Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo IV - seconda parte

Homepage             Precedente Su Successiva

   

 

INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Arrivano le prime truppe

L’8 ottobre il Sottintendente di San Severo, per mezzo della Telegrafia Elettrica comunicava al Governatore:

“Niun rapporto finora mi è giunto dalle autorità di San Marco in Lamis. Il Giudice di Rignano solo per corriere mi manifesta al momento che in San Marco vi è stato un tumulto, senza indicarne le proporzioni e i particolari, e chiede forza perché i Sammarchesi hanno minacciato di saccheggiare Rignano. I comuni che possono dare ora i loro contingenti sono San Giovanni Rotondo, Lesina, Poggio imperiale, Rignano e Foggia com’Ella dice.

Queste forze debbono riunirsi in un punto per poi muovere per Sammarco. Il luogo migliore è San Giovanni Rotondo. Io quindi vado a disporre che i contingenti dei suddetti Comuni si concentrino in San Giovanni Rotondo, senza passare per Sammarco. La Guardia Nazionale di codesto Capoluogo dovrebbe anche muovere per San Giovanni Rotondo. Riunitasi così la forza potrebbe condursi in Sammarco per ristabilirsi l’ordine.

E’ mestieri che Ella stabilisca da costà un condottiere di questa forza, imperoché speditisi da me Magnati e Santelli, non ho altri buoni disponibili, poiché Sammarco in Lamis è ben popoloso Comune, così ho creduto di far conoscere alle colonne di Tonti e Magnati, che ove l’ordine fosse ristabilito in Peschici e Vico, spedissero una parte almeno delle loro colonne a rafforzare quella che parte per Sammarco. S. Severo 8/ ore 12.30. F.to L’Uff. Interprete Ferdinando de Martino”.[1]

 

Il giorno 9  G. Del Giudice preannunciò al Sottogovernatore l’arrivo a S. Giovanni di 80 guardie nazionali foggiane. In più gli ordinò di mobilitare le Guardie Nazionali dei comuni vicini, in attesa di poter disporre delle restanti forze di  Foggia impegnate in San Marco in Lamis. Anche queste, normalizzatasi la situazione, avrebbero ripiegato su San Giovanni, per i gravi fatti ivi verificatisi.[2]

Una colonna di Guardie nazionali giunse effettivamente a San Giovanni il giorno 9. Il giorno 10 il comandante Antonio de Mania  scriveva al Governatore:

“Con la Colonna da me comandata ò pernottato al Palazzo Comunale. Queste Autorità hanno fatto del loro meglio a che non ci fosse mancato oltre al bisognevole. I militi tutti e gli uffiziati si sono comportati con contegno, conché non vi è stata nessuna novità. Essendomi poi assicurato che questi abitanti non avrebbero fatto alcuna mossa reazionaria ò fatto disporre gli alloggi nelle case particolari poiché col fatto è cessato lo scopo di essere riuniti tutti in un punto.

Da Sammarco mi vengono le seguenti Uff.li notizie dei Sig.ri Sindaco, Capo Compagnia e Giudice Circondariale:

San Marco in Lamis 10 ottobre 1860 =  Signore, Qui si sta in perfetta calma la reazione è sbandata; la bassa plebe portata in campagna à ripreso le sue occupazioni campestri. Ella quindi potrà qui recarsi con la colonna mobile senza alcun timore, poiché sarà la forza placidamente con gioia accolta. Il Sindaco L. Giuliani”.

San Marco in Lamis 10 Ottobre 1860 = Signore, in questo Comune vi è la perfetta pace; i braccianti tutti sono alla fatica e la reazione è terminata, per cui Ella potrà recarsi con la colonna mobile senza timore alcuno poiché la forza sarà ricevuta con tutta amicizia. Il Capo Compagnia Michele Gravina”.

“San Marco in Lamis 10 Ottobre 1860 = Signore, avendomi il Signor Governatore data prevenzione della Colonna mobile qui spedita, a mia richiesta sotto i di lei comandi trovo utile prevenirle che la rivolta è cessata fin da ieri al giorno e perciò vedesi ripristinato il servizio della Guardia Nazionale e la pubblica tranquillità. Piacciale quindi far l’entrata in questo Comune  con tale prevenzione potendo essere sicura di un pacifico accoglimento. Il Giudice L. Altobelli”.

Ad onta di tali notizie di accordo con il Sig. Pizzella non ho stimato regolare muovere a quella volta, poiché non abbiamo creduto aver forza sufficiente per un possibile movimento.

Qui non sono venute le Guardie Nazionali dei Comuni di Lesina, Poggio Imperiale, e Rignano non à mandato che 10 Guardie... Da Manfredonia veniamo assicurati che ci vorrà una forza competente dopo di che vedrò di andare a Sammarco. Di tutto la terrò informato...”. [3]

L’errata convinzione  che la popolazione sangiovannese non avrebbe tentato una mossa reazionare fu un grande ed imperdonabile errore di valutazione del De Mania che abbandonò a se stesso il paese, lasciando alle male armate guardie nazionali, di cui poche di idee liberali, l’onere di soffocare eventuali disordini, peraltro già previsti dalle autorità locali. Ma va fatto notare che il numero dei soldati era insufficiente a coprire le urgenti e straordinarie richieste di aiuto che pervenivano da tutto il vasto territorio provinciale. Ciò può servire ad alleggerire il carico di accuse al Governatore che fece quanto era in suo potere per ottenere un potenziamento delle forze militari in Capitanata. Furono  le massime autorità centrali a non essere all’altezza della situazione.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia

Con un ufficio del 13 ottobre 1860 Gaetano Del Giudice aveva ragguagliato il Ministro di Polizia sullo spirito pubblico della provincia di Capitanata, notevolmente compromesso.  Dopo il 26 settembre la reazione, appena spenta in Bovino, si era propagata nell’ordine nei comuni di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Peschici, Vico, S. Marco in Lamis, Apricena, San Bartolomeo in Galdo e nel distretto di Bovino. La valente perizia dei comandanti delle Guardie nazionali di Manfredonia e Lucera, i Capitani Demetrio del Prete e Raffaele Granata, era servita a reprimere alcuni di questi movimenti insurrezionali. Le guardie nazionali della provincia invece erano per lo più sfornite di armi ed i pochi fucili in dotazione erano inservibili, per mancanza di polvere. Perciò il Del Giudice chiese almeno 400 fucili per le milizie cittadine. Per le varie mobilitazioni il Governatore era stato costretto a prendere dai depositi pubblici pochi rotoli di pessima polvere di contrabbando, che risultò essere “umidissima e di nessun uso”. A suo parere i movimenti reazionari “avevano per fomite il comunismo, cioè lo spoglio della proprietà privata e comunale, e la divisione de’ boschi”. Nei vari paesi le Guardie Nazionali partecipavano al saccheggio dei demani, anziché tutelarli, alla stregua di comuni cittadini; perciò non vi erano forze repressive sufficienti. Diversamente, i movimenti del Gargano erano ritenuti di natura “politica”, poiché sembrava che la popolazione avesse ceduto “ad un motto venuto di fuori, e forse comunicato loro dai numerosi soldati sbandati”. La repressione dei moti del promontorio era stata affidata alla Colonna Mobile così detta Garganica, forte di 70 individui e comandata dal Cap. Tondi, volontario garibaldino. Questa, dopo essersi occupata della repressione in Vico e Peschici, era impegnata a spegnere i bollori reazionari sammarchesi. L’amministrazione nella provincia era afflitta dalla “lebbra degli antichi impiegati”. Alcuni importanti Circondari come Bovino e San Severo erano senza Giudice. In altri la giustizia era amministrata da pessimi soggetti, contrari al nuovo ordine di cose. Malgrado le sollecitazioni del Governatore, il Commissario e il Cancelliere di Polizia del Capoluogo non erano stati ancora nominati. L’Ispettore di Polizia di Bovino, accusato di partecipare ai furti e al “concerto reazionario di quel Vescovo”, restava in paese, quantunque sospeso, tenendo vivi l’odio verso il nuovo Governo e l’amore per quello borbonico. Ancora, non erano stati nominati i due Maggiori della Guardia nazionale di Foggia e Lucera. Tutto ciò fu rapportato da Gaetano del Giudice al Ministro di Polizia.[4]

Le cennate carenze evidenziano quanto fosse difficile colmare le distanze che si frapponevano tra il Mezzogiorno ed il resto d’Italia. Dopo averle messe a nudo, il Governatore tornò alla carica il 17 ottobre, con un altro Uffizio per il direttore del Ministero di Polizia, in cui, per la terza volta chiese la nomina del Commissario e del Cancelliere di Polizia di Foggia, mettendo quel Dicastero di fronte alle proprie, gravi responsabilità:

“L’abbandono con cui il Ministero lascia questa Provincia è assai notevole... Non sono questi tempi nei quali la Provincia può fare a meno d’alcuno de’ suoi funzionari, massime quando il paese è pieno di movimenti insurrezionali, e non vi sono né armi né armati per quietarli... sono costretto ora ad aggiungere che l’autorità morale del Governo va cadendo... A che pro’ cercare indagini sulla condanna degli antichi impiegati, quando, date non si adotta alcun provvedimento?... Come fresca nuova le mando che in Bovino è avvenuta Domenica scorsa una grave insurrezione politica al grido di Viva Francesco II. La Guardia Nazionale è stata disarmata; un milite è stato ucciso, due feriti. I contadini, guidati dai soldati sbandati e dai preti, si sono tricerati nel paese, sparso di siepi e di vigne, e vietano a ciascuno l’entrata e l’uscita. Le Guardie Nazionali che ò invitato a mobilizzarsi, chiedono, ed a ragione, l’ausilio della truppa di linea, perché esse sono numerose ma senza armi. Ed io sono costretto, Signor Direttore, a domandarle istantaneamente un pajo di centinaja di soldati, altrimenti non rispondo più dell’ordine in questa Provincia... Perdonerà, Signor Direttore, il lungo rapporto. Noi ci conosciamo da più tempo, ed abbiamo riso e pianto insieme de’ Governanti d’allora. A me pare che adesso facciamo ridere e piangere di noi”.[5]

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni

La situazione sangiovannese divenne critica alle 21,30 del 16 ottobre. I  quattro soldati sbandati catturati, venuti a sapere che l’indomani mattina il Cap. Padovano li avrebbe consegnati alla Guardia nazionale di Foggia, evasero dalle prigioni, forando il grosso muro verso mezzogiorno. Agli sbandati si unirono altri due detenuti, i fratelli Salvatore e Gaetano De Vita, imputati dell’omicidio di Michele Ricciardi.

Oltre al Padovano[6] anche il Giudice Regio si affrettò a inviare un dettagliato rapporto al Governatore, datato 17 ottobre 1860, avente per oggetto “1° Salvatore De Vita, 2° Gaetano De Vita, imputati di omicidio, 3° Francesco Piemontese, 4° Antonio Caldarola, 5° Francesco Savino, 6° Antonio Marinelli, soldati sbandati”:

Signore, mi denunciava questa mattina il custode di queste prigioni, siccome mi riferiva nel contempo il 2° Tenente della Guardia Nazionale Sig. Lisa, che nell’or decorsa notte sei individui detenuti nelle prigioni suddette erano evasi dietro l’apertura praticata dalla parte intorno del mezzo a fabbrica sporgente dalla strada pubblica[7]. Verificato ciò ne’ modi legali la mancanza nelle prigioni de’ detenuti suddetti, e la rottura del muro sopramenzionato, che serviva di mezzo alla evasione, mi accingeva alla stanzione del corrispondente processo, mentreché nel tempo istesso propiziavo questo Capitano della Guardia Nazionale, perché energicamente avesse disposto le ricerche e del pronto arresto degli evasi.

Ed intanto nel farmi sollecito di tanto parteciparle, non debbo omettere manifestarle che tra i sei dolenti evasi, due venivano imputati di omicidio volontario, la cui istruzione è in pendenza ancora in questa Giustizia Regia, e gli altri quattro segnati in margine si costringevano in queste prigioni dal Capitano della Guardia Nazionale locale la notte da 7 ad 8 di questo mese, come soldati sbandati, a fine di farli tornare alle Bandiere. In proposito di quest’ultimi concorrono delle ragioni ben probabili che possono riunirsi agli altri soldati casualmente sbandati al numero di 16, i quali sfuggivano le ricerche della forza e sono tuttavia latitanti per le campagne, siccome io mi dava il bene di darle partecipazione con espresso col mio foglio del 8 corr. nr. 371. Tale riunione, qualora per avventura si verificasse, non potrebbe partorire che sinistre conseguenze alla tranquillità ed all’ordine pubblico, stanteché le di costoro mire non sono mica favorevoli all’attuale Governo.

Più stimo mio debito passare alla di Lei intelligenza di essere lo spirito pubblico di questi pacifici amministrati preoccupato da timori e palpiti per l’avvenire, sia per la probabile riunione degli evasi soldati sbandati agli altri latitanti, sia per le sordi voci che circolano nel paese per qualche manifestazione retriva pel giorno 21 andante a causa della votazione Superiormente disposta.

Quindi parrebbe indispensabile a misura di previggenza, la presenza qui di un competente numero di forza, da muovere da Codesto Capoluogo, capace a poter tutelare l’ordine e la tranquillità pubblica, e nell’un tempo assicurarsi degli individui evasi e de’ soldati sbadati latitanti... F.to Pel Giudice promosso, il Supplente Tommaso Giordani”.[8]

 Ma, come abbiamo già visto, le reazioni erano tante, ed i soldati armati troppo pochi. In relazione all’evasione il Governatore scriveva al Ministro dei Lavori Pubblici e al Ministero della Polizia:

“Pur essendo colpevole di negligenza il custode, ove connivenza non stavi, ho dato ordini di sospendersi immantinenti, facendolo provvisoriamente rimpiazzare da altro idoneo  e meritevole soggetto, chiedendone il nome come pure ho domandato sapere se siavi stata incuria della forza pubblica alla dovuta vigilanza...”. [9]

G. Arditi, direttore del terzo dipartimento di  Polizia di Napoli, preso atto della situazione, restava in attesa di conoscere se vi era stata effetivamente negligenza o connivenza da parte del custode delle carceri.[10]

Si prepara la reazione sangiovannese

Mentre si avvicinava il giorno fissato per il Plebiscito, ai soldati sbandati, impossibilitati a mettere piede in paese,  si affiancarono uomini forestieri con il compito di infondere lo spirito reazionario nella pacifica popolazione indigena.

Significativa è questa lettera al Governatore del 18 ottobre di Antonio Lisa, Tenente della  Guardia nazionale:

“Signore, nel giorno sedici volgente mese mi determinava arrestare un individuo di Manfredonia, che nel mentre erasi portato in questo Comune a comprar patate divulgava voci tendenti a spargere il malcontento contro l’attuale Governo. Annunziava egli, fra le altre cose che il benemerito dittatore avea gravato il popolo di Sicilia e quello delle Marine di esorbitanti imposizioni, estendendole puranco sulle finestre e su tutti i mobili di casa;[11] che rilevanti perdite eransi state sotto le mura dell’assediata Capua; e che infine quel Volturno per tanto eccidio, cambiando di colorito, rosseggiava pel sangue degli uccisi. Tradotto però l’assicurato dinanzi al Supplente D. Tommaso Giordani, costui immantinenti lo rilasciava in libertà; sicché persuaso il popolo che tali fatti andavano impuniti, si è fatto lecito irrompere in escandescenze, gridando pubblicamente Evviva Francesco Secondo ed alla dinastia Borbonica. Prevedendo delle conseguenze funeste, e perciò mi rivolgo a Lei per gli opportuni provvedimenti, dacché lo Giordano è concordato da tale una opinione pubblica  che lo annunzia per dichiarato amico del caduto regime, circostanza non comprovabile per la dura condizione di quasi tutti, pastergando (?) un bene positivo, pensano sciauratamente al par di lui nell’idea di rovinar tutti col ritorno degli antichi satelliti di Polizia. F.to Il Sottotenente Antonio Lisa”.[12]

Il Governatore era già a conoscenza dell’esistenza di emissari borbonici. Proprio il giorno prima si era doluto della mancanza di controllo dei forestieri col Direttore del Ministero di Polizia:

“... debbo manifestarle che l’affollamento di passegg(i)eri nelle locande rimane senza sorveglianza, e questa è suprema necessità in questi tempi, ne’ quali Borbonici e Murattisti spediscono emissarii per turbare il tranquillo andamento del paese; ed è assai strano di mancare di un Commissario di Polizia sicuro ed energico in questa Città, per la quale transitano i viaggiatori delle tre Puglie... Là dove stringe il bisogno, è minore il soccorso dell’autorità”.

 

Si riprende con la narrazione di Gaetano D’Errico. E’ la sera del 20 ottobre.

                                  II                           

  Tu hai amato il male più che il bene

    la menzogna più che il parlare dirittamente.

       la menzogna più che il parlare dirittamente.

          Tu hai amate tutte le parole di ruina,

                     o lingua fraudolente.

 

                                                  Salmo LII, v. 4 e 5

“L’ora giungeva che il sole era per terminare il corso di sua evoluzione diurna, lasciando i miseri mortali nella tenebra che si andava aprossimando; mentre tratto tratto sentivansi colpi di fucile diretti sul paese: era indubbiamente la masnada degli sbandati militi del Borbonide[13], i quali se ne stavano là senza che alcuno  facesse loro opposizione. Alle ore sei pomeridiane entrano nel paese col solito grido, ed incominciano a chiedere armi e munizioni nelle prime case di quei che non facevano parte di loro, e quindi in quelle di alcuni della guardia nazionale, e percorrendo le vie giungono al corpo di guardia, il quale era chiuso; tosto aprono le porte ed a colpi di fucile distruggono i quadri di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi, sostituendovi quelli di Francesco II e sua moglie. Dopo ciò rinforzati, girano continuamente con grida unanimi di evviva a quel re esplodendo al vento fucilate.

Più tardi vanno a scassinare la porta del caffè di Antonino Maresca, sottoposto all’abitazione dello stesso, nonché del suo cognato Nicola Maria del Grosso conviventi nella medesima casa. Questi tirano un colpo nella calca e feriscono gravemente Giovanni Placentino che morì  dopo poco tempo.[14] A tal successo la turba separasi e quasi scompare; ma il fato volle che il fuoco si ripetesse. Onde i popolani prendendo animo si riunirono e cercarono avere in mano il feritore. Taluni si fecero arditi: ed un amico dell’Antonino gli disse che fosse sceso dall’abitazione ed avesse seguito il popolo, che non v’era per esso verun timore, rendendosi egli medesimo responsabile di lui, e mille altre lusinghe. L’Antonino stordito dalle grida e confuso anche dal pianto della madre, scese di casa. La plebaglia avutolo nelle mani, lo conduce sin davanti al corpo di guardia, e l’uccide a colpi di scure e d’ogni specie d’arme, martirizzandolo in modo inesprimibile e insultando ancora il cadavere disteso per via. Egli era un bel giovane di oltre trent’anni, di simpatico aspetto, celibe, di gentile famiglia, amato dagli amici. Poco prima delle otto un’altra vittima è stata sacrifigata: essa fu Agostino Bocchino, bottegaio, il quale incontrato nella via Forni che davasi alla fuga, fu tosto ucciso in modo non meno atroce che l’Antonino.[15]

Al negozio dello stesso furono scassinate le porte e dato il sacco. I suddetti appartenevano alla già costituita Guardia Nazionale: si erano messi il berretto rosso, quale distintivo d’allora appartenente a quel corpo, ed al mattino avevano posto il sì in fronte di quello. Passa un’ora e scassinano le porte di una casa di un altro milite della guardia nazionale, Michele Fazzano. La famiglia fuggì, ed alla casa fu dato il sacco. Più tardi fecero lo stesso in quella di Guglielmo Fabrocini, appiccando per giunta il fuoco a taluni mobili gittati nella pubblica via. Sono per battere le dodici della notte e sentesi del pari abbattere a colpi di scure il portone del signor Errico d’Errico [16] per dare saccheggio alla casa di lui. La famiglia del medesimo si era però ritirata nella casa attigua del fratello Luigi, nella quale v’era pure il cognato di quest’ultimo, signor Alessandro Campanile. Questi tre erano molto bene forniti d’armi, sicché se ivi si radunava il popolo, sarebbe stato al certo attaccato e forse respinto. In questa il capo bandito Francesco Cascavilla chiese di parlare col predetto Luigi, mediante un finestrino che mette nel recinto del signor Benedetto Ventrella: al che gli fu risposto affermativamente. Esso Cascavilla si mostrò (specialmente a prima giunta) cerimonioso, amico, affabile, insomma tutto quello che possa occorrere per una politica brigantesca: chiese se v’era in quella casa il fratello Errico; al che (benché vi fosse) gli fu risposto negativamente. Soggiunse che il popolo senza suo ordine aveva abbattuto le porte della casa del fratello, e che lui, ciò non ostante, l’aveva preservato dalle conseguenze del saccheggio e dell’incendio e postevi le sentinelle alle porte. Oltre a ciò disse che esso Luigi doveva al mattino uscire di casa, volendolo innalzare alla carica di sindaco, ed altre cose lusinghiere, a fine di averlo nelle mani! Al che il suddetto rispondeva ringraziando, ma rifiutando tale carica. Dopo circa mezz’ora di sermone licenziaronsi in buona pace! Tutto questo ciò io lo udii con le mie orecchie; perciocché mi trovavo in quella medesima stanza coricato; stando in gran tremore[17] perché in quella notte infernale quasi continuamente si udivano le solite grida alzarsi, accompagnate da colpi di fucile. Così passarono altre ore , senza che ulteriori fatti sieno successi per quel che io potessi accorgermi; potendo dire con Dante, che sentivansi solo : “Diverse lingue, orribil favelle,/...accenti d’ira,/ Voci alte e fioche,.. / Facevan un tumulto, il qual s’aggira,/ Sempre in quell’aria senza tempo tinta,/ come la rena quando il turbo spira”.

L’aurora principiava a dileguare le tenebre in cui era avvolta la tetra notte, che una trama omicida già era stata preparata dai capi della reazione, i quali sebbene non apparissero in pubblico, istigavano occultamente gli abbietti esecutori materiali, promettendo loro l’impunità ed il guiderdone, al ritorno di quel re! E per riuscire a viemmeglio ingannarli, mandavano fuori un supposto messo con lettere scritte da loro e con giornali, e poi fattolo ritornare con le stesse cose, aprivano quella simulata posta in presenza del popolo, e leggevano quelle notizie su fogli pubblici del regno! Le notizie erano che il re Francesco II era vittorioso, e che mandava saluti ai popolani e che li ringraziava  della loro cooperazione nella difesa, ecc. E giunsero persino a dire che quel re era entrato in Napoli![18] A siffatte invenzioni il popolaccio (quasi del tutto analfabeta) gioiva e festeggiava, mostrandosi pronto anche a consumare qualsiasi reato, ed a torre di mezzo tutti i liberali!

Erano circa le ore 7 antimeridiane, quando uno dei capi (Vincenzo Antini) annunzia e proclama la pace al pubblico, dicendo dover essere questa pace ferma e duratura, a fine di impedire ulteriore spargimento di sangue, e doversi contemporaneamente solennizzare la festa del re col Te Deum. Tal novella sparsa per tutto il paese, indusse in errore alcuni liberali, i quali prestando fede a quei preparativi proditorii, uscirono dalle proprie case:[19] ma appena fuori venivano arrestati. Coloro che non uscivano s’andavano a prendere nelle case loro. Un messo [20] mandato dalla turba alla casa del Luigi d’Errico, gridava a squarciagola per via: Pace, pace! Giunto il suddetto, proclamava Antini (annotazione):Il popolo ha stabilito pace per tutti!

Il d’Errico tratto in inganno si tolse da ogni idea di resistenza, aprì il portone a quel messaggero, il quale dopo aver discorso di pace, ritornassene allegro d’aver preso il forte con la sua impostura. Non passarono dieci minuti che si vide giungere il popolo, preceduto da taluni signori [21] dei quali non potevasi immaginare che fossero venuti sotto falso aspetto; perocché non vi erano non pochi membri della guardia nazionale! (Né vi fu alcuno che abbia dato indizio della trama ordita). Il portone era già aperto; entrarono seguiti dall’intera plebe armata. Dopo qualche dibattimento e suggestione, che bisognava andare al Te Deum in chiesa; visto che la resistenza forzata riuscita vana, dovette il d’Errico condiscendere a uscire col fratello Errico e cognato Alessandro. Alcuni plebei chiesero armi e munizioni, e loro fu dato dopo diverbi un fucile insignificante ed alcuni minuti proiettili, sotto pretesto che non si avea che cose da caccia. Ciò fatto, si vestirono, ed insieme cogli altri signori si avviarono seguiti dal popolo.

La trama era orrida e la nota di coloro che si dovevano massacrare, era già stata fatta! Incredibilia sed vera!  Giungono i tre liberali al largo del municipio, ed il popolo impostore cambia aspetto, e mena in prigione Errico ed Alessandro. Luigi monta allora sopra un’altura e si mette ad arringare il popolo, ed uniformandosi allo stato miserando della reazione, dovette dire cose, mascherate col velo della politica, favorevoli all’opinione popolare, allo scopo di salvar sé e forse gli altri (ubi est maior minor cessat)[22]. Ei con eloquenza forense era riuscito a salvarsi dalle prigioni, ed era per ritirarsi in sua casa alla quale si trovava già vicino, quando ad una voce vien richiamato da altri della plebe. Egli trovandosi nell’infelice condizione di dover essere soggetto al voler popolare, dovette tornar indietro.

Il popolo fu istigato a richiamarlo a novello giudizio, da un popolano (F.P.), nemico per cosa da nulla del detto sig. Luigi. Arrivato in mezzo alla plebe, credé necessario perorare ancora, e aggiungere cose favorevoli ai detenuti, sostentando l’innocenza dei medesimi. Visto però che il vento non tirava favorevole, chiese almeno la liberazione del fratello Errico, e del collega Terenzio Ventrella. A tali accenti, alcuni di quella canaglia si fanno a gridare: questo è anche un carbonaro, perché difende i carbonari; anche lui in prigione! Tali voci uscite d’un tratto furono ripetute dall’intera turba; sicché fu giocoforza subire la sorte degli altri carcerati.

- Che concetto ti fai tu, o lettore, del giudizio di questo popolo?..... La sua legge è il capriccio e le ordinanze che riceve dai retrogradi. Essa non ha idea di diritto, di giustizia , di umanità; di morale; è zotico, analfabeta, bestiale. Vorrei che coloro che osteggiano l’istruzione, provassero una volta a cadere sotto l’impero di un popolo ignorante, e vedrebbero allora che razza di giudizi è capace di fare!

Senza istruzione, signori democratici, vi alleverete una serpe nel seno. I fatti parlano da sé. Ma andiamo avanti.

L’arresto dei tre suddetti non fu il primo, perché i medesimi trovarono in quella carcere altri, sicché in totale i detenuti ammontavano a ventidue ed erano:

1.    Luigi d’Errico, Avvocato e proprietario.

2.    Errico d’Errico, legale  e proprietario.                         (fratelli)

3.    Terenzio Ventrella, avvocato proprietario.

4.    Paolo Franco, notaio.

5.    Achille Giuva, farmacista.

6.    Nicola del Grosso, agrimensore.

7.    Michele Fazzano, Ferraio-armiere.

8.    Costantino Mucci

9.    Alfonso Mucci                                                                (fratelli)

10.   Guglielmo Fabrocini, vendita di generi diversi.

11.   Francesco Ruggieri, studente in legge.

12.   Luigi sacerdote Merla

13.   Achille Merla                                                                 (fratelli)

14.Giuseppe Irace                                                  

15.   Tommaso Irace           (padre e figli proprietari)

16.   Vincenzo Irace

17.   Tommaso Lecce, negoziante e proprietario.

18.   Alessandro Campanile, studente in medicina.

19.   Matteo Fini, proprietario.

20.   Gennaro Cascavilla, proprietario.

21.   Celestino Sabatelli, proprietario.

22.   Francesco Paolo Russo, tavernaro.

Siamo al lunedì 22 ore 9 antimeridiane. Veggonsi passare i frati cappuccini, tutti in fila alla testa dei quali si trova Alfonso Cascavilla (fratello del Francesco), armato di fucile, che li conduceva in chiesa pel Te Deum. Fu lo stesso intonato solennemente con gran concorso di gente d’ogni ceto. Dopo di ciò vi fu una breve predica[23], senza però si dicesse una sola parola per la liberazione dei detenuti![24]

In quel frattempo s’era ricostituita la guardia urbana, comandata dall’ex capo-urbano[25]; e da tutti s’andava gridando per l’abitato i soliti viva a Francesco II. Vi si unirono anche molti fuggiaschi e popolani del limitrofo comune di S. Marco in Lamis, tra i quali eravi pure l’Agostino Nardella a cui dovette la vita il fu Vincenzo Cafaro, notaio, che si tenne nascosto per parecchi giorni in una piccola fossa che si trovava in una casa attigua alla sua.

        

                              III 

                                                  Ora comincian le dolenti note

                                                                                     Dante

I sunnotati, posti in carcere, erano guardati continuamente da sentinelle, e con immensa tirannide, di modo che nessuno potevasi avvicinare per parlar loro, né per confortarli con qualche ristoro!

Il Signor Errico[26], prevedendo le orribili conseguenze, ne pianse sin dall’entrata, né altri potevano alleggerirgli il cordoglio! Difatti la ferocia di quelle sentinelle, accompagnate da minacce, era indizio di eventi spaventevoli.

       Più tardi si vociferava che si era stabilita una Commissione speciale, la quale doveva andare ad incontrare la truppa, che poteva venire. Ma i componenti della Commissione non avendovi un interesse materiale si rifiutarono, e nulla avvenne al riguardo. Dicevano del pari che i detenuti dovevano uscire; ma nulla del pari effettuossi! Passa quest’altro giorno, ed ecco finalmente arrivare il sinistro martedì 23. Siamo al mattino e gl’imprigionati ricevono indizi certi della loro futura morte; perciocché lo sfrenato Vincenzo Antini, annunziava con ghigno feroce, che se venivano i garibaldini, i detenuti sarebbero al certo prima d’ogni altro fucilati! Da quel momento comincia l’ora certa della loro agonia. I poverini dovettero tracannarsi l’amaro calice del dolore, offerto da quella iena!

Nelle precedenti ore  per alcuni v’era stata speranza di salvezza, e quindi il loro dolore non era fino  allora giunto ad essere agonizzante! Ma ciò non basta. Più tardi  sentonsi un’altra sentenza pronunziata dalla tigre Emanuele Sabatelli, il quale pregato come un Dio dal venerando signor Antonio Ventrella perché liberasse suo nipote Terenzio, rispose: Per ora si fucilano questi, in seguito si passerà ad altri. A sì inaspettata risposta, il Ventrella spaventatosi disse piangendo: Deh, per carità! non permettete, che tanti padri di famiglia, professori e proprietari innocenti vengano massacrati, e restino immersi nel lutto le mogli e figli. Uccidete piuttosto me, che son vecchio... Ma nell’animo della belva non valsero le preghiere, ed il Ventrella dovette ritirarsi senza aver nulla ottenuto.[27]

Quelli erano i momenti, più angosciosi per gl’infelici detenuti. Essi fin dall’entrata non avevano assaggiati quasi cibo, e l’agonia annunziava loro il momento fatale. Scrivono una supplica al Vicario di questo capitolo, rimettendogliela racchiusa in una pentola da caffè. In quella pregavano che per carità, avesse riunito il capitolo, e uscito processionalmente andasse alla carcere col SS. Sacramento a implorar pace, commuovere quei cannibali, e liberar essi dall’imminente pericolo di morte. Ma il Vicario fé il sordo, né punto si curò della supplica. E veramente così doveva essere, perciocché aveva influito il confessionale stesso non poco allo scoppio della reazione! Rimasta senza effetto la pietosa supplica al sacerdote di Colui che disse: Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi perseguita,  le cose volgevano sempre al peggio.

Verso le 11 pomeridiane giungono al mio orecchio delle voci, che asserivano che qualora fosse venuta truppa garibaldina, gl’imprigionati sarebbero al certo prima di tutto massacrati! E vedi, o lettore, come la sventura procedeva, combinandosi gl’infortunii!

Nella domenica sera, 21, alcuni liberali in numero di sei circa, si erano diretti quasi tutti verso Foggia senza farne il menomo motto agli altri rimasti. Essi empirono quella città dell’accaduto, chiedendo aiuto di truppe pel loro paese. Ma la spedizione tardò due giorni, sicché non partì da Foggia che al mercoledì, in numero di oltre duecento garibaldini[28], guidati da alcuni dei sei predetti, senza che gli stessi avessero menomamente saputo gli incidenti avvenuti nei successivi giorni; cioè l’arresto dei 22.

I garibaldini giunti oltre il Candelaro, e propriamente al Quadrone, si divisero, credendo far cosa buona di entrare per due opposti lati; cioè la metà per levante e l’altra per ponente.

La prima guidata dal signor Vincenzo d’Errico[29] doveva attraversare la valle dell’Inferno; la seconda dal Signor Antonio Lisa[30], veniva per quella diretta che mena a Foggia, e conseguentemente essendo più breve, giungere doveva prima di quell’altra.

E’ mestieri premettere, che per l’Antonio Lisa fu arrestato Francesco Paolo RussoH, il quale spediva neve ed altri articoli di commercio a Foggia, e siccome poche ore avanti l’arresto del lunedì, erano già partiti carretti carichi per quella città, così i reazionari sospettarono che il detto Russo avesse il Lisa in uno di quei sacchi sul carretto, e l’avesse inviato in salvo, facendolo a questo modo partire per Foggia.

 (continua)

Esaminiamo ora i documenti riguardanti questi ultimi giorni.

Testimonianza di Federico Verna

Oltre al povero messo Costantino Mucci era già stato inviato a Foggia D. Federico Verna fu Giovanni,  proprietario, primo Tenente della  guardia nazionale. Costui, dopo aver chiesto invano rinforzi al Governatore fece ritorno a San Giovanni Rotondo nelle ore serali di sabato 20 ottobre, come si evince da un verbale inerente la deposizione resa al Giudice Sanzillo:

“...Qui giunto (il Verna) incontrò D. Errico d’Errico armato, ed il popolo in grande apprensione perché D. Francesco Cascavilla, uno de’ sbandati era entrato in Paese armato, e minaccioso. Si ritirò in casa e passò così quella notte. Nel mattino seguente, domenica ventuno, qual decurione andò alla casa municipale, ove dovea procedersi alla votazione del plebiscito. Occupati di tale operazione, s’intesero grida sediziosi viva Francesco II. Fattosi al balcone vide che una parte del popolo, capitanata da D. Francesco Cascavilla suddetto, armato di schioppo ometteva quelle voci. La Guardia Nazionale si mise in moto, e quei tristi ripararono verso la estremità superiore del paese. Circa mezz’ora dopo però, scesero di nuovo, e Cascavilla dalla estremità della strada grande[31], gittò il guanto alla Guardia Nazionale, vibrandole contro un colpo. Questa corrispose con altri colpi, ed i faziosi ritornarono verso la costa; non vi fu per allora offeso di alcuno. Si pensò ordinare meglio la forza, alla quale si era pure associato il guarda boschi Gabriele Martino. A costui il dichiarante avea dato altro schioppo onde poterne armare qualcuno di sua fiducia. Mentre tutti incedevano, esso Gabriele vibrò colpi di una di quelle armi al dichiarante, che campò miracolosamente. Questo fatto scoraggì molti, e specialmente il S.r d’Errico, perché palesava non avere di chi fidarsi. Ciò può deporsi da Leandro Cascavilla e da Leonardo Mischitelli. I rivoltosi si rannodarono con parte del popolo alla Costa; ed  in quel rimanere D. Francesco Cascavilla, imbattendosi con Bartolomeo Sabatelli, gli disse:

- andiamo a confessarci al Convento; indi entreremo in paese, e faremo quel che si deve fare, perché la nostra vita è perduta.[32]

 Il deponente pensò rinchiudersi in casa come fece, e dalla pubblica voce seppe gli omicidi di Antonio Maresca, ed Agostino Bocchino consumati quella sera stessa. Nel Lunedì fu chiamato , e per ben due volte non volle uscire. Andò infine D. Antonio Carrabba coi figli, e molto popolo: per forza uscirò (uscì). Intese che veniva minacciato di arresto. Vide allora che Michelangelo di Stasio, teneva una nota di vittime designate al numero di trentasei. Questo stesso di Stasio, muratore, avea progettato abbattersi il ponte alle Mattine, per impedire il passaggio della truppa, progetto che seppe aver mandato ad atto nel martedì. Quando poi intese che si faceva fuoco al carcere, sapendo le minacce contro di lui, fuggì, e non altro vide, o intese di quanto avveniva. Seppe pure, ma non può precisare da chi, da Michele Martino... aveva vibrato colpo di schioppo al balcone del dichiarante, ed indi detto, che dovea farsi la zuppa nel suo teschio...”.[33]

Le truppe del Governatore, respinte,  ripiegano su Manfredonia

Il Sottogovernatore di Capitanata venne a sapere dei primi morti della mossa reazionaria sangiovannese solo il 23 ottobre. Alle ore 12  telegrafò al superiore diretto informandolo  che l’“irritata plebaglia” aveva ucciso tre individui, imprigionato vari galantuomini e ucciso un corriere. Il Governatore, riferendosi ad un  altro telegramma di poche ore prima, ribadì che era necessario far muovere per San Giovanni i seicento garibaldini  ed i Dragoni stazionati in Foggia. Sedato il tumulto, la forza si sarebbe diretta su Cagnano e poi su S. Marco in Lamis, per scongiurare  che con l’unione dei reazionari dei vari comuni l’insurrezione assumesse vaste proporzioni.[34] Postosi al comando di tali forze puntò su San Giovanni, sicuro di poter tener testa agli eventi. Durante il tragitto il Governatore dovette ripensare alla richiesta di aiuto del Ten. Federico Verna, fattagli di persona tre giorni prima: se gli avesse dato ascolto, forse le cose avrebbero preso una piega diversa.  

A fare da guida alle truppe c’erano quattro sangiovannesi, i quali, condannati a morte dai reazionari, erano riusciti ad eludere la stretta vigilanza disposta nei punti strategici  del paese. Erano Vincenzo d’Errico,  Antonio Lisa, Nicola e Leandro Cascavilla.

G. Fini ha già pubblicato la narrazione scritta di un testimone anonimo contemporaneo, che partecipò al viaggio delle truppe verso San Giovanni.[35]

Un’annotazione incontrata nell’opuscolo di Gaetano D’Errico ci permette ora di dare un nome all’autore: trattasi di Vincenzo D’Errico, una delle guide,  zio di Gaetano e fratello dei martiri Errico e Luigi.

Il documento, impreciso sotto l’aspetto ortografico e grammaticale, è insostituibile per la dovizia di particolari tramandati. Il racconto  viene qui riproposto nei soli contenuti, invitando il lettore, ove lo ritenesse opportuno, ad effettuare i necessari confronti con il testo originale.

Il racconto della guida Vincenzo D’Errico

Da Foggia partì prima un drappello dei garibaldini comandato dal Maggiore Luigi Chi­coli. In contrada Quadrone s’imbatté in Giuseppe Felice Fiorentino, trovato in possesso di diverse lettere e di una cassetta di munizioni. Letta la corrispondenza, l’ufficiale ordinò di fucilarlo immediatamente. Per intercessione di Vincenzo D’Errico,  favorevole all’istruzione di un formale processo[36], la condanna non venne eseguita e il Fiorentino fu obbligato a unirsi al drappello.

Nelle vicinanze del paese, lungo le cime delle montagne, fu scorta una moltitudine di uomini che non promettevano nulla di buono. Interrogato dal Magg. Chicoli, il Fiorentino lo persuase che quelle persone fossero preti, monaci e buoni cittadini che attendevano la forza! Rasserenatosi, l’ingenuo ufficiale ordinò agli uomini di riprendere la marcia. Ma, giunti nei pressi della masseria di D. Gennaro Padovano, cominciarono a piovere addosso pallottole.[37]

Il maggiore ordinò la prima ritirata. A nulla valsero gli incitamenti del D’Errico ad affrontare il nemico con i 500[38] soldati schierati alla “cacciatore”. Per tutta risposta il maggiore gli consegnò una lettera da recapitare a Manfredonia in compagnia del compaesano Cascavilla, contenente una richiesta di rinforzi. Strada facendo i due si imbattevano nel Goventatore, alla testa di altri 50 militi. Questi, letta la missiva del Magg. Chicoli, giudicava  non necessaria altra forza, ritenendo sufficiente il suo drappello di guardie scelte.  Ordinò quindi ai due sangiovannesi di fare da guida alla sua Compagnia per farla congiungere alla colonna di camicie rosse. Nel frattempo questa, per evitare il nemico, aveva abbandonato la strada battuta, dirigendosi per luoghi impervi, alla volta delle Castellere. Verso mezzanotte s’incamminò verso quel luogo anche il Del Giudice, con tutti i suoi uomini. Durante il viaggio, che si rivelò più faticoso del previsto, il governatore non abbandonò mai il braccio del D’Errico[39]. Alle due di notte si giunse  alle Castellere. Gli uomini  erano stanchi e bagnati di sudore. Tre ufficiali mancavano all’appello. Dopo lunga e vana attesa, i soldati infreddoliti reclamarono affinché si riprendesse il cammino. Il governatore, che non lasciava il D'Errico neanche per un minuto, lo pregò di dirigere i suoi passi sulle alture, in modo da poter avvistare i garibaldini, coi quali si doveva entrare in San Giovanni Rotondo.

La notte era calma. La luna splendeva in cielo, rischiarando il cammino. Ma di garibaldini neppure l’ombra, ad eccezione di un sergente disperso che si unì alla comitiva di guardie nazionali. Giunti in contrada “Querce di Coppola”,[40] nelle vicinanze del paese, risuonò a distanza un “Alt ! Chi viene?”. A quelle parole, il Governatore si rincuorò e disse: “Allegro, D’Errico! I garibaldini hanno preso il paese!” Invano il d’Errico gli fece notare che si ingannava; che quelle voci erano dei rivoltosi.

Arrivati alla croce situata di fronte alla Chiesa  S. Onofrio, poco distante dalle mura,  il Governatore ordinò alla guida di entrare nel paese con un sergente garibaldino ed altre due guardie affinché gli riferissero tutto ciò che vi avveniva.

Il D’Errico, certo che lui e la scorta sarebbero andati incontro a morte sicura, oppose un netto rifiuto. Al che, il Del Giudice lo apostrofò con un sonoro “Vigliacco!”. L’altro, per nulla impressionato, ribadì che non avrebbe mai ottemperato ad un ordine simile.

Ciò mandò il Governatore su tutte le furie. Ma alla fine si attaccò nuovamente al suo braccio, revolver in mano, ed ordinò alle guardie nazionali di entrare in paese, facendole precedere dal suono del tamburo. Con grande ingenuità, il Governatore pensava che la popolazione lo avrebbe accolto con tutti i riguardi dovuti alla sua autorità!

Giunti alle prime case, i militi ebbero appena il tempo di scorgere la statua di San Giovanni Battista, il Santo protettore del paese,  con una bandiera in mano.[41] Poi il finimondo: centinaia di fucilate scaricate su di loro da ogni parte, come fuochi d’artificio. Vincenzo D’Errico svincolatosi frettolosamente dal braccio del Governatore, trovò riparo dietro la statua del santo e  con il fucile spianato diresse lo sguardo verso i rivoltosi. Ma non ne scorse alcuno, nascosti com’erano nelle case, sul campanile della Chiesa S. Leonardo e dietro le “macerie” da cui sparavano.

Il Governatore, intanto, frastornato ed impaurito, era arretrato velocemente con tutta la Compagnia nei pressi della croce di Sant’Onofrio. Rimproverato dai suoi di non aver voluto dare ascolto ai consigli della guida sangiovannese, mettendo in serio pericolo la loro vita, cominciò a urlare “D’Errico! D’Errico!”, per farsi indicare un luogo dove rifugiarsi.    

Dopo il rifiuto delle spaventate guardie di restare nei casini vicini all’abitato, il sangiovannese li condusse verso Monte Sant’Angelo, in una masseria nei pressi del lago Sant’Egidio. Qui c’erano già circa trecento compaesani dei due sessi, fuggiti dal paese. Il padrone offrì al Governatore una stanza al piano superiore e questi si accasciò sul letto per riposare.

Nel frattempo Vincenzo d’Errico, desideroso di conoscere gli avvenimenti accaduti in paese durante la sua assenza, si avvicinò a Marcello Grifa fu Antonio, il quale tutto contento mangiava pane e formaggio, e lo interrogò. Col sorriso sulle labbra il compaesano gli sparò a bruciapelo la terribile notizia: “Hanno ucciso i tuoi fratelli Luigi ed Errico, tuo cugino Francesco Ruggieri, Terenzio Ventrella ed altri”. Colpito dritto al cuore, il pover’uomo ebbe la forza di chiedere il motivo della presenza di tutte quelle persone. Marcello gli spiegò che le strade di San Giovanni brulicavano di almeno 10.000 persone armate di S. Marco in Lamis e di altri paesi del Gargano. Intuito il grosso pericolo, la guida corse ad avvisare il  Governatore che, visibilmente scosso, balzò giù dal letto e decise di  ripiegare immediatamente verso Manfredonia, per paura di un attacco.

Il viaggio riprese. Ma, giunti in contrada Torri, il buio e la stanchezza assalirono i soldati. I contadini misero a disposizione i loro pagliericci. Questa buona accoglienza convinse Del Giudice a fare un’altra sosta, in attesa che da Manfredonia giungessero mezzi di trasporto per la stremata truppa, chiesti al sindaco per mezzo di un messo. Al mattino, di buon’ora, i militi s’incamminarono giù per la strada disastrata. Ai piedi del monte trovarono le autorità comunali con i mezzi richiesti e con loro entrarono in Manfredonia.

Ma il Governatore non si sentiva ancora al sicuro. Alle due antimeridiane diede l’ordine di chiudere le porte della città. A protezione delle stesse venivano posti i pochi, piccoli cannoni disponibili. Sparsasi la voce di un possibile attacco da parte della gente garganica, la popolazione concitata si preparò a difendere la città. Si videro uomini armati di fucili ed altre specie di armi appiattirsi sul muro di cinta e sui tetti delle case. I marinai erano armati con attrezzi solitamente usati per la pesca (arpioni?). Le donne e i bambini gridavano... Solo al mattino seguente, non essendo accaduto  nulla di quanto si temeva,  la calma tornò negli animi.

Poi arrivarono in città i sospirati garibaldini del Maggiore Chicoli, tutti affannati, con le altre due guide sangiovannesi Antonio Lisa e Leandro Cascavilla. L’ufficiale raccontò a Del Giudice la loro odissea. La colonna era arrivata a San Giovanni  nelle prime ore della notte. Avendo sentito gli Alt! Chi va là, vicino le mura,  il maggiore  non aveva voluto avventurarsi in un attacco, poiché il drappello era formato da uomini non ancora ben disciplinati militarmente. Perciò aveva ripiegato sul Convento dei Cappuccini, posto a circa un chilometro e mezzo dal paese, dove i soldati avevano trovato ospitalità per quella notte. Al mattino il maggiore aveva inviato una commissione di frati alle autorità sangiovannesi per verificare che l’ingresso del paese fosse libero. Se i frati fossero tornati con una bandiera bianca, ciò sarebbe stato interpretato come segno di pace. Una bandiera nera gli avrebbe fatto capire che ci sarebbe stata battaglia.

Dopo la messa il Monte Castellano, che sovrastava il convento, brulicava di migliaia di insorti armati. Intanto, dal paese ritornava la commissione di frati con molte altre persone al seguito, sventolando la bandiera bianca, in segno di pace. Al suo avvicinarsi, però, gli uomini che si aggiravano lì intorno avevano cercato di attaccare più volte i garibaldini asserragliati nel Convento. Ciò era stato interpretato come un segno di tradimento dei frati e, messo sull’avviso dalle guide, il Maggiore Chicoli aveva preferito mettersi in fuga con i garibaldini, in direzione Sud, inseguiti, senza essere raggiunti, da una turba inferocita. Ora a Manfredonia si sentivano veramente in salvo. 

 

Mentre il maggiore raccontava, quattro garibaldini, tra cui un tenente ed un sergente, non risposero all’appello. Erano stati uccisi ed i loro corpi erano rimasti alla mercé dei rivoluzionari, tra i dirupi del Gargano. Dall’ora di morte segnata nei registri, si deduce che la battaglia deve essere avvenuta intorno alle ore 15 del 24 ottobre 1860. Altri due garibaldini, un caporale ed un furiere, feriti, furono presi, trascinati e sospinti nella cella del carcere di Palazzo S. Francesco. Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi fu terrificante: tutto era un bagno di sangue. Scaraventati oltre la porta, i loro corpi si trovarono confusi tra membra umane e altri corpi senza vita. Inorriditi, si trascinarono tremanti in un angolo, con la disperazione e l’angoscia di chi sente avvicinarsi il passo vellutato della morte.

Secondo notizie fornite dal comandante delle G.N. di Foggia al Ministro, la “scarsa truppa” era stata respinta da circa 5.000 reazionari.[42]

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati

Il 23 ottobre il Pro-dittatore Giorgio Pallavicino firmava un decreto, pubblicato il giorno 27, con il quale istituiva la Guardia Nazionale a cavallo nell’Italia meridionale, composta da quattro reggimenti. Centocinquanta uomini avrebbero formato il 6° Squadrone per la Provincia di Capitanata, facente parte del Secondo Reggimento.[43]  Intanto la sera del 24 ottobre 1860 Gaetano del Giudice era a corto di uomini, e ritornava a Foggia da Manfredonia. Era ancora in stato di shock ed infuriato per la pessima figura del giorno prima, sul campo di San Giovanni Rotondo. Come vincere la forte determinazione e l’organizzazione dei reazionari? Come riscattare l’onore suo e delle truppe? Questo doveva chiedersi tra sé e sé. C’era un solo mezzo per spegnere i bollenti spiriti dei sangiovannesi e placare la sua sete di vendetta: chiedere ed ottenere l’esercizio dei poteri straordinari. Prese carta e penna e scrisse al Ministro dell’Interno Raffaele Conforti:

“Il giorno del plebiscito è stato per questa Provincia un giorno d’insurrezione, ed i comizi in più comuni non si sono raccolti. Si sono fatti e si fanno sforzi straordinarii perché il movimento non fosse generale; ma mancano i soldati e le armi, ed il potere ordinario qui è divenuto impotente contro i tentativi e contro gli attentati di reazione.

Il più feroce di tali tentativi è avvenuto Domenica scorsa in San Giovanni Rotondo sul Gargano, e con dolore debbo manifestarle, che per forze che gli insorti spiegano e , per la disciplina che mantengono, e per l’immanità degli atti, questa mi pare ed è veramente la più dura a vincere fra le ribellioni affacciatesi prima e dopo il 7 settembre. Io sono accorso sul luogo ieri, e ne sono tornato stasera alle ore 8 p.m in compagnia di cinquanta militi mobilizzati di questo capoluogo, e di una colonna di 260 soldati del reggimento dei cacciatori Veneti, transitanti per qui sotto il comando del generale Romano.

Giungemmo ieri sera a due di notte intorno al paese, che trovammo barricato in tutte le entrate, guardato da 5 a 600 uomini armati, alla cui testa erano più che 100 soldati e bassi uffiziali sbandati, provvisti di canne rigate, disciplinati e combattenti con ordine e santo. Avevano qualche ora innanzi fucilato a bruciapelo 23 galantuomini, che tenevano rinchiusi nel carcere e si apprestavano ad altri massacri, che in questa notte o in questo giorno avranno consumato. Quantunque l’ora fosse tarda, profittammo della luna per avvanzarci fino alle prime case; ma dalle feritoie aperte nelle barricate di pietra, ci piovve addosso una grandine di palle, innanzi alla quale questi militi non avvezzi si fecero indietro. I Garibaldini che per tutta la notte si erano fortificati in un Convento lungi un miglio dallo abitato, e che stamattina ne sono usciti per attaccare, hanno visto parecchi de’ loro uccisi, parecchi prigionieri ed il resto fuggire. Un soccorso di mille più armati venuti nell’azione in aiuto de’ rivoltosi dal vicino e popoloso Comune di S. Marco in Lamis, è stata la cagione della sconfitta de’ soldati.

Io sono corso in Manfredonia, e mi sono procurato due cannoni da un capitano di nave mercantile; vi ho fatto fare gli affusti, le palle, le mitraglie, e doman saran pronti. Ho pregato il generale Romano di condurre domani tutte le compagnie disponibili, e vi andrà di persona con 900 uomini di fanteria, 40 guide a cavallo, 24 dragoni, 100 guardie nazionali di Montesantangelo, 50 di Manfredonia, 20 di Rignano.

L’assalto sarà dopodomani e la terrò avvertita del risultato. La resistenza ho per fermo che sarà accanita e la lotta sanguinosa. Tutto il Gargano, com’a dire S. Nicandro, Cagnano, Poggio Imperiale, ed altri Comuni stanno per imitare l’esempio di San Giovanni Rotondo e di S. Marco in Lamis; ed i Comuni di Biccari, Volturino, Volturara, Roseto, Monteleone ed altri degli Appennini mi vengono annunzii di vicini movimenti. In Accadia vi è stato pure Domenica spargimento di sangue e due vittime.

Innanzi all’imponenza di tali fatti, io mi veggo nella necessità, ed in difetto di armi e di soldati, a chiederle l’esercizio dei poteri illimitati. Senza di essi io mi sento impotente a continuare; i poveri Comuni si esauriscono di spese; e la sicurezza dell’intera Provincia è in grave ed imminente pericolo.

Si faccia, signor Ministro, persuasa della terribile condizione di queste popolazioni, le quali tutte ricorrono ed esclamano presso di me perché vi ponga riparo con misure eccezionali, che rassicurano i buoni ed incutano spavento ai tristi. Aspetto con affannosa ansietà le sue risoluzioni. Foggia 24 ottobre 1860. Il Governatore G. Del Giudice”.

 

Nel quarto capitolo Gaetano D’Errico racconta cosa era avvenuto nel frattempo dentro le inespugnabili mura del paese.

 

IV

            Già scorre in fiumi il sangue, altro non s’ode

                     Che voci di dolor, strepiti d’ira,

                            Tutt’é dolor tutt’é morte...

                                     C. Marino, Strage degli innocenti, libro III  

 

                                                  Braccia da busti lor tronche e recise,

                                                      eminate hanno il suol gole strozzate,

                                                        Teste, qual da scure aspra divise.

 

                                                                                                             IDEM, Libro IV

 

L’ora  che decider dovea della vita degli agonizzanti era per battere. Erano le due pomeridiane quando scorgesi all’orizzonte del Sud, un uomo a tutta corsa venire su di una bianca cavalla con ramo d’ulivo in mano: esso è Nicolantonio Sabatelli. Corre a bella posta dalla cascina in contrada Coppe, per aver visto da remota distanza gli attruppamenti garibaldini. Egli dà tale notizia a chi rinviene per quella via, e giungendo al paese la fa nota alla turba con disperate voci gridando: Vengono i garibaldini, siamo morti! (e secondo alcuni) Correte e fucilate! E la plebaglia furente corre al carcere e tira fucilate a migliaia da quelle cancellate. Grida di misericordia sentensi da quelle vittime, interrotte e soffocate dal denso fumo, causato da quelle esplosioni! Ed ecco, le campane suonare ancora a stormo, cagionando immenso terrore, e tal che sembrava che avesse dovuto finire il mondo! A quell’allarme i colpi alle prigioni aumentarono smisuratamente e perforando le porte delle medesime tirano ancora dalle stesse. Dopo un’ora circa, alcuni che temevano che i prigionieri non fossero tutti periti, aprirono le porte, e i poveri carcerati diventarono il ludibrio di quelle bestie assassine, che li finirono con le armi da bifolco di cui erano provviste! Il Ventrella era nascosto sotto il suo materasso, che seco aveva portato per ammalato. Fu rinvenuto vivo: ed uno gli disse dove voleva il colpo: e quei: Al petto; e immantinenti fu fatto cadavere con una fucilata!

Un altro vi fu che era rimasto del tutto vivo (perché forse nascosto sotto dei morti); era Vincenzo Irace. Questi alla prima entrata della plebe poté fuggir dal carcere, ma fu inseguito a colpi di fucile. Tuttavia i colpi non lo ferirono, ed egli continuava la rapida corsa; ma disgrazia volle che mentre fuggiva, s’imbattesse in un’altra accozzaglia di plebe assassina. Al che dovè fermarsi momentaneamente perché molto stordito. In quella gli si fé innanzi il villano Andrea Taronno, e con aspetto benevolo avvicinatolo gli vibra un colpo di accetta alla testa e lo stende al suolo cadavere. Di ciò non contento, l’assassino ne trascina l’insanguinato cadavere nel vicino letame, rendendolo così pasto di bestie carnivore, che per quel luogo si fossero potuto imbattere.

Quello che maggiormente si distinse fra i sanguinari esecutori  della strage, fu uno stupido bifolco, Nicola Siena; che uscì dalla carcere insanguinato con la spada spezzata. Mi taccio altri barbarismi, perciocché io non uscii di casa, né potei essere testimone di altri fatti secondari. Solo dirò che dopo l’orribil macello fuggii in cerca di un luogo di salvazione con la famiglia gemente pel dolore! Anche tutte le famiglie piombate nel lutto, fuggirono nel frattempo, prendendo chi una strada  chi un’altra con la massima celerità. Ci ricoverammo la maggior parte nel limitrofo comune di San Marco in Lamis, dove rinvenimmo quasi una seconda reazione.

Dopo i misfatti predetti, per impedire il passaggio delle truppe, non pochi reazionari andarono a rompere il ponte della strada rotabile, posta al sud, che guida a Foggia, Manfredonia.

Il giorno se n’andava, ed i garibaldini erano ancora una favola! Essi non giunsero che alle 10 pomeridiane al monastero degli ex-frati cappuccini, distante un chilometro e mezzo dal paese, in numero di circa cento cinquanta, ed ivi rifugiatisi stettero tutta la notte. Il Lisa, saputo da alcuni paesani la sorte dei suoi compagni sacrificati nel suddetto modo, ne pianse amaramente!

Giunse il mattino del mercoledì 24. Il comandante garibaldino pensò d’inviare una Commissione composta di alcuni frati a fine di entrare nel paese con la pace. Ma gli abbrutiti popolani respingono ogni proposta facendo retrocedere quei frati; e dietro dei medesimi si avviano per la resistenza. In tal modo giunti a poca distanza dal monastero, dan principio all’attacco, a cui rispondono i garibaldini.

Intanto i circonvicini monti s’andavano popolando di gente armata, e d’ogni lato s’affacciavano uomini che tentavano accerchiare i garibaldini. A tale inaspettata vista, i garibaldini scoraggiati si danno a precipitosa fuga. I popolani li inseguono, ne raggiungono alcuni e li uccidono. Tra questi fuvvi il sotto-ufficiale Amico Orofino, ed il sergente F. Carania, nella brigata Romano. In tutto il numero dei morti ascese a cinque, oltre, prigionieri e feriti Cataldo Marlato e Francesco Cassano della stessa brigata, i quali furono posti nella carcere insanguinata, ove ancora si trovavano i cadaveri dei 22 massacrati.

L’altra porzione di truppa, composta di oltre sessanta guardie nazionali di Foggia, e nella quale si trovava anche il signor prefetto della Provincia, Gaetano del Giudice, passando pel vicino lago S. Egidio, giunse verso le sette pomeridiane[44] col favor delle tenebre vicino l’abitato, e non sapendo se i garibaldini fossero entrati in paese, era in dubbio se dovea, oppur no, entrare a tamburo battente. Intanto avvenne, che prima d’ogni altro, si imbatté in una nemica fazione, la quale gridò il chi va là. Naturalmente le fu risposto contrariamente e allora vi fu l’allarme e si appiccò la zuffa.

Le guardie nazionali, vista l’opposizione sorprendente, nonché l’imminente pericolo di morte, si posero in fuga indietreggiando per la medesima strada senza deplorare verun morto. Il porta bandiera, che veniva avanti, disgraziatamente lasciò la bandiera tricolore, che fu presa dai nemici. Alcuni reazionari posero la statua di San Giovanni Battista al largo degli olmi; nella mattina la stessa trovossi con quella bandiera tricolore in mano, e fecero credere all’imbecille canaglia che quel santo operando un miracolo aveva tolto la bandiera ai nemici!

Respinta in tal modo quest’altra porzione di truppa, il paese giaceva continuamente in preda alla reazione.

Nel 28 del medesimo mese, migliaia di garibaldini entrano in S. Marco in Lamis, dietro la pace conchiusa in Rignano Garganico da una speciale Commissione di Sammarchesi inviata al generale Romano. Vi fu piccolo attacco tra sammarchesi e garibaldini nelle vicinanze di detto Rignano, che cessò dietro una densa nebbia, la quale tolse la vita ad ambo le parti. Nel seguente dì, i detti garibaldini accettando la pace, entrarono in San Marco in Lamis senza verun ostacolo. Si fece un giro per quel paese con le solite grida di viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi.

Nel susseguente giorno i garibaldini mandarono una Commissione in San Giovanni[45]; questa fu accolta, sicché i garibaldini entrarono in paese ricevuti dal clero con la croce di Cristo avanti.

Dopo l’entrata dei garibaldini, vennero non poche centinaia di guardie nazionali del limitrofo Comune di Monte S. Angelo, nonché quell’altre guardie di Foggia col Prefetto del Giudice, che avean trovato resistenza, e che si erano fermate in Manfredonia.

(Continua)

Le truppe partono per San Giovanni

Forte dell’esperienza subita, il Governatore si preoccupò di dispiegare una forza adeguata. Il 24 ottobre il  Comandante del Reggimento dei Dragoni, per ordine di Del Giudice, dispose che il plotone  di San Severo avesse marciato sollecitamente alla volta di San Giovanni.[46] La milizia iniziò subito a perlustrare le campagne del predetto comune, per intercettare ed arrestare i reazionari. Ciò fu indirettamente cagione di danno per un tale Antonio Trotta. Per il sol fatto di essere sansevrese, come i dragoni,   la sua posta, sita nel tenimento di San Giovanni Rotondo, fu incendiata di notte, per rappresaglia, da “iniqui naturali dell’anzidetto comune”. Il Trotta richiese al Governatore il risarcimento dei danni, ammontanti a ducati trecento.[47] 

 Il Sindaco di Foggia, “per la potentissima ragione che i 40 scelti e mandati colà erano ritornati in istato da non poter fare un secondo viaggio”, chiese che la Guardia nazionale foggiana, che già aveva ripiegato su Manfredonia, fosse dispensata dall’essere impiegata nuovamente a San Giovanni. Detti militi, inesperti nell’uso  delle armi, non sarebbero stati di grande aiuto.  D’altra parte faceva notare che la città capoluogo meritava di essere difesa dalle sue guardie. Informava anche il Governatore che quella stessa sera era giunta a Foggia la Guardia Nazionale di Monte Sant’Angelo e che stava arrivando quella di Carpino, “gente espertissima per quei luoghi e che avrebbe dato di gran braccio ai Garibaldini”.[48] Del Giudice, accogliendo le osservazioni del Sindaco, ordinò di mobilitare i suddetti militi.

Il 25 ottobre il Governatore informava il Procuratore Generale di Lucera del precipitare degli avvenimenti:

“L’insurrezione in San Giovanni Rotondo e in S. Marco in Lamis à preso assai larghe proporzioni. Chiesi ieri ed ò ottenuto poteri illimitati per sventarla. Quest’oggi son partiti 1.000 Garibaldini, 64 soldati di cavalleria, 200 Guardie Nazionali, 2 cannoni. Io muoverò domani per lo stesso luogo perché fosse fatta riparazione del sangue versato. Se ella vorrà assistermi per i Consigli di Guerra che dovranno istallarsi, venga questa sera, e andremo domani insieme”.[49]

 Il Generale Romano partì con l’intera truppa e cavalleria il 24 ottobre, alle ore 10,30 antimeridiane.[50] Il Commissario di guerra Michele Cesare Rebecchi ed i Capitani comandanti Amicarelli e D’Errico con altri 100 uomini, dopo aver aver atteso inutilmente le truppe, per unirsi a loro, nel luogo detto “la Chiesa”, sulla montagna, all’imbrunire ripiegavano su Manfredonia.[51]

L’Alfiere Aniello Iacuzio, da Manfredonia, contrariato dalla richiesta del Sindaco di Foggia, invece di tornare nel capoluogo , alle ore 4 p.m. del 25 ottobre  telegrafava al Governatore di voler partire con i suoi militi alla volta di San Giovanni. La risposta fu breve e concisa:

“Vadano i Militi di Foggia al campo sotto San Giovanni Rotondo e lavino la vergogna dell’ultima notte”.[52]

Il tragitto prescelto per sedare la sommossa, le truppe dovevano giungere  a San Giovanni via Rignano-S.Marco,  finì per favorire una seconda reazione in quest’ultimo comune.

 continua

NOTE

[1] ASF, pol.,  s. I, b. 339. Nota della telegrafia elettrica n. 1770 dell’8 ottobre 1860.

[2] ASF, pol.,  s. I, b. 180, fasc. 1994. Annotazione a margine della nota del Giudice supplente dell’8 ottobre 1860.

[3] ASF, pol.,  s. I, b. 339 - fasc. 2558-59-61. Nota del 10 ottobre 1860.

[4] Nota del 13 ottobre 1860 del Governatore al Ministro di Polizia.

[5] Michele Cesare Rebecchi, Appendice all’opuscolo Il Governo della Capitanata e le Reazioni Dauno-Garganiche nel 1860, Napoli, tip. Colavita, 1861, pp. 25 e segg.

[6]ACSGR, nota n. 386 del 17 ottobre 1860.

[7] L’apertura fu praticata sotto la grata di ferro.

[8] ASF, pol.,  s. I, b. 339 - fasc. 2558-59-61 (?). Nota del 17 ottobre 1860.

[9] ASF, pol.,  s. I, b. 339 - fasc. 2558. Lettera n. 9203 del 20 ottobre 1860.

[10] ASF, pol.,  s. I, b. 339 - fasc. 2259.

[11] E’  evidente la  creduloneria delle plebi di allora.

[12] ACSGR, nota n. 24 del 18 ottobre 1860.

[13] In calce, di suo pugno l’autore ha aggiunto: “e plebaglia armata”.

[14] Lo stesso D’Errico, in una successiva pubblicazione (op. cit.) si corresse, affermando  che il Pla­centino morì per mano ignota. A conforto della sua tesi affermava che  se il colpo fosse partito dalla finestra dell’abitazione del Ma­resca  gli avrebbe provocato una ferita “in verticale” e non in orizzontale.

[15] I corpi di Bocchino e Maresca furono esposti avanti al Palazzo Baronale, vicino alla Chiesa S. Leonardo, fino alle 6 del mattino, per poi essere trascinati fino al camposanto per i piedi, con degli uncini comunemente usati dai beccai per appendere gli animali macellati.

[16] E’ il padre dell’autore del racconto.

[17] Annotazione di pugno dell’autore:  “avendo anni 14 appena”.

[18] La lettura avveniva sulla gradinata della Chiesa S. Leonardo.

[19] I liberali probabilmente furono ingannati dal fatto che due settimane prima a S. Marco in Lamis il canto del Te Deum era servito effettivamente a far  rappacificare la popolazione che, messa da parte  ogni idea di reazione,  si ritirò in casa.

[20] Annotazione di pugno dell’autore: “Francesco Prencipe”.

[21] Annotazione di pugno dell’autore: “Essi furono Il Cap.° Gennaro Padovano, Michele Collicelli, Marcello Grifa, Raffaele Padovano ed i fratelli Carrabba”.

[22] Il contenuto del discorso è riportato più avanti nella scheda relativa a Luigi D’Errico.

[23] Annotazione di pugno dell’autore: “fatta dall’arciprete Ludovico Bramante”.

[24] Annotazione di pugno dell’autore: “né poteva ciò dire senza contraddire ai voleri perve­nuti dalla S. Sede di Roma e ai suoi  fini privati contro taluni prigionieri”. Altra fonte, come vedremo, afferma che l’Arciprete intonò il Te Deum sotto la minaccia delle armi.

[25] Annotazione di pugno dell’autore: “Federico Verna”.

[26] Annotazione di pugno dell’autore: “Era mio padre”.

[27] Annotazione di pugno dell’autore: “Si fé bandire che chiunque avesse parlato in prò dei detti detenuti sarebbe stato fucilato!”

[28] Secondo fonti ufficiali gli armati erano 310 tra garibaldini e Cacciatori Veneti sotto il comando  del Governatore Del Giudice.

[29] Annotazione di pugno dell’autore: “e Leandro Cascavilla”.

[30] L’autore ha depennato l’altro nominativo di Leandro Cascavilla.

[31] E’ l’attuale Via Pirgiano.

[32] Nel processo di Lucera B. Sabatelli darà una versione diversa dell’episodio.

[33] Fondo Corte di Assise di Lucera, Sez. Arch. di Stato Lucera (d’ora innanzi FCAL, ASL) Fascic. 8, Inc. 37 (anni 1860-1866). Deposizione rilasciata il 14 febbraio… (illeggibile).

[34] ASF, pol.,  s. I, b. 180 - fasc. 1195.

[35] G. Fini, opera citata.

[36] In questo episodio si può cogliere la differenza fra lo spirito liberale e quello borbonico.

[37]  Nel Libro dei Morti della Parrocchia S. Leonardo risulta che nelle campagne delle Mattine morirono alla stessa ora: 1) Pennelli Andrea, di Giovanni e Nunzia Teresa Natale, proprietario, nato a San Giovanni Rotondo il 30.11.1819. Questi domiciliava in Strada Grande con la madre, le sorelle Maddalena, Angela, Rosa, Maria Filippa, Filomena, Maria, Raffaela, Teresa, i fratelli  Sac. D.  Nicola Pennelli, Giovanni, Pasquale, la cognata Lucia Er­colino (moglie di Pasquale), e la nonna Angela Pennelli; 2) Perna Francesco di Matteo e An­gela Grifa, contadino, nato a San Giovanni R. l’11.9.1841, abitante in Strada Forni coi geni­tori, quattro fratelli e una sorella. La mancanza della causa di morte non esclude la pos­sibilità che sia collegata alla reazione sangiovannese. Una terza persona, certo Michele Savino, risulta aver trovato “disgraziata morte” durante la reazione. Alla vedova la Giunta comunale deliberò un’elemosina in due circostanze (delibere del 31 agosto 1863 e 22 luglio 1875).

[38] Il dato riportato dal D’Errico è inesatto: il drappello era formato da 260 soldati del Reg­gimento Cacciatori Veneti a cui si aggiunsero i 50 militi della Guardia nazionale di Foggia guidati dal Governatore Del Giudice.

[39] Per giungere alle Castellere i soldati affrontarono gli aspri e ripidi sentieri della Valle dell’Inferno.

[40] La contrada esatta è “Querce delle Coppe”.

[41] Gaetano D’Errico nell’edizione del 1914 (op. cit.)  dirà: “Il portabandiera, che andava avanti, disgraziatamente perdette la bandiera tricolore che fu presa dai nemici. Il parroco, o chi per esso, fece uscire la statua di San Giovanni Battista (...) e portata al largo degli Olmi dove, al mattino fu rinvenuta con quella bandiera in mano, spargendo la voce, tra la folla ignorante, che l’avesse tolta alle Guardie Nazionali lo stesso Santo...”.

[42] ASF, pol.,  s. I, b. 339, fasc. 2559. Nota n. 2080 del 27.10.1860.

[43] ASF, pol.,  s. I, b. 180 - fasc. 1994. Decreto a stampa del 23 ottobre 1860, pubblicato in Napoli il 27 ottobre 1860.

[44] Le truppe arrivarono a S. Giovanni alle ore “due di notte” (ore 21 circa),  come testimonieranno la guida Vincenzo D’Errico, zio di Gaetano, ed il governatore.

[45] L’autore si corregge con una nota a piè pagina: “Dai reazionari di San Giovanni fu spe­dita commissione ai com. garibaldini”.

[46]  ASF, pol.,  s. I, b. 339, fasc. 2259. Lettera del 24 ottobre 1860 del Co­mandante del Reggimento Dragoni al Governatore.

[47]  Esposto del 1° novembre 1860 di A. Trotta al Governatore della Provincia di Capitanata.

[48] ASF, pol.,  s. I, b. 339. Nota telegrafica n. 2031 del 25 ottobre 1860.

[49] ASF, pol.,  s. I, b. 339.

[50] ASF, pol.,  s. I, b. 339 - fasc. 2559. Telegr. dell’Uff. Intent.  T. Ciuf­freda al Governatore.

[51] ASF, pol.,  s. I, b. 339 . Nota n. 28 del 25 ottobre 1860 del Commissario per gli arruolamenti del Dittatore al Governatore.

[52] ASF, pol.,  s. I, b. 339.

 

www.padrepioesangiovannirotondo.it