Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo IV - terza parte

Homepage             Precedente Su Successiva

   

 

INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Scoppia la seconda reazione sammarchese

Qualche settimana prima il sindaco di S. Marco in Lamis Leonardo Giuliani aveva fatto il possibile per evitare che le voci sediziose avessero potuto influenzare o impedire l’ormai  prossimo Plebiscito. Naturalmente si era augurato che la “cassolina del Sì” si fosse colmata, “così come era desiderio dei buoni cittadini”. Aveva anche tentato di mantenere sereno lo spirito pubblico della cittadina  con  questo bando, fatto affiggere nei luoghi pubblici:

Cittadini, voi vi riunirete con Noi in Consiglio Domenica prossima alle ore 13 nella Sala Comunale. Ne sapete il perché? In questa riunione conoscerete la vostra dignità, e nella quale vi à posto il riordinamento della cosa pubblica sotto gli auspicii dell’Invitto Dittatore. Applaudite a’ suoi voti, che sono quelli che scendono dal Cielo per farci felici. L’ordine Libertà germoglia tra Noi. Per esso si avrà una giustizia imparziale, l’incoraggiamento all’agricoltura, ed il commercio, il rispetto alla Religione ed a’ suoi Ministri. Il vessillo tricolore con la Croce di Savoja non vi spaventi. In esso racchiudono le tre virtù Teologali, che come Cristiani professiamo; fede, cioè, speranza, ed amore, e Voi, col pronunziare il Sì concorrerete a mettere una pietra nell’edifizio Sociale. Siete però liberi a profferire anche il No: ma badate che ciò facendo  non sanerete la piaga putidra che nel Cuore della Patria non à guari avete aperta per una stolta letizia, nella quale a precipizio vi siete buttati per false notizie venutevi da lontano, e da uomini perversi: non ricanserete  i castighi ed il pubblico risentimento.

Cittadini, Mi chiamate Padre, ed io da figli vi ò amato, e vi amo. Nella mia avvanzata età fui chiamato a porre mano all’aratro: ci diedi la mia annuenza a solo oggetto di concorrere al vostro meglio, e procurare il vostro bene. Sentiste le mie voci, e vi siete ritirati speranzati dalle sconsigliate defraudazioni sopra i Demani Comunali: le sentiste quando mi dirigeva alla Guardia Cittadina per mantenervi nel buon ordine, e nella pubblica quiete, e voi come assonnati in placido riposo non vi scuoteste alle tumultuose Voci de’ popoli vicini, serbando sempre il rispetto ai Magistrati, e l’osservanza alle leggi di che i Governanti si erano paghi e contenti. Ma infine tutto ad un tratto cadeste nel precipizio, e chi vi salverà? Chi salverà la Patria, le vostre famiglie, i vostri figli, Voi medesimi? Un Si  che profferirete sarà l’antidoto salutare, e questa da voi provoca, questo con tutta l’espansione di cuore mi attendo.

Ascoltate altra volta le mie voci paterne, e sarete tranquilli.

S. Marco in Lamis, lì 18 ottobre 1860. Il Sindaco Leonardo Giuliani”.[1]   

Ma, nulla si può opporre alla forza dell’insinuazione, quando non si sa riconoscerla. Questa volta alla popolazione sammarchese fu fatto credere che le truppe guidate dal Gen. Romano venivano per distruggere il loro paese.

Racconta il medico Giuseppe Tardio, notissimo liberale sammarchese,  in un suo diario:

“A dì 20 ottobre,[2] giorno fissato pel solenne plebiscito delle province napolitane, scoppia una reazione nel vicino comune di San Giovanni Rotondo, durante la quale con una efferatezza  senza esempio muoiono, per mano della furibonda plebe sgozzati, 24 distinti cittadini, tra cui un giovane notaro di S. Marco, di molto ingegno dotato, a nome di Paolo Franco. Oh! crudeltà inaudita! Chi moveva la plebe a fare si crudo scempio degli uomini notabili per sapere e virtù?

La penna si arresta inorridita, né io ho la forza di proseguire tanto è l’orrore che mi ispira la memoria del luttuoso avvenimento ne’ suoi atroci particolari...! Alla notizia della reazione di San Giovanni, da Foggia si spediscono truppe di Garibaldini; e come la notte di lunedì giungono a Rignano, si sparge la voce dei Rossi che in gran numero, nemici di Dio e della patria, erano diretti contro S. Marco per metterlo a sacco e fuoco. Che avresti veduto! In un attimo a suono di trombe si svegliavano i cittadini, altri si prendono l’incarico di andare per le campagne a richiamare quei che per ragioni d’industria agraria vi si trovano; e pria che fosse giorno il paese tutto è in armi e deciso di combattere ad oltranza contro i Garibaldini. Non valgono le persuasioni de’ buoni, che dicono esser quella forza diretta contro San Giovanni Rotondo per rimettersi l’ordine e consegnare alla giustizia i malvagi che perpretarono a sangue freddo l’orribile strage, dapoiché, insinuati dai tristi e reazionari, si mantengono in armi risoluti di combattere l’invasione, come essi dicevano, del nemico. Circa il mezzodì disordinati e senza un capo intelligente muovono verso Rignano; ed alla metà della strada sarebbe avvenuto il fatale scontro se una fitta nebbia tra i due corpi da renderli l’un l’altro invisibili non si frapponeva.

Ritornati in paese, cominciano a far requisizioni d’armi e munizioni presso i proprietari che si tenevano già preventivamente in istato d’assedio. Lo squallore si legge sul volto dei minacciati, come la baldanza in tutti gli atti degli insorti: Durò circa due giorni quest’anarchia, temendosi ad ora ad ora, che una plebe fanatica e briaca di sangue, non guidata che dall’istinto di misfare, non si abbandonasse ad ogni eccesso, ad ogni nefandezza.

Come Dio volle, finalmente si lasciarono i più turbolenti persuadere di accogliere i Garibaldini come amici; ed i proprietari si obbligarono di sborsare per l’atto di ribellione una tassa di guerra di tre mila ducati al Capo della Provincia.

Per somma ventura non si ebbe a deplorare né un fatto di sangue, non incendio, né saccheggio. Si ridusse l’insano moto ad una mossa inutile d’ostilità contro i Garibaldini ed a semplice minaccia contro la vita e sostanza degli agiati cittadini, massime di quei tenuti in conto di patrioti. Fortunati noi!

Questa seconda reazione, men deplorevole della prima nei fatti consumati, fu ugualmente feconda di sinistre conseguenze, quando si considera che la massa in entrambi i moti ebbe a riconoscere in sé la prepotente forza ed a pregustare la voluttà di brutali passioni. Chi risvegliò il sonnolento leone? Guai per l’avvenire, se l’istruzione, togliendo dalla crassa ignoranza che lo avvince, non venga ad illuminargli la mente, a correggergli il cuore, a renderlo perciò mite nei suoi bisogni, gentile nei suoi costumi. Oh! come bisogna trepidare sino a che non giunga tanto prezioso momento!...”. [3]

 

Per domare l’insurrezione furono impiegati il secondo ed il terzo battablione. Cesare Rebecchi descrive il contatto delle truppe con i reazionari:

“...Fraditanto la dimane del 26 ottobre, il secondo battaglione della brigata Peuceta occupante Rignano, muoveva alla volta di San Giovanni Rotondo. Dopo una penosa marcia di molte ore, fra dirupati ed erti monti, ed a vista di S. Marco si attaccava coi ribelli, che già avevano nominato il Pro-Dittatore Cascavilla ed Antini. Costoro pei primi provocarono il fuoco, occupando una posizione vantaggiosa, che fu presa dalle avanguardie con vivissima fucilata, ma sopravvenuta in quel mezzo fitta nebbia, fu gioco forza non impegnare una frazione fra le tenebre ed ignoti siti, sicché batteva ritirata. Non era che un’ora e i volontari reazionari, i quali alla corsa offrivano battaglia ai militi Peuceti. In quel supremo momento nel quale il numero degli assalitori avrebbe screziate le file dei giovani militi d’un certo scoramento, ogni speranza rannodandosi nella fermezza ed energia del condottiero, che a far salvo l’onore ed il paese, determinava: vincere o morire. Epperò il valoroso allora capitano Francesco Calò, dopo aver ordinate le compagnie, le spingeva a combattere con sentite parole italiane”.[4]

La reazione sangiovannese e quella sammarchese, dunque, avevano  gli stessi registi: il Cascavilla e l’Antini. Del resto  il Cap. Padovano, già l’8 ottobre aveva rapportato al Governatore che il pubblico attribuiva al “sediziosissimo Caporione sbandito anzidetto Cascavilla” la colpa della reazione che infiammava S. Marco in Lamis. Il lettore noterà  anche le notevoli affinità della reazione sangiovannese con quella scoppiata contemporaneamente nella vicina Cagnano.

 La reazione di Cagnano

Verso mezzogiorno del 24 ottobre 1860, mentre il sindaco e il decurionato stavano sul Municipio di Cagnano per raccogliere i voti del plebiscito, una moltitudine di contadini ammutinati, nella quale si distinse molta gente di altri paesi, si riversò nelle strade al solito grido di Viva Francesco II. Invitati a sciogliere l’assembramento, rifiutavano, pretendendo che la votazione fosse fatta in pubblico. La situazioni precipitò. I fatti sono riassunti nella sentenza del Consiglio Subitaneo di Guerra che si insediò pure in quel Comune, sotto la presidenza di Francesco D’Errico.

“Da quel momento (i rivoltosi) continuarono ne’ moti reazionari obbligando i galantuomini ad uscire sulla strada e ripetere le sediziose grida. Nei giorni seguenti portarono in trionfo una bandiera bianca con lo stemma borbonico, penetrarono nel posto di guardia devastandone tutto il mobilio novello fatto per la Guardia Nazionale, e finirono nel quarto giorno di assaltare a mano armata la casa di Salvatore Donataccio, ed incendiandone la porta di ingresso, tirarono molti colpi contro lo stesso, perocché ne rimase vittima il cennato Salvatore. Scassinarono pure il di lui magazzino mettendo a ruba ed a sacco tutti i generi  che vi erano; né contenti di ciò, ritornando al domicilio di esso Salvatore, trovandolo freddo cadavere lo condussero trascinandolo per terra sulla piazza del Comune medesimo schernendolo di diversi modi sino a che per opera di taluni probi cittadini venne sepolto in un luogo profano. Nel corso di detti giorni D. Giuseppe Pepe veniva arrestato da quella gente e rinchiuso nel carcere dal quale la grazia ottenne, indi la liberazione. Satisfatte in tal modo le violenti passioni tutto ritornò in calma...”.

Il Consiglio di guerra pronunciò la sentenza contro trentacinque imputati cagnanesi. Riconobbe come capi della rivolta Paolo Gianqualano di Berardino e Nunzio Scirtuicchio, condannati alla pena di morte mediante fucilazione. Tutti gli altri furono condannati a trent’anni di ferri ciascuno. Le due condanne a morte, così come per altri tre reazionari sangiovannesi, furono sospese per poi essere commutate nei lavori forzati a vita con provvedimento Reale.

 

A S. Marco ci sarà una terza reazione,  più cruenta delle prime due,  iniziata la sera del 2 giugno 1861, giorno della festa dello Statuto Nazionale. Qui “una massa di uomini e donne, piena dallo spirito diabolico di uccidere e di rubare”, istigata accanitamente da parecchi “galantuomini” borbonici, tra cui quel Cesare De Bellis di cui già ci siamo occupati, attese e diede man forte ad una cinquantina di briganti a cavallo capeggiati dai famigerati Angelo Maria del Sambro e Agostino Nardella. Per due giorni i briganti diventarono padroni assoluti del paese, uccidendo tre guardie mobili. Ma l’arrivo dei soldati del Maggiore Ernesto Facino mandò a monte il piano di distruggere le famiglie liberali sammarchesi.

Da Rignano si deplora la reazione sangiovannese

Il  Sindaco di Rignano Garganico, Gioacchino Piccirilli, il 26 ottobre 1860 scrive al Governatore:

    “La rivolta di San Giovanni Rotondo rinvigorisce sempre più secondo le notizie che abbiamo qui ricevuto. Si dice un tremila gli armati accorsi da quasi tutti i Paesi del Gargano, i quali sono entusiastati gagliardamente. A me pare che non sia possibile sedarla prontamente. Se è vero un sì grande numero di rivoltosi, io direi non essere prudenza ora attaccarli in posizioni vantaggiose, tenendo sicure ritirate sui monti.

Tutt’i proprietari di qui jeri fuggirono: taluni son rimasti incoraggiati dall’annunzio che assicurava una poderosa forza. Tutti fuggono, spaventati dalle atroci uccisioni eseguite in San Giovanni Rotondo, e quei barbari non si rimasero alle soli morti date a 22 padri di famiglia, ma colle scuri tagliarono il capo degli uccisi, e delle membra sanguinose ne fecero crudele macello.

Se da qui parte la truppa il Paese rimarrà deserto, perché tutti ce ne andremo altrove per non incorrere nella stessa sorte.

Altro delitto non avevano gli uccisi che quello di essere liberali.

Intanto debbo ancora assicurarla che verso l’ora tarda la truppa à voluto fare una escursione vedendosi grandi attruppamenti di armati sulle vette de’ monti di prospetto a Rignano, e siccome il tempo non era sereno e la nebbia invadeva quelle posizioni il Generale andò innanzi a tiro di fucile dagli attruppamenti e furono scambiate delle schioppettate vicendevolmente; ma nulla avvenne di sinistro.

Signore, se la truppa va via da qui noi dobbiamo fuggire la ferocia Borbonica e questo Paese si abbandonerà. Le raccomando rapportare alle Autorità Superiori occorreranno forze più considerevoli a reprimere , se si può tanto ... (?), ovvero distruggere i due Paesi in piena rivolta...”.[5]

In caso di resistenza le truppe avrebbe usato anche armi pesanti. Esse disponevano di due cannoni. Uno di essi, calibro sei, sfornito di affusto, era stato dato in prestito dal comandante della Guardia Nazionale di Barletta Nicola de Nittis ad un certo Carlo Vitulano, per essere usato a San Giovanni. L’affusto fu immediatamente costruito in Manfredonia, con legname di  Raffaele Prencipe. Dopo sei mesi, i due andavano ancora reclamando i loro diritti. Il primo esigeva dal Governatore di Capitanata la restituzione del cannone di ferro. Il secondo, voleva l’indennizzo di ducati nove per il legname “presogli dalla Nazione e dall’ingegniere”, ed invocava la Grazia dalla saggezza del Governatore, sicuro di ottenerla “come dal Cielo”.[6]

Leggiamo ora l’ultimo capitolo della pubblicazione di G. D’Errico.

                      V

     La via degli empi è come una caligine;

                 Essi non sanno in che incappano.

 

                                Prov., cap. IV, v. 19

 

             Il malvagio d’ora in ora non resterà impunito;

                ma la progenie de’ giusti scamperà.

 

                                          Idem, cap. XI, v. 21

Entrate le dette truppe, prima cura fu l’arresto dei delinquenti.[7] Ed invero furono imprigionati tutti i veri autori dei massacri, sebbene poscia taluni fossero liberati. Altri capi esecutori materiali si posero in fuga scorazzando la campagna, ma dietro accurate ricerche furono in parte acchiappati. La prima istruzione, fatta sotto il procuratore Rossi, fu esattissima. Essa venne stampata e io credo inutile trascriverla, essendo stata resa pubblica dalla giustizia. Dopo gli arresti degli accusati, fu fatto il plebiscito, che far dovevasi nel decorso giorno 21; e fu pel si quasi ad unanimità di voti, e ciò per timore: Fu stabilita la tassa dal signor Gaetano del Giudice, Governatore della Provincia di Capitanata, in ducati ottomila, pari a lire 34.000, e venne divisa per ogni singola famiglia di proprietari.

Nel dì 9 novembre, seguente mese, avvenne l’installazione del consiglio di guerra per giudicare degli eccidi commessi, la cui sentenza riporto per intero copiandola dallo stampato ad litteram; essa è la seguente:

ITALIA E VITTORIO EMANUELE

 

Il Consiglio di Guerra subitaneo composta dei signori:

Raimondo de Salvatore, maggiore della brigata Romano, presidente,

Michele Cesare Rebecchi, maggiore della Guardia nazionale di Montesantangelo,

Michele Papa, capitano della detta Guardia nazionale,

Nicola la Ginestra, tenente della Brigata Romano,

Giovanni Pasculli, capitano nella detta brigata,

Michele Lenzi, tenente nella detta brigata,

Aniello Iacuzio, alfiere della Guardia nazionale di Foggia,

Giuseppe Giordano, alfiere della detta Guardia nazionale, giudici.

Giovanni Danieli, sergente maggiore nella brigata Romano, cancelliere.

 

Alla unanimità di voti ha dichiarato che Vincenzo Antini, Giuseppe Antini fu Francesco Saverio, Santo Cappucci del fu Onofrio, Vincenzo ed Alfonso Maria Cascavilla fu Filippo, Antonio Savino fu Michele,  Francesco Baldinetti fu  Matteo,  Giovanni Cassano fu Michele, Michele Rinaldi di Angelantonio, Michele Mangiacotti di Pasquale, Leonardo Grifa fu Saverio, Nicola Russo di Giovanni e Felice Longo fu Domenico, sono colpevoli di eccitamento alla guerra civile tra gli abitanti della stessa popolazione, armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri, di devastazione, di strage, di saccheggio, di omicidii consumati  e di parte attiva presa nei medesimi, in persona di Antonio Maresca, Agostino Bocchino, Michele Fazzano, Nicola del Grosso, Celestino Sabatelli, Tommaso Lecce, Alfonso Mucci, Costantino Mucci, Francesco Ruggieri, Guglielmo Fabrocino, Paolo Franco, Luigi d’Errico, , Errico d’Errico, Alessandro Campanile, Achille Giuva, Francesco Paolo Russo, Terenzio Ventrella, Giuseppe Irace, Luigi sacerdote Merla, Achille Merla, Matteo Fini, Gennaro Cascavilla; nonché di oltraggio e violenza, attacco e resistenza qualificata per la violenza pubblica contro la forza pubblica in servizio, con omicidii in persona del secondo tenente dei militi garibaldini Amico Orofino e del secondo sergente Francesco Carania nella brigata Romano.

Alla stessa unanimità di voti ha dichiarato e dichiara:

Consta che Salvatore Vergura fu Giovanni, Francesco Musi fu Antonio, Donato Novelli di Giuseppe, Antonio Martino fu Carmine, Giuseppe Perrone di Michele e Francesco Fini fu Michele sieno colpevoli di oltraggi e violenze contro la forza pubblica in servizio, ed attacco e resistenza contro la medesima, qualificata per la violenza pubblica (Guardia nazionale e colonna dei Garibaldini nella brigata Romano), non constando abbastanza di essere colpevoli di eccitamento alla guerra civile tra gli abitanti della stessa popolazione, armandoli ed inducendoli   ad armarsi gli uni contro gli altri, di devastazione, di strage, di saccheggio, di omicidii consumati  e di parte attiva presa nei medesimi.

Alla stessa unanimità ha dichiarato e dichiara:

Non constare abbastanza che Pasquale Mangiacotti  fu Michele, Sante Ciccone fu Donato, Antonio Piacentino fu Michele, Francesco Bocci fu Giuseppe, Orazio Martino fu Carmine e Giovan Battista Urbano fu Michele sieno colpevoli di eccitamento alla guerra civile tra gli abitanti della stessa popolazione, armandoli ed inducendoli   ad armarsi gli uni contro gli altri, di devastazione, di strage, di saccheggio, di omicidii consumati  e di parte attiva presa nei medesimi nonché di attacco e resistenza, di oltraggi e violenza qualificata per la violenza pubblica contra la forza pubblica (Guardia nazionale e colonna dei garibaldini nella brigata Romano).

Alla stessa unanimità ha condannato e condanna:

Vincenzo e Giuseppe Antini fu Francesco Saverio, Santo Cappucci del fu Onofrio, Vincenzo Cascavilla ed Alfonso Maria Cascavilla fu Filippo, Antonio Savino fu Michele,  Francesco Baldinetti fu  Matteo,  Giovanni Cassano di Michele, Michele Rinaldi di Angelantonio, Michele Mangiacotti di Pasquale, Leonardo Grifa fu Saverio, Nicola Russo di Giovanni , Felice Longo fu Domenico alla pena di morte da eseguirsi con la fucilazione.

Alla stessa unanimità ha condannato e condanna:

Salvatore Vergura fu Giovanni, Donato Novelli fu Giuseppe, Antonio Martino fu Carmine, Francesco Musi fu Antonio, Giuseppe Perrone di Michele e Francesco Fini fu Michele alla pena di diciotto anni di ferri per ciascheduno di essi.

Alla stessa unanimità ha condannato e condanna solidalmente:

Vincenzo Antini e Giuseppe Antini fu Francesco Saverio, Santo Cappucci fu Onofrio, Vincenzo e Alfonso Maria Cascavilla fu Filippo, Antonio Savino, Francesco Baldinetti, Giovanni Cassano, Michele Rinaldi, Michele Mangiacotti, Leonardo Grifa, Nicola Russo, Felice Longo, Salvatore Vergura, Francesco Musi, Donato Novelli, Antonio Martino, Giuseppe Perrone, Francesco Fini alle spese del giudizio in favore del Real Tesoro; e condanna Salvatore Vergura, Francesco Musi, Donato Novelli, Antonio Martino, Giuseppe Perrone e Francesco Fini dopo che avranno espiato la pena, alla mallevaria di ducati mille per la durata di otto anni.

Alla stessa unanimità ha ordinato ed ordina:

Che Pasquale Mangiacotti, Santo Ciccone, Francesco Bocci, Orazio Martino, Giovanbattista Urbano ed Antonio Placentino sieno ritenuti in carcere e che sia più ampiamente istruito processo nel termine di sei mesi.

Alla stessa unanimità ordina:

che la presente sia eseguita fra il termine di ore dieci a cura del Commissario del Re, e che lo estratto di tale decisione sia messo a stampa.

 

Fatto e pubblicato in continuazione dell’ultimo atto della pubblica discussione oggi 6 novembre 1860, alle ore 5 italiane di notte nel Comune di San Giovanni Rotondo.

 Seguono le firme

 

Per copia conforme

Il Cancelliere del Consiglio di Guerra subitaneo

                                Giovanni Danieli

Sergente Maggiore della Brigata Romano

Visto:  

 

             Il Commissario del Re

                       Capitano Duca Serafino Albani

 

La fucilazione dei condannati fu eseguita per dieci di essi, avendo gli altri tre goduto la grazia sovrana, con la commutazione della pena ai lavori forzati a vita.

Gli altri autori nominati in questa: cioè Francesco Cascavilla fu Filippo, Nicola Siena, Nicolantonio Sabatelli fu Michele, Emanuele Sabatelli ed Andrea Taronno, si diedero a scorrer le campagne, ma furono arrestati dopo qualche tempo e sottoposti al potere giudiziario della Corte d’Assise di Lucera, che condannò il primo e il secondo ai lavori forzati a vita, il terzo a quindici anni del pari di lavori forzati, il quinto ad anni sette dei medesimi, il quarto Emanuele Sabatelli, emigrò in Trieste. Vi fu per lo stesso mandato di estradizione; ma quella Corte di Trieste, violando la giustizia e il diritto internazionale, non volle concedere l’estradizione; anzi, fattisi mandare gli atti del processo, giudicò ella stessa il Sabatelli e lo assolvette! Sicché il principale assassino poté starsene libero in quella città, fino all’anno 1873, nel quale cessava di vivere in seguito ad una malattia di tisi. Coloro che furono condannati dalla detta Corte di Lucera, produssero appello contro la sentenza.

La Corte d’Assise di Trani, giudicando in grado di rinvio, diminuì la pena a Francesco Cascavilla al maximum dei lavori forzati a tempo e per gli altri confermò la precedente sentenza. Gl’istessi riprodussero ricorso contro la nuova sentenza, e la Corte d’Assise di Bari, giudicando altresì per rinvio, la riconfermò.

Ricorsero ancora contro la decisione della Corte di Bari, ma il ricorso fu pienamente rigettato dalla Corte di Cassazione di Napoli.

 

Seguono delle annotazioni a penna dell’autore:

 

Questo racconto come la precedente storia della Reazione pubblicati alle ultime due pagine del Giornale Settimanile L’Istruzione, che pubblicavasi a Torino nel 1875, Stabilimento di Giuseppe Civelli, quali due pagine di detto giornale piegato ha dato il presente formato.  Firmato: Gaetano D'Errico

     ingrata patria!  

     tu non avrai le mie ossa.

            Disse Catone Uticense

 

Termina qui la prima narrazione dei giorni della sommossa reazionaria fatta dal D’Errico. Anche se s’intravede una voglia di giustizia da parte  dall’autore, questi si astiene per il momento dal fare tutti i nomi, per le ragioni da lui stesso spiegate in  in premessa. Ma nelle successive edizioni, mette da parte ogni remora, citando per nome tutte le persone coinvolte, e fornisce altre notizie di tradimenti e di violenze ancor più raccapriccianti, tra le quali un episodio di cannibalismo:

“L’Antonino Maresca, stordito, scende di casa, e condotto sin davanti al corpo di guardia è immediatamente flagellato da colpi di scure e di altre armi. Steso cadavere in quella via, doveva essere da ogni persona che indi passava insultato ed un bifolco ex soldato di Ferdinando II trascese a bagnarsi un pezzo di pane nel sangue mangiandoselo, coll’invitare altri che lo imitassero. Ed un altro barbaro gli tagliò un’orecchia ponendola alla punta di una picca, mostrandola per le vie al popolo!...”.[8]

Il termine “cannibali”, usato frequentemente dai contemporanei con riferimento alla massa di persone che partecipò alle reazioni,  non è da porre in relazione con l’episodio testé ricordato né con altri simili pure avvenuti in altri paesi del gargano. Detto termine, presente persino in alcune delibere del Consiglio municipale sangiovannese, veniva correntemente ed impropriamente riferito a chi  non applicava le normali  regole del vivere civile.

Il rapporto del Giudice Regio Tommaso Giordani

Tra le persone che si diedero alla fuga  per sfuggire ai terribili eventi descritti dal d’Errico, troviamo il Giudice Regio supplente Tommaso Giordani che  raccontò la sua odissea al Governatore della Provincia di Capitanata  in un commovente e significativo rapporto del 24 ottobre 1860, scritto in Monte Sant’Angelo, dove aveva trovato rifugio:

“Per segnalata Grazia del Signore sono qui libero, scampato con la mia numerosa famiglia all’inaudito ed orribile eccidio di San Giovanni Rotondo.

Veggomi ora in grado di poter adempiere alla doverosa partecipazione della luttuosissima catastrofe , proponendomi di precisare per quanto mi permette lo sconcerto ancora del mio intelletto, le sue cause, il progresso e gli orrendi fatti compiuti fino alla mia fuga di colà.

Dietro l’arrivo a me di lei rapporto in istanza da Foggia del 16 settembre ultimo (data se mal non ricordo) con cui si comunicavano le disposizioni del Dicastero della Guerra per lo ri­torno de’ soldati sbandati alle bandiere, altri simili giungevano nel contempo a quel Sindaco e Capitano della Guardia nazionale, e per tale adempimento da noi funzionarj si stimò che cia­scuno avesse chiamato a sé i detti soldati per disporli alla ubbidienza con persuasive e dolci modi. Il risultamento di tali pratiche non soddisfece affatto le nostre speranza stanteché essi tutti si mostrarono restii a raggiungere le bandiere, adducendosi a loro discarico tra le altre ragioni d’esser stati abilitati a rimpatriarsi dal Dittatore Garibaldi, e quasi che conchiudevano che gli ordini ministeriali al riguardo erano inesistenti, ed invece attribuivano ad un ritrovato delle Autorità locali alfine di molestarli nella pace delle rispettive famiglie. Datosi di ciò darne a Lei ragguaglio con apposito rapporto, niun altra disposizione al riguardo mi venne in seguito, ed invece detti  due funzionarj locali vennero da lei premurati con ripetuti uffizj per la esecuzione degli ordini Ministeriali. In proposito è notevole che avendomi richiesto i due ri­petuti funzionarj Sindaco e Capitano nel giorno 27 detto del mio avviso sulla Casa Comunale del modo da tenersi da essi loro in siffatto disimpegno, mi espressi ne’ seguenti sensi:

“Voi avete competenza che il numero de’ soldati sbandati che segna la cifra di venti, non è indifferente, dovendosi pure mettere a calcolo le loro rispettive relazioni e famiglie:  conosceste con quanta risolutezza si rifiutarono alla ubbidienza de’ succitati ordini Mini­steriali: sapevate ancora, siccome ne sono informato, che i medesimi avessero pronun­ciato parole minacciose contro chiunque li obbligasse con la forza a farli ritornare nelle fila degli abbandonati eserciti. In conseguenza sarebbe mio avviso d’esser azzardoso e poco prudente affidare questa esecuzione alla Guardia nazionale del paese, perché veggo ragioni sufficienti dubitare di qualche funesto attrito o almeno sorgerebbero sicuramente delle animosità ed inimicizie capaci a turbare la pubblica quiete”.

Quindi io proponeva che il Sindaco nell’esporre a Lei in un quadro tale stato di cose avesse implorato il concorso di una forza straniera per la esecuzione in discorso. Questo mio divisa­mento veniva in quel momento approvato e ritenuto, quando con mia sorpresa e contro ogni mia aspettativa nel mattino del 30 Settembre detto (domenica) appresi che nella precedente notte quattro de’ soldati sbandati venivano arrestati e tradotti in carcere, e gli altri sedici sfug­girono le ricerche della Guardia Nazionale cittadina.

Questi ultimi poco dopo le ore meridiane dello stesso giorno diedero dei manifesti segni di un futuro disordine nel paese, perché riunendosi sopra le alture a vista degli abitanti spiega­rono bandiere con fazzoletti sopra aste di legno ora bianche, ora rosse ed altre volte nere con le grida ripetute di viva Francesco II.

Da tale avvenimento cominciarono la serie di dolenti e lagrimevoli note in questo sventura­to paese. Con la solita fermezza e con la mai alterata impassibilità nel dì seguente alla domenica mi accinsi al sollecito adempimento di quanto m’imponevano gli obblighi della cari­ca; ed infatti con alacrità là là iniziai il corrispondente processo criminale con la rubrica “riunione in banda di 16 soldati disertori ad oggetto di distruggere l’attuale Go­verno del Re Vittorio Emanuele”: raccolsi ed intesi regolarmente le deposizioni de’ molti te­stimoni di veduta: uffiziai quel Sindaco perché subito al margine del mio rapporto mi avesse fornito l’elenco de’ nomi e cognomi de’ soldati medesimi: rilasciai contro questi mandati di de­posito, che immantinenti feci giungere a quel Capitano Nazionale con apposito mio rapporto, interessandolo vivamente per la sollecita e pronta esecuzione e per la tutela del buon ordine del paese: partecipai con appresso a Lei l’avvenimento suddescritto con preghiera che si fosse spedito al più presto un competente numero di forza nel paese ad oggetto di assicurarsi de’ ri­petuti soldati latitanti, e raffermare almeno con la imponenza morale  della presenza della forza istessa , la pubblica tranquillità che vidi fin da allora minacciata: ed infine simili rapporti nell’un tempo si spediva al Signor Procuratore Generale in Lucera ed a’ Signori Governatore e Giudice Istruttore in S. Severo.

In effetti Ella si compiaceva di spedire colà un buon numero di armati tra Dragoni e Nazio­nali di Foggia, i quali vi giungevano il dì 2 Ottobre andante, sì che Ella si degnava con Uffizio tenermi avvisato del movimento di questa forza e dello scopo ancora di reprimere una insurre­zione manifestata nel vicino Comune di S. Marco in Lamis.

Dopo tre giorni di dimora in San Giovanni Rotondo ritornavano gli armati in Foggia, ed allo­ra i soldati ripetuti si tennero per le campagne apparendo in diversi punti or tutti uniti ed ora in poco numero, manifestando ovunque le premure di fornirsi di armi perloché violentemente s’impadronirono di due schioppi da due individui che li asportavano in campagna siccome rile­verebbesi dalle di costoro dichiarazioni annessate al processo suddetto.

Ed intanto i quattro soldati arrestati continuarono ad essere trattenuti nel carcere  senza cu­rarsi neanche gli armati che ritornarono in Foggia di colà condurli; e quando da costoro si apprese che nel mattino del sedici andante dovevano essere tradotti nel Capo-Luogo della Pro­vincia dalla Guardia nazionale cittadina dietro altra energica di Lei disposizione al Sindaco, nella notte precedente evasero di unita ad altri due arrestati germani imputati di omicidio vo­lontario mercé l’apertura di un foro nel muro, rimanendovi un solo individuo naturale di Man­fredonia incarcerato nel giorno precedente da quelli Nazionali per taluni detti pronunciati ten­denti a spargere il malcontento contro l’attuale Governo.

Denunciatami la evasione dal custode delle prigioni, nel mattino istesso mi accinsi premu­rosamente ad istruire il correlativo processo: accedei nel carcere col Cancelliere con due te­stimoni e con due periti muratori: si distese il verbale generico che assicurava la inesistenza de’ carcerati nelle prigioni, il foro praticato nel muro, ed il modo ed i mezzi tenutivi: incartai la dichiarazione del predetto detenuto naturale di Manfredonia: uffiziai quel Capitano Nazio­nale premurandolo per le ricerche e lo arresto degli evasi, non omettendo di ripetere le mie raccomandazioni per la conservazione dell’ordine e della tranquillità pubblica con efficacia e con tutt’i mezzi che erano in di lui potere: partecipai a Lei, siccome praticai con la mia corri­spondenza periodica agli altri Superiori della Provincia, con apposito mio rapporto segnante la data del 16 andante spedito con espresso, la evasione in soggetto e quanto operai al riguardo: ed in seguito nell’ultimo distinto periodo io spiegavami a Lei in questi termini:

“Mi è debito intanto manifestarLe che lo spirito pubblico è profondamente preoccupa­to da timore e da palpiti per un avvenire che si presenta tristo, sia perché si ha certezza che gli evasi si uniranno a’ soldati latitanti, e compremetteranno senza dubbio l’ordine e la pubblica tranquillità, ed infesteranno le campagne: sia perché sorde voci circolano nel paese di una dimostrazione retriva all’attuale Governo preparata da costoro per lo gior­no 21 andante, quando questo popolo dovrà  riunirsi in comizj per il voto di annessione. Ad oggetto di tutelare l’ordine pubblico e a titolo di previggenza stimerei che una compe­tente forza si movesse da codesto Capo-Luogo per questo paese.

E’ appunto questo l’oggetto precipuo della mia preghiera a Lei, compiacendosi dispor­re il pagamento di carlini dodici su questa Cassa Comunale per pedatico all’espresso”.

Non si diede il bene di un di Lei riscontro, ma invece col ritorno a me di mezzo suddetto mi arrivava assicurazione con carta con la testa in istampa Governo della Provincia di Capitanata etc. così scritta: “Si è ricevuta dal Signor Governatore l’Uffizio del Giudice Re­gio di San Giovanni Rotondo con la lodata del 16 Ottobre col numero 362” (se male non ri­cordassi tale cifra).

Nel giorno 20 corrente (Sabato) fu veduto comparire nel paese qualche soldato latitante ed in specialità il caporione D. Francesco Cascavilla ed in seguito nella sera a prim’ora fu com­presa una certa indignazione nel pubblico per talune ferite con stile cagionate dal Nazionale D. Vincenzo Irace contro un villano sulla piazza principale del paese.

La notte passò tranquilla. Nel dì seguente (Domenica) dalle prime ore del giorno si appalesò un movimento insolito nella gente che fece ingenerare da quel momento in tutti gli animi de’ buoni i più profondo ti­mori, siccome almeno intesi, tra me determinandomi perciò a rimanere in casa con la mia fa­miglia chiusa al meglio che potetti.

Fra le ore 16 e 17, quando la gente doveva riunirsi in Comizj nella Casa Comunale, com­parvero al largo del Palazzo Baronale i soldati disertori capitanati dal predetto D. Francesco Cascavilla e da Vincenzo Antini, da poco congedato dagli eserciti: alcuni di essi erano armati di schioppi, altri di armi bianche e pistole; e seguiti da numerosa gente tutta villana da essi lo­ro raccolta, la maggior parte della quale imbrandiva armi di diversa natura, e cioè schioppi, sciabole, pistole, falci, scuri, spiedi e grosse mazze, percorsero quasi tutte le strade dell’abi­tato gridando tutti ad alta voce sempre e ripetutamente Viva Francesco II. Così procedeva fin poco dopo le ore diciotto allorché si intesero con inaudito spavento una ventina di colpi di fucile che vennero tirati nella strada così detta Grande contro i sediziosi dalla Casa del Sin­daco e da altre vicine (siccome dopo appresi) i quali vi corrisposero. Ed intanto al primo com­parire della turbolente massa richiesi  degl’individui Nazionali e del di loro numero sotto le armi che si rattrovassero  nel Corpo di Guardia per mezzo del Nazionale Filippo Fini, alias Ricciardella, da cui mi si assicurava che vi erano quattro armati e non più: spedii lo stesso al Capitano e al Sindaco perché subito in mio nome avessero fatto raccogliere Nazionali armati  per resistere ai sediziosi e disperderli: sventuratamente compresi la inutilità de’ miei sforzi e vidi perciò perduta ogni speranza di refrenare il disordine.

Nel giorno la spedizione si spiegò più imponente e minacciosa col maggior concorso del popolo basso e di non pochi naturali di S. Marco, di ogni sesso ed età percorrendosi per tutte le strade del paese come nel mattino con le grida clamorose di Viva Francesco 2°. Poco dopo le ore ventiquattro si assaliva la bottega da Caffè di Antonio Maresca: si apriva la porta di en­trata, che era chiusa, a colpi di scure, e si menava a ruina quanto eravi al di dentro. In tale scempio usciva (una fucilata) da una finestra della casa di abitazione del Maresca, sovrapposta al Caffè, da cui fu mortalmente ferito il pastore Giovanni Placentino. Fu allora che spiegossi la più inaudita ferocia de’ sediziosi: assalivano impetuosamente detta casa, la rovistarono in tutt’i punti ed alla fine rinvennero l’infelice Maresca, che uccisero a morte con modi orrendi, lenti e strazianti menando il deforme cadavere sulla strada, su cui rimase esposto sino all’ora tarda del dì seguente.

Si assaliva la bottega di Guglielmo Fabrocini, venditore di generi di privativa; e rotta la porta di entrata anche con le scuri, lo ricercarono, non lo rinvennero, e misero alle fiamme tutti gli oggetti mobili di casa trasportati fuori sulla strada.

In seguito assalivano la bottega di Agostino Bocchino, venditore di mercerie: vi posero tutto a rubba, e gli avanzi inutili si gittarono sulla strada e si diede fuoco. S’impadronirono dell’infelice, e gli diedero la morte con inaudite sevizie trascinando il mostruoso cadavere nella pubblica piazza avvicinandosi a quello del Maresca.

Nel tale luttuoso frattempo più bandi si udirono pubblicare con modi minacciosi in nome del popolo obbligati specialmente a mettere lumi innanzi le case per tutta la notte con la mo­stra delle bandiere bianche; ed io dovetti allora uniformarmivi a causa della terribile condi­zione.

Questi lagrimevoli avvenimenti gittarono nel mio animo la più profonda tristezza, compre­sa dal terrore e dalla più straziante angosciosa dubbiezza della vita sì mia che della famiglia, ed ora siccome lo sarebbe ancora inconcepibile lo spettacolo luttuoso che si presentava alla mia attonita mente di un vicino avvenire , quale sciaguratamente avrebbe gittato nel baratro di tutte le possibili sventure quel paese emulato una volta da’ vicini Comuni per la goduta segnalata quiete.

Si passò la notte da’ sediziosi tra le clamorose e solite grida di Viva Francesco e col non interrotto sparo di schioppi come a festa; ed intanto il mio cuore mi sfuggiva dal petto e mi stimai quasi che istupidito.

Nel mattino seguente (Lunedì) i sediziosi vollero ad essi tutto il Clero, l’Arciprete, Sacer­doti e Galantuomini, il Capitano, il Sindaco, e me ancora, obbligandomi ad uscire di casa  pre­ceduto da bandiera bianca e tra le grida solite innanzi dette.

Si fece altro appello innanzi a me di altri individui notabili che vi mancavano, e tosto si obbligavano ad esser tra loro, e così riuniti s’impose di girare per le strade del paese, di gri­dare Viva Francesco 2°, e far sventolare i nostri rispettivi fazzoletti bianchi, di elevare le no­stre mani in alto e toglierci di tanto in tanto i cappelli e gittarli in aria.

Fummo poi tutti raccolti sullo spazio innanzi quel Giudicato Regio: si proposere altre vit­time alla ferocia de’ carnefici ed appena poté ottenersi a senso di transazione di chiudersi nelle prigioni i designati dal pubblico accecato, cioè dalla massa de’ sediziosi: crudelmente vi si dava esecuzione senza riguardo di condizione, di grado e di pericolante salute.

Spettacolo orrendo! Si volle il canto del Te Deum, e quell’arciprete e Reverendo Capitolo a manifesto malincuore dovette ubbidire e cedere, al quale intervennero ancora que’ monaci Cappuccini in Congrega, i quali si scesero sin dal mattino nel paese. Eppure si nutriva la spe­ranza di poter allontanare altre luttuose tristezze, allorché trovandomi tra’ sediziosi mi proposi tra me il disegno di non affrontarla e contrastarla di botto, ma invece insinuarmi pian piano con destrezza e buone maniere ne’ di loro animi, e guadagnarmi a gradi la loro confidenza, e disporli infine a rientrare in ordine. Ma i miei sforzi rimasero inutili, siccome inutile si rese ancora un discorso analogo pronunciato dall’Arciprete sul pergamo in Chiesa ed il bacio di pa­ce dal medesimo desiderato ed eseguito da tutti ed anche da me stesso eziando con i più schi­fosi. Insomma questi mezzi diedero ragione a’ vieppiù convincermi che l’accecamento de’ sedi­ziosi era tenacissimo siccome mi convinsi che un manifesto volere del Signore disponeva della totale ruina e distruzione di quel paese per le nostre gravi colpe. Sicché niuna preghiera, niun modo, niuna persuasione valsero dal frastornarli dalla risoluzione presa di menare a dete­nere nel carcere i designati loro creduti nemici.

Nel giorno siccome nella notte furono continuate le stesse grida con fanali nelle strade e lumi davanti tutte le abitazioni e con colpi non interrotti di schioppi. Si rimarchi che sin dalla Domenica il paese era circondato da sediziosi armati, i quali non permisero affatto l’uscita di chicchessia siccome l’entrata di qualunque fosse, impadronendosi delle lettere che vi arriva­vano da fuori, e le facevano di pubblica ragione, a cui soggiacquero financo due mie, una da Foggia e l’altra da Montesantangelo. Si scorgevano sempre tra loro non pochi naturali di S. Marco in Lamis della condizione più bassa e meschina.

Nel dì successivo (Martedì) balenava nel paese una tal quale speranza di calma: forse este­nuati nelle forze i sediziosi per mancanza di riposo: ma sciaguratamente questa calma appa­rente fu la foriera di più raccapricciante e sanguinoso massacro.

Pronunciavasi il volere del popolo verso il tardi di non portarsi affatto a favore de’ carce­rati con condizione che chi ne avrebbe ardito sarebbe stato là massacrato. Può solamente im­maginarsi da una mente fervida quali palpiti, quale continuo terrore affliggeva il mio atterrito ed annichilito animo, e molto più perché non potevami affatto riuscire allontanarmi con la famiglia da quell’abominevole terra, e vi sarei stato sicuramente annoverato tra quelle vittime con i miei se per poco si fosse destato tra’ sediziosi il più lieve sospetto della mia idea di una fuga.

Circa le ore venti si grida all’armi per il paese: si gittano bandi in nome del popolo perché tutti fossero accorsi a combattere con la truppa che si diceva venire. Il pianto era desolante delle donne, de’ fanciulle, de’ vecchi che lo abbandonavano fuggendo: continuo ed attivissimo lo andare e venire della gente per le strade gridando e chiedendo armi e munizioni: lugubre era il suono della campana che chiamava tutti all’armi, mossa dal suddetto caporione da me stesso osservato pel Campanile della Chiesa Matrice nel momento che transitai la strada di rimpetto. Mi manca la lena per poter in parte descrivere almeno il commovente spettacolo in quel momento che offriva la mia sventurata famiglia di quattro teneri figli, della moglie e di tre donne di servizio: mi chiedevano con abbondanti e calde lagrime un asilo; mi scongiuravano perché li avessi fatto abbandonare il paese: mi proponevano di additarli una strada per un paese qualunque: mi raccomandavano la mia vita: mi sforzai confortarli e loro insinuai a prendere la volta di Montesant’angelo dandomi a credere che così si fosse praticato. Ed intanto io era richiesto da’ sediziosi a prender parte alla pugna fin nella mia casa con orri­bili e spaventevoli minacce: mi mostrai lesto e pronto: mi armai di un fucile: continue ed im­portune erano le premure ed istanze a me per armi e munizioni benché rimanesse in casa mia un fucile e un cangiarro, da cui partivo chiudendo il solo portone di entrata rimanendo aperte le finestre: per le strade mi diedi a credere pronto a combattere, e fermatomi un poco sotto gli olmi poco fuori l’abitato (mi convello ancora per l’errore) si avanzi a me e ad altri astanti un individuo pastore di volto truce e pieno di brutale ferocia con una scure tra le mani grondante fin dal manico di sangue caldo ancora fumante, che presentava alla vista e così profferiva (dammi, Signore, forza a consacrare l’orribile racconto sulla carta):

- Tutti i carcerati sono stati uccisi, eppure il figlio di Irace si è finto morto e se ne è scappato, ed io l’ho arrivato nella strada delle case nuove, e l’ho fatto.

Alzò poscia quella spaventevole arma sul mio capo in atti di ferirmi dicendo:

- Andiamo a combattere tutti, e tu pure devi con noi venire.

Per fortunato incidente scomparve da me quel mostro e benché ignorassi il di lui nome e cognome, sarebbe sempre liquidabile come uccisore di  Irace per la pubblica strada.

Per sorte la gente si diradava nel paese: per sorte chiamai a me Luigi Cascavilla mio vicino di casa, che era poco da me discosto: gli dimandai perché non era armato, ed alla di lui rispo­sta di non aver armi, mi finsi premuroso a volerlo munire mostrandomi sollecito ed a passo celere di condurlo fino al mio Giardino (luogo distante dal paese circa dugento passi) per provvederlo delle armi del mio vignaiolo: correndo arrivai colà col Cascavilla: vi rinvenni la mia desolata famiglia e lavorai al cammino per Montesantangelo in compagnia del vignaiolo Antonio Priore: manifestai il mio bisogno di una vettura al Cascavilla per andare alla pugna, e lo incaricai di rilevare il mio cavallo da sella dalla casa dandogli la chiave del portone: mi viene dopo tempo l’animale suddetto e allora fu che al medesimo Cascavilla a mani giunte espressi le mie calorose preghiere perché avesse guidata la mia famiglia nel cammino per Montesantangelo e se ne fosse interessato: egli si offrì volentieri promettendomi il sacrificio della propria vita a mio riguardo e partiva.  Montai il mio cavallo dandomi a vedere che mi di­rigeva alla volta della truppa fiancheggiando in molta distanza e lentamente la strada rotabile, in cui la gente a folla correva ad affrontare pretesi nemici: cominciai a varcare piccole alture che mi allontanavano dall’altrui vista: e quando mi stimai certo che niuno avesse potuto vede­rmi e conoscere della direzione da me intrapresa precipitosamente valicai scoscese, dirupi e burroni finché giunsi nella difesa boscosa Campolato discosto dall’abitato circa cinque miglia, ove mi credei aver salvata la vita. Dal profondo del cuore ringraziai la Provvidenza del favore concessomi avendomi potuto colà giovare sempre della foltezza del bosco per schernirmi  coll’altrui veduta, e dalla vicina strada rotabile col soccorso del mio cavallo nel caso di assalto de’ manigoldi quando si fossero avvertiti della mia fuga.

Impertanto il mio animo era tormentato da tristi timori pel destino della mia famiglia che non era da me veduta a lunga distanza da me designata: quali manie, quali angoscie, quale feb­brile agitazione mi tormentava a morte! Quale sorte era stata preparata per i miei figli, per la moglie mia? Forse furono anch’essi vittime di que’ carnefici che cercavano di me? Oppure avevano gli sventurati soccombuto ai disagi del viaggio? Fra me stesso dicea come frenetico: quale colpa avevano essi di tale morte, e perché non risparmiare le loro vite a costo della mia che ho conservato finora per la famiglia? Un mio smanioso andare e venire per la difesa: mi risolvetti attendere l’oscurarsi del giorno con fermezza di spingermi fino alle mura del paese e rintracciare la mia famiglia, e così facendo mi avvertii di un calpestio di gente lontano dalla strada che io batteva circa cento passi, a cui avvicinatomi riconobbi esser quelli che facevano il mio desiderio. Quale piacevole, scambievole sorpresa? Mi limitai a scambiare pochissime parole con la moglie: le additai il cammino e pregai la medesima che tutti nel caso di assali­mento de’ cannibali di sostenere nulla conoscere di me essendomi diretto per la Puglia: mi allontanai frettolosamente procedendo molto innanzi nel viaggio sino alle ore cinque della notte quando percorrendosi un tratto di circa miglia dodici si giunse nella casa rurale del mio cognato D. Francescomaria de Angelis nella contrada Montagna in tenimento di Manfredonia. La mia famiglia si adattò alla scarsezza de’ comodi per rinfrancarsi alquanto de’ disagi del cammino, ed io tormentato di continuo da’ dubbi di qualche assalto mi misi fuori dalla casa predetta a guardia finché raccoltisi colà  un numero di que’ buoni abitanti della Contrada e ta­luni armati di fucili come Nazionali, dietro avviso fatto loro da me giungere, e fornitomi da’ medesimi di vetture mi giovai delle stesse per recarmi il dimani a buon’ora nel Comune di Montesantangelo.

Non debbo omettere notare che nell’incontro da me fatto con la Famiglia rinvenni sola­mente D. Antonio Palumbo, la di costui moglie ed altre donne che lo facevano compagnia mentreché il Cascavilla ed il vignaiolo Priore si erano spediti dalla mia moglie verso l’abitato per rintracciare me e conoscere della mia sorte asportando essi un fucile con giberna, che io affi­dava a mio figlio maggiore per la propria difesa allorché fuggiva dal paese. I predetti Priore e Cascavilla vedute infruttuose le loro ricerche di me ritornarono per raggiungere la Famiglia unitamente al mio massaro alle pecore Nicola Leggiero, e giungevano la notte in questo abita­to circa le ore sette ove credevano rinvenire la detta mia Famiglia. F.to il Supplente F.F. nel Circondario di  San Giovanni Rotondo Tommaso Giordani[9]

Il rapporto di Don Gennaro Padovano

Su D. Gennaro Padovano, Capitano della G. N., pesa il sospetto di  essersi dato ammalato durante la reazione e di essere poi fuggito alla volta di San Severo.

Proviamo a calarci nei suoi panni. Cosa poteva fare il comandante di un drappello di guardie inesperte e male armate, schierate  per lo più dalla parte dei rivoltosi?  Egli aveva ripetutamente informato i superiori del precipitare degli avvenimenti, chiedendo, senza esito, i desiderati rinforzi. Non era stato forse lui, così come gli era stato ordinato,  a far eseguire i primi arresti? Non fu arrestato lui stesso, come gli altri liberali, e poi liberato? Era colpa sua se i suoi concittadini si erano messi in testa di fare la rivoluzione? Intervenire contro le ingrossate file dei reazionari era cosa ben diversa che agire contro i soli soldati sbandati, che già costituivano un problema rilevante, perché c’era da tirarsi dietro l’odio di buona parte della popolazione sangiovannese. Sull’altra sponda sfilavano volti di amici, parenti o semplici concittadini. Forse ciò lo indusse a pensare che un nuovo intervento della G. N.  sarebbe servito solo a far scorrere copiosi rivoli di sangue fraterno. Che responsabilità immane pesava sulle sue spalle! Perché non avevano inviato i soldati dal capoluogo? Loro, più numerosi e più convenientemente armati, avrebbero affrontato di petto la situazione, con il dovuto distacco psicologico. Quali che siano stati i suoi pensieri in quelle ore terribili, il Padovano non avrebbe potuto mai e poi mai immaginare ciò che stava per accadere.

Terminato l’eccidio, rimase frastornato per tanta crudeltà ed espresse giudizi che, come quelli del giudice Giordani,  pesano ancora come macigni. Corre l’obbligo, a costo di sembrare ripetitivi, ascoltare anche la sua voce:  

 “Comando della Guardia Nazionale. San Giovanni Rotondo 29 ottobre 1860.

Signor  Governatore, i luttuosi avvenimenti che funestarono ne’ passati giorni, a contare dal 21 caduto ottobre, il paese di San Giovanni Rotondo, e contribuirono a contristare il cuore di quanti ebbero ad ap­prendere le sfrenatezze e le orgie infernali di una gente che nei tratti di sua crudeltà si mostrò più efferata de’ stessi cannibali, mi costrinsero ad emigrare, per campar la vita, in unione della famiglia mia, e ricoverarmi in San Severo dal turbine che distrusse la proprietà, e mieté la vita di tanti che invano invocarono soccorsi e chiesero pietà a quei che avevano il cuore a’ senti­menti di pietà serrato.

Or a compiacimento del mio dovere di Capitano di questa Guardia nazionale, e perché la Giustizia raggiunga il suo scopo vengo a riferirla la chiave tristissima di quelle sciagure le quali furono in parte da me sofferte , ed in altra mi vennero da fonte sicura narrate.

Fin dal cadente mese ebbi ad avvedermi che nel mio comune si mostrava un’irrequietezza, ed io non mancai di tenerne ufiziato Voi Sig. Governatore domandandogli provvidenze onde reprimere i primi canali di un possibile movimento ed a prevenire qualunque sinistro evento non mancai adibirmi con altri che àn cuore, perché avessero concorso alla tranquillità del pae­se. Fraditanto io osservava la mancanza di moltissime delle Guardie Nazionali restii al coman­do, sordi alle preghiere, e pure ne feci rapporto alle Autorità, poiché privo dell’appoggio fisi­co e morale di quelli che avrebbero dovuto vegliare a tutela dell’ordine e a difesa della vita e della proprietà, io mi vedeva impossibilitato a poter compiere que’ doveri che al mio grado di Capitano, ed alla mia qualità di cittadino erano congiunti. Io mi avvidi che la concordia nel paese era venuta a mancare per opera di Soldati fuggiti dalle armi, e ne scrissi al Sottogoverna­tore in San Severo, il quale mi rispose di averne partecipato al Sig. Governatore il mio ufizio, giusto il rapporto del dì 11 ott. corr.

Vivevamo una vita di palpiti quando sorgeva il giorno 21 ott. destinato alla votazione per Comizi. Diedi ordine perché 150 Nazionali si fossero messi sotto le armi ma trenta appena ri­sposero allo invito. Cominciava la votazione quando gli sbandati alla testa del cafonismo grida­rono Viva Francesco 2°, e dopo tempo tirarono una fucilata alle persone di guardia, le quali mossero a prevenire seri sconcerti che si prevedevano prossimi. Il popolo cominciò a far calca con ogni maniera di armi - quindi un domandare - un rispondere - un confuso gridare - ed in ultimo le voci di aperta ribellione, per le quali la Commissione già riunita dovè sciogliersi per la minaccia della vita. Furono con impeto e con disprezzo abbassati, e fatti in pezzi gli Stemmi della Casa Savoia, rimessi quelli di Francesco 2°, al segno tricolore il bianco sosti­tuito.

Il popolo insolentiva e percorreva armato le vie del paese. Altri mossero a dimandar soc­corso al vicino comune di Sammarco, e giunti questi verso le ore ventuno si riunirono in cima all’abitato ed in colonna tutti armati sbucarono per tutte le strade e con grida ripetute e smoda­te si riunirono in piazza ed incominciarono il disarmo ed uccidere chi si fosse mostrato restio a consegnare le armi.

Le prime vittime del furore popolare furono Agostino Bocchino e Antonio Maresca, Na­zionali morti e seviziati, e due altri, Placentino pur morto, e Leonardo Grifa ferito. Per tutta la notte che perdurò angoscioso fu perdurato il disarmo con crescente baldanza delle masse , le quali si mostravano capaci ad usar tutto sotto la direzione de’ famosi Vincenzo Antini, soldato congedato, e Francesco Cascavilla, sbandato.

Chi mi darà la lena perché io scriva i fatti che ebbero a verificarsi nel 22 ottobre? La storia registrerà nei suoi annali questa giornata, nella quale un popolo che veniva dolcissimo riputato venne a rompere in eccesso di tanta crudeltà e ferocia, che non ebbero né avranno simili nella leggenda de’ popoli, e delle nazioni incivilite. Un’ondata di popolo armato assalì la mia casa. Si domandò che avessi aperto l’uscio, in opposto mi avrebbero con la famiglia incendiato. Si chiese mi fossi recato in piazza. Infermo com’ero mi tolsi dal letto, e fidato del patrocinio de’ Santi nella purezza del mio sentire, nella coscienza del mio operato, mossi in compagnia di quei ribaldi al luogo designato. La gente era stirata, le armi erano in alto brandite - io vedeva vicino a me le scure pronte a mozzarmi il capo - i fucili spianati per farmi saltare le cervella. Si vollero con me i due Sig.ri d’Errico ed altri e col Sindaco che strinsero puranco con furia, fummo a quelle case menati. Colà si domandò: Cosa faremo di D. Gennaro Padovano - An­drà in carcere o sarà liberato?. Il popolo s’era fatto sovrano! cosa orrenda a narrarsi! Dov’e­rano i miei molti salariati, dove le persone di fiducia? Solo abbandonato da tutt’i miei, io pen­dea tra la vita e la morte: sul mio capo era da pronunziarsi una condanna che si sarebbe allo istante eseguita. Io mi credea col piede sull’orlo del sepolcro. Fu un dibattersi un gridare si, no, vada in carcere, sia liberato.

Sì è un capo urbano - fu l’ultima parola del popolo che fé tornare ai suoi uffizii la vita. Io perché infermo fui menato in mia casa tra le lagrime de’ miei figli che mi piangevano estinto. E qui àn termine quei fatti che furono per me infermo verificate. Il resto mi venne per altro ap­preso.

Il popolo continuava a giudicare. Deliberò degni di carcere Terenzio Ventrella, Luigi d’Er­rico, Errico d’Errico, Tommaso Lecce, Giuseppe Tommaso e Vincenzo padre e figli Irace, Celestino Sabatelli, Achille Giuva, Nicola Maria del Grosso, Gennaro Cascavilla, Matteo Fini, Sacerdote Luigi Merla e di costui germano Achille, Alfonso e Costantino Mucci, Guglielmo Fabrocino, Paolo Franco, Francesco Paolo Russo, Francesco Ruggiero, Michele Fazzano.[10]

Anche il Sindaco D. Vincenzo Cafaro, D. Michele Collicelli 1° Eletto ed altri vennero giudicati e la dibattuta sentenza ebbe a riescire a’ medesimi per la salvezza.

Erano le ore 17, e furono a nome del popolo proclamate le grida che chiunque avesse pe­rorato la causa de’ giudicati sarebbe stato fucilato. Si conobbe allora qual sorta a quegl’infelici era serbata!

Al furore popolare (s)fuggirono D. Antonio Lisa, D. Vincenzo d’Errico, Leandro, Paolo e Ni­cola Cascavilla, Michele Lauricelli, e il Sacerdote Paolo Cascavilla dannati puranche a morte, e cercati per spegnerli, ma invano, poiché si erano altrove rifugiati.

Furono promulgate altre grida a nome del popolo delle quali una annientava la Costituzione e un’altra dichiarava che se si fosse chiamata la forza sarebbero cominciate le esecuzioni. E così cadevano le ombre, le quali avrebbero dovuto durare eterne, perché non si fosse mostrato il mattino del 23 ottobre.

Il popolo non depose le armi tutta la notte. Il sole nascente li ritrovò armati e più fitti e fe­roci, quando verso le ore venti, per mezzo di un fido araldo si conobbe che la forza era per giungere. Non v’era altro che ad eseguire la sentenza già prolata.

Oh Dio! La penna mi sfugge dal vergare quell’orroroso momento, e dal descrivere minuta­mente ciò che si avverò. Negati financo i conforti della  religione,[11]  indi alle grida di spegnersi subito i carcerati, si udì immantinenti una fitta e protratta esplosione nella prigione. Quegli in­felici erano stati tutti morti e di poi seviziati e saccheggiati. Campò il solo militare congedato Vincenzo Irace. Attleta nelle forme, dopo aver veduti uccisi il padre e il fratello, ruppe la calca del popolo, fuggì dalle carcere, ma fu raggiunto a colpi di scure.

Poco dopo s’udirono le insolenti grida di Vincenzo Antini e Nicola Siena mostrando le armi intinte di sangue e grondanti dicevano aver quelli dati gli ultimi colpi di grazia a’ giusti­ziati.

Le ombre ritornavano a coprire il paese. Il popolo meditava altre vendette, si pronunzieran­no nuovi giudizii. Io mi abbracciai la mia consorte ed i figli miei, e col favore delle tenebre esulavamo dalle nostre case e movemmo per un bosco alla volta di Sammarco in Lamis, ove nemmanco trovandoci sicuri ed esposti a novelli pericoli di aver per due altri giorni e due notti girato tra le più irte montagne, tra fossi e spine. E prendemmo la via di Sansevero, e colà nel mattino del 27 ottobre giungemmo.

E così chiudo la mia narrazione, dalla quale Sig. Governatore attingerà la giustizia, le no­zioni de’ fatti necessarie, perché non rimangano tante barbarie impunite, e perché il sangue sia col sangue scontato.

Prego Voi Sig. Governatore a rimettere copia di questo mio ufizio alle SS.EE. i Ministri di Grazia e Giustizia, dell’Interno e di Polizia ed agli altri superiori. F.to Il Capitano della Guardia nazionale Gennaro Padovano”.[12]

  continua

[1] ASF, pol.,  s. I, b. 339.

[2] La data esatta è il 21 ottobre 1860.

[3] Giuseppe Tardio,  Rimembranze - Diario di vita politica e amministrrativa di un paese del Gargano (1860-1899), a cura di Tommaso Nardella e Giuseppe Soccio, Foggia, Quaderni del Sud, 1995, p. 36 e segg.

[4] M. Cesare Rebecchi, op. cit.

[5] ASF, pol., s. I, b. 339.

[6] ASF, pol., s. I, b. 313 , fasc. 3076, incarto Per un Cannone spedito a San Giovanni Rotondo.

[7] L’autore annotò  a mano : “Essi furono l’arciprete L. Bramante, Raffaele Padovano, Gen­naro Padovano ed altri per aver sborsato denaro”; poi depennò l’annotazione, forse preso dallo scrupolo o dal dubbio.

[8] Le successive edizioni sono: 1) G. D’Errico, La Reazione di SAN GIOVANNI ROTONDO, Pagina Storica del 1860, San Severo, Tip. V.Vecchi e Comp., 1886; 2) G. D’Errico, La Reazione borbonica dall’ottobre al novembre 1860 di San Giovanni Rotondo, Foggia, 1914.

[9] Fotocopia.

[10] Il Padovano dimenticò di citare Alessandro Campanile.

[11] Come appureremo più avanti, il Clero non volle impartire gli ultimi conforti religiosi neppure ai dieci reazionari condannati a morte, che furono confessati da un frate liberalissimo che aveva accompagnato i garibaldini in qualità di cappellano militare (Padre Urbano da S. Marco in Lamis).

[12] Fotocopia.

 

www.padrepioesangiovannirotondo.it