Giuseppe Irace, pregando il sindaco Vincenzo Cafaro di “provocare senza alcuna
remora la superiore approvazione, onde non lasciare un vuoto nell’ordine
gerarchico della uffizialità Nazionale e il servizio non soffra ritardo”. Il
nominativo dell’Irace precedeva nella terna quelli di D. Francesco Morcaldi e D.
Vincenzo D’Errico.
Il 16 ottobre 1863 il Consiglio Comunale
deliberò di riconoscere l’affitto della Casa Irace, che era stata occupata il 20
settembre per uso della Segreteria della Giudicatura Mandamentale, poiché “il
Palazzo S. Francesco fu occupato da’ militari che qui stazionavano per la
distruzione de’ briganti”. L’affitto, fissato in ducati 60 (lire 255) annui fino
al mese di agosto 1864, sarebbe stato corrisposto a Maddalena Irace, unica
sopravvissuta ed erede della famiglia Irace.
“Sul cadavere di Giuseppe Irace quattro ferite
al petto da arma da fuoco che produssero la morte”.
IRACE TOMMASO
di Giuseppe e di Emilia Rosa Martelli,
proprietario, nato a San Giovanni Rotondo il 26.4.1837. Milite della G.N.
Età: anni 23. Celibe. Domicilio: nelle Case Nuove, V Strada.
“Sul cadavere di Tommaso Irace: cinque ferite di
arma da fuoco, e due di arma di punta e taglio. Si giudicava che quelle con arma
da fuoco producevano la morte”.
IRACE VINCENZO
di Giuseppe e di Emilia Rosa Martelli,
proprietario, nato a San Giovanni R. il 22.4.1835. Età: anni 25.
Milite della G.N. Celibe. Domicilio: nelle Case Nuove, V Strada (via
Giannone).
Pochi giorni prima della reazione il decurionato,
essendo deceduto il guardaboschi proprietario Palumbo, individuò in Vincenzo
Irace la persona che lo avrebbe sostituito in via provvisoria, con diritto
all’intero soldo. Egli aveva ottenuto il maggior numero di voti in una terna
formata anche da D. Andrea Padovano di D. Antonio e Nicola Cascavilla fu
Giovanni. Non essendo ancora provvisto del porto d’armi, egli restava confermato
nella lista della Guardia Nazionale fino all’arrivo dell’autorizzazione dalle
autorità superiori.
Chiamato dall’Intendente a scegliere tra Donato de Bonis e Vincenzo Irace, il
decurionato preferì confermare la nomina a quest’ultimo poiché il De Bonis e i
suoi compagni pro tempore “aveano inteso fatto devastare questo Demanio
Comunale, commettendo anche mille abusi”. L’Irace, al contrario, durante
l’esercizio provvisorio, aveva dato “un freno sufficientissimo ai devastatori
del Demanio e selve comunali”.
Racconta G. D’Errico: “Un altro era del tutto
vivo; esso era il fortissimo e coraggioso Irace Vincenzo, che, forse, erasi
nascosto sotto dei cadaveri. Il medesimo, alla prima entrata della turba (nel
carcere), poté fuggire, attraversando quei cannibali, ma fu da alcuni inseguito
a colpi di fucili. I vili, da cui era inseguito, erano meravigliati, non
potendosi spiegare come colui non cadesse sotto i loro colpi, attribuendo ciò a
fattucchieria, ed egli continuava la rapida corsa; disgrazia volle che nel
fuggire, s’imbattesse in un’altra accozzaglia di plebe, davanti a cui dovette
fermarsi momentaneamente. In quella gli si fa innanzi il villano Taronno Andrea,
che con aspetto benevolo di compare avvicinatolo, gli vibra, da vil traditore,
un colpo mortale di scure alla nuca, stendendolo cadavere al suolo. Di ciò non
contento, il barbaro ne trascina l’insanguinato cadavere nel vicino letame,
rendendolo così ancor pasto di bestie carnivore, che per quel luogo avessero
potuto passare facilmente”.
Sempre dal D’Errico apprendiamo che la Polizia
borbonica aveva tenuto in prigione l’Irace per lungo tempo.
Vincenzo Irace provocò il risentimento dei
popolani ferendo con un coltello un “villano” la sera del 20 ottobre, durante
una rissa fortuita. Ciò agevolò certamente il compito di F. Cascavilla che, in
quello stesso giorno entrò armato in paese per inasprire gli animi contro le
guardie nazionali ed i liberali; l’indomani, giorno del Plebiscito, la
stragrande maggioranza dei popolani si sarebbe schierata dalla sua parte.
L’esame necroscopico certificò che “sul cadavere
di D. Vincenzo Irace si rinvennero 5 ferite di arma da fuoco, e tre di arma di
punta e taglio. Si giudicavano che le ferite di arma da fuoco avevano prodotto
la morte dello Irace”.
LECCE TOMMASO MICHELE
di Antonio (bracciale) e Grazia Savino,
commerciante e proprietario, nato a San Giovanni R. il 23.11.1819. Età:
anni 40. Domicilio: nella sua casa in Strada Forni, dove abitava
con la moglie Teresa Pennelli di Marcello ed i figli Antonio, Grazia, Donato.
Racconta G. D’Errico: “Tommaso Lecce essendo
anche semivivo disse ad uno di quei serpenti per non essere ucciso: - Eccoti
la chiave del denaro che ho in casa vattelo a prendere purché mi salvi! Al
che gli fu risposto: Ti debbo uccidere e mi dovrò prendere anche il denaro!
Come infatti lo uccisero immediatamente”.
“Sul cadavere di Tommaso Lecce: una ferita
d’arma da fuoco, e cinque, una delle quali al cuore, prodotte da arma
pungente-tagliente. Si giudicava che la ferita al cuore faceva verificare la
morte”.
MERLA ACHILLE
di Giovanni (dottore chirurgo) e di Francesca
Carrabba, proprietario, nato a San Giovanni R. il 29.11.1825. Età:
anni 34. Era milite della G.N. Professione: professore dottore.
Domicilio: in casa paterna, nelle Case Nuove, V Strada, con i genitori,
le sorelle Rosina e Francesca, i fratelli Sac. D. Luigi, pure trucidato, ed
Antonio. Coabitavano Eliseo Merla fu Benedetto e C. Silvestri.
L’arresto e l’uccisione dei fratelli Achille e
Sac. Luigi Merla vengono descritti nella deposizione resa il 1° novembre 1860 da
una sorella, dinanzi al giudice Giovanni Rossi, presso la Gran Corte di
Capitanata:
“Dietro chiamata è comparsa D.a
Rosa Merla di Giovanni di anni 47, nubile
di San Giovanni Rotondo. A’ detto che nel mattino di lunedì 22, verso le ore 15,
fu circondata la sua casa di abitazione da una turba di sbandati, e popolaccio,
fra i quali distinse Vincenzo Antini, Michele Palumbo fu Giacinto ed Emanuele
Sabatelli. Tutti con violenza si presero delle poche munizioni, volevano armi
che non trovarono ed arrestando i fratelli di essa dichiarante Sacerdoti D.
Luigi ed Achille, li menarono nelle prigioni; dopo ciò quei rivoltosi tornarono
in casa per ricevere armi e munizioni che non trovarono. Nel giorno appresso gli
stessi rivoltosi uccisero nel carcere i detti suoi fratelli spogliandoli degli
abiti e di una grande cappa.
Ad altra dimanda ha detto che D. Emanuele
Sabatelli ha fatto assassinare i fratelli di lei perché costoro non hanno mai
permesso che il padre comune D. Giovanni avesse perduto la carica di medico
condottato, cui aspirava il Sabatelli. Non sapere che i Preti e i Cappuccini
avessero fluenzato sulle mosse. Ad altre domande ha risposto null’altro
conoscere”.
Achille e Luigi erano figli del chirurgo
Giovanni Merla, medico condotto comunale, il quale aveva appena ottenuto la
giubilazione, essendo diventato “cieco di ambi gli occhi”.
“Sul cadavere di D. Michele (sic) Merla: sei
colpi di arma da fuoco nel torace, ed una di arma di punta e taglio nella coscia
destra. Si giudicava che quelle al torace producevano la morte”.
LUIGI MICHELE FEDERICO Sac. MERLA
di Giovanni e di Francesca Carrabba, nato a San Giovanni R. il 5.3.1815.. Età:
anni 46. Professione: sacerdote. Domicilio: nelle Case Nuove.
Era fratello di Achille.
“Sul cadavere di Don Luigi Merla si rinvennero
otto ferite di arma da fuoco ed una ferita di punta e taglio. Si giudicava che
quelle prodotte da schioppo arrecavano la morte”.
MARESCA ANTONINO VINCENZO BENEDETTO
di Michele e di Maria Felice Lisa,
caffettiere, nato a San Giovanni R. il 3.5.1831, morto “in pubblica piazza”
alle ore 19,00 del 21 ottobre 1860. Età: anni 30. Domiciliato nella sua
casa, in Largo Palazzo, con la madre e Michele Limongelli fu
Domenicantonio aveva trasferito la residenza in Strada S. Nicola.
“Sul cadavere di Antonino Maresca: circa venti
ferite di armi da punta e taglio, una delle quali al cuore, che produceva la
morte”.
MUCCI ALFONSO MARIA
fu Antonio e di Rosa Rutigliano, barbiere,
nato a San Giovanni Rotondo il 13.11.1828. Età: anni 32. Era milite
della Guardia Nazionale.
Primo domicilio: in un sottano locato in
Strada Pubblica. Si trasferì poi in Strada Portella con la moglie
Maria Trotta.
“Sul cadavere di Alfonso Mucci: quattro ferite
di arma da fuoco al petto, che si giudicavano di aver prodotto la morte”.
MUCCI COSTANTINO RAFFAELE
fu Antonio (barbiere) e di Rosa Rutigliano, barbiere, nato a San Giovanni
Rotondo il 27.3.1820. Età : anni 41. Era milite della G.N. Primo
domicilio: nella sua casa sita Sotto S. Orsola, dove aveva abitato con la
con la moglie Angela Puzzolante fu Francesco, i figli Filomena, Lucia e Rosa, e
Michele Furioso, projetto. Successivo domicilio: in Strada Portella.
“Sul cadavere di Costantino Mucci: moltissime
ferite di arma di punta e taglio, talune delle quali sulla testa e queste ultime
definite mortali”.
RUGGIERI FRANCESCO
di Domenico e Maria Nicola Panunzio,
proprietario, nato a San Giovanni R. il 4.10.1830. Milite della G.N.
Celibe. Età : anni 31. Occupò un sottano locato in Strada Grande
(attuale Via Pirgiano) , con Giacinto Ruggiero fu Nicola e F. Angeloni, vedovo
di M. De Salvia, Bonifacio Ruggiero, figlio naturale di Giacinto, e Teodosia
Ruggiero, sorella muta di Giacinto. Era cugino dei martiri Errico e Luigi
D’Errico, per essere figli di sorelle.
“Sul cadavere di Francesco Ruggieri due ferite
al cuore da arma da fuoco, e cinque di arma di punta e taglio in altre parti del
corpo. Si giudicava che quelle al cuore producevano la morte”.
RUSSO FRANCESCO PAOLO,
detto il Monaco, di
Nicola Maria e di Grazia Novelli. Età : anni 47. Professione:
tavernaro e viaticale. Era anche milite della G.N. Primo
domicilio: in un sottano locato in Strada Ospedale (attuale Via al
Mercato). Successivo domicilio: in Largo Palazzo. Coniuge: Carmela
Troiano (anni 45). Lasciò sei figli orfani: M. Grazia (anni 23), M. Filomena
(anni 21), Nicola Maria (anni 18), Benedetto (anni 15), Michele (anni 11), M.
Giovanna (anni 7).
Fu accusato dai rivoltosi di aver nascosto in un
sacco D. Antonio Lisa e di averlo fatto fuggire dal paese confondendolo tra le
merci caricate sul proprio carretto, col quale esercitava il mestiere di
viaticale.
“Sul cadavere di Francesco Paolo Russo: cinque
ferite da arma da fuoco al petto e tre da arma di punta e taglio. Si giudicava
che quelle al petto avevano prodotto la morte”.
SABATELLI CELESTINO EMANUELE SILVIO GIUSEPPE
di Antonio e Maria Arcangela Basalemme , nato a San Giovanni R. il 27.10.1816.
Professione: proprietario. Milite della G.N. Età : anni 45.
Primo domicilio: nella sua casa di proprietà, in Strada Basalemme, con la moglie
Marianna Tancredi di Antonio e tre figli. Poi trasferì il domicilio in Strada
Grande.
Il Sabatelli quand’era in vita aveva dissodato
due versure di terra nel c.d. Macchione, subendo la “fulminata pena del
carcere”. Poco dopo la sua morte altri naturali del luogo ne approfittavano,
cercando di immettersi nel possesso del terreno medesimo, senza alcun rispetto
per la famiglia del martire. Perciò la vedova Marianna Tancredi inviò un esposto
a Foggia. Premesso che “il di lei infelice consorte venne sagrificato dall’ira
del popolo nel dì 23 ottobre”, implorò l’assegnazione di detto terreno. Il
Governatore trasmise l’esposto al decurionato, che deliberò: “... qualora
permissione vi potesse essere per lo godimento del terreno..., sia preferita la
reclamante Tangredi, ad altri che ne anelano”. La delibera precisava anche: “...
il suo possedibile non è tanto ubertoso a poter mantenere una numerosa famiglia
composta da quattro ragazzi di tenera età”.
“Sul cadavere di D. Celestino Sabatelli: tre
ferite di arma da fuoco, due delle quali sulla testa e varie altre ferite di
arma di punta e taglio. Quelle sulla testa si opinava che producevano la morte.”
VENTRELLA TERENZIO ALFONSO
di Giuseppe Luigi e di Raffaela Verna, nato a San Giovanni R. il 18.2.1824. Età
: anni 37. Celibe. Professione: legale. Era Capo Plotone della
Guardia nazionale. Domicilio: nella casa della madre, in Largo Palazzo,
con i fratelli Salvatore, Antonio, Francesco Antonio , Emiddio.
Racconta G. D’Errico: “Il Ventrella era nascosto
sotto il suo materasso (nel carcere). Rinvenuto vivo, disse ad uno dei carnefici
che voleva morire con un semplice colpo di schioppo al petto, e quegli: Al
petto? e così fece; con una fucilata fu immantinenti fatto cadavere”. Ma
l’episodio non trova riscontro nell’esame necroscopico, mancando una ferita al
petto:
“Sul cadavere di D. Terenzio Ventrella: molte
ferite d’arma di punta e taglio, due delle quali sulla testa, ed altra prodotta
da arma da fuoco sul femore destro. Si giudicava che quelle alla testa facevano
verificare la morte”.
Il 24 ottobre 1860, alle ore 15.00, in contrada
Patariello, nel comune di San Giovanni Rotondo trovarono la morte in battaglia:
Orofino Amico,
2° tenente garibaldino;
Carania Francesco, 2° sergente
garibaldino della provincia di Bari;
Pellegrino Giuseppe fu Andrea e di Caterina Stefanelli, garibaldino di
Otranto; Pellegrino Vito Maria fu
Andrea e di Caterina Stefanelli, garibaldino di Otranto;
Napagna Francesco, garibaldino.
continua
G. D’Errico, La Reazione Borbonica dell’ottobre 1860 di
San Giovanni Rotondo, seconda Edizione, Foggia 1914.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6.5.1866.
FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Verbale del 2 luglio 1864.
ACSGR,
delibera decurionale del 15 agosto 1860.
ACSGR,
delibera decurionale del 15 settembre 1860.
ACSGR,
delibera decurionale del 7 ottobre 1860.
FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 37 (anni 1860-1866). Deposizione del 1° Novembre
1860
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