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INDICE
San
Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.
I moti
del 1820.
La guardia nazionale nel 1848.
Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti a San Giovanni Rotondo.
Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.
Regolamento di polizia urbana.
Polizia
rurale.
Il
commercio della neve.
La
produzione di vino.
Le opere
pubbliche.
Le
alluvioni del 1850, 1858 e 1862.
Il lago
di S. Egidio.
Lotta a
bruchi e cavallette.
L'istruzione pubblica.
Le questioni demaniali.
Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.
Le proteste degli allevatori di bestiame.
La
distruzione dei boschi comunali.
Le
Guardie Rurali e Forestali.
L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie
garganiche.
L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili"
sangiovannesi.
S.
Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe
ereditario.
Processi
a carico di Guglielmo Fabrocini.
Gli
ultimi mesi del Regno borbonico.
Garibaldi
entra in Napoli.
A San
Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.
Pervengono folgoranti notizie dal fronte.
A San
Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te
Deum.
Alcune
delibere comunali prima della reazione.
La
Guardia Nazionale nel 1860.
Tentativi
di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.
I giorni della reazione sangiovannese.
I
soldati sbandati.
Si vota
per il Plebiscito.
Si
operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.
Testimonianza del Giudice regio
Tommaso Giordani.
La
prima reazione Sammarchese.
Arrivano le prime truppe.
Le
gravi colpe del Dicastero di Polizia.
I
soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.
Si
prepara la reazione sangiovannese.
Testimonianza di Federico Verna.
Le
truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.
Il
racconto della guida Vincenzo D'Errico.
Il
Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.
Le
truppe partono per San Giovanni Rotondo.
Scoppia
la seconda reazione sammarchese.
La
reazione di Cagnano.
Da
Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.
Il
rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.
Il
rapporto di Don Gennaro Padovano.
L'opera
repressiva di Gaetano Del Giudice.
Il
Governatore utilizza i pieni poteri.
Il
Maggiore Cesare Rebecchi.
Le tasse di guerra.
La reazione raccontata
da Carlo Villani.
Le
reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di
Rigras.
La
votazione del Plebiscito.
A San
Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda
reazione.
Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.
Arrivo
a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.
I
processi dei reazionari.
Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la
Gran Corte di Capitanata.
Verbale del 6 dicembre 1861.
Atto di accusa della Gran Corte di Criminale
di Lucera del 3 ottobre 1864.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 20 aprile 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 9 giugno 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 12 giugno 1865.
Verbale del 12 aprile 1866 per la
costituzione del giurì della causa.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6
maggio 1866.
Martiri e danneggiati politici.
L'invocazione di G. D'Errico.
Schede
dei Martiri Sangiovannesi.
I soldati garibaldini.
I
danneggiati politici
I frati
cappuccini.
Le strade dei danneggiati politici si incontrano.
Gli accusati di reazione e
la loro difesa
I
reazionari sottoposti a giudizio (A-M).
I
reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).
Il ricordo imperituro
Storia
di tre monumenti e di una lapide.
Primo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Secondo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Persecutori e vittime del
brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
I soldati
sbandati alimentano il brigantaggio.
I primi
episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
Soscrizione
Nazionale per estirpare il brigantaggio.
Tre cacciatori di briganti :
1- Federico Padovano
2- Giovanni
Merla
3- Vincenzo
Mancini.
Alcuni
danneggiati per atti di brigantaggio:
1 - Michele
Fraticelli: un martire a parte.
2 - Antonio
Scarale.
3
- Giuseppe
Fiorentino.
4 - Benedetto
Rendina.
5 - Giuseppe
Gaggiano.
6 - Filippo
Rubino.
7 - Costanza
Pompilio.
Caccia alla banda Cicognitto.
Epilogo.
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I processi dei reazionari
Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la G.C. di Capitanata
L’atto di accusa, del Procuratore Generale del
Re presso la Gran Corte di Capitanata, riassume i fatti seguenti:
“Dopo che l’invitto Generale Garibaldi, con una mano di prodi debellò e
disciolse l’Esercito dell’aborrito borbone, composto di gente mercenaria e
venduta, molti soldati sbandati si erano rifugiati nei patrii focolari in San
Giovanni Rotondo; e lungi di prestare il loro braccio in favore della Patria, si
diedero opera a precipitarla nel lutto e nella desolazione, nel solo fine di
compiere vendette private, di operare devastazioni, saccheggi, e rapine, e
gittarla negli orrori della guerra civile. Profittando quei tristi di un male
umore ingenerato nel paese dalla elezione della Guardia Nazionale, i di cui
capi si servivano del potere per le proprie tentenze, cominciarono a spargere il
malcontento ed i sensi della rivolta, annunziando che Francesco II rientrato in
Napoli si era di bel nuovo assiso sul Trono scrollato per opera della più nobile
rivoluzione di che superbir possa l’Italia. Tali insinuazioni trovarono facile
accesso presso i popolani di quel Comune, i quali rozzi per niuna educazione
che mai si ebbero, da un Governo cieco e dispotico, senza fede e senza
moralità, prestarono facile l’orecchio ai consigli di quei malvaggi, i quali
andavano in cerca di qualche occasione per attuare i loro tenebrosi ed iniqui
disegni. Non passò guari e questa si presentò nel giorno 20 ottobre 1860,
vigilia del memorando plebiscito. A compiere i loro infami progetti per un
peccato di fortuna avvenne che in quel giorno si animase
una rissa fra un
Tenente della Guardia Nazionale ed un popolano,
rimanendo quest’ultimo ferito: locché produsse gravissimo allarme fra
quella gente corriva ed arrendevole alle maligne insinuazioni. Sorgeva il
21 ottobre giorno solenne in cui dopo 18 secoli i popoli dell’Italia meridionale
sentivano pronunziare le auguste parole di Comizi e Plebiscito; giorno in cui
ciascun cittadino era chiamato ad esercitare il più sublime, il sovrano dei
dritti, quello val dire di eligersi un Re secondo le proprie convinzioni. Gli
sbandati invece ne fecero capitale pei loro infami propositi ed animandosi
suscettibilità della bassa gente si fecero a capitanare una turba di popolo.
Furiosamente irrompendo pervennero sotto le finestre della casa Municipale, e
quivi gridando viva Francesco II prorompevano nelle più orribili minacce. La
Guardia Nazionale, il Sindaco ed i Decurioni riuniti per la elezione, vari dei
quali armati tennero fronte alla moltitudine, scaricando qualche colpo di fucile
fino a ridurla sul ciglione dei monti circostanti. Pareva che l’ordine fosse
ristabilito, che tutto fosse tranquillo, quando circa le ore 22 di quello stesso
giorno una grossa e furiosa mano di popolo, capitanata dagli sbandati,
segnatamente dal giudicabile Francesco Cascavilla, assalirono il corpo di
Guardia Nazionale, e trovatolo deserto, ridussero in pezzi il ritratto del
glorioso Sovrano Vittorio Emanuele e dell’invitto Garibaldi, affigendo invece un
cartello a cubitali caratteri che diceva Viva Francesco II. Quei
rivoltosi simile a torrente che rompe le dighe inondarono per ogni verso il
paese, ed obbligando tutti a ripetere quel maledetto Evviva, divenuto a
scorno della mala signoria del perfido Borbone il motto d’ordine di rapine, di
violenze e di stragi, disarmarono le guardie nazionali e gli onesti cittadini,
togliendo loro anche le munizioni, saccheggiarono, devastarono, incendiarono
varie abitazioni e precisamente quelle di D. Errico D’Errico, Agostino Bocchino,
Michele Fazzano, Costantino Mucci, Guglielmo Fabrocini, Antonio Maresca e
Tommaso Lecce fu Antonio ferirono alcuni e finalmente compirono quella giornata
con la uccisione di D. Antonio Maresca ed Agostino Bocchino, dopo di averne
depredato le case. Fra coloro che maggiormente vi furono i giudicabili Francesco
Cascavilla, Antonio Martino, Pasquale Pompilio Placentino, Giuseppe Tortorella,
Antonio Mangiacotti, Pasquale Mangiacotti, Giovanbattista Urbano ed Antonio
Cassano. Nel seguente giorno di lunedì 22 ottobre la turba, alla di cui testa
sempre gli sbandati, resa padrona del paese, cominciò a dettar leggi, ed a
procedere a violenti e numerosi arresti. In effetti trascinarono e chiusero
nelle prigioni 22 dei più notabili ed uomini onesti di generosi e liberi sensi,
caldeggiatori ardenti dell’attuale Governo, i di cui nomi, da ritenersi quali
martiri della patria, sono i seguenti: D. Giuseppe Irace fu Tommaso, D.
Tommaso Irace fu Giuseppe, D. Vincenzo Irace fu Giuseppe, Don Luigi Sac. Merla
di Giovanni, D. Achille Merla di Giovanni, Matteo Fini fu Francesco, Gennaro
Cascavilla, Michele Fazzano fu Giovanni, D. Nicola Maria Del Grosso fu
Pietrangelo, D. Celestino Sabatelli fu Antonio. Tommaso Lecce fu Antonio,
Alfonso Mucci fu Antonio, Costantino Mucci fu Antonio, Francesco Ruggiero fu
Domenico, Guglielmo Fabrocini, D. Paolo Franco, D. Luigi D’Errico fu Gaetano, D.
Errico D’Errico fu Gaetano, D. Alessandro Campanile fu Nicola, Don Achille Giuva
fu Giuseppe, Francesco Paolo Russo fu Nicola Maria, D. Terenzio Ventrella fu
Giuseppe. Gli sbandati e vari popolani si misero a guardia del carcere, usando
continuamente minacce, ed inibendo a quei miseri qualunque sollievo, anche
religioso. Si pretese pure che il Clero ed i Frati processionalmente
avessero portato per l’abitato l’effigie di Francesco II e che si fosse cantato
in Chiesa l’Inno Ambrosiano. Fu forza secondare le richieste ma essendosi da
taluni implorato la liberazione dei detenuti furono le umane richieste
fatalmente respinte. Spuntava il 23 ottobre apportatore di lutto a quello
sventurato paese, ed in tal giorno in cui furono compiute quante nefandezze può
avere registrato la storia dei delitti umani, sarà memerando nelle cronache
patrie! Ebbero condezza gli sbandati e la incomposta plebaglia che giungeva la
forza da Foggia, onde sedare quella terribile rivoltura, e tal nuova la propagò
il giudicabile D. Nicolantonio Sabatelli giungendo in paese a tutta corsa
montato su di un cavallo. Un grido di rabbia uscì dalla turba e precisamente
dagli sbandati, e subito si disse a gola piena si vada al carcere. In
meno che si pensi quella prigione fu circondata da armati, impedendosi ogni
comunicazione alle miserevoli ed innocenti vittime, negandosi loro anche ogni
conforto di religione. Si cominciò quindi a far fuoco sui rinchiusi colà, ma
siccome la maggior parte era campata da quei colpi micidiali si penetrò in quel
recinto, ed ivi con scure o sciabla si estinsero le vite di tutti, compiendosi
tali atti d’inaudita ed incredibile ferocia che non hanno riscontro nei fasti di
barbara e selvaggia gente! E così 22 onesti cittadini, modelli di probità e di
onore mancarono alle loro famiglie, alla Patria, ed alla società. Per mano di
quei cannibali San Giovanni Rotondo ebbe a noverare in poche ore molte vedove ed
orfani, madri orbate dei figli, e fratelli dei fratelli e vecchi cadenti che
piangevano i figli mancati innanzi sera! Per tanto la sera di quell’infausto
giorno arrivava nel Convento dei Padri Cappuccini, messo a qualche distanza dal
paese, una colonna di militi garibaldini, e nel mattino seguente nell’atto, per
precedente combinamento, si stava in attenzione che gli sbandati fossero
condiscesi al disarmo, in un subito quei militi si videro aggrediti da una forte
mano di sollevati, e quantunque si fossero con molto ardire difesi, pur
tuttavolta sopraffatti dal numero dovettero ripiegare e cedere terreno in modo
da far giungere nuova in Foggia, che il numero dei rivoltosi era imponente, e
che per debellarli bisognava spedire un rinforzo. In quello attacco cinque
militi, fra cui Amico Orofino e Francesco Caramia furono uccisi dopo di aver
pugnato valorosamente in pro della patria e del magnanimo Vittorio Emanuele, che
pochi giorni prima era stato per acclamazione salutato Re d’Italia, la mercé il
memorando Plebiscito. L’Onorevole Governatore della Provincia Sig. Del Giudice
animoso e pieno di coraggio civile, noncurante ogni pericolo si recava in San
Giovanni Rotondo e coadiuvato dalla milizia cittadina del Gargano e dai
Garibaldini, riuscì a spegnere l’idea della rivoluzione, che ardeva e desolava
quel disgraziato paese. Senza por tempo in mezzo, accorreva pure il Procuratore
Generale del Re, il quale dopo aver assodato la pruova generica sui cadaveri dei
24 sagrificati nella sommossa, non essendo riuscito fare altrettanto pe’ i
militi Garibaldini per lo stato di sfacelo in cui furono rinvenuti i di costoro
cadaveri; ma veniva rifermato con la generica suppletoria che in vita essi si
appartenevano alle persone dei suddetti Orofino e Caramia, compilava una
istruzione che trasmetteva al Consiglio di Guerra installato d’ordine del Sig.
Governatore per effetto dei pieni poteri al medesimo conferito. E quel Tribunale
straordinariamente convocato con sua decisione del dì 6 novembre 1860 condannava
13 dei principali protagonisti di quella scena di sangue alla pena di morte, che
fu eseguita per 10 di essi, mentre per gli altri tre, attesa la sospensione
ottenuta pel coscienzoso sentire del Governatore, è stata, non ha guari
commutata in quella dei lavori forzati a vita, sei altri individui riportarono
la condanna di 18 anni di ferro per ciascuno, e per gli altri fu ordinata una
più ampia istruzione. Dopo di che fu proseguita la compilazione delle pruove dal
Giudice di San Severo, ed ecco in breve il risultato della doppia istruzione
sotto il rapporto della guerra e della specifica.... Per la parte specifica si è
liquidato in modo sicuro e non equivoco la mercé un treno di testimonianze che
coloro i quali più si distinsero in tutti i fatti criminosi successi in San
Giovanni Rotondo e parteciparono attivamente e consumarono lo eccidio di quei 22
rinchiusi nel carcere, e sostennero il conflitto dei Garibaldini si furono li
giudicabili D. Nicolantonio Sabatelli , Luigi Martino , Antonio Cassano ,
Antonio e Gabriele Martino, Pasquale Mangiacotti, Santo Ciccone, Michele
Martino, Antonio Marinelli, Giuseppe Squarcella, Nicola Siena, Antonio
Placentino, Giovanbattista Urbano, Leonardo Cocomazzi, Tommaso Lecce, Francesco
Bocci e Salvatore Cappucci...”.
Tutti i suddetti, ad eccezione di Nicola Siena,
si proclamarono innocenti.
G. Rossi , Procuratore Generale del Re presso la
Corte di Capitanata proclamò l’accusa nei loro confronti e di Francesco
Cascavilla fu Filippo, Pasquale Pompilio Placentino fu Nicola, Giuseppe
Tortorella fu Giulio, Antonio Mangiacotti di Giuseppe, Michele Germano fu
Gaetano, Salvatore Antini fu Francesco Saverio, Matteo Tortorella di Donato
Michele e Domenico Martino di Gregorio. Per i suddetti il capo di imputazione fu
di:
“eccitamento e attentato alla guerra civile fra gli abitanti dello Stato e
della stessa popolazione armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro gli
altri, di devastazione, di strage e saccheggio accompagnato da omicidi consumati
in persona di 24 individui, dei quali 22 uccisi nel carcere, con ribellione e
riunioni sediziose, nonché di oltraggi e violenze fatte, cioè resistenza contro
la Forza pubblica in servizio con omicidi in persona del secondo Tenente dei
militi garibaldini Amico Orofino e del secondo Sergente Francesco Caramia della
Brigata Romano, e di ferite pericolose di vita di loro natura e per gli
accidenti in persona del caporale Cataldo Morlato e del foriere Francesco
Cassano della stessa Brigata Romano”.
Venne formalizzata l’accusa anche nei confronti
di Gaetano De Vita di Pietro ed Antonio Marinelli di Matteo, “di fuga violenta
con frattura del carcere di San Giovanni Rotondo nella notte del 16 e 17 ottobre
1860”; il De Vita fu imputato anche di “volontarie percosse gravi per gli
accidenti, che fra quaranta giorni per solo loro natura produssero la morte di
Michele Ricciardi”.
Per i fratelli Luigi, Antonio e Gabriele Martino
di Gregorio, l’altro capo di imputazione fu di:
“tentato
furto qualificato per la violenza a luogo, accompagnata da violenza pubblica e
da omicidio in persona di Domenico Ciotti di Giovanni e Gregorio Chiola, nonché
furto qualificato pel tempo e luogo accompagnato da violenza pubblica a danno di
Francescantonio Minelli, Francesco Pasquarelli ed Achille De Francesco, nonché
di asportazione di armi”.
Infine, Vincenzo Cardella fu Gaetano, contadino
di Foggia, fu accusato di “ricettazione di oggetti furtivi pei reati del 16
dicembre 1860 e 19 gennaio 1861”. Essendo questi ultimi fatti marginali
rispetto a quelli in trattazione, vengono approfonditi nelle schede degli
imputati Martino.
Tutti, quindi furono rinviati a giudizio presso
la Gran Corte criminale di Lucera.
Il 6 dicembre 1861 la Gran Corte Criminale
composta da Degli Uberti (Presidente), Cav. Perrelli, Belfiore, Giordano,
Ciccaglione, Tondi (Giudici), Pescione e Sergente (Giudici del Tribunale
Civile, quali uditori) si riunì nella sala delle pubbliche udienze per il
dibattimento della causa relativa all’Atto di Accusa del 10 agosto 1861. Dopo
le formalità di rito, i 27 imputati, “liberi e sciolti”, furono fatti entrare
all’udienza e sedere sullo “sgabello dei giudicabili”, guardati dalla Forza
pubblica. V’erano anche i sette avvocati difensori degli imputati: D. Michele
Goffredi, D. Orazio Lepore, D. Stefano Sola, D. Vincenzo Candida, D. Michele
D’Arco, D. Nicola Gifuni e D. Nicola De Peppe. Assente l’altro difensore D.
Pasquale Califani, indisposto. Il Presidente avvertì gli imputati che per mezzo
di lui poteva rappresentare tutto ciò che credevano utile dire in propria
difesa. Gli accusati dichiararono le loro generalità (Cognome, nome ed età) e
ascoltarono in silenzio la lettura dei verbali degli interrogatori, stralciati
dalle decine di volumi raccolti durante la fase istruttoria. Alla richiesta se
avessero avuto qualcosa da dire al riguardo, essi non presentarono
osservazioni. La maggior parte dei numerosi testimoni chiamati a deporre
confermarono le dichiarazioni già rilasciate nei precedenti interrogatori.
Altri, invece, cambiarono la versione dei fatti a favore o a danno di questo o
di quell’imputato.
I difensori di parecchi imputati , esibirono la
“fede d’indigenza” degli assistiti chiedendo che i testimoni a discarico
fossero citati a spese del Real Tesoro. Tra le richieste accolte quelle di
Antonio Cassano e Giovanni Battista Urbano.
Atto di Accusa della Gran Corte Criminale di Lucera del
3.10.1864
L’istruttoria del processo sui gravi fatti
sangiovannesi fu delegata a Giuseppe Cutinelli, mentre era giudice in Celenza
Valfortore. Autorizzato ad adibire come segretario istruttore un impiegato,
arrivato nella giudicatura di San Giovanni Rotondo, non vi trovò che il
Cancelliere. Questi non poteva dedicarsi alla giudicatura e contemporaneamente
assistere il Cutinelli nella formazione del processo. Pertanto fino al 23
settembre il giudice non aveva potuto ascoltare che tre o quattro testi al
giorno, approfittando dei pochi momenti di disimpegno del cancelliere. Risentito
per qualche rimprovero sulla lentezza del procedimento istruttorio, chiese al
Procuratore Generale di mandargli un impiegato, per aiutarlo nelle pesanti
incombenze. Alla giudicatura venne assegnato il commesso Ettore Palumbo, di
Monte S. Angelo. Al Cutinelli, come lui stesso precisò, “era stata serbata una
lunga eredità di lavori posti in non cale dal 1861, l’esito dei quali gli aveva
procurato note di elogi tanto del Procuratore Generale, quanto dal Procuratore
del Re”. Ma ciò era già stato dimenticato. Fino al 31 maggio 1864 aveva
concluso l’istruttoria di ben 171 processi, cosa certamente fuori
dall’ordinario, che dimostrava lo zelo e l’operosità usati nell’interesse della
giustizia. Perciò il Cutinelli, nella risposta ad una richiesta del Giudice
D’Uva(?) di Lucera, sbotta:
“...Ciò non pertanto avrei a quest’ora completata l’istruzione in San Giovanni
Rotondo se non avessi trovata questa Giudicatura sfornita di personale di
Cancelleria, per cui non credetti opportuno allontanare il cancelliere... Fu
perciò che incessanti furono i miei reclami...Vuole poi V.S. conoscere lo stato
in cui la istruzione si trova? Dirò brevemente, che gl’imputati sono oltre a
cinquanta, che per la massima parte di essi la medesima è completa, che per i
rimanenti ho procurato d’ufficio gli elementi necessari a convincerli de’ reati
loro addebitati e che rimane da istruirsi sul discarico. Da ultimo la S. V. si
compiaccia di conoscere che ne’ primi giorni della settimana entrante moverò per
San Giovanni Rotondo e che a tutto il corrente mese il processo sarà spedito
all’Uffizio di Istruzione, mentre non minore del suo è il mio interesse per un
tale esaurimento”.
Per ottenere questi risultati il magistrato
aveva lavorato giorno e notte, curando di persona questioni puramente
amministrative che dovevano rimanere assolutamente segrete. Il suo lavoro, già
di per sé immane, fu ostacolato sensibilmente dalla infedeltà delle
dichiarazioni dei testi, dell’una e dell’altra parte, che con sconcertante
naturalezza cambiavano le carte in tavola. Perciò il magistrato credette
opportuno inviare una lettera al sindaco Sangiovannese, datata 14 luglio 1864,
avente per oggetto i testimoni Maria Leonarda Cisternino, Lucrezia di Cato,
Rosa Palladino, Angelo Maria Fini, Angela Russo, Francesco Prencipe, Giovanni
Viscio, Matteo Cocomazzi, Maria Felice Lucarelli, Grazia Russo, Nunzia
Tortorelli, Rosa Merla, Maria Giovanna D’Appolito, Luigi Francavilla, Rachele
Lucarelli, Raffaela Ritrovato, Angela Piano, Cristina Fini, Giuseppe Lecce,
Giuseppe Longo, Matteo Cugino, Antonio Cafaro, Teresa Placentino, Antonio Russo,
Giuseppe Russo, Maddalena Siena. Vi si legge:
“In un comune che fu dalla malvagia de’ propri cittadini, fatto teatro di atti
inumani, di strage, di assassinio, cose queste che devono interessare gli animi
della gente più idiota, è per chi scrive doloroso ravvisare accanto la tomba
degl’infelici assassinati la personificazione della falsità, rappresentata con
freddezza d’animo e con la più sfacciata impudenza da tutti coloro i quali,
chiamati dal Magistrato a deporre, doveano se non altro almeno, con la santità
dell’opera cui venivano chiamati, esercitare atto di cristiana carità,
vendicando pure essi l’assassinio contro gente che per inquieta inclinazione si
tacciò e percorse un sentiero di sangue. La Giustizia e il pubblico ha(nno)
diritto di richiedere che il testimone falso sia solennemente presentato come
tale innanzi l’opinione pubblica, acciò gli uomini dabbene si confortino nel
sentimento della loro virtù, e i perversi imparino a vivere vita più onesta ed a
temere il severo giudizio di un consesso, il quale rappresenta la pubblica
opinione, tanto degnamente.
E perciò
che il sottoscritto fidente nell’indipendenza di V. S. e degli onorevoli
componenti la Giunta rende fervida preghiera alla S.V. perché voglia favorirgli
un unico verbale contenente:
1°. La
condotta morale e politica delle marginate persone, in ogni epoca;
2°. Se
sieno, quanto alle donne, meretrici, e quanto ai maschi dediti alla copola e al
vino;
3°. Se
siano capaci di dichiarare il falso dinanzi alla giustizia e ricevere denaro ed
altri doni perché falsamente dichiarassero;
4°. Se
consta che abbiano preso giuramenti falsi in giudizio, tanto penale quanto
civile;
5°.
Finalmente se siano soliti ad intrigare ed offrire spontaneamente alle parti
interessate la loro testimonianza.
Non è fuor
d’opera significare che sul conto della massima parte di esse persone risulta
chiaramente dagli atti processuali la falsità della loro deposizione. Sarà
compiacente poi V.S. passare il verbale di risulta a questo Signor giudice,
perché si apponga il visto di regola e di restituire la presente nota per essere
inserita nel processo. F.to il Giudice Delegato Giuseppe Cutinelli”.
Le falsi testimonianze erano ricorrenti ed il
sindaco, in varie occasioni, dovette fornire notizie sulla personalità dei
testimoni, per aiutare i giudici a capire se fossero capaci di mentire o
avessero motivi per farlo.
Nel 1863 il Procuratore Generale presso la Corte
di Appello delle Puglie, dovendo esaminare le prove a favore degli imputati già
condannati o in stato di accusa, inviò un lungo elenco di testimoni per sapere:
- se avevano
legami di parentela coi condannati e giudicabili e se al momento erano loro
stessi dei giudicabili o latitanti;
- qual’ era la fama pubblica
goduta sotto il duplice aspetto politico e morale;
- la parte che taluni di essi
avevano potuto prendere nell’eccidio.
Il compito riservato al sindaco era veramente
ingrato. Egli, convocata la giunta, ricordò ai due intervenuti Sabatelli e
Giuseppe Lecce che i doveri dell’uomo libero erano “la Giustizia e l’amore di
Patria”, esortandoli a fare le proprie osservazioni sugli individui segnalati
“con indifferenza e sangue freddo”.
Ma fino a che punto l’uomo riesce a liberarsi
dagli impulsi interiori ed essere imparziale? Trovandoci in un paese di quasi
settemila abitanti, la lista da esaminare e quella degli imputati contenevano
sicuramente nomi di amici e nemici. Quelle notizie riservate sui testimoni,
positive o negative che fossero state, avrebbero influito indirettamente sul
giudizio e la sorte degli imputati. Per Berardo Miscio di B. la Giunta confermò
il sospetto del magistrato:
“E’ soggetto proclive a prendere diletti col dichiarare con franchezza avanti la
Giustizia punitiva i fatti falsi e poi gioirne. Si aggiunge pure essere dedito
al vino, e conseguentemente la sua condotta morale-politica non buona”.
Altre notizie sono ancora più brevi ed infondate
ed è sconcertante come un’opinione non suffragata dalle prove possa aver
concorso a formare nel Giudice il convincimento giuridico di colpevolezza o di
innocenza degli imputati.
Se le notizie da fornire riguardavano un membro
dell’organo deliberante o i suoi familiari, le istruzioni imponevano al soggetto
interessato di non partecipare alla deliberazione.
Particolare cura fu riservata agli accertamenti
del grado di parentela dei testimoni con i reazionari o con i liberali
trucidati, per verificare il grado di attendibilità delle loro dichiarazioni.
Una lista dei testimoni, con le relative annotazioni della giunta, è riportata
in appendice (Doc. n. 16).
Alla fine del suo lavoro Cutinelli tributava al
Sindaco la sua personale riconoscenza per l’efficace contributo dato, da
estendere ai membri della Giunta:
“... E’ questa una novella pruova del patriottismo e del sentito amore per la
Giustizia onde le S.L. sono profondamente predominate. Io serberò cara memoria
de’ giorni vissuti in questo Comune, quantunque abbia dovuto dividere il dolore
inteso dai buoni cittadini per le sventure politiche per le quali fu
sciaguratamente bruttato di sangue questo suolo. Ovunque sarò, la prodigatami
cortesia ed il mostratomi affetto dalla S.V. e da questi Suoi amministrati in
generale, non saranno per cancellarsi dalla mia mente; verso di tutti La prego
di essere interprete di questi miei sentimenti”.
Il primo cittadino ricambiò il segno di
gratitudine:
“Dalla sua condotta ispirata, illuminata dalle virtù che l’adornano, se da una
parte, nella difficile missione compiuta, già intravedono uno scudo adamantino
alla innocenza, di contro alla calunnia sempre pronta ad ergere la temeraria
testa, in simili casi, scorgono dall’altra un indice (?) contro dei rei alla
giustizia punitrice. Cosicché fin da questo momento con sicurezza può affermarsi
che la ragione comune di questi Cittadini sarà soddisfatta. E se Ella si diparte
da questo Comune, gli effetti della sua avveduta istruzione resteranno: ed il
nome di Lei suonerà per tutto il tempo ed anche oltre, nella bocca di questi
amministrati come sinonimo di Giustizia, per quanto ferma ed incorruttibile...”.
Il soggiorno sangiovannese del Cutinelli si
concluse il 30 ottobre 1864, epoca in cui venne assegnato alla Giudicatura
mandamentale di S. Marco in Lamis.
Alla data dell’8 giugno 1863 risultano detenuti
nelle prigioni di Lucera i seguenti giudicabili:
Santo Ciccone, Giuseppe Tortorelli, Paolo Cassano, Donato Bisceglia, Giovanni
Trojano, Pasquale Mangiacotti, Tommaso Lecce, Giuseppe Squarcella, Francesco
Cascavilla, Pasquale Pompilio Placentino, Antonio Placentino, Michele Martino,
Matteo Tortorella, Antonio Marinelli, Michele Germano, Domenico Martino,
Francesco Bocci, Gianbattista Urbano, Nicola Siena, Salvatore Antini, Gabriele
de Vita, Antonio Cassano, Luigi Martino, Antonio Martino, Leonardo Cocomazzi,
Nicolantonio Sabatelli e Gabriele Martino.
L’Accusa contro i suddetti fu pronunciata il 3
ottobre 1864. Nel documento vengono riassunti ancora una volta i fatti del mese
di ottobre 1860.
“Francesco Cascavilla, soldato sbandato dello sciolto esercito borbonico, per
sfuggire alle ricerche delle Forze, associatosi ad altri sbandati, da tempo
aveva formato sua stanza sulla vetta di un monte sovrastante a San Giovanni
Rotondo. Là, inalberata bianca bandiera tentò sommuovere i suoi concittadini, ma
invano. I retrivi e i devoti al passato del suo paese onde sfogare le private
vendette contro i propugnatori del nuovo ordine di cose, sostenevano il
Cascavilla ed i suoi soci per averli pronti alla strage ed al saccheggio.
L’occasione si presentò nella grande giornata quando l’Italia tutta mercé il
voto popolare doveva proclamare la sua Nazionalità.
Nel giorno
20 ottobre 1860 annunzio di strage perveniva al sindaco, se avesse eseguito
l’atto del plebiscito.
E nel
mattino del 21 quando già sul palazzo Municipale le autorità erano radunate ed
il popolo assemblato nel largo, che il detto palazzo precede, ecco sbucare dalla
strada Santa Caterina il Cascavilla coi suoi soci e molti popolani, parte
armati, levando il grido Viva Francesco II. S’impadroniscono
dell’indicato largo, disperdono i Comizi, infrangono quanto nel palazzo
municipale era preparato per raccogliere i voti e dispongono a dare esecuzione
alle minacce del giorno antecedente. Accorre la Guardia Nazionale e respinge
quei malfattori i quali preso un punto elevato del paese, oppongono resistenza,
ma dopo lo scambio di varie fucilate, si allontanano dal paese. Il loro
allontanamento però fu di poche ore, ché alle ore 23 italiane dello stesso
giorno ingrossati di numero tornano nel paese. Quivi inalberando il borbonico
vessillo alle solite grida di sovversione Viva Francesco II ne percorrono
le vie, se ne rendono padroni - e con minacce e violenza chiedono ed
ottengono ciò che vogliono. La sera, però comincia il segnale della strage colla
uccisione di Antonio Maresca ed Agostino Bocchino. Quindi si danno a girare in
pattuglia nel corso della notte, forse per segnare le case di coloro, che il dì
appresso debbono sacrificare.
Si
inaugura il mattino del 22 col canto dell’Inno Ambrosiano per celebrare la
restaurazione del caduto Monarca. A ciò sieguono le opere del saccheggio - e si
completano nell’arresto di ben 22 cittadini - i quali sono condotti al carcere.
Si procede alla nomina delle altre Autorità sostituite a quelle del giorno
antecedente, e ai Capi e componenti la milizia urbana.
Il giorno
23, i congiunti e i domestici degli arrestati si avvicinano al carcere per recar
cibo e confortare i detenuti, ma con violenza e minacce ne sono respinti da quei
malfattori, che vigilano alla custodia. Verso le ore 20 una voce annunzia che
una colonia di Garibaldini muove alla volta del paese. Dalle prime ore del
mattino si era fatto udire ai detenuti, che allo arrivo della Forza sarebbero
stati massacrati. A quella voce sorta però i malfattori stanno per allontanarsi
dal carcere, ma una donna, la moglie del custode del carcere grida a quei tristi
“Voi ve ne andate, questi Carbonari sono tutti viventi” . Il grido
di satana non avrebbe potuto imporre più di quella voce, ché quei malfattori
circondano i cancelli del carcere, scaricano i loro fucili contro i detenuti: di
questi alcuni cadono cadaveri - altri feriti si protendono al suolo per sfuggire
la morte, ma quelli, quasi istizziti dal non vederli tutti caduti vittime,
schiudevano le porte del carcere, e quali con scure, quali con baionetta si
lanciano a finire i morenti, ed a mutilarne i cadaveri, brattando le pareti del
sangue di quegli infelici... Nel mattino del 24 in realtà i Garibaldini
dirigevansi per San Giovanni Rotondo, essendosene già sparsa la triste novella
per le diverse province. Quei malfattori li attaccarono, li respinsero - ma
giunta altra Forza e le Guardie Nazionali dei vicini paesi, l’ordine fu
ristabilito. Un Consiglio Subitaneo di Guerra fece eseguire la fucilazione di
coloro, che più distinti per atrocità e scelleratezza, non poterono sottrarsi al
braccio della Giustizia. Per coloro catturati di poi altro giudizio si
espletava. E poiché alcuni si erano renduti latitanti, altri venivano raggiunti
da pruove accapate nello svolgimento del primo giudizio, ebbe vita la presente
processura”.
I capi di imputazione per i fatti criminosi
perpetrati in San Giovanni Rotondo dal giorno 21 al giorno 24 ottobre 1860
furono definiti in base alle abolite leggi del 1819, sotto l’impero delle quali
erano avvenuti, e delle leggi in vigore:
Per il
giorno 21: 1) Comitiva armata e associazione armata. 2) Eccitamento alla
Guerra Civile tra gli abitanti della stessa popolazione e attentato avente per
oggetto suscitare la guerra civile. 3) Violenze e minacce contro un Ufficiale
pubblico e reato accompagnato dalla violenza pubblica, ribellione eseguita da
più di dieci persone armate. 4) Ribellione totale, attacco alla Forza pubblica.
5) Furti qualificati pe ‘l tempo ed accompagnati da violenza pubblica,
depredazioni accompagnate da violenze e minacce. 6) Omicidii volontari.
Per il giorno 22: 1)
Arresti arbitrari; 2) Furti accompagnati da violenza pubblica.
Per il giorno 23: 1)
Omicidi volontari accompagnati dalla premeditazione..
Per il giorno 24: 1)
Attacco alla Forza pubblica.
Gli omicidi nel carcere non potettero definirsi
“commessi per impulso di brutale malvagità”, poiché tale definizione non era
prevista nelle leggi in vigore all’epoca dei fatti. Viceversa l’accusa di
“omicidi volontari accompagnati da premeditazione” era sostenuta dal fatto e dal
diritto, perché già il giorno prima diversi imputati avevano espresso la
volontà di uccidere i detenuti, se fossero arrivati i garibaldini; azione che
poi eseguirono.
La Corte richiese al Giudice Istruttore di
trasmettere alla Corte di Appello gli atti relativi ai seguenti imputati,
affinché si procedesse come per legge: Gorgoglione Giuseppe, Placentino Matteo,
Savino Francesco, Antini Celestino, Giampaglia Matteo, Pazienza Antonio, D’Oria
(o Iorio) Saverio, Caldarola Antonio Maria, Ricci Filippo, Lecce Giovanni,
Taronno Antonio, Padovano Antonio, Grifa Giovanni, Latiano Michele, Mangiacotti
Antonio, Lecce Domenicantonio, Capuano Nicola, Merla Giovanni, Leone Giuseppe,
Intorcia Rosa, De Vita Salvatore, Ateniese Giuseppantonio.
Per quanto attiene all’accusa ai singoli
imputati, si rimanda alla scheda di ciascuno.
Invece, per Longo Maria Giovanna, Palumbo
Michele, Fiorentino Pasquale, Canistro Matteo, D’Oria Giovannantonio, Ricci
Giuseppe, Bocci Nicola Felice, Perrone Chiara, Aquilante Gioacchino, Placentino
Antonio, Crisetti Giuseppe, Carrabba Antonio (padre) , Michele, Francesco,
Berardino, Giovanni Giuseppe Carrabba (figli), Cappucci Vincenzo, Impagliatelli
Matteo, Taronno Michele, Lops Luigi, Prencipe Pasquale, Di Stasi Michelangelo,
Cocomazzi Giovanni, Cisternino Michele, Savino Michele, Savino Raffaele, Greco
Domenico, Reale Ferdinando, Del Mastro Leonardo, Camardella Francesco, Guerrieri
Pietro, Ciccone Matteo, Bramante Ludovico , arciprete, De Bonis Donato,
canonico, Padovano Raffaele, la stessa Corte richiese al Giudice Istruttore di
dichiarare il “non aversi luogo a procedimento” perché, denunziati quali
colpevoli, i fatti non erano stati provati o non costituivano reato.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del
23 gennaio 1865
La Sezione di Accusa della Corte di Assise di
Trani, composta dal Presidente Cappelli e dai consiglieri Fiorese e Petroni, si
riunì il giorno 23 gennaio 1865, procedendo a porte chiuse (erano presenti
soltanto il Pubblico Ministero e il Cancelliere d’Argenio).
L’Atto di Accusa inizia con la martellante
rievocazione dei giorni della reazione sangiovannese e cenni sulle precedenti
vicende giudiziarie:
“I deplorevoli avvenimenti, che insanguinarono le vie di San Giovanni Rotondo, e
produssero con le stragi la distruzione e la rovina di tante infelici famiglie
nei luttuosi giorni del 21, 22 , e 23 ottobre 1860 formano oggetto della
decisione della abolita Gran Corte Criminale di Lucera del giorno 23 agosto
1861, mercé la quale fu ammessa l’accusa contro 27 individui come autori
principali, e complici di quelle scene di orrore, e di sangue. Quindi per la
pubblicazione delle Leggi organiche, e del codice di procedura penale questa
sezione di accusa con sentenza del dì 19 luglio 1862 rinviava gli imputati a
subire il giudizio nella Corte di Assise del Circolo di Lucera, ed in seguito
con altra sentenza del 13 agosto 1862 pronunziava l’accusa contro Paolo Cassano,
e gli arrestati Giovanni Trojano e Domenico Bisceglie, imputati dei medesimi
reati definiti nella predetta decisione del 23 agosto 1861, ordinandone il
rinvio alla stessa Corte di Assise, la quale procedendo ad unico giudizio,
dietro il verdetto affermativo dei giurati con sentenza profferita nella notte
del 5 e 6 agosto 1863 condannava a pene diverse un gran numero di accusati.
Tale
sentenza però fu impugnata per parte di Francesco Cascavilla, Nicolantonio
Sabatelli, e Gaetano De Vita, e quel Supremo Collegio con arresto del 13 aprile
1864 l’annullava insieme col dibattimento, rinviando la causa pel nuovo giudizio
alla Corte di Assise del Circondario di Trani.
Intanto
una novella istruttoria veniva compilata, nella quale si offrivano elementi a
carico di molti altri ora espressi nell’ordinanza dell’istruttore e nella
trascritta requisitoria del Procuratore Generale, implicati nei medesimi fatti
lagrimevoli, che desolarono il Comune di San Giovanni Rotondo, intorno ai quali
la Corte osserva.
Che
maligne insinuazioni trasfuse nella plebe cieca e corrotta di quel
disgraziato Comune s’ingeneravano semi di avversione, e di odio contro le novità
politiche occorse nel settembre 1860, sicché molti soldati sbandati diretti da
Francesco Cascavilla si riunivano minacciosi sulle vicine montagne.
Che
nell’occasione del solenne plebiscito del 21 ottobre destinato ad immutare le
sorti di tutta Italia, dopo tanti secoli di oppressione, e di vergognoso
servaggio, essendosi riuniti i comizi del largo della casa Comunale quei tristi
discesi dalla montagna ed ingrossati da altra turba di popolani irruppero
furiosamente in quel luogo alle grida fragorose di Viva Francesco II,
accompagnate da orribili, e spaventevoli minacce. Che ciò non pertanto il
Sindaco, la Guardia Nazionale, ed altri animosi cittadini tennero fermo, e con
poche fucilate pervennero a dissipare la folla degli insorti, ed obbligare i
soldati a rifugiarsi sulla circostante Montagna.
Che mentre
in tal guisa sembrava del tutto ristabilito e ritornata la tranquillità quei
ribaldi dopo le ore 22 di quel medesimo giorno invasero novellamente l’abitato,
assalirono il corpo di guardia, che per fatale e colpevole imprevidenza si era
rimasto deserto, e dopo avere oltraggiati, e ridotti in pezzi i ritratti del
glorioso Sovrano Vittorio Emanuele e dell’invitto Garibaldi sostituendovi un
cartello scritto a grossi caratteri coll’epigrafe Viva Francesco II si fecero a
percorrere le strade, obbligando tutti a ripetere quel nome aborrito, associato
al motto d’ordine di rapine, devastazioni, violenze, e saccheggi.
Che
infatti dopo aver disarmate tutte le guardie nazionali, e altri onesti cittadini
involandone anche le munizioni si abbandonarono alle depredazioni, al
saccheggio, ed agl’incendi nelle case di Errico D’Errico, Gennaro e Leonardo
Cascavilla, Tommaso Lecce, Matteo Fini, Terenzio Ventrella, Michele Fazzano,
Costantino Mucci, e Guglielmo Fabrocini, assassinando crudelmente gl’infelici
Antonio Maresca e Agostino Bocchini dopo aver saccheggiato le loro case.
Che in
quello stesso giorno le autorità locali spedirono come corriere in Foggia il
disgraziato Costantino Mucci il quale fu raggiunto dall’imputato Michele Latiano,
e da due altri fu ferito a colpi di stile, ed obbligato a consegnare le lettere.
Che fatti
audaci del primo successo, e nella certezza di non affrontare ostacoli, o
pericoli di sorta, nel giorno seguente si abbandonarono a nuove, e maggiori
eccedenze, dettando leggi al Paese, e strappando dal seno delle loro famiglie 22
distinti, ed onesti cittadini, che vennero seviziati, e crudelmente trascinati,
e chiusi nelle prigioni locali, e sol perché reputati di generosi e liberi
sensi, caldeggiatori ardenti del nuovo regime.
Che i
medesimi rivoltosi situatisi alla custodia del carcere inibivano ogni
comunicazione, coi detenuti, privandoli di qualunque sollievo, ed anche dei
conforti della religione e quindi obbligarono il clero, ed i frati di
portare processionalmente per l’abitato l’effigie di Francesco II, facendo
cantare in chiesa l’inno Ambrosiano.
Che la
mattina del 23 ottobre il furore di quei tristi sorpassò la
ferocia delle belve alla notizia, che giungeva una forza spedita da Foggia per
reprimere la sedizione, e quindi gridando a piena gola si vada al carcere
fu questo circondato facendosi una scarica di fucilate nella stanza dove stavano
rinchiusi i 22 arrestati, molti dei quali si erano salvati, gittandosi a terra;
ma quei cannibali richiamati da una trista donna penetrarono nell’interno, e con
colpi di scure, e sciable li spensero, meno l’infelice Vincenzo Irace, che aveva
avuto il destro di darsi alla fuga, e che raggiunto, come dicesi, da Andrea
Taronna fu messo a morte a colpi di scure, e con fucilate.
Che i
miseri così barbaramente trucidati furono oltre il detto Irace ed il fratello
Tommaso, Giuseppe Irace, il Sacerdote Luigi Merla, e suo fratello Achille,
Matteo Fini, Gennaro Cascavilla, Michele Fazzano, Nicola Maria Del Grosso,
Celestino Sabatelli, Tommaso Lecce, Alfonso Mucci, Francesco Ruggiero, Guglielmo
Fabrocini, Paolo Franco, i fratelli Luigi, ed Errico D’Errico, Alessandro
Campanile, Achille Giuva, Francesco Paolo Russo, e Terenzio Ventrella.
Che la
sera del 23 ottobre arriva realmente in San Giovanni Rotondo una colonna di
valorosi Garibaldini, fermandosi al Convento dei Cappuccini, dove la mattina
seguente furono aggrediti da un forte numero di sollevati, e sebbene si fossero
difesi da prodi, e con mirabile coraggio, pure sopraffatti dal numero dovettero
ripiegare, e ritirarsi dopo aver sofferto la perdita di cinque militi, fra i
quali vanno compresi i rimpianti 2° Tenente Amico Orofino, e il secondo sergente
Francesco Caramia rimanendo ferito il caporale Cataldo Morlato, e il foriere
Francesco Cassano tutti della Brigata Romano. Quindi all’arrivo del capo
politico della Provincia e di altra forza l’insurrezione fu abbattuta, e vinta
restituendosi la calma, e la tranquillità sì lungamente messa a durissime pruove,
e lasciando libero corso al dolore di tante infelici famiglie, orbate dei capi,
dei figli, o ridotte alla più desolante miseria...”.
Su richiesta del Pubblico Ministero, la Corte
modificò e restrinse i capi di accusa nel modo seguente, nei sensi precisi
dell’Atto di Accusa del Tribunale di Lucera del 10.8.1861 e delle due sentenze
19 luglio e 13 agosto 1862 della Sezione di Trani:
A - Di
eccitamento ed attentato alla guerra civile tra gli abitanti dello Stato, e
della stessa popolazione, armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro gli
altri.
B - Di devastazione, strage,
saccheggio, accompagnati da omicidi consumati nelle persone di 24 individui, dei
quali 22 uccisi in carcere.
C - Di ribellione e di riunione
sediziosa, nonché di oltraggi e violenze, attacco e resistenza contro la forza
pubblica in servizio, con omicidi in persona del secondo tenente dei militi
Garibaldini Amico Orofino, e del secondo sergente Francesco Caramia della
Brigata Romano, nonché di ferite pericolose di vita di loro natura e per gli
accidenti in persona del caporale Cataldo Marlato, e del foriere Francesco
Capano.
Trenta presunti reazionari furono accusati di
tutti e tre i capi di imputazione: Celestino Antini, Giuseppe Antonio Ateniese,
Antonio Maria Calderola, Vincenzo Cappucci, Nicola Capuano, Francesco Carrabba,
Giovan Giuseppe Carrabba, Berardino Carrabba, Michele Carrabba, Michele
Cisternino, Salvatore Michele de Vito, Saverio Jorio, Giuseppe Felice
Fiorentino, Matteo Giampaglia, Giuseppe Gorgoglione, Giovanni Grifa, Pietro
Guerrieri Esposito di S. Marco in Lamis, Michele Latiano, Domenicantonio Lecce,
Giuseppe Leone, Maria Giovanna Longo, Antonio Mangiacotti, Giovanni Merla,
Antonio Padovano, Antonio Pazienza, Matteo Placentino, Filippo Ricci, Francesco
Savino, Andrea Taronna, Michele Taronna. Però sul conto di Giuseppe Felice
Fiorentino e Maria Giovanna Longo fu dichiarato il “non farsi luogo a procedere”
per il terzo carico.
Rosa Intorcia veniva accusata di
“complicità nell’omicidio dei 22 individui ristretti nel carcere di San Giovanni
Rotondo, avendo scientemente facilitato, e assistito gli autori di essi nei
fatti di consumazione”.
Tutte le persone suddette vennero rinviate in un
unico giudizio con gli altri imputati per i quali la Cassazione di Napoli aveva
già disposto il rinvio con arresto il 13 aprile 1864. Contro chi stava in stato
di libertà fu spiccato mandato di cattura. La riunione di più processi
riguardanti un fatto unico era prescritta dall’art. 658 nuovo Codice di
Procedura Penale, anche quando i reati ascritti erano stati commessi sotto il
regime delle precedenti leggi penali. Il giudice, ai sensi dell’art. 3 di detto
codice, fatto il confronto tra le due normative, doveva applicare alla
fattispecie la pena più mite.
La Sezione di Accusa di Trani decise di “non
farsi luogo a procedimento penale, per insufficienza di indizi” , contro Nicola
Felice Bocci, Francesco Camardella, Matteo Canistro, Giambattista Cocomazzi,
Leonardo Del Mastro, Pasquale Fiorentino, Domenico Greco, Matteo Impagliatelli,
Pasquale Prencipe, Ferdinando Reale, Giambattista Lecce, imputati dei medesimi
reati, nonché contro l’arciprete Ludovico Luigi Bramante e il canonico Donato de
Bonis imputati del reato di “pubblico discorso di natura da eccitare lo sprezzo
e il mal contento contro la Sacra persona del Re e le istituzioni
costituzionali”. Per costoro gli indizi, dovuti al “detto isolato di qualche
testimone” o a “voci vaghe”, erano apparsi deboli e lievi e non avevano trovato
riscontro negli atti.
La Corte non disconobbe un “concetto politico”
nei reati consumati dagli imputati, ma, contrariamente a quanto era avvenuto
nella sentenza del 23 agosto 1861, escluse il “movente politico”, “avendo essi
vendette da compiere, e passioni private da soddisfare congiunte alla cupidigia
d’impinguarsi con le sostanze di tante innocenti vittime”. Osservava poi la
Corte:
“Trattandosi di eccessi consumati tutti in continuazione, al seguito di concerto
comune, con unità di propositi, con uniforme concetto, e con interesse di tutti,
essi contrassero solidale responsabilità penale per tutt’i reati commessi in
quelle fatali giornate, e quindi vanno tutti tenuti come autori di quelle
lagrimevoli scene, tranne soltanto il caso di alcuni, che per qualche fatto
speciale si fossero trovati fuori della sfera di azione, come appunto verificasi
per Fiorentino, il quale arrestato la sera del 23 ottobre non intervenne
all’attacco dei Garibaldini, nonché per Maria Giovanna Longo”.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del
20 aprile 1865
L’abolita Gran Corte Criminale di Lucera, con
deliberazione del 18 maggio 1861, aveva ordinato numerosi arresti, tra i quali
quelli contro i fratelli Emanuele e Giuseppe Sabatelli, Francesco De Padova,
Teodoro Cassano, Francesco Antonio Savino, Pasquale Prencipe, Antonio Gaggiano e
Giuseppe Russo. Ma, mentre per gli altri era stata pronunciata l’accusa, poi
annullata dalla Corte di Cassazione, nei confronti di costoro non vi erano stati
altri provvedimenti. Perciò la Sezione di Accusa della Corte di Appello di Trani,
su ricorso dell’imputato De Padova, dovette decidere se scagionare o rinviare a
giudizio tutti e otto gli imputati. Il ricorso del De Padova fu respinto, in
considerazione che “le scene di sangue furono preparate, provocate, e
facilitate da coloro che si dichiararono avversi al novello ordinamento politico
delle Province Meridionali, e fra essi figura il richiedente De Padova, giusta i
certificati della giunta”.
Il giudizio riuscì favorevole per il Prencipe e
il Russo col “non darsi luogo a procedimento per insufficienza di indizi”, col
conseguente annullamento dei due mandati di arresto. Tutti gli altri imputati,
compreso il De Padova, furono rinviati a giudizio.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del
9 giugno 1865
E’ un atto emesso in esecuzione delle sentenze
in data 23 gennaio e 20 aprile 1865. Il Procuratore Generale del Re confermò
l’accusa nei confronti delle 27 persone già condannate dalla Corte di Assise di
Lucera con l’annullata sentenza del 6 agosto 1863, su ricorso di alcuni
imputati dalla Corte di Cassazione. L’accusa fu pronunciata anche contro gli
altri 38 reazionari delle due precedenti sentenze della Corte tranese , “i
quali erano stai raggiunti da un treno non leggiero di pruove” e d’indizi di
partecipazione attiva alla reazione sangiovannese.
“Ripetere i fatti e la loro particolarità miseranda sarebbe non pure opera vana,
ma dannosa dopo il prelodato atto di accusa del 10 Agosto 1861 che conserva
tutta la sua forza e dopo le precitate elaboratissime sentenze della Sezione di
Accusa... nulla occorre aggiungere o variare, gioverà solo riepilogando per
dovere d’Ufficio e per ragione di maggiore chiarezza, il ricordare...”.
Rispetto alla sentenza di Lucera, i capi di
imputazione non subirono modificazioni. Solo la parte documentale risultava
accresciuta per il maggior numero di imputati.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del
12 giugno 1865
E’ l’ultimo atto prima delle sentenze di
condanna e riguarda Salvatore De Vita di Pietro, già in carcere per le gravi
percosse che causarono la morte di Michele Ricciardi. Il giudice ne ordinò
l’immediata traduzione nel carcere di Trani, per giudicarlo anche per la parte
avuta nella reazione borbonica.
Verbale del 12 Aprile 1866 per la costituzione del
Giurì della causa
La Corte di Assise di Trani si riunì il 12
aprile 1866, per la costituzione definitiva del Giurì della causa contro i
reazionari sangiovannesi. Il Pubblico Ministero era rappresentato da Gaetano del
Mercato, Sostituto Procuratore Generale del Re presso la Corte di Appello. La
Corte era composta dal Consigliere della Corte di Appello delle Puglie Teseo de
Lectis, facente funzioni di Presidente al posto dell’indisposto Giovanni Feroce,
dai Giudici del Tribunale Civile e corregionale di Trani Ferdinando Villani,
Luigi Sannia e Giambattista Zella Melillo (uditore). Le funzioni di cancelliere
erano svolte da Carlo Lubisco.
Il Presidente ordinò all’usciere P. Fusco di far
entrare gli accusati nella sala delle udienze, “liberi e sciolti da ogni
legame”, mentre gli ingressi interni ed esterni erano vigilati dai Carbinieri
Reali e dalla Guardia Nazionale. Erano presenti in aula anche Nicola Lionetti,
Nicola Giuseppe Tomaselli, Nicola Quinto, Antonio Ricciardi, Antonio Pansini,
Francesco Sarri e Michele Casavola, sostituto di Ferdinando Lambert,
indisposto, che erano gli avvocati difensori dei vari gruppi di imputati. Si
procedette quindi alla nomina dei 12 giurati effettivi e 2 supplenti
sorteggiandoli tra le 30 persone convocate:
Fusco
Nicola, Notaio di Trani, Chicco Rocco, Civile di Palo, Gentile Giacinto, Notaio
di Acquaviva, Catalano Ferdinando, negoziante di Minervino, Catucci Giovanni,
proprietario di Bitonto, Borraccini Francesco, proprietario di Barletta,
Montanaro Raffaele, Notaio di Bitonto, De Carolis Albrizio, Legale di Fasano,
Minervino Nicola, Civile di Minervino, Stella Vincenzo, proprietario di Grumo,
Avella Vincenzo, proprietario di Corato, Miccolis Leonardo, Civile di Putignano,
Mitella Francesco, proprietario di Noci, Porro Giambattista, proprietario di
Andria, Minardi Ignazio, Notaio di Bitonto, Planelli Eduardo, proprietario di
Bitonto, D’Addosio Vincenzo, avvocato di Bari, Mangionna Alessandro,
proprietario di Triggiano, Cristiani Battista, Civile di Minervino, Scalera
Giuseppe, Legale di Terlizzi, Carrira Martino, proprietario di Cisternino,
Scardi Michele, Legale di Molfetta, Ialiento Arcangelo, Patrocinatore di Trani,
Sciascia Giuseppe, Notaio di Trani, Agrimi Domenico, Patrocinatore di Trani,
Giuliani Giuseppe, proprietario di Trani, Di Bello Vincenzo, proprietario di
Trani, Musicco Vincenzo, Proprietario di Trani, Spezzaferri Michele, Farmacista
di Trani, Campione Giuseppe, Patrocinatore di Trani.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del
6 maggio 1866
Infine, il 6 maggio 1866 la Corte di Assise di
Trani, “in nome di Vittorio Emanuele II, per Grazia di Dio e per volontà della
Nazione Re d’Italia”, emise il verdetto di condanna contro 29 reazionari
borbonici. Furono condannati:
a) Luigi Martino, Gabriele Martino, Antonio Martino, Antonio Maria Caldarola,
Giuseppe Gorgoglione, Francesco Cascavilla, Leonardo Cocomazzi, Nicola Siena,
Francesco Savino, Nicola Antonio Sabatelli, Giuseppe Squarcella (con circostanze
attenuanti), riconosciuti colpevoli di “complicità necessaria in
attentato avente per oggetto di portare la strage, la devastazione e il
saccheggio in un comune dello Stato per avere scientemente e volontariamente
aiutato ed assistito coloro che lo commisero ne’ fatti che prepararono ,
facilitarono, o consumarono le devastazioni, gli eccidi, i saccheggi commessi in
San Giovanni Rotondo ne’ giorni 21, 22 e 23 ottobre 1860”:
b) Celestino
Antini; Giuseppe Antonio Ateniese, Andrea Taronna, Antonio Pazienza, Antonio
Padovano, Francesco de Padova, Giuseppe Leone, Saverio di Iorio, Giovanni Grifa,
Matteo Giampaglia, Paolo Cassano, Nicola Maria Capuano, Vincenzo Cappucci,
Antonio Maria Mangiacotti, colpevoli di “complicità non necessaria”
nell’attentato descritto al capo a), ai quali furono riconosciute circostanze
attenuanti, ad eccezione di S. di Iorio e G.A. Ateniese;
c) Celestino
Antini; Antonio Maria Mangiacotti, Luigi Martino, Gabriele Martino, Antonio
Martino, Antonio Maria Caldarola (con circostanze attenuanti), Giuseppe
Gorgoglione, Francesco Cascavilla, Leonardo Cocomazzi, Nicola Siena, Francesco
Savino, colpevoli “di ribellione, per avere nel 24 ottobre 1860 commesso attacco
con violenze e vie di fatto contro la forza pubblica in servizio nell’atto che
questa agiva per la esecuzione delle leggi, e degli ordini della pubblica
autorità”;
d) Antonio
M. Mangiacotti (con circostanze attenuanti), Luigi Martino, Gabriele Martino,
Antonio Martino, Giuseppe Gorgoglione, Francesco Cascavilla (con circostanze
attenuanti), Leonardo Cocomazzi (con circostanze attenuanti), Nicola Siena,
Francesco Savino, colpevoli “di complicità necessaria negli omicidi
commessi nel 24 ottobre 1860 in persona de’ militi Garibaldini Amico Orofino e
Francesco Caramia, e nelle ferite che portarono pericolo di vita agli altri
militi Garibaldini Cataldo Morlato e Francesco Cassano”;
e) Celestino
Antini, Antonio Maria Caldarola (con circostanze attenuanti), colpevoli di
complicità non necessaria nei sopradescritti omicidi del 24 ottobre 1860;
f) Salvatore
e Gaetano de Vita, colpevoli di “complicità necessaria in percosse
prodotte il sei settembre 1860 a Michele Ricciardi, quali percorse, sorpassando
l’avuto disegno, e senza che essi accusati avessero potuto facilmente prevedere
le conseguenze del proprio fatto, cagionarono fra quaranta giorni immediatamente
consecutivi, e per la loro natura, la morte del detto Ricciardi” e di “fuga
violenta dal carcere di San Giovanni Rotondo”;
g) Gaetano
de Vita, colpevole di “complicità necessaria nell’arresto, e quindi nella
uccisione di Alessandro Campanile, e di altri ventuno individui nel carcere di
San Giovanni Rotondo”;
h) Fratelli Antonio, Gabriele e
Luigi Martino, colpevoli “di furto di commestibili, ed altri oggetti commesso
il 10 gennaio 1861, in pregiudizio di Achille de Francesco; di altro furto di
carni, pelli, ed altri oggetti a Francesco Minelli e Francesco Pasquarelli nel
16 dicembre 1860, 5, 11, e 19 gennaio 1861; di avere il 27 gennaio 1861, in
tenimento di Foggia portata la mano su Domenico Ciotta fu Carlo in una rissa,
nella quale il medesimo rimase ucciso, senza che si riconoscesse l’autore
preciso della ferita mortale”.
La distinzione tra “complicità
necessaria” e “non necessaria” nella consumazione dei crimini, introdotta dal
Pubblico Ministero, incise sensibilmente sulla misura della pena comminata dal
Giurì, con una diminuzione della stessa per tutti i reati commessi in qualità di
complice non necessario. Per questo motivo la pena dei lavori forzati a
vita, prevista per il reato descritto al capo a) subì una diminuzione di uno o
due gradi per un gran numero di imputati.
I reazionari godettero di altri benefici di
legge. L’applicazione nella fase transitoria della pena più mite tra quelle
previste dalla vecchia e nuova legislazione (art. 3 nuovo C.P.) salvò parecchi
reazionari dalla pena di morte, voluta dalle leggi borboniche per gli stessi
delitti. Nel caso di concorso di due o più crimini punibili con i lavori forzati
a vita e con pene temporanee, l’art. 107 del Codice Penale prevedeva
l’irrogazione dei soli lavori forzati. Infine l’art. 109, in presenza di crimini
per i quali erano previste soltanto pene temporanee, stabiliva che se ne dovesse
applicare una soltanto, quella più grave, salvo l’obbligo di aumentarne la
durata in ragione del numero dei reati commessi.
La Corte riconobbe le circostanze attenuanti per
parecchi reazionari. Ciò comportò la riduzione della pena dei lavori forzati,
di uno, due o tre gradi. Francesco Savino otteneva la diminuzione di un grado,
poiché all’epoca dei reati aveva compiuto i 18 anni ma ne aveva meno di 21. Per
Antonio Martino, invece, di età superiore a quattordici anni ed inferiore a
diciotto, andava inflitta la pena ridotta di anni dieci di reclusione. Gaetano
de Vita ottenne la riduzione di due gradi per il reato di complicità nelle
percosse che produssero la morte del Ricciardi.
Infine, nei confronti dei fratelli Antonio,
Gabriele e Luigi Martino, di Nicolantonio Sabatelli e Giuseppe Squarcella, per
effetto dell’art. 668 del codice di procedura penale, non si poté applicare, in
grado di rinvio, una pena maggiore di quella stabilita dalla precedente sentenza
di condanna.
Per tutti questi motivi la Corte condannò al
maximum dei lavori forzati a vita soltanto i due imputati Nicola Siena e
Giuseppe Gorgoglione.
La pena inflitta agli altri colpevoli è
riportata più avanti, nella scheda dei singoli reazionari.
A quelle detentive, si aggiunsero le pene
accessorie:
-
interdizione dai pubblici uffici e interdizione legale nel caso di condanna ai
lavori forzati a vita o a tempo;
- interdizione legale per i
condannati ai lavori forzati a vita o a tempo, per tutta la durata della pena;
- sorveglianza speciale della
pubblica sicurezza per anni otto per i predetti condannati, dopo l’espiazione
della pena (ad eccezione dei fratelli De vita);
- responsabilità solidale per
il pagamento dei danni ed interessi a favore delle parti lese e delle spese del
procedimento.
La Corte dispose la pubblicazione della sentenza
in Trani e San Giovanni Rotondo.
continua
FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1866). Lettera del 2 giugno 1864.
FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864).
ACSGR,
cart. 124, cat.15, cl. 6, fas. 2. Nota
della Reale Giudicatura mandamentale dell’11 maggio 1864.
Ibidem - Risposta a nota del 10 luglio1864.
ACSGR, cart. 124, cat. 15, cl. 6, fas. 2.
Nota della Reale Giud.ra n. 32 del 16 marzo
1864.
Ibidem. Nota della Reale Giudicatura n. 83 del 23 luglio 1864.
FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864). Elenco per la notifica dei
giurati ordinari.
FCAL, ASL, fasc. 8, inc. 36 (anni 1860-1864).
www.padrepioesangiovannirotondo.it
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