Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo VI - prima parte

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Martiri e danneggiati politici

Alle ore 21,00 del 23 ottobre 1860 il Sindaco V. Cafaro raccoglie la testimonianza di Leopoldo Figliolia, custode delle prigioni, e Michele Lops, falegname, e annota nel Registro dello Stato Civile:

 “...nel giorno suddetto... alle ore 20.00 è morto in queste prigioni D. Errico D’Errico di detto Comune di anni 36, di professione Legale, domiciliato in Strada S. Francesco, figlio delli furono D. Gaetano ... e di D. Carmela Ruggiero, marito di D. Bambina Pomella...”.

Nessun cenno sulla causa della morte.

Il rito si ripete per tutti  i 22 carcerati, nonché per A. Bocchino e A. Maresca, uccisi il 21 ottobre. L’Arciprete Bramante invece fa risalire il decesso alle ore 19,00 e appunta nel Registro parrocchiale dei Morti che i loro corpi furono seppelliti nel camposanto nel giorno seguente. Anche in questo caso nessun accenno alla causa della morte.

Oggi, a parte qualche iscrizione postuma, non esiste più traccia delle tombe dei martiri.

L’invocazione di G. D’Errico:

Gaetano D’Errico invoca i martiri:

“O Martiri della Libertà! a voi che non piacque distruggere i vostri nemici, quando entrarono tumultuando nell’abitato, fingendo soltanto d’inseguirli per escludere la vostra responsabilità di complici e d’inadempienti ai propri doveri, non supponendo mai che sì feroci avversari fossero rientrati col programma di morte!

Non voleste neppure apportare la distruzione dei vostri avversari perché lo vedevate ripugnante per le vostre coscienze illibate, perdonaste i vostri cittadini dai delitti di ribellione e di attentato al cambiamento della forma di governo già costituito! Ma dal seno dei vostri avversari sursero i novelli Giuda, che temendo di affrontare direttamente l’inimico, da vigliacchi, simularono una pace, per mezzo della quale vi menarono nella dura prigione, per farne stage a lor talento!... Ma le anime dei giusti sono in mano di Dio, e non li toccherà il tormento di morte...”. [1]

 Lo stesso D'Errico, tra le G.N. che parteciparono all’inseguimento e al conflitto a fuoco con i reazionari, riporta i nomi di ben nove dei 24 trucidati: Vincenzo e Tommaso Irace, Luigi D’Errico, Agostino Bocchino, Guglielmo Fabrocini, Francesco Ruggieri, Michele Fazzano e i fratelli Mucci.[2]  Altre guardie, pure ricercate, sfuggirono alla cattura.

Schede dei martiri sangiovannesi

I dati anagrafici dei 23 martiri sono stati tratti dai Registri dello Stato Civile del Comune; la professione dagli atti di morte. Il “primo domicilio” è quello che risulta dal Libro del Censimento degli anni 1857-1865, che si conserva nella Parrocchia di S. Leonardo. Le brevi schede riportano, se diverso, anche un  un secondo domicilio, l’ultimo,   tratto dai registri dei morti. La rendita imponibile di ciascun martire  è tratta dalla “Lista degli Eleggibili dell’anno 1858”, riportata in appendice (Doc. n.15). Questa lista rende possibile la comparazione tra rendite di  tutti i “signori” e proprietari sangiovannesi. Così il lettore, se vuole, può verificare che i Galantuomini trucidati, compresi quelli che svolgevano professioni importanti come quelle dell’avvocato o del notaio, non erano certamente tra quelli più ricchi. Pertanto la tesi proposta da alcuni che la plebe, uccidendo i 24 martiri, abbia voluto togliere di mezzo chi si era impinguato a sue spese, risulta priva di fondamento. Semmai, fu la Plebe, spinta dalle proprie miserabili condizioni, ad approfittare dell’occasione per saccheggiare le loro case.

 

Bocchino Agostino di Giuseppe, nativo di Cassano, morto come Antonino Maresca  “in pubblica piazza”  alle ore 19,00 del 21 ottobre 1860. Età : anni 49.  Professione: bottegaio. Rendita imponibile D.ti 100. Domicilio: Strada S. Francesco. Risulta aver abitato anche in una “casa locanda” in Vico Miscio, insieme al nipote Letiziano.

Di lui si è parlato nel capitolo riservato ai guardiaboschi.

“Sul cadavere di Agostino Bocchino: due ferite alla testa con arma tagliente contundente che producevano la morte”.[3]

CAMPANILE ALESSANDRO di Nicola e di Angela Palladino, nato a San Giovanni Rotondo l’8 marzo 1834, morto nelle prigioni, come tutti gli altri, alle ore 20,00 del 23 ottobre 1860. Età: anni 26.  Professione: studente di medicina e proprietario. Celibe. Domicilio: in Strada Carbone, in casa paterna, con la madre Angela, le sorelle M. Michela e Maria Stella, e Campanile Maria Rosa. Fu arrestato nella casa del cognato Luigi D’Errico, in Strada S. Francesco.

“Sul cadavere di Alessandro Campanile, molte ferite prodotte da arma di punta e taglio sulla testa, sul petto ed altri siti. Si giudicava che quelle sul capo facevano avvenire la morte”.

CASCAVILLA GENNARO di Paolo e Celeste Sabatelli, nato a San Giovanni Rotondo il 7.5.1789. Età: anni  71.  Professione: proprietario e guardaboschi. Era milite della G.N. Domicilio: Strada Forni. Coniugato con Rosa Cocomazzi, ebbe 4 figli: Maria Luigia, Giacinta, Celeste, Sac. Paolo Cascavilla e Leandro. La famiglia comprendeva anche la moglie di Leandro, Angela Zoccano. Il nome del padre compare nel Registro degli Attendibili come “antico settario”.

“Sul cadavere di Gennaro Cascavilla: tre ferite ai lombi con arma da fuoco, ed altra sul braccio destro. Si giudicava che la morte era avvenuta per le ferite prodotte da schioppo”.

DEL GROSSO NICOLA di Pietrangelo e di Grazia Scattiglia, nato a San Giovanni Rotondo il 7.10.1831. In capo a 16 giorni avrebbe compiuto 29 anni. Professione: agrimensore. Rendita imponibile D.ti 10.  Era sergente della G. N. Domicilio: in una casa di sua proprietà, in Largo Biffa, dove abitava con la madre, la moglie Maria Giovanna Maresca fu Michele, il figlio Pietrangelo, il fratello Pasquale e la nonna Maria Gabriela Reo.

“Sul cadavere di Nicola Maria del Grosso: sette ferite da arma da fuoco nel petto e nell’addome, e varie ferite di punta e taglio. Si giudicavano quelle al petto e all’addome mortali”.

D’ERRICO LUIGI MARIA EUGENIO di Gaetano e  Carmela Ruggiero, nato il 18 novembre 1823, “alias avvocatone, essendo di gigantesca persona di professione avvocato egregio”. Età: anni 37. Rendita imponibile D.ti 40.  Primo domicilio: in casa di proprietà del padre, in Vico Miscio (l’attuale Via Freddo[4]), con la madre, la moglie Maria Campanile fu Nicola, il fratello Vincenzo e la sorella Giustina. Successivo domicilio: in Strada S. Francesco, dove fu prelevato dai reazionari. Lasciò la moglie e una figlia.

Il padre Gaetano compare nel registro degli “attendibili” quale “antico carbonaro dignitario facendo da 2° Tenente della 5.a compagnia dei Legionari”.

Il Luigi cercò di mettere a frutto la sua arte oratoria, improvvisando un discorso alla plebe inferocita da un punto sopraelevato. Il nipote Gaetano ne riporta il contenuto:

“Sappiate che contro di me, non vi è a dire, se io sia ovvero no liberale; per lo che voi avete visto che io esercito la mia professione, senza che mi sia mai brigato in affari di Re o di Governo, si del nostro attuale Francesco II, che Iddio ci Guardi e Mantenga, che l’altro che dicono, che volesse venire, cioè Vittorio Emanuele II. Io, come gli altri, se siamo stati comandati da ordini superiori di dover far parte della già sciolta Guardia Nazionale, lo è stato perché tutti gli altri comuni l’avevano già fatto, né vi è colpabilità in questo fatto, perciocché i sudditi siamo come colui che sta a lavorare agli ordini di un padrone o signore a cui deve prestare ubbidienza a ciò che gli viene comandato. E se per caso si ponesse al servizio di un altro, deve del par suo prestare l’opera, a ciò che il novello padrone gli venisse a dire. Similmente siamo noi altri cittadini di fronte al nostro Re, che dobbiamo servire, prestargli ubbidienza ed anche difendere, ma per quanto possiamo, senza farci imporre da nemici esterni che potrebbero, in questi torbidi tempi, far compromettere la nostra libertà individuale! Né vi farete trascinare da’ consigli avversi al partito, che vorrebbe la distruzione di taluni a fini privati! Perciò conosci te stesso, come diceano i sapienti della Grecia. Riflettete, o uomini, a ciò che dico; imperocché se fuorviate dal retto sentiero, le leggi penali vi sono, e l’uomo impastato di passioni è destinato a vivere in società ; ma la società medesima sviluppa altre passioni che l’uomo ignorerebbe, e che pur tendono a turbare la tranquillità generale: di qui la necessità delle leggi a fini di prevenire o reprimere i funesti effetti delle stesse.

Non fate Male, che saremo sicuri di queste dimostrazioni che facciamo al nostro Augusto Sovrano, che Iddio Guardi e Mantenga, e noi avremmo soddisfatto a ciò che disse Gesù Cristo: Quod tibi non vis, alteri ne feceris. Noi siamo tutti fratelli, e vi dico che ci occuperemo di farci dare i terreni di puglia e dividerli alle vostre famiglie”.

Mentre l’avvocato D’Errico si dirigeva verso casa, rattristato che il suo discorso, mascherato  dal velo della politica, non era servito ad ottenere la liberazione degli amici liberali, un drappello di popolani, istigato da Em. Sabatelli e da F. Prencipe, lo richiamò minacciosamente. Il D’Errico si ritrovò tra la plebe e si sentì in dovere di perorare nuovamente la causa degli arrestati. Non riuscendo nell’intento, insistette per la liberazione almeno del fratello Errico, nonché di Terenzio Ventrella, che era infermo. Il suo eroico altruismo gli costò caro, perché un popolano gridò: - Questo è anche un carbonaro, perché li difende! Fu  quindi preso e spedito in prigione.[5]

“Sul cadavere di D. Luigi d’Errico: cinque ferite di arma da fuoco nel torace, ed altre di punta e taglio in diverse parti del corpo. Si giudicava che le ferite di arma da fuoco avevano prodotto la morte”.

D’ERRICO ERRICO GIUSEPPE SIMONE di Gaetano e  Carmela Ruggiero, nato il 28.10.1824. Professione: legale. Rendita imponibile D.ti 40.  In capo a cinque giorni avrebbe compiuto 36 anni. Primo domicilio: in una casa di sua proprietà in Strada Forni (attuale via Placentino), con la moglie Bambina Pomella di Berardino e i figli Gaetano, Luigi, Achille, Berardino e Giovanni. Successivo domicilio in  Strada S. Francesco.

Il padre Gaetano fu patriota, risultando iscritto nel Registro degli Attendibili quale “Carbonaro dignitario facendo da 2° Tenente della 5a compagnia de’ Legionari”.

G. D’Errico riporta il testo di una supplica al Parroco e al Vicario, che sarebbe stata scritta da Errico D’Errico, e fatta uscire dal carcere nascosta nel pentolino del caffè:

“Ai Signori arcipreti e Reverendi Canonici di questa Chiesa Matrice. Gli arrestati dal popolo, detenuti in questa prigione, sono tutti buoni padri di famiglia. Senza un delitto positivo, la loro sorte intanto è vacillante e soggetta forse a qualche stizza particolare, che vorrebbe, contro ogni giustizia, vantaggiarsi di una cieca onta popolare. Epperò essi si umiliano alle SS. LL. come ministri del Santuario, e come coloro che colla voce di Dio, possono trarre un popolo deluso a ravvedersi. Si è certo di tale cooperazione che metterebbe pace generale e un denso velo su qualsiasi passato, accomodando e tranquillando l’avvenire. Ed a conseguire l’effetto più efficace a tale riguardo, le SS. LL. potranno benignarsi invitando eziando gli ottimi Rev. Cappuccini, cui non si supplica direttamente per mancanza di carta, nonché qualche Congregazione di loro genio, favorire a questa volta in formale processione, portandosi il Santissimo, che sarebbe lo unico mezzo a placare ogni animo. Se non stimassero poi opportuna la compagnia di altri ordini religiosi o potrà farsi il tutto dalle SS. LL. rimanendo in ogni caso tenuti e supplicati a qualunque spesato occorrevole, facendosi anche una anticipazione.

La più stretta preghiera però si è quella di non dare tempo al tempo, perché Elleno certamente conoscono la urgenza del caso e la pericolosa condizione di tanti innocenti, ai quali non si vuole dare l’agio neanche ad un discarico, mentre qualsiasi giustizia non lo nega neppure ai più perduti, non potendo nessuno essere giudicato senza difesa e in un formale giudizio innanzi a Magistrati competenti. Che se le promesse preghiere potessero per disgrazia non trovare ascolto nei loro animi gentili (il che è impossibile ideare nel petto dei Ministri di Cristo) e si dovesse procedere all’assoluta distruzione di chi non ha commesso alcun male, si compiacciano almeno in quest’ultimo caso inconcepibile di volere impartire ai disgraziati i Santissimi Sacramenti, onde morire da Martiri nel seno di Dio.

Si spera! Dalle carceri”.

Pervenuta all’indirizzo dei Reverentissimi Parroco e Vicario con inutili sotterfugi non vollero gli stessi mettere in esecuzione il mezzo invocato! Presentata ai frati Cappuccini, fu da essi accettata e si avviarono piangendo alla via del paese; ma prima di entrarvi furono minacciati aspramente da taluni plebei, al che spaventati si divisero per l’abitato senza nulla più operare”.[6]

“Sul cadavere di D. Errico d’Errico: tre ferite al petto con arma da fuoco, che produssero la morte”.

FABROCINI GUGLIELMO di Vincenzo e di Maria Rosa Donati, nativo di Biccari (FG). Età: anni 30.  Professione: bottegaio e milite della G.N. Primo domicilio: in un sottano locato in Strada Madonnella (attuale Via Cipro) con la moglie Raffaela Ruberto fu Michele e i due figli Vincenzo e Michele. Poi trasferì il suo domicilio in  Strada Piazza (Corso Regina Margherita).

Il padre era Cancelliere Regio. Subì diversi processi per motivi politici, come già si è visto.

“Sul cadavere di Guglielmo Fabrocino: cinque ferite alla testa di punta e taglio che producevano la morte”.

FAZZANO MICHELE di Giovanni Antonio e Anna Vittoria Palmieri, nato a San Giovanni R. il 29.1.1822. Morì come gli altri  nelle prigioni alle ore 20,00 del 23 ottobre 1860 “e nel dì seguente fu seppellito nel camposanto”. Età: anni 38.  Professione: fabbro e proprietario. Era armiere e milite della G.N. Domiciliò nella propria casa, in  Strada Grande (attuale Via Pirgiano), con la moglie  Angela Fini, la sorella Anna Maria, il figlio Antonio, le figlie Vittoria, Chiara e Filomena. Ebbe successivamente altri due figli.

Nell’udienza del 7 dicembre 1861 la moglie del Fazzano espose che “colui del quale fece parola nella sua dichiarazione, che uccise suo marito, fu Antonio Savino e non Cagiano, che trovasi di già condannato...”. Infatti il Savino era già stato fucilato dopo la sentenza del Consiglio Subitaneo di Guerra. Il fatto è sconcertante, in quanto Antonio Gaggiano, messo alle strette, confesserà di essere stato lui ad uccidere il marito, durante il processo di Trani, come risulta dall’atto di accusa del 20 aprile 1865. La Fini era stata pagata per ritrattare? O aveva subito delle minacce? Difficile dare una risposta. Ma, nell’uno e nell’altro caso, deve venire in soccorso l’immagine di una madre povera ed indifesa, rimasta sola con sei teneri figli.

Durante il dibattimento del giorno 6 dicembre 1865 svoltosi presso la G. C. Criminale di Lucera, il segretario mise a verbale la dichiarazione della cedova relativa all’arresto del Fazzano:

 “... essa dichiarava col marito e sei figlioletti vedendo invasa la casa dai rivoltosi fuggì pe’ tetti, dove rimasero tutta la notte. Al far del giorno Francesco Cascavilla salendo sull’astraco di una casa vicina lo chiamò più volte per nome, e lo invitò a discendere pena la vita. Allora il marito cedendo alle insistenze della di lui ...(?) rispose, e Francesco Cascavilla promettevagli sicurezza, lo fé discendere, ma tosto il marito fu preso e tradotto prima al quartiere e poi al carcere; e che Antonio Gaggiano alias .... non si trovava nel carcere”.

Costituitasi parte civile nel processo, alla vedova fu riconosciuto un risarcimento provvisorio di lire duemila, in attesa di  una più precisa quantificazione dei danni a carico di Cascavilla, Pazienza, Cassano, Gorgoglione, Grifa, Intorcia, Leone, Mangiacotti, L. e G. Martino, Sabatelli, Siena, Savino, Squarcella, S. de Vita, Taronna, e P. Placentino, che erano stati già dichiarati colpevoli.[7]

Michele Fazzano vantava dal Comune un residuo credito di ducati 28:10, per accomodi di fucili della G.N. eseguiti negli anni 1859 e 1860. Il decurionato dispose la liquidazione della somma predetta alla vedova con deliberazione del 21.2.1861. Con altra deliberazione del 9 gennaio 1864  la Giunta municipale decise di chiedere al Prefetto l’autorizzazione a riunire straordinariamente il consiglio, per deliberare un sussidio ad A. Fini, giusto il disposto del Sottoprefetto.

“Sul cadavere di Michele Fazzano: cinque ferite, ed una di esse al petto prodotte da arma da fuoco, e varie ferite con arma di punta e taglio. Si giudicava che per quella al petto avveniva la morte”.

FINI MATTEO GENNARO di Francesco e Maria Antonia Sassi, nato a San Giovanni Rotondo il 20 settembre 1787. Professione: proprietario e milite della G.N. Età: anni 73. Rendita imponibile D.ti 15.  Nel giorno seguente è stato seppellito nel camposanto. Domicilio: Strada Portella. Vedovo di Annarosa Palladino, abitava nella propria casa con il figlio D. Francesco Can.co Fini. Aveva altri due figli. Uno di questi, Carlo, trentaseienne coniugato senza prole,  testimoniò contro alcuni reazionari e riferì che tra coloro che parteciparono agli omicidi nel carcere c’era un tale Francesco Ciccone detto ...(omissis). Ma gli fu fatto notare che costui era morto prima del 1860. Egli spiegò che aveva sentito parlare di un Ciccone detto ...(omissis) che egli aveva pensato chiamarsi Francesco. Invitato a chiarire se trattavasi del fratello Matteo, dichiarò di non esserne sicuro. Perciò Matteo Ciccone fu assolto per insufficienza di prove.[8]  

“Sul cadavere di Matteo Fini: tre ferite di arma da fuoco nel torace, ed una di arma di punta e taglio nella coscia destra. Si giudicava che quelle al torace producevano la morte”.

FRANCO PAOLO di Paolo e di Rachele Serrilli, nativo di S. Marco in Lamis. Età: anni 29.  Professione: notaio. Era milite della Guardia nazionale. Domicilio: Strada Forni (attuale Via Placentino).

“Sul cadavere di Paolo Franco: otto ferite di arma da fuoco nella parte laterale del petto e circa dieci ferite di arma di punta e taglio in diverse parti del corpo. Si giudicava che le ferite al torace avevano prodotto la morte”.

GIUVA ACHILLE, LUIGI, GIROLAMO di Giuseppe (Dottore Fisico) e di Giustina Del Re (originaria di Sannicandro Garganico), nato a San Giovanni R. il 14.2.1814, farmacista. Rendita imponibile: D.ti 70. Età: anni 46.  La sua casa si trovava in Largo Palazzo, dove abitò con la moglie Maria Giovanna Lisa e i figli Diomira, Angelina e  Mariannina. Ebbe una quarta figlia. Il padre Giuseppe fu iscritto dai borboni nel registro degli attendibili come “antico settario ed effervescente”. Nel 1858 fu processato dai Borboni per “associazione illecita al vincolo segreto” e di “voci allarmanti contro il Real Governo”.

Nel corso dell’istruttoria della pratica di pensione alla vedova, quale danneggiata politica, la Giunta comunale certificò:

  “D. Achille Giuva...., sergente della Guardia nazionale, fu crudelmente ammazzato dal popolo ribellato nella reazione politica... perché di sentimento liberale ed attaccato all’Unità Italiana... rimase la famiglia nello stato il più miserabile, composta dalla moglie nomata Donna Giovanna Lisa, e da quattro figlie femmine; la prima di anni quattordici, la seconda di dodici, la terza di dieci, e l’ultima di anni tre. Essa vedua Signora Lisa non possiede beni di sorta alcuna, tanto nel proprio nome, che come tutrice legittima delle figlie secondo (quanto) risulta dal certificato fondiario che si conferma in questo Archivio Comunale. Non ha industria visibile, od impiego lucroso; e non è mercante, né trafficante, né maestra d’arte qualunque; ma viveva soltanto unitamente alla famiglia con la professione di Farmacista del fu suo marito D. Achille Giuva, ed ora perisce in miseria...”[9]

“Sul cadavere di Achille Giuva: sette ferite di arma da fuoco, e dieci altre prodotte da arma di punta e taglio. Si giudicava che le prime avevano prodotto la morte”.

IRACE GIUSEPPE di Tommaso e di Angela Campanile, proprietario, nato a San Giovanni R. il 9.6.1810. Era Capo Sezione (tenente) della G.N. e padre degli altri due Irace uccisi. Età: anni 50.   Domicilio: in una casa di sua proprietà, in Contrada Case Nuove - V Strada (attuale Via Giannone), con i figli Vincenzo, Tommaso (negoziante),  Maddalena e la domestica Mattea Placentino. Era vedovo di Emilia Rosa Martelli. 

Nel mese di agosto 1860 il decurionato spediva all’Intendente le terne riguardanti gli ufficiali e sottufficiali della Guardia Nazionale.  D. Federico Verna  compariva, come primo ternato, sia nella terna dei capiplotone che in quella per capisezione. Ciò fu causa di un rilievo mosso mosso dall’Intendente Nazario Sanfelice Duca di Bagnoli, ultimo Intendente borbonico, e  il 15 agosto 1860 il decurionato rimpiazzò il Verna con D. Giuseppe Irace, pregando il sindaco Vincenzo Cafaro di “provocare senza alcuna remora la superiore approvazione, onde non lasciare un vuoto nell’ordine gerarchico della uffizialità Nazionale e il servizio non soffra ritardo”. Il nominativo dell’Irace precedeva nella terna quelli di D. Francesco Morcaldi e D. Vincenzo D’Errico.[10]

Il 16 ottobre 1863 il Consiglio Comunale deliberò di riconoscere l’affitto della Casa Irace, che era stata occupata il 20 settembre per uso della  Segreteria della Giudicatura Mandamentale, poiché “il Palazzo S. Francesco fu occupato da’ militari che qui stazionavano per la distruzione de’ briganti”. L’affitto, fissato in ducati 60 (lire 255) annui fino al mese di agosto 1864, sarebbe stato corrisposto a Maddalena Irace, unica sopravvissuta ed erede della famiglia Irace.[11]

“Sul cadavere di Giuseppe Irace quattro ferite al petto da arma da fuoco che produssero la morte”.

IRACE TOMMASO di Giuseppe e di Emilia Rosa Martelli, proprietario, nato a San Giovanni Rotondo il 26.4.1837. Milite della G.N. Età: anni 23. Celibe. Domicilio: nelle Case Nuove, V Strada.

“Sul cadavere di Tommaso Irace: cinque ferite di arma da fuoco, e due di arma di punta e taglio. Si giudicava che quelle con arma da fuoco producevano la morte”.

IRACE  VINCENZO di Giuseppe e di Emilia Rosa Martelli, proprietario, nato a San Giovanni R. il 22.4.1835. Età: anni 25. Milite della G.N. Celibe. Domicilio: nelle Case Nuove, V Strada (via Giannone).

Pochi giorni prima della reazione il decurionato, essendo deceduto il guardaboschi proprietario Palumbo, individuò in Vincenzo Irace la persona che lo avrebbe sostituito in via provvisoria, con diritto all’intero soldo. Egli aveva ottenuto il maggior numero di voti in una terna formata anche da D. Andrea Padovano di D. Antonio e Nicola Cascavilla fu Giovanni. Non essendo ancora provvisto del porto d’armi, egli restava confermato nella lista della Guardia Nazionale fino all’arrivo dell’autorizzazione dalle autorità superiori.[12] Chiamato dall’Intendente a scegliere tra Donato de Bonis e Vincenzo Irace, il decurionato preferì confermare la nomina a quest’ultimo poiché il De Bonis e i suoi compagni pro tempore “aveano inteso fatto devastare questo Demanio Comunale, commettendo anche mille abusi”. L’Irace, al contrario, durante l’esercizio provvisorio, aveva dato “un freno sufficientissimo ai devastatori del Demanio e selve comunali”.[13]

Racconta G. D’Errico: “Un altro era del tutto vivo; esso era il fortissimo e coraggioso Irace Vincenzo, che, forse, erasi nascosto sotto dei cadaveri. Il medesimo, alla prima entrata della turba (nel carcere), poté fuggire, attraversando quei cannibali, ma fu da alcuni inseguito a colpi di fucili. I vili, da cui era inseguito, erano meravigliati, non potendosi spiegare come colui non cadesse sotto i loro colpi, attribuendo ciò a fattucchieria, ed egli continuava la rapida corsa; disgrazia volle che nel fuggire, s’imbattesse in un’altra accozzaglia di plebe, davanti a cui dovette fermarsi momentaneamente. In quella gli si fa innanzi il villano Taronno Andrea, che con aspetto benevolo di compare avvicinatolo, gli vibra, da vil traditore, un colpo mortale di scure alla nuca, stendendolo cadavere al suolo. Di ciò non contento, il barbaro ne trascina l’insanguinato cadavere nel vicino letame, rendendolo così ancor pasto di bestie carnivore, che per quel luogo avessero potuto passare facilmente”.[14]

Sempre dal D’Errico apprendiamo che la Polizia borbonica aveva tenuto in prigione l’Irace per lungo tempo.

Vincenzo Irace provocò il risentimento dei popolani ferendo con un coltello un “villano” la sera del 20 ottobre, durante una rissa fortuita. Ciò agevolò certamente il compito di F. Cascavilla che, in quello stesso giorno entrò armato in paese per inasprire gli animi contro  le guardie nazionali ed i liberali; l’indomani, giorno del Plebiscito, la stragrande maggioranza dei popolani si sarebbe schierata dalla sua parte.

L’esame necroscopico certificò che “sul cadavere di D. Vincenzo Irace si rinvennero 5 ferite di arma da fuoco, e tre di arma di punta e taglio. Si giudicavano che le  ferite di arma da fuoco avevano prodotto la morte dello Irace”.

LECCE TOMMASO MICHELE di Antonio (bracciale) e Grazia Savino, commerciante e proprietario, nato a San Giovanni R. il 23.11.1819. Età: anni 40.   Domicilio: nella sua casa in Strada Forni, dove abitava con la moglie Teresa Pennelli di Marcello ed i figli Antonio, Grazia, Donato. 

Racconta G. D’Errico: “Tommaso Lecce essendo anche semivivo disse ad uno di quei serpenti per non essere ucciso: - Eccoti la chiave del denaro che ho in casa vattelo a prendere purché mi salvi! Al che gli fu risposto: Ti debbo uccidere e mi dovrò prendere anche il denaro! Come infatti lo uccisero immediatamente”.

“Sul cadavere di Tommaso Lecce: una ferita d’arma da fuoco, e cinque, una delle quali al cuore, prodotte da arma pungente-tagliente. Si giudicava che la ferita al cuore faceva verificare la morte”.

MERLA ACHILLE di Giovanni (dottore chirurgo) e di Francesca Carrabba, proprietario, nato a San Giovanni R. il 29.11.1825. Età: anni 34. Era milite della G.N. Professione: professore dottore. Domicilio: in casa paterna,  nelle Case Nuove, V Strada, con i genitori, le sorelle Rosina e Francesca, i fratelli Sac. D. Luigi, pure trucidato, ed Antonio. Coabitavano Eliseo Merla fu Benedetto e C. Silvestri.

L’arresto e l’uccisione dei fratelli  Achille e Sac. Luigi Merla vengono descritti nella deposizione resa il 1° novembre 1860 da una sorella, dinanzi al giudice Giovanni Rossi, presso la Gran Corte di Capitanata:

“Dietro chiamata è comparsa D.a Rosa Merla di Giovanni di anni 47, nubile di San Giovanni Rotondo. A’ detto che nel mattino di lunedì 22, verso le ore 15, fu circondata la sua casa di abitazione da una turba di sbandati, e popolaccio, fra i quali distinse Vincenzo Antini, Michele Palumbo fu Giacinto ed Emanuele Sabatelli. Tutti con violenza si presero delle poche munizioni, volevano armi che non trovarono ed arrestando i fratelli di essa dichiarante Sacerdoti D. Luigi ed Achille, li menarono nelle prigioni; dopo ciò quei rivoltosi tornarono in casa per ricevere armi e munizioni che non trovarono. Nel giorno appresso gli stessi rivoltosi uccisero nel carcere i detti suoi fratelli spogliandoli degli abiti e di una grande cappa.

Ad altra dimanda ha detto che D. Emanuele Sabatelli ha fatto assassinare i fratelli di lei perché costoro non hanno mai permesso che il padre comune D. Giovanni avesse perduto la carica di medico condottato, cui aspirava il Sabatelli. Non sapere che i Preti e i Cappuccini avessero fluenzato sulle mosse. Ad altre domande ha risposto null’altro conoscere”.[15] 

Achille e Luigi erano figli del chirurgo Giovanni Merla, medico condotto comunale, il quale aveva appena ottenuto la giubilazione, essendo diventato “cieco di ambi gli occhi”.

“Sul cadavere di D. Michele (sic) Merla: sei colpi di arma da fuoco nel torace, ed una di arma di punta e taglio nella coscia destra. Si giudicava che quelle al torace producevano la morte”.

LUIGI MICHELE FEDERICO Sac. MERLA di Giovanni e di Francesca Carrabba, nato a San Giovanni R. il 5.3.1815.. Età: anni 46.  Professione: sacerdote. Domicilio: nelle Case Nuove. Era fratello di Achille.

“Sul cadavere di Don Luigi Merla si rinvennero otto ferite di arma da fuoco ed una ferita di punta e taglio. Si giudicava che quelle prodotte da schioppo arrecavano la morte”.

MARESCA ANTONINO VINCENZO BENEDETTO di Michele e di Maria Felice Lisa, caffettiere, nato a San Giovanni R. il 3.5.1831, morto “in pubblica piazza” alle ore 19,00 del 21 ottobre 1860. Età: anni 30. Domiciliato nella sua casa, in Largo Palazzo, con la madre e Michele Limongelli fu Domenicantonio aveva trasferito la residenza in  Strada S. Nicola.

“Sul cadavere di Antonino Maresca: circa venti ferite di armi da punta e taglio, una delle quali al cuore, che produceva la morte”.

MUCCI ALFONSO MARIA fu Antonio e di Rosa Rutigliano, barbiere, nato a San Giovanni Rotondo il 13.11.1828. Età: anni 32. Era milite della Guardia Nazionale.

Primo domicilio: in un sottano locato in Strada Pubblica. Si trasferì poi in  Strada Portella con la moglie Maria Trotta.

“Sul cadavere di Alfonso Mucci: quattro ferite di arma da fuoco al petto, che si giudicavano di aver prodotto la morte”.

MUCCI COSTANTINO RAFFAELE fu Antonio (barbiere) e di Rosa Rutigliano, barbiere, nato a San Giovanni Rotondo il 27.3.1820. Età : anni 41. Era milite della G.N. Primo domicilio: nella sua casa sita Sotto S. Orsola, dove aveva abitato con la con la moglie Angela Puzzolante fu Francesco, i figli Filomena, Lucia e Rosa, e Michele Furioso, projetto. Successivo domicilio: in Strada Portella.

“Sul cadavere di Costantino Mucci: moltissime ferite di arma di punta e taglio, talune delle quali sulla testa e queste ultime definite mortali”.

RUGGIERI FRANCESCO di Domenico e Maria Nicola Panunzio, proprietario, nato a San Giovanni R. il 4.10.1830.  Milite della G.N. Celibe. Età : anni 31. Occupò un sottano locato in Strada Grande (attuale Via Pirgiano) , con Giacinto Ruggiero fu Nicola e F. Angeloni, vedovo di M. De Salvia, Bonifacio Ruggiero, figlio naturale di Giacinto, e Teodosia Ruggiero, sorella muta di Giacinto. Era cugino dei martiri Errico e Luigi D’Errico, per essere figli di sorelle.

“Sul cadavere di Francesco Ruggieri due ferite al cuore da arma da fuoco, e cinque di arma di punta e taglio in altre parti del corpo. Si giudicava che quelle al cuore producevano la morte”.

RUSSO FRANCESCO PAOLO, detto il Monaco, di Nicola Maria e di Grazia Novelli. Età  : anni 47.  Professione: tavernaro e viaticale. Era anche milite della G.N. Primo domicilio: in un sottano locato in Strada Ospedale (attuale Via al Mercato). Successivo domicilio: in Largo Palazzo. Coniuge: Carmela Troiano (anni 45). Lasciò sei figli orfani: M. Grazia (anni 23), M. Filomena (anni 21), Nicola Maria (anni 18), Benedetto (anni 15), Michele (anni 11), M. Giovanna (anni 7).

Fu accusato dai rivoltosi di aver nascosto in un sacco D. Antonio Lisa e di averlo fatto fuggire dal paese confondendolo tra le merci caricate sul proprio carretto, col quale esercitava il mestiere di viaticale.

“Sul cadavere di Francesco Paolo Russo: cinque ferite da arma da fuoco al petto e tre da arma di punta e taglio. Si giudicava che quelle al petto avevano prodotto la morte”.

SABATELLI CELESTINO EMANUELE SILVIO GIUSEPPE di Antonio e Maria Arcangela Basalemme , nato a San Giovanni R. il 27.10.1816. Professione: proprietario. Milite della G.N. Età : anni 45.   Primo domicilio: nella sua casa di proprietà, in Strada Basalemme, con la moglie Marianna Tancredi di Antonio e tre figli. Poi trasferì il domicilio in Strada Grande.

Il Sabatelli quand’era in vita aveva dissodato due versure di terra nel c.d. Macchione, subendo la “fulminata pena del carcere”. Poco dopo la sua morte altri naturali del luogo ne approfittavano, cercando di immettersi nel possesso del terreno medesimo, senza alcun rispetto per la famiglia del martire. Perciò la vedova Marianna Tancredi inviò un esposto a Foggia. Premesso che “il di lei infelice consorte venne sagrificato dall’ira del popolo nel dì 23 ottobre”, implorò l’assegnazione di detto terreno. Il Governatore trasmise l’esposto al decurionato, che deliberò: “... qualora permissione vi potesse essere per lo godimento del terreno..., sia preferita la reclamante Tangredi, ad altri che ne anelano”. La delibera precisava anche: “... il suo possedibile non è tanto ubertoso a poter mantenere una numerosa famiglia composta da quattro ragazzi di tenera età”.[16]

“Sul cadavere di D. Celestino Sabatelli: tre ferite di arma da fuoco, due delle quali sulla testa e varie altre ferite di arma di punta e taglio. Quelle sulla testa si opinava che producevano la morte.”

VENTRELLA TERENZIO ALFONSO di Giuseppe Luigi  e di Raffaela Verna, nato a San Giovanni R. il 18.2.1824. Età : anni 37. Celibe. Professione: legale. Era Capo Plotone della Guardia nazionale. Domicilio: nella casa della madre, in Largo Palazzo, con i fratelli Salvatore, Antonio, Francesco Antonio , Emiddio.

Racconta G. D’Errico: “Il Ventrella era nascosto sotto il suo materasso (nel carcere). Rinvenuto vivo, disse ad uno dei carnefici che voleva morire con un semplice colpo di schioppo al petto, e quegli: Al petto? e così fece; con una fucilata fu immantinenti fatto cadavere”. Ma l’episodio non trova riscontro nell’esame necroscopico, mancando una ferita al petto:

“Sul cadavere di D. Terenzio Ventrella: molte ferite d’arma di punta e taglio, due delle quali sulla testa, ed altra prodotta da arma da fuoco sul femore destro. Si giudicava che quelle alla testa facevano verificare la morte”.

I soldati garibaldini

Il 24 ottobre 1860, alle ore 15.00, in contrada Patariello, nel comune di San Giovanni Rotondo trovarono la morte in battaglia:

Orofino Amico, 2° tenente garibaldino; Carania Francesco, 2° sergente garibaldino della provincia di Bari; Pellegrino Giuseppe fu Andrea e di Caterina Stefanelli, garibaldino di Otranto; Pellegrino Vito Maria fu Andrea e di Caterina Stefanelli, garibaldino di Otranto; Napagna Francesco, garibaldino.

continua

[1] G. D’Errico, La Reazione Borbonica dell’ottobre 1860 di San Giovanni Rotondo, seconda Edizione, Foggia 1914.

[2] Ibidem

[3] Per i risultati degli esami necroscopici cfr. Sen­tenza ed Atto di Accusa di Celestino Andini ed altri di San Giovanni Rotondo, Trani , Tip. Nicola Fusco - 1865.

[4] E’ la casa in cui io sono nato.

[5] G. D’Errico, La Reazione Borbonica dell’ottobre 1860 di San Giovanni Rotondo, seconda Edizione, Foggia, 1914.

[6] G. D’Errico, La Reazione Borbonica dell’ottobre 1860 di San Giovanni Rotondo, seconda Edizione, Foggia, 1914.

[7] Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6.5.1866.

[8] FCAL, ASL,  fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Verbale del 2 luglio 1864.

[9]ACSGR, Certificato del  25 giugno 1861.

[10]ACSGR, delibera decurionale del 15 agosto 1860.

[11]ACSGR, delibera consiliare del 10 ottobre 1863.

[12]ACSGR, delibera decurionale del 15 settembre 1860.

[13]ACSGR, delibera decurionale del 7 ottobre 1860.

[14] G. D’Errico, La Reazione Borbonica dell’ottobre 1860 di San Giovanni Rotondo, seconda Edizione, Foggia, 1914.

[15] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 37 (anni 1860-1866). Deposizione del 1° Novembre 1860

[16] ACSGR, delibera decurionale del 13 febbraio 1861

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