Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo V

Homepage              Precedente Su Successiva

   

 

INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

I processi dei reazionari

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la G.C. di Capitanata

L’atto di accusa, del Procuratore Generale del Re presso la Gran Corte di Capitanata, riassume i fatti seguenti:

“Dopo che l’invitto Generale Garibaldi, con una mano di prodi debellò e disciolse l’Esercito dell’aborrito borbone, composto di gente mercenaria e venduta, molti soldati sbandati si erano rifugiati nei patrii focolari in San Giovanni Rotondo; e lungi di prestare il loro braccio in favore della Patria, si diedero opera a precipitarla nel lutto e nella desolazione, nel solo fine di compiere vendette private, di operare devastazioni, saccheggi, e rapine, e gittarla negli orrori della guerra civile. Profittando quei tristi di un male umore ingenerato nel paese dalla elezione della Guardia Nazionale, i di cui capi si servivano del potere per le proprie tentenze, cominciarono a spargere il malcontento ed i sensi della rivolta, annunziando che Francesco II rientrato in Napoli si era di bel nuovo assiso sul Trono scrollato per opera della più nobile rivoluzione di che superbir possa l’Italia. Tali insinuazioni trovarono facile accesso presso i popolani di quel Comune, i quali rozzi per niuna educazione che mai si ebbero, da un Governo cieco e dispotico, senza fede e senza moralità, prestarono facile l’orecchio ai consigli di quei malvaggi, i quali andavano in cerca di qualche occasione per attuare i loro tenebrosi ed iniqui disegni. Non passò guari e questa si presentò nel giorno 20 ottobre 1860, vigilia del memorando plebiscito. A compiere i loro infami progetti per un peccato di fortuna avvenne che in quel giorno si animase una rissa fra un Tenente della Guardia Nazionale ed un popolano[1], rimanendo quest’ultimo ferito: locché produsse gravissimo allarme fra quella gente corriva ed arrendevole alle maligne insinuazioni. Sorgeva il 21 ottobre giorno solenne in cui dopo 18 secoli i popoli dell’Italia meridionale sentivano pronunziare le auguste parole di Comizi e Plebiscito; giorno in cui ciascun cittadino era chiamato ad esercitare il più sublime, il sovrano dei dritti, quello val dire di eligersi un Re secondo le proprie convinzioni. Gli sbandati invece ne fecero capitale pei loro infami propositi ed animandosi suscettibilità della bassa gente si fecero a capitanare una turba di popolo. Furiosamente irrompendo pervennero sotto le finestre della casa Municipale, e quivi gridando viva Francesco II prorompevano nelle più orribili minacce. La Guardia Nazionale, il Sindaco ed i Decurioni riuniti per la elezione, vari dei quali armati tennero fronte alla moltitudine, scaricando qualche colpo di fucile fino a ridurla sul ciglione dei monti circostanti. Pareva che l’ordine fosse ristabilito, che tutto fosse tranquillo, quando circa le ore 22 di quello stesso giorno una grossa e furiosa mano di popolo, capitanata dagli sbandati, segnatamente dal giudicabile Francesco Cascavilla, assalirono il corpo di Guardia Nazionale, e trovatolo deserto, ridussero in pezzi il ritratto del glorioso Sovrano Vittorio Emanuele e dell’invitto Garibaldi, affigendo invece un cartello a cubitali caratteri che diceva Viva Francesco II. Quei rivoltosi simile a torrente che rompe le dighe inondarono per ogni verso il paese, ed obbligando tutti a ripetere quel maledetto Evviva, divenuto a scorno della mala signoria del perfido Borbone il motto d’ordine di rapine, di violenze e di stragi, disarmarono le guardie nazionali e gli onesti cittadini, togliendo loro anche le munizioni, saccheggiarono, devastarono, incendiarono varie abitazioni e precisamente quelle di D. Errico D’Errico, Agostino Bocchino, Michele Fazzano, Costantino Mucci, Guglielmo Fabrocini, Antonio Maresca e Tommaso Lecce fu Antonio ferirono alcuni e finalmente compirono quella giornata con la uccisione di D. Antonio Maresca ed Agostino Bocchino, dopo di averne depredato le case. Fra coloro che maggiormente vi furono i giudicabili Francesco Cascavilla, Antonio Martino, Pasquale Pompilio Placentino, Giuseppe Tortorella, Antonio Mangiacotti, Pasquale Mangiacotti, Giovanbattista Urbano ed Antonio Cassano. Nel seguente giorno di lunedì 22 ottobre la turba, alla di cui testa sempre gli sbandati, resa padrona del paese, cominciò a dettar leggi, ed a procedere a violenti e numerosi arresti. In effetti trascinarono e chiusero nelle prigioni 22 dei più notabili ed uomini onesti di generosi e liberi sensi, caldeggiatori ardenti dell’attuale Governo, i di cui nomi, da ritenersi quali martiri della patria, sono i seguenti: D. Giuseppe Irace fu Tommaso, D. Tommaso Irace fu Giuseppe, D. Vincenzo Irace fu Giuseppe, Don Luigi Sac. Merla di Giovanni, D. Achille Merla di Giovanni, Matteo Fini fu Francesco, Gennaro Cascavilla, Michele Fazzano fu Giovanni, D. Nicola Maria Del Grosso fu Pietrangelo, D. Celestino Sabatelli fu Antonio. Tommaso Lecce fu Antonio, Alfonso Mucci fu Antonio, Costantino Mucci fu Antonio, Francesco Ruggiero fu Domenico, Guglielmo Fabrocini, D. Paolo Franco, D. Luigi D’Errico fu Gaetano, D. Errico D’Errico fu Gaetano, D. Alessandro Campanile fu Nicola, Don Achille Giuva fu Giuseppe, Francesco Paolo Russo fu Nicola Maria, D. Terenzio Ventrella fu Giuseppe. Gli sbandati e vari popolani si misero a guardia del carcere, usando continuamente minacce, ed inibendo a quei miseri qualunque sollievo, anche religioso. Si pretese pure che il Clero ed i Frati processionalmente avessero portato per l’abitato l’effigie di Francesco II e che si fosse cantato in Chiesa l’Inno Ambrosiano. Fu forza secondare le richieste ma essendosi da taluni implorato la liberazione dei detenuti furono le umane richieste fatalmente respinte. Spuntava il 23 ottobre apportatore di lutto a quello sventurato paese, ed in tal giorno in cui furono compiute quante nefandezze può avere registrato la storia dei delitti umani, sarà memerando nelle cronache patrie! Ebbero condezza gli sbandati e la incomposta plebaglia che giungeva la forza da Foggia, onde sedare quella terribile rivoltura, e tal nuova la propagò il giudicabile D. Nicolantonio Sabatelli giungendo in paese a tutta corsa montato su di un cavallo. Un grido di rabbia uscì dalla turba e precisamente dagli sbandati, e subito si disse a gola piena si vada al carcere. In meno che si pensi quella prigione fu circondata da armati, impedendosi ogni comunicazione alle miserevoli ed innocenti vittime, negandosi loro anche ogni conforto di religione. Si cominciò quindi a far fuoco sui rinchiusi colà, ma siccome la maggior parte era campata da quei colpi micidiali si penetrò in quel recinto, ed ivi con scure o sciabla si estinsero le vite di tutti, compiendosi tali atti d’inaudita ed incredibile ferocia che non hanno riscontro nei fasti di barbara e selvaggia gente! E così 22 onesti cittadini, modelli di probità e di onore mancarono alle loro famiglie, alla Patria, ed alla società. Per mano di quei cannibali San Giovanni Rotondo ebbe a noverare in poche ore molte vedove ed orfani, madri orbate dei figli, e fratelli dei fratelli e vecchi cadenti che piangevano i figli mancati innanzi sera! Per tanto la sera di quell’infausto giorno arrivava nel Convento dei Padri Cappuccini, messo a qualche distanza dal paese, una colonna di militi garibaldini, e nel mattino seguente nell’atto, per precedente combinamento, si stava in attenzione che gli sbandati fossero condiscesi al disarmo, in un subito quei militi si videro aggrediti da una forte mano di sollevati, e quantunque si fossero con molto ardire difesi, pur tuttavolta sopraffatti dal numero dovettero ripiegare e cedere terreno in modo da far giungere nuova in Foggia, che il numero dei rivoltosi era imponente, e che per debellarli bisognava spedire un rinforzo. In quello attacco cinque militi, fra cui Amico Orofino e Francesco Caramia furono uccisi dopo di aver pugnato valorosamente in pro della patria e del magnanimo Vittorio Emanuele, che pochi giorni prima era stato per acclamazione salutato Re d’Italia, la mercé il memorando Plebiscito. L’Onorevole Governatore della Provincia Sig. Del Giudice animoso e pieno di coraggio civile, noncurante ogni pericolo si recava in San Giovanni Rotondo e coadiuvato dalla milizia cittadina del Gargano e dai Garibaldini, riuscì a spegnere l’idea della rivoluzione, che ardeva e desolava quel disgraziato paese. Senza por tempo in mezzo, accorreva pure il Procuratore Generale del Re, il quale dopo aver assodato la pruova generica sui cadaveri dei 24 sagrificati nella sommossa, non essendo riuscito fare altrettanto pe’ i militi Garibaldini per lo stato di sfacelo in cui furono rinvenuti i di costoro cadaveri; ma veniva rifermato con la generica suppletoria che in vita essi si appartenevano alle persone dei suddetti Orofino e Caramia, compilava una istruzione che trasmetteva al Consiglio di Guerra installato d’ordine del Sig. Governatore per effetto dei pieni poteri al medesimo conferito. E quel Tribunale straordinariamente convocato con sua decisione del dì 6 novembre 1860 condannava 13 dei principali protagonisti di quella scena di sangue alla pena di morte, che fu eseguita per 10 di essi, mentre per gli altri tre, attesa la sospensione ottenuta pel coscienzoso sentire del Governatore, è stata, non ha guari commutata in quella dei lavori forzati a vita, sei altri individui riportarono la condanna di 18 anni di ferro per ciascuno, e per gli altri fu ordinata una più ampia istruzione. Dopo di che fu proseguita la compilazione delle pruove dal Giudice di San Severo, ed ecco in breve il risultato della doppia istruzione sotto il rapporto della guerra e della specifica.... Per la parte specifica si è liquidato in modo sicuro e non equivoco la mercé un treno di testimonianze che coloro i quali più si distinsero in tutti i fatti criminosi successi in San Giovanni Rotondo e parteciparono attivamente e consumarono lo eccidio di quei 22 rinchiusi nel carcere, e sostennero il conflitto dei Garibaldini si furono li giudicabili D. Nicolantonio Sabatelli , Luigi Martino , Antonio Cassano ,  Antonio e Gabriele Martino, Pasquale Mangiacotti, Santo Ciccone, Michele Martino, Antonio Marinelli, Giuseppe Squarcella, Nicola Siena, Antonio Placentino, Giovanbattista Urbano, Leonardo Cocomazzi, Tommaso Lecce, Francesco Bocci e Salvatore Cappucci...”.

Tutti i suddetti, ad eccezione di Nicola Siena, si proclamarono innocenti.

G. Rossi , Procuratore Generale del Re presso la Corte di Capitanata proclamò l’accusa nei loro confronti e di Francesco Cascavilla fu Filippo, Pasquale Pompilio Placentino fu Nicola, Giuseppe Tortorella fu Giulio, Antonio Mangiacotti di Giuseppe, Michele Germano fu Gaetano, Salvatore Antini fu Francesco Saverio, Matteo Tortorella di Donato Michele e Domenico Martino di Gregorio. Per i suddetti il capo di imputazione fu di:

 “eccitamento e attentato alla guerra civile fra gli abitanti dello Stato e della stessa popolazione armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri, di devastazione, di strage e saccheggio accompagnato da omicidi consumati in persona di 24 individui, dei quali 22 uccisi nel carcere, con ribellione e riunioni sediziose, nonché di oltraggi e violenze fatte, cioè resistenza contro la Forza pubblica in servizio con omicidi in persona del secondo Tenente dei militi garibaldini Amico Orofino e del secondo Sergente Francesco Caramia della Brigata Romano, e di ferite pericolose di vita di loro natura e per gli accidenti in persona del caporale Cataldo Morlato e del foriere Francesco Cassano della stessa Brigata Romano”.

Venne formalizzata l’accusa anche nei confronti di Gaetano De Vita di Pietro ed Antonio Marinelli di Matteo, “di fuga violenta con frattura del carcere di San Giovanni Rotondo nella notte del 16 e 17 ottobre 1860”; il De Vita fu imputato anche di “volontarie percosse gravi per gli accidenti, che fra quaranta giorni per solo loro natura produssero la morte di Michele Ricciardi”.

Per i fratelli Luigi, Antonio e Gabriele Martino di Gregorio, l’altro capo di imputazione fu di:

“tentato furto qualificato per la violenza a luogo, accompagnata da violenza pubblica e da omicidio in persona di Domenico Ciotti di Giovanni e Gregorio Chiola, nonché furto qualificato pel tempo e luogo accompagnato da violenza pubblica a danno di Francescantonio Minelli, Francesco Pasquarelli ed Achille De Francesco, nonché di asportazione di armi”.

Infine, Vincenzo Cardella fu Gaetano, contadino di Foggia, fu accusato di “ricettazione di oggetti furtivi pei reati del 16 dicembre 1860 e 19 gennaio 1861”. Essendo  questi ultimi fatti marginali rispetto a quelli in trattazione, vengono approfonditi nelle schede degli imputati Martino.

Tutti, quindi furono rinviati a giudizio presso la Gran Corte criminale di Lucera.

Verbale del 6 dicembre 1861

Il 6 dicembre 1861 la Gran Corte Criminale composta da Degli Uberti  (Presidente), Cav. Perrelli, Belfiore, Giordano, Ciccaglione, Tondi  (Giudici), Pescione e Sergente (Giudici del Tribunale Civile, quali uditori) si riunì nella sala delle pubbliche udienze per il dibattimento della causa relativa all’Atto di Accusa del 10 agosto 1861.  Dopo le formalità di rito,  i 27 imputati, “liberi e sciolti”, furono fatti entrare all’udienza e sedere sullo “sgabello dei giudicabili”, guardati dalla Forza pubblica. V’erano anche i sette  avvocati difensori degli imputati: D. Michele Goffredi, D. Orazio Lepore, D. Stefano Sola, D. Vincenzo Candida, D. Michele D’Arco, D. Nicola Gifuni e D. Nicola De Peppe. Assente l’altro difensore D. Pasquale Califani, indisposto. Il Presidente avvertì gli imputati che per mezzo di lui poteva rappresentare tutto ciò che credevano utile dire in propria difesa. Gli accusati dichiararono le loro generalità (Cognome, nome ed età) e ascoltarono in silenzio la lettura dei verbali degli interrogatori, stralciati dalle decine di volumi raccolti durante la fase istruttoria. Alla richiesta se avessero avuto qualcosa da dire al riguardo, essi non presentarono osservazioni.  La maggior parte dei numerosi testimoni chiamati a deporre confermarono le dichiarazioni già rilasciate nei precedenti interrogatori. Altri, invece, cambiarono la versione dei fatti a favore o a danno di questo o di quell’imputato.

I difensori di parecchi imputati , esibirono la “fede d’indigenza” degli assistiti chiedendo che i testimoni  a discarico fossero citati a spese del Real Tesoro. Tra le richieste accolte quelle di Antonio Cassano e Giovanni Battista Urbano.

Atto di Accusa della Gran Corte Criminale di Lucera del 3.10.1864

L’istruttoria del processo sui gravi fatti sangiovannesi fu delegata a Giuseppe Cutinelli, mentre era giudice in Celenza Valfortore.  Autorizzato ad adibire come segretario istruttore un impiegato, arrivato nella giudicatura di San Giovanni Rotondo, non vi trovò che il Cancelliere. Questi non poteva dedicarsi alla giudicatura e contemporaneamente assistere il Cutinelli nella formazione del processo. Pertanto fino al 23 settembre il giudice non aveva potuto ascoltare che tre o quattro testi al giorno, approfittando dei pochi momenti di disimpegno del cancelliere. Risentito per qualche rimprovero sulla lentezza del procedimento istruttorio, chiese al Procuratore Generale di mandargli un impiegato, per aiutarlo nelle pesanti incombenze. Alla giudicatura venne assegnato il commesso Ettore Palumbo, di Monte S. Angelo.  Al Cutinelli, come lui stesso precisò, “era stata serbata una lunga eredità di lavori posti in non cale dal 1861, l’esito dei quali gli aveva procurato note di elogi tanto del Procuratore Generale, quanto dal Procuratore del Re”.  Ma ciò era già stato dimenticato. Fino al 31 maggio 1864 aveva concluso l’istruttoria di ben 171 processi, cosa certamente fuori dall’ordinario, che dimostrava lo zelo e l’operosità usati nell’interesse della giustizia. Perciò il Cutinelli, nella risposta ad una richiesta del Giudice D’Uva(?) di Lucera, sbotta:

“...Ciò non pertanto avrei a quest’ora completata l’istruzione in San Giovanni Rotondo se non avessi trovata questa Giudicatura sfornita di personale di Cancelleria, per cui non credetti opportuno allontanare il cancelliere... Fu perciò che incessanti furono i miei reclami...Vuole poi V.S. conoscere lo stato in cui la istruzione si trova? Dirò brevemente, che gl’imputati sono oltre a cinquanta, che per la massima parte di essi la medesima è completa, che per i rimanenti ho procurato d’ufficio gli elementi necessari a convincerli de’ reati loro addebitati e che rimane da istruirsi sul discarico. Da ultimo la S. V. si compiaccia di conoscere che ne’ primi giorni della settimana entrante moverò per San Giovanni Rotondo e che a tutto il corrente mese il processo sarà spedito all’Uffizio di Istruzione, mentre non minore del suo è il mio interesse per un tale esaurimento”.[2]

Per ottenere questi risultati il magistrato aveva lavorato giorno e notte, curando di persona questioni puramente amministrative che dovevano rimanere assolutamente segrete. Il suo lavoro, già di per sé immane, fu ostacolato sensibilmente dalla infedeltà delle dichiarazioni dei testi, dell’una e dell’altra parte, che con sconcertante naturalezza cambiavano le carte in tavola. Perciò il magistrato credette opportuno inviare una lettera al sindaco Sangiovannese, datata 14 luglio 1864,  avente per oggetto i testimoni  Maria Leonarda Cisternino, Lucrezia di Cato, Rosa Palladino, Angelo Maria Fini,  Angela Russo, Francesco Prencipe, Giovanni Viscio, Matteo Cocomazzi, Maria Felice Lucarelli, Grazia Russo, Nunzia Tortorelli, Rosa Merla, Maria Giovanna D’Appolito, Luigi Francavilla, Rachele Lucarelli, Raffaela Ritrovato, Angela Piano, Cristina Fini, Giuseppe Lecce, Giuseppe Longo, Matteo Cugino, Antonio Cafaro, Teresa Placentino, Antonio Russo, Giuseppe Russo, Maddalena Siena. Vi si legge:

“In un comune che fu dalla malvagia de’ propri cittadini, fatto teatro di atti inumani, di strage, di assassinio, cose queste che devono interessare gli animi della gente più idiota, è per chi scrive doloroso ravvisare accanto la tomba degl’infelici assassinati la personificazione della falsità, rappresentata con freddezza d’animo e con la più sfacciata impudenza da tutti coloro i quali, chiamati dal Magistrato a deporre, doveano se non altro almeno, con la santità dell’opera cui venivano chiamati, esercitare atto di cristiana carità, vendicando pure essi l’assassinio contro gente che per inquieta inclinazione si tacciò e percorse un sentiero di sangue. La Giustizia e il pubblico ha(nno) diritto di richiedere che il testimone falso sia solennemente presentato come tale innanzi l’opinione pubblica, acciò gli uomini dabbene si confortino nel sentimento della loro virtù, e i perversi imparino a vivere vita più onesta ed a temere il severo giudizio di un consesso, il quale rappresenta la pubblica opinione, tanto degnamente.

E perciò che il sottoscritto fidente nell’indipendenza di V. S.  e degli onorevoli componenti la Giunta rende fervida preghiera alla S.V. perché voglia favorirgli un unico verbale contenente:

1°. La condotta morale e politica delle marginate persone, in ogni epoca;

2°. Se sieno, quanto alle donne, meretrici, e quanto ai maschi dediti alla copola e al vino;

3°. Se siano capaci di dichiarare il falso dinanzi alla giustizia e ricevere denaro ed altri doni perché falsamente dichiarassero;

4°. Se consta che abbiano preso giuramenti falsi in giudizio, tanto penale quanto civile;

5°. Finalmente se siano soliti ad intrigare ed offrire spontaneamente alle parti interessate la loro testimonianza.

Non è fuor d’opera significare che sul conto della massima parte di esse persone risulta chiaramente dagli atti processuali la falsità della loro deposizione. Sarà compiacente poi V.S. passare il verbale di risulta a questo Signor giudice, perché si apponga il visto di regola e di restituire la presente nota per essere inserita nel processo. F.to il Giudice Delegato Giuseppe Cutinelli”.[3]

Le falsi testimonianze erano ricorrenti ed  il sindaco, in varie occasioni, dovette fornire notizie sulla personalità dei testimoni, per aiutare i giudici  a capire se fossero capaci di mentire o avessero  motivi per farlo.

Nel 1863 il Procuratore Generale presso la Corte di Appello delle Puglie, dovendo esaminare le prove a favore degli imputati già condannati o in stato di accusa, inviò un lungo elenco di testimoni per sapere:

- se avevano legami di parentela coi condannati e giudicabili e se al momento erano loro stessi dei giudicabili o latitanti;

- qual’ era la fama  pubblica goduta sotto il duplice aspetto politico e morale;

- la parte che taluni di essi avevano potuto prendere nell’eccidio.

Il compito riservato al sindaco era veramente ingrato. Egli, convocata la giunta, ricordò ai due intervenuti Sabatelli e Giuseppe Lecce che i doveri dell’uomo libero erano “la Giustizia e l’amore di Patria”, esortandoli a fare le proprie osservazioni sugli individui segnalati  “con indifferenza e sangue freddo”.[4]

Ma fino a che punto l’uomo riesce a liberarsi dagli impulsi interiori ed essere imparziale? Trovandoci in un paese di quasi settemila abitanti, la lista da esaminare e quella degli imputati contenevano sicuramente nomi di amici e nemici. Quelle notizie riservate sui testimoni, positive o negative che fossero state, avrebbero influito indirettamente sul giudizio e la sorte degli imputati.  Per Berardo Miscio di B. la Giunta confermò il sospetto del magistrato:

“E’ soggetto proclive a prendere diletti col dichiarare con franchezza avanti la Giustizia punitiva i fatti falsi e poi gioirne. Si aggiunge pure essere dedito al vino, e conseguentemente la sua condotta morale-politica non buona”.[5]

Altre notizie sono ancora più brevi ed infondate ed è sconcertante come un’opinione non suffragata dalle prove possa aver concorso a formare nel Giudice il convincimento giuridico di colpevolezza o di innocenza degli imputati.

Se le notizie da fornire riguardavano un membro dell’organo deliberante o i suoi familiari, le istruzioni imponevano al soggetto interessato di non partecipare alla deliberazione.[6]

Particolare cura fu riservata agli accertamenti del grado di parentela dei testimoni con i reazionari o con i liberali trucidati, per verificare il grado di attendibilità delle loro dichiarazioni. Una lista dei testimoni, con le relative annotazioni della giunta, è riportata in appendice (Doc. n. 16).

Alla fine del suo lavoro Cutinelli tributava al Sindaco la sua personale riconoscenza per l’efficace contributo dato, da estendere ai membri della Giunta:

“... E’ questa una novella pruova del patriottismo e del sentito amore per la Giustizia onde le S.L. sono profondamente predominate. Io serberò cara memoria de’ giorni vissuti in questo Comune, quantunque abbia dovuto dividere il dolore inteso dai buoni cittadini per le sventure politiche per le quali fu sciaguratamente bruttato di sangue questo suolo. Ovunque sarò, la prodigatami cortesia ed il mostratomi affetto dalla S.V. e da questi Suoi amministrati in generale, non saranno per cancellarsi dalla mia mente; verso di tutti La prego di essere interprete di questi miei sentimenti”.[7]

Il primo cittadino ricambiò il segno di gratitudine:

“Dalla sua condotta ispirata, illuminata dalle virtù che l’adornano, se da una parte, nella difficile missione compiuta, già intravedono uno scudo adamantino alla innocenza, di contro alla calunnia sempre pronta ad ergere la temeraria testa, in simili casi, scorgono dall’altra un indice (?) contro dei rei alla giustizia punitrice. Cosicché fin da questo momento con sicurezza può affermarsi che la ragione comune di questi Cittadini sarà soddisfatta. E se Ella si diparte da questo Comune, gli effetti della sua avveduta istruzione resteranno: ed il nome di Lei suonerà per tutto il tempo ed anche oltre, nella bocca di questi amministrati come sinonimo di Giustizia, per quanto ferma ed incorruttibile...”.[8]

 Il soggiorno sangiovannese del Cutinelli si concluse il 30 ottobre 1864, epoca in cui venne assegnato alla Giudicatura mandamentale di S. Marco in Lamis.

 

Alla data dell’8 giugno 1863 risultano detenuti nelle prigioni di Lucera i seguenti giudicabili:

Santo Ciccone, Giuseppe Tortorelli, Paolo Cassano, Donato Bisceglia, Giovanni Trojano, Pasquale Mangiacotti, Tommaso Lecce, Giuseppe Squarcella, Francesco Cascavilla, Pasquale Pompilio Placentino, Antonio Placentino, Michele Martino, Matteo Tortorella, Antonio Marinelli, Michele Germano, Domenico Martino, Francesco Bocci, Gianbattista Urbano, Nicola Siena, Salvatore Antini, Gabriele de Vita, Antonio Cassano, Luigi Martino, Antonio Martino, Leonardo Cocomazzi, Nicolantonio Sabatelli e Gabriele Martino.[9]

L’Accusa contro i suddetti fu pronunciata il 3 ottobre 1864. Nel documento vengono riassunti ancora una volta i fatti del mese di ottobre 1860.

“Francesco Cascavilla, soldato sbandato dello sciolto esercito borbonico, per sfuggire alle ricerche delle Forze, associatosi ad altri sbandati, da tempo aveva formato sua stanza sulla vetta di un monte sovrastante a San Giovanni Rotondo. Là, inalberata bianca bandiera tentò sommuovere i suoi concittadini, ma invano. I retrivi e i devoti al passato del suo paese onde sfogare le private vendette contro i propugnatori del nuovo ordine di cose, sostenevano il Cascavilla ed i suoi soci per averli pronti alla strage ed al saccheggio. L’occasione si presentò nella grande giornata quando l’Italia tutta mercé il voto popolare doveva proclamare la sua Nazionalità.

Nel giorno 20 ottobre 1860 annunzio di strage perveniva al sindaco, se avesse eseguito l’atto del plebiscito.

E nel mattino del 21 quando già sul palazzo Municipale le autorità erano radunate ed il popolo assemblato nel largo, che il detto palazzo precede, ecco sbucare dalla strada Santa Caterina il Cascavilla coi suoi soci e molti popolani, parte armati, levando il grido Viva Francesco II. S’impadroniscono dell’indicato largo, disperdono i Comizi, infrangono quanto nel palazzo municipale era preparato per raccogliere i voti e dispongono a dare esecuzione alle minacce del giorno antecedente. Accorre la Guardia Nazionale e respinge quei malfattori i quali preso un punto elevato del paese, oppongono resistenza, ma dopo lo scambio di varie fucilate, si allontanano dal paese. Il loro allontanamento però fu di poche ore, ché alle ore 23 italiane dello stesso giorno ingrossati di numero tornano nel paese. Quivi inalberando il borbonico vessillo alle solite grida di sovversione Viva Francesco II ne percorrono le vie, se ne rendono padroni - e con minacce e violenza chiedono ed ottengono ciò che vogliono. La sera, però comincia il segnale della strage colla uccisione di Antonio Maresca ed Agostino Bocchino. Quindi si danno a girare in pattuglia nel corso della notte, forse per segnare le case di coloro, che il dì appresso debbono sacrificare.

 Si inaugura il mattino del 22 col canto dell’Inno Ambrosiano per celebrare la restaurazione del caduto Monarca. A ciò sieguono le opere del saccheggio - e si completano nell’arresto di ben 22 cittadini - i quali sono condotti al carcere. Si procede alla nomina delle altre Autorità sostituite a quelle del giorno antecedente, e ai Capi e componenti la milizia urbana.

 Il giorno 23, i congiunti e i domestici degli arrestati si avvicinano al carcere per recar cibo e confortare i detenuti, ma con violenza e minacce ne sono respinti da quei malfattori, che vigilano alla custodia. Verso le ore 20 una voce annunzia che una colonia di Garibaldini muove alla volta del paese. Dalle prime ore del mattino si era fatto udire ai detenuti, che allo arrivo della Forza sarebbero stati massacrati. A quella voce sorta però i malfattori stanno per allontanarsi dal carcere, ma una donna, la moglie del custode del carcere grida a quei tristi “Voi ve ne andate, questi Carbonari sono tutti viventi” . Il grido di satana non avrebbe potuto imporre più di quella voce, ché quei malfattori circondano i cancelli del carcere, scaricano i loro fucili contro i detenuti: di questi alcuni cadono cadaveri - altri feriti si protendono al suolo per sfuggire la morte, ma quelli, quasi istizziti dal non vederli tutti caduti vittime, schiudevano le porte del carcere, e quali con scure, quali con baionetta si lanciano a finire i morenti, ed a mutilarne i cadaveri, brattando le pareti del sangue di quegli infelici... Nel mattino del 24 in realtà i Garibaldini dirigevansi per San Giovanni Rotondo, essendosene già sparsa la triste novella per le diverse province. Quei malfattori li attaccarono, li respinsero - ma giunta altra Forza e le Guardie Nazionali dei vicini paesi, l’ordine fu ristabilito. Un Consiglio Subitaneo di Guerra fece eseguire la fucilazione di coloro, che più distinti per atrocità e scelleratezza, non poterono sottrarsi al braccio della Giustizia. Per coloro catturati di poi altro giudizio si espletava. E poiché alcuni si erano renduti latitanti, altri venivano raggiunti da pruove accapate nello svolgimento del primo giudizio, ebbe vita la presente processura”.

I capi di  imputazione per i fatti criminosi perpetrati in San Giovanni Rotondo dal giorno 21 al giorno 24 ottobre 1860 furono definiti in base alle abolite leggi del 1819, sotto l’impero delle quali erano avvenuti, e delle leggi in vigore:

Per il giorno 21: 1) Comitiva armata e associazione armata. 2) Eccitamento alla Guerra Civile tra gli abitanti della stessa popolazione e attentato avente per oggetto suscitare la guerra civile. 3) Violenze e minacce contro un Ufficiale pubblico  e reato accompagnato dalla violenza pubblica, ribellione eseguita da più di dieci persone armate.  4) Ribellione totale, attacco alla Forza pubblica. 5) Furti qualificati pe ‘l tempo ed accompagnati da violenza pubblica, depredazioni accompagnate da violenze e minacce. 6) Omicidii volontari.

Per il giorno 22: 1) Arresti arbitrari; 2) Furti accompagnati da violenza pubblica.

Per il giorno 23: 1) Omicidi volontari accompagnati dalla premeditazione..

Per il giorno 24: 1) Attacco alla Forza pubblica.

Gli omicidi nel carcere non potettero definirsi “commessi per impulso di brutale malvagità”, poiché tale definizione non era prevista nelle leggi in vigore all’epoca dei fatti. Viceversa l’accusa di “omicidi volontari accompagnati da premeditazione” era sostenuta dal fatto e dal diritto, perché già il giorno prima  diversi imputati avevano espresso la volontà di uccidere i detenuti,  se fossero arrivati i garibaldini; azione che poi eseguirono.

La Corte richiese al Giudice Istruttore di trasmettere alla Corte di Appello gli atti relativi ai seguenti imputati, affinché si procedesse come per legge: Gorgoglione Giuseppe, Placentino Matteo, Savino Francesco, Antini Celestino, Giampaglia Matteo, Pazienza Antonio, D’Oria (o Iorio) Saverio, Caldarola Antonio Maria, Ricci Filippo, Lecce Giovanni, Taronno Antonio, Padovano Antonio, Grifa Giovanni, Latiano Michele, Mangiacotti Antonio, Lecce Domenicantonio, Capuano Nicola, Merla Giovanni, Leone Giuseppe, Intorcia Rosa, De Vita Salvatore, Ateniese Giuseppantonio.

Per quanto attiene all’accusa ai singoli imputati, si rimanda alla scheda di ciascuno.

Invece, per Longo Maria Giovanna, Palumbo Michele, Fiorentino Pasquale, Canistro Matteo, D’Oria Giovannantonio, Ricci Giuseppe, Bocci Nicola Felice, Perrone Chiara, Aquilante Gioacchino, Placentino Antonio, Crisetti Giuseppe, Carrabba Antonio (padre) , Michele, Francesco, Berardino, Giovanni Giuseppe Carrabba (figli), Cappucci Vincenzo, Impagliatelli Matteo, Taronno Michele, Lops Luigi, Prencipe Pasquale, Di Stasi Michelangelo, Cocomazzi Giovanni, Cisternino Michele, Savino Michele, Savino Raffaele, Greco Domenico, Reale Ferdinando, Del Mastro Leonardo, Camardella Francesco, Guerrieri Pietro, Ciccone Matteo, Bramante Ludovico , arciprete, De Bonis Donato, canonico, Padovano Raffaele, la stessa Corte richiese al Giudice Istruttore di dichiarare il “non aversi luogo a procedimento” perché,  denunziati quali colpevoli, i fatti non erano stati provati o non costituivano reato.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865

La Sezione di Accusa della Corte di Assise di Trani, composta dal Presidente Cappelli e dai consiglieri Fiorese e Petroni, si riunì il  giorno 23 gennaio 1865, procedendo a porte chiuse (erano presenti soltanto il Pubblico Ministero e il Cancelliere d’Argenio).

 L’Atto di Accusa inizia con la martellante rievocazione dei giorni della reazione sangiovannese e cenni sulle precedenti vicende giudiziarie:

“I deplorevoli avvenimenti, che insanguinarono le vie di San Giovanni Rotondo, e produssero con le stragi la distruzione e la rovina di tante infelici famiglie nei luttuosi giorni del 21, 22 , e 23 ottobre 1860 formano oggetto della decisione della abolita Gran Corte Criminale di Lucera del giorno 23 agosto 1861, mercé la quale fu ammessa l’accusa contro 27 individui come autori principali, e complici di quelle scene di orrore, e di sangue. Quindi per la pubblicazione delle Leggi organiche, e del codice di procedura penale questa sezione di accusa con sentenza del dì 19 luglio 1862 rinviava gli imputati a subire il giudizio nella Corte di Assise del Circolo di Lucera, ed in seguito con altra sentenza del 13 agosto 1862 pronunziava l’accusa contro Paolo Cassano, e gli arrestati Giovanni Trojano e Domenico Bisceglie, imputati dei medesimi reati definiti nella predetta decisione del 23 agosto 1861, ordinandone il rinvio alla stessa Corte di Assise, la quale procedendo ad unico giudizio, dietro il verdetto affermativo dei giurati con sentenza profferita nella notte del 5 e 6 agosto 1863 condannava a pene diverse un gran numero di accusati.

Tale sentenza però fu impugnata per parte di Francesco Cascavilla, Nicolantonio Sabatelli, e Gaetano De Vita, e quel Supremo Collegio con arresto del 13 aprile 1864 l’annullava insieme col dibattimento, rinviando la causa pel nuovo giudizio alla Corte di Assise del Circondario di Trani.

Intanto una novella istruttoria veniva compilata, nella quale si offrivano elementi a carico di molti altri ora espressi nell’ordinanza dell’istruttore e nella trascritta requisitoria del Procuratore Generale, implicati nei medesimi fatti lagrimevoli, che desolarono il Comune di San Giovanni Rotondo, intorno ai quali la Corte osserva.

Che maligne insinuazioni trasfuse nella plebe cieca e corrotta di quel disgraziato Comune s’ingeneravano semi di avversione, e di odio contro le novità politiche occorse nel settembre 1860, sicché molti soldati sbandati diretti da Francesco Cascavilla si riunivano minacciosi sulle vicine montagne.

Che nell’occasione del solenne plebiscito del 21 ottobre destinato ad immutare le sorti di tutta Italia, dopo tanti secoli di oppressione, e di vergognoso servaggio, essendosi riuniti i comizi del largo della casa Comunale quei tristi discesi dalla montagna ed ingrossati da altra turba di popolani irruppero furiosamente in quel luogo alle grida fragorose di Viva Francesco II, accompagnate da orribili, e spaventevoli minacce. Che ciò non pertanto il Sindaco, la Guardia Nazionale, ed altri animosi cittadini tennero fermo, e con poche fucilate pervennero a dissipare la folla degli insorti, ed obbligare i soldati a rifugiarsi sulla circostante Montagna.

Che mentre in tal guisa sembrava del tutto ristabilito e ritornata la tranquillità quei ribaldi dopo le ore 22 di quel medesimo giorno invasero novellamente l’abitato, assalirono il corpo di guardia, che per fatale e colpevole imprevidenza si era rimasto deserto, e dopo avere oltraggiati, e ridotti in pezzi i ritratti del glorioso Sovrano Vittorio Emanuele e dell’invitto Garibaldi sostituendovi un cartello scritto a grossi caratteri coll’epigrafe Viva Francesco II si fecero a percorrere le strade, obbligando tutti a ripetere quel nome aborrito, associato al motto d’ordine di rapine, devastazioni, violenze, e saccheggi.

Che infatti dopo aver disarmate tutte le guardie nazionali, e altri onesti cittadini involandone anche le munizioni si abbandonarono alle depredazioni, al saccheggio, ed agl’incendi nelle case di Errico D’Errico, Gennaro e Leonardo Cascavilla, Tommaso Lecce, Matteo Fini, Terenzio Ventrella, Michele Fazzano, Costantino Mucci, e Guglielmo Fabrocini, assassinando crudelmente gl’infelici Antonio Maresca e Agostino Bocchini dopo aver saccheggiato le loro case.

Che in quello stesso giorno le autorità locali spedirono come corriere in Foggia il disgraziato Costantino Mucci il quale fu raggiunto dall’imputato Michele Latiano, e da due altri fu ferito a colpi di stile, ed obbligato a consegnare le lettere.

Che fatti audaci del primo successo, e nella certezza di non affrontare ostacoli, o pericoli di sorta, nel giorno seguente si abbandonarono a nuove, e maggiori eccedenze, dettando leggi al Paese, e strappando dal seno delle loro famiglie 22 distinti, ed onesti cittadini, che vennero seviziati, e crudelmente trascinati, e chiusi nelle prigioni locali, e sol perché reputati di generosi e liberi sensi, caldeggiatori ardenti del nuovo regime.

Che i medesimi rivoltosi situatisi alla custodia del carcere inibivano ogni comunicazione, coi detenuti, privandoli di qualunque sollievo, ed anche dei conforti della religione e quindi obbligarono il clero, ed i frati di portare processionalmente per l’abitato l’effigie di Francesco II, facendo cantare in chiesa l’inno Ambrosiano.

Che la mattina del 23 ottobre il furore di quei tristi sorpassò la ferocia delle belve alla notizia, che giungeva una forza spedita da Foggia per reprimere la sedizione, e quindi gridando a piena gola si vada al carcere fu questo circondato facendosi una scarica di fucilate nella stanza dove stavano rinchiusi i 22 arrestati, molti dei quali si erano salvati, gittandosi a terra; ma quei cannibali richiamati da una trista donna penetrarono nell’interno, e con colpi di scure, e sciable li spensero, meno l’infelice Vincenzo Irace, che aveva avuto il destro di darsi alla fuga, e che raggiunto, come dicesi, da Andrea Taronna fu messo a morte a colpi di scure, e con fucilate.

Che i miseri così barbaramente trucidati furono oltre il detto Irace ed il fratello Tommaso, Giuseppe Irace, il Sacerdote Luigi Merla, e suo fratello Achille, Matteo Fini, Gennaro Cascavilla, Michele Fazzano, Nicola Maria Del Grosso, Celestino Sabatelli, Tommaso Lecce, Alfonso Mucci, Francesco Ruggiero, Guglielmo Fabrocini, Paolo Franco, i fratelli Luigi, ed Errico D’Errico, Alessandro Campanile, Achille Giuva, Francesco Paolo Russo, e Terenzio Ventrella.

Che la sera del 23 ottobre arriva realmente in San Giovanni Rotondo una colonna di valorosi Garibaldini, fermandosi al Convento dei Cappuccini, dove la mattina seguente furono aggrediti da un forte numero di sollevati, e sebbene si fossero difesi da prodi, e con mirabile coraggio, pure sopraffatti dal numero dovettero ripiegare, e ritirarsi dopo aver sofferto la perdita di cinque militi, fra i quali vanno compresi i rimpianti 2° Tenente Amico Orofino, e il secondo sergente Francesco Caramia rimanendo ferito il caporale Cataldo Morlato, e il foriere Francesco Cassano tutti della Brigata Romano. Quindi all’arrivo del capo politico della Provincia e di altra forza l’insurrezione fu abbattuta, e vinta restituendosi la calma, e la tranquillità sì lungamente messa a durissime pruove, e lasciando libero corso al dolore di tante infelici famiglie, orbate dei capi, dei figli, o ridotte alla più desolante miseria...”.

Su richiesta del Pubblico Ministero, la Corte  modificò e restrinse i capi di accusa nel modo seguente, nei sensi precisi dell’Atto di Accusa del Tribunale di Lucera del 10.8.1861 e delle due sentenze 19 luglio e 13 agosto 1862 della Sezione di Trani:

A - Di eccitamento ed attentato alla guerra civile tra gli abitanti dello Stato, e della stessa popolazione, armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri.

B - Di devastazione, strage, saccheggio, accompagnati da omicidi consumati nelle persone di 24 individui, dei quali 22 uccisi in carcere.

C - Di ribellione e di riunione sediziosa, nonché di oltraggi e violenze, attacco e resistenza contro la forza pubblica in servizio, con omicidi in persona del secondo tenente dei militi Garibaldini Amico Orofino, e del secondo sergente Francesco Caramia della Brigata Romano, nonché di ferite pericolose di vita di loro natura e per gli accidenti in persona del caporale Cataldo Marlato, e del foriere Francesco Capano.

Trenta presunti reazionari furono accusati di tutti e tre i capi di imputazione: Celestino Antini, Giuseppe Antonio Ateniese, Antonio Maria Calderola, Vincenzo Cappucci, Nicola Capuano, Francesco Carrabba, Giovan Giuseppe Carrabba, Berardino Carrabba, Michele Carrabba, Michele Cisternino, Salvatore Michele de Vito, Saverio Jorio, Giuseppe Felice Fiorentino, Matteo Giampaglia, Giuseppe Gorgoglione, Giovanni Grifa, Pietro Guerrieri Esposito di S. Marco in Lamis, Michele Latiano, Domenicantonio Lecce, Giuseppe Leone, Maria Giovanna Longo, Antonio Mangiacotti, Giovanni Merla, Antonio Padovano, Antonio Pazienza, Matteo Placentino, Filippo Ricci, Francesco Savino, Andrea Taronna, Michele Taronna. Però sul conto di Giuseppe Felice Fiorentino e Maria Giovanna Longo fu dichiarato il “non farsi luogo a procedere” per il terzo carico.

 Rosa Intorcia veniva accusata di “complicità nell’omicidio dei 22 individui ristretti nel carcere di San Giovanni Rotondo, avendo scientemente facilitato, e assistito gli autori di essi nei fatti di consumazione”.

Tutte le persone suddette vennero rinviate in un unico giudizio con gli altri imputati per i quali la Cassazione di Napoli  aveva già disposto il rinvio con arresto il 13 aprile 1864. Contro chi stava in stato di libertà fu spiccato mandato di cattura. La riunione di più processi riguardanti un fatto unico era prescritta dall’art. 658 nuovo Codice di Procedura Penale, anche quando i reati ascritti erano stati commessi sotto il regime delle precedenti leggi penali. Il giudice, ai sensi dell’art. 3 di detto codice, fatto il confronto tra le due normative, doveva applicare alla fattispecie la pena più mite. 

La Sezione di Accusa di Trani decise di “non farsi luogo a procedimento penale, per insufficienza di indizi” , contro Nicola Felice Bocci, Francesco Camardella, Matteo Canistro, Giambattista Cocomazzi, Leonardo Del Mastro, Pasquale Fiorentino, Domenico Greco, Matteo Impagliatelli, Pasquale Prencipe, Ferdinando Reale, Giambattista Lecce, imputati dei medesimi reati, nonché contro l’arciprete Ludovico Luigi Bramante e il canonico Donato de Bonis imputati del reato di “pubblico discorso di natura da eccitare lo sprezzo e il mal contento contro la Sacra persona del Re e le istituzioni costituzionali”. Per costoro gli indizi, dovuti al “detto isolato di qualche testimone” o a  “voci vaghe”, erano apparsi deboli e lievi e non avevano trovato riscontro negli atti.

La Corte non disconobbe un “concetto politico” nei reati consumati dagli imputati, ma, contrariamente a quanto era avvenuto nella sentenza del 23 agosto 1861, escluse il “movente politico”, “avendo essi vendette da compiere, e passioni private da soddisfare congiunte alla cupidigia d’impinguarsi con le sostanze di tante innocenti vittime”.  Osservava poi la Corte:

“Trattandosi di eccessi consumati tutti in continuazione, al seguito di concerto comune, con unità di propositi, con uniforme concetto, e con interesse di tutti, essi contrassero solidale responsabilità penale per tutt’i reati commessi in quelle fatali giornate, e quindi vanno tutti tenuti come autori di quelle lagrimevoli scene, tranne soltanto il caso di alcuni, che per qualche fatto speciale si fossero trovati fuori della sfera di azione, come appunto verificasi per Fiorentino, il quale arrestato la sera del 23 ottobre non intervenne all’attacco dei Garibaldini, nonché per Maria Giovanna Longo”.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865

L’abolita Gran Corte Criminale di Lucera, con deliberazione del 18 maggio 1861, aveva  ordinato numerosi arresti, tra i quali quelli contro i fratelli Emanuele e Giuseppe Sabatelli, Francesco De Padova, Teodoro Cassano, Francesco Antonio Savino, Pasquale Prencipe, Antonio Gaggiano e Giuseppe Russo. Ma, mentre per gli altri era stata pronunciata l’accusa, poi annullata dalla Corte di Cassazione, nei confronti di costoro non vi erano stati altri provvedimenti. Perciò la Sezione di Accusa della Corte di Appello di Trani, su ricorso dell’imputato De Padova, dovette decidere se scagionare  o rinviare a giudizio tutti e otto gli imputati. Il ricorso del De Padova  fu respinto, in considerazione che  “le scene di sangue furono preparate, provocate, e facilitate da coloro che si dichiararono avversi al novello ordinamento politico delle Province Meridionali, e fra essi figura il richiedente De Padova, giusta i certificati della giunta”.

Il giudizio riuscì favorevole per il Prencipe e il Russo col “non darsi luogo a procedimento per insufficienza di indizi”, col conseguente annullamento dei due mandati di arresto. Tutti gli altri imputati, compreso il De Padova, furono rinviati a giudizio.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865

E’ un atto emesso in esecuzione delle sentenze in data 23 gennaio e 20 aprile 1865. Il Procuratore Generale del Re confermò l’accusa nei confronti delle  27 persone già condannate dalla Corte di Assise di Lucera  con l’annullata  sentenza del  6 agosto 1863, su ricorso di alcuni imputati dalla Corte di Cassazione. L’accusa fu pronunciata anche contro gli altri  38 reazionari  delle due precedenti sentenze della Corte tranese , “i quali erano stai raggiunti da un treno non leggiero di pruove” e d’indizi di partecipazione attiva alla reazione sangiovannese.

“Ripetere i fatti e la loro particolarità miseranda sarebbe non pure opera vana, ma dannosa dopo il prelodato atto di accusa del 10 Agosto 1861 che conserva tutta la sua forza e dopo le precitate elaboratissime sentenze della Sezione di Accusa... nulla occorre aggiungere o variare, gioverà solo riepilogando per dovere d’Ufficio e per ragione di maggiore chiarezza, il ricordare...”.

Rispetto alla sentenza di Lucera, i capi di imputazione non subirono modificazioni. Solo la parte documentale risultava accresciuta per il maggior numero di imputati. 

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865

E’ l’ultimo atto prima delle sentenze di condanna e riguarda Salvatore De Vita di Pietro, già in carcere per le gravi percosse che causarono la morte di Michele Ricciardi. Il giudice ne ordinò l’immediata traduzione nel carcere di Trani, per giudicarlo anche per la parte avuta nella reazione borbonica.

Verbale del 12 Aprile 1866 per la costituzione del Giurì della causa

La Corte di Assise di Trani si riunì il 12 aprile 1866, per la costituzione definitiva del Giurì della causa contro i reazionari sangiovannesi. Il Pubblico Ministero era rappresentato da Gaetano del Mercato, Sostituto Procuratore Generale del Re presso la Corte di Appello. La Corte era composta dal Consigliere della Corte di Appello delle Puglie Teseo de Lectis, facente funzioni di Presidente al posto dell’indisposto Giovanni Feroce, dai Giudici del Tribunale Civile e corregionale di Trani Ferdinando Villani, Luigi Sannia e Giambattista Zella Melillo (uditore). Le funzioni di cancelliere erano svolte da Carlo Lubisco.

Il Presidente ordinò all’usciere P. Fusco di far entrare gli accusati nella sala delle udienze, “liberi e sciolti da ogni legame”,  mentre gli ingressi interni ed esterni erano vigilati dai Carbinieri Reali e dalla Guardia Nazionale. Erano presenti in aula anche Nicola Lionetti,  Nicola Giuseppe Tomaselli,  Nicola Quinto, Antonio Ricciardi,  Antonio Pansini, Francesco Sarri e Michele Casavola,  sostituto di Ferdinando Lambert, indisposto, che erano gli avvocati difensori dei vari gruppi di imputati. Si procedette quindi alla nomina dei 12 giurati effettivi e 2 supplenti sorteggiandoli tra le 30 persone convocate:

Fusco Nicola, Notaio di Trani, Chicco Rocco, Civile di Palo, Gentile Giacinto, Notaio di Acquaviva, Catalano Ferdinando, negoziante di Minervino, Catucci Giovanni, proprietario di Bitonto, Borraccini Francesco, proprietario di Barletta, Montanaro Raffaele, Notaio di Bitonto, De Carolis Albrizio, Legale di Fasano, Minervino Nicola, Civile di Minervino, Stella Vincenzo, proprietario di Grumo, Avella Vincenzo, proprietario di Corato, Miccolis Leonardo, Civile di Putignano, Mitella Francesco, proprietario di Noci, Porro Giambattista, proprietario di Andria, Minardi Ignazio, Notaio di Bitonto, Planelli Eduardo, proprietario di Bitonto, D’Addosio Vincenzo, avvocato di Bari, Mangionna Alessandro, proprietario di Triggiano, Cristiani Battista, Civile di Minervino, Scalera Giuseppe, Legale di Terlizzi, Carrira Martino, proprietario di Cisternino, Scardi Michele, Legale di Molfetta, Ialiento Arcangelo, Patrocinatore di Trani, Sciascia Giuseppe, Notaio di Trani, Agrimi Domenico, Patrocinatore di Trani, Giuliani Giuseppe, proprietario di Trani, Di Bello Vincenzo, proprietario di Trani, Musicco Vincenzo, Proprietario di Trani, Spezzaferri Michele, Farmacista di Trani, Campione Giuseppe, Patrocinatore di Trani.[10]

 

Sentenza della Corte di Assise di Trani  del 6 maggio 1866

Infine, il 6 maggio 1866 la Corte di Assise di Trani, “in nome di Vittorio Emanuele II, per Grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia”, emise il verdetto di condanna contro 29 reazionari borbonici. Furono condannati:

a) Luigi Martino, Gabriele Martino, Antonio Martino, Antonio Maria Caldarola, Giuseppe Gorgoglione, Francesco Cascavilla, Leonardo Cocomazzi, Nicola Siena, Francesco Savino, Nicola Antonio Sabatelli, Giuseppe Squarcella (con circostanze attenuanti), riconosciuti colpevoli di “complicità  necessaria in attentato avente per oggetto di portare la strage, la devastazione e il saccheggio in un comune dello Stato per avere scientemente e volontariamente aiutato ed assistito coloro che lo commisero ne’ fatti che prepararono , facilitarono, o consumarono le devastazioni, gli eccidi, i saccheggi commessi in San Giovanni Rotondo ne’ giorni 21, 22 e 23 ottobre 1860”:

b) Celestino Antini; Giuseppe Antonio Ateniese, Andrea Taronna, Antonio Pazienza, Antonio Padovano, Francesco de Padova, Giuseppe Leone, Saverio di Iorio, Giovanni Grifa, Matteo Giampaglia, Paolo Cassano, Nicola Maria Capuano, Vincenzo Cappucci, Antonio Maria Mangiacotti, colpevoli di “complicità non necessaria” nell’attentato descritto al capo a), ai quali furono riconosciute circostanze attenuanti, ad eccezione di S. di Iorio e G.A. Ateniese;

c) Celestino Antini; Antonio Maria Mangiacotti, Luigi Martino, Gabriele Martino, Antonio Martino, Antonio Maria Caldarola (con circostanze attenuanti), Giuseppe Gorgoglione, Francesco Cascavilla, Leonardo Cocomazzi, Nicola Siena, Francesco Savino, colpevoli “di ribellione, per avere nel 24 ottobre 1860 commesso attacco con violenze e vie di fatto contro la forza pubblica in servizio nell’atto che questa agiva per la esecuzione delle leggi, e degli ordini della pubblica autorità”;

d) Antonio M. Mangiacotti (con circostanze attenuanti), Luigi Martino, Gabriele Martino, Antonio Martino, Giuseppe Gorgoglione, Francesco Cascavilla (con circostanze attenuanti), Leonardo Cocomazzi (con circostanze attenuanti), Nicola Siena, Francesco Savino, colpevoli “di complicità necessaria negli omicidi commessi nel 24 ottobre 1860 in persona de’ militi Garibaldini Amico Orofino e Francesco Caramia, e nelle ferite che portarono pericolo di vita agli altri militi Garibaldini Cataldo Morlato e Francesco Cassano”;

e) Celestino Antini, Antonio Maria Caldarola (con circostanze attenuanti), colpevoli di complicità non necessaria nei sopradescritti omicidi del 24 ottobre 1860;

f) Salvatore e Gaetano de Vita, colpevoli di “complicità necessaria in percosse prodotte il sei settembre 1860 a Michele Ricciardi, quali percorse, sorpassando l’avuto disegno, e senza che essi accusati avessero potuto facilmente prevedere le conseguenze del proprio fatto, cagionarono fra quaranta giorni immediatamente consecutivi, e per la loro natura, la morte del detto Ricciardi” e di “fuga violenta dal carcere di San Giovanni Rotondo”;

g) Gaetano de Vita, colpevole di “complicità necessaria nell’arresto, e quindi nella uccisione di Alessandro Campanile, e di altri ventuno individui nel carcere di San Giovanni Rotondo”;

h) Fratelli Antonio, Gabriele e Luigi Martino, colpevoli  “di furto di commestibili, ed altri oggetti commesso il 10 gennaio 1861, in pregiudizio di Achille de Francesco; di altro furto di carni, pelli, ed altri oggetti a Francesco Minelli e Francesco Pasquarelli nel 16 dicembre 1860, 5, 11, e 19 gennaio 1861; di avere il 27 gennaio 1861, in tenimento di Foggia portata la mano su Domenico Ciotta fu Carlo in una rissa, nella quale il medesimo rimase ucciso, senza che si riconoscesse l’autore preciso della ferita mortale”.

La distinzione tracomplicità necessaria” e “non necessaria” nella consumazione dei crimini, introdotta dal Pubblico Ministero, incise sensibilmente sulla misura della pena comminata dal Giurì, con una diminuzione della stessa per tutti i reati commessi in qualità di complice non necessario. Per questo motivo la pena dei lavori forzati a vita, prevista per il reato descritto al capo a) subì una diminuzione di uno o due gradi per un gran numero di imputati.

I reazionari godettero di altri benefici di legge. L’applicazione nella fase transitoria della pena più mite tra quelle previste dalla vecchia e nuova legislazione (art. 3 nuovo C.P.) salvò parecchi reazionari dalla pena di morte, voluta dalle leggi borboniche per gli stessi delitti. Nel caso di concorso di due o più crimini punibili con i lavori forzati a vita e con pene temporanee, l’art. 107 del Codice Penale prevedeva l’irrogazione dei soli lavori forzati. Infine l’art. 109, in presenza di crimini per i quali erano previste soltanto pene temporanee, stabiliva che se ne dovesse applicare una soltanto, quella più grave, salvo l’obbligo di aumentarne la durata in ragione del numero dei reati commessi.

La Corte riconobbe le circostanze attenuanti per parecchi reazionari. Ciò comportò la riduzione della pena dei lavori forzati,  di uno, due o tre gradi. Francesco Savino otteneva la diminuzione di un grado, poiché all’epoca dei reati aveva compiuto i 18 anni ma ne aveva meno di 21. Per Antonio Martino, invece, di età superiore a quattordici anni ed inferiore a diciotto, andava inflitta la pena ridotta di anni dieci di reclusione.  Gaetano de Vita ottenne la riduzione di due gradi per il reato di complicità  nelle percosse che produssero la morte del Ricciardi.

Infine, nei confronti dei fratelli Antonio, Gabriele e Luigi Martino, di Nicolantonio Sabatelli e Giuseppe Squarcella, per effetto dell’art. 668 del codice di procedura penale, non si poté applicare, in grado di rinvio, una pena maggiore di quella stabilita dalla precedente sentenza di condanna.

Per tutti questi motivi la Corte condannò al maximum dei lavori forzati a vita soltanto i due imputati Nicola Siena e Giuseppe Gorgoglione.

La pena inflitta agli altri colpevoli è riportata più avanti, nella scheda dei singoli reazionari.

A quelle detentive, si aggiunsero le pene  accessorie:

- interdizione dai pubblici uffici e interdizione legale nel caso di condanna ai lavori forzati a vita o a tempo;

- interdizione legale per i condannati ai lavori forzati a vita o a tempo, per tutta la durata della pena;

- sorveglianza speciale della pubblica sicurezza per anni otto per i predetti condannati, dopo l’espiazione della pena (ad eccezione dei fratelli De vita);

- responsabilità solidale per il pagamento dei danni ed interessi a favore delle parti lese e delle spese del procedimento. 

La Corte dispose la pubblicazione della sentenza in Trani e San Giovanni Rotondo.

continua

[1] Trattavasi del Ten. Irace.

[2] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1866). Lettera del 2 giugno 1864.

[3] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864).

[4]ACSGR, cart. 124, cat.15, cl. 6, fas. 2. Nota della Reale Giudicatura mandamentale dell’11 maggio 1864.

[5] Ibidem - Risposta a nota del 10 luglio1864.

[6] ACSGR, cart. 124, cat. 15, cl. 6, fas. 2. Nota della Reale Giud.ra n. 32 del 16 marzo 1864.

[7] Ibidem. Nota della Reale Giudicatura n. 83 del 23 luglio 1864.

[8] Ibidem. Nota senza data.

[9] FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Elenco per la notifica dei giurati ordinari.

[10] FCAL, ASL,  fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864).

www.padrepioesangiovannirotondo.it