Scoppia la seconda reazione
sammarchese
Qualche settimana prima il sindaco di S. Marco
in Lamis Leonardo Giuliani aveva fatto il possibile per evitare che le voci
sediziose avessero potuto influenzare o impedire l’ormai prossimo
Plebiscito. Naturalmente si era augurato che la “cassolina del Sì” si fosse
colmata, “così come era desiderio dei buoni cittadini”. Aveva anche tentato di
mantenere sereno lo spirito pubblico della cittadina con questo
bando, fatto affiggere nei luoghi pubblici:
“Cittadini, voi vi riunirete con
Noi in Consiglio Domenica prossima alle ore 13 nella Sala Comunale. Ne sapete il
perché? In questa riunione conoscerete la vostra dignità, e nella quale vi à
posto il riordinamento della cosa pubblica sotto gli auspicii dell’Invitto
Dittatore. Applaudite a’ suoi voti, che sono quelli che scendono dal Cielo per
farci felici. L’ordine Libertà germoglia tra Noi. Per esso si avrà una giustizia
imparziale, l’incoraggiamento all’agricoltura, ed il commercio, il rispetto alla
Religione ed a’ suoi Ministri. Il vessillo tricolore con la Croce di Savoja non
vi spaventi. In esso racchiudono le tre virtù Teologali, che come Cristiani
professiamo; fede, cioè, speranza, ed amore, e Voi, col pronunziare il Sì
concorrerete a mettere una pietra nell’edifizio Sociale. Siete però liberi a
profferire anche il No: ma badate che ciò facendo non sanerete la piaga
putidra che nel Cuore della Patria non à guari avete aperta per una stolta
letizia, nella quale a precipizio vi siete buttati per false notizie venutevi da
lontano, e da uomini perversi: non ricanserete i castighi ed il pubblico
risentimento.
Cittadini, Mi chiamate Padre, ed io
da figli vi ò amato, e vi amo. Nella mia avvanzata età fui chiamato a porre mano
all’aratro: ci diedi la mia annuenza a solo oggetto di concorrere al vostro
meglio, e procurare il vostro bene. Sentiste le mie voci, e vi siete ritirati
speranzati dalle sconsigliate defraudazioni sopra i Demani Comunali: le sentiste
quando mi dirigeva alla Guardia Cittadina per mantenervi nel buon ordine, e
nella pubblica quiete, e voi come assonnati in placido riposo non vi scuoteste
alle tumultuose Voci de’ popoli vicini, serbando sempre il rispetto ai
Magistrati, e l’osservanza alle leggi di che i Governanti si erano paghi e
contenti. Ma infine tutto ad un tratto cadeste nel precipizio, e chi vi salverà?
Chi salverà la Patria, le vostre famiglie, i vostri figli, Voi medesimi? Un
Si che profferirete sarà l’antidoto salutare, e questa da voi provoca,
questo con tutta l’espansione di cuore mi attendo.
Ascoltate altra volta le mie voci paterne, e sarete tranquilli.
S. Marco in Lamis, lì 18 ottobre 1860. Il Sindaco Leonardo Giuliani”.
Ma, nulla si può opporre alla forza
dell’insinuazione, quando non si sa riconoscerla. Questa volta alla popolazione
sammarchese fu fatto credere che le truppe guidate dal Gen. Romano venivano per
distruggere il loro paese.
Racconta il medico Giuseppe Tardio, notissimo
liberale sammarchese, in un suo diario:
“A dì 20 ottobre,[2]
giorno fissato pel solenne plebiscito delle province napolitane, scoppia una
reazione nel vicino comune di San Giovanni Rotondo, durante la quale con una
efferatezza senza esempio muoiono, per mano della furibonda plebe
sgozzati, 24 distinti cittadini, tra cui un giovane notaro di S. Marco, di molto
ingegno dotato, a nome di Paolo Franco. Oh! crudeltà inaudita! Chi moveva la
plebe a fare si crudo scempio degli uomini notabili per sapere e virtù?
La penna si arresta inorridita, né io ho la forza di proseguire tanto è l’orrore
che mi ispira la memoria del luttuoso avvenimento ne’ suoi atroci
particolari...! Alla notizia della reazione di San Giovanni, da Foggia si
spediscono truppe di Garibaldini; e come la notte di lunedì giungono a Rignano,
si sparge la voce dei Rossi che in gran numero, nemici di Dio e della patria,
erano diretti contro S. Marco per metterlo a sacco e fuoco. Che avresti veduto!
In un attimo a suono di trombe si svegliavano i cittadini, altri si prendono
l’incarico di andare per le campagne a richiamare quei che per ragioni
d’industria agraria vi si trovano; e pria che fosse giorno il paese tutto è in
armi e deciso di combattere ad oltranza contro i Garibaldini. Non valgono le
persuasioni de’ buoni, che dicono esser quella forza diretta contro San Giovanni
Rotondo per rimettersi l’ordine e consegnare alla giustizia i malvagi che
perpretarono a sangue freddo l’orribile strage, dapoiché, insinuati dai tristi e
reazionari, si mantengono in armi risoluti di combattere l’invasione, come essi
dicevano, del nemico. Circa il mezzodì disordinati e senza un capo intelligente
muovono verso Rignano; ed alla metà della strada sarebbe avvenuto il fatale
scontro se una fitta nebbia tra i due corpi da renderli l’un l’altro invisibili
non si frapponeva.
Ritornati in paese, cominciano a far requisizioni d’armi e munizioni presso i
proprietari che si tenevano già preventivamente in istato d’assedio. Lo
squallore si legge sul volto dei minacciati, come la baldanza in tutti gli atti
degli insorti: Durò circa due giorni quest’anarchia, temendosi ad ora ad ora,
che una plebe fanatica e briaca di sangue, non guidata che dall’istinto di
misfare, non si abbandonasse ad ogni eccesso, ad ogni nefandezza.
Come Dio volle, finalmente si lasciarono i più turbolenti persuadere di
accogliere i Garibaldini come amici; ed i proprietari si obbligarono di sborsare
per l’atto di ribellione una tassa di guerra di tre mila ducati al Capo della
Provincia.
Per somma ventura non si ebbe a deplorare né un fatto di sangue, non incendio,
né saccheggio. Si ridusse l’insano moto ad una mossa inutile d’ostilità contro i
Garibaldini ed a semplice minaccia contro la vita e sostanza degli agiati
cittadini, massime di quei tenuti in conto di patrioti. Fortunati noi!
Questa seconda reazione, men deplorevole della prima nei fatti consumati, fu
ugualmente feconda di sinistre conseguenze, quando si considera che la massa in
entrambi i moti ebbe a riconoscere in sé la prepotente forza ed a pregustare la
voluttà di brutali passioni. Chi risvegliò il sonnolento leone? Guai per
l’avvenire, se l’istruzione, togliendo dalla crassa ignoranza che lo avvince,
non venga ad illuminargli la mente, a correggergli il cuore, a renderlo perciò
mite nei suoi bisogni, gentile nei suoi costumi. Oh! come bisogna trepidare sino
a che non giunga tanto prezioso momento!...”.
Per domare l’insurrezione furono impiegati il
secondo ed il terzo battablione. Cesare Rebecchi descrive il contatto delle
truppe con i reazionari:
“...Fraditanto la dimane del 26 ottobre, il secondo battaglione della brigata
Peuceta occupante Rignano, muoveva alla volta di San Giovanni Rotondo. Dopo una
penosa marcia di molte ore, fra dirupati ed erti monti, ed a vista di S. Marco
si attaccava coi ribelli, che già avevano nominato il Pro-Dittatore
Cascavilla ed Antini. Costoro pei primi provocarono il fuoco, occupando una
posizione vantaggiosa, che fu presa dalle avanguardie con vivissima fucilata, ma
sopravvenuta in quel mezzo fitta nebbia, fu gioco forza non impegnare una
frazione fra le tenebre ed ignoti siti, sicché batteva ritirata. Non era che
un’ora e i volontari reazionari, i quali alla corsa offrivano battaglia ai
militi Peuceti. In quel supremo momento nel quale il numero degli assalitori
avrebbe screziate le file dei giovani militi d’un certo scoramento, ogni
speranza rannodandosi nella fermezza ed energia del condottiero, che a far salvo
l’onore ed il paese, determinava: vincere o morire. Epperò il valoroso allora
capitano Francesco Calò, dopo aver ordinate le compagnie, le spingeva a
combattere con sentite parole italiane”.
La reazione sangiovannese e quella sammarchese,
dunque, avevano gli stessi registi: il Cascavilla e l’Antini. Del resto
il Cap. Padovano, già l’8 ottobre aveva rapportato al Governatore che il
pubblico attribuiva al “sediziosissimo Caporione sbandito anzidetto Cascavilla”
la colpa della reazione che infiammava S. Marco in Lamis. Il lettore noterà
anche le notevoli affinità della reazione sangiovannese con quella scoppiata
contemporaneamente nella vicina Cagnano.
La reazione di
Cagnano
Verso mezzogiorno del 24 ottobre 1860, mentre il
sindaco e il decurionato stavano sul Municipio di Cagnano per raccogliere i voti
del plebiscito, una moltitudine di contadini ammutinati, nella quale si distinse
molta gente di altri paesi, si riversò nelle strade al solito grido di Viva
Francesco II. Invitati a sciogliere l’assembramento, rifiutavano,
pretendendo che la votazione fosse fatta in pubblico. La situazioni precipitò. I
fatti sono riassunti nella sentenza del Consiglio Subitaneo di Guerra che si
insediò pure in quel Comune, sotto la presidenza di Francesco D’Errico.
“Da quel momento (i rivoltosi) continuarono ne’ moti reazionari obbligando i
galantuomini ad uscire sulla strada e ripetere le sediziose grida. Nei giorni
seguenti portarono in trionfo una bandiera bianca con lo stemma borbonico,
penetrarono nel posto di guardia devastandone tutto il mobilio novello fatto per
la Guardia Nazionale, e finirono nel quarto giorno di assaltare a mano armata la
casa di Salvatore Donataccio, ed incendiandone la porta di ingresso, tirarono
molti colpi contro lo stesso, perocché ne rimase vittima il cennato Salvatore.
Scassinarono pure il di lui magazzino mettendo a ruba ed a sacco tutti i generi
che vi erano; né contenti di ciò, ritornando al domicilio di esso Salvatore,
trovandolo freddo cadavere lo condussero trascinandolo per terra sulla piazza
del Comune medesimo schernendolo di diversi modi sino a che per opera di taluni
probi cittadini venne sepolto in un luogo profano. Nel corso di detti giorni D.
Giuseppe Pepe veniva arrestato da quella gente e rinchiuso nel carcere dal quale
la grazia ottenne, indi la liberazione. Satisfatte in tal modo le violenti
passioni tutto ritornò in calma...”.
Il Consiglio di guerra pronunciò la sentenza
contro trentacinque imputati cagnanesi. Riconobbe come capi della rivolta Paolo
Gianqualano di Berardino e Nunzio Scirtuicchio, condannati alla pena di morte
mediante fucilazione. Tutti gli altri furono condannati a trent’anni di ferri
ciascuno. Le due condanne a morte, così come per altri tre reazionari
sangiovannesi, furono sospese per poi essere commutate nei lavori forzati a vita
con provvedimento Reale.
A S. Marco ci sarà una terza reazione, più
cruenta delle prime due, iniziata la sera del 2 giugno 1861, giorno della
festa dello Statuto Nazionale. Qui “una massa di uomini e donne, piena dallo
spirito diabolico di uccidere e di rubare”, istigata accanitamente da parecchi
“galantuomini” borbonici, tra cui quel Cesare De Bellis di cui già ci siamo
occupati, attese e diede man forte ad una cinquantina di briganti a cavallo
capeggiati dai famigerati Angelo Maria del Sambro e Agostino Nardella. Per due
giorni i briganti diventarono padroni assoluti del paese, uccidendo tre guardie
mobili. Ma l’arrivo dei soldati del Maggiore Ernesto Facino mandò a monte il
piano di distruggere le famiglie liberali sammarchesi.
Da Rignano si
deplora la reazione sangiovannese
Il Sindaco di Rignano Garganico,
Gioacchino Piccirilli, il 26 ottobre 1860 scrive al Governatore:
“La rivolta di San Giovanni Rotondo rinvigorisce sempre più secondo le notizie
che abbiamo qui ricevuto. Si dice un tremila gli armati accorsi da quasi tutti i
Paesi del Gargano, i quali sono entusiastati gagliardamente. A me pare che non
sia possibile sedarla prontamente. Se è vero un sì grande numero di rivoltosi,
io direi non essere prudenza ora attaccarli in posizioni vantaggiose, tenendo
sicure ritirate sui monti.
Tutt’i proprietari di qui jeri fuggirono: taluni son rimasti incoraggiati
dall’annunzio che assicurava una poderosa forza. Tutti fuggono, spaventati dalle
atroci uccisioni eseguite in San Giovanni Rotondo, e quei barbari non si
rimasero alle soli morti date a 22 padri di famiglia, ma colle scuri tagliarono
il capo degli uccisi, e delle membra sanguinose ne fecero crudele macello.
Se da qui parte la truppa il Paese rimarrà deserto, perché tutti ce ne andremo
altrove per non incorrere nella stessa sorte.
Altro delitto non avevano gli uccisi che quello di essere liberali.
Intanto debbo ancora assicurarla che verso l’ora tarda la truppa à voluto fare
una escursione vedendosi grandi attruppamenti di armati sulle vette de’ monti di
prospetto a Rignano, e siccome il tempo non era sereno e la nebbia invadeva
quelle posizioni il Generale andò innanzi a tiro di fucile dagli attruppamenti e
furono scambiate delle schioppettate vicendevolmente; ma nulla avvenne di
sinistro.
Signore, se la truppa va via da qui noi dobbiamo fuggire la ferocia Borbonica e
questo Paese si abbandonerà. Le raccomando rapportare alle Autorità Superiori
occorreranno forze più considerevoli a reprimere , se si può tanto ... (?),
ovvero distruggere i due Paesi in piena rivolta...”.
In caso di resistenza le truppe avrebbe usato
anche armi pesanti. Esse disponevano di due cannoni. Uno di essi, calibro sei,
sfornito di affusto, era stato dato in prestito dal comandante della Guardia
Nazionale di Barletta Nicola de Nittis ad un certo Carlo Vitulano, per essere
usato a San Giovanni. L’affusto fu immediatamente costruito in Manfredonia, con
legname di Raffaele Prencipe. Dopo sei mesi, i due andavano ancora
reclamando i loro diritti. Il primo esigeva dal Governatore di Capitanata la
restituzione del cannone di ferro. Il secondo, voleva l’indennizzo di ducati
nove per il legname “presogli dalla Nazione e dall’ingegniere”, ed invocava la
Grazia dalla saggezza del Governatore, sicuro di ottenerla “come dal Cielo”.
Leggiamo ora l’ultimo capitolo della
pubblicazione di G. D’Errico.
V
La via degli empi
è come una caligine;
Essi non sanno in che incappano.
Prov.,
cap. IV, v. 19
Il
malvagio d’ora in ora non resterà impunito;
ma
la progenie de’ giusti scamperà.
Idem, cap. XI, v. 21
Entrate le dette truppe, prima cura fu l’arresto
dei delinquenti.
Ed invero furono imprigionati tutti i veri autori dei massacri, sebbene poscia
taluni fossero liberati. Altri capi esecutori materiali si posero in fuga
scorazzando la campagna, ma dietro accurate ricerche furono in parte
acchiappati. La prima istruzione, fatta sotto il procuratore Rossi, fu
esattissima. Essa venne stampata e io credo inutile trascriverla, essendo stata
resa pubblica dalla giustizia. Dopo gli arresti degli accusati, fu fatto il
plebiscito, che far dovevasi nel decorso giorno 21; e fu pel si quasi ad
unanimità di voti, e ciò per timore: Fu stabilita la tassa dal signor Gaetano
del Giudice, Governatore della Provincia di Capitanata, in ducati ottomila, pari
a lire 34.000, e venne divisa per ogni singola famiglia di proprietari.
Nel dì 9 novembre, seguente mese, avvenne
l’installazione del consiglio di guerra per giudicare degli eccidi commessi, la
cui sentenza riporto per intero copiandola dallo stampato ad litteram; essa è la
seguente:
ITALIA E VITTORIO EMANUELE
Il Consiglio di Guerra subitaneo composta dei signori:
Raimondo de Salvatore, maggiore della brigata Romano, presidente,
Michele Cesare Rebecchi, maggiore della Guardia nazionale di Montesantangelo,
Michele Papa, capitano della detta Guardia nazionale,
Nicola la Ginestra, tenente della Brigata Romano,
Giovanni Pasculli, capitano nella detta brigata,
Michele Lenzi, tenente nella detta brigata,
Aniello Iacuzio, alfiere della Guardia nazionale di Foggia,
Giuseppe Giordano, alfiere della detta Guardia nazionale, giudici.
Giovanni Danieli, sergente maggiore nella brigata Romano, cancelliere.
Alla unanimità di voti ha dichiarato che Vincenzo Antini, Giuseppe Antini fu
Francesco Saverio, Santo Cappucci del fu Onofrio, Vincenzo ed Alfonso Maria
Cascavilla fu Filippo, Antonio Savino fu Michele, Francesco Baldinetti fu
Matteo, Giovanni Cassano fu Michele, Michele Rinaldi di Angelantonio,
Michele Mangiacotti di Pasquale, Leonardo Grifa fu Saverio, Nicola Russo di
Giovanni e Felice Longo fu Domenico, sono colpevoli di eccitamento alla guerra
civile tra gli abitanti della stessa popolazione, armandoli ed inducendoli ad
armarsi gli uni contro gli altri, di devastazione, di strage, di saccheggio, di
omicidii consumati e di parte attiva presa nei medesimi, in persona di
Antonio Maresca, Agostino Bocchino, Michele Fazzano, Nicola del Grosso,
Celestino Sabatelli, Tommaso Lecce, Alfonso Mucci, Costantino Mucci, Francesco
Ruggieri, Guglielmo Fabrocino, Paolo Franco, Luigi d’Errico, , Errico d’Errico,
Alessandro Campanile, Achille Giuva, Francesco Paolo Russo, Terenzio Ventrella,
Giuseppe Irace, Luigi sacerdote Merla, Achille Merla, Matteo Fini, Gennaro
Cascavilla; nonché di oltraggio e violenza, attacco e resistenza qualificata per
la violenza pubblica contro la forza pubblica in servizio, con omicidii in
persona del secondo tenente dei militi garibaldini Amico Orofino e del secondo
sergente Francesco Carania nella brigata Romano.
Alla stessa unanimità di voti ha dichiarato e dichiara:
Consta che Salvatore Vergura fu Giovanni, Francesco Musi fu Antonio, Donato
Novelli di Giuseppe, Antonio Martino fu Carmine, Giuseppe Perrone di Michele e
Francesco Fini fu Michele sieno colpevoli di oltraggi e violenze contro la forza
pubblica in servizio, ed attacco e resistenza contro la medesima, qualificata
per la violenza pubblica (Guardia nazionale e colonna dei Garibaldini nella
brigata Romano), non constando abbastanza di essere colpevoli di eccitamento
alla guerra civile tra gli abitanti della stessa popolazione, armandoli ed
inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri, di devastazione, di
strage, di saccheggio, di omicidii consumati e di parte attiva presa nei
medesimi.
Alla stessa unanimità ha dichiarato e dichiara:
Non constare abbastanza che Pasquale Mangiacotti fu Michele, Sante
Ciccone fu Donato, Antonio Piacentino fu Michele, Francesco Bocci fu Giuseppe,
Orazio Martino fu Carmine e Giovan Battista Urbano fu Michele sieno colpevoli di
eccitamento alla guerra civile tra gli abitanti della stessa popolazione,
armandoli ed inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri, di
devastazione, di strage, di saccheggio, di omicidii consumati e di parte
attiva presa nei medesimi nonché di attacco e resistenza, di oltraggi e violenza
qualificata per la violenza pubblica contra la forza pubblica (Guardia nazionale
e colonna dei garibaldini nella brigata Romano).
Alla stessa unanimità ha condannato e condanna:
Vincenzo e Giuseppe Antini fu Francesco Saverio, Santo Cappucci del fu
Onofrio, Vincenzo Cascavilla ed Alfonso Maria Cascavilla fu Filippo, Antonio
Savino fu Michele, Francesco Baldinetti fu Matteo, Giovanni
Cassano di Michele, Michele Rinaldi di Angelantonio, Michele Mangiacotti di
Pasquale, Leonardo Grifa fu Saverio, Nicola Russo di Giovanni , Felice Longo fu
Domenico alla pena di morte da eseguirsi con la fucilazione.
Alla stessa unanimità ha condannato e condanna:
Salvatore Vergura fu Giovanni, Donato Novelli fu Giuseppe, Antonio Martino fu
Carmine, Francesco Musi fu Antonio, Giuseppe Perrone di Michele e Francesco Fini
fu Michele alla pena di diciotto anni di ferri per ciascheduno di essi.
Alla stessa unanimità ha condannato e condanna solidalmente:
Vincenzo Antini e Giuseppe Antini fu Francesco Saverio, Santo Cappucci fu
Onofrio, Vincenzo e Alfonso Maria Cascavilla fu Filippo, Antonio Savino,
Francesco Baldinetti, Giovanni Cassano, Michele Rinaldi, Michele Mangiacotti,
Leonardo Grifa, Nicola Russo, Felice Longo, Salvatore Vergura, Francesco Musi,
Donato Novelli, Antonio Martino, Giuseppe Perrone, Francesco Fini alle spese del
giudizio in favore del Real Tesoro; e condanna Salvatore Vergura, Francesco
Musi, Donato Novelli, Antonio Martino, Giuseppe Perrone e Francesco Fini dopo
che avranno espiato la pena, alla mallevaria di ducati mille per la durata di
otto anni.
Alla stessa unanimità ha ordinato ed ordina:
Che Pasquale Mangiacotti, Santo Ciccone, Francesco Bocci, Orazio Martino,
Giovanbattista Urbano ed Antonio Placentino sieno ritenuti in carcere e che sia
più ampiamente istruito processo nel termine di sei mesi.
Alla stessa unanimità ordina:
che la presente sia eseguita fra il termine di ore dieci a cura del
Commissario del Re, e che lo estratto di tale decisione sia messo a stampa.
Fatto e pubblicato in continuazione dell’ultimo atto della pubblica
discussione oggi 6 novembre 1860, alle ore 5 italiane di notte nel Comune di San
Giovanni Rotondo.
Seguono le firme
Per copia conforme
Il Cancelliere del Consiglio di Guerra subitaneo
Giovanni Danieli
Sergente Maggiore della Brigata Romano
Visto:
Il
Commissario del Re
Capitano Duca Serafino Albani
La fucilazione dei condannati fu eseguita per
dieci di essi, avendo gli altri tre goduto la grazia sovrana, con la
commutazione della pena ai lavori forzati a vita.
Gli altri autori nominati in questa: cioè
Francesco Cascavilla fu Filippo, Nicola Siena, Nicolantonio Sabatelli fu
Michele, Emanuele Sabatelli ed Andrea Taronno, si diedero a scorrer le campagne,
ma furono arrestati dopo qualche tempo e sottoposti al potere giudiziario della
Corte d’Assise di Lucera, che condannò il primo e il secondo ai lavori forzati a
vita, il terzo a quindici anni del pari di lavori forzati, il quinto ad anni
sette dei medesimi, il quarto Emanuele Sabatelli, emigrò in Trieste. Vi fu per
lo stesso mandato di estradizione; ma quella Corte di Trieste, violando la
giustizia e il diritto internazionale, non volle concedere l’estradizione; anzi,
fattisi mandare gli atti del processo, giudicò ella stessa il Sabatelli e lo
assolvette! Sicché il principale assassino poté starsene libero in quella città,
fino all’anno 1873, nel quale cessava di vivere in seguito ad una malattia di
tisi. Coloro che furono condannati dalla detta Corte di Lucera, produssero
appello contro la sentenza.
La Corte d’Assise di Trani, giudicando in grado
di rinvio, diminuì la pena a Francesco Cascavilla al maximum dei lavori
forzati a tempo e per gli altri confermò la precedente sentenza. Gl’istessi
riprodussero ricorso contro la nuova sentenza, e la Corte d’Assise di Bari,
giudicando altresì per rinvio, la riconfermò.
Ricorsero ancora contro la decisione della Corte
di Bari, ma il ricorso fu pienamente rigettato dalla Corte di Cassazione di
Napoli.
Seguono delle annotazioni a penna dell’autore:
Questo racconto come la precedente storia della
Reazione pubblicati alle ultime due pagine del Giornale Settimanile
L’Istruzione, che pubblicavasi a Torino nel 1875, Stabilimento di Giuseppe
Civelli, quali due pagine di detto giornale piegato ha dato il presente formato.
Firmato: Gaetano D'Errico
ingrata patria!
tu non avrai le mie ossa.
Disse
Catone Uticense
Termina qui la
prima narrazione dei giorni della sommossa reazionaria fatta dal D’Errico. Anche
se s’intravede una voglia di giustizia da parte dall’autore, questi si
astiene per il momento dal fare tutti i nomi, per le ragioni da lui stesso
spiegate in in premessa. Ma nelle successive edizioni, mette da parte ogni
remora, citando per nome tutte le persone coinvolte, e fornisce altre notizie di
tradimenti e di violenze ancor più raccapriccianti, tra le quali un episodio di
cannibalismo:
“L’Antonino Maresca, stordito, scende di casa, e condotto sin davanti al corpo
di guardia è immediatamente flagellato da colpi di scure e di altre armi. Steso
cadavere in quella via, doveva essere da ogni persona che indi passava insultato
ed un bifolco ex soldato di Ferdinando II trascese a bagnarsi un pezzo di pane
nel sangue mangiandoselo, coll’invitare altri che lo imitassero. Ed un altro
barbaro gli tagliò un’orecchia ponendola alla punta di una picca, mostrandola
per le vie al popolo!...”.
Il termine “cannibali”, usato frequentemente dai
contemporanei con riferimento alla massa di persone che partecipò alle reazioni,
non è da porre in relazione con l’episodio testé ricordato né con altri simili
pure avvenuti in altri paesi del gargano. Detto termine, presente persino in
alcune delibere del Consiglio municipale sangiovannese, veniva correntemente ed
impropriamente riferito a chi non applicava le normali regole del
vivere civile.
Il rapporto del Giudice Regio
Tommaso
Giordani
Tra le persone che si diedero alla fuga
per sfuggire ai terribili eventi descritti dal d’Errico, troviamo il Giudice
Regio supplente Tommaso Giordani che raccontò la sua odissea al
Governatore della Provincia di Capitanata in un commovente e significativo
rapporto del 24 ottobre 1860, scritto in Monte Sant’Angelo, dove aveva trovato
rifugio:
“Per segnalata Grazia del Signore sono qui
libero, scampato con la mia numerosa famiglia all’inaudito ed orribile eccidio
di San Giovanni Rotondo.
Veggomi ora in grado di poter adempiere alla
doverosa partecipazione della luttuosissima catastrofe , proponendomi di
precisare per quanto mi permette lo sconcerto ancora del mio intelletto, le sue
cause, il progresso e gli orrendi fatti compiuti fino alla mia fuga di colà.
Dietro l’arrivo a me di lei rapporto in istanza
da Foggia del 16 settembre ultimo (data se mal non ricordo) con cui si
comunicavano le disposizioni del Dicastero della Guerra per lo ritorno de’
soldati sbandati alle bandiere, altri simili giungevano nel contempo a quel
Sindaco e Capitano della Guardia nazionale, e per tale adempimento da noi
funzionarj si stimò che ciascuno avesse chiamato a sé i detti soldati per
disporli alla ubbidienza con persuasive e dolci modi. Il risultamento di tali
pratiche non soddisfece affatto le nostre speranza stanteché essi tutti si
mostrarono restii a raggiungere le bandiere, adducendosi a loro discarico tra le
altre ragioni d’esser stati abilitati a rimpatriarsi dal Dittatore Garibaldi, e
quasi che conchiudevano che gli ordini ministeriali al riguardo erano
inesistenti, ed invece attribuivano ad un ritrovato delle Autorità locali alfine
di molestarli nella pace delle rispettive famiglie. Datosi di ciò darne a Lei
ragguaglio con apposito rapporto, niun altra disposizione al riguardo mi venne
in seguito, ed invece detti due funzionarj locali vennero da lei premurati
con ripetuti uffizj per la esecuzione degli ordini Ministeriali. In proposito è
notevole che avendomi richiesto i due ripetuti funzionarj Sindaco e Capitano
nel giorno 27 detto del mio avviso sulla Casa Comunale del modo da tenersi da
essi loro in siffatto disimpegno, mi espressi ne’ seguenti sensi:
“Voi avete competenza che il numero de’ soldati
sbandati che segna la cifra di venti, non è indifferente, dovendosi pure mettere
a calcolo le loro rispettive relazioni e famiglie: conosceste con quanta
risolutezza si rifiutarono alla ubbidienza de’ succitati ordini Ministeriali:
sapevate ancora, siccome ne sono informato, che i medesimi avessero pronunciato
parole minacciose contro chiunque li obbligasse con la forza a farli ritornare
nelle fila degli abbandonati eserciti. In conseguenza sarebbe mio avviso d’esser
azzardoso e poco prudente affidare questa esecuzione alla Guardia nazionale del
paese, perché veggo ragioni sufficienti dubitare di qualche funesto attrito o
almeno sorgerebbero sicuramente delle animosità ed inimicizie capaci a turbare
la pubblica quiete”.
Quindi io proponeva che il Sindaco nell’esporre
a Lei in un quadro tale stato di cose avesse implorato il concorso di una forza
straniera per la esecuzione in discorso. Questo mio divisamento veniva in quel
momento approvato e ritenuto, quando con mia sorpresa e contro ogni mia
aspettativa nel mattino del 30 Settembre detto (domenica) appresi che nella
precedente notte quattro de’ soldati sbandati venivano arrestati e tradotti in
carcere, e gli altri sedici sfuggirono le ricerche della Guardia Nazionale
cittadina.
Questi ultimi poco dopo le ore meridiane dello
stesso giorno diedero dei manifesti segni di un futuro disordine nel paese,
perché riunendosi sopra le alture a vista degli abitanti spiegarono bandiere
con fazzoletti sopra aste di legno ora bianche, ora rosse ed altre volte nere
con le grida ripetute di viva Francesco II.
Da tale avvenimento cominciarono la serie di
dolenti e lagrimevoli note in questo sventurato paese. Con la solita fermezza e
con la mai alterata impassibilità nel dì seguente alla domenica mi accinsi al
sollecito adempimento di quanto m’imponevano gli obblighi della carica; ed
infatti con alacrità là là iniziai il corrispondente processo criminale con la
rubrica “riunione in banda di 16 soldati disertori ad oggetto di distruggere
l’attuale Governo del Re Vittorio Emanuele”: raccolsi ed intesi regolarmente le
deposizioni de’ molti testimoni di veduta: uffiziai quel Sindaco perché subito
al margine del mio rapporto mi avesse fornito l’elenco de’ nomi e cognomi de’
soldati medesimi: rilasciai contro questi mandati di deposito, che immantinenti
feci giungere a quel Capitano Nazionale con apposito mio rapporto,
interessandolo vivamente per la sollecita e pronta esecuzione e per la tutela
del buon ordine del paese: partecipai con appresso a Lei l’avvenimento
suddescritto con preghiera che si fosse spedito al più presto un competente
numero di forza nel paese ad oggetto di assicurarsi de’ ripetuti soldati
latitanti, e raffermare almeno con la imponenza morale della presenza
della forza istessa , la pubblica tranquillità che vidi fin da allora
minacciata: ed infine simili rapporti nell’un tempo si spediva al Signor
Procuratore Generale in Lucera ed a’ Signori Governatore e Giudice Istruttore in
S. Severo.
In effetti Ella si compiaceva di spedire colà un
buon numero di armati tra Dragoni e Nazionali di Foggia, i quali vi giungevano
il dì 2 Ottobre andante, sì che Ella si degnava con Uffizio tenermi avvisato del
movimento di questa forza e dello scopo ancora di reprimere una insurrezione
manifestata nel vicino Comune di S. Marco in Lamis.
Dopo tre giorni di dimora in San Giovanni
Rotondo ritornavano gli armati in Foggia, ed allora i soldati ripetuti si
tennero per le campagne apparendo in diversi punti or tutti uniti ed ora in poco
numero, manifestando ovunque le premure di fornirsi di armi perloché
violentemente s’impadronirono di due schioppi da due individui che li
asportavano in campagna siccome rileverebbesi dalle di costoro dichiarazioni
annessate al processo suddetto.
Ed intanto i quattro soldati arrestati
continuarono ad essere trattenuti nel carcere senza curarsi neanche gli
armati che ritornarono in Foggia di colà condurli; e quando da costoro si
apprese che nel mattino del sedici andante dovevano essere tradotti nel
Capo-Luogo della Provincia dalla Guardia nazionale cittadina dietro altra
energica di Lei disposizione al Sindaco, nella notte precedente evasero di unita
ad altri due arrestati germani imputati di omicidio volontario mercé l’apertura
di un foro nel muro, rimanendovi un solo individuo naturale di Manfredonia
incarcerato nel giorno precedente da quelli Nazionali per taluni detti
pronunciati tendenti a spargere il malcontento contro l’attuale Governo.
Denunciatami la evasione dal custode delle
prigioni, nel mattino istesso mi accinsi premurosamente ad istruire il
correlativo processo: accedei nel carcere col Cancelliere con due testimoni e
con due periti muratori: si distese il verbale generico che assicurava la
inesistenza de’ carcerati nelle prigioni, il foro praticato nel muro, ed il modo
ed i mezzi tenutivi: incartai la dichiarazione del predetto detenuto naturale di
Manfredonia: uffiziai quel Capitano Nazionale premurandolo per le ricerche e lo
arresto degli evasi, non omettendo di ripetere le mie raccomandazioni per la
conservazione dell’ordine e della tranquillità pubblica con efficacia e con
tutt’i mezzi che erano in di lui potere: partecipai a Lei, siccome praticai con
la mia corrispondenza periodica agli altri Superiori della Provincia, con
apposito mio rapporto segnante la data del 16 andante spedito con espresso, la
evasione in soggetto e quanto operai al riguardo: ed in seguito nell’ultimo
distinto periodo io spiegavami a Lei in questi termini:
“Mi è debito intanto manifestarLe che lo spirito
pubblico è profondamente preoccupato da timore e da palpiti per un avvenire che
si presenta tristo, sia perché si ha certezza che gli evasi si uniranno a’
soldati latitanti, e compremetteranno senza dubbio l’ordine e la pubblica
tranquillità, ed infesteranno le campagne: sia perché sorde voci circolano
nel paese di una dimostrazione retriva all’attuale Governo preparata da costoro
per lo giorno 21 andante, quando questo popolo dovrà riunirsi in
comizj per il voto di annessione. Ad oggetto di tutelare l’ordine pubblico e a
titolo di previggenza stimerei che una competente forza si movesse da codesto
Capo-Luogo per questo paese.
E’ appunto questo l’oggetto precipuo della mia
preghiera a Lei, compiacendosi disporre il pagamento di carlini dodici su
questa Cassa Comunale per pedatico all’espresso”.
Non si diede il bene di un di Lei riscontro, ma
invece col ritorno a me di mezzo suddetto mi arrivava assicurazione con carta
con la testa in istampa Governo della Provincia di Capitanata etc. così
scritta: “Si è ricevuta dal Signor Governatore l’Uffizio del Giudice Regio di
San Giovanni Rotondo con la lodata del 16 Ottobre col numero 362” (se male non
ricordassi tale cifra).
Nel giorno 20 corrente (Sabato) fu veduto
comparire nel paese qualche soldato latitante ed in specialità il caporione D.
Francesco Cascavilla ed in seguito nella sera a prim’ora fu compresa una certa
indignazione nel pubblico per talune ferite con stile cagionate dal Nazionale D.
Vincenzo Irace contro un villano sulla piazza principale del paese.
La notte passò tranquilla. Nel dì seguente
(Domenica) dalle prime ore del giorno si appalesò un movimento insolito nella
gente che fece ingenerare da quel momento in tutti gli animi de’ buoni i più
profondo timori, siccome almeno intesi, tra me determinandomi perciò a rimanere
in casa con la mia famiglia chiusa al meglio che potetti.
Fra le ore 16 e 17, quando la gente doveva
riunirsi in Comizj nella Casa Comunale, comparvero al largo del Palazzo
Baronale i soldati disertori capitanati dal predetto D. Francesco Cascavilla e
da Vincenzo Antini, da poco congedato dagli eserciti: alcuni di essi erano
armati di schioppi, altri di armi bianche e pistole; e seguiti da numerosa gente
tutta villana da essi loro raccolta, la maggior parte della quale imbrandiva
armi di diversa natura, e cioè schioppi, sciabole, pistole, falci, scuri, spiedi
e grosse mazze, percorsero quasi tutte le strade dell’abitato gridando tutti ad
alta voce sempre e ripetutamente Viva Francesco II. Così procedeva fin poco dopo
le ore diciotto allorché si intesero con inaudito spavento una ventina di colpi
di fucile che vennero tirati nella strada così detta Grande contro i sediziosi
dalla Casa del Sindaco e da altre vicine (siccome dopo appresi) i quali vi
corrisposero. Ed intanto al primo comparire della turbolente massa richiesi
degl’individui Nazionali e del di loro numero sotto le armi che si rattrovassero
nel Corpo di Guardia per mezzo del Nazionale Filippo Fini, alias
Ricciardella, da cui mi si assicurava che vi erano quattro armati e non più:
spedii lo stesso al Capitano e al Sindaco perché subito in mio nome avessero
fatto raccogliere Nazionali armati per resistere ai sediziosi e
disperderli: sventuratamente compresi la inutilità de’ miei sforzi e vidi perciò
perduta ogni speranza di refrenare il disordine.
Nel giorno la spedizione si spiegò più imponente
e minacciosa col maggior concorso del popolo basso e di non pochi naturali di S.
Marco, di ogni sesso ed età percorrendosi per tutte le strade del paese come nel
mattino con le grida clamorose di Viva Francesco 2°. Poco dopo le ore
ventiquattro si assaliva la bottega da Caffè di Antonio Maresca: si apriva la
porta di entrata, che era chiusa, a colpi di scure, e si menava a ruina quanto
eravi al di dentro. In tale scempio usciva (una fucilata) da una finestra della
casa di abitazione del Maresca, sovrapposta al Caffè, da cui fu mortalmente
ferito il pastore Giovanni Placentino. Fu allora che spiegossi la più inaudita
ferocia de’ sediziosi: assalivano impetuosamente detta casa, la rovistarono in
tutt’i punti ed alla fine rinvennero l’infelice Maresca, che uccisero a morte
con modi orrendi, lenti e strazianti menando il deforme cadavere sulla strada,
su cui rimase esposto sino all’ora tarda del dì seguente.
Si assaliva la bottega di Guglielmo Fabrocini,
venditore di generi di privativa; e rotta la porta di entrata anche con le
scuri, lo ricercarono, non lo rinvennero, e misero alle fiamme tutti gli oggetti
mobili di casa trasportati fuori sulla strada.
In seguito assalivano la bottega di Agostino
Bocchino, venditore di mercerie: vi posero tutto a rubba, e gli avanzi inutili
si gittarono sulla strada e si diede fuoco. S’impadronirono dell’infelice, e gli
diedero la morte con inaudite sevizie trascinando il mostruoso cadavere nella
pubblica piazza avvicinandosi a quello del Maresca.
Nel tale luttuoso frattempo più bandi si udirono
pubblicare con modi minacciosi in nome del popolo obbligati specialmente a
mettere lumi innanzi le case per tutta la notte con la mostra delle bandiere
bianche; ed io dovetti allora uniformarmivi a causa della terribile condizione.
Questi lagrimevoli avvenimenti gittarono nel mio
animo la più profonda tristezza, compresa dal terrore e dalla più straziante
angosciosa dubbiezza della vita sì mia che della famiglia, ed ora siccome lo
sarebbe ancora inconcepibile lo spettacolo luttuoso che si presentava alla mia
attonita mente di un vicino avvenire , quale sciaguratamente avrebbe gittato nel
baratro di tutte le possibili sventure quel paese emulato una volta da’
vicini Comuni per la goduta segnalata quiete.
Si passò la notte da’ sediziosi tra le clamorose
e solite grida di Viva Francesco e col non interrotto sparo di schioppi come a
festa; ed intanto il mio cuore mi sfuggiva dal petto e mi stimai quasi che
istupidito.
Nel mattino seguente (Lunedì) i sediziosi
vollero ad essi tutto il Clero, l’Arciprete, Sacerdoti e Galantuomini, il
Capitano, il Sindaco, e me ancora, obbligandomi ad uscire di casa
preceduto da bandiera bianca e tra le grida solite innanzi dette.
Si fece altro appello innanzi a me di altri
individui notabili che vi mancavano, e tosto si obbligavano ad esser tra loro, e
così riuniti s’impose di girare per le strade del paese, di gridare Viva
Francesco 2°, e far sventolare i nostri rispettivi fazzoletti bianchi, di
elevare le nostre mani in alto e toglierci di tanto in tanto i cappelli e
gittarli in aria.
Fummo poi tutti raccolti sullo spazio innanzi
quel Giudicato Regio: si proposere altre vittime alla ferocia de’ carnefici ed
appena poté ottenersi a senso di transazione di chiudersi nelle prigioni i
designati dal pubblico accecato, cioè dalla massa de’ sediziosi: crudelmente vi
si dava esecuzione senza riguardo di condizione, di grado e di pericolante
salute.
Spettacolo orrendo! Si volle il canto del Te
Deum, e quell’arciprete e Reverendo Capitolo a manifesto malincuore dovette
ubbidire e cedere, al quale intervennero ancora que’ monaci Cappuccini in
Congrega, i quali si scesero sin dal mattino nel paese. Eppure si nutriva la
speranza di poter allontanare altre luttuose tristezze, allorché trovandomi
tra’ sediziosi mi proposi tra me il disegno di non affrontarla e contrastarla di
botto, ma invece insinuarmi pian piano con destrezza e buone maniere ne’ di loro
animi, e guadagnarmi a gradi la loro confidenza, e disporli infine a rientrare
in ordine. Ma i miei sforzi rimasero inutili, siccome inutile si rese ancora un
discorso analogo pronunciato dall’Arciprete sul pergamo in Chiesa ed il bacio di
pace dal medesimo desiderato ed eseguito da tutti ed anche da me stesso eziando
con i più schifosi. Insomma questi mezzi diedero ragione a’ vieppiù convincermi
che l’accecamento de’ sediziosi era tenacissimo siccome mi convinsi che un
manifesto volere del Signore disponeva della totale ruina e distruzione di quel
paese per le nostre gravi colpe. Sicché niuna preghiera, niun modo, niuna
persuasione valsero dal frastornarli dalla risoluzione presa di menare a
detenere nel carcere i designati loro creduti nemici.
Nel giorno siccome nella notte furono continuate
le stesse grida con fanali nelle strade e lumi davanti tutte le abitazioni e con
colpi non interrotti di schioppi. Si rimarchi che sin dalla Domenica il paese
era circondato da sediziosi armati, i quali non permisero affatto l’uscita di
chicchessia siccome l’entrata di qualunque fosse, impadronendosi delle lettere
che vi arrivavano da fuori, e le facevano di pubblica ragione, a cui
soggiacquero financo due mie, una da Foggia e l’altra da Montesantangelo. Si
scorgevano sempre tra loro non pochi naturali di S. Marco in Lamis della
condizione più bassa e meschina.
Nel dì successivo (Martedì) balenava nel paese
una tal quale speranza di calma: forse estenuati nelle forze i sediziosi per
mancanza di riposo: ma sciaguratamente questa calma apparente fu la foriera di
più raccapricciante e sanguinoso massacro.
Pronunciavasi il volere del popolo verso il
tardi di non portarsi affatto a favore de’ carcerati con condizione che chi ne
avrebbe ardito sarebbe stato là massacrato. Può solamente immaginarsi da una
mente fervida quali palpiti, quale continuo terrore affliggeva il mio atterrito
ed annichilito animo, e molto più perché non potevami affatto riuscire
allontanarmi con la famiglia da quell’abominevole terra, e vi sarei stato
sicuramente annoverato tra quelle vittime con i miei se per poco si fosse
destato tra’ sediziosi il più lieve sospetto della mia idea di una fuga.
Circa le ore venti si grida all’armi per
il paese: si gittano bandi in nome del popolo perché tutti fossero accorsi a
combattere con la truppa che si diceva venire. Il pianto era desolante delle
donne, de’ fanciulle, de’ vecchi che lo abbandonavano fuggendo: continuo ed
attivissimo lo andare e venire della gente per le strade gridando e chiedendo
armi e munizioni: lugubre era il suono della campana che chiamava tutti
all’armi, mossa dal suddetto caporione da me stesso osservato pel Campanile
della Chiesa Matrice nel momento che transitai la strada di rimpetto. Mi manca
la lena per poter in parte descrivere almeno il commovente spettacolo in quel
momento che offriva la mia sventurata famiglia di quattro teneri figli, della
moglie e di tre donne di servizio: mi chiedevano con abbondanti e calde lagrime
un asilo; mi scongiuravano perché li avessi fatto abbandonare il paese: mi
proponevano di additarli una strada per un paese qualunque: mi raccomandavano la
mia vita: mi sforzai confortarli e loro insinuai a prendere la volta di
Montesant’angelo dandomi a credere che così si fosse praticato. Ed intanto io
era richiesto da’ sediziosi a prender parte alla pugna fin nella mia casa con
orribili e spaventevoli minacce: mi mostrai lesto e pronto: mi armai di un
fucile: continue ed importune erano le premure ed istanze a me per armi e
munizioni benché rimanesse in casa mia un fucile e un cangiarro, da cui partivo
chiudendo il solo portone di entrata rimanendo aperte le finestre: per le strade
mi diedi a credere pronto a combattere, e fermatomi un poco sotto gli olmi poco
fuori l’abitato (mi convello ancora per l’errore) si avanzi a me e ad altri
astanti un individuo pastore di volto truce e pieno di brutale ferocia con una
scure tra le mani grondante fin dal manico di sangue caldo ancora fumante, che
presentava alla vista e così profferiva (dammi, Signore, forza a consacrare
l’orribile racconto sulla carta):
- Tutti i carcerati sono stati uccisi, eppure
il figlio di Irace si è finto morto e se ne è scappato, ed io l’ho arrivato
nella strada delle case nuove, e l’ho fatto.
Alzò poscia quella spaventevole arma sul mio
capo in atti di ferirmi dicendo:
- Andiamo a combattere tutti, e tu pure devi
con noi venire.
Per fortunato incidente scomparve da me quel
mostro e benché ignorassi il di lui nome e cognome, sarebbe sempre liquidabile
come uccisore di Irace per la pubblica strada.
Per sorte la gente si diradava nel paese: per
sorte chiamai a me Luigi Cascavilla mio vicino di casa, che era poco da me
discosto: gli dimandai perché non era armato, ed alla di lui risposta di non
aver armi, mi finsi premuroso a volerlo munire mostrandomi sollecito ed a passo
celere di condurlo fino al mio Giardino (luogo distante dal paese circa dugento
passi) per provvederlo delle armi del mio vignaiolo: correndo arrivai colà col
Cascavilla: vi rinvenni la mia desolata famiglia e lavorai al cammino per
Montesantangelo in compagnia del vignaiolo Antonio Priore: manifestai il mio
bisogno di una vettura al Cascavilla per andare alla pugna, e lo incaricai di
rilevare il mio cavallo da sella dalla casa dandogli la chiave del portone: mi
viene dopo tempo l’animale suddetto e allora fu che al medesimo Cascavilla a
mani giunte espressi le mie calorose preghiere perché avesse guidata la mia
famiglia nel cammino per Montesantangelo e se ne fosse interessato: egli si
offrì volentieri promettendomi il sacrificio della propria vita a mio riguardo e
partiva. Montai il mio cavallo dandomi a vedere che mi dirigeva alla volta
della truppa fiancheggiando in molta distanza e lentamente la strada rotabile,
in cui la gente a folla correva ad affrontare pretesi nemici: cominciai a
varcare piccole alture che mi allontanavano dall’altrui vista: e quando mi
stimai certo che niuno avesse potuto vedermi e conoscere della direzione da me
intrapresa precipitosamente valicai scoscese, dirupi e burroni finché giunsi
nella difesa boscosa Campolato discosto dall’abitato circa cinque miglia, ove mi
credei aver salvata la vita. Dal profondo del cuore ringraziai la Provvidenza
del favore concessomi avendomi potuto colà giovare sempre della foltezza del
bosco per schernirmi coll’altrui veduta, e dalla vicina strada rotabile
col soccorso del mio cavallo nel caso di assalto de’ manigoldi quando si fossero
avvertiti della mia fuga.
Impertanto il mio animo era tormentato da tristi
timori pel destino della mia famiglia che non era da me veduta a lunga distanza
da me designata: quali manie, quali angoscie, quale febbrile agitazione mi
tormentava a morte! Quale sorte era stata preparata per i miei figli, per la
moglie mia? Forse furono anch’essi vittime di que’ carnefici che cercavano di
me? Oppure avevano gli sventurati soccombuto ai disagi del viaggio? Fra me
stesso dicea come frenetico: quale colpa avevano essi di tale morte, e perché
non risparmiare le loro vite a costo della mia che ho conservato finora per la
famiglia? Un mio smanioso andare e venire per la difesa: mi risolvetti attendere
l’oscurarsi del giorno con fermezza di spingermi fino alle mura del paese e
rintracciare la mia famiglia, e così facendo mi avvertii di un calpestio di
gente lontano dalla strada che io batteva circa cento passi, a cui avvicinatomi
riconobbi esser quelli che facevano il mio desiderio. Quale piacevole,
scambievole sorpresa? Mi limitai a scambiare pochissime parole con la moglie: le
additai il cammino e pregai la medesima che tutti nel caso di assalimento de’
cannibali di sostenere nulla conoscere di me essendomi diretto per la Puglia: mi
allontanai frettolosamente procedendo molto innanzi nel viaggio sino alle ore
cinque della notte quando percorrendosi un tratto di circa miglia dodici si
giunse nella casa rurale del mio cognato D. Francescomaria de Angelis nella
contrada Montagna in tenimento di Manfredonia. La mia famiglia si adattò alla
scarsezza de’ comodi per rinfrancarsi alquanto de’ disagi del cammino, ed io
tormentato di continuo da’ dubbi di qualche assalto mi misi fuori dalla casa
predetta a guardia finché raccoltisi colà un numero di que’ buoni abitanti
della Contrada e taluni armati di fucili come Nazionali, dietro avviso fatto
loro da me giungere, e fornitomi da’ medesimi di vetture mi giovai delle stesse
per recarmi il dimani a buon’ora nel Comune di Montesantangelo.
Non debbo omettere notare che nell’incontro da
me fatto con la Famiglia rinvenni solamente D. Antonio Palumbo, la di costui
moglie ed altre donne che lo facevano compagnia mentreché il Cascavilla ed il
vignaiolo Priore si erano spediti dalla mia moglie verso l’abitato per
rintracciare me e conoscere della mia sorte asportando essi un fucile con
giberna, che io affidava a mio figlio maggiore per la propria difesa allorché
fuggiva dal paese. I predetti Priore e Cascavilla vedute infruttuose le loro
ricerche di me ritornarono per raggiungere la Famiglia unitamente al mio massaro
alle pecore Nicola Leggiero, e giungevano la notte in questo abitato circa le
ore sette ove credevano rinvenire la detta mia Famiglia. F.to il Supplente F.F.
nel Circondario di San Giovanni Rotondo Tommaso Giordani”
Il rapporto di Don Gennaro Padovano
Su D. Gennaro Padovano, Capitano della G. N.,
pesa il sospetto di essersi dato ammalato durante la reazione e di essere
poi fuggito alla volta di San Severo.
Proviamo a calarci nei suoi panni. Cosa poteva
fare il comandante di un drappello di guardie inesperte e male armate, schierate
per lo più dalla parte dei rivoltosi? Egli aveva ripetutamente informato i
superiori del precipitare degli avvenimenti, chiedendo, senza esito, i
desiderati rinforzi. Non era stato forse lui, così come gli era stato ordinato,
a far eseguire i primi arresti? Non fu arrestato lui stesso, come gli altri
liberali, e poi liberato? Era colpa sua se i suoi concittadini si erano messi in
testa di fare la rivoluzione? Intervenire contro le ingrossate file dei
reazionari era cosa ben diversa che agire contro i soli soldati sbandati, che
già costituivano un problema rilevante, perché c’era da tirarsi dietro l’odio di
buona parte della popolazione sangiovannese. Sull’altra sponda sfilavano volti
di amici, parenti o semplici concittadini. Forse ciò lo indusse a pensare che un
nuovo intervento della G. N. sarebbe servito solo a far scorrere copiosi
rivoli di sangue fraterno. Che responsabilità immane pesava sulle sue spalle!
Perché non avevano inviato i soldati dal capoluogo? Loro, più numerosi e più
convenientemente armati, avrebbero affrontato di petto la situazione, con il
dovuto distacco psicologico. Quali che siano stati i suoi pensieri in quelle ore
terribili, il Padovano non avrebbe potuto mai e poi mai immaginare ciò che stava
per accadere.
Terminato l’eccidio, rimase frastornato per
tanta crudeltà ed espresse giudizi che, come quelli del giudice Giordani,
pesano ancora come macigni. Corre l’obbligo, a costo di sembrare ripetitivi,
ascoltare anche la sua voce:
“Comando
della Guardia Nazionale. San
Giovanni Rotondo 29 ottobre 1860.
Signor
Governatore, i luttuosi avvenimenti che funestarono ne’ passati giorni, a
contare dal 21 caduto ottobre, il paese di San Giovanni Rotondo, e contribuirono
a contristare il cuore di quanti ebbero ad apprendere le sfrenatezze e le orgie
infernali di una gente che nei tratti di sua crudeltà si mostrò più efferata de’
stessi cannibali, mi costrinsero ad emigrare, per campar la vita, in unione
della famiglia mia, e ricoverarmi in San Severo dal turbine che distrusse la
proprietà, e mieté la vita di tanti che invano invocarono soccorsi e chiesero
pietà a quei che avevano il cuore a’ sentimenti di pietà serrato.
Or a compiacimento del mio dovere di Capitano di
questa Guardia nazionale, e perché la Giustizia raggiunga il suo scopo vengo a
riferirla la chiave tristissima di quelle sciagure le quali furono in parte da
me sofferte , ed in altra mi vennero da fonte sicura narrate.
Fin dal cadente mese ebbi ad avvedermi che nel
mio comune si mostrava un’irrequietezza, ed io non mancai di tenerne ufiziato
Voi Sig. Governatore domandandogli provvidenze onde reprimere i primi canali di
un possibile movimento ed a prevenire qualunque sinistro evento non mancai
adibirmi con altri che àn cuore, perché avessero concorso alla tranquillità del
paese. Fraditanto io osservava la mancanza di moltissime delle Guardie
Nazionali restii al comando, sordi alle preghiere, e pure ne feci rapporto alle
Autorità, poiché privo dell’appoggio fisico e morale di quelli che avrebbero
dovuto vegliare a tutela dell’ordine e a difesa della vita e della proprietà, io
mi vedeva impossibilitato a poter compiere que’ doveri che al mio grado di
Capitano, ed alla mia qualità di cittadino erano congiunti. Io mi avvidi che la
concordia nel paese era venuta a mancare per opera di Soldati fuggiti dalle
armi, e ne scrissi al Sottogovernatore in San Severo, il quale mi rispose di
averne partecipato al Sig. Governatore il mio ufizio, giusto il rapporto del dì
11 ott. corr.
Vivevamo una vita di palpiti quando sorgeva il
giorno 21 ott. destinato alla votazione per Comizi. Diedi ordine perché 150
Nazionali si fossero messi sotto le armi ma trenta appena risposero allo
invito. Cominciava la votazione quando gli sbandati alla testa del cafonismo
gridarono Viva Francesco 2°, e dopo tempo tirarono una fucilata alle persone di
guardia, le quali mossero a prevenire seri sconcerti che si prevedevano
prossimi. Il popolo cominciò a far calca con ogni maniera di armi - quindi un
domandare - un rispondere - un confuso gridare - ed in ultimo le voci di aperta
ribellione, per le quali la Commissione già riunita dovè sciogliersi per la
minaccia della vita. Furono con impeto e con disprezzo abbassati, e fatti in
pezzi gli Stemmi della Casa Savoia, rimessi quelli di Francesco 2°, al segno
tricolore il bianco sostituito.
Il popolo insolentiva e percorreva armato le vie
del paese. Altri mossero a dimandar soccorso al vicino comune di Sammarco, e
giunti questi verso le ore ventuno si riunirono in cima all’abitato ed in
colonna tutti armati sbucarono per tutte le strade e con grida ripetute e
smodate si riunirono in piazza ed incominciarono il disarmo ed uccidere chi si
fosse mostrato restio a consegnare le armi.
Le prime vittime del furore popolare furono
Agostino Bocchino e Antonio Maresca, Nazionali morti e seviziati, e due altri,
Placentino pur morto, e Leonardo Grifa ferito. Per tutta la notte che perdurò
angoscioso fu perdurato il disarmo con crescente baldanza delle masse , le quali
si mostravano capaci ad usar tutto sotto la direzione de’ famosi Vincenzo
Antini, soldato congedato, e Francesco Cascavilla, sbandato.
Chi mi darà la lena perché io scriva i fatti che
ebbero a verificarsi nel 22 ottobre? La storia registrerà nei suoi annali questa
giornata, nella quale un popolo che veniva dolcissimo riputato venne a
rompere in eccesso di tanta crudeltà e ferocia, che non ebbero né avranno simili
nella leggenda de’ popoli, e delle nazioni incivilite. Un’ondata di popolo
armato assalì la mia casa. Si domandò che avessi aperto l’uscio, in opposto mi
avrebbero con la famiglia incendiato. Si chiese mi fossi recato in piazza.
Infermo com’ero mi tolsi dal letto, e fidato del patrocinio de’ Santi nella
purezza del mio sentire, nella coscienza del mio operato, mossi in compagnia di
quei ribaldi al luogo designato. La gente era stirata, le armi erano in alto
brandite - io vedeva vicino a me le scure pronte a mozzarmi il capo - i fucili
spianati per farmi saltare le cervella. Si vollero con me i due Sig.ri
d’Errico ed altri e col Sindaco che strinsero puranco con furia, fummo a
quelle case menati. Colà si domandò: Cosa faremo di D. Gennaro Padovano -
Andrà in carcere o sarà liberato?. Il popolo s’era fatto sovrano! cosa
orrenda a narrarsi! Dov’erano i miei molti salariati, dove le persone di
fiducia? Solo abbandonato da tutt’i miei, io pendea tra la vita e la morte: sul
mio capo era da pronunziarsi una condanna che si sarebbe allo istante eseguita.
Io mi credea col piede sull’orlo del sepolcro. Fu un dibattersi un gridare si,
no, vada in carcere, sia liberato.
Sì è un capo urbano -
fu l’ultima parola del popolo che fé tornare ai suoi uffizii la vita. Io perché
infermo fui menato in mia casa tra le lagrime de’ miei figli che mi piangevano
estinto. E qui àn termine quei fatti che furono per me infermo verificate. Il
resto mi venne per altro appreso.
Il popolo continuava a giudicare. Deliberò degni
di carcere Terenzio Ventrella, Luigi d’Errico, Errico d’Errico, Tommaso Lecce,
Giuseppe Tommaso e Vincenzo padre e figli Irace, Celestino Sabatelli, Achille
Giuva, Nicola Maria del Grosso, Gennaro Cascavilla, Matteo Fini, Sacerdote Luigi
Merla e di costui germano Achille, Alfonso e Costantino Mucci, Guglielmo
Fabrocino, Paolo Franco, Francesco Paolo Russo, Francesco Ruggiero, Michele
Fazzano.
Anche il Sindaco D. Vincenzo Cafaro, D. Michele
Collicelli 1° Eletto ed altri vennero giudicati e la dibattuta sentenza ebbe a
riescire a’ medesimi per la salvezza.
Erano le ore 17, e furono a nome del popolo
proclamate le grida che chiunque avesse perorato la causa de’ giudicati sarebbe
stato fucilato. Si conobbe allora qual sorta a quegl’infelici era serbata!
Al furore popolare (s)fuggirono D. Antonio Lisa,
D. Vincenzo d’Errico, Leandro, Paolo e Nicola Cascavilla, Michele Lauricelli, e
il Sacerdote Paolo Cascavilla dannati puranche a morte, e cercati per spegnerli,
ma invano, poiché si erano altrove rifugiati.
Furono promulgate altre grida a nome del popolo
delle quali una annientava la Costituzione e un’altra dichiarava che se si fosse
chiamata la forza sarebbero cominciate le esecuzioni. E così cadevano le ombre,
le quali avrebbero dovuto durare eterne, perché non si fosse mostrato il mattino
del 23 ottobre.
Il popolo non depose le armi tutta la notte. Il
sole nascente li ritrovò armati e più fitti e feroci, quando verso le ore
venti, per mezzo di un fido araldo si conobbe che la forza era per giungere. Non
v’era altro che ad eseguire la sentenza già prolata.
Oh Dio! La penna mi sfugge dal vergare quell’orroroso
momento, e dal descrivere minutamente ciò che si avverò. Negati financo i
conforti della religione,
indi alle grida di spegnersi subito i carcerati, si udì immantinenti una fitta e
protratta esplosione nella prigione. Quegli infelici erano stati tutti morti e
di poi seviziati e saccheggiati. Campò il solo militare congedato Vincenzo Irace.
Attleta nelle forme, dopo aver veduti uccisi il padre e il fratello, ruppe la
calca del popolo, fuggì dalle carcere, ma fu raggiunto a colpi di scure.
Poco dopo s’udirono le insolenti grida di
Vincenzo Antini e Nicola Siena mostrando le armi intinte di sangue e grondanti
dicevano aver quelli dati gli ultimi colpi di grazia a’ giustiziati.
Le ombre ritornavano a coprire il paese. Il
popolo meditava altre vendette, si pronunzieranno nuovi giudizii. Io mi
abbracciai la mia consorte ed i figli miei, e col favore delle tenebre esulavamo
dalle nostre case e movemmo per un bosco alla volta di Sammarco in Lamis, ove
nemmanco trovandoci sicuri ed esposti a novelli pericoli di aver per due altri
giorni e due notti girato tra le più irte montagne, tra fossi e spine. E
prendemmo la via di Sansevero, e colà nel mattino del 27 ottobre giungemmo.
E così chiudo la mia narrazione, dalla quale
Sig. Governatore attingerà la giustizia, le nozioni de’ fatti necessarie,
perché non rimangano tante barbarie impunite, e perché il sangue sia col sangue
scontato.
Prego Voi Sig. Governatore a rimettere copia di
questo mio ufizio alle SS.EE. i Ministri di Grazia e Giustizia, dell’Interno e
di Polizia ed agli altri superiori. F.to Il Capitano della Guardia nazionale
Gennaro Padovano”.
continua
La data esatta è il 21 ottobre 1860.
Giuseppe Tardio, Rimembranze
- Diario di vita politica e amministrrativa di un paese del Gargano
(1860-1899), a cura di Tommaso Nardella e Giuseppe Soccio, Foggia,
Quaderni del Sud, 1995, p. 36 e segg.
ASF, pol., s. I, b. 313 , fasc. 3076, incarto Per un Cannone spedito a
San Giovanni Rotondo.
L’autore annotò a mano : “Essi furono l’arciprete L. Bramante,
Raffaele Padovano, Gennaro Padovano ed altri per aver sborsato denaro”; poi
depennò l’annotazione, forse preso dallo scrupolo o dal dubbio.
Le successive edizioni sono: 1) G. D’Errico, La Reazione di SAN GIOVANNI
ROTONDO, Pagina Storica del 1860, San Severo, Tip. V.Vecchi e Comp.,
1886; 2) G. D’Errico, La Reazione borbonica dall’ottobre al novembre 1860
di San Giovanni Rotondo, Foggia, 1914.
Il Padovano dimenticò di citare Alessandro Campanile.
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