L’8 ottobre il Sottintendente di San Severo, per
mezzo della Telegrafia Elettrica comunicava al Governatore:
“Niun rapporto finora mi è giunto dalle autorità
di San Marco in Lamis. Il Giudice di Rignano solo per corriere
mi manifesta al momento che in San Marco vi è stato un tumulto,
senza indicarne le proporzioni e i particolari, e chiede forza
perché i Sammarchesi hanno minacciato di saccheggiare Rignano. I
comuni che possono dare ora i loro contingenti sono San Giovanni
Rotondo, Lesina, Poggio imperiale, Rignano e Foggia com’Ella
dice.
Queste forze debbono riunirsi in un punto per poi
muovere per Sammarco. Il luogo migliore è San Giovanni Rotondo.
Io quindi vado a disporre che i contingenti dei suddetti Comuni
si concentrino in San Giovanni Rotondo, senza passare per
Sammarco. La Guardia Nazionale di codesto Capoluogo dovrebbe
anche muovere per San Giovanni Rotondo. Riunitasi così la forza
potrebbe condursi in Sammarco per ristabilirsi l’ordine.
E’ mestieri che Ella stabilisca da costà un
condottiere di questa forza, imperoché speditisi da me Magnati e
Santelli, non ho altri buoni disponibili, poiché Sammarco in
Lamis è ben popoloso Comune, così ho creduto di far conoscere
alle colonne di Tonti e Magnati, che ove l’ordine fosse
ristabilito in Peschici e Vico, spedissero una parte almeno
delle loro colonne a rafforzare quella che parte per Sammarco.
S. Severo 8/ ore 12.30. F.to L’Uff. Interprete Ferdinando de
Martino”.
Il giorno 9 G. Del Giudice preannunciò al
Sottogovernatore l’arrivo a S. Giovanni di 80 guardie nazionali
foggiane. In più gli ordinò di mobilitare le Guardie Nazionali
dei comuni vicini, in attesa di poter disporre delle restanti
forze di Foggia impegnate in San Marco in Lamis. Anche queste,
normalizzatasi la situazione, avrebbero ripiegato su San
Giovanni, per i gravi fatti ivi verificatisi.
Una colonna di Guardie nazionali giunse
effettivamente a San Giovanni il giorno 9. Il giorno 10 il
comandante Antonio de Mania scriveva al Governatore:
“Con la Colonna da me comandata ò pernottato al
Palazzo Comunale. Queste Autorità hanno fatto del loro meglio a
che non ci fosse mancato oltre al bisognevole. I militi tutti e
gli uffiziati si sono comportati con contegno, conché non vi è
stata nessuna novità. Essendomi poi assicurato che questi
abitanti non avrebbero fatto alcuna mossa reazionaria ò fatto
disporre gli alloggi nelle case particolari poiché col fatto è
cessato lo scopo di essere riuniti tutti in un punto.
Da Sammarco mi vengono le seguenti Uff.li notizie
dei Sig.ri Sindaco, Capo Compagnia e Giudice Circondariale:
“San Marco in Lamis 10 ottobre 1860 =
Signore, Qui si sta in perfetta calma la reazione è sbandata; la
bassa plebe portata in campagna à ripreso le sue occupazioni
campestri. Ella quindi potrà qui recarsi con la colonna mobile
senza alcun timore, poiché sarà la forza placidamente con gioia
accolta. Il Sindaco L. Giuliani”.
“San Marco in Lamis 10 Ottobre 1860 = Signore,
in questo Comune vi è la perfetta pace; i braccianti tutti sono
alla fatica e la reazione è terminata, per cui Ella potrà
recarsi con la colonna mobile senza timore alcuno poiché la
forza sarà ricevuta con tutta amicizia. Il Capo Compagnia
Michele Gravina”.
“San Marco in Lamis 10 Ottobre 1860 = Signore,
avendomi il Signor Governatore data prevenzione della Colonna
mobile qui spedita, a mia richiesta sotto i di lei comandi trovo
utile prevenirle che la rivolta è cessata fin da ieri al giorno
e perciò vedesi ripristinato il servizio della Guardia Nazionale
e la pubblica tranquillità. Piacciale quindi far l’entrata in
questo Comune con tale prevenzione potendo essere sicura di un
pacifico accoglimento. Il Giudice L.
Altobelli”.
Ad onta di tali notizie di accordo con il Sig.
Pizzella non ho stimato regolare muovere a quella volta, poiché
non abbiamo creduto aver forza sufficiente per un possibile
movimento.
Qui non sono venute le Guardie Nazionali dei
Comuni di Lesina, Poggio Imperiale, e Rignano non à mandato che
10 Guardie... Da Manfredonia veniamo assicurati che ci vorrà una
forza competente dopo di che vedrò di andare a Sammarco. Di
tutto la terrò informato...”.
L’errata convinzione che la popolazione
sangiovannese non avrebbe tentato una mossa reazionare fu un
grande ed imperdonabile errore di valutazione del De Mania che
abbandonò a se stesso il paese, lasciando alle male armate
guardie nazionali, di cui poche di idee liberali, l’onere di
soffocare eventuali disordini, peraltro già previsti dalle
autorità locali. Ma va fatto notare che il numero dei soldati
era insufficiente a coprire le urgenti e straordinarie richieste
di aiuto che pervenivano da tutto il vasto territorio
provinciale. Ciò può servire ad alleggerire il carico di accuse
al Governatore che fece quanto era in suo potere per ottenere un
potenziamento delle forze militari in Capitanata. Furono le
massime autorità centrali a non essere all’altezza della
situazione.
Le
gravi colpe del Dicastero di Polizia
Con un ufficio del 13 ottobre 1860 Gaetano Del
Giudice aveva ragguagliato il Ministro di Polizia sullo spirito
pubblico della provincia di Capitanata, notevolmente
compromesso. Dopo il 26 settembre la reazione, appena spenta in
Bovino, si era propagata nell’ordine nei comuni di Monte Sant’Angelo,
Mattinata, Peschici, Vico, S. Marco in Lamis, Apricena, San
Bartolomeo in Galdo e nel distretto di Bovino. La valente
perizia dei comandanti delle Guardie nazionali di Manfredonia e
Lucera, i Capitani Demetrio del Prete e Raffaele Granata, era
servita a reprimere alcuni di questi movimenti insurrezionali.
Le guardie nazionali della provincia invece erano per lo più
sfornite di armi ed i pochi fucili in dotazione erano
inservibili, per mancanza di polvere. Perciò il Del Giudice
chiese almeno 400 fucili per le milizie cittadine. Per le varie
mobilitazioni il Governatore era stato costretto a prendere dai
depositi pubblici pochi rotoli di pessima polvere di
contrabbando, che risultò essere “umidissima e di nessun uso”. A
suo parere i movimenti reazionari “avevano per fomite il
comunismo, cioè lo spoglio della proprietà privata e
comunale, e la divisione de’ boschi”. Nei vari paesi le Guardie
Nazionali partecipavano al saccheggio dei demani, anziché
tutelarli, alla stregua di comuni cittadini; perciò non vi erano
forze repressive sufficienti. Diversamente, i movimenti del
Gargano erano ritenuti di natura “politica”, poiché sembrava che
la popolazione avesse ceduto “ad un motto venuto di fuori, e
forse comunicato loro dai numerosi soldati sbandati”. La
repressione dei moti del promontorio era stata affidata alla
Colonna Mobile così detta Garganica, forte di 70
individui e comandata dal Cap. Tondi, volontario garibaldino.
Questa, dopo essersi occupata della repressione in Vico e
Peschici, era impegnata a spegnere i bollori reazionari
sammarchesi. L’amministrazione nella provincia era afflitta
dalla “lebbra degli antichi impiegati”. Alcuni importanti
Circondari come Bovino e San Severo erano senza Giudice. In
altri la giustizia era amministrata da pessimi soggetti,
contrari al nuovo ordine di cose. Malgrado le sollecitazioni del
Governatore, il Commissario e il Cancelliere di Polizia del
Capoluogo non erano stati ancora nominati. L’Ispettore di
Polizia di Bovino, accusato di partecipare ai furti e al
“concerto reazionario di quel Vescovo”, restava in paese,
quantunque sospeso, tenendo vivi l’odio verso il nuovo Governo e
l’amore per quello borbonico. Ancora, non erano stati nominati i
due Maggiori della Guardia nazionale di Foggia e Lucera. Tutto
ciò fu rapportato da Gaetano del Giudice al Ministro di Polizia.
Le cennate carenze evidenziano quanto fosse
difficile colmare le distanze che si frapponevano tra il
Mezzogiorno ed il resto d’Italia. Dopo averle messe a nudo, il
Governatore tornò alla carica il 17 ottobre, con un altro
Uffizio per il direttore del Ministero di Polizia, in cui, per
la terza volta chiese la nomina del Commissario e del
Cancelliere di Polizia di Foggia, mettendo quel Dicastero di
fronte alle proprie, gravi responsabilità:
“L’abbandono con cui il Ministero lascia questa
Provincia è assai notevole... Non sono questi tempi nei quali la
Provincia può fare a meno d’alcuno de’ suoi funzionari, massime
quando il paese è pieno di movimenti insurrezionali, e non vi
sono né armi né armati per quietarli... sono costretto ora ad
aggiungere che l’autorità morale del Governo va cadendo... A che
pro’ cercare indagini sulla condanna degli antichi impiegati,
quando, date non si adotta alcun provvedimento?... Come fresca
nuova le mando che in Bovino è avvenuta Domenica scorsa una
grave insurrezione politica al grido di Viva Francesco II. La
Guardia Nazionale è stata disarmata; un milite è stato ucciso,
due feriti. I contadini, guidati dai soldati sbandati e dai
preti, si sono tricerati nel paese, sparso di siepi e di vigne,
e vietano a ciascuno l’entrata e l’uscita. Le Guardie Nazionali
che ò invitato a mobilizzarsi, chiedono, ed a ragione, l’ausilio
della truppa di linea, perché esse sono numerose ma senza armi.
Ed io sono costretto, Signor Direttore, a domandarle
istantaneamente un pajo di centinaja di soldati, altrimenti non
rispondo più dell’ordine in questa Provincia... Perdonerà,
Signor Direttore, il lungo rapporto. Noi ci conosciamo da più
tempo, ed abbiamo riso e pianto insieme de’ Governanti d’allora.
A me pare che adesso facciamo ridere e piangere di noi”.
I
soldati sbandati arrestati fuggono dalle
prigioni
La situazione sangiovannese divenne critica alle
21,30 del 16 ottobre. I quattro soldati sbandati catturati,
venuti a sapere che l’indomani mattina il Cap. Padovano li
avrebbe consegnati alla Guardia nazionale di Foggia, evasero
dalle prigioni, forando il grosso muro verso mezzogiorno. Agli
sbandati si unirono altri due detenuti, i fratelli Salvatore e
Gaetano De Vita, imputati dell’omicidio di Michele Ricciardi.
Oltre al Padovano
anche il Giudice Regio si affrettò a inviare un dettagliato
rapporto al Governatore, datato 17 ottobre 1860, avente per
oggetto “1° Salvatore De Vita, 2° Gaetano De Vita, imputati di
omicidio, 3° Francesco Piemontese, 4° Antonio Caldarola, 5°
Francesco Savino, 6° Antonio Marinelli, soldati sbandati”:
“Signore, mi denunciava questa mattina il
custode di queste prigioni, siccome mi riferiva nel contempo il
2° Tenente della Guardia Nazionale Sig. Lisa, che nell’or
decorsa notte sei individui detenuti nelle prigioni suddette
erano evasi dietro l’apertura praticata dalla parte intorno del
mezzo a fabbrica sporgente dalla strada pubblica.
Verificato ciò ne’ modi legali la mancanza nelle prigioni de’
detenuti suddetti, e la rottura del muro sopramenzionato, che
serviva di mezzo alla evasione, mi accingeva alla stanzione del
corrispondente processo, mentreché nel tempo istesso propiziavo
questo Capitano della Guardia Nazionale, perché energicamente
avesse disposto le ricerche e del pronto arresto degli evasi.
Ed intanto nel farmi sollecito di tanto
parteciparle, non debbo omettere manifestarle che tra i sei
dolenti evasi, due venivano imputati di omicidio volontario, la
cui istruzione è in pendenza ancora in questa Giustizia Regia, e
gli altri quattro segnati in margine si costringevano in queste
prigioni dal Capitano della Guardia Nazionale locale la notte da
7 ad 8 di questo mese, come soldati sbandati, a fine di farli
tornare alle Bandiere. In proposito di quest’ultimi concorrono
delle ragioni ben probabili che possono riunirsi agli altri
soldati casualmente sbandati al numero di 16, i quali sfuggivano
le ricerche della forza e sono tuttavia latitanti per le
campagne, siccome io mi dava il bene di darle partecipazione con
espresso col mio foglio del 8 corr. nr. 371. Tale riunione,
qualora per avventura si verificasse, non potrebbe partorire che
sinistre conseguenze alla tranquillità ed all’ordine pubblico,
stanteché le di costoro mire non sono mica favorevoli
all’attuale Governo.
Più stimo mio debito passare alla di Lei
intelligenza di essere lo spirito pubblico di questi pacifici
amministrati preoccupato da timori e palpiti per l’avvenire, sia
per la probabile riunione degli evasi soldati sbandati agli
altri latitanti, sia per le sordi voci che circolano nel
paese per qualche manifestazione retriva pel giorno 21 andante
a causa della votazione Superiormente disposta.
Quindi parrebbe indispensabile a misura di
previggenza, la presenza qui di un competente numero di forza,
da muovere da Codesto Capoluogo, capace a poter tutelare
l’ordine e la tranquillità pubblica, e nell’un tempo assicurarsi
degli individui evasi e de’ soldati sbadati latitanti... F.to
Pel Giudice promosso, il Supplente Tommaso Giordani”.
Ma, come abbiamo già visto, le reazioni erano
tante, ed i soldati armati troppo pochi. In relazione
all’evasione il Governatore scriveva al Ministro dei Lavori
Pubblici e al Ministero della Polizia:
“Pur essendo colpevole di negligenza il custode,
ove connivenza non stavi, ho dato ordini di sospendersi
immantinenti, facendolo provvisoriamente rimpiazzare da altro
idoneo e meritevole soggetto, chiedendone il nome come pure ho
domandato sapere se siavi stata incuria della forza pubblica
alla dovuta vigilanza...”.
G. Arditi, direttore del terzo dipartimento di
Polizia di Napoli, preso atto della situazione, restava in
attesa di conoscere se vi era stata effetivamente negligenza o
connivenza da parte del custode delle carceri.
Si
prepara la reazione sangiovannese
Mentre si avvicinava il giorno fissato per il
Plebiscito, ai soldati sbandati, impossibilitati a mettere piede
in paese, si affiancarono uomini forestieri con il compito di
infondere lo spirito reazionario nella pacifica popolazione
indigena.
Significativa è questa lettera al Governatore del
18 ottobre di Antonio Lisa, Tenente della Guardia nazionale:
“Signore, nel giorno sedici volgente mese mi
determinava arrestare un individuo di Manfredonia, che nel
mentre erasi portato in questo Comune a comprar patate divulgava
voci tendenti a spargere il malcontento contro l’attuale
Governo. Annunziava egli, fra le altre cose che il benemerito
dittatore avea gravato il popolo di Sicilia e quello delle
Marine di esorbitanti imposizioni, estendendole puranco sulle
finestre e su tutti i mobili di casa;
che rilevanti perdite eransi state sotto le mura dell’assediata
Capua; e che infine quel Volturno per tanto eccidio, cambiando
di colorito, rosseggiava pel sangue degli uccisi. Tradotto però
l’assicurato dinanzi al Supplente D. Tommaso Giordani, costui
immantinenti lo rilasciava in libertà; sicché persuaso il popolo
che tali fatti andavano impuniti, si è fatto lecito irrompere in
escandescenze, gridando pubblicamente Evviva Francesco
Secondo ed alla dinastia Borbonica. Prevedendo delle
conseguenze funeste, e perciò mi rivolgo a Lei per gli opportuni
provvedimenti, dacché lo Giordano è concordato da tale una
opinione pubblica che lo annunzia per dichiarato amico del
caduto regime, circostanza non comprovabile per la dura
condizione di quasi tutti, pastergando (?) un bene positivo,
pensano sciauratamente al par di lui nell’idea di rovinar tutti
col ritorno degli antichi satelliti di Polizia. F.to Il
Sottotenente Antonio Lisa”.
Il Governatore era già a conoscenza
dell’esistenza di emissari borbonici. Proprio il giorno prima si
era doluto della mancanza di controllo dei forestieri col
Direttore del Ministero di Polizia:
“... debbo manifestarle che l’affollamento di
passegg(i)eri nelle locande rimane senza sorveglianza, e questa
è suprema necessità in questi tempi, ne’ quali Borbonici e
Murattisti spediscono emissarii per turbare il tranquillo
andamento del paese; ed è assai strano di mancare di un
Commissario di Polizia sicuro ed energico in questa Città, per
la quale transitano i viaggiatori delle tre Puglie... Là dove
stringe il bisogno, è minore il soccorso dell’autorità”.
Si riprende con la narrazione di Gaetano
D’Errico. E’ la sera del 20 ottobre.
II
Tu hai amato il male più che il bene
la menzogna più che il parlare
dirittamente.
la menzogna più che il parlare
dirittamente.
Tu hai amate tutte le parole di
ruina,
o lingua fraudolente.
Salmo LII, v.
4 e 5
“L’ora giungeva che il sole era per terminare il
corso di sua evoluzione diurna, lasciando i miseri mortali nella
tenebra che si andava aprossimando; mentre tratto tratto
sentivansi colpi di fucile diretti sul paese: era indubbiamente
la masnada degli sbandati militi del Borbonide,
i quali se ne stavano là senza che alcuno facesse loro
opposizione. Alle ore sei pomeridiane entrano nel paese col
solito grido, ed incominciano a chiedere armi e munizioni nelle
prime case di quei che non facevano parte di loro, e quindi in
quelle di alcuni della guardia nazionale, e percorrendo le vie
giungono al corpo di guardia, il quale era chiuso; tosto aprono
le porte ed a colpi di fucile distruggono i quadri di Vittorio
Emanuele e Giuseppe Garibaldi, sostituendovi quelli di Francesco
II e sua moglie. Dopo ciò rinforzati, girano continuamente con
grida unanimi di evviva a quel re esplodendo al vento fucilate.
Più tardi vanno a scassinare la porta del caffè
di Antonino Maresca, sottoposto all’abitazione dello stesso,
nonché del suo cognato Nicola Maria del Grosso conviventi nella
medesima casa. Questi tirano un colpo nella calca e feriscono
gravemente Giovanni Placentino che morì dopo poco tempo.
A tal successo la turba separasi e quasi scompare; ma il fato
volle che il fuoco si ripetesse. Onde i popolani prendendo animo
si riunirono e cercarono avere in mano il feritore. Taluni si
fecero arditi: ed un amico dell’Antonino gli disse che fosse
sceso dall’abitazione ed avesse seguito il popolo, che non v’era
per esso verun timore, rendendosi egli medesimo responsabile di
lui, e mille altre lusinghe. L’Antonino stordito dalle grida e
confuso anche dal pianto della madre, scese di casa. La
plebaglia avutolo nelle mani, lo conduce sin davanti al corpo di
guardia, e l’uccide a colpi di scure e d’ogni specie d’arme,
martirizzandolo in modo inesprimibile e insultando ancora il
cadavere disteso per via. Egli era un bel giovane di oltre
trent’anni, di simpatico aspetto, celibe, di gentile famiglia,
amato dagli amici. Poco prima delle otto un’altra vittima è
stata sacrifigata: essa fu Agostino Bocchino, bottegaio, il
quale incontrato nella via Forni che davasi alla fuga, fu tosto
ucciso in modo non meno atroce che l’Antonino.
Al negozio dello stesso furono scassinate le
porte e dato il sacco. I suddetti appartenevano alla già
costituita Guardia Nazionale: si erano messi il berretto rosso,
quale distintivo d’allora appartenente a quel corpo, ed al
mattino avevano posto il sì in fronte di quello. Passa un’ora e
scassinano le porte di una casa di un altro milite della guardia
nazionale, Michele Fazzano. La famiglia fuggì, ed alla casa fu
dato il sacco. Più tardi fecero lo stesso in quella di Guglielmo
Fabrocini, appiccando per giunta il fuoco a taluni mobili
gittati nella pubblica via. Sono per battere le dodici della
notte e sentesi del pari abbattere a colpi di scure il portone
del signor Errico d’Errico
per dare saccheggio alla casa di lui. La famiglia del medesimo
si era però ritirata nella casa attigua del fratello Luigi,
nella quale v’era pure il cognato di quest’ultimo, signor
Alessandro Campanile. Questi tre erano molto bene forniti
d’armi, sicché se ivi si radunava il popolo, sarebbe stato al
certo attaccato e forse respinto. In questa il capo bandito
Francesco Cascavilla chiese di parlare col predetto Luigi,
mediante un finestrino che mette nel recinto del signor
Benedetto Ventrella: al che gli fu risposto affermativamente.
Esso Cascavilla si mostrò (specialmente a prima giunta)
cerimonioso, amico, affabile, insomma tutto quello che possa
occorrere per una politica brigantesca: chiese se v’era in
quella casa il fratello Errico; al che (benché vi fosse) gli fu
risposto negativamente. Soggiunse che il popolo senza suo ordine
aveva abbattuto le porte della casa del fratello, e che lui, ciò
non ostante, l’aveva preservato dalle conseguenze del saccheggio
e dell’incendio e postevi le sentinelle alle porte. Oltre a ciò
disse che esso Luigi doveva al mattino uscire di casa, volendolo
innalzare alla carica di sindaco, ed altre cose lusinghiere, a
fine di averlo nelle mani! Al che il suddetto rispondeva
ringraziando, ma rifiutando tale carica. Dopo circa mezz’ora di
sermone licenziaronsi in buona pace! Tutto questo ciò io lo udii
con le mie orecchie; perciocché mi trovavo in quella medesima
stanza coricato; stando in gran tremore
perché in quella notte infernale quasi continuamente si udivano
le solite grida alzarsi, accompagnate da colpi di fucile. Così
passarono altre ore , senza che ulteriori fatti sieno successi
per quel che io potessi accorgermi; potendo dire con Dante, che
sentivansi solo : “Diverse lingue, orribil favelle,/...accenti
d’ira,/ Voci alte e fioche,.. / Facevan un tumulto, il qual
s’aggira,/ Sempre in quell’aria senza tempo tinta,/ come la rena
quando il turbo spira”.
L’aurora principiava a dileguare le tenebre in
cui era avvolta la tetra notte, che una trama omicida già era
stata preparata dai capi della reazione, i quali sebbene non
apparissero in pubblico, istigavano occultamente gli abbietti
esecutori materiali, promettendo loro l’impunità ed il
guiderdone, al ritorno di quel re! E per riuscire a viemmeglio
ingannarli, mandavano fuori un supposto messo con lettere
scritte da loro e con giornali, e poi fattolo ritornare con le
stesse cose, aprivano quella simulata posta in presenza del
popolo, e leggevano quelle notizie su fogli pubblici del regno!
Le notizie erano che il re Francesco II era vittorioso, e che
mandava saluti ai popolani e che li ringraziava della loro
cooperazione nella difesa, ecc. E giunsero persino a dire che
quel re era entrato in Napoli!
A siffatte invenzioni il popolaccio (quasi del tutto analfabeta)
gioiva e festeggiava, mostrandosi pronto anche a consumare
qualsiasi reato, ed a torre di mezzo tutti i liberali!
Erano circa le ore 7 antimeridiane, quando uno
dei capi (Vincenzo Antini) annunzia e proclama la pace al
pubblico, dicendo dover essere questa pace ferma e duratura, a
fine di impedire ulteriore spargimento di sangue, e doversi
contemporaneamente solennizzare la festa del re col Te Deum. Tal
novella sparsa per tutto il paese, indusse in errore alcuni
liberali, i quali prestando fede a quei preparativi proditorii,
uscirono dalle proprie case:
ma appena fuori venivano arrestati. Coloro che non uscivano
s’andavano a prendere nelle case loro. Un messo
mandato dalla turba alla casa del Luigi d’Errico, gridava a
squarciagola per via: Pace, pace! Giunto il suddetto, proclamava
Antini (annotazione):Il popolo ha stabilito pace per tutti!
Il d’Errico tratto in inganno si tolse da ogni
idea di resistenza, aprì il portone a quel messaggero, il quale
dopo aver discorso di pace, ritornassene allegro d’aver preso il
forte con la sua impostura. Non passarono dieci minuti che si
vide giungere il popolo, preceduto da taluni signori
dei quali non potevasi immaginare che fossero venuti sotto falso
aspetto; perocché non vi erano non pochi membri della guardia
nazionale! (Né vi fu alcuno che abbia dato indizio della trama
ordita). Il portone era già aperto; entrarono seguiti
dall’intera plebe armata. Dopo qualche dibattimento e
suggestione, che bisognava andare al Te Deum in chiesa; visto
che la resistenza forzata riuscita vana, dovette il d’Errico
condiscendere a uscire col fratello Errico e cognato Alessandro.
Alcuni plebei chiesero armi e munizioni, e loro fu dato dopo
diverbi un fucile insignificante ed alcuni minuti proiettili,
sotto pretesto che non si avea che cose da caccia. Ciò fatto, si
vestirono, ed insieme cogli altri signori si avviarono seguiti
dal popolo.
La trama era orrida e la nota di coloro che si
dovevano massacrare, era già stata fatta! Incredibilia sed
vera! Giungono i tre liberali al largo del municipio, ed il
popolo impostore cambia aspetto, e mena in prigione Errico ed
Alessandro. Luigi monta allora sopra un’altura e si mette ad
arringare il popolo, ed uniformandosi allo stato miserando della
reazione, dovette dire cose, mascherate col velo della politica,
favorevoli all’opinione popolare, allo scopo di salvar sé e
forse gli altri (ubi est maior minor
cessat).
Ei con eloquenza forense era riuscito a salvarsi dalle prigioni,
ed era per ritirarsi in sua casa alla quale si trovava già
vicino, quando ad una voce vien richiamato da altri della plebe.
Egli trovandosi nell’infelice condizione di dover essere
soggetto al voler popolare, dovette tornar indietro.
Il popolo fu istigato a richiamarlo a novello
giudizio, da un popolano (F.P.), nemico per cosa da nulla del
detto sig. Luigi. Arrivato in mezzo alla plebe, credé necessario
perorare ancora, e aggiungere cose favorevoli ai detenuti,
sostentando l’innocenza dei medesimi. Visto però che il vento
non tirava favorevole, chiese almeno la liberazione del fratello
Errico, e del collega Terenzio Ventrella. A tali accenti, alcuni
di quella canaglia si fanno a gridare: questo è anche un
carbonaro, perché difende i carbonari; anche lui in prigione!
Tali voci uscite d’un tratto furono ripetute dall’intera turba;
sicché fu giocoforza subire la sorte degli altri carcerati.
- Che concetto ti fai tu, o lettore, del giudizio
di questo popolo?..... La sua legge è il capriccio e le
ordinanze che riceve dai retrogradi. Essa non ha idea di
diritto, di giustizia , di umanità; di morale; è zotico,
analfabeta, bestiale. Vorrei che coloro che osteggiano
l’istruzione, provassero una volta a cadere sotto l’impero di un
popolo ignorante, e vedrebbero allora che razza di giudizi è
capace di fare!
Senza istruzione, signori democratici, vi
alleverete una serpe nel seno. I fatti parlano da sé. Ma andiamo
avanti.
L’arresto dei tre suddetti non fu il primo,
perché i medesimi trovarono in quella carcere altri, sicché in
totale i detenuti ammontavano a ventidue ed erano:
1. Luigi
d’Errico, Avvocato e proprietario.
2. Errico
d’Errico, legale e proprietario.
(fratelli)
3. Terenzio
Ventrella, avvocato proprietario.
4. Paolo
Franco, notaio.
5. Achille
Giuva, farmacista.
6. Nicola del
Grosso, agrimensore.
7. Michele
Fazzano, Ferraio-armiere.
8. Costantino
Mucci
9. Alfonso
Mucci
(fratelli)
10. Guglielmo
Fabrocini, vendita di generi diversi.
11. Francesco
Ruggieri, studente in legge.
12. Luigi
sacerdote Merla
13. Achille
Merla
(fratelli)
14.Giuseppe
Irace
15. Tommaso
Irace (padre e figli proprietari)
16. Vincenzo
Irace
17. Tommaso
Lecce, negoziante e proprietario.
18. Alessandro
Campanile, studente in medicina.
19. Matteo
Fini, proprietario.
20. Gennaro
Cascavilla, proprietario.
21. Celestino
Sabatelli, proprietario.
22. Francesco
Paolo Russo, tavernaro.
Siamo al lunedì 22 ore 9 antimeridiane. Veggonsi
passare i frati cappuccini, tutti in fila alla testa dei quali
si trova Alfonso Cascavilla (fratello del Francesco), armato di
fucile, che li conduceva in chiesa pel Te Deum. Fu lo stesso
intonato solennemente con gran concorso di gente d’ogni ceto.
Dopo di ciò vi fu una breve predica,
senza però si dicesse una sola parola per la liberazione dei
detenuti!
In quel frattempo s’era ricostituita la guardia
urbana, comandata dall’ex capo-urbano;
e da tutti s’andava gridando per l’abitato i soliti viva a
Francesco II. Vi si unirono anche molti fuggiaschi e popolani
del limitrofo comune di S. Marco in Lamis, tra i quali eravi
pure l’Agostino Nardella a cui dovette la vita il fu Vincenzo
Cafaro, notaio, che si tenne nascosto per parecchi giorni in una
piccola fossa che si trovava in una casa attigua alla sua.
III
Ora comincian le dolenti note
Dante
I sunnotati, posti in carcere, erano guardati
continuamente da sentinelle, e con immensa tirannide, di modo
che nessuno potevasi avvicinare per parlar loro, né per
confortarli con qualche ristoro!
Il Signor Errico,
prevedendo le orribili conseguenze, ne pianse sin dall’entrata,
né altri potevano alleggerirgli il cordoglio! Difatti la ferocia
di quelle sentinelle, accompagnate da minacce, era indizio di
eventi spaventevoli.
Più tardi si vociferava che si era
stabilita una Commissione speciale, la quale doveva andare ad
incontrare la truppa, che poteva venire. Ma i componenti della
Commissione non avendovi un interesse materiale si rifiutarono,
e nulla avvenne al riguardo. Dicevano del pari che i detenuti
dovevano uscire; ma nulla del pari effettuossi! Passa quest’altro
giorno, ed ecco finalmente arrivare il sinistro martedì 23.
Siamo al mattino e gl’imprigionati ricevono indizi certi della
loro futura morte; perciocché lo sfrenato Vincenzo Antini,
annunziava con ghigno feroce, che se venivano i garibaldini, i
detenuti sarebbero al certo prima d’ogni altro fucilati! Da quel
momento comincia l’ora certa della loro agonia. I poverini
dovettero tracannarsi l’amaro calice del dolore, offerto da
quella iena!
Nelle precedenti ore per alcuni v’era stata
speranza di salvezza, e quindi il loro dolore non era fino
allora giunto ad essere agonizzante! Ma ciò non basta. Più
tardi sentonsi un’altra sentenza pronunziata dalla tigre
Emanuele Sabatelli, il quale pregato come un Dio dal venerando
signor Antonio Ventrella perché liberasse suo nipote Terenzio,
rispose: Per ora si fucilano questi, in seguito si passerà ad
altri. A sì inaspettata risposta, il Ventrella spaventatosi
disse piangendo: Deh, per carità! non permettete, che tanti
padri di famiglia, professori e proprietari innocenti vengano
massacrati, e restino immersi nel lutto le mogli e figli.
Uccidete piuttosto me, che son vecchio... Ma nell’animo della
belva non valsero le preghiere, ed il Ventrella dovette
ritirarsi senza aver nulla ottenuto.
Quelli erano i momenti, più angosciosi per
gl’infelici detenuti. Essi fin dall’entrata non avevano
assaggiati quasi cibo, e l’agonia annunziava loro il momento
fatale. Scrivono una supplica al Vicario di questo capitolo,
rimettendogliela racchiusa in una pentola da caffè. In quella
pregavano che per carità, avesse riunito il capitolo, e uscito
processionalmente andasse alla carcere col SS. Sacramento a
implorar pace, commuovere quei cannibali, e liberar essi
dall’imminente pericolo di morte. Ma il Vicario fé il sordo, né
punto si curò della supplica. E veramente così doveva essere,
perciocché aveva influito il confessionale stesso non poco allo
scoppio della reazione! Rimasta senza effetto la pietosa
supplica al sacerdote di Colui che disse: Amate i vostri nemici,
fate del bene a chi vi perseguita, le cose volgevano sempre al
peggio.
Verso le 11 pomeridiane giungono al mio orecchio
delle voci, che asserivano che qualora fosse venuta truppa
garibaldina, gl’imprigionati sarebbero al certo prima di tutto
massacrati! E vedi, o lettore, come la sventura procedeva,
combinandosi gl’infortunii!
Nella domenica sera, 21, alcuni liberali in
numero di sei circa, si erano diretti quasi tutti verso Foggia
senza farne il menomo motto agli altri rimasti. Essi empirono
quella città dell’accaduto, chiedendo aiuto di truppe pel loro
paese. Ma la spedizione tardò due giorni, sicché non partì da
Foggia che al mercoledì, in numero di oltre duecento garibaldini,
guidati da alcuni dei sei predetti, senza che gli stessi
avessero menomamente saputo gli incidenti avvenuti nei
successivi giorni; cioè l’arresto dei 22.
I garibaldini giunti oltre il Candelaro, e
propriamente al Quadrone, si divisero, credendo far cosa buona
di entrare per due opposti lati; cioè la metà per levante e
l’altra per ponente.
La prima guidata dal signor Vincenzo d’Errico
doveva attraversare la valle dell’Inferno; la seconda dal Signor
Antonio Lisa,
veniva per quella diretta che mena a Foggia, e conseguentemente
essendo più breve, giungere doveva prima di quell’altra.
E’ mestieri premettere, che per l’Antonio Lisa fu
arrestato Francesco Paolo RussoH,
il quale spediva neve ed altri articoli di commercio a Foggia, e
siccome poche ore avanti l’arresto del lunedì, erano già partiti
carretti carichi per quella città, così i reazionari
sospettarono che il detto Russo avesse il Lisa in uno di quei
sacchi sul carretto, e l’avesse inviato in salvo, facendolo a
questo modo partire per Foggia.
(continua)
Esaminiamo ora i documenti riguardanti questi
ultimi giorni.
Testimonianza di Federico
Verna
Oltre al povero messo Costantino Mucci era già
stato inviato a Foggia D. Federico Verna fu Giovanni,
proprietario, primo Tenente della guardia nazionale. Costui,
dopo aver chiesto invano rinforzi al Governatore fece ritorno a
San Giovanni Rotondo nelle ore serali di sabato 20 ottobre, come
si evince da un verbale inerente la deposizione resa al Giudice
Sanzillo:
“...Qui giunto (il Verna) incontrò D. Errico
d’Errico armato, ed il popolo in grande apprensione perché D.
Francesco Cascavilla, uno de’ sbandati era entrato in Paese
armato, e minaccioso. Si ritirò in casa e passò così quella
notte. Nel mattino seguente, domenica ventuno, qual decurione
andò alla casa municipale, ove dovea procedersi alla votazione
del plebiscito. Occupati di tale operazione, s’intesero grida
sediziosi viva Francesco II. Fattosi al balcone vide che
una parte del popolo, capitanata da D. Francesco Cascavilla
suddetto, armato di schioppo ometteva quelle voci. La Guardia
Nazionale si mise in moto, e quei tristi ripararono verso la
estremità superiore del paese. Circa mezz’ora dopo però, scesero
di nuovo, e Cascavilla dalla estremità della strada grande,
gittò il guanto alla Guardia Nazionale, vibrandole contro un
colpo. Questa corrispose con altri colpi, ed i faziosi
ritornarono verso la costa; non vi fu per allora offeso di
alcuno. Si pensò ordinare meglio la forza, alla quale si era
pure associato il guarda boschi Gabriele Martino. A costui il
dichiarante avea dato altro schioppo onde poterne armare
qualcuno di sua fiducia. Mentre tutti incedevano, esso Gabriele
vibrò colpi di una di quelle armi al dichiarante, che campò
miracolosamente. Questo fatto scoraggì molti, e specialmente il
S.r d’Errico,
perché palesava non avere di chi fidarsi. Ciò può deporsi da
Leandro Cascavilla e da Leonardo Mischitelli. I rivoltosi si
rannodarono con parte del popolo alla Costa; ed in quel
rimanere D. Francesco Cascavilla, imbattendosi con Bartolomeo
Sabatelli, gli disse:
- andiamo a confessarci al Convento; indi
entreremo in paese, e faremo quel che si deve fare, perché la
nostra vita è perduta.
Il deponente pensò rinchiudersi in casa come
fece, e dalla pubblica voce seppe gli omicidi di Antonio
Maresca, ed Agostino Bocchino consumati quella sera stessa. Nel
Lunedì fu chiamato , e per ben due volte non volle uscire. Andò
infine D. Antonio Carrabba coi figli, e molto popolo: per forza
uscirò (uscì). Intese che veniva minacciato di arresto. Vide
allora che Michelangelo di Stasio, teneva una nota di vittime
designate al numero di trentasei. Questo stesso di Stasio,
muratore, avea progettato abbattersi il ponte alle Mattine, per
impedire il passaggio della truppa, progetto che seppe aver
mandato ad atto nel martedì. Quando poi intese che si faceva
fuoco al carcere, sapendo le minacce contro di lui, fuggì, e non
altro vide, o intese di quanto avveniva. Seppe pure, ma non può
precisare da chi, da Michele Martino... aveva vibrato colpo di
schioppo al balcone del dichiarante, ed indi detto, che dovea
farsi la zuppa nel suo teschio...”.
Le
truppe del Governatore, respinte,
ripiegano su Manfredonia
Il Sottogovernatore di Capitanata venne a sapere
dei primi morti della mossa reazionaria sangiovannese solo il 23
ottobre. Alle ore 12 telegrafò al superiore diretto
informandolo che l’“irritata plebaglia” aveva ucciso tre
individui, imprigionato vari galantuomini e ucciso un corriere.
Il Governatore, riferendosi ad un altro telegramma di poche ore
prima, ribadì che era necessario far muovere per San Giovanni i
seicento garibaldini ed i Dragoni stazionati in Foggia. Sedato
il tumulto, la forza si sarebbe diretta su Cagnano e poi su S.
Marco in Lamis, per scongiurare che con l’unione dei reazionari
dei vari comuni l’insurrezione assumesse vaste proporzioni.
Postosi al comando di tali forze puntò su San Giovanni, sicuro
di poter tener testa agli eventi. Durante il tragitto il
Governatore dovette ripensare alla richiesta di aiuto del Ten.
Federico Verna, fattagli di persona tre giorni prima: se gli
avesse dato ascolto, forse le cose avrebbero preso una piega
diversa.
A fare da guida alle truppe c’erano quattro
sangiovannesi, i quali, condannati a morte dai reazionari, erano
riusciti ad eludere la stretta vigilanza disposta nei punti
strategici del paese. Erano Vincenzo d’Errico, Antonio Lisa,
Nicola e Leandro Cascavilla.
G. Fini ha già pubblicato la narrazione scritta
di un testimone anonimo contemporaneo, che partecipò al viaggio
delle truppe verso San Giovanni.
Un’annotazione incontrata nell’opuscolo di
Gaetano D’Errico ci permette ora di dare un nome all’autore:
trattasi di Vincenzo D’Errico, una delle guide, zio di Gaetano
e fratello dei martiri Errico e Luigi.
Il documento, impreciso sotto l’aspetto
ortografico e grammaticale, è insostituibile per la dovizia di
particolari tramandati. Il racconto viene qui riproposto nei
soli contenuti, invitando il lettore, ove lo ritenesse
opportuno, ad effettuare i necessari confronti con il testo
originale.
Il
racconto della guida Vincenzo D’Errico
Da Foggia partì prima un drappello dei
garibaldini comandato dal Maggiore Luigi Chicoli. In contrada
Quadrone s’imbatté in Giuseppe Felice Fiorentino, trovato
in possesso di diverse lettere e di una cassetta di munizioni.
Letta la corrispondenza, l’ufficiale ordinò di fucilarlo
immediatamente. Per intercessione di Vincenzo D’Errico,
favorevole all’istruzione di un formale processo,
la condanna non venne eseguita e il Fiorentino fu obbligato a
unirsi al drappello.
Nelle vicinanze del paese, lungo le cime delle
montagne, fu scorta una moltitudine di uomini che non
promettevano nulla di buono. Interrogato dal Magg. Chicoli, il
Fiorentino lo persuase che quelle persone fossero preti, monaci
e buoni cittadini che attendevano la forza! Rasserenatosi,
l’ingenuo ufficiale ordinò agli uomini di riprendere la marcia.
Ma, giunti nei pressi della masseria di D. Gennaro Padovano,
cominciarono a piovere addosso pallottole.
Il maggiore ordinò la prima ritirata. A nulla
valsero gli incitamenti del D’Errico ad affrontare il nemico con
i 500
soldati schierati alla “cacciatore”. Per tutta risposta il
maggiore gli consegnò una lettera da recapitare a Manfredonia in
compagnia del compaesano Cascavilla, contenente una richiesta di
rinforzi. Strada facendo i due si imbattevano nel Goventatore,
alla testa di altri 50 militi. Questi, letta la missiva del
Magg. Chicoli, giudicava non necessaria altra forza, ritenendo
sufficiente il suo drappello di guardie scelte. Ordinò quindi
ai due sangiovannesi di fare da guida alla sua Compagnia per
farla congiungere alla colonna di camicie rosse. Nel frattempo
questa, per evitare il nemico, aveva abbandonato la strada
battuta, dirigendosi per luoghi impervi, alla volta delle
Castellere. Verso mezzanotte s’incamminò verso quel luogo
anche il Del Giudice, con tutti i suoi uomini. Durante il
viaggio, che si rivelò più faticoso del previsto, il governatore
non abbandonò mai il braccio del D’Errico.
Alle due di notte si giunse alle Castellere. Gli uomini erano
stanchi e bagnati di sudore. Tre ufficiali mancavano
all’appello. Dopo lunga e vana attesa, i soldati infreddoliti
reclamarono affinché si riprendesse il cammino. Il governatore,
che non lasciava il D'Errico neanche per un minuto, lo pregò di
dirigere i suoi passi sulle alture, in modo da poter avvistare i
garibaldini, coi quali si doveva entrare in San Giovanni
Rotondo.
La notte era calma. La luna splendeva in cielo,
rischiarando il cammino. Ma di garibaldini neppure l’ombra, ad
eccezione di un sergente disperso che si unì alla comitiva di
guardie nazionali. Giunti in contrada “Querce di
Coppola”,
nelle vicinanze del paese, risuonò a distanza un “Alt ! Chi
viene?”. A quelle parole, il Governatore si rincuorò e disse:
“Allegro, D’Errico! I garibaldini hanno preso il paese!” Invano
il d’Errico gli fece notare che si ingannava; che quelle voci
erano dei rivoltosi.
Arrivati alla croce situata di fronte alla
Chiesa S. Onofrio, poco distante dalle mura, il Governatore
ordinò alla guida di entrare nel paese con un sergente
garibaldino ed altre due guardie affinché gli riferissero tutto
ciò che vi avveniva.
Il D’Errico, certo che lui e la scorta sarebbero
andati incontro a morte sicura, oppose un netto rifiuto. Al che,
il Del Giudice lo apostrofò con un sonoro “Vigliacco!”. L’altro,
per nulla impressionato, ribadì che non avrebbe mai ottemperato
ad un ordine simile.
Ciò mandò il Governatore su tutte le furie. Ma
alla fine si attaccò nuovamente al suo braccio, revolver in
mano, ed ordinò alle guardie nazionali di entrare in paese,
facendole precedere dal suono del tamburo. Con grande ingenuità,
il Governatore pensava che la popolazione lo avrebbe accolto con
tutti i riguardi dovuti alla sua autorità!
Giunti alle prime case, i militi ebbero appena il
tempo di scorgere la statua di San Giovanni Battista, il Santo
protettore del paese, con una bandiera in mano.
Poi il finimondo: centinaia di fucilate scaricate su di loro da
ogni parte, come fuochi d’artificio. Vincenzo D’Errico
svincolatosi frettolosamente dal braccio del Governatore, trovò
riparo dietro la statua del santo e con il fucile spianato
diresse lo sguardo verso i rivoltosi. Ma non ne scorse alcuno,
nascosti com’erano nelle case, sul campanile della Chiesa S.
Leonardo e dietro le “macerie” da cui sparavano.
Il Governatore, intanto, frastornato ed
impaurito, era arretrato velocemente con tutta la Compagnia nei
pressi della croce di Sant’Onofrio. Rimproverato dai suoi di non
aver voluto dare ascolto ai consigli della guida sangiovannese,
mettendo in serio pericolo la loro vita, cominciò a urlare
“D’Errico! D’Errico!”, per farsi indicare un luogo dove
rifugiarsi.
Dopo il rifiuto delle spaventate guardie di
restare nei casini vicini all’abitato, il sangiovannese li
condusse verso Monte Sant’Angelo, in una masseria nei pressi del
lago Sant’Egidio. Qui c’erano già circa trecento compaesani dei
due sessi, fuggiti dal paese. Il padrone offrì al Governatore
una stanza al piano superiore e questi si accasciò sul letto per
riposare.
Nel frattempo Vincenzo d’Errico, desideroso di
conoscere gli avvenimenti accaduti in paese durante la sua
assenza, si avvicinò a Marcello Grifa fu Antonio, il quale tutto
contento mangiava pane e formaggio, e lo interrogò. Col sorriso
sulle labbra il compaesano gli sparò a bruciapelo la terribile
notizia: “Hanno ucciso i tuoi fratelli Luigi ed Errico, tuo
cugino Francesco Ruggieri, Terenzio Ventrella ed altri”. Colpito
dritto al cuore, il pover’uomo ebbe la forza di chiedere il
motivo della presenza di tutte quelle persone. Marcello gli
spiegò che le strade di San Giovanni brulicavano di almeno
10.000 persone armate di S. Marco in Lamis e di altri paesi del
Gargano. Intuito il grosso pericolo, la guida corse ad avvisare
il Governatore che, visibilmente scosso, balzò giù dal letto e
decise di ripiegare immediatamente verso Manfredonia, per paura
di un attacco.
Il viaggio riprese. Ma, giunti in contrada Torri,
il buio e la stanchezza assalirono i soldati. I contadini misero
a disposizione i loro pagliericci. Questa buona accoglienza
convinse Del Giudice a fare un’altra sosta, in attesa che da
Manfredonia giungessero mezzi di trasporto per la stremata
truppa, chiesti al sindaco per mezzo di un messo. Al mattino, di
buon’ora, i militi s’incamminarono giù per la strada disastrata.
Ai piedi del monte trovarono le autorità comunali con i mezzi
richiesti e con loro entrarono in Manfredonia.
Ma il Governatore non si sentiva ancora al
sicuro. Alle due antimeridiane diede l’ordine di chiudere le
porte della città. A protezione delle stesse venivano posti i
pochi, piccoli cannoni disponibili. Sparsasi la voce di un
possibile attacco da parte della gente garganica, la popolazione
concitata si preparò a difendere la città. Si videro uomini
armati di fucili ed altre specie di armi appiattirsi sul muro di
cinta e sui tetti delle case. I marinai erano armati con
attrezzi solitamente usati per la pesca (arpioni?). Le donne e i
bambini gridavano... Solo al mattino seguente, non essendo
accaduto nulla di quanto si temeva, la calma tornò negli
animi.
Poi arrivarono in città i sospirati garibaldini
del Maggiore Chicoli, tutti affannati, con le altre due guide
sangiovannesi Antonio Lisa e Leandro Cascavilla. L’ufficiale
raccontò a Del Giudice la loro odissea. La colonna era arrivata
a San Giovanni nelle prime ore della notte. Avendo sentito gli
Alt! Chi va là, vicino le mura, il maggiore non aveva
voluto avventurarsi in un attacco, poiché il drappello era
formato da uomini non ancora ben disciplinati militarmente.
Perciò aveva ripiegato sul Convento dei Cappuccini, posto a
circa un chilometro e mezzo dal paese, dove i soldati avevano
trovato ospitalità per quella notte. Al mattino il maggiore
aveva inviato una commissione di frati alle autorità
sangiovannesi per verificare che l’ingresso del paese fosse
libero. Se i frati fossero tornati con una bandiera bianca, ciò
sarebbe stato interpretato come segno di pace. Una bandiera nera
gli avrebbe fatto capire che ci sarebbe stata battaglia.
Dopo la messa il Monte Castellano, che sovrastava
il convento, brulicava di migliaia di insorti armati. Intanto,
dal paese ritornava la commissione di frati con molte altre
persone al seguito, sventolando la bandiera bianca, in segno di
pace. Al suo avvicinarsi, però, gli uomini che si aggiravano lì
intorno avevano cercato di attaccare più volte i garibaldini
asserragliati nel Convento. Ciò era stato interpretato come un
segno di tradimento dei frati e, messo sull’avviso dalle guide,
il Maggiore Chicoli aveva preferito mettersi in fuga con i
garibaldini, in direzione Sud, inseguiti, senza essere
raggiunti, da una turba inferocita. Ora a Manfredonia si
sentivano veramente in salvo.
Mentre il maggiore raccontava, quattro
garibaldini, tra cui un tenente ed un sergente, non risposero
all’appello. Erano stati uccisi ed i loro corpi erano rimasti
alla mercé dei rivoluzionari, tra i dirupi del Gargano. Dall’ora
di morte segnata nei registri, si deduce che la battaglia deve
essere avvenuta intorno alle ore 15 del 24 ottobre 1860. Altri
due garibaldini, un caporale ed un furiere, feriti, furono
presi, trascinati e sospinti nella cella del carcere di Palazzo
S. Francesco. Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi fu
terrificante: tutto era un bagno di sangue. Scaraventati oltre
la porta, i loro corpi si trovarono confusi tra membra umane e
altri corpi senza vita. Inorriditi, si trascinarono tremanti in
un angolo, con la disperazione e l’angoscia di chi sente
avvicinarsi il passo vellutato della morte.
Secondo notizie fornite dal comandante delle G.N.
di Foggia al Ministro, la “scarsa truppa” era stata respinta da
circa 5.000 reazionari.
Il
Governatore chiede ed ottiene poteri
illimitati
Il 23 ottobre il Pro-dittatore Giorgio
Pallavicino firmava un decreto, pubblicato il giorno 27, con il
quale istituiva la Guardia Nazionale a cavallo nell’Italia
meridionale, composta da quattro reggimenti. Centocinquanta
uomini avrebbero formato il 6° Squadrone per la Provincia di
Capitanata, facente parte del Secondo Reggimento.
Intanto la sera del 24 ottobre 1860 Gaetano del Giudice era a
corto di uomini, e ritornava a Foggia da Manfredonia. Era ancora
in stato di shock ed infuriato per la pessima figura del giorno
prima, sul campo di San Giovanni Rotondo. Come vincere la forte
determinazione e l’organizzazione dei reazionari? Come
riscattare l’onore suo e delle truppe? Questo doveva chiedersi
tra sé e sé. C’era un solo mezzo per spegnere i bollenti spiriti
dei sangiovannesi e placare la sua sete di vendetta: chiedere ed
ottenere l’esercizio dei poteri straordinari. Prese carta e
penna e scrisse al Ministro dell’Interno Raffaele Conforti:
“Il giorno del plebiscito è stato per questa
Provincia un giorno d’insurrezione, ed i comizi in più comuni
non si sono raccolti. Si sono fatti e si fanno sforzi
straordinarii perché il movimento non fosse generale; ma mancano
i soldati e le armi, ed il potere ordinario qui è divenuto
impotente contro i tentativi e contro gli attentati di reazione.
Il più feroce di tali tentativi è avvenuto
Domenica scorsa in San Giovanni Rotondo sul Gargano, e con
dolore debbo manifestarle, che per forze che gli insorti
spiegano e , per la disciplina che mantengono, e per l’immanità
degli atti, questa mi pare ed è veramente la più dura a vincere
fra le ribellioni affacciatesi prima e dopo il 7 settembre. Io
sono accorso sul luogo ieri, e ne sono tornato stasera alle ore
8 p.m in compagnia di cinquanta militi mobilizzati di questo
capoluogo, e di una colonna di 260 soldati del reggimento dei
cacciatori Veneti, transitanti per qui sotto il comando del
generale Romano.
Giungemmo ieri sera a due di notte intorno al
paese, che trovammo barricato in tutte le entrate, guardato da 5
a 600 uomini armati, alla cui testa erano più che 100 soldati e
bassi uffiziali sbandati, provvisti di canne rigate,
disciplinati e combattenti con ordine e santo. Avevano qualche
ora innanzi fucilato a bruciapelo 23 galantuomini, che tenevano
rinchiusi nel carcere e si apprestavano ad altri massacri, che
in questa notte o in questo giorno avranno consumato. Quantunque
l’ora fosse tarda, profittammo della luna per avvanzarci fino
alle prime case; ma dalle feritoie aperte nelle barricate di
pietra, ci piovve addosso una grandine di palle, innanzi alla
quale questi militi non avvezzi si fecero indietro. I
Garibaldini che per tutta la notte si erano fortificati in un
Convento lungi un miglio dallo abitato, e che stamattina ne sono
usciti per attaccare, hanno visto parecchi de’ loro uccisi,
parecchi prigionieri ed il resto fuggire. Un soccorso di mille
più armati venuti nell’azione in aiuto de’ rivoltosi dal vicino
e popoloso Comune di S. Marco in Lamis, è stata la cagione della
sconfitta de’ soldati.
Io sono corso in Manfredonia, e mi sono procurato
due cannoni da un capitano di nave mercantile; vi ho fatto fare
gli affusti, le palle, le mitraglie, e doman saran pronti. Ho
pregato il generale Romano di condurre domani tutte le compagnie
disponibili, e vi andrà di persona con 900 uomini di fanteria,
40 guide a cavallo, 24 dragoni, 100 guardie nazionali di
Montesantangelo, 50 di Manfredonia, 20 di Rignano.
L’assalto sarà dopodomani e la terrò avvertita
del risultato. La resistenza ho per fermo che sarà accanita e la
lotta sanguinosa. Tutto il Gargano, com’a dire S. Nicandro,
Cagnano, Poggio Imperiale, ed altri Comuni stanno per imitare
l’esempio di San Giovanni Rotondo e di S. Marco in Lamis; ed i
Comuni di Biccari, Volturino, Volturara, Roseto, Monteleone ed
altri degli Appennini mi vengono annunzii di vicini movimenti.
In Accadia vi è stato pure Domenica spargimento di sangue e due
vittime.
Innanzi all’imponenza di tali fatti, io mi veggo
nella necessità, ed in difetto di armi e di soldati, a chiederle
l’esercizio dei poteri illimitati. Senza di essi io mi sento
impotente a continuare; i poveri Comuni si esauriscono di spese;
e la sicurezza dell’intera Provincia è in grave ed imminente
pericolo.
Si faccia, signor Ministro, persuasa della
terribile condizione di queste popolazioni, le quali tutte
ricorrono ed esclamano presso di me perché vi ponga riparo con
misure eccezionali, che rassicurano i buoni ed incutano spavento
ai tristi. Aspetto con affannosa ansietà le sue risoluzioni.
Foggia 24 ottobre 1860. Il Governatore G. Del Giudice”.
Nel quarto capitolo Gaetano D’Errico racconta
cosa era avvenuto nel frattempo dentro le inespugnabili mura del
paese.
IV
Già scorre in fiumi il sangue, altro
non s’ode
Che voci di dolor, strepiti
d’ira,
Tutt’é dolor tutt’é
morte...
C. Marino,
Strage degli innocenti, libro III
Braccia da busti lor tronche e recise,
eminate
hanno il suol gole strozzate,
Teste,
qual da scure aspra divise.
IDEM, Libro IV
L’ora che decider dovea della vita degli
agonizzanti era per battere. Erano le due pomeridiane quando
scorgesi all’orizzonte del Sud, un uomo a tutta corsa venire su
di una bianca cavalla con ramo d’ulivo in mano: esso è
Nicolantonio Sabatelli. Corre a bella posta dalla cascina in
contrada Coppe, per aver visto da remota distanza gli
attruppamenti garibaldini. Egli dà tale notizia a chi rinviene
per quella via, e giungendo al paese la fa nota alla turba con
disperate voci gridando: Vengono i garibaldini, siamo morti! (e
secondo alcuni) Correte e fucilate! E la plebaglia furente corre
al carcere e tira fucilate a migliaia da quelle cancellate.
Grida di misericordia sentensi da quelle vittime, interrotte e
soffocate dal denso fumo, causato da quelle esplosioni! Ed ecco,
le campane suonare ancora a stormo, cagionando immenso terrore,
e tal che sembrava che avesse dovuto finire il mondo! A quell’allarme
i colpi alle prigioni aumentarono smisuratamente e perforando le
porte delle medesime tirano ancora dalle stesse. Dopo un’ora
circa, alcuni che temevano che i prigionieri non fossero tutti
periti, aprirono le porte, e i poveri carcerati diventarono il
ludibrio di quelle bestie assassine, che li finirono con le armi
da bifolco di cui erano provviste! Il Ventrella era nascosto
sotto il suo materasso, che seco aveva portato per ammalato. Fu
rinvenuto vivo: ed uno gli disse dove voleva il colpo: e quei:
Al petto; e immantinenti fu fatto cadavere con una fucilata!
Un altro vi fu che era rimasto del tutto vivo
(perché forse nascosto sotto dei morti); era Vincenzo Irace.
Questi alla prima entrata della plebe poté fuggir dal carcere,
ma fu inseguito a colpi di fucile. Tuttavia i colpi non lo
ferirono, ed egli continuava la rapida corsa; ma disgrazia volle
che mentre fuggiva, s’imbattesse in un’altra accozzaglia di
plebe assassina. Al che dovè fermarsi momentaneamente perché
molto stordito. In quella gli si fé innanzi il villano Andrea
Taronno, e con aspetto benevolo avvicinatolo gli vibra un colpo
di accetta alla testa e lo stende al suolo cadavere. Di ciò non
contento, l’assassino ne trascina l’insanguinato cadavere nel
vicino letame, rendendolo così pasto di bestie carnivore, che
per quel luogo si fossero potuto imbattere.
Quello che maggiormente si distinse fra i
sanguinari esecutori della strage, fu uno stupido bifolco,
Nicola Siena; che uscì dalla carcere insanguinato con la spada
spezzata. Mi taccio altri barbarismi, perciocché io non uscii di
casa, né potei essere testimone di altri fatti secondari. Solo
dirò che dopo l’orribil macello fuggii in cerca di un luogo di
salvazione con la famiglia gemente pel dolore! Anche tutte le
famiglie piombate nel lutto, fuggirono nel frattempo, prendendo
chi una strada chi un’altra con la massima celerità. Ci
ricoverammo la maggior parte nel limitrofo comune di San Marco
in Lamis, dove rinvenimmo quasi una seconda reazione.
Dopo i misfatti predetti, per impedire il
passaggio delle truppe, non pochi reazionari andarono a rompere
il ponte della strada rotabile, posta al sud, che guida a
Foggia, Manfredonia.
Il giorno se n’andava, ed i garibaldini erano
ancora una favola! Essi non giunsero che alle 10 pomeridiane al
monastero degli ex-frati cappuccini, distante un chilometro e
mezzo dal paese, in numero di circa cento cinquanta, ed ivi
rifugiatisi stettero tutta la notte. Il Lisa, saputo da alcuni
paesani la sorte dei suoi compagni sacrificati nel suddetto
modo, ne pianse amaramente!
Giunse il mattino del mercoledì 24. Il comandante
garibaldino pensò d’inviare una Commissione composta di alcuni
frati a fine di entrare nel paese con la pace. Ma gli abbrutiti
popolani respingono ogni proposta facendo retrocedere quei
frati; e dietro dei medesimi si avviano per la resistenza. In
tal modo giunti a poca distanza dal monastero, dan principio
all’attacco, a cui rispondono i garibaldini.
Intanto i circonvicini monti s’andavano popolando
di gente armata, e d’ogni lato s’affacciavano uomini che
tentavano accerchiare i garibaldini. A tale inaspettata vista, i
garibaldini scoraggiati si danno a precipitosa fuga. I popolani
li inseguono, ne raggiungono alcuni e li uccidono. Tra questi
fuvvi il sotto-ufficiale Amico Orofino, ed il sergente F.
Carania, nella brigata Romano. In tutto il numero dei morti
ascese a cinque, oltre, prigionieri e feriti Cataldo Marlato e
Francesco Cassano della stessa brigata, i quali furono posti
nella carcere insanguinata, ove ancora si trovavano i cadaveri
dei 22 massacrati.
L’altra porzione di truppa, composta di oltre
sessanta guardie nazionali di Foggia, e nella quale si trovava
anche il signor prefetto della Provincia, Gaetano del Giudice,
passando pel vicino lago S. Egidio, giunse verso le sette
pomeridiane
col favor delle tenebre vicino l’abitato, e non sapendo se i
garibaldini fossero entrati in paese, era in dubbio se dovea,
oppur no, entrare a tamburo battente. Intanto avvenne, che prima
d’ogni altro, si imbatté in una nemica fazione, la quale gridò
il chi va là. Naturalmente le fu risposto contrariamente e
allora vi fu l’allarme e si appiccò la zuffa.
Le guardie nazionali, vista l’opposizione
sorprendente, nonché l’imminente pericolo di morte, si posero in
fuga indietreggiando per la medesima strada senza deplorare
verun morto. Il porta bandiera, che veniva avanti,
disgraziatamente lasciò la bandiera tricolore, che fu presa dai
nemici. Alcuni reazionari posero la statua di San Giovanni
Battista al largo degli olmi; nella mattina la stessa trovossi
con quella bandiera tricolore in mano, e fecero credere
all’imbecille canaglia che quel santo operando un miracolo aveva
tolto la bandiera ai nemici!
Respinta in tal modo quest’altra porzione di
truppa, il paese giaceva continuamente in preda alla reazione.
Nel 28 del medesimo mese, migliaia di garibaldini
entrano in S. Marco in Lamis, dietro la pace conchiusa in
Rignano Garganico da una speciale Commissione di Sammarchesi
inviata al generale Romano. Vi fu piccolo attacco tra
sammarchesi e garibaldini nelle vicinanze di detto Rignano, che
cessò dietro una densa nebbia, la quale tolse la vita ad ambo le
parti. Nel seguente dì, i detti garibaldini accettando la pace,
entrarono in San Marco in Lamis senza verun ostacolo. Si fece un
giro per quel paese con le solite grida di viva l’Italia, viva
Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi.
Nel susseguente giorno i garibaldini mandarono
una Commissione in San Giovanni;
questa fu accolta, sicché i garibaldini entrarono in paese
ricevuti dal clero con la croce di Cristo avanti.
Dopo l’entrata dei garibaldini, vennero non poche
centinaia di guardie nazionali del limitrofo Comune di Monte S.
Angelo, nonché quell’altre guardie di Foggia col Prefetto del
Giudice, che avean trovato resistenza, e che si erano fermate in
Manfredonia.
(Continua)
Le truppe partono per San
Giovanni
Forte dell’esperienza subita, il Governatore si
preoccupò di dispiegare una forza adeguata. Il 24 ottobre il
Comandante del Reggimento dei Dragoni, per ordine di Del
Giudice, dispose che il plotone di San Severo avesse marciato
sollecitamente alla volta di San Giovanni.
La milizia iniziò subito a perlustrare le campagne del predetto
comune, per intercettare ed arrestare i reazionari. Ciò fu
indirettamente cagione di danno per un tale Antonio Trotta. Per
il sol fatto di essere sansevrese, come i dragoni, la sua
posta, sita nel tenimento di San Giovanni Rotondo, fu
incendiata di notte, per rappresaglia, da “iniqui naturali
dell’anzidetto comune”. Il Trotta richiese al Governatore il
risarcimento dei danni, ammontanti a ducati trecento.
Il Sindaco di Foggia, “per la potentissima
ragione che i 40 scelti e mandati colà erano ritornati in istato
da non poter fare un secondo viaggio”, chiese che la Guardia
nazionale foggiana, che già aveva ripiegato su Manfredonia,
fosse dispensata dall’essere impiegata nuovamente a San
Giovanni. Detti militi, inesperti nell’uso delle armi, non
sarebbero stati di grande aiuto. D’altra parte faceva notare
che la città capoluogo meritava di essere difesa dalle sue
guardie. Informava anche il Governatore che quella stessa sera
era giunta a Foggia la Guardia Nazionale di Monte Sant’Angelo e
che stava arrivando quella di Carpino, “gente espertissima per
quei luoghi e che avrebbe dato di gran braccio ai Garibaldini”.
Del Giudice, accogliendo le osservazioni del Sindaco, ordinò di
mobilitare i suddetti militi.
Il 25 ottobre il Governatore informava il
Procuratore Generale di Lucera del precipitare degli
avvenimenti:
“L’insurrezione in San Giovanni Rotondo e in S.
Marco in Lamis à preso assai larghe proporzioni. Chiesi ieri ed
ò ottenuto poteri illimitati per sventarla. Quest’oggi son
partiti 1.000 Garibaldini, 64 soldati di cavalleria, 200 Guardie
Nazionali, 2 cannoni. Io muoverò domani per lo stesso luogo
perché fosse fatta riparazione del sangue versato. Se ella vorrà
assistermi per i Consigli di Guerra che dovranno istallarsi,
venga questa sera, e andremo domani insieme”.
Il Generale Romano partì con l’intera truppa e
cavalleria il 24 ottobre, alle ore 10,30 antimeridiane.
Il Commissario di guerra Michele Cesare Rebecchi ed i Capitani
comandanti Amicarelli e D’Errico con altri 100 uomini, dopo aver
aver atteso inutilmente le truppe, per unirsi a loro, nel luogo
detto “la Chiesa”, sulla montagna, all’imbrunire ripiegavano su
Manfredonia.
L’Alfiere Aniello Iacuzio, da Manfredonia,
contrariato dalla richiesta del Sindaco di Foggia, invece di
tornare nel capoluogo , alle ore 4 p.m. del 25 ottobre
telegrafava al Governatore di voler partire con i suoi militi
alla volta di San Giovanni. La risposta fu breve e concisa:
“Vadano i Militi di Foggia al campo sotto San
Giovanni Rotondo e lavino la vergogna dell’ultima notte”.
Il tragitto prescelto per sedare la sommossa, le
truppe dovevano giungere a San Giovanni via Rignano-S.Marco,
finì per favorire una seconda reazione in quest’ultimo comune.
continua
NOTE
ASF, pol.,
s. I, b. 180, fasc. 1994. Annotazione a margine della
nota del Giudice supplente dell’8 ottobre 1860.
ASF, pol.,
s. I, b. 339 - fasc. 2558-59-61. Nota del 10 ottobre
1860.
ACSGR, nota
n. 386 del 17 ottobre 1860.
L’apertura
fu praticata sotto la grata di ferro.
ASF, pol.,
s. I, b. 339 - fasc. 2558-59-61 (?). Nota del 17 ottobre
1860.
ASF, pol.,
s. I, b. 339 - fasc. 2558. Lettera n. 9203 del 20
ottobre 1860.
ASF, pol.,
s. I, b. 339 - fasc. 2259.
E’
evidente la creduloneria delle plebi di allora.
In calce,
di suo pugno l’autore ha aggiunto: “e plebaglia
armata”.
Lo stesso
D’Errico, in una successiva pubblicazione (op. cit.)
si corresse, affermando che il Placentino morì per
mano ignota. A conforto della sua tesi affermava che se
il colpo fosse partito dalla finestra dell’abitazione
del Maresca gli avrebbe provocato una ferita “in
verticale” e non in orizzontale.
I corpi di
Bocchino e Maresca furono esposti avanti al Palazzo
Baronale, vicino alla Chiesa S. Leonardo, fino alle 6
del mattino, per poi essere trascinati fino al
camposanto per i piedi, con degli uncini comunemente
usati dai beccai per appendere gli animali macellati.
E’ il padre
dell’autore del racconto.
Annotazione
di pugno dell’autore: “avendo anni 14 appena”.
La lettura
avveniva sulla gradinata della Chiesa S. Leonardo.
Annotazione
di pugno dell’autore: “Francesco Prencipe”.
Annotazione
di pugno dell’autore: “Essi furono Il Cap.° Gennaro
Padovano, Michele Collicelli, Marcello Grifa, Raffaele
Padovano ed i fratelli Carrabba”.
Il
contenuto del discorso è riportato più avanti nella
scheda relativa a Luigi D’Errico.
Annotazione
di pugno dell’autore: “fatta dall’arciprete
Ludovico Bramante”.
Annotazione
di pugno dell’autore: “né poteva ciò dire senza
contraddire ai voleri pervenuti dalla S. Sede di Roma e
ai suoi fini privati contro taluni prigionieri”. Altra
fonte, come vedremo, afferma che l’Arciprete intonò il
Te Deum sotto la minaccia delle armi.
Annotazione
di pugno dell’autore: “Federico Verna”.
Annotazione
di pugno dell’autore: “Era mio padre”.
Annotazione
di pugno dell’autore: “Si fé bandire che chiunque avesse
parlato in prò dei detti detenuti sarebbe stato
fucilato!”
Secondo
fonti ufficiali gli armati erano 310 tra garibaldini e
Cacciatori Veneti sotto il comando del Governatore Del
Giudice.
Annotazione
di pugno dell’autore: “e Leandro Cascavilla”.
L’autore ha
depennato l’altro nominativo
di Leandro Cascavilla.
Nel processo di Lucera B. Sabatelli darà una versione
diversa dell’episodio.
Fondo Corte di Assise di Lucera, Sez. Arch. di Stato
Lucera (d’ora innanzi FCAL, ASL) Fascic. 8, Inc. 37
(anni 1860-1866). Deposizione rilasciata il 14 febbraio…
(illeggibile).
In questo episodio si può cogliere la differenza fra lo
spirito liberale e quello borbonico.
Nel Libro dei Morti della Parrocchia S. Leonardo risulta
che nelle campagne delle Mattine morirono alla
stessa ora: 1) Pennelli Andrea, di Giovanni e
Nunzia Teresa Natale, proprietario, nato a San Giovanni
Rotondo il 30.11.1819. Questi domiciliava in Strada
Grande con la madre, le sorelle Maddalena, Angela, Rosa,
Maria Filippa, Filomena, Maria, Raffaela, Teresa, i
fratelli Sac. D. Nicola Pennelli, Giovanni, Pasquale,
la cognata Lucia Ercolino (moglie di Pasquale), e la
nonna Angela Pennelli; 2) Perna Francesco di
Matteo e Angela Grifa, contadino, nato a San Giovanni
R. l’11.9.1841, abitante in Strada Forni coi genitori,
quattro fratelli e una sorella. La mancanza della causa
di morte non esclude la possibilità che sia collegata
alla reazione sangiovannese. Una terza persona, certo
Michele Savino, risulta aver trovato “disgraziata
morte” durante la reazione. Alla vedova la Giunta
comunale deliberò un’elemosina in due circostanze
(delibere del 31 agosto 1863 e 22 luglio 1875).
Il dato riportato dal D’Errico è inesatto: il drappello
era formato da 260 soldati del Reggimento Cacciatori
Veneti a cui si aggiunsero i 50 militi della Guardia
nazionale di Foggia guidati dal Governatore Del Giudice.
Gaetano D’Errico nell’edizione del 1914 (op. cit.)
dirà: “Il portabandiera, che andava avanti,
disgraziatamente perdette la bandiera tricolore che fu
presa dai nemici. Il parroco, o chi per esso, fece
uscire la statua di San Giovanni Battista (...) e
portata al largo degli Olmi dove, al mattino fu
rinvenuta con quella bandiera in mano, spargendo la
voce, tra la folla ignorante, che l’avesse tolta alle
Guardie Nazionali lo stesso Santo...”.
Le truppe arrivarono a S. Giovanni alle ore “due di
notte” (ore 21 circa), come testimonieranno la guida
Vincenzo D’Errico, zio di Gaetano, ed il governatore.
L’autore si corregge con una nota a piè pagina: “Dai
reazionari di San Giovanni fu spedita commissione ai
com. garibaldini”.
ASF, pol., s. I, b. 339, fasc. 2259. Lettera del 24
ottobre 1860 del Comandante del Reggimento Dragoni al
Governatore.
Esposto del 1° novembre 1860 di A. Trotta al Governatore
della Provincia di Capitanata.
ASF, pol., s. I, b. 339. Nota telegrafica n. 2031 del
25 ottobre 1860.
ASF, pol., s. I, b. 339 - fasc. 2559. Telegr. dell’Uff.
Intent. T. Ciuffreda al Governatore.