Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo III - seconda parte

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

 

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum

Il 1° ottobre il Sottogovernatore mise al corrente il sindaco Vincenzo Cafaro delle molte vittorie dell’esercito, tra cui l’occupazione di “ tutto lo Stato Pontificio meno la Città di Roma e la Comarca”. “Pubblichi questo lieto evento, - aveva esortato - ed Ella inviti il Clero, le Autorità Giudiziarie, la Guardia Nazionale ed i privati a festeggiare, anche col canto del Te Deum, come si è già eseguito, e secondarlo i desideri dell’Egregio Governatore che il simile ha fatto nel Capoluogo della Provincia...”. Il sindaco obbedì premurosamente, con la segreta speranza che questa volta l’arciprete fosse pronto a collaborare:

“... Partecipo a Lei cotal letificante nuova; onde da Sua parte vi si attemperi con quella esattezza e sollecitudine che la dignità della disposizione richiede; prevenendola, che con le altre Autorità locali ho stabilito il mattino di Domenica prossima (7 ottobre) alle ore 16 doversi cantare l’Inno Ambrosiano; perciò Ella saprà disporre l’occorrente onde la Festa riesca al Sommo entusiastico ed ordinerà che per tre giorni continui, a cominciar dal mattutino del Sabato, i Sacri Bronzi suonino a festa nelle ore consuete. Mi accuserà recapito della seguente”.[1]

 Ma, verso sera,  mentre il sindaco era accinto ad assicurare  per iscritto al Governatore di aver dato tutte le disposizioni del caso, arrivò Don Ludovico che gli consegnò una lettera dell’Ordinario de 4 ottobre, così concepita:

“Sig. Sindaco, Io ho proibito a’ Canonici di questa Cattedrale ed in conseguenza a tutti  di cantare il Te Deum  per la caduta di  Umbria, e simili per due ragioni; prima perché il Dittatore, cui dobbiamo ubbidire non lo ha fatto cantare in Napoli e sì perché non dobbiamo metterci in opposizione col Capo della Chiesa. In grazia di siffatta disposizione, questo Capitolo si è negato alla celebrazione dell’Inno Ambrosiano, non volendo urtare col superiore”.

Svanita la festa religiosa, il Sindaco si vide costretto a sospendere anche quella civile, in quanto il pubblico avrebbe potuto interpretare male l’assenza  del canto del Te Deum, che tutti sapevano essere stato disposto per il giorno 7.[2]

Intanto nella vicinissima San  Marco in Lamis la popolazione, le autorità giudiziarie, il Corpo Municipale, le Guardie Nazionali festeggiavano e “tutti insieme con lo scampanio a festa dei Sacri Bronzi si cantava in Chiesa solenne Te Deum al Dio degli Eserciti per la occupazione del Re Galantuomo Vittorio Emmanuele di tutto lo Stato Pontificio”. Le Guardie Nazionali precedute dal rullio dei tamburi militari, sfilavano verso il Corpo di Guardia ove fu inaugurato con solennità lo stemma delle armi costituzionali  dei Savoia. Gli Ufficiali prestarono giuramento al nuovo Re con la consueta formula. Un lungo corteo sfilò per le vie del paese, acclamando il nuovo Re e il Dittatore.

Il Sindaco Leonardo Giuliani rapportava tutto ciò al Governatore precisando che i festeggiamenti si erano svolti nella massima armonia e concordia dei “buoni e divoti cittadini”, che si erano mostrati favorevoli al nuovo Governo. Chiedeva quindi venia per non aver seguito la via gerarchica, non avendo saputo resistere alla tentazione di informarlo direttamente.[3] 

Il fatto che molte dichiarazioni di adesione fossero indirizzate a Vittorio Emanuele II, e non a Garibaldi, deve aver fatto nascere dubbi sulla loro legittimità in qualche funzionario dell’epoca, tanto da indurre il Ministro dell’Interno a dirimerli con un dispaccio telegrafico del 5 ottobre, inviato ai Governatori delle Province di Foggia, Chieti, Teramo e L’Aquila:

“Ella non prenderà alcuna misura di rigore, sotto la sua più stretta responsabilità, contro coloro i quali hanno firmato o firmano indirizzi al Re Vittorio Emmanuele. L’invitto Dittatore intitola i Suoi Decreti col nome di Vittorio Emmanuele, e vuole Vittorio Emmanuele Re d’Italia. Sarebbe strano che coloro i quali gli fanno indirizzi abbiano ad essere soggetti a misure di rigore. Il voto Nazionale dev’essere libero, questo vuole il Dittatore. S’intende sia che negl’indirizzi debba essere riconosciuta la Dittatura dell’uomo Grande che ha liberato l’Italia Meridionale, ed al quale il Paese sarà eternamente obbligato. Si risponda subito con telegramma”.

Il Governatore della Provincia di Capitanata annotò a margine dello stesso documento:

“Il telegramma del 1° ottobre intorno al divieto delle petizioni annessioniste non fu eseguito. Il Governo di questa Provincia sa fare rispettare la Libertà dei cittadini da qualsiasivoglia parte venisse attaccata”.[4]

Le vittorie garibaldine, se da una parte erano state fonte di letizia per i liberali, ave­vano esacerbato gli animi già tesi delle forze coservatrici. I filoborbonici inizia­rono quindi a spargere false notizie di un ritorno di Francesco II sul trono  partenopeo. Questo in­ganno aveva lo scopo di sperimentare la fedeltà delle plebi al Re borbone, per coinvol­gerle in una reazione in grande stile. Il fuoco, infatti, smorzato dalla secolare re­pressione borbonica, covava sotto le ceneri. Sarebbe bastato il soffio di poche persone in­fluenti con l’indice puntato verso i pretesi nemici per infiammare la plebe e scatenarla. Nel disegno  dei perfidi istigatori era solo questione di tempo:  chi aveva osato  mettere la parola Libertà in bocca alla plebe sfrut­tata avrebbe pagato a caro prezzo il suo ardire. La reazione si rivelerà particolarmente violenta nei paesi del Gargano e del Subappennino dauno.

Alcune delibere comunali prima della reazione

Volgiamo ora l’indagine nelle delibere decurionali dell’anno 1860, alcune delle quali possono aver avuto un peso determinante per lo scoppio della reazione.

Il 7 aprile 1860 il Giudice regio, in ottemperanza agli ordini dell’Intendente contenuti in un foglio a stampa del 29 marzo, si recò nella sala del Consiglio municipale sangiovannese per verificare la quantità di granaglie bisognevoli alla popolazione fino al nuovo raccolto, di cui buona parte di essa sentiva “ricisa necessità”. Il Consiglio accertò la quantità di grano occorrente a tutto il mese di giugno, la quantità esistente presso i possidenti del comune, la differenza mancante ed i mezzi per reperirla. Si stimò che il fabbisogno per i successivi tre mesi variasse tra i 140 e i 150 tomoli. Il Consiglio considerò che le persone agiate, “ad onta di ogni buona insinuazione e di tutte le energiche minacce”, nell’emergenza dei tempi, non avevano  “la benché minima quantità di grano” eccedente il fabbisogno personale o familiare. I due terzi della popolazione possedevano scorte sufficienti per superare il periodo critico. L’altro terzo ne era sprovvisto. Perciò occorrevano circa D.ti 50 al giorno, per una spesa complessiva D.ti 4.500. Giacendo in cassa D.ti 800, bisognava reperirne altri 3.700. Il Consiglio impose un “rattizzo in numerario” di  almeno D.ti 20 a testa, da corrispondersi dalla “classe eletta” dei possidenti, per l’acquisto di grano ovunque si trovasse, “a qualunque prezzo corrente e sufficiente almeno per 20 giorni di consumo, da procurarsene metà per volta”. Un’apposita commissione composta da D. Giovanni Dr. F.co Longo (Conciliatore), D. Giuseppe Dr. F.co Lombardi, D. Michele Collicelli, Filippo Ruberto, Ignazio Fiorentino e Angelo Maria Fini (tutti proprietari), “soggetti integerrimi, solerti e caritatevoli”, si sarebbe occupata dell’esazione del rattizzo. D. Nicola Sac. Pennelli fu nominato cassiere. Si pensò di immagazzinare il grano acquistato in un locale messo a disposizione gratuitamente da Ignazio Fiorentino, per rivenderlo a chi ne aveva di bisogno, al prezzo corrente più le spese.[5]

Il rattizzo interessò 137 proprietari: D. Gennaro Padovano, D. Emanuele Bramante, D. Tommaso Giordano, D. Saverio Lombardi, D. Nicola Can.co Lombardi, D. Giovanni Longo, Paolo del Giudice, Antonio D’Errico, Monsignor Fiorentino, Pietro Preziuso, Luigi Preziosi, Felice Nardella, D. Giuseppe Sabatelli, Gaetano Miscio, D. Saverio Can.co Longo, D. Nicola Can.co Formica, D. Leandro Giuva, Biase Savino, Alessandro Campanile, D. Emanuele Sabatelli, Raffaele Russo, Romoaldo Reo, Antonio Cocomazzi, Antonio de Maggio, Angelo M.a Fini, Giambattista Limongelli, Cristina Miscio, Nicola Mangiacotti, Sorelle Latiano, D. Leandro Ventrella, D. Benedetto Ventrella, Famiglia Laudon, D. Raffaele Sabatelli, D. Michele Collicelli, D. Filippo Bramante, D. Luigi D’Errico, D. Nicola Lombardi, D. Raffaele Padovano, Biase Siena, D. Leandro Sabatelli, D. Nicola Can.co Siena, D. Matteo Can.co Siena, Giuseppe Ricciardi, Gennaro Cascavilla, Angela Campanile, Giuseppe Ant. Merla, Gaetano Palladino, Tommaso Lecce, Onofrio Palladino, Michelangelo de Bonis, M.a Felice Russo Cascavilla, Giuseppe Ricci, Maria Filippa vedua Ricci, Michele Merla, Francesco Urbano, D. Vincenzo Cafaro, D. Domenico Pirro, Nicola Russo, Nicola Tortorelli, D. Francesco Can.co Barbano, Antonio Limosani, Pasquale Ricci, Michele Ricci, D. Nicola Pennelli, Matteo Savino, Vincenzo Savini, Antonio Fiore, Donato Viscio, Cristofaro Fiorentino, Le Reverende Monache, F.lli Fiorentini fu Giovanni, Antonio Pazienza, Canonico Palladino, D. Costanzo Can.co Zoccano, D. Pasquale Sac. Lombardi, Filippo Ruberto, Antonio Lucarelli, Liborio Fini, Luigi Massa, Giovanni Cocomazzi, D. Giovanni Can.co Cascavilla, Gennaro Puzzolante, Filippo Puzzolante, Giuseppe Lecce, D. Nicola M.a Cascavilla, D. Filippo Can.co Fiorentino, D. Pasquale Campanile, Michele Cappucci, D. Francesco Morcaldi, Pasquale Ritrovato, Michele Palladino, Matteo Laprocino, Francesco de Nittis, Antonio Grifa, Marcello Grifa, Matteo di Cosmo, D. Giuseppe Lombardi, Costanzo Cappuccio, Ignazio Fiorentino, D. Giovanni Sac. Pazienza, D. M.a Arcangela de Lilla, Reverendo Arciprete, Michele Fiorentino fu Ignazio, Antonio Mangiacotti, Michele Taronno, Francesco russo, Francesco di Cosmo, Matteo Strafilaria, Michele Taronno fu Santo, Giuseppe Mucci, Famiglia Fini fu Matteo, D. Pasquale Turbacci, Luigi Ripuli, Michele Giuliano, Fratelli Patrizio Giuseppe e Salvatore, Antonio Cassano, Teodoro Cassano, Antonio e Michele Urbano, Giuseppe Leone, Michele Leone, Antonio d’Elisa, Angela Savino, D. Giuseppe Sabatelli, D. Elisabetta Sabatelli, Matteo Merla, Nicola Urbano, Nicola Gorgoglione, Vidua di Nicola Cirelli, Antonio Mangiacotti, D. Antonio Sac, de Padua, Antonio Biancofiore, Francesco Zurlo, Maria Costanza Ricci, Giovanni Longo, Giuseppe Zoccano, Nicola Zoccano fu Giovanni, Francesco Musi, Nicola Miscio.  

Ma la fame, impossibile da placare con la cassa comunale vuota, spinse il Consiglio Municipale a deliberare di rivolgersi all’ “alta mente” dei Consiglieri Distrettuali e Provinciali affinché, di fronte all’ “imponenza” dei bisogni della popolazione, implorassero provvidenze “all’Inesauribile Clemenza dell’Augusto Sovrano” Francesco II “che  Iddio felicitava”, fortunatamente per pochi mesi ancora:

“Innanzi tutto la foja (è) sempre crescente de’ sbrigliati cittadini (nell’) occupare e dissodare l’agro comunale, cosicché fin’oggi dopo aver fatte proprie le parti boschive, diradandone le numerose piante ed alberi utili per frutti e combustibile, e dopo aver ridotte le altre tenute salde ad uso sativo di sterile produzione, addentano financo le rocce, che con siepi o muri a secco se ne appropriano; epperò il comune n’è stato spogliato e ne paga tuttora i pesi fiscali, e non solo, ed i possidenti comunisti di animali di pastura sono stretti a dismetterne tutta intera la industria, che costituisce un cespite riconosciuto proficuo ed utilissimo a pro’ del Comune, a pro’ dello Stato.

1. Al riguardo senza remora e con effetti, si supplica addivenirsi alla reintegra non meno, che obbligarsi i contravventori senz’alcuna eccezione, a pagare al comune la fondiaria versata, ed un peso a titolo terraticale, per tutto il tempo dello illecito appropriamento di D.ti 5 a versura per ogni anno.

2. Reintegrarsi il risecato e subito dividersi a’ comunisti le tenute demaniali.

- Le Costarelle di carra 22 con alberi di olivi colà messi, sia per la sua natura demaniale, sia perché il Regio Commissario Zurlo con l’art. 11 dell’Ordinanza del dì 8 Luglio 1810 la comandava. Talché se perdura quindi innanzi lo stato presente di negligenza e di abbandono di detto latifondo, l’aridità dei circostanti, e la vena(bi)lità dei vigilanti lo renderanno invasato di occupazioni, e disgomberato dalle poche belle, e vantaggiose piante, che vi giacciono.

- Il demanio di Cicerone, che ora il comune, con ruolo necessario seguita ad assoggettarvi i comunisti ad annua prestazione, addetto ad uso pascivo.

- Il Demanio detto Chiancata delle Amendole descritto dal lodato Zurlo con la prefata ordinanza, art. 19, il quale contra ogni dritto ora con dolore vedesi manomesso ed usurpato da’ locati limitrofi.

3. Il prodotto delle discorse imposizioni a fermarsi su’ terreni occupati e dissodati in tutto il tenimento, dovrà addirsi a lastricare tutte le strade del paese, che ne difetta onninamente a scapito della pubblica igiene; epperò le frequenti malsanie, che depreziano la salute degli abitanti.

4. Che la Provincia adempia alla costruzione del tratto di strada a partire dalla consolare che da Candelaro mena a Manfredonia, e congiungerlo all’altro tratto ultimato fin dentro alle Mattine di f. comune, mentre quest’Amministrazione da remota stagione pagava l’ingente rattizzo per la strada, detta Garganica.

5. Che la Provincia rinfrancasse il comune de’ D.ti 2.860 e più, fermati nello stato finanziario, che anticipava per lo esterminio dei bruchi lungo il quinquennio dal 1851 al 1856, a base degli ordini  Sovrani, e della contabilità esistente presso l’Intendenza e ne’ conti materiali delle singole gestioni.

E da ultimo a rendere in qualche capitale al Comune, disporsi una stretta e coscenziosa rivisura de’ conti materiali, lungo lo spirante decennio; renduti dagli agenti contabili cessati nel periodo istesso, con l’assistenza di persona capace intelligente, ed attaccata al Comune, che l’amministrazione locale potrà trascegliere.

F.to: Il sindaco Michele Giuva. Il decurionato Vincenzo Maresca, A. Irani, Benedetto Lisa, Michele Collicelli, Federico Verna, Saverio Lombardi, Luigi D’Errico, Vincenzo Cafaro, Michelangelo Sabatelli, Nicola del Grosso”.[6]

Il 15 aprile 1860 i decurioni si occuparono della divisione delle CostarelleAmendola e Cicerone che aveva costituito l’oggetto di una  specifica supplica  di Vincenzo Maresca all’Intendente. La seduta non deve essere stata del tutto pacifica, poiché la quotizzazione era fortemente osteggiata da chi intendeva continuare a pascolarsi i due demani. E’ certo comunque che il decurionato non riuscì a concludere i lavori, giacché il segretario, stilato il solito cappello introduttivo, interruppe bruscamente la stesura della delibera, senza palesarne i motivi.

Sette giorni prima dello scoppio della reazione, il 16 ottobre 1860, il Consiglio Municipale, che deve deliberare in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia, si riunisce sotto la presidenza del sindaco Collicelli. Si ritorna sull’argomento ed il sindaco “rivolge al Consesso la grave proposta di concedersi a censimento i due latifondi demaniali... che appellandosi le Costarelle di carra 22 e di Cicerone di carra sette e più, finora addetto all’uso pascivo di questi cittadini”. Il presidente cerca di persuadere i decurioni della bontà della proposta, ricordando le insistenze del Governatore contenute in un ufficio del giorno sette dello stesso mese. Il decurionato reagisce duramente e rigetta la proposta “che menava a togliere alla cittadinanza sacrosanti dritti sanciti dalle leggi preesistenti che tuttora imperavano perché anche ritenute dal provvido nuovo Governo”.

 Le due tenute in esame erano di natura demaniale e quindi rientravano tra le terre che avrebbero dovuto essere divise ed assegnate ai poveri, giuste le prescrizioni dell’art. 11 dell’ordinanza di Biase Zurlo dell’8 luglio 1810. Erano trascorsi cinquant’anni, erano entrate in vigore altre disposizioni superiori, pure favorevoli alla quotizzazione, tra cui una legge del 1816, era caduto il Re borbone e si cercava ancora di cambiare le carte in tavola. Il decurionato attribuì la causa della mancata spartizione delle terre a “mire tutte municipali, ed al fine d’impinguare il comune, e poi destramente farne sparire gl’introiti per esiti ingiustamente creati”. Ma non negava che i cittadini “industriosi di animali pecorini” senza la divisione avevano  potuto salvare i loro capitali con l’erbaggio di quei fondi, nella stagione invernale. Per di più si erano venuti a creare dei diritti che ora bisognava conservare. Il decurionato dimostrava di conoscere perfettamente quanti danni aveva prodotto l’apparato amministrativo:

“Non v’è dubbio che perdurando l’attuale sistema di amministrazione quei fondi vanno a menomarsi, ed essere preda sensibilmente della furia de’ dissodatori, e gli alberi di olivo che cospargono le Costarelle verranno sempreppiù distrutti; perché invanita riescirà al solito qualsiasivoglia vigilanza, fatta astrazione dell’infedeltà de’ custodi.

Quindi ad ovviare progressive dannificazioni; a dare eseguimento alle leggi invocate, ed appagare le giuste querimonie de’ cittadini ed a rendere duratura ed inalterabile un cespite di rendita al comune, il decurionato resiste a domandare la quotizzazione con regole prontanee e spedite de’ fondi in discorso a profitto de’ comunisti, obberandosi ciascuna quota di un congruo e proporzionato ovvero annuale in bene del comune”.[7]

Si cercava così di far passare un aumento dell’esiguo canone, per far entrare qualche soldo in cassa per le opere di pubblica utilità. Si ipotizzò un canone di Ducati 4,80 a versura che non sarebbe risultato “opprimente” per i cittadini. Anzi, era  “molto discreto a petto de’ forti estagli, che il cittadino soleva corrispondere su’ terreni de’ privati, per impiegare le sue braccia”. Il decurionato si rese anche disponibile a far pagare un importo inferiore, purché la differenza fosse stata rimpiazzata con altri pesi da imporsi agli “occupatori illegittimi” del demanio comunale, “su cui ingiustamente il cittadino industrioso vi pagava peso di fida, quandocché non vi esercitasse alcun uso sulle occupazioni istesse”.

In simili tempi di congiuntura era anche da tener presente “l’immenso bene” derivato dalla divisione del 1817 del vasto demanio olivetato delle Mattine, “che era addivenuto un giardino, ed i quotisti ne ritraevano una ricchezza annuale”. Se si fosse proceduto nello stesso modo, specialmente per la tenuta delle Costarelle, di natura più gentile e fruttifera, tale ricchezza sarebbe cresciuta significativamente.

Il consesso si augurava che il Governatore desse alla popolazione prova di magnanimità, disponendo subito la partizione dei due fondi. La delibera si conclude con l’invito al sindaco di umiliare la richiesta al Real Trono e a S. E. il Luogo Tenente del Re, sorreggendola con le  sue personali suppliche. L’importante atto decurionale risulta firmato dal sindaco M. Collicelli e dai decurioni Sabatelli, Bramante, G. Lombardi, A. Lisa, Leandro Giuva, Sabatelli, Nicola Lombardi, Ignazio Fiorentino, Giuseppe Laudon s.n., Nicola Siena s.n., Biase Campanile, Giuseppe Lecce, Vincenzo Maresca.

Questa determinazione del decurionato verso il cambiamento deve aver indispettito i numerosissimi occupatori-dissodatori demaniali che, abituatisi alla situazione di compiacente illegalità, si godevano le terre senza alcun esborso di canone. Né deve essere piaciuta agli allevatori, che vedevano nella divisione del demanio una minaccia per l’industria armentizia. Tutto ciò dovette contribuire, in misura determinante, ad appesantire sensibilmente il clima spirante nel mese di ottobre 1860.

 

Nel 1863 la questione era ancora in discussione, malgrado un decreto reale del 1° gennaio 1861 avesse incoraggiato la suddivisione dei demani ai cittadini. Intanto gli alberi di olivo delle Costarelle e Cicerone, unici fondi alberati in mezzo alle masserie di Puglia, andavano  scomparendo, recisi dai contadini bisognosi di combustibile. In Consiglio Comunale si commentava:

“... questi naturali per irresistibile istinto alla coltura impiegano le loro braccia per dissodare altri demani di questo Comune per se stessi sterili a tale oggetto, e solo buoni per pascolo. Il che mentre porta miseria ai bracciali, cagiona incente danno alla pastorizia. Qual doppio inconveniente alla pubblica economia di questo paese avrebbe a scansarsi colla ripartizione in parola, dandosi con tal mezzo produttivo impiego ai tanti lavorieri di campagna... la crassa ignoranza di questi naturali fa loro credere di essere trascorsa l’epoca per il loro miglio, ed affinché si scuotessero con l’aprire gli occhi al vero e si persuadessero  che l’attuale Governo Nazionale ha per essenza il bene de’ Popoli ed in preferenza quello de’ bracciali... piaccia al Sig. Prefetto far eseguire la divisione de’ due fondi... Costarelle e Cicerone..., destinando all’uopo un intelligente ed attivo Agente Demaniale”.

 La divisione avrebbe comportato un utile “mille volte maggiore”, in quanto “gli ulivi ingentiliti sarebbero stati risparmiati, invece di esser destinati ad uso di fuoco” e quelli selvatici, così come i mandorlastri, sarebbero stati innestati a scopo produttivo. Il terreno, infine, messo a coltura, avrebbe dato  “certo abbondante prodotto”[8].

La tenuta delle Costarelle era già fruttifera ed il Comune vendeva le sue olive pendenti al miglior offerente. Nel 1859 la gara di acquisto fu vinta da Berardo de Cata, garantito da Giuseppe Lecce, per un importo di ducati 100.

La raccolta dei frutti doveva avvenire senza danneggiare gli alberi, pena l’arresto personale e il pagamento di danni ed interessi. La vigilanza era affidata alle guardie rurali. Nel caso di mancato pagamento del prezzo pattuito entro il 30 dicembre, sarebbe scattato parimenti l’arresto.[9]

L’8 maggio 1863 il Consiglio municipale, proponeva una  terna per la divisione delle Costarelle e Cicerone. Essa era composta da: “1° Collarino D. Vincenzo, Giudice del Mandamento, di sperimentato sapere e bontà; 2° Palladino D. Antonio di Cagnano, ancora di lodevole qualità; 3° Frattaroli D. Lorenzo fu Pasquale di Manfredonia, legale di professione, onesto ed intelligente”.[10]

Intanto da parecchi anni il comune non riscuoteva alcun canone  per i “terreni demaniali ridotti a coltura, conservati nella colonia a pro’ degli occupatori dal Commissario ripartitore Biase Zurlo”. In bilancio mancava  addirittura il ruolo corrispondente, e ciò costituiva un danno  per la finanza comunale. Eppure il canone fissato dallo stesso Zurlo nel 1811 in grana 20 a versura, era veramente irrisorio. Basti pensare che nel 1855  con 20 grana si poteva acquistare poco meno di un rotolo (grammi 793) di “cacio gentile per maccheroni”, oppure due rotoli (Kg 1,586) di carne di “zurrone”. Ebbene, gli occupatori non avevano pagato e continuavano a non pagare neppure quella miseria!.

Fin dal 1857 l’Intendente aveva ordinato l’esecuzione del deliberato dell’11 marzo dello stesso anno; ma “scandalosamente” i ruoli non erano stati ancora formati. Il Consiglio municipale se ne occupò il 10 maggio 1863. Si formarono finalmente i vari ruoli e si decise di esigere gli arretrati. In bilancio era preventivato un introito di ducati 74:59 (lire 317). Un altro ruolo, pure voluto dall’Intendente,  riguardava i “dissodatori di terreni demaniali non boscosi”, ai quali era stato permesso di seminare nella stagione corrente previo pagamento di un canone di  ducati 3 a versura. L’introito approssimativo sarebbe stato questa volta di ducati 425 (lire 1.806:20). C’era poi la questione della riscossione della terraggiera dei sammarchesi, dissodatori dei terreni di confine, i quali prima avevano pagato al  Comune di S. Marco ed ora si godevano i terreni senza pagare alcunché. Essi dovevano corrispondere “tomoli uno e mezzo di quel genere semensato per un quinquennio dal 1859 al 1863. Salvo il dritto al Municipio di scacciare gli occupatori dall’illegittimo possesso”. Competeva alla Giunta, alle Guardie forestali e rurali  l’esecuzione del deliberato. [11]

Si iniziava, quindi, a mettere ordine in un campo minato, dominato fino ad allora dalla più completa anarchia.

Per arrivare alla divisione dei demani delle Costarelle e Cicerone si dovrà aspettare l’anno 1876.  In appendice è riportato un elenco di persone che chiesero di prendere parte alla divisione (Doc. n. 9)

La Guardia Nazionale nel 1860

Il 7 luglio 1860, mentre gli avvenimenti precipitavano, il Governo borbonico istituì la Guardia Nazionale. Il 15 luglio i Decurioni sangiovannesi, guidati dal Sindaco D. Michele Giuva,  formarono una lista di 150 militi che avrebbero fatto parte del predetto corpo. Il 18 luglio si occupavano della nomina dei graduati, formando le seguenti terne per il capocompagnia, per tre capiplotone e sei capisezione:[12]

 

1° Ternato

2° Ternato

3° Ternato

Terna per il Capo Compagnia

D. Gennaro Padovano

fu Leandro

D. Antonio Sabatelli fu Bartolomeo

D. Raffaele Sabatelli             

fu Bartolomeo

I  Terna

 Per i Capi plotone

D. Luigi D’Errico

fu Gaetano

D. Nicola Lombardi

fu Filippo

D. Giuseppe Irace

fu Tommaso

II Terna

 Per i Capi plotone

D. Terenzio Ventrella

fu Giuseppe Luigi

D. Giuseppe Lombardi fu Michele

D. Vincenzo D’Errico

fu Gaetano

III Terna

 Per i Capi plotone

D. Federico Verna

fu Giovanni

D. Raffaele Padovano fu Nunzio

D. Emanuele Bramante fu Filippo

I  Terna

 Per i Capi sezione

D. Errico D’Errico

fu Gaetano

Filippo Ruberto

fu Giuseppantonio

Giovanni Siena

 di Gaetano

II  Terna

 Per i Capi sezione

D. Pasquale Campanile fu Nicola

Nicola Siena

di Biase

Ignazio Fiorentino

fu Carmine

III  Terna

 Per i Capi sezione

D. Giuseppe Lombardi fu Michele

D. Benedetto Ventrella fu Francesco

D. Francesco Cascavilla di Nicola

 

1° Ternato

2° Ternato

3° Ternato

IV  Terna

 Per i Capi sezione

D. Antonio Lisa

fu Giorgio

D. Bartolomeo Sabatelli di Antonio

D. Antonio Maresca

fu Michele

V Terna

 Per i Capi sezione

D. Antonio Irani

fu Luigi

D. Leandro Giuva

fu Giuseppe

D. Achille Giuva

fu Giuseppe

VI Terna

 Per i Capi sezione

D. Federico Verna

fu Giovanni

D. Emanuele Sabatelli  fu Nicola Federico

D. Federico Perreca fu Giustino

 

Il Cap. Padovano vedeva premiate le sue antiche simpatie verso la Guardia civica. Nato il 1° gennaio 1810, aveva tentato di  farne parte fin dal 1829, pur avendo cinque anni meno dell’età prescritta.[13]

Il primo ternato, avendo ottenuto il maggior numero di voti, era da considerarsi nominato dopo l’approvazione da parte degli organi superiori. Invitato dal Sottintendente a riesaminare le terne, il decurionato, si riunì nuovamente il 15 agosto, sotto la presidenza del Sindaco D. Michele Giuva, ma non volle modificarle, risultando già appagato il “voto” del predetto funzionario riguardante l’inclusione dei nomi di D. Gennaro Padovano, D. Federico Verna e D. Antonio Lisa.[14] Insediatosi il nuovo decurionato - con a capo il sindaco  Vincenzo Cafaro - deliberò ancora, all’unanimità, di confermare, “senza la menoma modifica”, tanto i nominativi delle Guardie quanto le terne degli Ufficiali, “non avendo osservazioni a fare in contrario sulla lista modellata dal vecchio decurionato... scongiurando al Sig. Intendente che alla menbreve si degnasse munirla della sua approvazione”.[15]  Fatta rilevare l’irregolare presenza di D. Ferderico Verna in due terne,  il 15 agosto si provvide alla sostituzione di tutta la terza terna, relativa ai Capisezione, anziché del solo nominativo del Verna, rimpiazzato da D. Giuseppe Irace: [16]

VI Terna bis

Per i Capi sezione

D. Giuseppe Irace fu Tommaso

D. Francesco Morcaldi fu Giuseppe

D. Vincenzo D’Errico fu Gaetano

 La nomina di Giuseppe Irace, stando a quanto testimonieranno alcuni reazionari, fu una delle cause di malcontento che fecero scoppiare la reazione. C’è da osservare che queste tre delibere, come tutte quelle antecedenti il 4 settembre 1860,  sono adottate in nome di Francesco II.

Insediatosi in Napoli il Governo dittatoriale, le forze moderate prevalsero sui democratici. Volendo evitare svolte traumatiche, molte autorità borboniche, compresi i sindaci e decurioni, furono lasciate ai loro posti. Ciò fu un gravissimo errore.

Al sindaco Cafaro pervenne una lettera non firmata, su carta intestata a nome del nuovo “Consigliere Funzionante da Intendente”, nella quale si chiedeva di conoscere come mai, nella terna per i capisezione della G. N., formata sotto il passato regime, fossero stati eliminati anche i nomi di D. Emanuele Sabatelli e D. Federico Perreca. I due personaggi, notoriamente, erano filoborbonici. Questa volta il decurionato si determinò “in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele Re d’Italia”, fornendo le spiegazioni del caso:

 “... sufficientissimi motivi ve lo facevano così divisare. Volendosi però averne un odore, basta accennare in termini generali di essere questi anzidetti due ternati  considerati non meritevoli dei tempi arrecateci dal Redentore Dittatore Garibaldi e dall’Immortale Nostro Sovrano Vittorio Emanuele Re d’Italia...”.[17] 

Il Capitano comandante D. Gennaro Padovano propose le seguenti terne per il relatore e segretario del Consiglio di Disciplina della G. N.,  e dei relativi supplenti, affinché il consesso conferisse le nomine alle persone ritenute più idonee:

 

Terna del

 Relatore

D. Luigi D’Errico

I° Tenente

D. Antonio Lisa

2° Tenente

D. Antonio Irani

2° Tenente

Terna del 

Sostituto

D. Federico Verna

I° Tenente

D. Errico D’Errico

2° Tenente

D. Giuseppe Irace

2° Tenente

Terna del

Segretario

D. Antonio Sabatelli

Sergente

D. Leandro Sabatelli

Sergente

D. Raffaele Lombardi

Sergente

Il decurionato rispettò l’ordine fornito dal Padovano, nominando i primi quattro ternati, e cioè D. Luigi D’Errico, D. Federico Verna , D. Antonio Sabatelli e D. Leandro Giuva.[18]

Tentativi di reazione a Monte Sant’Angelo e Mattinata

Dopo la fuga di Francesco II a Gaeta, scoppiarono numerose reazioni.  Poiché San Giovanni Rotondo sicuramente risentì  del clima spirante nei paesi vicini, è bene accennare ai moti avvenuti in Mattinata e Monte S. Angelo.

La popolazione di Monte S. Angelo entrò in fermento la sera del 26 settembre. Secondo talune fraudolenti voci, sparse ad arte,   Francesco II era ritornato sul trono di Napoli, la  Costituzione  era stata abolita, e ferito l’invitto Garibaldi. Il mattino seguente, i fratelli Francesco e Michele Fischetti, dando per certe quelle voci, suggerirono alle Guardie nazionali di togliersi la coccarda tricolore. Verso le ore 20,30 dello stesso giorno, Luigi Maria Esposito e molti altri individui, essendosi fermati davanti al Corpo di Guardia, furono costretti ad allontanarsi. L’Esposito se ne andò borbottando  e cominciò a percorrere la piazza con un coltello nella mano destra ed una carta nella sinistra, seguito da numerosa folla. Le sue espressioni verbali, come “oggi è la festa quattro grana a coppole e cappelli”, fecero pensare ad un attacco alla forza pubblica. Presentatosi l’ufficiale di guardia per arrestarlo, l’Esposito lo prese a male parole e lo ferì a colpi di coltello, aizzando con successo i suoi compagni contro tutte le guardie nazionali. Giunti i rinforzi, l’Esposito fu arrestato nell’atto della resistenza,  con altre due persone. Nel corso della notte la forza pubblica riuscì  ad assicurare alla giustizia gli altri reazionari. 

Il Giudice Regio del Circondario si convinse che “scopo dell’ammutinamento era quello di cambiare il Governo movendo la Guerra Civile”.  Inoltre, dal tenore di una lettera trovata nel sottano di un certo Matteo Fischetti scritta al figlio Giuseppe Domenico, egli intravide un possibile preesistente accordo tra i reazionari di Monte S. Angelo e quelli di Mattinata per la realizzazione dello stesso disegno eversivo.[19]

Ciò che era successo  nel vicino villaggio di Mattinata in quegli stessi giorni lo possiamo rilevare da questo rapporto inviato al Comandante delle Armi nella provincia di Capitanata  dal comandante del distaccamento dei Dragoni da Monte Sant’Angelo:

“In compagnia di questa Guardia Nazionale , e di quella di Manfredonia, albente caelo[20], son mosso per Mattinata, in esecuzione degli ordini di cui Ella mi onorava.

L’intero villaggio è stato trascinato nella rete dalle illusorie menzogne de’ tristi. Un formale Governo provvisorio si era colà proclamato in dispregio dell’attuale governo. Fin le Autorità del Sindaco e Comandante nazionale si elessero da quei coloni in surroga di quelle legalmente costituite: atterrati i quadri di Vittorio Emanuele Nostro Glorioso,  e Guerriero Monarca, non che del Dittatore Garibaldi, furono calpestati da quella orda sfrenata, che alle mille insolenze aggiunsero il sozzo disprezzo di orinarli in faccia. Quella vile plebaglia dopo aver percorso il Paese recando in trionfo immagine del decaduto Francesco II, si portò nell’unica Chiesa parrocchiale che illuminata da quell’arciprete con suoni di campane a giubilo divenne il teatro degli osanna a Dio per la proclamazione di Francesco Borbone.

Tanto avvenne il giorno 30 dell’or caduto Settembre. Ieri Mattinata presentava ancora la continuazione delle orrorose trascorse sfrenatezze; di talché informati che un Drappello di Dragoni, e Guardie nazionali era per colà discendere ad opporsi alle loro ree e nere azioni, armati di ottimi fucili formarono diversi agguati nelle varie sinuosità delle strade per assalire la Guardia Nazionale, e questa mane ancora sempre con la direzione, e presenza del Parroco, il nostro avanguardo ne sorprende circa trenta, ai quali imposto di deporre le armi, ànno mostrato quanto ànno potuto di resistenza, fino a che dal rimanente della Guardia e da miei bravi Dragoni accerchiati, ànno deposto le armi. Si sbandava il Parroco a che venivano, ed egli con modi ipocritamente gentili, rispondeva per incontrarci, e riceverci. Il Prete aveva nelle tasche ben più di cento ducati. Dopo poco cammino sono entrato nel villaggio, dove dietro fredde informazioni da onesti cittadini ricevute, e da quello Eletto Signor Luigi Bisceglia, e Tenente di lui fratello Francesco, uniche autorità attaccate a Vittorio Emanuele, ò sciolto quella indegna reazionaria forza cittadina, e con ordini  il disarmo generale del paese, fissando il perentorio di due ore per la consegna delle armi di qualunque natura, pena la morte ai contravventori  da fulminarsi per opera di un Consiglio di guerra...

Dopo di che ò nominato altra Guardia Nazionale composta da onesti, probi e liberali cittadini, che ò armato con fucili de’ reazionari.

A relazione di quelle Autorità i compromessi per il nefando affare oltrepassano il numero di trecento: mi è riuscito arrestare quarantadue che meco condurrò; il restante sperperato e disperso si è allontanato dal villaggio. La novella riorganizzata Guardia nazionale unitamente a questa si è incaricata completare gli arresti. Ora stimo doveroso per me sommettere all’alta di Lei sapienza quanto mi sembra giusto.

Nel brevissimo decorso di sole ore ventiquattro, due operazioni che addimandavano settimane sonosi espletate;  non solo per l’opera mia  la loro riuscita è dipesa ma dalla cooperazione molto attiva benanche de’ Signori D. Francesco D’Errico Sindaco di questo Comune, Capitani D. Demetrio del Prete, D. Pasquale D’Errico, D. Matteo Amicarelli, D. Filippo Bassi, D. Silvestro d’Angelantonio 1° Tenente D. Carlo Califani, D. Costantino del Prete, D. Francesco Bassi, D. Francesco Saverio Amicarelli, D. Giacomo Giordani, D. Michele Pesce, 2° Tenente D. Donato Giordani, D. Domenico de Angelis.

Niente chieggo per me: ho disimpegnato il mio dovere di soldato, e l’animo mio è pienamente soddisfatto , non sarebbe però fuori proposito insignire di dovuti onori i sopra notati soggetti (...). In questi luoghi disastrati riesce vana, anzi pericolosa l’opera della cavalleria, senza la coadiuvazionedella Guardia cittadina locale.

Vorrà Ella, che sente tanto bene in cuor suo, avere la degnazione informare di tutto ciò il Signor Dittatore a cui l’onipotente concedeva tanto generoso l’animo, e nobile; e son sicuro che egli non sarà sordo a rimunerare i servizi, come non è tardo a punire le reità.

Da ultimo mi do’ l’onore assicurarla essersi pienamente qui ristabilito l’ordine per poco e da pochi turbato.

La lieta novella della vittoria de’ nostri fratelli piemontesi riportata in su tutta la linea, e l’entrata in Ancona del voloroso Nostro Monarca Vittorio Emanuele à destato un tale entusiasmo nello spirito di questi abitanti, che oltre ad una sblendida e chiara illuminazione apparsa ne’ luoghi pubblici e privati, la loro gioia gli si leggeva ne’ visi spontanea e sincera... Il comandante del Distaccamento Giuseppe Pezzella[21]

 

Il 26 ottobre Vittorio Emanuele e Garibaldi facevano vivere agli Italiani uno dei più bei momenti del Risorgimento, incontrandosi il 26 ottobre nei pressi di Teano. L’incontro, che consacrava l’impresa dei Mille secondo le finalità di Italia e Vittorio Emanuele ,  era  in realtà il frutto di accordi , in gran parte segreti,  intervenuti tra Re e Dittatore. Garibaldi, vista respinta da Vittorio Emanuele la richiesta di mantenere l’amministrazione del cessato Regno borbonico come luogotenente,  il 28 ottobre rimise nelle sue mani i poteri e il comando delle sue truppe e il 9 novembre, dopo la consegna dei risultati del plebiscito , s’imbarcò per l’isola di Caprera.

Ma l’Italia non era ancora fatta. Sul Gargano divampava la rivolta.

continua

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[1] APSL, fasc. 35, n. 35. Documentazione varia, let­tere politiche sulla condotta del Clero nelle rivoluzioni del 1860. Lettera del Sindaco del 2 otto­bre 1860.

[2] La nota del sindaco n. 504 del 5 ottobre per il Sottogovernatore fu da questi  trasmessa al Governatore “per i suoi provvedimenti”.

[3] ASF, pol.,  s. I, b. 180, fasc. 1994. Nota del 2 ottobre 1860, avente per og­getto Te Deum.

[4] ASF, pol.,  s. I, b. 180, fasc. 1994. Lettera telegrafica n. 1739 del 5 ottobre 1860 e annotazioni a margine.

[5]ACSGR, delibera del 7 aprile 1860, firmata Michele Giuva (sindaco), Francesco Morcaldi e Benedetto Ventrella (1° e 2° eletto), Nicola Del Grosso, Antonio Irani, Federico Verna, Vincenzo Cafaro, V.Maresca, Saverio Lombardi, Benedetto Lisa, M. Collicelli, Luigi D’Errico, Gennaro Padovano (decurioni), Angiolellis (?) (Giudice Regio), Nicola Can.co Lombardi (Vicario). 

[6] ACSGR, delibera consiliare del 16 agosto 1860.

[7] ACSGR, delibera consiliare del 16 ottobre 1860.

[8]ACSGR, delibera consiliare del  21 gennaio 1863.

[9]ACSGR, delibera decurionale del  17 ottobre 1859.

[10]ACSGR, delibera consiliare dell’8 maggio 1863.

[11]ACSGR, delibera consiliare del 10 maggio 1863.

[12] ACSGR, delibera decurionale del  18 luglio 1860.

[13]ACSGR, delibera decurionale del 22 novembre 1829.

[14]ACSGR, delibera decurionale del  5 agosto 1860.

[15]ACSGR, delibera decurionale del  12 agosto 1860.

[16]ACSGR, delibera decurionale del  15 agosto 1860.

[17] ACSGR, delibera decurionale del 16 settembre 1860.

[18]ACSGR, delibera decurionale del  29 settembre 1860.

[19] ASF, pol.,  s. II, b. 453, fasc. 8854. Nota dell’8.10.1860 del Giudice Regio al Governatore.

[20] Cioè sul far dell’alba.

[21] ASF,  pol.,  s. II, b. 453, fasc. 8854. Nota del 2.10.1860 del Comandante al Governatore.

[20] Cioè sul far dell’alba.

[21] ASF,  pol.,  s. II, b. 453, fasc. 8854. Nota del 2.10.1860 del Comandante al Governatore.

 

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