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INDICE
San
Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.
I moti
del 1820.
La guardia nazionale nel 1848.
Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti a San Giovanni Rotondo.
Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.
Regolamento di polizia urbana.
Polizia
rurale.
Il
commercio della neve.
La
produzione di vino.
Le opere
pubbliche.
Le
alluvioni del 1850, 1858 e 1862.
Il lago
di S. Egidio.
Lotta a
bruchi e cavallette.
L'istruzione pubblica.
Le questioni demaniali.
Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.
Le proteste degli allevatori di bestiame.
La
distruzione dei boschi comunali.
Le
Guardie Rurali e Forestali.
L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie
garganiche.
L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili"
sangiovannesi.
S.
Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe
ereditario.
Processi
a carico di Guglielmo Fabrocini.
Gli
ultimi mesi del Regno borbonico.
Garibaldi
entra in Napoli.
A San
Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.
Pervengono folgoranti notizie dal fronte.
A San
Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te
Deum.
Alcune
delibere comunali prima della reazione.
La
Guardia Nazionale nel 1860.
Tentativi
di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.
I giorni della reazione sangiovannese.
I
soldati sbandati.
Si vota
per il Plebiscito.
Si
operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.
Testimonianza del Giudice regio
Tommaso Giordani.
La
prima reazione Sammarchese.
Arrivano le prime truppe.
Le
gravi colpe del Dicastero di Polizia.
I
soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.
Si
prepara la reazione sangiovannese.
Testimonianza di Federico Verna.
Le
truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.
Il
racconto della guida Vincenzo D'Errico.
Il
Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.
Le
truppe partono per San Giovanni Rotondo.
Scoppia
la seconda reazione sammarchese.
La
reazione di Cagnano.
Da
Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.
Il
rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.
Il
rapporto di Don Gennaro Padovano.
L'opera
repressiva di Gaetano Del Giudice.
Il
Governatore utilizza i pieni poteri.
Il
Maggiore Cesare Rebecchi.
Le tasse di guerra.
La reazione raccontata
da Carlo Villani.
Le
reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di
Rigras.
La
votazione del Plebiscito.
A San
Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda
reazione.
Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.
Arrivo
a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.
I
processi dei reazionari.
Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la
Gran Corte di Capitanata.
Verbale del 6 dicembre 1861.
Atto di accusa della Gran Corte di Criminale
di Lucera del 3 ottobre 1864.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 20 aprile 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 9 giugno 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 12 giugno 1865.
Verbale del 12 aprile 1866 per la
costituzione del giurì della causa.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6
maggio 1866.
Martiri e danneggiati politici.
L'invocazione di G. D'Errico.
Schede
dei Martiri Sangiovannesi.
I soldati garibaldini.
I
danneggiati politici
I frati
cappuccini.
Le strade dei danneggiati politici si incontrano.
Gli accusati di reazione e
la loro difesa
I
reazionari sottoposti a giudizio (A-M).
I
reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).
Il ricordo imperituro
Storia
di tre monumenti e di una lapide.
Primo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Secondo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Persecutori e vittime del
brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
I soldati
sbandati alimentano il brigantaggio.
I primi
episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
Soscrizione
Nazionale per estirpare il brigantaggio.
Tre cacciatori di briganti :
1- Federico Padovano
2- Giovanni
Merla
3- Vincenzo
Mancini.
Alcuni
danneggiati per atti di brigantaggio:
1 - Michele
Fraticelli: un martire a parte.
2 - Antonio
Scarale.
3
- Giuseppe
Fiorentino.
4 - Benedetto
Rendina.
5 - Giuseppe
Gaggiano.
6 - Filippo
Rubino.
7 - Costanza
Pompilio.
Caccia alla banda Cicognitto.
Epilogo.
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I giorni della reazione
sangiovannese
I soldati sbandati
Garibaldi aveva decretato lo scioglimento
dell’esercito borbonico. I soldati avevano fatto quindi ritorno alle loro
case. Ma Cavour li richiamò in servizio con altro decreto, per far loro
completare il servizio di leva sotto le insegne della bandiera Italiana. Ciò
scontentò detti soldati, i quali si schierarono contro il nuovo ordine di
cose capeggiando varie reazioni.
I soldati sbandati ed il Clero furono per
lungo tempo le principali fonti di preoccupazione per il Ministero degli
Interni. Il nuovo Ministro della Polizia R. Conforti, presentandosi ai
cittadini della nuova Italia con un proclama del 14 settembre 1860, cercò
di aprire un varco nel muro di diffidenza, rassicurando anche il Clero sulle
buone intenzioni del governo:
“Cittadini, il Dittatore volle
affidarmi il Ministero della Polizia. Alla sua voce mi fu impossibile
resistere, e quantunque a ritroso, accettai. La fiducia che in me volle
collocare il Washington italiano, risponderà, spero, alla fiducia di un
popolo, che si è trovato con sì nobile entusiasmo a compiere l’opera della
patria redenzione.
La
Polizia non è quel potere scente ed arbitrario, che per tanti anni fu il
flagello di queste belle contrade. Essa è la sentinella vigile della
libertà, la quale consiste non già nell’impero dell’uomo, ma della legge.
I
momenti sono solenni ; l’Italia che per ben due volte fu al mondo maestra
d’incivilimento, è presso a divenire Nazione. Il cittadino potrà finalmente
dire: io sono italiano.
Nessuno deve turbare il meraviglioso risorgimento; i colpevoli saranno
puniti con tutto il rigore delle leggi, perocché in simiglianti casi la
pietà sarebbe delitto.
Il
Ministero non ignora che in alcuni luoghi si cerca di suscitare le
popolazioni con l’arme de’ vili, la calunnia; i buoni stiano in guardia e si
assicurino, che il Governo del Dittatore vuole inviolato il rispetto dovuto
alla religione degli uni ed a tutti le cose sante.
Cittadini!
L’instaurazione di una Italia indipendente fu il sogno di Dante e di
Machiavelli e d’innumerevoli martiri, i quali col sangue sugellarono la loro
fede. Il sogno di tanti secoli ora si compie; mostriamoci degni dell’opera
magnanima condotta dalla mano di un eroe benedetto da’ popoli, e di Vittorio
Emanuele Re guerriero e salvatore della Patria. Napoli, 14 settembre 1860.
Il Ministro R. Conforti
”.
Poiché i soldati sbandati rappresentavano
una mina vagante per l’ordine pubblico, l’Intendente mise in stato di
allerta i sindaci della Capitanata, ivi compreso quello sangiovannese, con
una lettera circolare riportante integralmente un foglio del Ramo di Polizia
del Dicastero degli Interni:
“Molti sbandati disertando il Campo in Capua o lungo il transito che dalle
Calabrie facevano per la Capitale, hanno cercato di far ritorno nelle
proprie famiglie. Havvi senza dubbio tra essi molti che amanti dell’ordine
ritornano pacificamente a riprendere le proprie abitudini. Ma ella non
ignora la disciplina che sventuratamente hanno ricevuto i soldati in
quartiere dal passato governo. La rapina, la devastazione, il saccheggio è
tutto ciò che informa il cuore di alcuni sotto la voce di attaccamento. Se
le azioni sono la manifestazione dei propri sentimenti è chiaro che quando
individui così fatti sciolti del cingolo militare, e renitenti ad ogni
esercizio di arte o mestiere per procurarsi la loro sussistenza, dovranno di
necessità scorazzare la campagna ed operare contro l’ordine e la sicurezza
individuale e della proprietà altrui per provvedersene. La Polizia dovrebbe
prevenire i disordini, ed occuparsi di tutto ciò che potrebbe compromettere
la tranquillità, l’ordine e la sicurezza. Ella senza opprimere non deve
certamente non occuparsi opportunamente di certi elementi che per se stessi
sono compromissivi alla tranquillità ed impedire le perturbazioni e le
conflagrazioni.
Uomini
a portar armi avvezzi ad una vita civile, che preferiscono l’ozio alla vita
operosa, senza rendita, certo che saranno piante parassite che dovranno
vivere sulle fatiche e sulle altrui proprietà, ed infestando le campagne
minacceranno la sicurezza e l’ordine pubblico. La vigilanza riuscirà agevole
ed efficace quando viene fatta in ogni comune dove sono domiciliati tali
individui. La prevenzione contro ogni possibile reato sarà opportuna senza
aspettare che essi uniti in campagna potrebbero servire a mene reazionarie.
E’ però che Ella, Signor Intendente, stabilirà provvisoriamente per ogni
Comune una Commissione costituita dal Sindaco Presidente, dal Comandante
della Guardia Nazionale, e dal Decurione di ultima nomina.
La
Commissione si riunirà prontamente, e farà uno stato di tutt’i soldati che
hanno fatto ritorno in patria. Indicherà i loro nomi, condizione, età, stato
di salute e loro occupazioni.
Proporrà i provvedimenti a darsi per quelli oziosi, affinché non potessero
scorrere la campagna, e delinquere. Dovrà sorvegliare i loro passi sotto la
sua responsabilità, e riferire all’Autorità di Polizia appena che si
assentino dal loro Comune.
Le
stesse misure si adotteranno dalla Commessione per gl’individui appartenenti
alle già disciolte squadriglie, e per tutti i vagabondi”.
A San Giovanni Rotondo la predetta
“Commissione di Vigilanza” si insediò il 16 settembre 1860. Era composta da
D. Vincenzo Cafaro , sindaco, D. Gennaro Padovano, Capitano della Guardia
nazionale, e D. Antonio Sabatelli, decurione.
Intanto il Governatore di Capitanata F.F.
Pietro De Luca, in attesa della nomina del titolare, occupava il posto del
Duca di Bagnoli, ultimo Intendente borbonico. Questi tornò sull’argomento
con lettera circolare del 15 settembre, esternando “le vive premure del
Ministero della Guerra affinché si arrestasse il progresso di tale gran
sconcio e si facessero ritornare alle Bandiere gli sconsigliati, i quali
violando il proprio dovere se ne erano allontanati”.
Giuseppe Barbano, soldato della Marina
gravemente infermo al secondo grado di tisi, apprese dai commilitoni
ritornati in paese che il suo reggimento era stato stato disciolto. Stando
per scadere i due mesi di congedo accordatigli dalle autorità militari
borboniche, il giovane voleva conoscere il comportamento da tenere per non
macchiarsi la condotta. Il sindaco sangiovannese chiese lumi alle autorità
superiori. La risposta del Comandante delle Armi Luigi Manna fu perentoria:
“... Ella deve spedir qui il soldato Giuseppe Barbano, onde laddove
seguitasse ad essere infermo, entrar deve in questo Spedale militare, per
curarsi, e qualora si trovasse ristabilito, spirato il congedo di due mesi,
deve immancabilmente partire per Napoli, giusta gli ordini Superiori, che a
Lei certamente saranno noti”.
La visita medica doveva tenersi in presenza
dello stesso comandante, “non potendosi rimanere sulla fede di quelli di
costà”.
Lo stato di salute del giovane doveva essere veramente pessimo, giacché i
registri parrocchiali attestano che morì il 28.4.1861, nella sua casa in
Via San Nicola. L’episodio, che manifestava l’assoluta mancanza di
sensibilità da parte delle autorità provinciali, ebbe un certo effetto su
tutti i soldati sbandati che, rimasti fedeli a Francesco II, trovarono un
motivo in più per rifiutarsi di servire la bandiera italiana.
Le cose erano andate diversamente,
almeno sul principio, per la recluta Matteo Canistro. Il Ministro Segretario
di Stato dell’Interno del Regno di Napoli aveva accolto un suo ricorso,
disponendone il congedamento, per esser egli “sostegno di famiglia”. Il
Canistro, convocato dal sindaco, aveva accettato di buon grado la lieta
notizia “esternando i voti di sincera gratitudine per la bontà dei superiori
e per la giustizia fattagli”.
Incomprensibilmente, insediatasi la Dittatura di Garibaldi, fu trattato da
soldato sbandato. Inviò quindi un altro reclamo al nuovo Sottintendente
chiedendogli di intervenire presso il sindaco sangiovannese. Il funzionario
dispose che il soldato fosse escluso dalla lista dei richiamati, essendo
stato già congedato, e aggiunse che “non doveva essere molestato”.
Tutto ciò veniva portato a conoscenza della madre della recluta il 14
ottobre 1860. Ma l’orgoglio e l’impeto giovanile del Canistro non gli
permisero di mandar giù le ingiuste persecuzioni subite, portandolo ad
unirsi ai soldati sbandati che diedero inizio alla reazione.
Il 17 settembre partiva da Foggia un’altra
lettera, diretta questa volta anche ai Comandanti di G. N. e Giudici Regi
della Provincia , contenente le calde direttive del Dicastero degli Interni,
“perché si facessero arrestare tutti i soldati del Treno, gli artiglieri ed
i soldati del Battaglione Artiglieri appartenenti allo antico Esercito
Napolitano, inviandosi i primi nel Quartiere del Ponte della Maddalena di
Napoli e gli Artefici nel forte nuovo”. Altrettanto si doveva operare per i
soldati sbandati che si fossero presentati spontaneamente.
Da Napoli , “per motivi di prevenzione e di fragranza”, veniva disposto
che fossero perquisite le case delle persone sospette, dei reazionari e
degli individui posti sotto sorveglianza di polizia; le loro armi, di
qualunque specie, dovevano essere confiscate ed il permesso di detenzione
ritirato.
Partiva quindi l’ordine di “fare di tutto
per recuperare gli animali del Treno ed i finimenti che potessero trovarsi
nel perimetro di ciascun comune, curandone la spedizione in Napoli al
quartiere Monte Oliveto. Il recupero doveva essere esteso alle armi e
bagagli dei soldati sbandati, “dovendo tornare allo Stato tutto e quanto è
dello Stato, per essersi così superiormente prescritto”.
I soldati sbandati e disertori sia di cavalleria che di fanteria, non
appartenenti ai corpi per i quali era previsto la presentazione in
Napoli, dovevano essere condotti in Foggia per essere coattivamente
incorporati rispettivamente nel reggimento dei Dragoni Nazionali e dei
Cacciatori dell’Ofanto.
A quattro giorni dalla sua nomina, il
Governatore Gaetano del Giudice da Piedimonte di Alife,
constatato che alle aspettative non avevano corrisposto i risultati,
“cui contribuir dovevano con zelo ed alacrità coloro i quali erano preposti
al governo della cosa pubblica nei Comuni, e che dovevano sentire il sacro
amor di patria”, tacciò i sindaci di “poca selerzia”. Ritardi furono
evidenziati anche nella raccolta di cavalli per il completamento del
Reggimento dei Dragoni, “da pagarsi in pronti contanti”, che dovevano
essere consegnati al Colonnello Maresca.
I sindaci, nella loro qualità di Commissari
di Guerra, erano tenuti a spedire in Napoli gli sbandati del posto o in
transito, anticipando dai fondi comunali, con diritto a rimborso, un
“assegno itinerario” di grana 13 al giorno per ogni soldato e di grana 17
per ciascun gendarme. Per la Guardia Nazionale, invece, che doveva scortarli
fino al Comune più vicino, per affidarli all’analogo corpo competente per
territorio, era prevista una indennità giornaliera di grana 25 per ciascun
milite.
Con decreto del 17 settembre il Gen.
Giovanni Sirtori, pro-dittatore delle province napoletane, conferiva ai
Governatori i poteri straordinari.
Nel frattempo il Generale Dittatore
Garibaldi aveva dato incarico al Ten. Col. Antonio Curci di promuovere un
arruolamento volontario in terra di Capitanata, di concerto con le autorità
militari ed amministrative della provincia. Il Governatore confidava nello
zelo dei sindaci, per la riuscita dell’operazione.
Ma, quanti e chi erano gli sbandati
sangiovannesi passibili di arresto? I loro nomi, ventidue in tutto, sono
rilevabili nello “Stato dei soldati che risiedono senza documenti dal 1860”,
compilato il 18 giugno 1861 dal sindaco Collicelli e riportato in appendice
(Doc. n. 10 ). Di questi ben
quindici erano “bracciali”, la classe più povera. Il documento mostra le
ragioni del rientro in patria addotte dagli interessati. Trattavasi di
Vincenzo Antini, Leonardo Cocomazzi, Francesco Baldinetti, Michele Martino,
Nicola Russo, Matteo Canistro, Antonio Caldarola, Francesco Savino, Leonardo
Pompilio, Vincenzo Cascavilla, Giuseppe Savino, D. Francesco Cascavilla,
Michele Mangiacotti, Tommaso Lecce, Giuseppe Bevilacqua, Michele Grifa,
Santo Cappucci, Felice Longo, Antonio Marinelli, Francesco Piemontese,
Giovanni Canistro e Giuseppe Perrone.
Le autorità locali inviarono un rapporto sui
soldati sbandati presenti nel comune. Poi G. Del Giudice impartì gli ordini
superiori di arrestare chi non era in possesso di regolare congedo,
precisando che non si doveva credere alle loro dichiarazioni verbali circa
la conclusione dell’obbligo militare.
Di lì a quindici giorni il Governatore,
constatata l’inefficacia delle maniere dure, con l’intento di costituire “un
nucleo di ben distinto Corpo di scelti guerrieri a palladio della gran causa
della patria comune” nell’Esercito Meridionale, sarebbe ricorso a modi più
gentili, raccomandando ai Sindaci “di far comprendere a’ soldati sbandati
che, avendo abbandonato l’Esercito in cui erano incardinati, mal potevano
ora iniziarsi in altra carriera, e che era quindi del loro esclusivo
interesse di prestarsi con alacrità ad una chiamata la quale mentre
assicurava tutti i vantaggi della vita, l’avrebbe irradiata di vera gloria
per l’alto fine cui avrebbero prestato il libero loro braccio sotto
l’impero di un Principe, che l’Europa salutava come salvatore ed unificatore
di quella Italia, che , non solo nelle lettere e nella civiltà, ma nelle
armi ancora, sedeva maestra de’ popoli della terra”.
Ma l’ordine di arrestare i soldati sbandati
era già stato diramato, mettendo in moto il meccanismo reazionario che
culminerà con l’uccisione di 24 egregi cittadini sangiovannesi. Soltanto
verso la metà del mese di novembre, a disordini ormai avvenuti, giungerà al
sindaco l’ordine del Sottogovernatore A. Folina di “non far più molestare”,
per il momento, detti soldati.
Intanto con decreto del 14 ottobre 1860 il
Pro-Dittatore Giorgio Pallavicino, in nome di S.M. Vittorio Emanuele Re
d’Italia, aveva posto tutto l’esercito e i Carabinieri reali “sul piede di
quello del Regno d’Italia, sia per paga, sia per disciplina, divisa e Leggi
militari”.
Il 9 ottobre 1860 il Ministero dell’Interno
emanò il decreto con il quale si convocavano in comizi, per il giorno 21, le
popolazioni delle Province dell’Italia meridionale, affinché si
pronunciassero con un “Si” o un “No” sul seguente plebiscito: “Il popolo
vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale,
e Suoi legittimi discendenti”.
Detto decreto, contenente le istruzioni di
massima, fu diramato ai Governatori delle Province per mezzo dell’Ufficio
Reale del Telegrafo Elettrico. Si prescriveva l’esercizio del voto per mezzo
di “bollettini” prestampati, riportanti il “Si” o il “No”. Potevano
esercitare il voto tutti i cittadini che avessero compiuto il 21° anno di
età, escluse le persone colpite da condanne criminali o correzionali per
imputazione di frode, furto, bancarotta e falsità ed i falliti. Il 17
ottobre i sindaci pubblicarono la lista dei votanti, formata come sopra,
mediante affissione “nei soliti luoghi”. Avverso l’esclusione era ammesso
reclamo, da presentare entro 24 ore al Giudice del Circondario, il quale
doveva decidere entro il giorno 19. Nel locale destinato alla votazione
furono predisposti un tavolo e tre urne. I votanti, prelevata la scheda del
Si o quella del No, disposte separatamente in due urne
laterali, avrebbero dovuto deporla nell’urna centrale. Conclusasi la
votazione, il Giudice Presidente avrebbe sigillato l’urna con le schede
votate per consegnarla alla Giunta Provinciale che era composta dal
Governatore Presidente, dal Presidente e Procuratore Generale della Gran
Corte Criminale e dal Presidente e Procuratore Regio del Tribunale Civile.
La Giunta Provinciale, riunita in seduta permanente, effettuato lo
scrutinio, avrebbe spedito il plico al Presidente della Suprema Corte di
Giustizia, per mezzo di un agente municipale o altra persona di fiducia.
Effettuato lo scrutinio, il Presidente della Corte Suprema avrebbe avuto il
privilegio di annunziare il risultato della votazione da una tribuna
appositamente eretta in Piazza S. Francesco da Paola, in Napoli.
Per l’esecuzione del decreto i Governatori
ricevettero l’ordine di stampare immediatamente un numero di bollettini
doppio rispetto alla polpolazione votante. La prima metà avrebbe riportato
la scritta Sì, su carta bianca. L’altra metà, per il No, doveva stamparsi
su carta colorata.
Ai sindaci pervennero le tessere, da
consegnarsi agli aventi diritto dopo l’apposizione del nome, cognome,
Distretto e Comune di appartenenza. Avevano diritto al voto anche i
cittadini di passaggio, purché risultassero iscritti nelle liste dei
votanti.
Apparentemente, quindi, tutto era
predisposto affinché il corpo elettorale potesse dare liberamente l’una o
l’altra risposta al quesito plebiscitario. Ma il giorno che avrebbe dovuto
consacrare, per volontà popolare, l’inizio di una nuova epoca, fu per San
Giovanni Rotondo, per volontà di pochi ed opera di molti, l’occasione per
scrivere la pagina più buia della sua onorata storia quasi millenaria.
E’ giunto il momento di calarsi nel vivo del racconto. Considerata la
delicatezza dell’argomento, che non concede spazio alle improvvisazioni o
interpretazioni, lasceremo ad un contemporaneo, l’Avv. Gaetano d’Errico, il
duro compito di tracciare la via maestra da cui si diramerà il lavoro di
ricerca e di riscontro. Trascriverò pertanto l’opuscolo intitolato “La
Reazione di San Giovanni Rotondo (Gargano) avvenuta nel 1860”, stampato
presso lo Stabilimento Tipografico Civelli di Torino nell’anno 1875. La
copia originale tramandatami, l’unica di cui si conosca l’esistenza,
riporta sulla prima pagina il tibro a secco dell’autore che la custodì e la
sottrasse alla distruzione. Su alcune pagine compaiono delle annotazioni di
pugno dello stesso autore e non trascurerò di riportarle in nota.
Ho scelto di privilegiare questo scritto per
soddisfare l’ovvio desiderio di conservarne la memoria . Non è dato
trascurabile, infatti, che questa pubblicazione sia stata la prima,
coraggiosa ricostruzione dei giorni del terrore, la più vicina al tempo
della reazione, e perciò la più attendibile. La sfida lanciata ai suoi
contemporanei a contraddirlo, in un’epoca in cui il ricordo era ancora
cocente - erano trascorsi appena 14 anni dall’eccidio - è già una garanzia
della buona fede dell’autore, che ebbe la sventura di vivere sulla propria
pelle la più infelice delle esperienze umane. Ciò comunque non è sufficiente
a fugare ogni dubbio sull’imparzialità dell’autore, essendo figlio di Errico
d’Errico, uno dei 24 martiri della libertà. Occorre quindi fare un’indagine
più approfondita ed asettica negli atti ufficiali. Perciò il racconto del
D’Errico sarà interrotto e confrontato con la testimonianza dei funzionari
pubblici e degli attori principali degli eventi descritti. Cercherò di
ricostruire così, tassello dopo tassello, un mosaico che nessuno riuscirà
mai a completare. Tale confronto potrà sembrare ripetitivo, talvolta
nauseante, considerato l’argomento. Ma, ciò non deve infastidire, essendo
una scelta obbligata per conoscere la verità. . E poi, una
storia è già diversa, se diversa è la persona che la racconta. Sta al
lettore saper cogliere, qua e là, anche dalle piccole discordanze, l’unica
verità certa, la verità dei fatti, che soltanto i documenti riescono
a dare. Conosciutala, ognuno, di fronte agli eventi, sarà libero di porsi
liberamente nella posizione critica che riterrà più opportuna, costruendosi
liberamente la sua verità di ragione.
Una copia dell’opuscolo in questione fu
inviata a Giuseppe Garibaldi, il quale, entrato nell’ultima fase della sua
vita, era stato eletto deputato al Parlamento italiano. L’autore vi annotò
un telegrafico cenno di ringraziamento del dittatore:
“Avvocato Gaetano D’Errico - San Giovanni Rotondo. Ho la vostra lettera ed
il vostro opuscolo che leggerò con tanto interesse. Grazie per ogni cosa.
Dev.mo Vostro Giuseppe Garibaldi.
Civitavecchia 31.7.75, cioè 31 Agosto 1875” (Evidentemente Garibaldi aveva
commesso un errore di datazione).
AL LETTORE
Scopo della presente pubblicazione non è al
certo il desiderio di maggiormente degradare coloro che presero parte alla
terribile reazione, sebbene alcuni ne siano rimasti impuniti; perciò al
riguardo m’astengo dal nomare gl’individui, la qual cosa per altra parte non
è necessaria a completare i fatti che esporrò brevissimamente con stile
andante a fine di renderlo adatto a qualsiasi persona. Mio scopo è di
narrare la cosa qual’è effettivamente accaduta, imperocché non pochi han
desiderato sempre e vogliono tuttavia (nonostante il decorrimento di ben 14
anni) da noi altri sangiovannesi conoscere i particolari della strage
avvenuta nell’ottobre 1860. E considerando che non tutti gli uomini sono
indubitamente veritieri, e che massimamente nella fattispecie v’entra lo
spirito di parte, e che alcuni audaci retrogradi, travisando i fatti, hanno
potuto macchiare la condotta dei nostri martiri trucidati pel Risorgimento
d’Italia nella carcere di questo mandamento (San Giovanni Rotondo in
Capitanata); imprendo a narrare fedelmente le cose (che hanno fatto eco sino
al Parlamento inglese) come accaddero, sulla mia testimonianza, non che su
quella di altre persone. E invito chiunque credesse di metterle in dubbio, a
contraddirmi. I fatti vengono esposti giorno per giorno secondo che
avvennero, terminando con la sentenza del Consiglio di guerra, dopo
l’entrata dei garibaldini nel disgraziato paese.
L’AUTORE
Certo, ecco gli empi hanno teso l'arco
hanno accoccate le loro saette in sulla corda,
Certo, ecco gli empi hanno teso l'arco
hanno accoccate le loro saette in sulla corda,
per tirarla contro ai dritti di cuore....
Salmo XI v. 2
Fra le storiche vicende del 1860, e fra le
tante sollevazioni che ebbero luogo al grido dell’eroe, Giuseppe Garibaldi,
abbiamo deplorate non poche reazioni avvenute specialmente nei borghi e
paeselli semi-civili
. E’ da notarsi, in fra le tante, quella di San Giovanni Rotondo, che pel
modo in cui furono premeditati e perpetrati i proditori reati di sangue,
non trova quasi riscontro nelle altre di antiche leggende.
Si è anche notato un errore politico, il
quale causò non poche disastrose conseguenze in alcune di queste province
meridionali, ed esso fu il congedo di talune truppe del Borbonide, e poscia
in quel medesimo anno, il loro richiamo sotto le armi.
Giunto qui, in San Giovanni, siffatto
comando relativo alla partenza dei predetti militi, che non avevano ancora
terminato il servizio sotto del già detronizzato re di Napoli, i militi non
vollero affatto ubbidire; sicché la guardia nazionale (forza unica stante
nei paesi) era nell’obbligo di dare esecuzione a quel comando. Essa ne
arrestò varii nelle loro case, i quali in totale erano circa 14;
gli altri oltre la metà si gettarono alla campagna. In questo stato di cose,
quelli arrestati furono posti in prigione, per poco tempo, per essere
rimessi al rispettivo comando. Ma il caso volle, che nella notte della
partenza, gl’istessi (i quali si erano messi in relazione con quelli altri
fuggiti) aprendo una buca al disotto di una cancellata della carcere, presso
la quale non v’era fazione, fuggissero di nottetempo unendosi a quegli
altri.
Ciò fatto principiarono alla campagna a
preparare la reazione, a fine di volersi vendicare del comando ricevuto. A
tal fine stabilirono delle relazioni sì con le rispettive famiglie e i
parenti, che con gli altri capi popolani e comitati segreti di reazionari:
tanto che fissarono l’entrata tumultuosa per la domenica del 21 ottobre
1860, giorno stabilito pel plebiscito. Questi sbandati venivano guidati da
Francesco Cascavilla che andava ramingo per lo stesso motivo. Gl’istessi,
pochi dì precedenti si mostrarono varie volte con bandiera bianca, sulla
cima del monte, detto Castelpirgiano (così chiamavasi anticamente quel
luogo), ed il Cascavilla nel 20 dell’istesso mese, si fé coraggio, ed
occultamente entrò lui solo nell’abitato, per esplorare se gli animi erano
sicuri per i suoi disegni. Andò ad abboccarsi con sua zia nel monastero di
quest’abitato, sotto titolo di Santa Chiara, e con gli altri, e quindi fece
ritorno a’ suoi compagni. Passata la notte, ed ecco che siamo al dì del
plebiscito; al mattino vedonsi parecchi militi della guardia nazionale, che
aveva già posto il sì al berretto, come pure molti altri giovani civili con
coccarda tricolore al petto e col loro s’è preparato pel plebiscito. L’ora
s’approssima, e gli sbandati appariscono di nuovo sul Castelpirgiano,
inalberando la bandiera, col grido di viva Francesco II. Allora buona parte
del popolaccio, che trovavasi nel paese essendo giorno festivo, accorse
verso il monte. Que’ scesero, e si unirono co’ popolani, e gridando l’evviva
a quel re, s’introdussero nel paese (ore 11 ant.) formando un tumulto
popolare e percorrendo le vie con le solite voci di ‘Viva Francesco II’.
A sì inaspettato procedere la guardia
nazionale non si trovò pronta far fronte, perché ella era senza verun
preparativo di armamento. Il capitano era indisposto e non uscì;
il 1° tenente Terenzio Ventrella era infermo da qualche tempo, sicchè
l’altro tenente Luigi D’Errico, ed i sotto uffiziali Errico D’Errico,
Antonio Lisa, Giuseppe Irace, nonché parecchi sergenti dovettero pensare al
da farsi e si unirono. I militi si resero del tutto insubordinati, non
volendo affatto uscire di casa. Quei pochi inseguirono il tumulto e gli
sbandati. In questo frattempo il fu signor Vincenzo Cafaro sindaco, non
mancò di chiedere a Foggia rinforzi per l’accaduto. Ma sventuratamente il
messo Costantino Mucci, fu aggredito da alcuni rezionari, i quali,
rovistandolo, gli rinvennero quella corrispondenza. Fu quindi battuto
orribilmente, e una esplosione di fucilata in faccia, lo ferì gravemente:
condotto in paese fu medicato in casa di sua sorella Teresa, il quale poi
subì l’identica sorte degli altri che dirò in seguito.
Scoppiata la reazione, non ebbe luogo
il plebiscito. I detti pochi capi della guardia nazionale cominciarono un
piccolo fuoco nella strada Pirgiano, senza verun morto. Dopo ciò i
tumultuanti presero la via dell’anzidetto monte, e si accamparono alle falde
di esso, standovi fin verso sera, gridando ed esplodendo colpi di fucile!
I detti uffiziali, vedendo la neutralità
dei militi; e che anzi taluni si univano con quella masnada; visto che
sarebbe riuscito infruttuoso inseguire oltre ai monti i tumultuanti, anzi
difficile, pel numero stragrande dei medesimi, risolvettero di ritirarsi
nelle rispettive case. E vi stettero senza più uscire.C
(Continua)
Si operano i primi
arresti
Testimonianza del Capitano G. Padovano
La prima testimonianza documentale
dell’inizio della reazione ci perviene dal Capitano D. Gennaro Padovano,
comandante delle Guardie Nazionali sangiovannesi.
“Signor Governatore, Premurosamente alle ore sette della notte di
ieri l’altro si è cercato a tutt’uomo di eseguire fedelmente, e con
efficacia i di Lei ordini importantissimi per lo arresto de’ militari
sbandati dello antico esercito; e ciò come ultimo espediente, dietro l’uso
di tutte le misure di prudenza da Lei medesima dettate, e alle quali con
insubordinatezza si è risposto: Che s’intendeva servire, ma a Francesco II.
Sfortunatamente l’estrema misura è rimasta naufragata dal tradimento tessuto
dagl’interessati,
e dagli altri reazionari, come a supporsi; nonostante (sia stato) usato il
più grande scrupoloso secreto; il perché è avvenuto, che mentre si è potuto
appena riescire di arrestare solo i quattro sbandati Antonio Caldarola,
Francesco Savino, Antonio Marinelli e Francesco Piemontese, che tra le men
bene saranno spediti al loro destino; gli altri emarginati, più riscaldati
si sono posti in fuga, mettendosi in campagna a banda riunita con a Capo e
Duce il più orrendo degli uomini, lo sbandato Francesco Cascavilla fu
Filippo. Così riuniti e capitanati, si fecero temerari, jeri alle ore
vespertine, dopo lo giro minaccioso in diversi punti di questo tenimento, di
apparire sopra gli appennini che dominano questo paese; e quivi tra mille
mosse ed atteggiamenti rivoluzionari, e di preciso sconvolgimento
all’attuale Governo, imbrandirono delle armi, inalberando or una bandiera
rossa, or quella nera, e di poi un’altra
bianca,
tendendo sempre più, anche colle grida tempestose, ad eccitare questa
popolazione soffiata mai sempre da chi intende trarne profitto, a vantaggio
dell’insinuo de’ noti pregiudizi, non ostante però la malignità del perverso
condottiere Signor Cascavilla, il quale anche ne’ giorni precedenti (oltre
delle sue dipingiture di ogni genere infamanti, che formano la sua
cronologia su i pubblici registri fin dall’infanzia) si è ardito, come lo
dicono le novelle querele in Giudicato, fino a consumare in compagnia di
altri del suo calibro a mano armata, de’ furti qualificati in aperta
campagna. Se non si è riuscito dalla novella banda riunita di vedere
effettuato l’infame tristo disegno, per avere i buoni della Guardia
Nazionale, tra cui non mancano de’ perversi, represso valentemente ogni
tenuta apparenza di tumulto tra questa popolazione.
Nessun
disordine, La Dio mercé (non) è accaduto, e la Guardia Nazionale, parlandosi
sempre de’ buoni, è stata, ed è sempre in tutta attività e vigilanza;
essendo peraltro sufficiente a potere solamente tutelare alla migliore
maniera possibile , l’ordine interno.
Lo
stato delle cose però sembra critico alquanto, anche perché si è dato per
certo essersi questa mane tumultuata la vicinissima popolazione di Sammarco
in Lamis, con manifestazioni , e clamori iniziati fin da jeri sera, e per
opera, come si suole dal pubblico, forse del sediziosissimo Caporione
sbandito anzidetto Cascavilla: che si è tardato fina ad indossare la divisa
di foriere, girandosi al bando cielo di questo giorno colla sua banda alla
volta dell’agitato Sammarco in Lamis.
Ad
evitare quindi qualsiasi inconveniente, e perché la guardia nazionale offre
pochissimi de’ buoni, essendo nella maggior parte contagiata, abbiamo di
accordo con il Signor Sindaco divisato urgentemente spedirle questo messo;
onde si compiaccia, senza alcuna remora, qui inviare una qualunque forza
militare, che di unita alla frazione buona della Guardia Nazionale, possa
per il momento, far sentire la forza del Governo e rendere i tristi, i
traviati, e gli ingannati al loro luogo e dovere.
Si
degnerà inoltre disporre, senza alcuna perdita di tempo, di un minimo di
fucili, per adesso almeno un sessanta, onde fornirsene la Guardia Nazionale,
la quale è inabilitata a migliori servigi, sia per difettarne, sia per la
inesattezza delle poche armi che possiede. F.to Il Capitano Gennaro
Padovano”
Testimonianza de Giudice regio T.
Giordani
Anche il Giudice Regio supplente Tommaso
Giordani si affrettò a trasmettere un circostanziato rapporto
riservatissimo, datato 8 ottobre 1860, avente per oggetto gli stessi
soldati disertori:
“Signore, allo scopo di dare adempimento alle disposizioni emanate
dal Dicastero della Guerra a me ...(?) anche comunicato col di Lei foglio in
ristampa n. 8291, nell’antipassata notte questa Guardia Nazionale
energicamente accingevasi ad assicurare de’ soldati, i quali
sconsigliatamente, abbandonando le fila dell’esercito facevano ritorno in
questa di loro patria, per quindi obbligarli a restituirsi alle bandiere.
Del numer(i)o di essi soldati disertori qui arrivati quattro soli vennero
arrestati dalla predetta Guardia Nazionale, mentre altri, sia che ne
avessero avuta prevenzione, sia che gli riusciva nella stessa notte di
eludere tali ricerche, si diedero alla fuga ed univansi in banda, la quale
si vedeva jeri da non pochi di questi abitanti su di un punto dominante
denominato Crocicchia, a vista del Paese in distanza di circa un
miglio. Fu osservato eziando che inalberavano diversi fazzoletti a guisa di
bandiere sopra aste, talune di color rosso, altre bianche e nere, e fin qui
giungono delle voci confuse e indistinte, che qualora venne compreso che si
gridava ‘Viva Francesco II’.
All’annunzio di tale avvenimento mi sono dato tutta la premura raccogliere
le nuove correlative, le quali luminosamente attestano i fatti succitati, e
sono già tuttavia accinto all’istruzione dell’analogo processo, da cui
risulta ancora che sorde voci circolano nel paese in ordine al disegno de’
mentovati soldati disertori di volersi riunire ad altri simili de’ vicini
comuni di S. Marco in Lamis e di Monte Sant’Angelo, onde in maggior numero
infestare le campagne, e venire ad atti più criminosi. Risultavasi anche
dalle stesse pruove che i medesimi non erano fino a jeri armati, o almeno
che portassero armi visibili, bensì furono osservati muniti di mazze, alle
di cui punte facevano sventolare i fazzoletti sopramenzionati.
Mi
affretto ciò passare alla di Lei intelligenza, compiacendosi disporre che un
competente numero di forza sia da codesto Capoluogo qui spedito, onde
prevenire le conseguenze dispiacevoli, o forse luttuose, che ne potrebbero
per avventura verificarsi da siffatto criminoso attruppamento; e ciò con la
maggiore prestezza possibile, nella intelligenza di aver or per ora
rilasciato mandato di deposito contro i ripetuti soldati, che vanno segnati
in margine
a questo Capitano della Guardia Nazionale, avendolo nel contempo
interessato, affinché con la forza di lui dispondenza attenda col dovuto
impegno e solerzia a tutelare l’ordine, e la tranquillità pubblica....
(omissis) F.to Pel Giudice Promosso: il Supplente Tommaso Giordani”.
Sempre l’8 ottobre, allertato dalle tre
maggiori autorità del paese, Gaetano Del Giudice annunciò l’invio dal
Capoluogo, per l’indomani, di una colonna mobile di soldati. Questa si
sarebbe unita alle guardie nazionali sangiovannesi e di altri comuni per
“piombare sul tumultuante Comune di S. Marco in Lamis”. Il sindaco e il Cap.
Gennaro Padovano, considerata l’imponenza della forza, avrebbero potuto
arrestare i soldati latitanti.
Occorre a questo punto dare un cenno ad
altre due reazioni, divampate in quello stesso periodo nel comune di S.
Marco in Lamis, distante poche miglia da San Giovanni.
Già verso la fine del mese di luglio a S.
Marco in L. lo spirito pubblico si era eccitato per colpa di D. Angelo
Villani, le cui angherie avevano spinto Nicola Liberatore a presentare un
pesante ricorso al Duca di Bagnoli, Intendente della Provincia. I decurioni
erano impegnati per formare le terne degli Ufficiali della Guardia
nazionale. L’ex Sindaco D. Angelo Villani, pur avendo il fratello ed altri
parenti nel Consiglio municipale, aveva ottenuto soltanto il secondo posto
nella terna per la nomina del Capitano. Oppostosi all’invio della delibera
all’Intendente per difetto del numero dei votanti, inferiore ai due terzi,
non aveva esitato far entrare in Consiglio un certo D. Giuseppe Giordano,
contando di beneficiare del suo voto. Fortunatamente qualche franco tiratore
fece sì che anche questa seconda votazione producesse il medesimo risultato,
con l’assegnazione del primo posto a D. Antonio de Theo.
Questo comportamento, secondo il Liberatore , rientrava nei “soliti intrichi
tendenti a rubare ed assassinare la popolazione sammarchese”. Il Liberatore
chiedeva quindi il soccorso dell’Intendente per prevenire funeste
conseguenze nel comune. Queste prepotenze di D. Angelo Villani andavano ad
aggiungersi ad altre, non taciute dall’esponente:
“Si previene pure l’Eccellenza Vostra che in questa infelice Comune fin dal
1848 per opera del Giudice D. Gioacchino Bottino, e dello infame, e
miscredente suo Cancelliere Cesare de Bellis, hanno calunniato su l’atroce
spettacolo di Polizia tutti gli uomini probi, ed istruiti, a solo scopo di
occupare tutte le cariche Comunali, e quindi spogliare, come è avvenuto in
questa sventurata popolazione. Quindi abborti occultati: estorsioni,
latrocinii, sono state le belle virtù che hanno accompagnato i degni
individui segnati a margine.
Si trasantano infiniti fatti vergognosi, per non fare inorridire
l’Eccellenza Vostra...”
A causa del comportamento del De Bellis, la
popolazione era quasi arrivata al punto di compiere atti di violenza contro
la Cancelleria, cosa già avvenuta in altri paesi del circondario. Perciò il
3 agosto 1860 il decurionato, sollecitato anche da un’ulteriore doglianza,
deliberò di chiedere il trasferimento del cancelliere invocando
l’applicazione dell’art. 2 dell’ordinanza del 23 luglio 1860, che recitava:
“Chiunque ha motivo di dolersi di qualunque Funzionario si compiaccia
presentare reclamo , a cui subito sarà dato corso”.
Con tale ordinanza il Governo borbonico aveva tentato di recuperare
credibilità, facendo intendere che questa volta avesse voluto veramente dare
attuazione ai nuovi principi costituzionali e far osservare le leggi,
mettendo a tacere “i giusti privati rancori” e punendo i rei dei passati
misfatti, sui quali fino ad allora aveva teso un velo di compiacente
silenzio.
Queste le motivazioni della richiesta di
“bramosa traslocazione” formalizzate dal decurionato:
“...il Cancelliere Giudiziario D. Cesare de Bellis... fin dall’anno 1848 à
commesso i seguenti fatti = 1.° Ch’egli sin da quell’epoca à creato un
partito in questo Comune specialmente nella gestione del Regio Giudice D.
Gioacchino Bottino
si faceva lecito con lo stesso commettere pell’atroce ispettacolo di polizia
tutte le persone istruite, ed attaccate al Real Governo, allo scopo di
dispotiziare come col fatto ànno dispotiziato fino ad oggi. 2.° Che di
accordo col predetto Giudice D. Gioacchino Bottino ometteva de’ reati (che)
commettevansi in quell’epoca, mediante compenso riscuotevano da’
delinquenti. 3.° Che nelle vertenze Civili essendo stretto amico con qualche
persona si è fatto lecito, far mutare e modificare le conclusioni allorché
per legge non era più permesso tanto praticare. 4.° Che si è maritato in
questo Comune fin dall’anno 1851, ed i vingoli di parentela gli ànno sovente
fatto commettere qualche svista. 5.° Che Egli risiede in questo Comune fin
dall’anno 1840, epoca in cui veniva nella estrema miseria, ed oggi vedisi
ricco con vistoso patrimonio...”.
D. Francescopaolo Stilla, notaio e
decurione, nel comunicare all’intendente che le carte degli attendibili
erano state bruciate alla presenza del Giudice regio, giuste le
disposizioni ricevute dalle autorità borboniche, aggiunse:
“...il dovere di coscienza mi chiama esporle che nel leggersi gli elementi
di polizia (prima che gli atti fossero bruciati), si è osservato sommessi su
questo atroce spettacolo tutti gli uomini istruiti, onesti, ed attaccati al
Real governo, non ché molti Ecclesiastici, per opera di D. Cesare de Bellis,
Capo di un partito fin dal 1848, che ha dispotizzato in questa sventurata
Comune, specialmente nella gestione di quell’epoca... Il popolo preme contro
il cancelliere giudiziario suddetto... I bisognosi ed usurpatori del Suolo
Comunale continuano a dissodare, e saranno repressi per mezzo dell’armata
domani, che l’Eccellenza Vostra approverà la nomina del proposto Capo di
compagnia, sperando di mantenere il buon ordine...”.
In un altro ricorso di quel periodo, Antonio
Giuliani riferì che D. Michele Gravina aveva fatto incendiare un mucchio di
cereali di sua proprietà e che in pubblica piazza lo aveva ferito a colpi
di bastone.
Il quadro pre-unitario è completo. Appare
chiaro che il governo borbonico si era retto tappando la bocca degli uomini
istruiti, onesti e probi, liberali e non, marchiandoli come “attendibili” e
facendoli sottostare alla continua sorveglianza di polizia. La “colossale
popolazione” sammarchese, che allora contava circa 18.000 abitanti, era
stata tenuta in pugno da una masnada di filibustieri, senza che la parte
sincera del galantomismo, ridotta all’impotenza con minacce e persecuzioni,
avesse potuto far qualcosa per migliorare le condizioni esistenziali della
popolazione. Nei paesi vicini la situazione non era molto diversa. Il 30
agosto fu disposto il trasferimento del cancelliere de Bellis. Constatata la
mancata presa di servizio nella nuova sede di Castelnuovo, il 21 settembre
il Governatore pregò il Procuratore Generale di rendere subito esecutivo il
provvedimento, investendolo di responsabilità diretta per ogni eventuale
ritardo che avesse causato disordini in San Marco in Lamis.
Questa situazione, umanamente insostenibile,
avrebbe dovuto spingere i cittadini sammarchesi ad aprire le braccia a
Garibaldi e Vittorio Emanuele, come a dei salvatori. Ma non andò così. La
reazione si scatenò la sera del 7 ottobre 1860, in contrapposizione ad una
dimostrazione tenuta il 24 settembre da pochi coraggiosi liberali
sammarchesi che avevano voluto festeggiare l’insediamento del nuovo
governo. Un gruppo di ragazzi uniti in frotta, iniziò a scorrazzare per le
vie del paese sventolando fazzoletti bianchi e inneggiando a viva voce a
Francesco II. La cosa trovò il favore della popolazione e in poco tempo una
folla di gente d’ogni età diventò talmente fitta e furente da produrre il
frastuono di un mare in tempesta. Anche qui si gridò a morte i liberali.
A farne le spese fu il sarto Angelo Calvitto che fu pugnalato nei pressi
della Chiesa dell’Addolorata per aver manifestato coraggiosamente i suoi
sentimenti politici. I liberali passarono una notte di trepidazione,
immersi in un caos indescrivibile, temendo per la sorte loro e delle
rispettive famiglie. Se non vi furono altre vittime, lo si deve alla
scaltrezza del Sindaco D. Leonardo Giuliani. Questi, piegando a proprio
favore la falsa voce di popolo di un ritorno di Francesco II sul trono di
Napoli, facendola passare per ufficiale, riuscì a convincere la massa
turbolenta a cantare in chiesa il Te Deum di ringraziamento per il fausto
avvenimento. Così tutti tornarono pacificamente a casa, senza ulteriore
spargimento di sangue. Dedicati all’unica vittima, sono giunti fino a noi
questi ironici versi in vernacolo sammarchese, scritti da mano chiaramente
filoborbonica:
“Angele Calvitte,/ lu popolo vasce te l’ha ditte/ non facenne lu
nazionale/ che le pere sonne amare./ Se sò pera spine/ t’ima pungecà li
crine./ Se sò pera bufalette/ morte e ‘mpise inte lu lette”
(Angelo Calvitto il popolo basso te lo ha detto/ non fare il nazionale/
perché le pere sono amare./ Se sono pere “spine”/ ti pungeremo le spalle./
Se sono pere “bufalette”/ morto e impiccato nel letto.)
Sorge spontanea la domanda: Chi fomentò la
reazione sammarchese? Fu forse il sangiovannese Francesco Cascavilla, come
pare abbia voluto far intendere il Capitano Gennaro Padovano? Per ora la
domanda non trova risposta.
continua
Note
ASF, pol., s. II, b. 450, fasc. 8863. Estratto dal Giornale
Ufficiale, allegato alla lettera n. 8710 del 5-8 ottobre 1860 del
Governatore di Capitanata inviata ai Sottogovernatori di Bovino,
Sansevero ed ai Giudici Regi distrettuali.
Lettera circolare dell’intendenza di Capitanata n. 8206 del 13
settembre 1860.
ACSGR, verbale costitutivo.
Nota n. 1416 del 14 settembre 1860.
Nota n. 1496 del 10 ottobre 1860.
Lettera della Sottintendenza di S. Severo n. 2149 del 14.7.1860 e
annotazioni del sindaco.
Lettera della Sottintendenza di S. Severo n. 8935 del 12 ottobre
1860
Lettera circolare del Governatore di Capitanata n. 8293 del 17
settembre 1860.
ASF, pol., s. II, b. 450, fasc. 8863. Nota n. 8710 del 5 ottobre
1860 del Ministro di Polizia Conforti.
Lettera circolare del Governatore di Capitanata n. 8391 del 22
settembre 1860.
ACSGR, cart. 81, cat. 8 cl. 1, cart.
4. Lettera circolare del Governatore
dio Capitanata n.8549 del 29.9.1860
Il primo Governatore doveva essere Giuseppe Ricciardi, Conte di
Camaldoli, ben visto da tutta la popolazione, che però non accettò
la nomina.
Lettera circolare del Governatore di Capitanata n. 8591 del 30
settembre 1860.
Lettera circolare del Governatore di Capitanata n. 8392 del 22
settembre 1860 .
Lettera circolare del Governatore di Capitanata n. 8389 del 22
settembre 1860.
Lettera del Governatore di Capitanata al Sindaco n. 8528 del 28
settembre 1860.
Lettera circolare del Governatore di Capitanata n. 8941 del 12
ottobre 1860.
ACSGR,
Lettera della Sottintendenza al Sindaco del 28 Novembre 1860.
ASF, pol., s. I, b. 181, fasc. 2016. Decreto del Ministro
dell’Interno trasmesso con nota n. 1781 del 9 Ottobre 1860.
ASF, pol., s. I, b. 181, fasc. 2016. Nota 9042 del Governatore ai
Sindaci della Provincia.
“Vedi il mio articolo pubblicato dalla Capitanata giornale di
Foggia, addì 18 maggio 1871, N. 20.”
Il dato, come già visto, risulta essere impreciso per difetto.
Di pugno dell’autore, in calce è annotato: “Si finse infermo Gennaro
Padovano perché concertato col Capo sbandato”.
Gli interessati, annotati a margine della lettera sono: “D.
Francesco Cascavilla Caporione e fratello, Vincenzo Cascavilla,
Leonardo Cocomazzi, Francesco Baldinetti, Michele Martino, Nicola
Russo, Matteo Canistro, Leonardo Pompilio, Giuseppe Savino di
Michele, Michele Mangiacotti, Tommaso Lecce di Leonardo, Giuseppe
Bevilacqua, Michele Grifa, Sante Cappucci, Felice Longo e Giovanni
Canistro”.
Infatti, V. Cafaro spediva un’altra lettera dal testo quasi
identico, pure datata 8 ottobre.
ASF, pol., s. I, b. 339, fasc. 2559 . Nota n. 514 dell’8 ottobre
1860 indirizzata al Governatore della Capitanata.
Sono gli stessi riportati nella nota n.171.
ASF, pol., s. I, b. 339. Nota n. 371/Riservatissima dell’8 ottobre
1860.
ASF, pol., s. I, b. 339. Risposta al Sindaco V. Cafaro, vergata a
margine della nota dell’8 ottobre.
Sono: Arciprete D. Francescopaolo Spagnoli; D. Gabriele e
Francescopaolo Lapiccirella, nipoti del primo; D. Giuliano Villani
e i di lui figli Angelo, Antonio e Giovanni; D. Pietro e D.
Michele Gabriele, cognati e zii tra essi; D. Illuminato Palatella,
genero del Villani; D. Cesare de Bellis, D. Raffaele Rispoli, D.
Giuseppe Giordani , tutti partitanti.
L’ordinanza è riportata nel Capitolo III.
Il Bottino fu il redattore dello stato di sorveglianza politica.
Per i fatti di San Marco in Lamis, cfr. incarto n. 444 dell’ASF
avente per oggetto S.Marco in Lamis: Pel cancelliere e carte di
attendibili bruciate.
Giuseppe Tardio, I giorni del Brigantaggio a S. Marco in
L., a cura di Tommaso Nardella con prefazione di Pasquale Soccio
in Quaderni de "Il Gargano", n. 16/1962, stab. tip. Luigi
Cappetta, Foggia.
www.padrepioesangiovannirotondo.it
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