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INDICE
San
Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.
I moti
del 1820.
La guardia nazionale nel 1848.
Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti a San Giovanni Rotondo.
Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.
Regolamento di polizia urbana.
Polizia
rurale.
Il
commercio della neve.
La
produzione di vino.
Le opere
pubbliche.
Le
alluvioni del 1850, 1858 e 1862.
Il lago
di S. Egidio.
Lotta a
bruchi e cavallette.
L'istruzione pubblica.
Le questioni demaniali.
Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.
Le proteste degli allevatori di bestiame.
La
distruzione dei boschi comunali.
Le
Guardie Rurali e Forestali.
L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie
garganiche.
L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili"
sangiovannesi.
S.
Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe
ereditario.
Processi
a carico di Guglielmo Fabrocini.
Gli
ultimi mesi del Regno borbonico.
Garibaldi
entra in Napoli.
A San
Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.
Pervengono folgoranti notizie dal fronte.
A San
Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te
Deum.
Alcune
delibere comunali prima della reazione.
La
Guardia Nazionale nel 1860.
Tentativi
di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.
I giorni della reazione sangiovannese.
I
soldati sbandati.
Si vota
per il Plebiscito.
Si
operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.
Testimonianza del Giudice regio
Tommaso Giordani.
La
prima reazione Sammarchese.
Arrivano le prime truppe.
Le
gravi colpe del Dicastero di Polizia.
I
soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.
Si
prepara la reazione sangiovannese.
Testimonianza di Federico Verna.
Le
truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.
Il
racconto della guida Vincenzo D'Errico.
Il
Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.
Le
truppe partono per San Giovanni Rotondo.
Scoppia
la seconda reazione sammarchese.
La
reazione di Cagnano.
Da
Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.
Il
rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.
Il
rapporto di Don Gennaro Padovano.
L'opera
repressiva di Gaetano Del Giudice.
Il
Governatore utilizza i pieni poteri.
Il
Maggiore Cesare Rebecchi.
Le tasse di guerra.
La reazione raccontata
da Carlo Villani.
Le
reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di
Rigras.
La
votazione del Plebiscito.
A San
Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda
reazione.
Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.
Arrivo
a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.
I
processi dei reazionari.
Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la
Gran Corte di Capitanata.
Verbale del 6 dicembre 1861.
Atto di accusa della Gran Corte di Criminale
di Lucera del 3 ottobre 1864.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 20 aprile 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 9 giugno 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 12 giugno 1865.
Verbale del 12 aprile 1866 per la
costituzione del giurì della causa.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6
maggio 1866.
Martiri e danneggiati politici.
L'invocazione di G. D'Errico.
Schede
dei Martiri Sangiovannesi.
I soldati garibaldini.
I
danneggiati politici
I frati
cappuccini.
Le strade dei danneggiati politici si incontrano.
Gli accusati di reazione e
la loro difesa
I
reazionari sottoposti a giudizio (A-M).
I
reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).
Il ricordo imperituro
Storia
di tre monumenti e di una lapide.
Primo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Secondo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Persecutori e vittime del
brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
I soldati
sbandati alimentano il brigantaggio.
I primi
episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
Soscrizione
Nazionale per estirpare il brigantaggio.
Tre cacciatori di briganti :
1- Federico Padovano
2- Giovanni
Merla
3- Vincenzo
Mancini.
Alcuni
danneggiati per atti di brigantaggio:
1 - Michele
Fraticelli: un martire a parte.
2 - Antonio
Scarale.
3
- Giuseppe
Fiorentino.
4 - Benedetto
Rendina.
5 - Giuseppe
Gaggiano.
6 - Filippo
Rubino.
7 - Costanza
Pompilio.
Caccia alla banda Cicognitto.
Epilogo.
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L’opera repressiva di Gaetano del Giudice
Il Governatore utilizza i pieni poteri
Giunta l’autorizzazione governativa, Del
Giudice assunse i pieni poteri con questo proclama del 26 ottobre 1860:
“Cittadini, Dal Ministero di
Polizia mi viene il seguente dispaccio:
“Considerando le triste
condizioni politiche di codesta Provincia, l’autorizzo ad assumere i pieni
poteri e nella circostanza di ristabilire l’ordine.
Fiducioso
nella di lei operosità e giustizia, vorrà esercitarli con prudenza, sino a che
non crederà di non esservene d’uopo”.
A ciascuno
di questa Provincia sono note le macchinazioni dei tristi. Non è l’opinione
politica fonte alle turbolenze, ma la sete di saccheggio e degli stupri. La
proprietà non è più sicura; la vita degli onesti in balia dei ribaldi.
L’indulgenza del Governo è stata fraintesa, e tenuta per debolezza; ma bando
ormai ai riguardi. D’oggi innanzi non avrà vigore che la giustizia; ed in virtù
dei pieni poteri concessimi prescrivo le seguenti cose:
1.
Tutti coloro che attenteranno alle private proprietà, e saranno colti in
flagranza, verranno sottoposti ai Consigli di guerra.
2.
Chiunque si fa reo di uccisione, o di violazione all’onore delle donne, sarà
immediatamente fucilato.
3. I
soldati sbandati, o congedati dall’entrata del Dittatore Garibaldi nelle due
Sicilie dovranno presentarsi pel dì 3 novembre sia in questa Residenza, sia in
Lucera presso il Procuratore Generale. Dopo quel giorno saranno ritenuti come
disertori, e puniti ai termini dello Statuto penale militare.
4. Gli
autori di fatti tendenti a spargere il malcontento, saranno giudicati con forme
sommarie dalla Gran Corte Criminale della Provincia, elevata a Corte speciale, e
condannati al Maximum della pena del primo grado dei ferri.
5. I
giudici, i sindaci, ed i comandanti le guardie nazionali, in quei Comuni dove
avvengono moti insurrezionali, saran ritenuti come complici, e fautori, se non
avran prevenuta la Prima Autorità giudiziaria, o amministrativa della Provincia
degl’indizii o sospetti della reazione.
6.
Tutti coloro che saranno condannati, giusta i precedenti articoli, dovranno
pagare i danni ed interessi alle famiglie delle vittime da liquidarsi con la
stessa decisione di condanna.
Raccomando
ai preti di non uscire dalla cerchia delle loro funzioni religiose. Se essi
continueranno a mescersi di politica, ed a sovvertire le plebi sia coll’astenersi,
sia coll’intromettersi, non varrà a difenderli la loro veste talare. Il maggior
numero si è già stretto intorno al Re d’Italia; rimangono i pochi ed i peggiori
su i quali l’autorità vigila attentamente.
Cittadini
della Capitanata, rassicuratevi. Io vi prometto il subito ritorno all’ordine, e
della sicurezza nei pochi paesi dove fervono i massacri ed il Comunismo.
Foggia 26
ottobre 1860. Il Governatore G. del Giudice”.
Appena entrato in S. Marco in Lamis, il
governatore sciolse la Guardia cittadina e ingiunse ai possessori di armi di
qualunque natura, bianche o da fuoco, di consegnarle al Maggiore Perrone entro
le ore 13 dell’indomani, pena la fucilazione. Ai soldati sbandati o congedati
dopo l’entrata di Garibaldi in Napoli, fu intimato di presentarsi al sindaco
entro le ore 18, per non essere dichiarati disertori contumaci e puniti dai
Consigli di guerra.
Al Comune di San Marco fu imposta una tassa di 6.000 ducati , di cui 3.000 a
carico di dei cittadini e 3.000 a carico del Clero, con solidale obbligazione,
da riscuotersi dopo 24 ore. La tassa sarebbe servita a compensare le spese di
guerra erogate dal Gen. Romano, quelle anticipate dai comuni di Foggia,
Manfredonia, S. Severo e Rignano ed i 300 ducati spesi per indennizzare la
famiglia di colui che fu ucciso per aver gridato “Viva l’Italia e Viva
Garibaldi” (A. Calvitto).
Le operazioni di riscossione furono affidate ad una Commissione formata
dall’Arciprete F. P. Spagnuolo, dal secondo eletto f.f. da Sindaco Michele La
Porta e da Gabriele Piccirella. Il Gen. Romano, ricevuto il denaro e detratti i
300 ducati di sua spettanza, avrebbe consegnato il resto al Governatore per
l’impiego già detto. Ogni minima resistenza sarebbe stata punita come fatto
criminoso. Fu pubblicizzato che Nicola Zannotti fu Giovanni Antonio, Michele di
Santolo di Guglielmo, Matteo Tamburro di Alessio, Silvestro Ciavarella di
Angelo Maria, Matteo Battista di Carlo, Leonardo Volpe, Luigi Sassano fu Pietro
e Giuseppe Petruccelli Di Santo dovevano presentarsi entro 24 ore al generale
Romano. Altrimenti sarebbero stati considerati pubblici nemici, e ciò avrebbe
legittimato l’arresto di tutti i componenti delle rispettive famiglie e la loro
consegna al Gen. Romano, per le ulteriori misure.
L’ordinanza fu trasmessa con una nota di
accompagnamento nella quale G. Del Giudice invitava il Generale Liborio Romano,
dopo il felice successo ottenuto in S. Marco in Lamis, a muoversi alla volta di
San Giovanni e Cagnano:
“ In entrambi - spiegava - vi è stato spargimento di sangue, ed io mi affido
alla sua operosità per ristabilirvi l’ordine. L’ordinanza ch’io o’ a quest’oggi
emessa... le sarà di norma per le misure di rigore da affliggere agli altri due
Comuni. Se farà dei prigionieri, la prego a sospendere qualunque giudizio pei
medesimi prima del mio ritorno, che sarà al più tardi Mercoledì prossimo; e con
me informerà eziando il Procuratore Gererale, del cui ... (parere?) è sempre
utile munirsi tutte le volte che trattasi di sospendere le garanzie legali alla
libertà e all’esistenza degli uomini. Per le multe Ella infliggerà quella di
ducati 6.000 al Comune di San Giovanni Rotondo, e quella di 4.000 al
Comune di Cagnano. La metà di tali multe serviranno per la sua colonna; e
serviranno le altre per rinfrancare i Comuni delle spese erogate per l’invio e
il mantenimento dei soldati, e a ristorare le famiglie delle vittime. Insisto
per il disarmo di tutti e tre i Comuni, e mi affido alla sua lealtà di soldato
perché le armi sia da fuoco sia bianche venissero esattamente consegnate in
Foggia nel mio Palazzo di Governo. Dopo servir debbono a riarmare le Guardie
Nazionali che andranno riordinandosi nei detti Comuni, dopo lo scioglimento di
quelle esistenti”.
Il 29 ottobre 1860 Gaetano del Giudice compilava
un rapporto per il Ministro di Polizia, per ragguagliarlo sui fatti avvenuti
dopo l’investitura dei pieni poteri. Tra l’altro si legge:
“... In San Giovanni Rotondo segnatamente la reazione à assunto forme così
atroci, che non à riscontro se non nelle cronache de’ tempi di mezzo... Ad
un’ora di notte venne a trovarmi una deputazione di San Giovanni Rotondo,
la quale implorava grazie pel paese e perdono ai spaventevoli fatti. Dissi
francamente che per coloro i quali si erano bruttati così vilmente di tanto
sangue umano, sarei stato inesorabile, qualunque ne fosse stato il numero, e la
congedai... Che cosa potrò fare con questi sicarii, se mi verranno tra le
mani?... Ella, Sig. Ministro potrà antivederlo. Io ò detto nel mio proclama
quello che farò! Dopo San Giovanni sarà la volta di Cagnano, verrà la volta di
qualunqu’altro Comune che commossa dall’esempio di quei tristi si scatenasse
sulle donne e sui cittadini. Io sarò implacabile e intendo a dare una lezione. I
preti, signor Ministro sono la cagione di tutto...”.
Entrate le truppe in San Giovanni, senza colpo
ferire, iniziò una poderosa caccia all’uomo.
Le Guardie Nazionali mobilitate di Monte Sant’Angelo,
comandate dal Maggiore Cesare Rebecchi, arrestarono molti degli agenti materiali
della strage sangiovannese, che andavano fuggendo per boschi e montagne, con i
quali ingaggiarono numerosi conflitti a fuoco. La pioggia, il sole, le notti, le
vie erte e pietrose non furono d’inciampo ai loro passi. Perciò si guadagnarono
l’ammirazione e le lodi del Governatore:
“Bravi montanari, le pruove da voi fatte contro i rivoltosi di San Giovanni
Rotondo e di Cagnano, mi hanno empiuto di meraviglia... Il viandante vi guarda
attonito arrampicarvi sui greppi, inseguendo gli assassini de’ vostri fratelli,
e non ritornar mai senza preda... E’ fra di voi che il Re troverà i soldati
migliori... Non è il solo calzare, il berretto, il cinto, le corte brache, che
vi fanno simili agli antichi Greci; ma è l’ardire ai perigli, il correr ratto,
l’occhio sicuro, la mano pronta...”.
Il Governatore giunse a San
Giovanni Rotondo il 30 ottobre 1860, accompagnato dal Procuratore Generale, per
rimanervi fino al 6 novembre. Il Procuratore iniziò subito l’istruttoria del
processo a carico dei primi 25 imputati arrestati, affidandone il giudizio ad un
Consiglio subitaneo di guerra. Tale organo straordinario si riunì nella Chiesa
San Giacomo, nella c.d. Strada Piazza (l’odierna Corso Regina Margherita) e,
uditi l’accusa, la difesa ed i testimoni, emanò la feroce sentenza riportata dal
D’Errico.
Nel frattempo si proseguiva nella ricerca di
alcuni capi della rivolta, sfuggiti all’arresto.
Il 5 novembre il Del Giudice nominava come
Sindaco il primo eletto D. Michele Collicelli, in sostituzione di D. Vincenzo
Cafaro, “discaricato”. La carica di primo eletto passava a D. Francesco Morcaldi.
Poi telegrafava al Ministro di Polizia:
“L’insurrezione sul Gargano è domata. Le Guardie Nazionali disciolte, e
riordinate da capo: le tasse esatte, ed in via da esigersi; le famiglie degli
uccisi indennizzate; i consigli di guerra installati. Domani sarà eseguita la
prima sentenza...”.
Dieci delle tredici condanne a morte furono
eseguite il 7 novembre in Contrada Olmi, come risulta dal registro dei morti del
Comune che, per ciascun fucilato, recita:
“L’anno 1860 il dì 7 novembre alle ore 19 avanti di noi Michele Collicelli
Sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile del Comune di San Giovanni Rotondo,
distretto di S. Severo, provincia di Capitanata, sono comparsi Michelangelo De
Bonis di anni 67, professione serviente, regnicolo domiciliato in Strada S.
Francesco e Michele Angelo Villani di anni 30, professione becchino, domiciliato
in Strada Campanile, i quali hanno dichiarato che nel giorno suddetto del mese
di novembre alle ore 18,00 è morto in contrada Olmi ... di anni
... professione ..., domiciliato in Strada ..., figlio di ..., di professione...
, domiciliato ... e di ... domiciliata ivi. F.to Michele Collicelli e P.
Padovano”
L’Archivio parrocchiale della Chiesa S. Leonardo
fornisce un dato più preciso sul luogo dell’esecuzione; mentre è discordante
l’ora in cui sarebbero avvenute le fucilazioni:
“Il Sig. ... di ... e di ... abitante in San Giovanni Rotondo in Strada ... di
anni ... è morto, in luogo vicino la Santa Casa di Loreto alle ore
16,00 e nello stesso dì è stato seppellito nel camposanto. Addì 7 novembre
1860. F.to Arc. Teologo Can.co Ludovico Bramante”.
Diversamente da quanto solitamente accadeva per
le morti non naturali, nessuna annotazione compare circa la causa del decesso.
Il processo di rimozione dell’accaduto dalla memoria collettiva era già
iniziato.
Un particolare non bisogna dimenticare: la
Guardia Nazionale, non volendo far scorrere altro sangue fraterno, si rifiutò di
sparare sui condannati, per quanto si fossero macchiati di gravi colpe. Perciò
la sentenza fu eseguita dai soldati garibaldini. Il Clero invece “schivò” di
dare gli ultimi conforti religiosi anche ai condannati. Il pietoso ufficio non
fu negato invece da Padre Urbano da S. Marco in Lamis, un frate giunto a S.
Giovanni Rotondo con i garibaldini.
Il Maggiore Cesare
Rebecchi
Placata l’istintiva sete di vendetta, il numero
dei morti fucilati sembravano troppi anche al Governatore. Due giorni dopo
l’esecuzione della sentenza delegava i pieni poteri al Maggiore Commissario
Cesare Rebecchi e, confidenzialmente, lo invitava ad esercitarli con
moderazione:
“Mio caro Rebecchi, Le acchiudo un ufficio, pel quale le delego i pieni poteri,
ma in confidenza debbo dirle alcune parole... Il giudizio che il Consiglio di
Guerra à dato stanotte mi sembra assai severo. Ai macelli fatti dai ribelli, noi
ne aggiungiamo legalmente un altro. Sono tredici vittime che aggiungiamo alle
trenta perite nel carcere e nelle campagne per opera de’ malvagi. E’ un
olocausto di carne umana, che facciamo ai Borboni, i quali certamente ne
rideranno da demoni. Ma basta fin qui. In Cagnano, uno o due vittime saranno
sufficienti a vendicare la società offesa. Se le verrà in mano, per esempio,
Francesco Cascavilla, importa all’onore del paese che un mostro simile vada
capitalmente punito; ma intorno ai pervertiti è utile che la clemenza del nuovo
governo si mostri un po’ più larga per emendarli.
Mi si è
riferito che il Consiglio di Guerra intendeva anche di fare arrestare
l’arciprete Bramante, il canonico Lombardi ed altri. Se ciò avesse fatto,
sarebbe stato non solo eccedere i suoi poteri, ma un atto di debolezza, cedendo
agli schiamazzi di alcuni mestatori di questo Comune, a lei abbastanza noti. Mi
compiaccio quindi che, sia per obblivione, sia per più maturo giudizio, la
sentenza vada netta da tale macchia.
E’ inutile che io la prevenga che la tirannide dei Borboni avendo sconvolto,
anzi lacero ogni vincolo sociale, in ciascun Comune sono accese delle gare, le
quali mantengono divisi in due campi i membri del Paese. Quindi gli odii intensi
e le calunnie ostinate e le vili detrazioni alle migliori nature dei cittadini.
Ella à senno abbastanza da guardare freddamente queste schifezze del nostro
corpo sociale, e terrà l’orecchio chiuso ai delatori... Facciamo il bene senza
passione ed imparzialmente, ed avremo renduto un servizio al paese ed a noi
medesimi”.
Nell’atto di delega dei poteri il Governatore
mette in risalto tutta la stima e la fiducia risposte nel maggiore Rebecchi:
“Copia ecc. 6 novembre 1860.= Signore = Dovendo partire per Foggia, ed essendo
necessaria qui in San Giovanni Rotondo non solo la finale repressione, ma la
punizione ancora degli autori de’ movimenti insurrezionali di questo Comune e di
quello di Cagnano, io delego a Lei i pieni straordinari e illimitati poteri, de’
quali vado investito, e Le lascio principalmente i seguenti incarichi = 1) Della
tassa imposta su questo Comune in ducati diecimila, fra cui duemila sul Convento
de’ Cappuccini, io non ho fatto finora che ducati seimilacinquecentonove dai
cittadini, e Clero, e ducati trecento dai frati del detto Convento. Ella curerà
fra lo spazio di due giorni di esigere la resta. Nel caso che i frati non
pagheranno il saldo, io l’autorizzo a chiudere il Convento facendo prima esatto
inventario della libreria, del suppellettile, delle provvigioni e de’ varii
arredi, che consegnerà legalmente a persone probe ed agiate. Se i PP. invece
daranno il compimento, Ella toglierà immediatamente il picchetto della Guardia
Nazionale, che sta a custodia del Convento. Le somme che esigerà avrà pensiero
di farmele tosto pervenire in Foggia. = 2) Si recherà subito nel Comune di
Cagnano e farà la istruzione di quella insurrezione, punendone gli autori con
Consiglio di Guerra Subitaneo. = 3) Le do facoltà di sciogliere la Guardia
Nazionale di Cagnano, e di formare la nuova, nominandone il Comandante, e gli
Uffiziali a sua scelta. La prego del pari darmi contezza sulla onestà, e sui
sentimenti politici di tutte le autorità amministrative, politiche e giudiziarie
di quel Comune. = Veglierà attivamente e completerà il disarmo di quei
cittadini. Se le armi saranno esuberanti al bisogno della nuova Guardia, Ella mi
farà pervenire in Foggia le eccedenti, per fornire quella Guardia Nazionale la
quale non possiede armi bastevoli ai suoi bisogni. La missione straordinaria che
io Le affido avrà vigore sino a novello ordine ed essa si estenderà nei seguenti
Comuni del Gargano, cioè S. Marco in Lamis, San Nicandro, Rignano, Peschici,
Cagnano, Ischitella, Carpino, Rodi, Vico, Vieste, Montesantangelo, e Mattinata.
In qualunque di questo Comune avvenissero movimenti insurrezionali, io
L’autorizzo a mobilizzare la Guardia Nazionale, ed accorrervi ad assicurare i
sommovitori, ed a punirli, sempre creando Consigli di Guerra subitanei, e
ponendovi, se Ella lo stima, lo stato di assedio. Di tutto mi darà contezza
celeremente. Del pari l’autorizzo ad imporre cassa straordinaria sugli abitanti
de’ Comuni ribelli, onde soddisfare ai bisogni de’ militi, ed ai danni delle
famiglie perseguitate, se ve ne saranno. L’esempio dato a San Giovanni ho per
fermo che basterà a tenere in freno i malvagi, e quindi è mio pensiero che non
si proceda ad altri arresti, massime de’ galantuomini, senza gravi ragioni che
la sua prudenza vaglierà. Il Consiglio di Guerra, che ha giudicato i misfatti di
San Giovanni Rotondo, è sciolto, ed Ella comporrà di membri a sua elezione il
nuovo Consiglio, che dovrà giudicare de’ casi di Cagnano. Di sangue se ne è
sparso abbastanza, e dai ribelli, e dalla Giustizia. Vada Ella prudente, e
misurato com’è sua indole, ne’ nuovi giudizi. Nella istruzione de’ casi di
Cagnano il Consiglio di guerra giudicherà egualmente degli altri insorti di
questo Comune di San Giovanni Rotondo, che corrono la campagna, sfuggendo
tuttavia gl’inseguimenti della milizia cittadina, e degli altri che sono stati
arrestati mentre sedeva qui il Consiglio di Guerra. Il Governatore G. Del
Giudice”.
L’Avv. Michele Cesare Rebecchi,
era nato a Civita (CZ) il 22 settembre 1820. Egli entrò nelle simpatie di G. Del
Giudice grazie anche alla stima di Garibaldi. Questi lo aveva spedito in
Capitanata, con ordini precisi:
“Esercito Meridionale = Caserta 1° Ottobre 1860 = Signor Michele Cesare Rebecchi
Maggiore per gli arruolamenti = Vi recherete nella provincia di Capitanata. Io
vi autorizzo a percorrere quel paese in ogni senso, e svegliare l’entusiasmo, ed
in mio nome, in nome della Patria chiamare i cittadini alle armi. Quanti hanno
viscere d’Italiani impugnino un fucile. Voi, Signore, li organizzerete e verrete
con loro a raggiungermi agli avamposti. Il Signor Governatore della Provincia
darà a tal fine tutto il suo concorso, e fornirà i mezzi necessari. Fo’ conto,
Signore, sulla vostra energia, sul vostro patriottismo. Il Dittatore Garibaldi”.
Il Governatore si spinse fino a raccomandare
Cesare Rebecchi presso il Ministero di Grazia e Giustizia, per un posto nella
Magistratura Civile. La domanda, presentata nel mese di settembre, era stata già
appoggiata dallo stesso Garibaldi. Nella lettera di raccomandazione, datata 10
dicembre 1860, viene delineata la figura dell’avvocato di Monte S. Angelo:
“... Egli aveva sofferto in questo tristo periodo di 12 anni il carcere
politico e le persecuzioni che lo accompagnavano. Si richiami la sua domanda
rimasta finora dimenticata e vi troverà scritto la raccomandazione del dittatore
e forse un appunto del Ministro Scura. Ma durante quest’intervallo l’opera del
Sig. Rebecchi è stata fruttuosissima per la Provincia. Messosi alla testa dei
montanari del suo paese, corse dove più ferveva la reazione, in S. Giov. Rot. °
e Cagnano, ed à preso parte a quei Consigli di guerra, ed à contribuito a ridare
la tranquillità a quelle contristate città. Io le trascrivo il brano d’un mio
lungo rapporto del dì 10 Nov. al Ministro di Polizia, che riguarda il Sig.
Rebecchi:
“Nel
partire da San Giovanni Rotondo lasciai delegati i pieni poteri al Sig. Cesare
Rebecchi, di Montesantangelo, che il Dittatore con autografo del 1° ottobre,
datato da Caserta, incaricava di provvedere all’arruolamento dei volontarii
della Provincia. Egli è venuto con 200 montanari del suo paese a congiungersi
col Generale Romano, ed à reso i maggiori servizi. Ad una prudenza senile
accoppia una rara energia, ed è uno di quegli uomini che onora il partito che
serve. Il Gargano à bisogno d’essere strettamente sorvegliato; ed io andrei
sicuro della tranquillità dei suoi 13 comuni se il Sig. Rebecchi fosse nominato
Maggiore delle 13 milizie cittadine. ... (Accolga) ella, Sig. Ministro, la mia
proposta, ed avrà fatta un’opera buona ed utile”.
E tale sarà, Sig. Consigliere, la sua opera davvero, se si compiacerà accogliere
le mie raccomandazioni...”.
Il Governatore, per raggiungere lo scopo,
ragguagliava successivamente il Ministero di Grazia e Giustizia sui nuovi
servigi resi dal Rebecchi e suoi militi in Vieste, “ove insorgeva la fazione
reazionaria che veniva prontamente repressa”.
Filippo Basso, che nel 1860 aveva visto il Rebecchi soffiargli il comando della
guardia nazionale di Monte Sant’Angelo a causa della sua amicizia con G. Del
Giudice, non esitò a definirlo “uomo di perduta moralità, capace di confondere
il giusto con l’ingiusto, il vero col falso per sostenersi” ed “un ladro
conosciuto”.
In un rapporto al Ministro di Polizia del 10 novembre 1860
il Governatore, messo da parte ogni rimorso, definì “salutari” per l’intera
Provincia le feroci condanne a morte. “Gli onesti cittadini della popolazione
tranquilla - aggiungeva - rimanevano ancorati in mezzo alla perpetrazione di
tanti delitti, quando scorgevano l’autorità impotente e neghittosa a punirli.
Con vera soddisfazione debbo annunziarle che lo spirito pubblico è
sollevato...”.
Nello stesso rapporto, toccava le questioni del
coinvolgimento del clero nelle mosse reazionarie e delle tasse di guerra:
“Siccome il Clero ha avuto gran parte co’ suoi suggerimenti a tali insurrezioni,
essendo giunto al segno di far separare le mogli da’ mariti sotto il timore
delle scomuniche, e sfuggendo la sua cooperazione alle indagini legali, così ho
dovuto raggiungerlo per via di multe”.
G. Del Giudice si preoccupò anche di
ricostituire la Guardia Nazionale, sangiovannese confermando al comando il
Capitano onorario D. Gennaro Padovano
e nominando come ufficiali D. Emanuele Bramante e D. Antonio Sabatelli, Primi
Tenenti; D. Luigi Verna, D. Antonio Lisa, D. Tommaso Vincitorio, D. Michele
Giuva, Secondi Tenenti.
Inizialmente la pena di morte pronunciata dal
Consiglio di Guerra nei confronti di Alfonso Cascavilla, Antonio Savino e Felice
Longo fu soltanto sospesa dal Governatore. A tutto il mese di marzo 1861, non
furono presi altri provvedimenti. Pertanto i tre reazionari erano ancora in
attesa di conoscere il loro destino. Il nuovo Governatore, il Conte Bardesono di
Rigras,
riteneva che tale grave ritardo nuocesse alla Giustizia. Perciò sollecitò le
determinazioni governative, asserendo che “quelle feroci condanne non avrebbero
potuto eseguirsi, e la loro stessa memoria avrebbe dovuto essere cancellata”.
La risposta non si fece attendere. I Dicasteri di Polizia e di Grazia e
Giustizia erano favorevoli alla commutazione della pena capitale; ma il
Governatore veniva invitato a non graziare gli altri perché un simile
provvedimento, anziché frenare l’insurrezione, l’avrebbe incoraggiata.
I tre condannati ottennero la commutazione della pena di morte in quella dei
lavori forzati a vita, con decreto reale dell’11 luglio 1861.
La morte dei 24 liberali segnava l’avvio del
declino economico di San Giovanni Rotondo. Nel 1895 L.V. Lomonaco iniziò la
liquidazione del demanio comunale. Egli pose a base del suo lavoro il proposito
di concorrere utilmente alla tutela degli interessi vitali di una città “degna
di grande considerazione ed ancor ricca di risorse”, nonostante le speciali
condizioni in cui malauguratamente si trovava. “Essa infatti, oltre agli
svantaggi generali a tutti i Comuni del Gargano e del mezzogiorno d’Italia,
risentiva tuttora i danni della sanguinosa reazione del 1860, per effetto della
quale fu privata di molti tra i migliori elementi della parte liberale
dirigente. Amministrata quindi sotto l’influenza di odii derivanti da quell’eccidio,
di ambizioni smodate e di interessi privati, che non potevano certamente
conferire al buon governo della cosa pubblica, si trovò in breve tempo, per
questa ed altre cause, ridotta dalla ricchezza di una volta, alla povertà
dell’oggi, dalla quale non valsero a salvarla i savii provvedimenti di qualche
amministrazione...”
Alcune affermazione del Lomonaco trovano un
riscontro reale nelle delibere decurionali di epoca borbonica. In esse si rileva
che nel cinquantennio antecedente l’eccidio era normale prassi del decurionato
conferire ad una stessa persona più incarichi amministrativi, per lo più nel
suo seno, per il motivo che in paese vi erano pochi soggetti idonei. Il non aver
favorito l’istruzione aveva portato quindi un doppio danno per la popolazione.
Da una parte determinò il consolidamento del potere nelle mani di pochi
soggetti; dall’altra le persone istruite ed oneste, che volevano il bene della
comunità, non riuscivano a perseguire il loro intento a causa dei molteplici
impegni. A nulla servirono le censure dell’Intendenza per le nomine multiple.
Talvolta erano gli stessi nominati a chiedere l’esonero. In una delibera del
1859, forse a causa del ricorso presentato da alcuni ternati come amministratori
dei Monti frumentari di S. Giacomo e Cavaniglia, il decurionato fu
costretto ad appellarsi alla “saggezza” dell’Intendente affinché non cedesse
alle loro menzogne, giacché le considerava tra le persone più vigili ed accorte
nell’amministrazione delle proprie cose e nelle attività negoziali. Il
decurionato diceva di fare le proposte di nomina “alla miglior maniera
possibile, frugando tra il tenue numero degli eleggibili che offriva questo
piccolo paese...”, cercando di far conciliare il numero ridotto di individui
rispondente “alle mire della legge e alle occorrenze degl’impieghi” con “il
numero non indifferente di cariche amministrative”.
Si possono immaginare quindi le disastrose conseguenze della uccisione di 24 tra
i cittadini migliori.
Fu questo evento, e non le tasse imposte dal
governo unitario, come qualcuno insinua, a condizionare negativamente il futuro
sviluppo di San Giovanni Rotondo.
Le tasse di guerra
Nel già citato rapporto del 10 novembre il
Governatore Del Giudice quantifica le tasse di guerra inflitte a tre Comuni:
- 6.000 ducati a carico del Comune di
S. Marco in Lamis, di cui 3.000 a carico del Clero e 3.000 a carico dei
cittadini;
- 4.000 ducati a carico del Comune di Cagnano,
ripartiti pure in eguale misura tra cittadini e Clero;
- 10.000 ducati a carico del Comune di San
Giovanni Rotondo, ripartiti come
segue:
a) 5.000 a carico della popolazione;
b) 3.000 a carico del Clero;
c) 2.000 a carico del Convento dei frati
Cappuccini, che, secondo il Del Giudice, “fu nido e ricovero a’ soldati
sbandati”.
In appendice è riportato uno specchietto
relativo alla composizione del Clero sangiovannese in quegli anni (Doc. n. 11).
La multa inflitta al Comune di San Giovanni
Rotondo risulta quindi quasi doppia rispetto a quella di ducati 6.000 disposta
in un primo momento. Ma la tassa realmente pagata è inferiore ai 10.000 ducati
imposti. La quota a carico della popolazione risulta pagata quasi interamente
dalla classe dei proprietari e dal Clero, come si evincere dall’elenco dei
contribuenti riportato in appendice (Doc. n. 12).
Formarono la Commissione per la riscossione:
l’arciprete Ludovico Bramante, i canonici D. Saverio Longo e D. Costanzo Zoccano,
D. Ignazio Fiorentino. Il 7 novembre 1860 gli ultimi tre consegnarono un primo
acconto di ducati 6.209 direttamente nelle mani del Governatore. Altri 700
ducati furono incassati dal Commissario Maggiore Cesare Rebecchi, che li
consegnò al Procuratore Generale del Re l’8 novembre. Il 23 ottobre 1860
l’Ufficiale Raffaele della Torre, su incarico del Rebecchi, riscosse dalla
Commissione la residua somma, pari a 1.091 ducati, così suddivisa: una fede di
credito di ducati 50, una Polizza di ducati 43:12, Buono del Governatore di
ducati 286 e numerario in argento per ducati 761:88.
Il totale riscosso ammonta a 8.000 ducati.
La famiglia religiosa dei frati cappuccini pagò soltanto 300 dei 2.000 ducati
imposti; né avrebbe potuto pagare di più.
A fronte degli 8.000 ducati pagati dai
sangiovannesi, nella “Cassa a cura del Sig. Governatore della Provincia di
Capitanata Gaetano del Giudice”
relativa all’anno 1860, risulta inspiegabilmente un incasso di D.ti 7.793:93. E
gli altri 206 ducati? Scomparsi nel nulla. Tuttavia anche questo importo
superava le spese di guerra effettivamente sostenute. Pertanto, al Comune si San
Giovanni R. furono restituiti i D.ti 572:79 avanzanti, “per rifarlo delle
enormi spese, e danni sofferti per la occupazione ivi dei Dragoni Nazionali,
Guardie Cittadine, Colonna Garibaldina ed altro”.
Il suddetto documento viene riportato
integralmente in appendice (Doc. n. 13) affinché il lettore tragga conclusioni
meno dure di quelle avanzate dalla guida Vincenzo D’Errico. Questi terminò il
racconto già riportato sostenendo:
“...Il Sig. Governatore e compagnia pose una tassa obbligatoria a questi
naturali escludendo i capi rivoltosi che fanno una somma di ducati 10 mila da
detta somma prelevò... 212.50 per i superstiti di ciascun figlio dei massacrati
e la resta? lo sa Iddio e Cesare Rebecchi”.
Queste accuse, se non sono del tutto fugate, ne
escono quanto meno ridimensionate alla luce del consuntivo preparato dal
Governatore. Ma altre accuse, ancora più gravi, pesano sulla figura di G. Del
Giudice e del Maggiore C. Rebecchi. A lanciarle ci pensò il Governatore
Bardesono. Prese le redini della provincia, infatti, avendola trovata immersa
nell’anarchia più profonda, scrisse al Luogotenente Generale in Napoli una
lettera datata 2 giugno 1861:
“Nel Gargano universale è radicato lo spirito reazionario cagionato dalle
intemperanze, dalle estorsioni, dalle violenze commesse in nome della libertà, e
che sacrilegamente persuaso a quelle rozze e ignoranti popolazioni essere la
libertà il peggiore de’ flagelli. L’autore principale di tutti questi mali era
stato il Governatore Del Giudice (oggi Deputato) il quale, munito di pieni
poteri dal generale Garibaldi, aveva per alcuni mesi governato la Capitanata ed
aveva percorso e fatto taglieggiare e desolare il gargano da due malfattori, il
sedicente Generale Liborio Romano (oggi in prigione a Napoli) e l’avvocato
Michele Rebecchi di Monte Sant’Angelo...”.
“Cesare Rebecchi nella sua autodifesa “Un’adeguata risposta” per provare la sua
corretta condotta e la sua onestà, invoca la testimonianza dei Maggiori
officiali dei volontari Peuceti: ed invoca quello dello stesso orfano Lecce.
Proprio di
questo questo “orfano” il Basso riporta un Sonetto indirizzato a Cesare Rebecchi,
inviato dal Lecce ai Signori di Montesantangelo:
Bibl. Basso Filippo, Risposta alle improntitudini e bizzarrie mentali di Michele
Cesare Rebecchi, Napoli 1863, p. 30.
Maligno traditor spergiuro infame,
Imbecille di cuore, e d’intelletto,
Cane scabioso ognor morto di fame
Hai la natura di schifoso insetto.
Empio senza pudor di sozze brame
Ladro sfacciato di nefando aspetto
Ente che de’ tuoi vizii, a stretto esame
Rispondi dall’obbobrio a vile oggetto.
Esacrando Bobonico spione
Bertuccia pagnottista burattino
Eletto Sanfedista ormai briccone.
Calcitra ragghia, leguleio meschino,
Che io pingerti saprò troppo a ragione
Asino, mulo e bue, Ciaramellino.
Antonio Lecce”
La commissione versò un’altra somma di ducati
237 e grana 40 per il Consiglio Subitaneo di Guerra, spettando un’indennità di
ducati 36 a ciascun giudice, e di ducati 21 al cancelliere.
All’inizio del 1861, a causa delle ingenti spese
di guerra, il decurionato è costretto a rivedere la gestione di Cassa per l’anno
1860 e decide di “invertirsi ducati 460,65” negli vari articoli non esitati,
riguardanti i locali della scuola dei fanciulli ( D. 20) e delle fanciulle (D.
20), l’ annualità alla famiglia Bramante (D. 22,50), la caccia ai lupi (D. 20),
il mantenimento dei detenuti poveri (D. 103,11), le piante comunali (D. 50), i
fucili dell’abolita Guardia Urbana (D. 24), la verifica delle terre demaniali
(D. 42,32), la pubblica salute, (D. 50); i libri ad uso delle scuole (D. 12); la
bonifica del Lago S.Egidio (D. 50); la giubilazione per il Cancelliere Sig.
Carrabba, perché defunto, (D. 46,72).
C’è però da osservare, per essere imparziali,
che il Governo indennizzò il comune sangiovannese di una parte delle spese
erogate. Lo si deduce da una delibera Consiliare del 19 ottobre 1863. Erano
appena terminati i lavori di costruzione in economia del grosso canale che
partiva dalla valle “Porta-suso”. Poiché il tesoriere comunale si
rifiutava di sborsare l’ingente somma di lire 4.889 (ducati 1.150) si decise di
prelevarla “dai ducati 1.361 che il Governo restituiva con Buoni... in
indennizzo della egual somma da questo Comune pagata alle Guardie Nazionali di
Montesant’Angelo e Garibaldini durante la dicostoro permanenza in questo paese
nel 1860 e 1861”. Risulta poi che il decurionato deliberò di pagare 76
ducati a Nicola Cascavilla per aver curato tutti “i lavori di rivalsa” relativi
ad altri rimborsi governativi. Questi rimborsi raggiunsero nel 1863 la cifra
complessiva di 2.316:75 ducati, comprensivi degli sgravi relativi al casermaggio
dei Carabinieri Reali (ducati 103:26), alla reazione di S. Marco del 1860
(ducati 100:11), alla lotta al brigantaggio (ducati 650:20) e altre spese minori
(ducati 101:25).
Il Generale Romano aveva attinto denaro dai
fondi raccolti “per alimentare i suoi soldati, per munirli di provvisioni di
guerra, e per rifornirli di cappotti, poiché stavano su quei monti esposti alle
acque ed alla inclemenza della stagione con la sola camicia rossa di cotone”.
Un’altra porzione di denaro era servita ad indennizzare le famiglie degli
uccisi, per rimunerare il lavoro del notaio Raffaele Padovano, di cui si era
servito il Governatore per gli strumenti pubblici, e per altro. Fino ad allora
erano stati spesi 2.686 ducati per gli indennizzi alle famiglie delle vittime,
ma occorreva elargire altro denaro. In particolare, il Governatore Del Giudice
annotava:
“Bisogna dare delle altre somme ancora, e credo giusto che qualche
liberalità fosse pure usata verso le famiglie de’ fucilati, per non
punire i figli delle colpe de’ padri. A’ ricchi non ho offerto denaro, per non
violare il pudore del domestico lutto”.
La Reazione raccontata da Carlo
Villani
Il Villani aggiunge alcuni tasselli al mosaico
reazionario, anche se il suo racconto non è del tutto attendibile, come quando
riferisce di una inesistente feroce lotta per le vie del paese, tra
abitanti e garibaldini, che, a suo dire, sarebbe avvenuta prima dell’eccidio:
“...E parecchi di essi (soldati sbandati) appartenevano a famiglie nobili e
ricche del luogo, ai quali era unito un tal Francesco Cascavilla, figlio di un
notaio, tipo strano ed avventato, già sotto-ufficiale dei borboni in Sicilia, e
che del pari non intendeva riprendere le armi in servizio del paese. L’arresto
fatto dalla polizia di uno di codesti sbandati , che, infermo, giaceva a letto,
fu come la favilla che suscitò il gran fuoco: i giovani tutti scapparono dal
paese in campagna, dove la Guardia nazionale venne a dar loro la caccia. Ma una
domenica, rientrarono alla spicciolata in San Giovanni, dandosi la posta nella
Chiesa Maggiore, dove stava per celebrarsi la messa, frammischiandosi ai
contadini, ch’erano ivi assiepati. Alla fine della lettura dell’evangelo il
Cascavilla si volse al pubblico, e, levando in alto una mano, gridò: -
Sacerdote, intuona il Te Deum in onore del nostro Re Francesco II . Il
povero prete ebbe a provare come l’impressione d’una mannaia sul collo, e
allibì, mentre allibivano con lui tutt’i fedeli, i quali sorsero in piedi, non
sapendo cosa avvenisse. Dopo un minuto di silenzio sepolcrale il Cascavilla
ripeté l’intimazione con voce più forte e col puntare contro il prete la canna
di un fucile. Fu questo l’argomento decisivo, pel quale il sacerdote celebrante,
senza più voltarsi indietro, intuonò il Te Deum, cui, suggestionato, rispose in
coro tutto il popolo che trovavasi in chiesa. Usciti di là, i contadini corsero
ad armarsi chi di falce, chi di scure, chi di fucile, e tutti, con un sol
pensiero, dettero addosso alla Guardia nazionale, che venne disarmata e messa al
bando dal paese. Fatto ciò si dettero a prendere di assalto le case dei signori,
molti dei quali furono trascinati al carcere. Sorsero allora, da per ogni dove,
ritratti di Francesco II, che si rizzarono al posto di quelli del re Vittorio
Emanuele e dei RR. di Savoia, e davanti vi accesero torce e candele a cera.
La
reazione più insensata dilagò in un baleno per ogni classe, nessuna esclusa, e
tutti si improvvisarono difensori del paese, contro cui già vedevasi lanciati da
Foggia bersaglieri e garibaldini ad assediarlo. Preti e frati erano intanto
confusi in gran copia con gli assedianti, e tra questi ebbe a scorgersi un certo
frate Domenico, agostiniano, che dall’esterno delle mura additava ai cittadini
le piaghe sanguinanti di un grosso Cristo che inalberava, esortandoli in nome di
Lui ad aprir loro le porte, e promettendo amnistia e perdono. La resistenza di
quei montanari durò ben otto giorni; ma, abbattute finalmente le porte, ancor
più feroce fu la lotta per le vie, dalle finestre, nelle case, presso le
botteghe. Il paese di San Giovanni Rotondo era diventato un inferno....”.
Le reazioni viste da G.
Tardio e Bardesono
Pochi giorni dopo i luttuosi fatti reazionari di
San Marco in Lamis, Giuseppe Tardio, emerito figlio di quella terra, scrive al
Governatore questa pregevole lettera, datata 15 ottobre 1860, che conquista
l’animo del lettore sensibile. La sua trepidazione per la classe del “cozzismo”
mette in chiaro i motivi per cui, a S. Marco come altrove, il Clero ed i
galantuomini dell’altra sponda si accanirono tanto contro i liberali dello
stampo del Tardio:
“Sig. Governatore, non avrei preso la penna, se i mali del mio paese non
richiedessero di tali rimedi, che solo a Lei è dato di amministrare. Non è la
penna della denuncia la mia, aborro dall’infame mestiere del delatore; né quella
dell’invidia o della vendetta, ché generoso avendo un cuore so stimar la virtù
fin dall’inimico, e mi è dolce il perdonare le più grandi offese. Le scrivo a
solo scopo, perché venga alla di Lei conoscenza lo spirito politico del paese,
onde vi dia quel riparo ch’è necessario per la tranquillità politica.
Signore,
la reazione, che qui si è manifestata con tutte le terribili conseguenze di un
popolare tumulto, sembra sopita, ma il fomite che l’alimenta non si è distrutta.
Si è voluto attribuire ad una generale ubbriachezza, lo credano altri. Per me
sta, che l’origine dell’incendio ed il fuoco che l’ha sostenuto si deve cercare
in altra causa, che non è l’ubriachezza, perché se così fosse stato, gli effetti
avrebbero dovuto durare per quanto durar possono i vapori del vino. Il popolo di
San Marco, quantunque feroce per indole naturale, è docile per lunghe
oppressioni: egli va trovando del pane onde vivere, e quando ha come sfamarsi
non trova punto alle crisi politiche che travolgono e regni e troni. Il passato
ne può convincere. Ma una volta, che si è fatto credere, che Francesco Borbone
li ha tolti dalla fame nello scorso inverno, e che Vittorio Emanuele è uno
scomunicato e quindi scomunicato chiunque aderisce al di lui Governo, e per
soprappiù che quest’ultimo è un re rapace e poco curante dell’onore e della
Religione de’ popoli, era necessaria conseguenza che perdendo dell’usata
docilità sciogliessero il freno alla natia ferocia. Faceva spavento per quei due
giorni della reazione vedere il popolo spiegare tutta la forza del suo corpo in
atti niente degni della natura umana. Che se non si sono rinnovati i fatti
atroci di Bovino ed Ariano, sono mancate le opportunità. Grazie e lodi sieno
tributate alle anime veramente liberali del Sindaco e del Capitano D. Francesco
Centola, che esponendo la propria vita al pericolo della morte sono giunti a
sedare la sommossa.
Rinvenute
le cause occasionali della reazione, non si pena gran tratto ritrovar i moventi
primi della stessa. In tre classi si divide il nostro popolo: in quella del
cozzismo, che comprende nove decimi della popolazione, ed è fatta di persone
ignoranti addette alla pastorizia ed alla coltura delle terre; le altre due
classi sono composte da Preti e Galantuomini, i quali per l’alta
influenza che godono sulla massa la dominano fino alla tirannia. La prima, mi
giova ripeterlo, non è capace di far cosa da sé, perché le mancano i due
principali elementi per agire, intiera coscienza di ciò che fa e scopo
dell’azione. Dunque i motori di questa macchina automatica si debbono cercare
nelle due classi degl’intendenti. I preti, perché temono di perdere la propria
influenza, insinuano idee di scomunica attaccando dal lato religioso l’attuale
Governo; i galantuomini de’ quali gli ambiziosi e gli egoisti, perché si veggono
in Governo libero spogliati delle loro prerogative dispotiche, aggiungono altre
calunnie cercando di alienare gli animi dal Re Galantuomo per il lato morale e
finanziero. Le dico questo, non perché avessi io stesso inteso predicar simili
dottrine, ma dal linguaggio che tiene la massa è lecito dedurre essere altrove
il punto di partenza: chi poteva mettere in bocca degl’ignoranti un linguaggio
che non hanno mai capito? Ma qui non è tutto il male.
Mi perdoni
la Signoria Sua, e son sincero, che animato, com’è, dall’amore per il bene de’
popoli soggetti sopporterà con grato animo la lettura di questa mia, comunque
malamente scritta, ma scritta a solo fine di salvare da un’imminente fine i
Penati del luogo natio.
Ogni volta
che un Governo dispotico si cambia un libero, onde la plebe toccasse con mani i
vantaggi e le prerogative che viene ad acquistare sotto la Reggenza libera,
primo passo di chi sta alla testa degli affari deve esser quello di rimuovere le
Autorità che hanno servito di strumento al dispotismo passato, ovvero essendo
persone di fiducia al pubblico per la intimeratezza de’ loro costumi, si cange
il corso delle faccende. Ma niente di tutto questo si è fatto nel nostro paese:
sono tre mesi che si parla di libertà, ed intanto le Autorità che sotto la
tirannide de’ Borbone servivano all’intrigo o alla influenza de’ prepotenti,
manomettendo ogni ragione di giusto e di onesto, amministrano ora la giustizia
nello stesso modo che prima. In guisa che il popolo si ha veduto cangiare il
padrone, ma nella servitù nullo cangiamento. Questa è la causa prima, perché si
fosse prestato facile orecchio a’ maligni insinuatori, come le insinuazioni sono
il fomite permanente della reazione. Penetrato dal principio, che un popolo
retrogrado ne’ passi dell’umana civilizzazione ha bisogno di toccare e di vedere
il lato visibile del giusto e del buono come togliersi da taluni pregiudizi
tradizionali, figli di un’educazione dispotica e pretile, ne scriveva
un’apposita al Duca di Bagnoli, allora Intendente di Capitanata. Ma le mie
parole non furono curate. Se allora scriveva per prevenire, ora scrivo all’Ecc.
S. per curare il male già fatto e prevenire mali maggiori.
Fiducioso
nella di Lei solerzia e saggezza, e avendole esposti i mali che travagliano il
paese, mi fo ardito d’indicare per sommi capi i rimedi che ne conviene
adoperare. Che venga spedita, e tosto, una competente forza soccorsale affin di
contenere il popolo nella soggezione, giacché è insolentito oltremodo, e non si
può avere fiducia nella G. Nazionale, che come parte della massa è del pari
indolente e corrotta. Che si cambino sollecitamente le autorità ligie all’antico
Governo: Che s’imponga a’ preti di predicare la santa parola della libertà, ch’è
quella predicata dall’Uomo-Dio; e che un uomo del popolo da straordinario Genio
avvivato è venuto a redimerci da una schiavitù che ci opprimeva da secoli; in
una parola che si faccia capire alla plebe le franchigie che abbiamo ottenuto e
le catene che abbiam infrante la mercè dell’Invitto e Generoso Garibaldi, e si
vedrà il popolo di San marco il primo liberale della terra. I prepotenti poi,
quando non volessero propugnare la santa causa italiana, si mostrassero almeno
indifferenti, chè la costoro indifferenza è di niuno ostacolo al risorgimento
politico di questo paese.
Che più?.
I risentimenti continuano: i tentativi di reazione non cessano. E la mia testa è
posta al prezzo di lusinghiere promesse, e come mezzo espiatorio de’ sette
peccati mortali, perché liberale e scomunicato. Amo la patria da vero italiano,
e ciò è un delitto. Tanto è vero che se non godessi qualche aura di popolarità,
sarei massacrato come lo sventurato Calvitto. Ciò nondimanco, la mia voce si
eleva ardita e fiduciosa fino al Capo-Reggente della Provincia, implorando
venia e ravvedimento a’ reazionari che sono pure miei fratelli (…).
Termino
nella speranza, che con questa mia abbia ad apportare giovamento alla patria;
ciò che forma l’unica mia ambizione.
Il Signore
Iddio la colmi di prosperità, e faccia che un giorno rispondendo alle speranze
de’ buoni sia proclamato il liberatore della Capitanata. Intanto creda in chi
serba nel petto un cuore italiano, e non rifiuti tra gli ammiratori de’ di Lei
pregi patriottici.
Il sincero
liberale Peppino Tardio”.
In un rapporto al Dicastero di Polizia del 30
luglio 1861, mentre la rivolta si riaccende nella parte orientale del
promontorio, in particolare a Vieste, il Governatore Bardesono afferma:
“... La popolazione agricola del Gargano è in una condizione di tale
abbrutimento da non trovare forse riscontro in alcuna parte d’Europa: essi sono
trattati dai proprietari con una crudeltà ed avarizia, e peggiore assai di
quelle, che subiscono i neri in America. Tolto ogni freno a questa popolazione
prima della soppressione della Gendarmeria, poi l’ostilità del Clero che in
unione de’ Gendarmi, costituivano la forza del governo Borbonico, essi
cominciarono ad abbandonarsi a qualche ostilità contro i proprietari fin
dall’anno scorso sotto l’apparenza di moti politici, le prepotenze inaudite
commesse dai falsi Garibaldini del Generale Romano e dal Governatore di quel
tempo (Del Giudice) resero a queste popolazioni odioso il nome della libertà. I
preti seppero approfittare di questo malumore e inasprirono quei rozzi animi
contro i proprietari liberali. La distinzione tra liberali e non liberali, non è
alla portata di quelle intelligenze, e quindi ne nacque una scissura profonda
inconciliabile tra i proletari ed i possidenti...”.
Bardesono, come il suo predecessore, in un
incontro con il Gen. Pinelli, attribuì le reazioni del Gargano ad un “movimento
comunista”, giudicandolo “assai più temibile di qualunque brigantaggio”. E
quando i proprietari viestani gli chiesero di inviare soldati paventado un
imminente sbarco di briganti, pensò invece che essi rappresentavano il “padrone”
e avessero formulato la richiesta per timore di perdere il raccolto che, giunto
a maturazione, stava tutto nelle mani del “servo”.
Passata la prima ondata di reazioni, nei pochi
paesi dove non si era potuto svolgere il plebiscito le popolazioni si
pronunciarono massicciamente a favore di Vittorio Emanuele II.
Il 31 ottobre 1860 dal Palazzo di Governo della
Provincia di Capitanata partì una missiva per il Ministro dell’Interno,
contenente i risultati delle votazioni in Castelfranco e San Giovanni Rotondo.
Nel primo comune tutti i quattrocentonovantadue votanti avevano ritirato la
scheda del Sì. A San Giovanni Rotondo ben ottocentocinquanta persone si
espressero per il Sì; altre nove, le più coraggiose e coerenti, per il
No. A San Marco in Lamis la cosultazione popolare del 28 ottobre diede un
risultato ancor più incredibile a favore degli annessionisti: 3.032 voti contro
nessun No. Ad Ascoli Satriano i No furono solamente 2.
Questi risultati rispecchiano quelli delle
precedenti votazioni del 21 ottobre, con l’unica eccezione del Comune di Panni,
dove sorprendentemente i No (321) erano stati quasi il triplo dei Sì (136).
Come spiegare questo improvviso capovolgimento
di tendenza? Possibile che fossero rimaste in vita tante persone di spirito
liberale? Ed i simpatizzanti del Re borbone? Scomparsi nel nulla. Ironia? No.
Questi numeri esprimono l’unico significato possibile: in molti paesi la
popolazione intimidita fu costretta ad accettare un re galantuomo che
pochi volevano. Dopo tutte quelle fucilazioni, chi avrebbe osato ritirare la
scheda del No dall’apposita urna elettorale? Il suo colore, il rosa,
l’aveva resa ancor meno invitante. Sicuramente la colorazione ebbe lo scopo di
agevolare il voto di chi non aveva dimestichezza con le lettere dell’alfabeto,
cioè della stragrande maggioranza della popolazione. Ma come si fa ad escludere
che non sia servita ad individuare a colpo d’occhio i soggetti contrari al nuovo
ordine di cose? La presenza dei soldati, poi, deve aver avuto un peso non
indifferente.
Nelle votazioni del 21 ottobre in tutta la
Provincia di Capitanata erano stati contati 54.256 voti affermativi e 996
negativi. A parte le considerazioni soprariportate, la schiacciante preminenza
dei Sì fa sospettare che vi siano stati anche brogli elettorali. Ad ogni
modo non aver dubbi sulla obiettività di questi dati ufficiali equivarrebbe ad
affermare il paradosso che le turbe di popolo che animarono le varie reazioni
erano state formate in massima parte da individui di idee liberali.
In tutto il Regno delle Due Sicilie vi furono
1.302.064 voti favorevoli e soli 10.312 contrari.
L’Arciprete Ludovico Bramante, laureato in
Teologia, chiuse la sezione del Registro parrocchiale relativa ai morti
dell’anno 1860 con un sonetto ispirato al libro biblico della Sapienza. Rivolto
agli “uomini peccanti di superbia”, esso è pregno di forte significaro politico:
Contro gli uomini peccanti di superbia
Sonetto
Mortal sei fumo, ed ombra; appena
apparso
Il tuo trale a discior basta un momento
Quasi di legno incenerito, ed arso
Denso vapor, che via ne ’l porti il vento.
Poco è il suo dolce, e
circondato, e sparso
Di molti amari; onde è che i giorni a stento
Tra piaceri meni fuggitivo, e scarso
E lungo affanno, ed immortal tormento
E pur calpesta i tuoi simili, e
volve
Province, e Regni tua superbia a terra,
E fino in contro al Ciel alza la fronte.
Folle, già vuoi far di più monti
un monte,
Dei Re Titani a rinnovar la guerra;
Ma un soffio vien, che ti ritorna in polve.
A San Giovanni Rotondo si tenta di far scoppiare
una seconda reazione
Tanto sangue fraterno, inutilmente sparso
dall’una e dall’altra parte, avrebbe dovuto far calare sui monti garganici una
cappa di incredulo sbigottimento, tale da far acquietare anche gli animi più
turbolenti. Invece il fermento continuò, assecondato anche dall’attività
eversiva dei forestieri.
Nel mattino del 7 dicembre 1860 un tale Donato
Nacinatelli di Noja di Bari,
si recava da D.a Giovanna
Lisa e le domandava perché fosse vestita a lutto. La poveretta, descritti i
fatti che avevano portato alla uccisione del marito Achille Giuva, si sentì
redarguire “che quello era un affare al quale non si doveva più pensare; che
anzi nel suo paese si erano massacrati trentadue liberali; che il Re Vittorio
Emanuele aveva finito; e che infine le grazie potevano solo dispensarsi dall’ex
Re Francesco”. Saputo il fatto, il Cap. Federico Verna arrestò il sadico
spargitore di voci allarmanti. Il Governatore della provincia di Capitanata
interessò quello della provincia di Bari, al fine di conoscere l’indole politica
del Nacinatelli.
Non si trattava di un caso isolato di infiltrazione esterna. In quei giorni si
tentò di attuare un ampio disegno reazionario che avrebbe dovuto coinvolgere le
province meridionali. Nello stesso mese di dicembre il Cosigliere di Polizia
Ferdinando De Martino da Napoli telegrafava al Governatore di Foggia:
“ Due Romani in un legno a due cavalli che muoverebbero da Capua, percorrendo i
Comuni della sua Provincia lungo la linea di Brindisi, possono avere incarico di
diffondere proclami, coccarde, bandiere, e fasce con i reali stemmi dei Borboni.
Gli stessi
parimenti potrebbero dispensare somme ai Comitati Borbonici che diconsi
costituiti per darsi ducati uno a testa ai bisognosi, che saranno presentati dai
cennati Comitati per gridare in un determinato giorno viva Francesco Secondo
e rafforzare tale grida con le armi. I Comuni della sua Provincia dove si cenna
esistenza dei Comitati suddetti sono Foggia e Cerignola.
Non
mancherà di prendere la provvidenza, e prevenire una reazione che si vorrebbe
far scoppiare nella sua Provincia, e farla spandere per le altre Province che si
lasciano alla sua prudenza i mezzi per la ricerca dei Comitati, e loro arresto
non che per lo disarmo delle persone pericolose e particolarmente dei
Contadini...”.
In quei giorni il comandante delle G.N. della
vicina Manfredonia Demetrio Conte (?) manifestava grande preoccupazione al
Governatore, poiché “i soliti e ben noti infami” avevano organizzato una
reazione, che avrebbe potuto scoppiare al minimo cenno. In quella cittadina vi
erano una quarantina di soldati sbandati, che “insinuati dai primi”,
assicuravano di essere pronti a scendere in campo se qualcuno di loro fosse
stato arrestato. Nei caffè si parlava apertamente di un ritorno di Francesco II
e si diceva che si sarebbe fatto “man bassa” dei liberali arrestati. Gli
sbandati ostentavano molta sicurezza, perché vi era chi li riforniva a
sufficienza di armi e munizioni. Costoro erano capitanati da ex sottufficiali
borbonici, che non erano neppure naturali della città. Le cartucce per gli
sbandati e loro alleati venivano confezionate in loco. Il comandante assicurava
che sul Gargano la situazione era la stessa e faceva derivare questi movimenti
“da Superiori Ecclesiastici”. Gran parte dei suoi duecentocinquanta uomini era
sfornita di armi e munizioni, confiscate dal caduto regime borbonico. Pertanto
lo pregava di inviare, senza indugio, soldati equipaggiati, onde procedere
all’arresto dei colpevoli e scacciare i forestieri.
Un paio di mesi dopo, il sergente Francesco
Viscardi e il caporale Liutprando Quaranta, appartenenti al Distaccamento del
55° Fanteria Italiana di stanza a San Giovanni Rotondo, stavano passeggiando
tranquillamente per le vie del paese. Avvicinatosi un tale Antonio Placentino,
li salutava ed attaccava un lungo discorso. Alla fine concludeva:
- Signori miei, dovete conoscere che io sono
gendarme sbandato e ho servito 14 anni a Francesco II e gli sarò fedele fino
alla morte, e spero che voi , siccome gli avete servito, li sarete fedele. Qui
in questo paese siamo tutti Realisti e questi carbonari di galantuomini li
dobbiamo tutti ammazzare non appena tornerà Francesco.
I due informarono della cosa il comandante
Luogotenente Filippo Caffieri. Questi, ottenuto il benestare delle autorità
sangiovannesi, arrestò il Placentino.
Lo spirito pubblico risultava nuovamente
eccitato. Per di più, il distaccamento del 5° Fanteria si era spostato nella
vicina San Marco in Lamis. A S. Giovanni erano rimasti appena 21 militari.
Perciò il comandante, chiese rinforzi al Governatore, con la speranza che in
caso di bisogno qualche aiuto potesse arrivare anche da S. Marco. Non nascondeva
la mancanza di fiducia nella Guardia Nazionale sangiovannese, che era composta
da “pochissimi di buona volontà e quasi tutti disarmati”.
Anche il Sottogoverno di San Severo fornì al
Governatore informazioni che confermavano la fedeltà del Placentino a Francesco
II. Il gendarme borbonico era giunto in paese dopo la reazione del mese di
ottobre. Rifiutatosi, come altri, di arruolarsi, aveva manifestato “senza
ritegno” ai soldati del distaccamento il proprio attaccamento al passato regime.
Al fine di “non farlo rimanere nell’ozio”, e per tener tranquillo l’ordine
pubblico, il Sindaco lo aveva impiegato come Guardaboschi soprannumerario. Ma
egli, anziché mostrasi riconoscente, rinunziò al posto e cercò di ottenere un
passaporto per Roma, allo scopo di unirsi a coloro che combattevano contro la
causa Italiana. Prima di essere arrestato aveva messo a soqquadro il paese,
venendo in contrasto con i militi di Monte Sant’Angelo. La sera del 22 febbraio,
poi, insultò il sindaco dicendogli che gli era stato rubato un cappotto.
Successivamente, quel cappotto fu visto addosso ad un suo zio.
Suor Colomba Lombardi, Badessa del Monastero S.
Maria Maddalena, inviò una supplica al Governatore di Capitanata affinché
mettesse fine alle molestie di alcuni sangiovannesi. La Comunità delle Chiarisse
possedeva “da tempo immemorabile varj e diversi fondi, rustici ed urbani, fra
questi una picciola masseriola di circa versure otto con alberi di mandorle,
oliveto con casino, ed altro nel luogo le Mattine detto Capoccia,
nonché altro terreno di circa versura una e mezza con casa rurale nel luogo
la Coppa, in tenimento di detto Comune”. Samuele Tortorelli, guardia rurale
comunale e nazionale, Giulio Tortorelli, soldato sbandato e nazionale, Michele
Carrabba, Sergente Nazionale, e Giuseppe Carrabba, recatisi “decentemente
armati” nei luoghi predetti, avevano disturbato il pacifico possesso dei fondi,
facendosi consegnare dai fittuari le chiavi dei locali e danneggiando il
seminato. Poi con minacce impedivano a chiunque di accedervi. La Badessa
implorava energiche disposizioni “onde frenare, nei tempi attuali, l’audacia dei
discoli che intendono disturbare la pace delle altrui famiglie, ed evitare così
gli serii inconvenienti che ne avrebbero potuto avvenire per tal procedere”.
Intervenuto il sindaco, Samuele Tortorelli si dimostrò “restio a cedere le sue
arbitrarie imprese” , mentre i Carrabba dettero l’impressione che non volessero
più prendervi parte. Nel frattempo Giulio Tortorelli era partito per il servizio
militare come soldato sbandato.
Il 4 giugno 1861 D. Federico Verna, assentatosi
per affari, rientrava in paese verso mezzanotte e, ancora una volta, vi trovava
lo spirito pubblico fortemente agitato. L’istigatore di turno era stato il
latitante e già compromesso Gabriele Martino. Il Verna, chiedendo in giro, venne
a sapere che questi aveva sparse le solite voci allarmanti: che Francesco
Secondo aveva vinto; che le sue truppe erano nel Regno; che, trascorse due ore,
sarebbero venuti a San Giovanni i briganti che stavano a S. Marco in Lamis, per
distruggere i liberali; che i soldati sbandati potevano rientrare in paese
perché tutto era finito; e così via dicendo. Questa volta non tutto era frutto
di fantasia. L’opera del Martino, poteva rientrare in un piano insurrezionale
concertato con i briganti sammarchesi, che da due giorni avevano dato realmente
il via nel loro comune ad una terza e sanguinosa reazione. Il Verna cercò di
rasserenare gli animi. Per fortuna, nei contatti con i cittadini constatò che
molti si erano già convinti della furfanteria del Martino. Il guardaboschi aveva
osato disarmare una guardia nazionale e fatto la memizione (sic) ad un’altra.
Perciò la truppa lo inseguì sparandogli dietro parecchi colpi d’arma da fuoco,
tanto che lo si era creduto morto. Ma l’evento non si verificò, “con dispiacere
di tutti”. Grande fu quindi la rabbia di A. Lisa, tenente della G. N., quando
vide presentarsi al suo cospetto un contadino che aveva avuto dal fuggiasco
l’incarico di restituirgli l’arma rubata. Il Cap. Verna, raddoppiati gli sforzi,
riuscì ad acciuffare il Martino. Questi tentò di far valere un salvacondotto
rilasciato dalla Gran Corte Criminale di Lucera; ma esso non aveva alcun valore
per i nuovi reati contestatigli.
Agostino Nardella e la terza reazione sammarchese
Trascorsi due mesi dalla reazione, il Consiglio
decurionale, su proposta del Presidente, il 2° eletto Raffaele Padovano, decise
di inoltrare petizioni e suppliche a Vittorio Emanuele II per ottenere la Grazia
per Agostino Nardella di Felice, alias Potecaro, notissimo brigante
latitante di S. Marco in Lamis. La sua libertà era invocata “per essersi a
tutt’uomo cooperato alla ripristinazione dell’ordine in questo Comune nei giorni
28 e 29 dell’ultimo ottobre a vista dell’efferata reazione, e per avere distolta
la popolazione d’inveghire contro la forza dei Garibaldini capitanati dal
Brigadiere Romano, nonché per avere di molto influito all’esecuzione del
plebiscito”. Il consesso rimarcava gli atti energici e coraggiosi del Nardella,
il quale, come contropartita alla libertà, si era assunto il “grato dovere” di
assicurare alla giustizia i profughi e latitanti che infestavano il tenimento,
ed impedire i furti che giornalmente avvenivano a grande danno dei naturali
sangiovannesi. Infine, egli avrebbe contribuito, “coi suoi modi e come
conoscitore delle contrade del paese, a mantenere l’ordine e la pubblica
tranquillità”.
Tutta questa benevolenza per il brigante
Nardella è sconcertante. Ma è spiegabile, ripensando a quanto ci ha raccontato
G. D’Errico: il sindaco pro tempore D. Vincenzo Cafaro, compreso nella lista
delle persone da incarcerare, non fu arrestato dai reazionari perché si era
nascosto in una buca dopo aver placato l’animo di Agostino Nardella con un
lauto banchetto. Il Cafaro può aver fatto valere la sua influenza sul collega
notaio Padovano e sul decurionato, per ricambiare al Nardella il favore di
avergli risparmiato la vita. Ma è possibile che i decurioni abbiano agito sotto
l’influsso delle sue minacce.
Di lì a quattro mesi, il Nardella mise in
risalto la sua vera indole, capeggiando con il famigerato Del Sambro la terza
reazione sammarchese, alla testa di quegli stessi briganti di cui G. Martino, lo
stesso giorno, aveva annunciato l’arrivo anche a San Giovanni Rotondo. Ma la
comitiva non vi giunse mai. La terza reazione si concluse infatti con la fuga
dei briganti all’arrivo dei soldati in S. Marco. Sul campo rimanevano i corpi di
tre soldati e quattordici sammarchesi, tra i quali lo stesso Agostino Nardella,
ucciso il 4 giugno 1861 sulla strada per Rignano.
Arrivo a Napoli del Principe
Eugenio di Savoia
Alle ore 11 a.m. del 13 gennaio 1861 arrivò a
Napoli Sua Altezza Reale Eugenio di Savoia, Principe di Carignano, nominato
Luogotenente Generale del Re nelle province napoletane, accompagnato dal
Segretario di Stato Nigra. A riceverlo sulla banchina del porto trovò la
guarnigione della Piazza, le autorità municipali , il Ministro Segretario di
Stato Farini, il Consiglio di Luogotenenza e molto popolo.
Alle ore 3 e un quarto p.m., dopo la sfilata della Guardia Nazionale e della
guarnigione ed aver ricevuto le autorità principali del Governo, il principe
emanò questo proclama riguardante il suo programma:
“E’ intenzione del Governo che la Chiesa e i Suoi Ministri siano rispettati e
che nessuna incaglio sia posto a libero esercizio del culto. Ma nel tempo stesso
egli si ripromette dal Clero l’obbedienza al Re, allo Statuto ed alle Leggi.
Il Governo
volgerà tutta la sua attenzione sulla condizione economica del Paese e sul modo
di migliorarla, sullo sviluppo di cui sono suscettibili le grandi risorse della
sua agricoltura, del suo commercio e della sua industria e sui lavori di
pubblica utilità ai quali sarà posto mano senza indugio.
Sarà pure
principale sua cura il promuovere il pubblico insegnamento e sopra tutto
l’insegnamento popolare e tecnico. Istruzione e lavoro sono le due fonti della
moralità e della ricchezza, i due cardini, su cui si appoggiano le Società
libere e civili.
La finanza
di questa parte del Regno Italiano, scomposta dai rivolgimenti politici, e da
esigenza straordinaria, ha bisogno di un pronto ordinamento. Intanto che si
preparino gli elementi di un regolare bilancio da presentarsi al Parlamento,
forò apportare a questo servizio economia e pubblicità.
Nobile
ufficio della stampa sarà quello d’indicare al Governo con calma e schiettezza
gli abusi da togliere, le riforme da introdurre in questo, come in ogni altro
ramo dell’Amministrazione.
L’Italia
si sta facendo, ma non è ancora fatta. Al finale compimento di quest’opera
sublime, che fu il sospiro di tante generazioni, occorrono tuttavia grandi
sagrifizi.
Voi
accoglierete, ne son certo, con lieto animo tutti quei provvedimenti, che il
Governo Centrale ed il Parlamento stimeranno necessari ad accrescere, riunire e
disciplinare le forze di terra e di mare della Nazione. L’appoggio di tutti gli
uomini onesti, il rispetto universale delle leggi, la concordia degli animi
risponderanno, spero, alla fiducia posta in voi dal Re e dalla Nazione.
Tutta
l’Europa tiene in questo momento fisso lo sguardo su questa parte d’Italia
gloriata per antichissime tradizioni di civiltà e di sapienza, e per grandezza
di sventure patite per indomabile affetto alla Libertà.
Voi
potete, col solo vostro contegno rendere alla Patria comune un servizio forse
più grande di quanti le siano stati resi da altre Province con sagrifizi molti,
d’uomini e di denaro.
Io mi chiamerei fortunato, se caduto in bene, come non dubito l’ultimo
propugnacolo della Signoria Borbonica, chiamatele pure ai nuovi cimenti; questa
parte d’Italia può anch’essa al pari d’ogni altra, governarsi senza soldati.
Eugenio di Savoia. Napoli 13 gennaio 1861 p.m.”.
Nello stesso giorno anche il Consigliere di
Polizia diramò una circolare telegrafica a tutti i Governatori e
Sottogovernatori Napoletani:
“Italiani delle Province Napoletane. Il Re mi affida il Governo di questa parte
del Regno Italiano. Accetto questo grave incarico, mosso dall’amore della
Patria, dall’obbedienza al Re, dalla fiducia nella vostra leale cooperazione.
Queste Province, separate da lungo tempo dal resto dell’Italia, manifestarono
con unanime suffragio la ferma volontà di far parte indivisibile della Patria
comune sotto lo scettro Costituzionale della Dinastia dei Savoia. Spetterà al
Parlamento di dare l’ultima sanzione all’ordinamento amministrativo del Regno
Italiano ma intanto è compito nostro spianargli la via prima ch’esso si raduna
continuando e sollecitando applicazione a queste Province di quelle misure
legislative che non si potrebbero differire senza nuocere all’unità dell’assetto
Costituzionale di tutta la Monarchia. L’unificazione in quanto possa essere
immediatamente applicabile, sarà dunque il primo concetto che informerà gli atti
del governo. Ma perché i nuovi ordini possano mettere radice, e perché il Popolo
possa provocare i benefici effetti di libero reggimento, prima e necessaria
condizione è il mantenimento dell’ordine, e l’osservanza della Legge.
Il Paese
può essere convinto che il Governo non verrà mai in transazione col disordine, e
che ogni tentativo d’agitazione illegale sarà prontamente e severamente
represso.
Dove non
regnano la sicurezza e l’ordine, ivi non può allignare la Libertà. Per compiere
questa parte principale del mio mandato, faccio assegnamento sul retto senso di
tutta la Popolazione e più specialmente sul Patriottismo della Guardia Nazionale
che già rese grandi servizi al Paese, e sin dai suoi primi ordini mostrò
disciplina e contegno, degni di un Popolo, che ha la coscienza dei suoi diritti
e dei suoi doveri. Per la stretta ed universale esecuzione delle Leggi e per la
repressione d’ogni loro infrazione io conto in particolar modo sulla
cooperazione energica ed imparziale della magistratura che in ogni Paese
liberamente ordinato dev’essere la fedele custodia della Legge e l’espressione
della pubblica moralità”.
continua
In realtà il Governatore esitò la spesa per l’elargizione di ducati 350
nella Cassa relativa alle spese addebitate al Comune di San Giovanni
Rotondo, a pareggio della multa allo stesso inflitta (100 per la vedova
Mariantonia Orlando e 250 per “le orbate figlie del macellato” Angelo
Calvitto).
Ordinanza del Governatore del 28 ottobre 1860.
Il Governatore si trovava a S. Marco in Lamis.
Proclama del 6 novembre 1860.
A. C. S.G.R.- Registro dei morti, anni 1857-1866.
APSL - Registro dei morti anni 1857-1866.
M. C. Rebecchi , op. cit., pag. 37 e segg.
ACSGR,
cart. 124, cat. 15, cl. 6, Fas. 2. Nota del 27 giugno1860 del Sindaco Giuva al Giudice delegato.
ASF, pol., s. I, b. 383 - fasc. 3055. Lettera del 16 marzo 1861 al
Dicastero di Polizia.
ASF, pol., s. I, b. 383 - fasc. 3055. Nota del 23 marzo 1861 del Dicastero
di Polizia al Governatore.
ASF, pol., s. I, b. 339, fasc. 2562.
ASF, pol., s. I, b. 339 , fasc. 2563. Il documento è riportato in
appendice.
Il rimborso trova reale riscontro nella delibera decurionale del 20 gennaio
1861, concernente l’esito delle spese per il mantenimento delle truppe.
Giosuè Fini - opera citata - pag.121
Giosuè Fini, op. cit., pag. 161
C. Villani - Opera citata, pagg. 153 e 154.
I risultati nei vari comuni della Capitanata sono riportati nel
Doc. n. 14 ,
in appendice.
ASF, pol., s. I, b. 383, fasc. 3086. Lettera del 12 dicembre 1860 del
Comando della G.N. al Governatore.
ASF, pol., s. I, b. 339, fasc. 2558. Dispaccio telegrafico n. 2596 del 19
dicembre 1860.
Lettera del 20 dicembre 1860, del Comandante della G.N. di Manfredonia al
Governatore.
ASF, pol., s. I, b. 383, fasc. 3086. Lettera del 22 febbraio 1861 al
Governatore.
ASF, pol., s. I, b. 383, fasc. 3086. Not n. 1196 del 27 febbraio 1861 al
Governatore.
FCAL, ASL, Fasc. 8, inc. 7 (anni 1860-1866). Deposizione di F. Verna del
29.6.1861.
ACSGR,
delibera decurionale del 17 gennaio 1861.
ASF, pol., s. I, b. 180, fasc. 1994. Dispaccio telegrafico trascritto dall’Uff.
di Sorveglianza del Telegrafo Elettrico di Foggia G. della Spina.
www.padrepioesangiovannirotondo.it
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