L’azione garibaldina e le prime
mosse reazionarie Garganiche
L’attentato a Ferdinando II e il processo agli attendibili sangiovannesi
L’8 dicembre 1856, giorno dell’Immacolata
Concezione, il giovane militare idealista calabrese Agesilao Milano, uscito
dalla riga di soldati schierati davanti a Ferdinando II, attentò alla sua vita.
Il monarca rimase leggermente ferito da un colpo di baionetta, deviato
provvidenzialmente dalla fondina della pistola. Per evitare che la cosa potesse
essere notata dai presenti, generando disastrose conseguenze, il re continuò
imperterrito ad assistere alla sfilata, mentre l’attentatore veniva arrestato,
invitando i pochi che si erano accorti della faccenda a stare calmi e a
mantenere il silenzio. Condannato a morte, il Milano fu impiccato cinque giorni
dopo l’attentato. Egli non ebbe a pentirsi del suo gesto, lungamente meditato.
Prima di morire volle puntualizzare che non era un pazzo; ma che il suo braccio
era stato guidato dal vivo desiderio di sopprimere un tiranno.
Nelle chiese del Regno si cantò il Te Deum
per lo scampato pericolo e si moltiplicarono manifestazioni di attaccamento
all’adorato Sovrano. Le amministrazioni municipali indirizzarono al Re messaggi
augurali. I decurioni sangiovannesi non furono da meno. Ma alcuni attendibili
non vollero sottoscrivere il documento, contenente parole di adorazione dirette
a colui che consideravano nemico e tiranno. La loro ripugnanza si scontrò con la
fedeltà dei realisti. Tra questi ultimi c’era D. Emanuele Sabatelli, che
manifesterà nel 1860, con sadica determinazione, il suo nefasto attaccamento al
Re borbone. Egli appuntò sul taccuino i nomi degli autori del “gran rifiuto” per
tirarli fuori durante il processo di Lucera del 1858. Trattavansi di D. Federico
Perreca fu Giustino, farmacista, D. Raffaele Paduano (Padovano) fu Nunzio,
notaio, D. Giuseppe Lombardi fu Michele, medico. Costoro, su denuncia del detto
Sabatelli, furono successivamente incriminati di “associazione illecita al
vincolo segreto” e di “voci allarmanti contro il Real Governo”, insieme ai
concittadini D. Achille Giuva fu Giuseppe
(farmacista), D. Luigi Lombardi fu
Michele, (medico), D. Michele Giuva, D. Nicola Cascavilla, D. Michele Carrabba e
D. Leandro Giuva (proprietari).
Così Giosuè Fini riassume i fatti rilevati dagli
atti processuali:
“Nella Farmacia di Achille Giuva c’era stato un simposio a base di pizza e vino
paesano. Gli intervenuti erano “attendibili”, ai quali era vietato riunirsi:
alcuni di essi si trovavano nell’elenco già menzionato sopra.
La
denuncia di Sabatelli ebbe tale origine, come risulta dallo stesso processo.
Venuto a
sapere il Sabatelli che di sera tardi c’era stato il simposio nella Farmacia
Giuva, volle avvertire e minacciare l’amico Perreca Federico, che vi aveva
partecipato alla consumazione della torta, fatta di pasta e strutto di maiale,
con abbondante vino paesano.
Le parole
rivolte dal Sabatelli al Perreca miravano ad avvertire l’amico a non prendere
parte a simili riunioni, che davano, naturalmente, sospetto alla Polizia.
Il
Sabatelli era di lingua pronta: andava dicendo, per intimidire, che quei signori
di Attendibili, riunendosi, potevano parlare contro il Real Governo, che gli
stava tanto a cuore. Aggiungeva che quei signori di attendibili l’avrebbero
pagato caro quel notturno simposio. La minaccia era espressa in un linguaggio
volgare.
Il Perreca
riferisce tutto agli amici della farmacia. Le notizie si propagano. D. Luigi
Lombardi, uno dei convitati, legale, ne venne in furia, e visto il Sabatelli
esternò il suo giudizio a più persone con dire! “Si riuniscono: possono anche
parlare contro il Governo”.
Nel Caffè
di Antonio Maresca, sito nell’attuale via Galiani, e vicino alle abitazioni del
Lombardi e del Sabatelli, ci fu un alterco tra il filoborbonico e l’Attendibile
Luigi Lombardi, il quale gli disse:
- Né,
D. Chisciotto, io sono uno che mi ho mangiato la pizza nella farmacia di
Achille
Giuva e che me la vuoi fare cacare.
Sabatelli si difende: - Tu
vuoi cimentami ed io anderò dal Giudice.
Il
proprietario del caffè caccia fuori i due altercanti.
Usciti
fuori, il Sabatelli continuò a gridare, rivolgendosi al Lombardi:
-
Quelle idee che ha le devi deporre, poiché è finita la triste epoca del 1848.
Questo
diverbio è stato riferito e confermato dai testimoni davanti al Giudice, a
cui
Sabatelli presentò formale denuncia.
La
denuncia del Sabatelli metteva in evidenza due
fatti:
a) il
convitto notturno, in quanto riunione
illecito.
b) disegno
di Luigi Lombardi di percuoterlo”.
Giuseppe Ferreri, Giudice Regio del Distretto di
San Severo, recatosi a San Giovanni Rotondo per istruire il processo, il 12
marzo 1858 spiccò mandato di arresto contro gli attendibili R. Paduano, D. Luigi
Lombardi, D. Federico Perreca, D. Achille Giuva e D. Giuseppe Lombardi i quali
furono tradotti nelle carceri di San Severo.
Il dibattimento processuale svoltosi a Lucera
si concluse anche questa volta con un “non aversi luogo a procedere”, perché le
“vaghe conghietture” elevate e divulgate da D. Emanuele Sabatelli, non avevano
trovato un effettivo riscontro, neppure a livello di indizi. Per contro, le
deposizioni degli ecclesiastici e delle varie autorità cittadine confermavano
che nel mese di febbraio in San Giovanni Rotondo lo spirito pubblico era stato
sereno e tranquillo e nulla era accaduto che potesse far pensare a
macchinazioni politiche contro Real Governo.
Esattamente un anno dopo l’attentato al re,
il consesso decurionale di San Giovanni Rotondo guidato dal Sindaco Michele
Giuva, all’unanimità dei voti, in occasione della imminente festa religiosa
dell’Immacolata Concezione, decideva che fosse nuovamente cantato in chiesa
l’“Inno di ringraziamento al Signore Iddio per aver cansato la vita preziosa
dell’impareggiabile Sommo Padre e Signore Ferdinando II dal nefando attentato
commesso di mano infame nello stesso giorno dell’anno trascorso e di innalzare
osanne votive alla Regina Immacolata affinché intercedesse dalla Provvidenza
Divina che fossero conservati longevi , giocondi e prosperi i preziosi giorni
della Maestà Sua, dell’Adorata Augusta Consorte, nonché Real Famiglia”.
Alla cerimonia avrebbe fatto seguito una festa
con sparo di una salve di mortaletti; mente i luoghi pubblici sarebbero stati
muniti di una vistosa illuminazione. Il decurionato, i funzionari e gli altri
confestanti, a causa dei tempi di “collaudata congiuntura”, si sarebbero
accollata la spesa occorrente, in ottemperanza ad un loro “sentito dovere”.
Per quanto i tentativi insurrezionali
contrastassero con la linea cavouriana, concorsero al processo unitario. Lo
statista se ne servì per convincere l’imperatore di Francia a schierarsi dalla
sua parte, facendo intravedere il reale pericolo di un’iniziativa
democratico-rivoluzionaria in Italia.
Così, nel 1859, dopo che il Piemonte aveva
respinto l’ultimatum dell’Austria di smantellare la potente macchina
bellica messa in piedi da Cavour, Napoleone III, in armonia con gli accordi di
Plombières, inviò un contingente di truppe in suo aiuto per cacciare le truppe
di invasione austriache. I franco-piemontesi, ai quali si era aggregato anche il
corpo dei volontari dei Cacciatori delle Alpi comandato da Giuseppe Garibaldi,
ebbero la meglio sull’esercito austriaco nelle due cruenti battaglie di San
Martino e Solferino (24 giugno 1859). Ma Napoleone III, con grande disappunto
del Cavour, metteva fine alle ostilità, proponendo all’Austria l’armistizio di
Villafranca.
San Giovanni gioisce per le nozze del
Principe ereditario
Intanto nel Regno delle Due Sicilie il regime
poliziesco teneva la situazione in pugno. Il decurionato sangiovannese si riunì
in seduta straordinaria per approvare questo messaggio augurale diretto a
Francesco II:
“Sig.ra Real Maestà, la popolazione
del Comune di San Giovanni Rotondo nel faustissimo avvenimento, che vede lieti
d’insolita gioja i popoli delle Due Sicilie per le bene auspicate Nozze
dell’Altezza Reale il Principe Ereditario, è compresa di massima letizia nella
felicissima avventura dell’Augusta presenza della Maestà Sua nella Provincia di
cui fa parte. Onde è che la popolazione medesima pel mezzo della sua decuria
viene ad umiliare a’ piedi del Real Trono di Sua Maestà i suoi sentimenti di
devoto e sincero attaccamento e fedele sudditanza , in cui non si crede ultima
alle popolazioni tutte di Capitanata. Accolga di buon viso, o Sire, cotali atti
di congenita venerazione ed affetto della popolazione istessa, la quale al
solito scioglie voti ferventi al Sommo Fattore, perché nel sorriso della Sua
Divina Provvidenza sparga tutta la piena delle Celesti Grazie della Maestà Sua,
dell’Augusta Consorte, Nostra Madre e Signora, e di tutta la Real Famiglia”.
Firmarono il documento Michele Giuva Sindaco, Giovanni Longo Giudice
Conciliatore, Francesco Morcaldi 1° Eletto, Federico Verna 2° Eletto, Sabatelli,
Del Grosso , Antonio Irani, Emanuele Bramante, Luigi D’Errico, Pasquale ,
Saverio Lombardi, Michele Collicelli, Gennaro Padovano, Benedetto Lisa, Vincenzo
Maresca Segretario.
Come si può notare le manifestazioni di
attaccamento alla dinastia reale si sprecavano. Le delibere riguardanti esiti di
spesa per i festeggiamenti del “giorno Natalizio di S.M. il Re (N.S.D. G)” o di
S.A.R. il Duca di Calabria et similia sono tutt’altro che rare. Ma erano
sentimenti del tutto sinceri? E’ fuor di dubbio che parte dei firmatari del
documento appena riportato possano essere stati condizionati dai tempi, che non
consentivano ad un decurione di tenere un diverso comportamento senza
attirare su di sé l’attenzione della polizia borbonica. I nemici e gli spioni
politici erano sempre in stato di allerta. Del resto il ricordo dei guai
passati dai quattro cittadini sangiovannesi trascinati in carcere da Emanuele
Sabatelli, che si erano rifiutati di firmare un analogo documento, doveva essere
ancora ben vivo. Poi le istruzioni repressive del Direttore della Polizia
Orazio Mazza, successore dell’ideatore delle famigerate liste degli attendibili
Pechenedda, impartite con una circolare diretta agli Intendenti e ai
Sottintendenti della Provincia, imponevano ai liberali cautela in ogni atto
della vita pubblica e privata.
Queste erano state le direttive del Mazza:
1. Vigilanza perenne sugli attendibili, ben rintracciandosi i loro
movimenti ed i loro comitati, le abituali loro riunioni, in quali siti
precisamente, e l’oggetto vero di esse;
2.
Quali attendibili sieno più frequenti nella lettura dei giornali, dove e quando
si leggano, quali discussioni si facciano; in qual senso si apprendano le
notizie, chi ne sia lo spacciatore;
3. Se
gli attendibili sieno in contatto con persone influenti, e quale ne sia la
ragione;
4.
Udire con circospezione i discorsi degli ecclesiastici;
5.
Esaminare se il partito dei realisti si vegga scoraggiato e, in questo caso
dargli appoggio;
6.
Seguirsi dappertutto i girovaghi, comici ecc. ed ogni individuo che, senza
oggetto ben noto, si trasferisca da un Comune all’altro;
7.
Vigilanza accortissima sulla corrispondenza da un comune all’altro;
8.
Fare minuto elenco di coloro che fanno uso di cappelli di strana foggia e di
barbe intere;
9.
Vedere quali case frequentino gli attendibili, specialmente la sera.
Di quelle parole di adorazione verso S.M. il Re
Francesco II, rimane comunque un amaro sapore, per essere state pronunciate
in nome del popolo sangiovannese, tenuto per più di un secolo dalla dinastia
borbonica nell’ignoranza più cupa, così come tutta la gente garganica. Sono
esse una prova di tradimento della parte retriva e conservatrice della
borghesia di allora, che non badava alle miserie altrui, curandosi solo di
conservare tutti i privilegi. Era, questo, un anacronistico, ottuso
atteggiamento di chiusura verso l’inarrestabile spirito di cambiamento che
animava ormai anche le assonnate contrade garganiche. Per quel cambiamento
uomini d’altro stampo, appartenenti alla stessa classe borghese, avevano lottato
e lottavano, rinunciando talvolta dignitosamente alla propria libertà, per la
libertà di tutti, guadagnandosi a pieno titolo l’appellativo di “galantuomini”.
Il governo borbonico era ben conscio che i
tempi erano ormai maturi per la resa dei conti e, temendo che le insurrezioni
esplodessero, prese severe misure di rigore. L’intendente di Capitanata
ricevette da Napoli questa significativa lettera datata 3 febbraio 1859 del
Ministero e Segreteria Reale di Stato della Polizia Generale:
“ Signore, mi viene riferito che il famigerato Garibaldi siasi clandestinamente
recato in Toscana, in unione di un certo Nino Bixio, di Genova, onde cercare di
riunire sei mila e più briganti col disegno di suscitare una rivoluzione in
Italia. E si aggiunge che la emigrazione ha ricevuto ordine di tenersi pronta
per tentare un colpo di mano ne’ Reali Dominii.
Io con la
massima riserva le comunico tali notizie, perché ella ne tenga il debito conto
ne’ provvedimenti di vigilanza che si esercita in luoghi di sua giurisdizione.
Ma mi è
d’uopo ad un tempo interessarla a tenere presente ciò che le dissi con circolare
degli 8 Novembre ultimo, n.18032, circa le precauzioni da usarsi ne’ casi di
simiglianti comunicazioni, onde evitare assolutamente qualsivoglia pubblicità ed
allarme. Mi accusi ricezione di questo foglio. F.to: Per il Direttore assente
Il Direttore del Ministero degli Affari Ecclesiastici e dell’Istruzione F.Scarpa.”
L’intendente, in via strettamente riservata,
partecipava il contenuto della missiva ai Sottintendenti di Bovino e San
Severo, al Commissariato di polizia e ai Giudici Regi del 1° Distretto, di
Casaltrinità, Lucera, Cerignola, Vieste, Monte Sant’Angelo, Manfredonia,
Volturara e San Bartolomeo in Galdo, raccomandando loro di raddoppiare la
sorveglianza nei luoghi di propria giurisdizione, affinché nulla sfuggisse
all’occhio della polizia per la tutela dell’ordine pubblico , “sacro dovere di
ogni fedele servidore del Re N.S. (D.G.)” . Poi continuava:
“Non manca fuor di noi germe di fazziosj, che invidiano la pace che in tutto e
per tutto ci procura la sapienza e l’amore del Re N.S. e Padrone (D.G.). Ella
quindi moltiplicando se stesso nella efficace vigilanza per le simpatie di
politica aberrazione, per la introduzione di estranei soggetti che possano
menomamente destar sospetti, per stampe e scritti, respingerà a tutt’uomo
risolutamente e con mezzi legittimi ogni possibile conato avverso all’ordine
pubblico ed alla salda fede che dobbiamo pura costante al migliore de’ Sovrani”.
La lettera esprimeva anche grande amarezza per
il comportamento di taluni funzionari che, con l’intento di scaricarsi di
responsabilità, comunicavano ai subalterni notizie altamente riservate sulle
misure da prendersi a salvaguardia dell’ordine pubblico. Al riguardo furono
avvertiti che facevano male i loro conti: la violazione del segreto rendeva
applicabili “provvedimenti di giusto rigore” del Real Governo, poiché si
contribuiva a fare “notevole pubblicità dei provvidi propositi della polizia
contra i tristi, che sempre occultamente minavano la tranquillità”
Processi a carico di Guglielmo
Fabrocini
Nell’anno 1859 Guglielmo Fabrocini e Salvatore
Vergura, si trovavano rinchiusi nel carcere di San Giovanni Rotondo. Il custode
denunciava al Giudice circondariale che nella sera del 18 febbraio i due erano
venuti alle mani con altri detenuti. La baruffa era avvenuta mentre, per
ammazzare il tempo, stavano giocando “a vino”. La discussione era continuata
nella casa del custode, degenerando in un diverbio. Nel trambusto i due, vennero
a sapere da Francesco Figliolia, figlio del custode, che la natura del loro
reato - stavano scontando una pena per reati forestali - li escludeva da
ogni beneficio derivante dall’ultima Indulgenza Sovrana. Al che erano irrotti in
parole irriguardose contro Re Ferdinando II:
- Si fotta isso e l’anima del Padre, che ha
cacciato questo indulto.
Secondo il racconto del carceriere, nella zuffa
il Fabrocini aveva percosso gravemente con una tavola del letto Gabriele Iardia
e Angelo Maria Franco. Il ferimento di quest’ultimo era avvenuto con la
compartecipazione del Vergura. Inoltre aveva infierito con percosse gravi per
gli accidenti contro Antonio Nardella.
Gli altri detenuti confermarono l’esposto del
Figliolia. Il Fabrocini e il Vergura invece negavano inutilmente ogni addebito.
Il 2 ottobre 1859 la Gran Corte Criminale di
Lucera sottopose a giudizio Biagio Cuciniello di Atripalta, Guglielmo Fabrocini,
“scribente”, di Biccari, e Matteo Latiano di San Marco in Lamis, già detenuti
politici, imputati di “fabbricazione e detenzione di distintivi settari” ,
ossia di “coppola tricolore”. Il misfatto era stato consumato nelle Carceri di
Lucera. Qui il Fabrocini stava scontando la pena detentiva inflittagli in un
primo giudizio della Commissione di Empara, per aver pronunciato “parole
oltraggianti la Sagra Persona del Re” durante il soggiorno nelle prigioni di San
Giovanni Rotondo. La seconda azione giudiziaria aveva avuto origine da una
relazione del custode delle carceri di Lucera al Capo della Polizia. Guglielmo
Fabrocini era stato sorpreso mentre calzava in testa l’odiata coppola.
Questa risultò essere stata acquistata dal Latiano, che, a sua volta, l’aveva
acquistata dal detenuto Cuccinelli (Cucciniello?). Il Cuccinielli dichiarò di
averla lavorata lui stesso.
Il giudizio riuscì favorevole per la scarcerazione del Latiano, con
conservazione degli atti in archivio. L’intendente, però, disponeva che lo
stesso fosse sottoposto ad attenta sorveglianza, in quanto aveva già subito
altri processi. Il Cuccinielli, che era una vecchia conoscenza della polizia,
restava in carcere, ma per altri carichi pendenti.
L’unico a rimanere nelle mani della polizia per
essere sottoposto al giudizio della Commissione di Empara, in relazione alla
specifica vicenda della coppola tricolore, fu il povero Guglielmo
Fabrocini che risulta “nativo di Biccari e domiciliato a San Giovanni Rotondo,
attendibile politico molto attivo, di idee liberali”. Lo ritroveremo tra i
martiri del 23 ottobre 1860.
Commovente è questa sua supplica all’Intendente
di Capitanata:
“A Sua Eccellenza D. Raffaele Guerra
Commendatore Cavaliere Intendente di Capitanata - Guglielmo Fabrocini
domiciliante in San Giovanni Rotondo, si spera intenerire il cuore di V.E. col
sol farle presente che sono undici mesi che languisce nel Carcere di Lucera, e
con una povera giovane moglie, esposta alle indiscretezze di ognuno, senza
riguardo, e con quattro teneri figli, senza mezzi di vita, perché voglia nel
benefico Cuore liberarlo dalla empara di polizia, e restituirlo così alla
infelice famiglia.
Il Cuore
di V.E. è grande nel beneficare, epperò s’ispera il supplicante la domandata
grazia. Lucera, 24 Novembre 1859. F.to Guglielmo Fabrocini Supplicante come
sopra”.
Il trattamento carcerario riservato dai borboni
ai detenuti per reati politici era impietoso. Può essere utile, per averne
un’idea, leggere le note di Saverio Barbarisi, liberale moderato di Foggia,
tratte dalla suo “Costituto”, riguardante una pena detentiva scontata
prima della sua elezione a deputato del Parlamento napoletano:
“Per più ore fummo costretti a rimanere all’aria aperta sulla porta di quel
castello, e quell’umido e quel freddo mi rappigliarono in modo che io fui presso
a morire. Introdotti nel castello, fummo ricevuti in mezzo ad una fila di
soldati, regolati da diversi ed a stenti, poggiando e trascinato dai signori
Pica e Leopardi, potetti giungere alla spianata del castello. Ci condusserro poi
in un sotterraneo; quindi fummo perquisiti scrupolosamente: ci tolsero quanto
avevamo in danaro, gli orologi ed anche i libri, e, a me, pure gli occhiali. Era
forse formalità ciò che si faceva, ma ci produsse un senso straordinario. Dopo,
io e il marchese Dragonetti fummo chiusi in un criminale, che aveva piccola
apertura nel grosso di un muro, e i signori Pica e Leopardi in un altro
criminale che un’apertura aveva sulla porta sporgente nel sotterraneo. Ci
lasciarono un lume di creta a terra, e, dopo circa due ore, le porte si
aprirono, ed i soldati svizzeri ci portarono dei paglioni da soldato ed un cato
d’acqua. Niuna parola ci si disse, e fummo nuovamente chiusi.
Chi ha
un’anima cristiana, un sentimento umanitario può immaginare quale nottata
passammo. Quel trattamento strano, così feroce ci portava a credere che mire
funeste vi erano su noi. Perché tanto rigore? perché tanta oppressione?
dicevamo. Che abbiamo fatto? qual’è la nostra colpa? La mattina del 20 ottobre,
sul tardi, furono aperte le porte del sotterraneo e quelle dei criminali per
farvi la pulizia. Io e gli altri, come larve, reclamammo l’appoggio delle leggi
per la nostra innocenza, ed a stenti potemmo ottenere di rimanere tutti quattro
nel sotterraneo, che altra luce non aveva che uno spiraglio su nell’alto del
muro del castello. In quel sotterraneo rimanemmo quindici giorni; niuna
comunicazione potemmo avere coi nostri, e tutto si passava con l’opera del
comandante, dei suoi ufficiali e sergenti-custodi. Era proibito di parlarci, né
potevamo fare domanda ad alcuno pei nostri bisogni, se non all’uffiziale di
guardia. Il comandante pensò al nostro trattamento, ma coi nostri denari; e,
dopo i quindici giorni, da quel sotterraneo fummo trasportati in una stanza al
piano del castello, ove rimanemmo: Pica fino al giorno 10 novembre 1849,
Dragonetti e Leopardi sino al 24 giugno 1850, ed io sino al 14 luglio dello
stesso anno; ed intanto ci fecero scendere a S. Francesco, perché Dragonetti e
Leopardi erano gravemente malati, ed io quasi morente.
In tutto
il tempo che noi rimanemmo a S. Elmo ogni comunicazione coi nostri ci fu
impedita, ed io una volta sola, dopo otto mesi, potetti per mezz’ora circa
vedere mia moglie. Noi eravamo guardati a vista da diverse sentinelle; niuno dei
nostri custodi poteva dirigerci una parola; le biancherie, e tutt’altro ci
occorreva, venivano per mezzo del comandante; e si giunse alla barbarie di
dettarci le lettere che dovevamo ai nostri scrivere. Così e non altrimenti. A
dare vie più una idea di quello stato di oppressione è uopo far sapere che due
volte la settimana veniva a raderci la barba un barbiere , che serviva il
maggiore del castello. Quando costui veniva, le porte si aprivano, e l’uffiziale
di guardia si sedeva nella stanza senza dirigerci neppure la parola: due
sergenti-custodi si mettevano sulla porta con la sentinella, che vi entra
sempre, ed un sergente svizzero si piazzava a fronte del barbiere. E questa
vigilanza era sì triste, che, temendo di compromettere il barbiere e noi stessi,
ci facevamo la barba con gli occhi chiusi. Dopo qualche tempo ci permise di
respirare in qualche ora del giorno l’aria aperta, e ci fu designato uno spazio,
in cui potevamo passeggiare; oltre le due sentinelle, che avevamo sempre alla
porta ed alla finestra della nostra stanza con cancelli di ferro, se ne
mettevano altre sette lungo il luogo designato: s’impediva ogni contatto, e
niuno poteva passare ove noi passeggiavamo. Qual rigore! e perché?... S. Elmo è
un luogo umidissimo, e la stanza in cui eravamo, dava un puzzo oltremodo nocivo.
L’inverno dell’anno 1849, come la primavera del 1850, fu oltremodo rigida, ed
io, più degli altri soffrii. Ho perduto quasi l’udito, e i pochi denti, che mi
erano caduti. All’età di anni settanta, la mia detenzione illegale a S. Elmo
dovea farmi morire; ma la mia fede in Dio mi tenne ancora in vita”.
Dopo l’armistizio di Villafranca e la pace di
Zurigo le insurrezioni e la costituzione di governi provvisori negli ex Stati
dell’Italia centrale portarono alla loro annessione al Regno di Sardegna
(plebisciti dell’11 e 12 marzo 1860). Questo cedeva Nizza e Savoia alla Francia
(aprile 1860), generando l’accorata protesta di Garibaldi.
La questione ora si poneva in termini nuovi. Il
Cavour, temendo che il movimento si evolvesse a favore dei democratici ed a
scapito del progetto monarchico-unitario, optò per una soluzione unitaria che
abbracciasse tutto il territorio della penisola. Molti repubblicani e
mazziniani, infatti, avevano lasciato la Società Nazionale per confluire in un
movimento capitanato da Garibaldi, il Partito d’Azione, non dichiaratamente
repubblicano, ma di tendenze democratiche, contrario all’aiuto dello straniero
e deciso ad un’azione unitaria e rivoluzionaria autonoma dalla diplomazia.
Diversamente dalla Società Nazionale, il piano insurrezionale del Partito
d’Azione aveva come campo d’azione il Mezzogiorno d’Italia dove, dopo il tragico
tentativo di Pisacane, contava di rovesciare il regime borbonico con un’azione
condotta dall’esterno. Qui Francesco II era succeduto a Ferdinando I, morto nel
1859. Il nuovo sovrano aveva ereditato un regno isolato sul piano politico
internazionale, governato da una classe dirigente che che risentiva della
mancanza degli uomini migliori, esiliati o in carcere. Le rivolte contadine
erano pronte ad esplodere a causa del malcontento e della miseria imperante
nelle campagne.
Gli ultimi mesi del Regno Borbonico
I fermenti rivoluzionari siciliani fecero
rompere ogni indugio al partito d’azione. Veniva organizzata la spedizione che
portò allo sbarco dei Mille dell’11 maggio 1860 a Marsala: mille e ottantotto
uomini d’ogni ceto sociale ed una donna, per tre quarti settentrionali, davano
il via all’ultimo tragitto del cammino unitario. L’Intendente Duca Di Bagnoli
diramava alle autorità di polizia della provincia di Capitanata una scheda
segnaletica con fotografia del “famigerato” Giuseppe Garibaldi.
A Salemi Garibaldi assumeva il titolo di
“dittatore, in nome e per conto di Vittorio Emanuele II”. Le fila del piccolo
esercito si ingrossavano dopo la battaglia di Calatafimi. Il clima
rivoluzionario nell’isola crebbe. La vittoria di Milazzo del 20 giugno segnò
la liberazione della Sicilia dal dominio borbonico. Per la dinastia borbonica i
giorni erano ormai contati. Il 25 giugno 1860 Francesco II compiva l’estremo
tentativo di arrestare l’insurrezione ripristinando la costituzione del 1848.
Il 27 giugno l’intendente ne dava l’annuncio alle popolazioni della
Capitanata con questo manifesto:
“Intendenza della Provincia di Capitanata.
L’intendente della Provincia si affretta a pubblicare il seguente Atto
Sovrano di Sua Maestà il Re N.S.
“
Desiderando di dare ai nostri amatissimi sudditi un attestato della Nostra
Sovrana benevolenza , ci siamo determinati di concedere gli ordini
Costituzionali e rappresentativi nel Regno, in armonia co’ principi i Italiani
e Nazionali, in modo da garantire la sicurezza e prosperità in avvenire, e
stringere sempre più i legami che ci uniscono ai popoli che la Provvidenza ci ha
chiamato a governare.
A questo
oggetto siamo venuti alle seguenti determinazioni:
1.°
Accordiamo una generale amnistia per tutti i reati politici sino a questo
giorno.
2.°
Abbiamo incaricato il Comm. D. Antonio Spinelli della formazione di un nuovo
Ministero, il quale compilerà nel più breve termine possibile gli articoli dello
Statuto sulle basi delle istituzioni rappresentative Italiane e Nazionali.
3.° Sarà
stabilito con Sua Maestà il Re di Sardegna un accordo per gli interessi comuni
delle due Corone in Italia.
4.° La
Nostra Bandiera sarà d’ora innanzi fregiata dei colori Nazionali Italiani in
tre fasce verticali, conservando sempre nel mezzo le armi della Nostra Dinastia.
5.° Quanto
alla Sicilia accorderemo analoghe istituzioni rappresentative che possono
soddisfare i bisogni dell’Isola, ed uno de’ principi della Nostra Real Casa ne
sarà il Nostro Vice-Re.
Portici 25
giugno 1860 - Firmato - FRANCESCO”
L’Intendente pieno di ammirazione per la docilità degli abitanti di questa
Provincia, vive sicuro che scorgendo essi sempre più assicurata la pace e
l’accordo Italiano, tutti si riuniranno intorno al Real Trono del Nosto Re (
D.G. ) con i sentimenti di devozione e riconoscenza, e fruiranno delle
concessioni Sovrane con maggiore moderazione per mostrarci degni e meritevoli di
goderle. Foggia 27 giugno 1860. L’Intendente Duca di Bagnoli”.
Verso la fine dello stesso mese di giugno
l’Intendente Nazario Sanfelice Duca di Bagnoli, assistito dal Segretario
Generale Francesco Farchi, in ottemperanza agli ordini del Ministro della
Polizia Generale diramati il 15 dello stesso mese, si accinse a bruciare
personalmente le liste dei cosiddetti attendibili in politica , “affinché
non se ne avesse alcuna traccia”. Le liste, trasmesse dai Giudici Regi
circondariali, si tramutarono in pugni di cenere, come attestano i verbali di
distruzione. Il giorno 23 giugno furono bruciate le liste inviate dai Giudici
Regi circondariali di S. Bartolomeo, Cerignola, Orta e Monte Sant’Angelo. Detta
distruzione, apparentemente correlata all’amnistia concessa con la
pseudo-costituzione del 24 giugno, sembra essere stata il frutto di una sottile
strategia politica se si considera che le liste avrebbero potuto fornire al
Governo unitario un lungo elenco di persone di sicura fede antiborbonica. Invece
molti soggetti retrivi, favorevoli al ritorno di Francesco II, furono lesti ad
indossare la veste annessionista, occupando le cariche pubbliche più importanti.
Malgrado la nuova costituzione, le insurrezioni
nel Regno non si frenarono. Il Duca di Bagnoli ammonì con parole garbate la pur
tranquilla popolazione di Capitanata, affinchè non intraprendesse iniziative
atte a turbare la pubblica quiete, spingendosi a proibire perfino i
frastuoni...., ancorché cagionati da gioia , che oltre a dare un
gran dispiacere a S.M. Francesco II, avrebbero reso legittimo l’intervento
delle forze militari:
“Intendenza della Provincia di Capitana. Perché possano attuarsi, e
godersi tutti i vantaggi delle istituzioni Costituzionali è più che mai
necessario l’osservanza delle Leggi e la maggiore moderazione, facendo tacere
anche i giusti particolari rangori , e lasciando che le Leggi medesime possono
punire qualunque passato fallo. Questi principii sono stati ritenuti Sacrosanti
da tutti i popoli Italiani, ed hanno considerato come nemici delle istituzioni
anzidette coloro che tentassero di avvolgerle nel disordine.
L’intendente della Provincia ammiratore delle virtù cittadine de’ buoni abitanti
di essa e grato sempre alle tante ripruove di bontà che si son degnati di
onorarlo, sarebbe addoloratissimo se con qualche opponente frastuono ancorché
cagionato da gioia, venisse disturbata la quiete dei pubblici cittadini, ed
abbia questa Provincia comparire meno dignitosa di tutte le altre del Regno, e
della nostra Italia intera, quindi si crede nella necessità di ordinare:
Articolo 1.° - Qualunque attruppamento nelle strade è vietato come sono
vietati i gridi e i canti nelle strade medesime ancorché di gioia.
Art.
2.° - Chiunque ha motivo di dolersi di qualunque Funzionario si compiaccia
presentare reclamo , a cui subito sarà dato corso.
Art.
3.° - La Guardia Nazionale è incaricata di disperdere con bel garbo
qualunque attruppamento, o reprimere qualunque grida, o canto nelle strade, ove
non possa riuscirvi giusta l’accordo col Comandante della Provincia verrà in
ausilio la forza militare, e dopo tre intimazioni con garbo, ove non venissero
ubbidite, farà disperdere la folla, procedendosi contro i renitenti ed autori
del tumulto sempre a norma di Leggi. Foggia 23 luglio 1860. L’Intendente Duca
di Bagnoli”.
Nel mese di agosto l’esercito garibaldino
superò lo stretto di Messina, puntando su Napoli. Alla sua avanzata,
agevolata dalle insurrezioni nelle varie province, l’esercito borbonico si
disgregò senza opporre una valida resistenza. Il 6 settembre Francesco II, con
la moglie Sofia e le sue truppe più fedeli, si rifugiò nella fortezza di Gaeta,
subito circondata dai piemontesi. Ne seguì un lungo assedio, accompagnato da
continui, feroci e discutibili cannoneggiamenti. L’accanimento con cui si
infierì sui vinti, che potevano essere presi benissimo per fame, adombra tutta
l’azione militare.
Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi fece il
suo ingresso nella città partenopea, accolto da una folla entusiastica e
plaudente. Con una lettera del 10 settembre 1860 il Consigliere d’Intendenza
Pietro de Luca comunicò la notizia a tutti i Sindaci della Capitanata. Le
manifestazioni di giubilo si moltiplicarono in tutto il Regno, con modalità
pressoché identiche. La festa trovò il culmine nelle chiese matrici dei vari
paesi, col canto del Te Deum e l’abbattimento di effigi e stemmi
borbonici, sostituiti dai ritratti del Re Galantuomo e dell’invitto Garibaldi,
illuminati come Dei dalle fiammelle dei ceri. A Rignano Garganico, piccolo
comune a qualche miglio da San Giovanni Rotondo, il corpo sociale diede esempio
di unità e concordia. Il Sindaco Gioacchino Piccirilli così descrive
l’avvenimento:
“Signor Intendente, ieri l’altro fu qui giorno consacrato ad una festa popolare,
nella quale convennero il Municipio, il Clero, Galantuomini, la Guardia
Nazionale, i proprietarii, il popolo intero; e ciò avvenne per esprimere i più
cari unanimi e divoti sentimenti al nostro glorioso Re Vittorio Emanuele, ed
all’immortale Dittatore delle Due Sicilie, l’Invitto Giuseppe Garibaldi, e nel
ciò narrarle, o Signore, è mio debito tesserle un circostanziato racconto di ciò
che fu praticato.
Alle
ventun’ora italiane dietro antecedente inviti, il replicato suono de’ sacri
bronzi fu il segnale che la Guardia Nazionale si misero in arme, il Municipio si
raccolse nella Cancelleria Comunale col Supplente Giudiziario, il Clero, col
benemerito Arciprete raccolti nel Sacro Tempio prepararono l’occorrente per la
sacra cerimonia. Quindi spiegate diverse bandiere nazionali italiane le
pubbliche autorità mossero dal luogo ove si erano riunite e messasi in capo
alle Guardie Nazionali si recarono in Chiesa , e quando tutti presero il loro
posto l’inclito Arciprete ornato delle ricche vesti sacerdotali intuonò il
Tedeum fra uno sparo continuato. Terminato il canto dell’Inno Ambrosiano
s’invocò dall’Arciprete che nelle sacre preci di Dio Santissimo degli eserciti
ricadessero le Celesti benedizioni sul Nostro Re Vittorio Emanuele, e sopra
l’Immortale Dittatore Giuseppe Garibaldi, fra gli applausi di una inesprimibile
e commovente gioja benedicendosi puranche la Italica bandiera sotto il quale
Vessillo moveva la Guardia Nazionale. Così terminava la cerimonia religiosa, ed
uscite dalla Chiesa le pubbliche Autorità e le Guardie Nazionali accompagante
dal popolo festante percorsero tutto l’abitato fra le mille e mille ripetute
Evviva Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi, e questo fu prolungato fino alle
tre ore della notte, ed innanzi a’ quadri di Vittorio Emanuele e Giuseppe
Garibaldi messisi a bella posta sulla facciata del muro ove è sito il corpo di
Guardia Nazionale con torce di cera accesi.
Ed il
tutto fu praticato amorevolmente e concordemente da ogni classe di persona
mostrandosi tutti rispettosi alle pubbliche Autorità senza esserci stata
irriquietezza alcuna.
Passo
tutto ciò a di Lei conoscenza affinché si compiaccia far sentire di quali nobili
sentimenti questo piccolo paese è animato, e come grato si mostra ed affezionato
pel nuovo suo Re e pel Redentore d’Italia. F.to Il Sindaco G. Piccirilli.”
A Sannicandro, divulgatasi in un baleno la
notizia dell’ingresso in Napoli dell’eroe nizzardo, i festeggiamenti iniziarono
alle ore 22 del giorno 10 settembre. Il sindaco Angelo Palmieri riferisce:
“... cittadini d’ogni ceto preceduti dalla Sabauda Bandiera in bella mostra,
percorsero la via della Città festanti dalla gioia, e gridando a più non posso
Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia - Viva Garibaldi liberatore degli oppressi
- Viva l’Italia una.
Questa
dimostrazione durò tutta la notte seguente, rischiarata da lumi spontaneamente
messi a’ balconi e finestre d’ogni classe di cittadini. E’ inutile il dire che
in tanta esultanza, l’ordine non venne menomamente alterato, dacché questa
popolazione era da molto tempo preparata a quest’atto solenne, e solo con
impazienza ne attendeva il segnale. Ella vorrà degnarsi prendere atto di tale
adesione, e contemporaneamente rendere consapevole all’Angelo di Calatafimi,
acciò sappia, che la Città di Sannicandro vuol essere unita alla grande famiglia
Italiana, e seguirne le sorti sotto lo scettro del Re Galantuomo”.
A San Giovanni Rotondo
non si canta il Te Deum
A San Giovanni Rotondo le cose andavano
diversamente. Il sindaco Vincenzo Cafaro aveva ricevuto la notizia dell’ingresso
di Garibaldi nella città partenopea con un foglio a stampa del 10 settembre. La
popolazione aveva dato subito segnali positivi, letiziando e festeggiando
ordinatamente per le strade. Il sindaco, sollecitato dagli stessi cittadini,
dispose il canto dell’Inno Ambrosiano nella Chiesa S. Leonardo per le ore 16 del
giorno 13 settembre. L’arciprete Don Ludovico Bramante accettò senza riserve di
solennizzare l’evento con tutto il Capitolo. “Il festeggiamento tra le più
solenni pomposità veniva (...) annunziato e cominciato col suono de’ Sacri
Bronzi della Chiesa anzidetta, ove si doveva convenire. Fremente era la
popolazione in questa mane di assistere alla solenizzazione della Pjissima Sacra
funzione; e le autorità tutte congregate sulla casa del Comune per avviarvisi,
mentre il tamburo già convocava e riuniva la forza alle armi, anche di seguito
al Corpo Municipale composto pure dalle altre Autorità (per) fare l’anziato
ingresso nel Sacro Tempio...”. Ma tutto si “paralizzò istantaneamente” nel
mattino del 14. L’arciprete, prendendo “sotterfugi non lodevoli”, ritirò
l’adesione del giorno prima. Il Bramante si giustificava dicendo che “non era
ancora munito di alcun permesso dell’Ordinario”. Il primo cittadino
sangiovannese, fortemente preoccupato per le “soffocanti alenanti aspettazioni
del pubblico”, cercò di prendere tempo e per ammansirlo allungò i festeggiamenti
di tre giorni: la sacra funzione fu spostata al sabato successivo. Poi rapportò
tutto al Governatore pregandolo di prendere contatti con l’Arcivescovo di
Manfredonia, Vincenzo Taglialatela, “ad evitare qualsiasi inconveniente nel
paese, che la mercé di Dio era stato sempre tranquillo”.
Ma l’arciprete fu irremovibile costringendo il sindaco Cafaro a scrivergli una
lettera, datata 19 settembre:
“Sig. Parroco, si è già disteso l’indirizzo adesivo all’attuale Governo
dell’Invitto Dittatore Generale Garibaldi e del Magnanimo Immortale Vittorio
Emanuele Re d’Italia (Iddio guardi le loro persone). L’atto anzidetto è a nome
dell’intero Municipio, e sottoscritto già da tutte le classi, meno sino al
momento dal Capitolo da Lei retto; non ostante Ella avesse impegnata la
Sua parola su questa Casa Comunale. Epperò Ella perdonerà che io la solleciti
allo adempimento assieme allo intero Clero, perché ogni istante di ritardo allo
invio di un atto della più alta comune doverosità importerebbe la più segnalata
mancanza”.
L’atteggiamento palesemente antiliberale
dell’arciprete trovano una spiegazione in ordini venuti dall’alto. Infatti
quando il Governatore chiese all’arcivescovo V. Taglialatela di porre fine ai
sotterfugi dell’arciprete, da Manfredonia non partì alcuna direttiva favorevole.
Anzi, il prelato gli spiegò che nella ricorrenza di feste civili il Te Deum era
stato cantato sempre e solo dopo l’ordine diretto del Ministro del Culto.
Pertanto, gli arcipreti dovevano restare in attesa che fosse loro partecipato
detto ordine. Al sindaco Cafaro non restò altro da fare che scongiurare
l’Intendente di non venir meno ad un “dovere scrupoloso” e di andare incontro ad
un desiderio “non solo suo ma di tutta la popolazione”.
Nel frattempo, in via del tutto riservata, l’arcivescovo proibiva tassativamente
al Bramante di appoggiare in qualunque modo il nuovo governo:
“Signor Arciprete, i Capitoli ed i Cleri sono subbiti (sic) da chi li governa, e
non debbono firmare carte di adesione a chicchessia. Veda Ella sopra i fogli, e
troverà gli indirizzi a nome dei Municipii non già a nome dei Cleri. Esporrà tal
mia volontà al Sindaco. Porgerà i miei distinti. F.to L’Arcivescovo Vincenzo”.
“E’ necessario precisare che non solo nel meridione, ma anche negli altri Stati
occupati dall’esercito piemontese, il clero era decisamente all’opposizione
seguendo le istruzioni che provenivano dal Vaticano, tramite la S. Penitenziaria
Apostolica; ad ogni domanda la risposta era sempre negativa. Ecco le principali:
-
Se sia lecito cantare il Te Deum in occasione della promulgazione
dell’intruso Governo: negative.
-
Se possa recitarsi nella messa la colletta pro Rege: negative.
-
Se si possa partecipare alle funzioni religiose nell’anniversario dello
statuto: negative.
-
Se sia lecito illuminare le proprie abitazioni in occasione della
inaugurazione del nuovo governo: negative.
-
Se il Clero possa invitare l’Autorità di Governo:
negative.
-
Se sia lecito arruolarsi alla Guardia cittadina o nazionale: negative.
-
Che dirsi di quei soldati, contro la loro volontà coscritti? Risp. Se
sforzati, sopportino, purchè “animo parati sint eam desèrere quam primum
pòterunt”. Siano preparati appena possono a disertare.
-
Se sia lecito ai parrochi dare l’elenco richiesto per la leva militare e
Guardia Nazionale. Risp. Negative et quatènus per vim libri auferantur,
passive, se habeant”. Negativamente e se i libri sono asportati con la
prepotenza, si comportino passivamente.
-
Se sia lecito il giuramento di fedeltà al Re:
negative.
-
Se possa amministrarsi la ss. Eucarestia ai censurati senza essersi
debitamente riconciliati: negative.
-
Se venisse a morire uno dei sudditi, debba lo stesso privarsi della
sepoltura e delle esequie? Risp. Sacerdotes ad exequia et ad sepulturam, ullo
modo concurrant. Ossia: il sacerdote non partecipi né alle esequie e neppure
alla sepoltura.
Datum
Romae in S. Poenitentiaria die 10 decembri 1860.
Una copia trovasi nell’archivio della commissione parlamentare d’inchiesta sul
brigantaggio del 1863, mentre l’originale fa parte del processo a carico di
monsignor Frascolla”.
Anche se è il documento è di poco successivo ai
fatti reazionari sangiovannesi, le direttive precedenti non si dovettero
discostare di molto da queste, obbligando il Clero a tenere un contegno
fortemente illiberale.
Pervengono folgoranti
notizie dal fronte
L’abilità diplomatica di Cavour, timoroso della
formazione di una repubblica mazziniana nel Centro Sud, procurò l’assenso di
Napoleone III ad un intervento dell’esercito piemontese, per evitare che
l’impresa garibaldina desse uno sbocco rivoluzionario alle vicende politiche
italiane. Il comando delle forze militari era affidato ai generali Cialdini e
Fanti, che penetrarono nelle Marche. Il 18 settembre Cialdini aveva la meglio
sulle truppe pontificie a Castefidardo, mentre Ancona si arrendeva il giorno 18
dello stesso mese. Sull’altro fronte, il 1° di ottobre, l’esercito Garibaldino
sconfiggeva definitivamente quello borbonico nella battaglia del Volturno,
mettendo così fine al dominio borbonico nel Regno delle Due Sicilie.
Il Ministro dell’Interno della Dittatura,
attraverso il Governatore facente funzioni Pietro De Luca, fece pervenire a
tutti i sottoposti la formula di giuramento di “fedeltà ed obbedienza a
Vittorio Emanuele Re d’Italia e suoi successori” da sottoscrivere in apposito
verbale.
Il 2 ottobre il Ministro dell’Interno e della
Polizia comunicava una serie di telegrammi ai Governatori delle Province, perché
fosse data la maggiore pubblicità possibile:
“Il Generale
Sirtori al Segretario Generale Napoli. Abbiamo vinto su tutta la linea. Una
colonna di Regi isolati è presso Caserta, speriamo di farla tutta prigioniera.
Da Santamaria ore 10.54 p.m.”.
“Il Generale Turr al Ministro
della Guerra di Napoli. Inviatemi munizioni per obici da sei. Questa mattina
abbiamo staggiato i Regi, i quali si trovano fuori di S. Tammaro, abbiamo fatti
varii prigionieri. In tutta la linea di S. Maria nulla di nuovo. I nostri
avamposti sono vicino Capua, qui adesso non si è osservato nessuna mossa di
Regi, anche in S. Angelo tutto è tranquillo. La munizione vi chiedo per i pezzi
presi ieri dai regi. Da Santamaria 2 ottobre, ore 12.15 p.m.”.
“Frate Pantaleo Cappellano di
Garibaldi al Signor Ministro della Guerra Cosenz Napoli. I nostri sono sotto le
mura di Capua già da ieri sera. Un residuo dell’orda borbonica sbandato tentava
un’ora addietro entrare in Caserta, è stato valorosamente respinto dai nostri.
Io proseguo il mio cammino verso Caserta. Da Maddaloni 2, ore 12.40 p.m.”.
“Il Generale Orsini al Ministro
della Guerra Napoli. I Regi sono stati respinti da Caserta. Il Generale
Dittatore, il Generale Bixio ed il Brigadiere Sacchi chiudono loro qualunque
ritirata. In S. Maria e S. Angelo nessuna azione. Da Caserta 2, ore 1,30 p.m.”.
“Da Caserta 2, ora 1,30 p.m. Il
Generale Turr al Segretario Generale della Dittatura Napoli. I Regi furono
rigettati da S. Tammaro nella Fortezza, però hanno derubato tutto ed incendiato
le case. In tutta la linea non vi è nulla di nuovo. Santamaria 2, ora 1.30
p.m.”.
“Il Brigadiere Assante al
Ministro della Guerra Napoli. Il Generale Dittatore insegue sempre più e taglia
i nemici su tutti i punti sopra Caserta. La mia Brigata ha fatto prodigi di
valore, ma ha pur sofferto. Specchi è stato ferito. Sgherillino del 2°
Bersaglieri è stato di pari leggermente ferito. Il Capo Battaglione Bonet ha
fatto col suo Battaglione finora 60 prigionieri. Insomma la colonna nemica è in
piena rotta. Da Caserta 2, ore 2 p.m.”.
“Il Generale Sirtori al
Ministro della Guerra Napoli. Fra due ore arriveranno a Napoli circa duemila
prigionieri Regi. Manderà alla Stazione la Guardia Nazionale per riceverli.
Caserta 2, ore 3,50 p.m.”.
La popolazione garganica, quasi tutta
analfabeta, seguiva gli sviluppi degli eventi per bocca delle persone colte.
Tra queste vi era chi dava notizie del tutto opposte a quelle riportate nei
pubblici manifesti sottoscritti dal Governatore della Provincia , una nuova
figura politica che nel frattempo era venuta a sostituire quella
dell’Intendente, della tramontante epoca borbonica. Gaetano del Giudice fu
messaggero di notizie folgoranti:
“ Cittadini! In punto ne giunge
l’annunzio ufiziale della resa di Ancona. Il Generale Lamoriciere con la
Guarnigione è prigioniero. Lo scoppio di una mina si è sventato per
l’avvedutezza e valore de’ nostri fratelli Piemontesi. Nelle Marche tutto è
entusiasmo pel Re Galantuomo. Gridiamo tutti concordi. Viva l’Italia. Viva
Vittorio Emanuele. Viva il Dittatore. Il Governatore Gaetano del Giudice”
“Cittadini! Mi giungono i seguenti
telegrammi:
Il Segretario Generale della
Dittatura a tutt’i Governatori delle Province
1.° Ottobre, ora 10. 54
minuti p.m. Abbiamo vinto su tutta la linea. Una colonna di Regi isolati è
presso Caserta. Speriamo di farla tutta prigioniera.
2 Ottobre, ora 1. 30 p.m.I
Borbonici sono stati respinti da Caserta. Il Generale Dittatore, il Generale
Bixio ed il Brigadiere Sacchi chiudono loro qualunque ritirata.
2 ottobre, ore 2. p.m.Il
Generale Dittatore insegue sempre e taglia i nemici in tutt’i punti sopra
Caserta. Finora la colonna nemica di circa ottomila è in piena rotta.
2 ottobre, ore 5. p.m.Abbiamo
fatto duemila prigionieri, che partono per Napoli. Ordinate alla Guardia
Nazionale che vada a riceverli. Foggia, 2 Ottobre 1860. ore 11 1/2 p.m. Il
Governatore Gaetano del Giudice”
“Cittadini! I nostri voti sono
compiuti. S.M. il Re Vittorio Emanuele è entrato negli Abruzzi, e si avvia nel
cuore del Reame, alla testa dell’Esercito, Egli duce supremo, capitani Fanti e
Cialdini. L’Italia e’ fatta. Questa
terra prediletta da Dio ha scossa la polvere del sepolcro, ed esce armata fra le
Nazioni. Vedrà, vedrà l’Europa che cosa importi all’avvenire della Umanità il
Risorgimento della Donna latina. Nelle tradizioni italiche andranno imperituri i
Nomi di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di Cavour, e di cento altri che diedero
esempio longanime di fede e di coraggio. Benedetti i ceppi e le catene che
fruttarono sì lunga messe di glorie, e benedetto Iddio che volle esaudito il
lungo ed affannoso desiderio di mille generazioni.
Foggia, 6
Ottobre 1860. ore 8 p.m. Il Governatore Gaetano del Giudice”
continua
ASF, pol., s. I, b. 179, fasc. 1962. Nota del Segretariato ed Alta Polizia
n. 1047 del 3 febbraio 1859.
ASF, s. I, b. 179, fasc. 1962. Lettera del 5 febbraio 1859.
Cfr. T. Nardella, Un
democratico foggiano: Saverio Barbarisi, in “Democrazia e Mazzinianesimo
nel Mezzogiorno d’Italia”, 1831-1872, Genève, 1975, pp. 213 e segg.
ASF, pol., s. I, b. 181, fasc. 1997. Manifesto.
ASF, pol., s. I, b. 180, fasc. 1994. Nota n. 561 all’Intendente del 18
settembre 1860.
ASF, pol., s. I, b. 182, fasc. 2024. Nota n. 482 del 13 sett. 1860 del
Sindaco Vincenzo Cafaro all’Intendente.
Archivio della Parrocchiale S. Leonardo di San Giovanni Rotondo (d’ora in
poi APSL), fasc. 35, n. 35. Documentazione varia, lettere politiche
sulla condotta del Clero nelle rivoluzioni del 1860.
ASF, pol., s. I, b. 182, fasc. 2024. Il documento è presente anche
nell’Archivio della Parrocchia S. Leonardo tra la Documentazione varia e
lettere politiche sulla condotta del Clero (fasc. 35, n. 35).
APSL, fasc. 35, n. 35. Documentazione
varia, lettere politiche sulla condotta del Clero nelle rivoluzioni del
1860.
www.padrepioesangiovannirotondo.it
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