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INDICE
San
Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.
I moti
del 1820.
La guardia nazionale nel 1848.
Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti a San Giovanni Rotondo.
Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.
Regolamento di polizia urbana.
Polizia
rurale.
Il
commercio della neve.
La
produzione di vino.
Le opere
pubbliche.
Le
alluvioni del 1850, 1858 e 1862.
Il lago
di S. Egidio.
Lotta a
bruchi e cavallette.
L'istruzione pubblica.
Le questioni demaniali.
Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.
Le proteste degli allevatori di bestiame.
La
distruzione dei boschi comunali.
Le
Guardie Rurali e Forestali.
L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie
garganiche.
L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili"
sangiovannesi.
S.
Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe
ereditario.
Processi
a carico di Guglielmo Fabrocini.
Gli
ultimi mesi del Regno borbonico.
Garibaldi
entra in Napoli.
A San
Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.
Pervengono folgoranti notizie dal fronte.
A San
Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te
Deum.
Alcune
delibere comunali prima della reazione.
La
Guardia Nazionale nel 1860.
Tentativi
di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.
I giorni della reazione sangiovannese.
I
soldati sbandati.
Si vota
per il Plebiscito.
Si
operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.
Testimonianza del Giudice regio
Tommaso Giordani.
La
prima reazione Sammarchese.
Arrivano le prime truppe.
Le
gravi colpe del Dicastero di Polizia.
I
soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.
Si
prepara la reazione sangiovannese.
Testimonianza di Federico Verna.
Le
truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.
Il
racconto della guida Vincenzo D'Errico.
Il
Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.
Le
truppe partono per San Giovanni Rotondo.
Scoppia
la seconda reazione sammarchese.
La
reazione di Cagnano.
Da
Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.
Il
rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.
Il
rapporto di Don Gennaro Padovano.
L'opera
repressiva di Gaetano Del Giudice.
Il
Governatore utilizza i pieni poteri.
Il
Maggiore Cesare Rebecchi.
Le tasse di guerra.
La reazione raccontata
da Carlo Villani.
Le
reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di
Rigras.
La
votazione del Plebiscito.
A San
Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda
reazione.
Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.
Arrivo
a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.
I
processi dei reazionari.
Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la
Gran Corte di Capitanata.
Verbale del 6 dicembre 1861.
Atto di accusa della Gran Corte di Criminale
di Lucera del 3 ottobre 1864.
Atto di accusa della
Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 20 aprile 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 9 giugno 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 12 giugno 1865.
Verbale del 12 aprile 1866 per la
costituzione del giurì della causa.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6
maggio 1866.
Martiri e danneggiati politici.
L'invocazione di G. D'Errico.
Schede
dei Martiri Sangiovannesi.
I soldati garibaldini.
I
danneggiati politici
I frati
cappuccini.
Le strade dei danneggiati politici si incontrano.
Gli accusati di reazione e
la loro difesa
I
reazionari sottoposti a giudizio (A-M).
I
reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).
Il ricordo imperituro
Storia
di tre monumenti e di una lapide.
Primo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Secondo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Persecutori e vittime del
brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
I soldati
sbandati alimentano il brigantaggio.
I primi
episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
Soscrizione
Nazionale per estirpare il brigantaggio.
Tre cacciatori di briganti :
1- Federico Padovano
2- Giovanni
Merla
3- Vincenzo
Mancini.
Alcuni
danneggiati per atti di brigantaggio:
1 - Michele
Fraticelli: un martire a parte.
2 - Antonio
Scarale.
3
- Giuseppe
Fiorentino.
4 - Benedetto
Rendina.
5 - Giuseppe
Gaggiano.
6 - Filippo
Rubino.
7 - Costanza
Pompilio.
Caccia alla banda Cicognitto.
Epilogo.
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A San Giovanni Rotondo per la
seconda volta non si canta il Te Deum
Il 1° ottobre il Sottogovernatore mise al
corrente il sindaco Vincenzo Cafaro delle molte vittorie dell’esercito, tra
cui l’occupazione di “ tutto lo Stato Pontificio meno la Città di Roma e la
Comarca”. “Pubblichi questo lieto evento, - aveva esortato - ed Ella inviti
il Clero, le Autorità Giudiziarie, la Guardia Nazionale ed i privati a
festeggiare, anche col canto del Te Deum, come si è già eseguito, e
secondarlo i desideri dell’Egregio Governatore che il simile ha fatto nel
Capoluogo della Provincia...”. Il sindaco obbedì premurosamente, con la
segreta speranza che questa volta l’arciprete fosse pronto a collaborare:
“... Partecipo a Lei cotal letificante nuova; onde da Sua parte vi si
attemperi con quella esattezza e sollecitudine che la dignità della
disposizione richiede; prevenendola, che con le altre Autorità locali ho
stabilito il mattino di Domenica prossima (7 ottobre) alle ore 16 doversi
cantare l’Inno Ambrosiano; perciò Ella saprà disporre l’occorrente onde la
Festa riesca al Sommo entusiastico ed ordinerà che per tre giorni continui,
a cominciar dal mattutino del Sabato, i Sacri Bronzi suonino a festa nelle
ore consuete. Mi accuserà recapito della seguente”.
Ma, verso sera, mentre il sindaco era
accinto ad assicurare per iscritto al Governatore di aver dato tutte le
disposizioni del caso, arrivò Don Ludovico che gli consegnò una lettera
dell’Ordinario de 4 ottobre, così concepita:
“Sig. Sindaco, Io ho proibito a’ Canonici di questa Cattedrale ed in
conseguenza a tutti di cantare il Te Deum per la caduta di Umbria,
e simili per due ragioni; prima perché il Dittatore, cui dobbiamo ubbidire
non lo ha fatto cantare in Napoli e sì perché non dobbiamo metterci in
opposizione col Capo della Chiesa. In grazia di siffatta disposizione,
questo Capitolo si è negato alla celebrazione dell’Inno Ambrosiano, non
volendo urtare col superiore”.
Svanita la festa religiosa, il Sindaco si
vide costretto a sospendere anche quella civile, in quanto il pubblico
avrebbe potuto interpretare male l’assenza del canto del Te Deum, che tutti
sapevano essere stato disposto per il giorno 7.
Intanto nella vicinissima San Marco in
Lamis la popolazione, le autorità giudiziarie, il Corpo Municipale, le
Guardie Nazionali festeggiavano e “tutti insieme con lo scampanio a festa
dei Sacri Bronzi si cantava in Chiesa solenne Te Deum al Dio degli
Eserciti per la occupazione del Re Galantuomo Vittorio Emmanuele di tutto lo
Stato Pontificio”. Le Guardie Nazionali precedute dal rullio dei tamburi
militari, sfilavano verso il Corpo di Guardia ove fu inaugurato con
solennità lo stemma delle armi costituzionali dei Savoia. Gli Ufficiali
prestarono giuramento al nuovo Re con la consueta formula. Un lungo corteo
sfilò per le vie del paese, acclamando il nuovo Re e il Dittatore.
Il Sindaco Leonardo Giuliani rapportava
tutto ciò al Governatore precisando che i festeggiamenti si erano svolti
nella massima armonia e concordia dei “buoni e divoti cittadini”, che si
erano mostrati favorevoli al nuovo Governo. Chiedeva quindi venia per non
aver seguito la via gerarchica, non avendo saputo resistere alla tentazione
di informarlo direttamente.
Il fatto che molte dichiarazioni di adesione
fossero indirizzate a Vittorio Emanuele II, e non a Garibaldi, deve aver
fatto nascere dubbi sulla loro legittimità in qualche funzionario
dell’epoca, tanto da indurre il Ministro dell’Interno a dirimerli con un
dispaccio telegrafico del 5 ottobre, inviato ai Governatori delle Province
di Foggia, Chieti, Teramo e L’Aquila:
“Ella non prenderà alcuna misura di rigore, sotto la sua più stretta
responsabilità, contro coloro i quali hanno firmato o firmano indirizzi al
Re Vittorio Emmanuele. L’invitto Dittatore intitola i Suoi Decreti col nome
di Vittorio Emmanuele, e vuole Vittorio Emmanuele Re d’Italia. Sarebbe
strano che coloro i quali gli fanno indirizzi abbiano ad essere soggetti a
misure di rigore. Il voto Nazionale dev’essere libero, questo vuole il
Dittatore. S’intende sia che negl’indirizzi debba essere riconosciuta la
Dittatura dell’uomo Grande che ha liberato l’Italia Meridionale, ed al quale
il Paese sarà eternamente obbligato. Si risponda subito con telegramma”.
Il Governatore della Provincia di Capitanata
annotò a margine dello stesso documento:
“Il telegramma del 1° ottobre intorno al divieto delle petizioni
annessioniste non fu eseguito. Il Governo di questa Provincia sa fare
rispettare la Libertà dei cittadini da qualsiasivoglia parte venisse
attaccata”.
Le vittorie garibaldine, se da una parte
erano state fonte di letizia per i liberali, avevano esacerbato gli animi
già tesi delle forze coservatrici. I filoborbonici iniziarono quindi a
spargere false notizie di un ritorno di Francesco II sul trono partenopeo.
Questo inganno aveva lo scopo di sperimentare la fedeltà delle plebi al Re
borbone, per coinvolgerle in una reazione in grande stile. Il fuoco,
infatti, smorzato dalla secolare repressione borbonica, covava sotto le
ceneri. Sarebbe bastato il soffio di poche persone influenti con l’indice
puntato verso i pretesi nemici per infiammare la plebe e scatenarla. Nel
disegno dei perfidi istigatori era solo questione di tempo: chi aveva
osato mettere la parola Libertà in bocca alla plebe sfruttata
avrebbe pagato a caro prezzo il suo ardire. La reazione si rivelerà
particolarmente violenta nei paesi del Gargano e del Subappennino dauno.
Alcune
delibere comunali prima della reazione
Volgiamo ora l’indagine nelle delibere
decurionali dell’anno 1860, alcune delle quali possono aver avuto un peso
determinante per lo scoppio della reazione.
Il 7 aprile 1860 il Giudice regio, in
ottemperanza agli ordini dell’Intendente contenuti in un foglio a stampa del
29 marzo, si recò nella sala del Consiglio municipale sangiovannese per
verificare la quantità di granaglie bisognevoli alla popolazione fino al
nuovo raccolto, di cui buona parte di essa sentiva “ricisa necessità”. Il
Consiglio accertò la quantità di grano occorrente a tutto il mese di giugno,
la quantità esistente presso i possidenti del comune, la differenza mancante
ed i mezzi per reperirla. Si stimò che il fabbisogno per i successivi tre
mesi variasse tra i 140 e i 150 tomoli. Il Consiglio considerò che le
persone agiate, “ad onta di ogni buona insinuazione e di tutte le energiche
minacce”, nell’emergenza dei tempi, non avevano “la benché minima quantità
di grano” eccedente il fabbisogno personale o familiare. I due terzi della
popolazione possedevano scorte sufficienti per superare il periodo critico.
L’altro terzo ne era sprovvisto. Perciò occorrevano circa D.ti 50 al giorno,
per una spesa complessiva D.ti 4.500. Giacendo in cassa D.ti 800, bisognava
reperirne altri 3.700. Il Consiglio impose un “rattizzo in numerario” di
almeno D.ti 20 a testa, da corrispondersi dalla “classe eletta” dei
possidenti, per l’acquisto di grano ovunque si trovasse, “a qualunque prezzo
corrente e sufficiente almeno per 20 giorni di consumo, da procurarsene metà
per volta”. Un’apposita commissione composta da D. Giovanni Dr. F.co Longo
(Conciliatore), D. Giuseppe Dr. F.co Lombardi, D. Michele Collicelli,
Filippo Ruberto, Ignazio Fiorentino e Angelo Maria Fini (tutti proprietari),
“soggetti integerrimi, solerti e caritatevoli”, si sarebbe occupata
dell’esazione del rattizzo. D. Nicola Sac. Pennelli fu nominato cassiere. Si
pensò di immagazzinare il grano acquistato in un locale messo a disposizione
gratuitamente da Ignazio Fiorentino, per rivenderlo a chi ne aveva di
bisogno, al prezzo corrente più le spese.
Il rattizzo interessò 137
proprietari: D. Gennaro Padovano, D. Emanuele Bramante, D. Tommaso Giordano,
D. Saverio Lombardi, D. Nicola Can.co Lombardi, D. Giovanni Longo, Paolo del
Giudice, Antonio D’Errico, Monsignor Fiorentino, Pietro Preziuso, Luigi
Preziosi, Felice Nardella, D. Giuseppe Sabatelli, Gaetano Miscio, D. Saverio
Can.co Longo, D. Nicola Can.co Formica, D. Leandro Giuva, Biase Savino,
Alessandro Campanile, D. Emanuele Sabatelli, Raffaele Russo, Romoaldo Reo,
Antonio Cocomazzi, Antonio de Maggio, Angelo M.a Fini, Giambattista
Limongelli, Cristina Miscio, Nicola Mangiacotti, Sorelle Latiano, D. Leandro
Ventrella, D. Benedetto Ventrella, Famiglia Laudon, D. Raffaele Sabatelli,
D. Michele Collicelli, D. Filippo Bramante, D. Luigi D’Errico, D. Nicola
Lombardi, D. Raffaele Padovano, Biase Siena, D. Leandro Sabatelli, D. Nicola
Can.co Siena, D. Matteo Can.co Siena, Giuseppe Ricciardi, Gennaro Cascavilla,
Angela Campanile, Giuseppe Ant. Merla, Gaetano Palladino, Tommaso Lecce,
Onofrio Palladino, Michelangelo de Bonis, M.a Felice Russo Cascavilla,
Giuseppe Ricci, Maria Filippa vedua Ricci, Michele Merla, Francesco Urbano,
D. Vincenzo Cafaro, D. Domenico Pirro, Nicola Russo, Nicola Tortorelli, D.
Francesco Can.co Barbano, Antonio Limosani, Pasquale Ricci, Michele Ricci,
D. Nicola Pennelli, Matteo Savino, Vincenzo Savini, Antonio Fiore, Donato
Viscio, Cristofaro Fiorentino, Le Reverende Monache, F.lli Fiorentini fu
Giovanni, Antonio Pazienza, Canonico Palladino, D. Costanzo Can.co Zoccano,
D. Pasquale Sac. Lombardi, Filippo Ruberto, Antonio Lucarelli, Liborio Fini,
Luigi Massa, Giovanni Cocomazzi, D. Giovanni Can.co Cascavilla, Gennaro
Puzzolante, Filippo Puzzolante, Giuseppe Lecce, D. Nicola M.a Cascavilla, D.
Filippo Can.co Fiorentino, D. Pasquale Campanile, Michele Cappucci, D.
Francesco Morcaldi, Pasquale Ritrovato, Michele Palladino, Matteo Laprocino,
Francesco de Nittis, Antonio Grifa, Marcello Grifa, Matteo di Cosmo, D.
Giuseppe Lombardi, Costanzo Cappuccio, Ignazio Fiorentino, D. Giovanni Sac.
Pazienza, D. M.a Arcangela de Lilla, Reverendo Arciprete, Michele Fiorentino
fu Ignazio, Antonio Mangiacotti, Michele Taronno, Francesco russo, Francesco
di Cosmo, Matteo Strafilaria, Michele Taronno fu Santo, Giuseppe Mucci,
Famiglia Fini fu Matteo, D. Pasquale Turbacci, Luigi Ripuli, Michele
Giuliano, Fratelli Patrizio Giuseppe e Salvatore, Antonio Cassano, Teodoro
Cassano, Antonio e Michele Urbano, Giuseppe Leone, Michele Leone, Antonio
d’Elisa, Angela Savino, D. Giuseppe Sabatelli, D. Elisabetta Sabatelli,
Matteo Merla, Nicola Urbano, Nicola Gorgoglione, Vidua di Nicola Cirelli,
Antonio Mangiacotti, D. Antonio Sac, de Padua, Antonio Biancofiore,
Francesco Zurlo, Maria Costanza Ricci, Giovanni Longo, Giuseppe Zoccano,
Nicola Zoccano fu Giovanni, Francesco Musi, Nicola Miscio.
Ma la fame, impossibile da placare con la
cassa comunale vuota, spinse il Consiglio Municipale a deliberare di
rivolgersi all’ “alta mente” dei Consiglieri Distrettuali e Provinciali
affinché, di fronte all’ “imponenza” dei bisogni della popolazione,
implorassero provvidenze “all’Inesauribile Clemenza dell’Augusto Sovrano”
Francesco II “che Iddio felicitava”, fortunatamente per pochi mesi ancora:
“Innanzi tutto la foja (è) sempre crescente de’ sbrigliati cittadini (nell’)
occupare e dissodare l’agro comunale, cosicché fin’oggi dopo aver fatte
proprie le parti boschive, diradandone le numerose piante ed alberi utili
per frutti e combustibile, e dopo aver ridotte le altre tenute salde ad uso
sativo di sterile produzione, addentano financo le rocce, che con siepi o
muri a secco se ne appropriano; epperò il comune n’è stato spogliato e ne
paga tuttora i pesi fiscali, e non solo, ed i possidenti comunisti di
animali di pastura sono stretti a dismetterne tutta intera la industria, che
costituisce un cespite riconosciuto proficuo ed utilissimo a pro’ del
Comune, a pro’ dello Stato.
1. Al riguardo senza remora e con effetti, si supplica addivenirsi alla
reintegra non meno, che obbligarsi i contravventori senz’alcuna
eccezione, a pagare al comune la fondiaria versata, ed un peso a titolo
terraticale, per tutto il tempo dello illecito appropriamento di D.ti 5 a
versura per ogni anno.
2. Reintegrarsi il risecato e subito dividersi a’ comunisti le tenute
demaniali.
- Le Costarelle di carra 22 con alberi di olivi colà messi, sia per la sua
natura demaniale, sia perché il Regio Commissario Zurlo con l’art. 11
dell’Ordinanza del dì 8 Luglio 1810 la comandava. Talché se perdura quindi
innanzi lo stato presente di negligenza e di abbandono di detto latifondo,
l’aridità dei circostanti, e la vena(bi)lità dei vigilanti lo renderanno
invasato di occupazioni, e disgomberato dalle poche belle, e vantaggiose
piante, che vi giacciono.
- Il demanio di Cicerone, che ora il comune, con ruolo necessario seguita ad
assoggettarvi i comunisti ad annua prestazione, addetto ad uso pascivo.
- Il Demanio detto Chiancata delle Amendole descritto dal lodato Zurlo con
la prefata ordinanza, art. 19, il quale contra ogni dritto ora con dolore
vedesi manomesso ed usurpato da’ locati limitrofi.
3. Il prodotto delle discorse imposizioni a fermarsi su’ terreni occupati e
dissodati in tutto il tenimento, dovrà addirsi a lastricare tutte le strade
del paese, che ne difetta onninamente a scapito della pubblica igiene;
epperò le frequenti malsanie, che depreziano la salute degli abitanti.
4. Che la Provincia adempia alla costruzione del tratto di strada a partire
dalla consolare che da Candelaro mena a Manfredonia, e congiungerlo
all’altro tratto ultimato fin dentro alle Mattine di f. comune, mentre
quest’Amministrazione da remota stagione pagava l’ingente rattizzo per la
strada, detta Garganica.
5. Che la Provincia rinfrancasse il comune de’ D.ti 2.860 e più, fermati
nello stato finanziario, che anticipava per lo esterminio dei bruchi lungo
il quinquennio dal 1851 al 1856, a base degli ordini Sovrani, e della
contabilità esistente presso l’Intendenza e ne’ conti materiali delle
singole gestioni.
E da ultimo a rendere in qualche capitale al Comune, disporsi una stretta e
coscenziosa rivisura de’ conti materiali, lungo lo spirante decennio;
renduti dagli agenti contabili cessati nel periodo istesso, con l’assistenza
di persona capace intelligente, ed attaccata al Comune, che
l’amministrazione locale potrà trascegliere.
In simili tempi di congiuntura era anche da
tener presente “l’immenso bene” derivato dalla divisione del 1817 del vasto
demanio olivetato delle Mattine, “che era addivenuto un giardino, ed i
quotisti ne ritraevano una ricchezza annuale”. Se si fosse proceduto nello
stesso modo, specialmente per la tenuta delle Costarelle, di natura
più gentile e fruttifera, tale ricchezza sarebbe cresciuta
significativamente.
La Guardia
Nazionale nel 1860
Il 7 luglio 1860, mentre gli avvenimenti
precipitavano, il Governo borbonico istituì la Guardia Nazionale. Il 15
luglio i Decurioni sangiovannesi, guidati dal Sindaco D. Michele Giuva,
formarono una lista di 150 militi che avrebbero fatto parte del predetto
corpo. Il 18 luglio si occupavano della nomina dei graduati, formando le
seguenti terne per il capocompagnia, per tre capiplotone e sei capisezione:
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1° Ternato |
2° Ternato |
3° Ternato |
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Terna per
il Capo Compagnia |
D. Gennaro Padovano
fu Leandro |
D. Antonio Sabatelli fu Bartolomeo |
D. Raffaele Sabatelli
fu Bartolomeo |
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I Terna
Per i Capi
plotone |
D. Luigi D’Errico
fu Gaetano |
D. Nicola Lombardi
fu Filippo |
D. Giuseppe Irace
fu Tommaso |
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II Terna
Per i Capi
plotone |
D. Terenzio Ventrella
fu Giuseppe Luigi |
D. Giuseppe Lombardi fu Michele |
D. Vincenzo D’Errico
fu Gaetano |
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III Terna
Per i Capi
plotone |
D. Federico Verna
fu Giovanni |
D. Raffaele Padovano fu Nunzio |
D. Emanuele Bramante fu Filippo |
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I Terna
Per i Capi
sezione |
D. Errico D’Errico
fu Gaetano |
Filippo Ruberto
fu Giuseppantonio |
Giovanni Siena
di Gaetano |
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II Terna
Per i Capi
sezione |
D. Pasquale Campanile fu Nicola |
Nicola Siena
di Biase |
Ignazio Fiorentino
fu Carmine |
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III Terna
Per i Capi
sezione |
D. Giuseppe Lombardi fu Michele |
D. Benedetto Ventrella fu Francesco |
D. Francesco Cascavilla di Nicola |
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1° Ternato |
2° Ternato |
3° Ternato |
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IV Terna
Per i Capi
sezione |
D. Antonio Lisa
fu Giorgio |
D. Bartolomeo Sabatelli di Antonio |
D. Antonio Maresca
fu Michele |
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V Terna
Per i Capi
sezione |
D. Antonio Irani
fu Luigi |
D. Leandro Giuva
fu Giuseppe |
D. Achille Giuva
fu Giuseppe |
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VI Terna
Per i Capi
sezione |
D. Federico Verna
fu Giovanni |
D. Emanuele Sabatelli fu Nicola
Federico |
D. Federico Perreca fu Giustino |
Il Cap. Padovano vedeva premiate le sue
antiche simpatie verso la Guardia civica. Nato il 1° gennaio 1810, aveva
tentato di farne parte fin dal 1829, pur avendo cinque anni meno dell’età
prescritta.
Il primo ternato, avendo ottenuto il maggior
numero di voti, era da considerarsi nominato dopo l’approvazione da parte
degli organi superiori. Invitato dal Sottintendente a riesaminare le terne,
il decurionato, si riunì nuovamente il 15 agosto, sotto la presidenza del
Sindaco D. Michele Giuva, ma non volle modificarle, risultando già appagato
il “voto” del predetto funzionario riguardante l’inclusione dei nomi di D.
Gennaro Padovano, D. Federico Verna e D. Antonio Lisa.
Insediatosi il nuovo decurionato - con a capo il sindaco Vincenzo Cafaro -
deliberò ancora, all’unanimità, di confermare, “senza la menoma modifica”,
tanto i nominativi delle Guardie quanto le terne degli Ufficiali, “non
avendo osservazioni a fare in contrario sulla lista modellata dal vecchio
decurionato... scongiurando al Sig. Intendente che alla menbreve si degnasse
munirla della sua approvazione”.
Fatta rilevare l’irregolare presenza di D. Ferderico Verna in due terne, il
15 agosto si provvide alla sostituzione di tutta la terza terna, relativa ai
Capisezione, anziché del solo nominativo del Verna, rimpiazzato da D.
Giuseppe Irace:
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VI Terna
bis
Per i Capi
sezione |
D. Giuseppe Irace fu Tommaso |
D. Francesco Morcaldi fu Giuseppe
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D. Vincenzo D’Errico fu Gaetano |
La nomina di Giuseppe Irace, stando a
quanto testimonieranno alcuni reazionari, fu una delle cause di malcontento
che fecero scoppiare la reazione. C’è da osservare che queste tre delibere,
come tutte quelle antecedenti il 4 settembre 1860, sono adottate in nome di
Francesco II.
Insediatosi in Napoli il Governo
dittatoriale, le forze moderate prevalsero sui democratici. Volendo evitare
svolte traumatiche, molte autorità borboniche, compresi i sindaci e
decurioni, furono lasciate ai loro posti. Ciò fu un gravissimo errore.
Al sindaco Cafaro pervenne una lettera non
firmata, su carta intestata a nome del nuovo “Consigliere Funzionante da
Intendente”, nella quale si chiedeva di conoscere come mai, nella terna
per i capisezione della G. N., formata sotto il passato regime, fossero
stati eliminati anche i nomi di D. Emanuele Sabatelli e D. Federico Perreca.
I due personaggi, notoriamente, erano filoborbonici. Questa volta il
decurionato si determinò “in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele Re
d’Italia”, fornendo le spiegazioni del caso:
“... sufficientissimi motivi ve lo facevano così divisare. Volendosi però
averne un odore, basta accennare in termini generali di essere questi
anzidetti due ternati considerati non meritevoli dei tempi arrecateci dal
Redentore Dittatore Garibaldi e dall’Immortale Nostro Sovrano Vittorio
Emanuele Re d’Italia...”.
Il Capitano comandante D. Gennaro Padovano
propose le seguenti terne per il relatore e segretario del Consiglio di
Disciplina della G. N., e dei relativi supplenti, affinché il consesso
conferisse le nomine alle persone ritenute più idonee:
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Terna del
Relatore |
D. Luigi D’Errico
I° Tenente |
D. Antonio Lisa
2° Tenente |
D. Antonio Irani
2° Tenente |
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Terna del
Sostituto |
D. Federico Verna
I° Tenente |
D. Errico D’Errico
2° Tenente |
D. Giuseppe Irace
2° Tenente |
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Terna del
Segretario |
D. Antonio Sabatelli
Sergente |
D. Leandro Sabatelli
Sergente |
D. Raffaele Lombardi
Sergente |
Il decurionato rispettò l’ordine fornito dal
Padovano, nominando i primi quattro ternati, e cioè D. Luigi D’Errico, D.
Federico Verna , D. Antonio Sabatelli e D. Leandro Giuva.
Tentativi
di reazione a Monte Sant’Angelo e Mattinata
Dopo la fuga di Francesco II a Gaeta,
scoppiarono numerose reazioni. Poiché San Giovanni Rotondo sicuramente
risentì del clima spirante nei paesi vicini, è bene accennare ai moti
avvenuti in Mattinata e Monte S. Angelo.
La popolazione di Monte S. Angelo entrò in
fermento la sera del 26 settembre. Secondo talune fraudolenti voci, sparse
ad arte, Francesco II era ritornato sul trono di Napoli, la Costituzione
era stata abolita, e ferito l’invitto Garibaldi. Il mattino seguente, i
fratelli Francesco e Michele Fischetti, dando per certe quelle voci,
suggerirono alle Guardie nazionali di togliersi la coccarda tricolore. Verso
le ore 20,30 dello stesso giorno, Luigi Maria Esposito e molti altri
individui, essendosi fermati davanti al Corpo di Guardia, furono costretti
ad allontanarsi. L’Esposito se ne andò borbottando e cominciò a percorrere
la piazza con un coltello nella mano destra ed una carta nella sinistra,
seguito da numerosa folla. Le sue espressioni verbali, come “oggi è la festa
quattro grana a coppole e cappelli”, fecero pensare ad un attacco alla forza
pubblica. Presentatosi l’ufficiale di guardia per arrestarlo, l’Esposito lo
prese a male parole e lo ferì a colpi di coltello, aizzando con successo i
suoi compagni contro tutte le guardie nazionali. Giunti i rinforzi,
l’Esposito fu arrestato nell’atto della resistenza, con altre due persone.
Nel corso della notte la forza pubblica riuscì ad assicurare alla giustizia
gli altri reazionari.
Il Giudice Regio del Circondario si convinse
che “scopo dell’ammutinamento era quello di cambiare il Governo movendo la
Guerra Civile”. Inoltre, dal tenore di una lettera trovata nel sottano di
un certo Matteo Fischetti scritta al figlio Giuseppe Domenico, egli
intravide un possibile preesistente accordo tra i reazionari di Monte S.
Angelo e quelli di Mattinata per la realizzazione dello stesso disegno
eversivo.
Ciò che era successo nel vicino villaggio
di Mattinata in quegli stessi giorni lo possiamo rilevare da questo rapporto
inviato al Comandante delle Armi nella provincia di Capitanata dal
comandante del distaccamento dei Dragoni da Monte Sant’Angelo:
“In compagnia di questa Guardia Nazionale , e di quella di Manfredonia,
albente caelo,
son mosso per Mattinata, in esecuzione degli ordini di cui Ella mi onorava.
L’intero villaggio è stato trascinato nella rete dalle illusorie menzogne
de’ tristi. Un formale Governo provvisorio si era colà proclamato in
dispregio dell’attuale governo. Fin le Autorità del Sindaco e Comandante
nazionale si elessero da quei coloni in surroga di quelle legalmente
costituite: atterrati i quadri di Vittorio Emanuele Nostro Glorioso, e
Guerriero Monarca, non che del Dittatore Garibaldi, furono calpestati da
quella orda sfrenata, che alle mille insolenze aggiunsero il sozzo disprezzo
di orinarli in faccia. Quella vile plebaglia dopo aver percorso il Paese
recando in trionfo immagine del decaduto Francesco II, si portò nell’unica
Chiesa parrocchiale che illuminata da quell’arciprete con suoni di campane a
giubilo divenne il teatro degli osanna a Dio per la proclamazione di
Francesco Borbone.
Tanto avvenne il giorno 30 dell’or caduto Settembre. Ieri Mattinata
presentava ancora la continuazione delle orrorose trascorse sfrenatezze; di
talché informati che un Drappello di Dragoni, e Guardie nazionali era per
colà discendere ad opporsi alle loro ree e nere azioni, armati di ottimi
fucili formarono diversi agguati nelle varie sinuosità delle strade per
assalire la Guardia Nazionale, e questa mane ancora sempre con la direzione,
e presenza del Parroco, il nostro avanguardo ne sorprende circa trenta, ai
quali imposto di deporre le armi, ànno mostrato quanto ànno potuto di
resistenza, fino a che dal rimanente della Guardia e da miei bravi Dragoni
accerchiati, ànno deposto le armi. Si sbandava il Parroco a che venivano, ed
egli con modi ipocritamente gentili, rispondeva per incontrarci, e
riceverci. Il Prete aveva nelle tasche ben più di cento ducati. Dopo poco
cammino sono entrato nel villaggio, dove dietro fredde informazioni da
onesti cittadini ricevute, e da quello Eletto Signor Luigi Bisceglia, e
Tenente di lui fratello Francesco, uniche autorità attaccate a Vittorio
Emanuele, ò sciolto quella indegna reazionaria forza cittadina, e con
ordini il disarmo generale del paese, fissando il perentorio di due ore per
la consegna delle armi di qualunque natura, pena la morte ai contravventori
da fulminarsi per opera di un Consiglio di guerra...
Dopo di che ò nominato altra Guardia Nazionale composta da onesti, probi e
liberali cittadini, che ò armato con fucili de’ reazionari.
A relazione di quelle Autorità i compromessi per il nefando affare
oltrepassano il numero di trecento: mi è riuscito arrestare quarantadue che
meco condurrò; il restante sperperato e disperso si è allontanato dal
villaggio. La novella riorganizzata Guardia nazionale unitamente a questa si
è incaricata completare gli arresti. Ora stimo doveroso per me sommettere
all’alta di Lei sapienza quanto mi sembra giusto.
Nel brevissimo decorso di sole ore ventiquattro, due operazioni che
addimandavano settimane sonosi espletate; non solo per l’opera mia la loro
riuscita è dipesa ma dalla cooperazione molto attiva benanche de’ Signori D.
Francesco D’Errico Sindaco di questo Comune, Capitani D. Demetrio del Prete,
D. Pasquale D’Errico, D. Matteo Amicarelli, D. Filippo Bassi, D. Silvestro
d’Angelantonio 1° Tenente D. Carlo Califani, D. Costantino del Prete, D.
Francesco Bassi, D. Francesco Saverio Amicarelli, D. Giacomo Giordani, D.
Michele Pesce, 2° Tenente D. Donato Giordani, D. Domenico de Angelis.
Niente chieggo per me: ho disimpegnato il mio dovere di soldato, e l’animo
mio è pienamente soddisfatto , non sarebbe però fuori proposito insignire di
dovuti onori i sopra notati soggetti (...). In questi luoghi disastrati
riesce vana, anzi pericolosa l’opera della cavalleria, senza la
coadiuvazionedella Guardia cittadina locale.
Vorrà Ella, che sente tanto bene in cuor suo, avere la degnazione informare
di tutto ciò il Signor Dittatore a cui l’onipotente concedeva tanto generoso
l’animo, e nobile; e son sicuro che egli non sarà sordo a rimunerare i
servizi, come non è tardo a punire le reità.
Da ultimo mi do’ l’onore assicurarla essersi pienamente qui ristabilito
l’ordine per poco e da pochi turbato.
La lieta novella della vittoria de’ nostri fratelli piemontesi riportata in
su tutta la linea, e l’entrata in Ancona del voloroso Nostro Monarca
Vittorio Emanuele à destato un tale entusiasmo nello spirito di questi
abitanti, che oltre ad una sblendida e chiara illuminazione apparsa ne’
luoghi pubblici e privati, la loro gioia gli si leggeva ne’ visi spontanea e
sincera... Il comandante del Distaccamento Giuseppe Pezzella”
Il 26 ottobre Vittorio Emanuele e Garibaldi
facevano vivere agli Italiani uno dei più bei momenti del Risorgimento,
incontrandosi il 26 ottobre nei pressi di Teano. L’incontro, che consacrava
l’impresa dei Mille secondo le finalità di Italia e Vittorio Emanuele
, era in realtà il frutto di accordi , in gran parte segreti, intervenuti
tra Re e Dittatore. Garibaldi, vista respinta da Vittorio Emanuele la
richiesta di mantenere l’amministrazione del cessato Regno borbonico come
luogotenente, il 28 ottobre rimise nelle sue mani i poteri e il comando
delle sue truppe e il 9 novembre, dopo la consegna dei risultati del
plebiscito , s’imbarcò per l’isola di Caprera.
Ma l’Italia non era ancora fatta. Sul
Gargano divampava la
rivolta.
continua
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APSL, fasc. 35, n. 35. Documentazione varia, lettere politiche
sulla condotta del Clero nelle rivoluzioni del 1860. Lettera del
Sindaco del 2 ottobre 1860.
ACSGR,
delibera del 7 aprile 1860, firmata Michele Giuva (sindaco),
Francesco Morcaldi e Benedetto Ventrella (1° e 2° eletto), Nicola
Del Grosso, Antonio Irani, Federico Verna, Vincenzo Cafaro,
V.Maresca, Saverio Lombardi, Benedetto Lisa, M. Collicelli, Luigi
D’Errico, Gennaro Padovano (decurioni), Angiolellis (?) (Giudice
Regio), Nicola Can.co Lombardi (Vicario).
ACSGR, delibera consiliare del 16 agosto 1860.
ACSGR,
delibera decurionale del 17 ottobre 1859.
ACSGR, delibera decurionale del 18 luglio 1860.
ACSGR,
delibera decurionale del 5 agosto 1860.
ACSGR,
delibera decurionale del 12 agosto 1860.
ACSGR,
delibera decurionale del 15 agosto 1860.
ACSGR,
delibera decurionale del 29 settembre 1860.
ASF, pol., s. II, b. 453, fasc. 8854. Nota dell’8.10.1860 del
Giudice Regio al Governatore.
ASF, pol., s. II, b. 453, fasc. 8854. Nota del 2.10.1860 del
Comandante al Governatore.
ASF, pol., s. II, b. 453, fasc. 8854. Nota del 2.10.1860 del Comandante al
Governatore.
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