Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo III - prima parte

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

L’azione garibaldina e le prime

mosse reazionarie Garganiche

L’attentato a Ferdinando II e il processo agli attendibili sangiovannesi

L’8 dicembre 1856, giorno dell’Immacolata Concezione,  il giovane militare idealista calabrese Agesilao Milano, uscito dalla riga di soldati schierati davanti a Ferdinando II, attentò alla sua vita. Il monarca rimase leggermente ferito da un colpo di baionetta, deviato provvidenzialmente dalla fondina della pistola. Per evitare che la cosa potesse essere notata dai presenti, generando disastrose conseguenze, il re continuò imperterrito ad assistere alla sfilata, mentre l’attentatore veniva arrestato, invitando i pochi che si erano accorti della faccenda a stare calmi e a mantenere il silenzio. Condannato a morte, il Milano fu impiccato cinque giorni dopo l’attentato. Egli non ebbe a pentirsi del suo gesto, lungamente meditato. Prima di morire volle puntualizzare che non era un pazzo; ma che il suo braccio era stato guidato dal vivo desiderio di sopprimere un tiranno.

Nelle chiese del Regno si cantò il Te Deum per lo scampato pericolo e si moltiplicarono manifestazioni di attaccamento all’adorato Sovrano. Le amministrazioni municipali indirizzarono al Re messaggi augurali. I decurioni sangiovannesi non furono da meno. Ma alcuni attendibili non vollero sottoscrivere il documento, contenente parole di adorazione dirette a colui che consideravano nemico e tiranno. La loro ripugnanza si scontrò con la fedeltà dei realisti. Tra questi ultimi c’era D. Emanuele Sabatelli,  che manifesterà nel 1860, con sadica determinazione,  il suo nefasto attaccamento al Re borbone. Egli appuntò sul taccuino i nomi degli autori del “gran rifiuto” per tirarli fuori durante il processo di Lucera del 1858. Trattavansi di D. Federico Perreca fu Giustino, farmacista, D. Raffaele Paduano (Padovano) fu Nunzio, notaio, D. Giuseppe Lombardi fu Michele, medico. Costoro, su denuncia del detto Sabatelli, furono successivamente incriminati di “associazione illecita al vincolo segreto” e di “voci allarmanti contro il Real Governo”, insieme ai concittadini D. Achille Giuva fu Giuseppe  (farmacista), D. Luigi Lombardi fu Michele, (medico), D. Michele Giuva, D. Nicola Cascavilla, D. Michele Carrabba e D. Leandro Giuva (proprietari).

Così Giosuè Fini riassume i fatti rilevati dagli atti processuali:

“Nella Farmacia di Achille Giuva c’era stato un simposio a base di pizza e vino paesano. Gli intervenuti erano “attendibili”, ai quali era vietato riunirsi: alcuni di essi si trovavano nell’elenco già menzionato sopra.

La denuncia di Sabatelli ebbe tale origine, come risulta dallo stesso processo.

Venuto a sapere il Sabatelli che di sera tardi c’era stato il simposio nella Farmacia Giuva, volle avvertire e minacciare l’amico Perreca Federico, che vi aveva partecipato alla consumazione della torta, fatta di pasta e strutto di maiale, con abbondante vino paesano.

Le parole rivolte dal Sabatelli al Perreca miravano ad avvertire l’amico a non prendere parte a simili riunioni, che davano, naturalmente, sospetto alla Polizia.

Il Sabatelli era di lingua pronta: andava dicendo, per intimidire, che quei signori di Attendibili, riunendosi, potevano parlare contro il Real Governo, che gli stava tanto a cuore. Aggiungeva che quei signori di attendibili l’avrebbero pagato caro quel notturno simposio. La minaccia era espressa in un linguaggio volgare.

Il Perreca riferisce tutto agli amici della farmacia. Le notizie si propagano. D. Luigi Lombardi, uno dei convitati, legale, ne venne in furia, e visto il Sabatelli esternò il suo giudizio a più persone con dire! “Si riuniscono: possono anche parlare contro il Governo”.

Nel Caffè di Antonio Maresca, sito nell’attuale via Galiani, e vicino alle abitazioni del Lombardi e del Sabatelli, ci fu un alterco tra il filoborbonico e l’Attendibile Luigi Lombardi, il quale gli disse:

- Né, D. Chisciotto, io sono uno che mi ho mangiato la pizza nella farmacia di

Achille Giuva e che me la vuoi fare cacare.

 

Sabatelli si difende: - Tu vuoi cimentami ed io anderò dal Giudice.

Il proprietario del caffè caccia fuori i due altercanti.

 

Usciti fuori, il Sabatelli continuò a gridare, rivolgendosi al Lombardi:

- Quelle idee che ha le devi deporre, poiché è finita la triste epoca del 1848.

 

Questo diverbio è stato riferito e confermato dai testimoni davanti al Giudice, a

cui Sabatelli presentò formale denuncia.

La denuncia del Sabatelli metteva in evidenza due fatti:                                 

a) il convitto notturno, in quanto riunione illecito.                                                 

b) disegno di Luigi Lombardi di percuoterlo”.[1]

Giuseppe Ferreri, Giudice Regio del Distretto di San Severo, recatosi a San Giovanni Rotondo per istruire il processo, il 12 marzo 1858 spiccò mandato di arresto contro gli attendibili R. Paduano, D. Luigi Lombardi, D. Federico Perreca, D. Achille Giuva e D. Giuseppe Lombardi i quali furono tradotti nelle carceri di San Severo.

 Il dibattimento processuale svoltosi a Lucera si concluse anche questa volta con un “non aversi luogo a procedere”, perché le “vaghe conghietture” elevate e divulgate da D. Emanuele Sabatelli,  non avevano trovato un effettivo riscontro, neppure a livello di indizi. Per contro, le deposizioni degli ecclesiastici e delle varie autorità cittadine confermavano che nel mese di febbraio in San Giovanni Rotondo lo spirito pubblico era stato sereno e tranquillo e  nulla era accaduto che potesse far pensare a macchinazioni  politiche contro Real Governo.

 Esattamente un anno dopo l’attentato al re,  il  consesso decurionale di San Giovanni Rotondo guidato dal Sindaco Michele Giuva, all’unanimità dei voti, in occasione della imminente festa religiosa dell’Immacolata Concezione, decideva che fosse nuovamente cantato in chiesa  l’“Inno di ringraziamento al Signore Iddio per aver cansato la vita preziosa dell’impareggiabile Sommo Padre e Signore Ferdinando II dal nefando attentato commesso di mano infame nello stesso giorno dell’anno trascorso e  di innalzare osanne votive alla Regina Immacolata affinché intercedesse dalla Provvidenza Divina che fossero conservati  longevi , giocondi e  prosperi i  preziosi giorni della Maestà Sua, dell’Adorata Augusta Consorte, nonché Real Famiglia”.[2]

Alla cerimonia avrebbe fatto seguito una festa con  sparo di una salve di mortaletti; mente i luoghi pubblici sarebbero stati muniti di una vistosa illuminazione. Il decurionato, i funzionari e gli altri confestanti, a causa dei tempi di “collaudata congiuntura”, si sarebbero  accollata la spesa occorrente, in ottemperanza ad un loro “sentito dovere”.[3]

 

Per quanto i  tentativi insurrezionali  contrastassero con la linea cavouriana, concorsero al processo unitario. Lo statista se ne servì per convincere l’imperatore di Francia  a schierarsi dalla sua parte, facendo intravedere il  reale  pericolo di un’iniziativa democratico-rivoluzionaria  in Italia.

Così,  nel 1859, dopo che il Piemonte aveva respinto l’ultimatum dell’Austria di smantellare la potente macchina bellica  messa in piedi da Cavour,  Napoleone III, in armonia con gli accordi di Plombières, inviò un contingente di truppe in suo aiuto per cacciare le truppe di invasione austriache. I franco-piemontesi, ai quali si era aggregato anche il corpo dei volontari dei Cacciatori delle Alpi comandato da Giuseppe Garibaldi, ebbero la meglio sull’esercito austriaco nelle due cruenti battaglie di San Martino e Solferino (24 giugno 1859). Ma Napoleone III,  con grande disappunto del Cavour, metteva fine alle ostilità, proponendo all’Austria l’armistizio di Villafranca.

San Giovanni gioisce per le nozze del Principe ereditario

Intanto nel Regno delle Due Sicilie il regime poliziesco teneva la situazione in pugno. Il decurionato sangiovannese si riunì in seduta straordinaria per approvare questo messaggio augurale diretto a Francesco II:

Sig.ra Real Maestà, la popolazione del Comune di San Giovanni Rotondo nel faustissimo avvenimento, che vede lieti d’insolita gioja i popoli delle Due Sicilie per le bene auspicate Nozze dell’Altezza Reale il Principe Ereditario, è compresa di massima letizia nella felicissima avventura dell’Augusta presenza della Maestà Sua nella Provincia di cui fa parte. Onde è che la popolazione medesima pel mezzo della sua decuria viene ad umiliare a’ piedi del Real Trono di Sua Maestà i suoi sentimenti di devoto e sincero attaccamento e fedele sudditanza , in cui non si crede ultima alle popolazioni tutte di Capitanata. Accolga di buon viso, o Sire, cotali atti di congenita venerazione ed affetto della popolazione istessa, la quale al solito scioglie voti ferventi al Sommo Fattore, perché nel sorriso della Sua Divina Provvidenza sparga tutta la piena delle Celesti  Grazie della Maestà Sua, dell’Augusta Consorte, Nostra Madre e Signora, e di tutta la Real Famiglia”. Firmarono il documento Michele Giuva Sindaco, Giovanni Longo Giudice Conciliatore, Francesco Morcaldi 1° Eletto, Federico Verna 2° Eletto, Sabatelli, Del Grosso ,  Antonio Irani, Emanuele Bramante, Luigi D’Errico, Pasquale , Saverio Lombardi, Michele Collicelli, Gennaro Padovano, Benedetto Lisa, Vincenzo Maresca Segretario.[4]

Come si può notare le manifestazioni di attaccamento alla dinastia reale si sprecavano. Le delibere riguardanti esiti di spesa per i festeggiamenti del “giorno Natalizio di S.M. il Re (N.S.D. G)” o di  S.A.R. il Duca di Calabria et similia sono tutt’altro che rare. Ma erano sentimenti del tutto sinceri? E’ fuor di dubbio che parte dei firmatari del documento appena riportato possano essere stati condizionati dai tempi, che non consentivano ad  un decurione di tenere  un  diverso comportamento senza attirare  su di sé l’attenzione della polizia borbonica. I nemici e gli spioni politici erano sempre in stato di allerta. Del resto il ricordo dei guai passati  dai quattro cittadini sangiovannesi  trascinati in carcere da Emanuele Sabatelli, che si erano rifiutati di firmare un analogo documento, doveva essere ancora ben vivo. Poi le istruzioni repressive del Direttore della Polizia  Orazio Mazza, successore dell’ideatore delle famigerate liste degli attendibili Pechenedda, impartite con una circolare diretta agli Intendenti e ai Sottintendenti della Provincia, imponevano ai liberali  cautela in ogni atto della vita pubblica e privata.

Queste erano state le direttive del Mazza:

1.      Vigilanza perenne sugli attendibili, ben rintracciandosi i loro movimenti ed i loro comitati, le abituali loro riunioni, in quali siti precisamente, e l’oggetto vero di esse;

2.      Quali attendibili sieno più frequenti nella lettura dei giornali, dove e quando si leggano, quali discussioni si facciano; in qual senso si apprendano le notizie, chi ne sia lo spacciatore;

3.      Se gli attendibili sieno in contatto con persone influenti, e quale ne sia la ragione;

4.      Udire con circospezione i discorsi degli ecclesiastici;

5.      Esaminare se il partito dei realisti si vegga scoraggiato e, in questo caso dargli appoggio;

6.      Seguirsi dappertutto i girovaghi, comici ecc. ed ogni individuo che, senza oggetto ben noto, si trasferisca da un Comune all’altro;

7.      Vigilanza accortissima sulla corrispondenza da un comune all’altro;

8.      Fare minuto elenco di coloro che fanno uso di cappelli di strana foggia e di barbe intere;

9.      Vedere quali case frequentino gli attendibili, specialmente la sera.

Di quelle parole di adorazione verso S.M. il Re Francesco II, rimane comunque un amaro sapore,   per essere state  pronunciate in nome del popolo sangiovannese, tenuto per più di un secolo dalla dinastia borbonica  nell’ignoranza più cupa, così come tutta la gente garganica. Sono esse una prova di tradimento della parte retriva e conservatrice della borghesia  di allora, che non badava alle miserie altrui, curandosi solo di conservare tutti i privilegi. Era, questo, un anacronistico, ottuso  atteggiamento di chiusura  verso l’inarrestabile spirito di cambiamento che animava ormai anche le assonnate contrade garganiche. Per quel cambiamento uomini d’altro stampo, appartenenti alla stessa classe borghese, avevano lottato e lottavano, rinunciando talvolta dignitosamente alla propria libertà, per la libertà di tutti, guadagnandosi a pieno titolo l’appellativo di “galantuomini”.

 

Il governo  borbonico era ben conscio che i tempi erano ormai maturi per la resa dei conti e, temendo che le insurrezioni esplodessero, prese severe misure di rigore. L’intendente di Capitanata ricevette da Napoli  questa significativa lettera datata 3 febbraio 1859 del Ministero e  Segreteria Reale di Stato  della Polizia Generale:

“ Signore, mi viene riferito che il famigerato Garibaldi siasi clandestinamente recato in Toscana, in unione di un certo Nino Bixio, di Genova, onde cercare di riunire sei mila e più briganti col disegno di suscitare una rivoluzione in Italia. E si aggiunge  che la emigrazione  ha ricevuto ordine di tenersi pronta per tentare un colpo di mano ne’ Reali Dominii.

Io con la massima riserva le comunico tali notizie, perché ella ne tenga il debito conto ne’ provvedimenti di vigilanza che si esercita in luoghi di sua giurisdizione.

Ma mi è d’uopo ad un tempo interessarla a tenere presente ciò che le dissi con circolare degli 8 Novembre ultimo, n.18032, circa le precauzioni da usarsi ne’ casi di simiglianti comunicazioni, onde evitare assolutamente qualsivoglia pubblicità ed allarme. Mi accusi  ricezione di questo foglio. F.to: Per  il Direttore assente Il Direttore del Ministero degli Affari Ecclesiastici e dell’Istruzione F.Scarpa.”[5]

L’intendente, in via strettamente riservata, partecipava il contenuto  della missiva  ai Sottintendenti di Bovino e San Severo, al  Commissariato di polizia e ai Giudici Regi del 1° Distretto, di Casaltrinità, Lucera, Cerignola, Vieste, Monte Sant’Angelo, Manfredonia,  Volturara e San Bartolomeo in Galdo, raccomandando loro di raddoppiare la sorveglianza nei luoghi di propria giurisdizione, affinché nulla sfuggisse all’occhio della polizia per la tutela dell’ordine pubblico , “sacro dovere di ogni fedele servidore del Re N.S. (D.G.)” . Poi continuava:

“Non manca fuor di noi germe di fazziosj, che invidiano la pace che in tutto e per tutto ci procura la sapienza e l’amore del Re N.S. e Padrone (D.G.). Ella quindi moltiplicando se stesso nella efficace vigilanza per le simpatie di politica aberrazione, per la introduzione di estranei soggetti che possano menomamente destar sospetti, per stampe e scritti, respingerà a tutt’uomo risolutamente e con mezzi legittimi ogni possibile conato avverso all’ordine pubblico ed alla salda fede che dobbiamo pura costante al migliore de’ Sovrani”.

La lettera esprimeva anche grande amarezza per il comportamento di taluni funzionari che, con l’intento di scaricarsi di responsabilità, comunicavano ai subalterni notizie altamente riservate sulle misure da prendersi a salvaguardia dell’ordine pubblico. Al riguardo furono avvertiti che  facevano male i loro conti: la violazione del segreto rendeva applicabili “provvedimenti di giusto rigore” del Real Governo, poiché si contribuiva a fare “notevole pubblicità dei provvidi propositi della polizia contra i tristi, che sempre occultamente minavano la tranquillità”[6]

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini

Nell’anno 1859 Guglielmo Fabrocini e Salvatore Vergura, si trovavano rinchiusi nel carcere di San Giovanni Rotondo. Il custode denunciava al Giudice circondariale che nella sera del 18 febbraio i due erano venuti alle mani con altri detenuti. La baruffa era avvenuta mentre, per ammazzare il tempo, stavano giocando “a vino”. La discussione era continuata  nella casa del custode, degenerando in un diverbio. Nel trambusto i due, vennero a sapere da Francesco Figliolia, figlio del custode, che la natura del loro reato - stavano scontando una pena per reati forestali - li escludeva da ogni beneficio derivante dall’ultima Indulgenza Sovrana. Al che erano irrotti in parole irriguardose contro Re Ferdinando II:

- Si fotta isso e l’anima del Padre, che ha cacciato questo indulto.

Secondo il racconto del carceriere, nella zuffa il Fabrocini aveva percosso gravemente con una tavola del letto Gabriele Iardia e Angelo Maria Franco. Il ferimento di quest’ultimo era avvenuto con la compartecipazione del Vergura. Inoltre aveva infierito con percosse gravi per gli accidenti contro Antonio Nardella.

Gli altri detenuti confermarono l’esposto del Figliolia. Il Fabrocini e il Vergura invece negavano inutilmente ogni addebito.

Il 2 ottobre 1859 la Gran Corte Criminale di Lucera sottopose a giudizio Biagio Cuciniello di Atripalta, Guglielmo Fabrocini, “scribente”,  di  Biccari, e Matteo Latiano di San Marco in Lamis, già detenuti politici,  imputati di “fabbricazione e detenzione di distintivi settari” ,   ossia di “coppola tricolore”.  Il misfatto era stato consumato nelle Carceri di Lucera. Qui il Fabrocini stava scontando la pena detentiva inflittagli in un primo giudizio della Commissione di Empara, per aver pronunciato “parole oltraggianti la Sagra Persona del Re” durante il soggiorno nelle prigioni di San Giovanni Rotondo. La seconda azione giudiziaria aveva avuto origine da una relazione del custode delle carceri di Lucera al Capo della Polizia. Guglielmo Fabrocini era stato sorpreso mentre calzava in testa l’odiata coppola. Questa risultò essere stata acquistata dal Latiano, che, a sua volta, l’aveva acquistata dal detenuto Cuccinelli (Cucciniello?). Il Cuccinielli dichiarò di averla lavorata lui stesso. [7] Il giudizio riuscì favorevole per la scarcerazione del Latiano, con conservazione degli atti in archivio. L’intendente, però, disponeva che lo stesso fosse sottoposto ad attenta sorveglianza, in quanto aveva già subito altri processi. Il Cuccinielli, che era una vecchia conoscenza della polizia, restava in carcere, ma per altri carichi pendenti.

L’unico a rimanere nelle mani della polizia per essere sottoposto al giudizio della Commissione di Empara, in relazione alla specifica vicenda della coppola tricolore, fu il povero Guglielmo Fabrocini che risulta  “nativo di Biccari e domiciliato a San Giovanni Rotondo, attendibile politico molto attivo, di idee liberali”. Lo ritroveremo tra i martiri del  23 ottobre 1860.

Commovente è questa sua supplica all’Intendente di Capitanata:

“A Sua Eccellenza D. Raffaele Guerra Commendatore Cavaliere Intendente di Capitanata - Guglielmo Fabrocini domiciliante in San Giovanni Rotondo, si spera intenerire il cuore di V.E. col sol farle presente che sono undici mesi che languisce nel Carcere di Lucera, e con una  povera giovane moglie, esposta alle indiscretezze di ognuno, senza riguardo, e con quattro teneri figli, senza mezzi di vita, perché voglia nel benefico Cuore liberarlo dalla empara di polizia, e restituirlo così alla infelice famiglia.

Il Cuore di V.E. è grande nel beneficare, epperò s’ispera il supplicante la domandata grazia. Lucera, 24 Novembre 1859. F.to Guglielmo Fabrocini Supplicante come sopra”.

 

Il trattamento carcerario riservato dai borboni ai detenuti per reati politici  era impietoso. Può essere utile, per averne un’idea, leggere le note di Saverio Barbarisi,  liberale moderato di Foggia,  tratte dalla suo “Costituto”, riguardante una pena detentiva scontata prima della sua elezione a deputato del Parlamento napoletano:

“Per più ore fummo costretti a rimanere all’aria aperta sulla porta di quel castello, e quell’umido e quel freddo mi rappigliarono in modo che io fui presso a morire. Introdotti nel castello, fummo ricevuti in mezzo ad una fila di soldati, regolati da diversi ed a stenti, poggiando e trascinato dai signori Pica e Leopardi, potetti giungere alla spianata del castello. Ci condusserro poi in un sotterraneo; quindi fummo perquisiti scrupolosamente: ci tolsero quanto avevamo in danaro, gli orologi ed anche i libri, e, a me, pure gli occhiali. Era forse formalità ciò che si faceva, ma ci produsse un senso straordinario. Dopo, io e il marchese Dragonetti fummo chiusi in un criminale, che aveva piccola apertura nel grosso di un muro, e i signori Pica e Leopardi in un altro criminale che un’apertura aveva sulla porta sporgente nel sotterraneo. Ci lasciarono un lume di creta a terra, e, dopo circa due ore, le porte si aprirono, ed i soldati svizzeri ci portarono dei paglioni da soldato ed un cato d’acqua. Niuna parola ci si disse, e fummo nuovamente chiusi.

Chi ha un’anima cristiana, un sentimento umanitario può immaginare quale nottata passammo. Quel trattamento strano, così feroce ci portava a credere che mire funeste vi erano su noi. Perché tanto rigore? perché tanta oppressione? dicevamo. Che abbiamo fatto? qual’è la nostra colpa? La mattina del 20 ottobre, sul tardi, furono aperte le porte del sotterraneo e quelle dei criminali per farvi la pulizia. Io e gli altri, come larve, reclamammo l’appoggio delle leggi per la nostra innocenza, ed a stenti potemmo ottenere di rimanere tutti quattro nel sotterraneo, che altra luce non aveva che uno spiraglio su nell’alto del muro del castello. In quel sotterraneo rimanemmo quindici giorni; niuna comunicazione potemmo avere coi nostri, e tutto si passava con l’opera del comandante, dei suoi ufficiali e sergenti-custodi. Era proibito di parlarci, né potevamo fare domanda ad alcuno pei nostri bisogni, se non all’uffiziale di guardia. Il comandante pensò al nostro trattamento, ma coi nostri denari; e, dopo i quindici giorni, da quel sotterraneo fummo trasportati in una stanza al piano del castello, ove rimanemmo: Pica fino al giorno 10 novembre 1849, Dragonetti e Leopardi sino al 24 giugno 1850, ed io sino al 14 luglio dello stesso anno; ed intanto ci fecero scendere a S. Francesco, perché Dragonetti e Leopardi erano gravemente malati, ed io quasi morente.

In tutto il tempo che noi rimanemmo a S. Elmo ogni comunicazione coi nostri ci fu impedita, ed io una volta sola, dopo otto mesi, potetti  per mezz’ora circa vedere mia moglie. Noi eravamo guardati a vista da diverse sentinelle; niuno dei nostri custodi poteva dirigerci una parola; le biancherie, e tutt’altro ci occorreva, venivano per mezzo del comandante; e si giunse alla barbarie di dettarci le lettere che dovevamo ai nostri scrivere. Così e non altrimenti. A dare vie più  una idea di quello stato di oppressione è uopo far sapere che due volte la settimana veniva a raderci la barba un barbiere , che serviva il maggiore del castello. Quando costui veniva, le porte si aprivano, e l’uffiziale di guardia si sedeva nella stanza senza dirigerci neppure la parola: due sergenti-custodi si mettevano sulla porta con la sentinella, che vi entra sempre,  ed un sergente svizzero si piazzava a fronte del barbiere. E questa vigilanza era sì triste, che, temendo di compromettere il barbiere e noi stessi, ci facevamo la barba con gli occhi chiusi. Dopo qualche tempo ci permise di respirare in qualche ora del giorno l’aria aperta, e ci fu designato uno spazio, in cui potevamo passeggiare; oltre le due sentinelle, che avevamo sempre alla porta ed alla finestra della nostra stanza con cancelli di ferro, se ne mettevano altre sette lungo il luogo designato: s’impediva ogni contatto, e niuno poteva passare ove noi passeggiavamo. Qual rigore! e perché?... S. Elmo è un luogo umidissimo, e la stanza in cui eravamo, dava un puzzo oltremodo nocivo. L’inverno  dell’anno 1849, come la primavera del 1850, fu oltremodo rigida, ed io, più degli altri soffrii. Ho perduto quasi l’udito, e i pochi denti, che mi erano caduti. All’età di anni settanta, la mia detenzione illegale a S. Elmo dovea farmi morire; ma la mia fede in Dio mi tenne ancora in vita”.[8]

 

Dopo l’armistizio di Villafranca e la pace di Zurigo le insurrezioni  e la costituzione di governi provvisori negli ex Stati dell’Italia centrale portarono alla loro annessione  al Regno di Sardegna (plebisciti dell’11 e 12 marzo 1860). Questo cedeva Nizza e Savoia alla Francia (aprile 1860), generando l’accorata protesta di Garibaldi. 

La questione ora si poneva in termini nuovi. Il Cavour, temendo che il movimento si evolvesse a favore dei democratici ed a scapito del progetto monarchico-unitario, optò per una  soluzione unitaria che  abbracciasse tutto il territorio della penisola. Molti repubblicani e mazziniani, infatti,  avevano lasciato la Società Nazionale per confluire  in un movimento capitanato da Garibaldi, il Partito d’Azione,  non dichiaratamente repubblicano, ma di tendenze democratiche,  contrario all’aiuto dello straniero e deciso ad un’azione unitaria e rivoluzionaria autonoma dalla diplomazia. Diversamente dalla Società Nazionale, il piano insurrezionale del Partito d’Azione aveva come campo d’azione il Mezzogiorno d’Italia dove, dopo il tragico tentativo di Pisacane, contava di  rovesciare il regime borbonico con un’azione condotta dall’esterno.  Qui Francesco II era succeduto a Ferdinando I, morto nel 1859. Il  nuovo sovrano aveva ereditato un regno isolato sul piano politico internazionale, governato da una classe dirigente che che risentiva della mancanza degli uomini migliori, esiliati o in carcere. Le rivolte contadine erano pronte ad esplodere a causa del malcontento e della miseria imperante nelle campagne.

Gli ultimi mesi del Regno Borbonico

I fermenti rivoluzionari siciliani fecero rompere ogni indugio al partito d’azione. Veniva organizzata  la spedizione che portò  allo sbarco  dei Mille dell’11 maggio 1860 a Marsala: mille e ottantotto uomini d’ogni ceto sociale ed una donna, per tre quarti settentrionali, davano il via all’ultimo tragitto del cammino unitario. L’Intendente Duca Di Bagnoli diramava alle autorità di polizia della provincia di Capitanata una scheda segnaletica con fotografia del “famigerato” Giuseppe Garibaldi.

A Salemi Garibaldi assumeva il titolo di  “dittatore, in nome e per conto di Vittorio Emanuele II”. Le fila del piccolo esercito si ingrossavano dopo la battaglia di Calatafimi. Il clima rivoluzionario nell’isola crebbe. La vittoria di Milazzo del 20 giugno  segnò  la liberazione della Sicilia dal dominio borbonico. Per la dinastia borbonica i giorni erano ormai contati.  Il 25 giugno 1860 Francesco II compiva l’estremo tentativo di  arrestare l’insurrezione  ripristinando la costituzione del 1848. Il 27 giugno l’intendente  ne dava l’annuncio  alle popolazioni della Capitanata  con questo manifesto:

Intendenza della Provincia di Capitanata. L’intendente della Provincia si affretta a pubblicare il seguente Atto Sovrano di Sua Maestà il Re N.S.

“ Desiderando di dare ai nostri amatissimi sudditi un attestato della Nostra Sovrana benevolenza ,  ci siamo determinati di concedere gli ordini Costituzionali  e rappresentativi nel Regno, in armonia co’ principi i Italiani e Nazionali, in modo da garantire la sicurezza e prosperità in avvenire, e stringere sempre più i legami che ci uniscono ai popoli che la Provvidenza ci ha chiamato a governare.

A questo oggetto siamo venuti alle seguenti  determinazioni:

1.° Accordiamo una generale amnistia  per tutti i reati politici  sino a questo giorno.

2.° Abbiamo incaricato il Comm. D. Antonio Spinelli della formazione di un nuovo Ministero, il quale compilerà nel più breve termine possibile gli articoli dello Statuto sulle basi delle istituzioni  rappresentative Italiane e Nazionali.

3.° Sarà stabilito con Sua Maestà il Re di Sardegna un accordo per gli interessi comuni delle due Corone in Italia.

4.° La Nostra Bandiera sarà d’ora innanzi  fregiata dei colori Nazionali Italiani in tre fasce verticali, conservando sempre nel mezzo le armi della Nostra Dinastia.

5.° Quanto alla Sicilia accorderemo analoghe istituzioni rappresentative che possono soddisfare i bisogni dell’Isola, ed uno de’ principi della Nostra Real Casa ne sarà il Nostro Vice-Re.

Portici 25 giugno 1860 - Firmato - FRANCESCO”

L’Intendente pieno di ammirazione per la docilità degli abitanti di questa Provincia, vive sicuro che scorgendo essi sempre più assicurata la pace e l’accordo Italiano, tutti si riuniranno intorno al Real Trono del Nosto Re ( D.G. ) con i sentimenti di devozione e riconoscenza, e fruiranno delle concessioni Sovrane con maggiore moderazione per mostrarci degni e meritevoli di goderle. Foggia 27 giugno 1860. L’Intendente Duca di Bagnoli”.[9]

 

Verso la fine dello stesso mese di giugno l’Intendente Nazario Sanfelice Duca di Bagnoli, assistito dal Segretario Generale Francesco Farchi, in ottemperanza agli ordini del Ministro della Polizia Generale diramati il 15 dello stesso mese, si accinse a bruciare personalmente le liste dei cosiddetti attendibili in politica , “affinché non se ne avesse alcuna traccia”. Le liste, trasmesse dai Giudici Regi circondariali, si tramutarono in pugni di cenere, come attestano i verbali di distruzione. Il giorno 23 giugno furono bruciate le liste inviate dai Giudici Regi circondariali di S. Bartolomeo, Cerignola, Orta e Monte Sant’Angelo. Detta distruzione, apparentemente correlata all’amnistia  concessa con la pseudo-costituzione del 24 giugno,  sembra essere stata il frutto di una sottile strategia politica se si considera che le liste avrebbero potuto fornire al Governo unitario un lungo elenco di persone di sicura fede antiborbonica. Invece molti soggetti retrivi, favorevoli al ritorno di  Francesco II, furono lesti ad indossare la veste annessionista, occupando le cariche pubbliche più importanti.

 Malgrado la nuova costituzione, le insurrezioni nel Regno non si frenarono. Il Duca di Bagnoli ammonì con parole garbate la  pur tranquilla popolazione di Capitanata, affinchè non intraprendesse  iniziative atte a turbare la pubblica quiete,  spingendosi a proibire perfino i frastuoni...., ancorché cagionati da gioia , che oltre a dare un gran dispiacere a  S.M. Francesco II,  avrebbero reso legittimo l’intervento delle forze militari:

Intendenza della Provincia di Capitana. Perché possano attuarsi, e godersi tutti i vantaggi delle istituzioni Costituzionali è più che mai necessario l’osservanza delle Leggi e la maggiore moderazione, facendo tacere anche i giusti particolari rangori , e lasciando che le Leggi medesime possono punire qualunque passato fallo. Questi principii sono stati ritenuti Sacrosanti da tutti i popoli Italiani, ed hanno considerato come nemici delle istituzioni anzidette coloro che tentassero di avvolgerle nel disordine.

L’intendente della Provincia ammiratore delle virtù cittadine de’ buoni abitanti di essa  e grato sempre alle tante ripruove di bontà che si son degnati di onorarlo, sarebbe addoloratissimo se con qualche opponente frastuono ancorché cagionato da gioia, venisse disturbata la quiete dei pubblici cittadini, ed abbia questa Provincia comparire meno dignitosa di tutte le altre del Regno, e della nostra Italia intera, quindi si crede nella necessità di ordinare:

Articolo 1.° -  Qualunque attruppamento nelle strade è vietato come sono vietati i gridi e i canti nelle strade medesime ancorché di gioia.

Art.  2.° - Chiunque ha motivo di dolersi di qualunque Funzionario si compiaccia presentare reclamo , a cui subito sarà dato corso.

Art. 3.° - La Guardia Nazionale è incaricata di disperdere con bel garbo qualunque attruppamento, o reprimere qualunque grida, o canto nelle strade, ove non possa riuscirvi giusta l’accordo col Comandante della Provincia verrà in ausilio la forza militare, e dopo tre intimazioni con garbo, ove non venissero ubbidite, farà disperdere la folla, procedendosi contro i renitenti ed autori del tumulto sempre a norma di Leggi. Foggia 23 luglio 1860. L’Intendente Duca di Bagnoli”.

 

  Nel mese di  agosto  l’esercito garibaldino superò lo stretto di Messina,  puntando su Napoli.   Alla sua avanzata, agevolata dalle insurrezioni nelle varie province, l’esercito borbonico si disgregò senza opporre una valida resistenza. Il 6 settembre Francesco II, con la moglie Sofia e le sue truppe più fedeli,  si rifugiò nella fortezza di Gaeta, subito circondata dai piemontesi. Ne seguì un lungo assedio, accompagnato da continui, feroci e discutibili cannoneggiamenti. L’accanimento con cui si infierì sui vinti, che potevano essere presi benissimo per fame, adombra tutta l’azione militare. 

Garibaldi entra in Napoli

 Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi fece il suo ingresso nella città partenopea, accolto da una folla entusiastica e plaudente. Con una lettera del 10 settembre 1860 il Consigliere d’Intendenza Pietro de Luca comunicò la notizia a tutti i Sindaci della Capitanata. Le manifestazioni di giubilo si moltiplicarono in tutto il Regno, con modalità pressoché identiche. La festa trovò il culmine nelle chiese matrici dei vari paesi, col canto del Te Deum e l’abbattimento di effigi e stemmi borbonici, sostituiti dai ritratti del Re Galantuomo e dell’invitto Garibaldi, illuminati come Dei dalle fiammelle dei ceri. A Rignano Garganico, piccolo comune a qualche miglio da San Giovanni Rotondo, il corpo sociale diede esempio di unità e concordia. Il Sindaco Gioacchino Piccirilli così descrive l’avvenimento:

“Signor Intendente, ieri l’altro fu qui giorno consacrato ad una festa popolare, nella quale convennero il Municipio, il Clero, Galantuomini, la Guardia Nazionale, i proprietarii, il popolo intero; e ciò avvenne per esprimere i più cari unanimi e divoti sentimenti al nostro glorioso Re Vittorio Emanuele, ed all’immortale Dittatore delle Due Sicilie, l’Invitto Giuseppe Garibaldi, e nel ciò narrarle, o Signore, è mio debito tesserle un circostanziato racconto di ciò che fu praticato.

Alle ventun’ora italiane dietro antecedente inviti, il replicato suono de’ sacri bronzi fu il segnale che la Guardia Nazionale si misero in arme, il Municipio si raccolse nella Cancelleria Comunale col Supplente Giudiziario, il Clero, col benemerito Arciprete raccolti nel Sacro Tempio prepararono l’occorrente per la sacra cerimonia. Quindi spiegate diverse bandiere nazionali italiane le pubbliche autorità mossero dal luogo ove si erano riunite e messasi in capo alle  Guardie Nazionali si  recarono in Chiesa , e quando tutti presero il loro posto  l’inclito Arciprete ornato delle ricche vesti sacerdotali intuonò il Tedeum fra uno sparo continuato. Terminato il canto dell’Inno Ambrosiano s’invocò dall’Arciprete che nelle sacre preci di Dio Santissimo degli eserciti ricadessero le Celesti benedizioni sul Nostro Re Vittorio Emanuele, e sopra l’Immortale Dittatore Giuseppe Garibaldi, fra gli applausi di una inesprimibile e commovente gioja benedicendosi puranche la Italica bandiera sotto il quale Vessillo moveva la Guardia Nazionale. Così terminava la cerimonia religiosa, ed uscite dalla Chiesa le pubbliche Autorità e le Guardie Nazionali accompagante dal popolo festante percorsero tutto l’abitato fra le mille e mille ripetute Evviva Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi, e questo fu prolungato fino alle tre ore della notte, ed innanzi a’ quadri di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi messisi a bella posta sulla facciata del muro ove è sito il corpo di Guardia Nazionale con torce di cera accesi.

Ed il tutto fu praticato amorevolmente e concordemente da ogni classe di persona mostrandosi tutti rispettosi alle pubbliche Autorità senza esserci stata irriquietezza alcuna.

Passo tutto ciò a di Lei conoscenza affinché si compiaccia far sentire di quali nobili sentimenti questo piccolo paese è animato, e come grato si mostra ed affezionato pel nuovo suo Re e pel Redentore d’Italia. F.to Il Sindaco G. Piccirilli.”[10]

A Sannicandro, divulgatasi in un baleno la notizia dell’ingresso in Napoli dell’eroe nizzardo, i festeggiamenti iniziarono alle ore 22 del giorno 10 settembre. Il sindaco Angelo Palmieri riferisce:

“... cittadini d’ogni ceto preceduti dalla Sabauda Bandiera in bella mostra, percorsero la via della Città festanti dalla gioia, e gridando a più non posso Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia - Viva Garibaldi liberatore degli oppressi - Viva l’Italia una.

Questa dimostrazione durò tutta la notte seguente, rischiarata da lumi spontaneamente messi a’ balconi e finestre d’ogni classe di cittadini. E’ inutile il dire che in tanta esultanza, l’ordine non venne menomamente alterato, dacché questa popolazione era da molto tempo preparata a quest’atto solenne, e solo con impazienza ne attendeva il segnale. Ella vorrà degnarsi prendere atto di tale adesione, e contemporaneamente rendere consapevole all’Angelo di Calatafimi, acciò sappia, che la Città di Sannicandro vuol essere unita alla grande famiglia Italiana, e seguirne le sorti sotto lo scettro del Re Galantuomo”.[11]

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum

A San Giovanni Rotondo le cose andavano diversamente. Il sindaco Vincenzo Cafaro aveva ricevuto la notizia dell’ingresso di Garibaldi nella città partenopea con un foglio a stampa del 10 settembre. La popolazione aveva dato subito segnali positivi, letiziando e festeggiando ordinatamente per le strade. Il sindaco, sollecitato dagli stessi cittadini, dispose il canto dell’Inno Ambrosiano nella Chiesa S. Leonardo per le ore 16 del giorno 13 settembre. L’arciprete Don Ludovico Bramante accettò senza riserve di solennizzare l’evento con tutto il Capitolo. “Il festeggiamento  tra le più solenni pomposità veniva (...) annunziato e cominciato col suono de’ Sacri Bronzi  della Chiesa anzidetta, ove si doveva convenire. Fremente era la popolazione in questa mane di assistere alla solenizzazione della Pjissima Sacra funzione; e le autorità tutte congregate sulla casa del Comune per avviarvisi, mentre il tamburo già convocava e riuniva la forza alle armi, anche di seguito al Corpo Municipale composto pure dalle altre Autorità (per) fare l’anziato ingresso nel Sacro Tempio...”. Ma tutto si “paralizzò istantaneamente” nel mattino del  14. L’arciprete, prendendo “sotterfugi non lodevoli”, ritirò l’adesione del giorno prima. Il Bramante si giustificava dicendo che “non era ancora munito di alcun permesso dell’Ordinario”. Il primo cittadino sangiovannese, fortemente preoccupato per le “soffocanti alenanti aspettazioni del pubblico”, cercò di prendere tempo e per ammansirlo allungò i festeggiamenti di tre giorni: la sacra funzione fu spostata al sabato successivo. Poi rapportò tutto al Governatore pregandolo di prendere contatti con l’Arcivescovo di Manfredonia, Vincenzo Taglialatela, “ad evitare qualsiasi inconveniente nel paese, che la mercé di Dio era stato sempre tranquillo”.[12]  Ma l’arciprete  fu irremovibile costringendo il sindaco Cafaro a scrivergli una lettera, datata 19  settembre:

“Sig. Parroco, si è già disteso l’indirizzo adesivo all’attuale Governo dell’Invitto Dittatore Generale Garibaldi e del Magnanimo Immortale Vittorio Emanuele Re d’Italia (Iddio guardi le loro persone). L’atto anzidetto è a nome dell’intero Municipio, e sottoscritto già da tutte le classi, meno sino al momento dal Capitolo da Lei retto; non ostante Ella avesse impegnata la Sua parola su questa Casa Comunale. Epperò Ella perdonerà che io la solleciti allo adempimento assieme allo intero Clero, perché ogni istante di ritardo allo invio di un atto della più alta comune doverosità importerebbe la più segnalata mancanza”.[13]

 L’atteggiamento palesemente antiliberale dell’arciprete  trovano una spiegazione in ordini venuti dall’alto. Infatti quando il Governatore chiese all’arcivescovo V. Taglialatela di porre fine  ai sotterfugi dell’arciprete, da Manfredonia non partì alcuna direttiva favorevole. Anzi, il prelato gli spiegò  che nella ricorrenza di feste civili il Te Deum era stato cantato sempre e solo dopo l’ordine diretto del Ministro del Culto. Pertanto, gli arcipreti dovevano restare in attesa che fosse loro partecipato  detto ordine. Al  sindaco Cafaro non restò altro da fare che scongiurare l’Intendente di non venir meno ad un “dovere scrupoloso” e di andare incontro ad un desiderio “non solo suo ma di tutta la popolazione”.[14]  Nel frattempo, in via del tutto riservata, l’arcivescovo proibiva tassativamente al Bramante di appoggiare in qualunque modo il nuovo governo:

“Signor Arciprete, i Capitoli ed i Cleri sono subbiti (sic) da chi li governa, e non debbono firmare carte di adesione a chicchessia. Veda Ella sopra i fogli, e troverà gli indirizzi a nome dei Municipii non già a nome dei Cleri. Esporrà tal mia volontà al Sindaco. Porgerà i miei distinti. F.to L’Arcivescovo Vincenzo”.[15]

“E’ necessario precisare che non solo nel meridione, ma anche negli altri Stati occupati dall’esercito piemontese, il clero era decisamente all’opposizione seguendo le istruzioni che provenivano dal Vaticano, tramite la S. Penitenziaria Apostolica; ad ogni domanda la risposta era sempre negativa. Ecco le principali:

  1.  Se sia lecito cantare il Te Deum in occasione della promulgazione dell’intruso Governo: negative.

  2. Se possa recitarsi nella messa la colletta pro Rege: negative.

  3. Se si possa partecipare alle funzioni religiose nell’anniversario dello statuto: negative.

  4. Se sia lecito illuminare le proprie abitazioni in occasione della inaugurazione del nuovo governo: negative.

  5. Se il Clero possa invitare l’Autorità di Governo: negative.

  6. Se sia lecito arruolarsi alla Guardia cittadina o nazionale: negative.

  7.  Che dirsi di quei soldati, contro la loro volontà coscritti? Risp. Se sforzati, sopportino, purchè “animo parati sint eam desèrere quam primum pòterunt”. Siano preparati appena possono a disertare.

  8.  Se sia lecito ai parrochi dare l’elenco richiesto per la leva militare e Guardia Nazionale. Risp. Negative et quatènus per vim libri auferantur, passive, se habeant”. Negativamente e se i libri sono asportati con la prepotenza, si comportino passivamente.

  9.  Se sia lecito il giuramento di fedeltà al Re: negative.

  10.  Se possa amministrarsi la ss. Eucarestia ai censurati senza essersi debitamente riconciliati: negative.

  11. Se venisse a morire uno dei sudditi, debba lo stesso privarsi della sepoltura e delle esequie? Risp. Sacerdotes ad exequia et ad sepulturam, ullo modo concurrant. Ossia: il sacerdote non partecipi né alle esequie e neppure alla sepoltura.

Datum Romae in S. Poenitentiaria die 10 decembri 1860.

Una copia trovasi nell’archivio della commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio del 1863, mentre l’originale fa parte del processo a carico di monsignor Frascolla”.[16]

Anche se è il documento è di poco successivo ai fatti reazionari sangiovannesi, le direttive precedenti non si dovettero discostare di molto da queste, obbligando il Clero a tenere un contegno fortemente illiberale.

 

Pervengono folgoranti notizie dal fronte

L’abilità diplomatica di Cavour, timoroso della formazione di una repubblica mazziniana nel Centro Sud, procurò  l’assenso di Napoleone III ad un intervento  dell’esercito piemontese, per evitare che l’impresa garibaldina desse uno sbocco  rivoluzionario alle vicende politiche italiane.  Il comando delle forze militari era affidato ai generali Cialdini e Fanti, che penetrarono nelle Marche.  Il 18 settembre Cialdini aveva la meglio sulle truppe pontificie a Castefidardo, mentre Ancona si arrendeva il giorno 18 dello stesso mese.  Sull’altro fronte, il 1° di ottobre,  l’esercito Garibaldino sconfiggeva definitivamente  quello borbonico nella battaglia del Volturno,  mettendo così fine  al dominio borbonico nel Regno delle Due Sicilie.

Il Ministro dell’Interno della Dittatura, attraverso il Governatore facente funzioni Pietro De Luca, fece pervenire a tutti i sottoposti la formula di giuramento di “fedeltà  ed obbedienza a Vittorio Emanuele Re d’Italia e suoi successori” da sottoscrivere in apposito verbale.[17]

Il 2 ottobre il Ministro dell’Interno e della Polizia comunicava una serie di telegrammi ai Governatori delle Province, perché fosse data la maggiore pubblicità possibile:

“Il Generale Sirtori al Segretario Generale Napoli. Abbiamo vinto su tutta la linea. Una colonna di Regi isolati è presso Caserta, speriamo di farla tutta prigioniera. Da Santamaria ore 10.54 p.m.”.

“Il Generale Turr al Ministro della Guerra di Napoli. Inviatemi munizioni per obici da sei. Questa mattina abbiamo staggiato i Regi, i quali si trovano fuori di S. Tammaro, abbiamo fatti varii prigionieri. In tutta la linea di S. Maria nulla di nuovo. I nostri avamposti sono vicino Capua, qui adesso non si è osservato nessuna mossa di Regi, anche in S. Angelo tutto è tranquillo. La munizione vi chiedo per i pezzi presi ieri dai regi. Da Santamaria 2 ottobre, ore 12.15 p.m.”.

“Frate Pantaleo Cappellano di Garibaldi al Signor Ministro della Guerra Cosenz Napoli. I nostri sono sotto le mura di Capua già da ieri sera. Un residuo dell’orda borbonica sbandato tentava un’ora addietro entrare in Caserta, è stato valorosamente respinto dai nostri. Io proseguo il mio cammino verso Caserta. Da Maddaloni 2, ore 12.40 p.m.”.

“Il Generale Orsini al Ministro della Guerra Napoli. I Regi sono stati respinti da Caserta. Il Generale Dittatore, il Generale Bixio ed il Brigadiere Sacchi chiudono loro qualunque ritirata. In S. Maria e S. Angelo nessuna azione. Da Caserta 2, ore 1,30 p.m.”.

“Da Caserta 2, ora 1,30 p.m. Il Generale Turr al Segretario Generale della Dittatura Napoli. I Regi furono rigettati da S. Tammaro nella Fortezza, però hanno derubato tutto ed incendiato le case. In tutta la linea non vi è nulla di nuovo. Santamaria 2, ora 1.30 p.m.”.

“Il Brigadiere Assante al Ministro della Guerra Napoli. Il Generale Dittatore insegue sempre più e taglia i nemici su tutti i punti sopra Caserta. La mia Brigata ha fatto prodigi di valore, ma ha pur sofferto. Specchi è stato ferito. Sgherillino del 2° Bersaglieri è stato di pari leggermente ferito. Il Capo Battaglione Bonet ha fatto col suo Battaglione finora 60 prigionieri. Insomma la colonna nemica è in piena rotta. Da Caserta 2, ore 2 p.m.”.

“Il Generale Sirtori al Ministro della Guerra Napoli. Fra due ore arriveranno a Napoli circa duemila prigionieri Regi. Manderà alla Stazione la Guardia Nazionale per riceverli. Caserta 2, ore 3,50 p.m.”. [18]

La popolazione garganica, quasi tutta analfabeta,  seguiva gli  sviluppi degli eventi per bocca delle  persone colte. Tra queste vi era chi dava notizie del tutto opposte a quelle riportate nei pubblici manifesti sottoscritti dal  Governatore della Provincia , una nuova figura politica  che nel frattempo era venuta a  sostituire quella dell’Intendente, della tramontante epoca borbonica. Gaetano del Giudice fu messaggero di notizie folgoranti:

Cittadini! In punto ne giunge l’annunzio ufiziale della resa di Ancona. Il Generale Lamoriciere con la Guarnigione è prigioniero. Lo scoppio di una mina si è sventato per l’avvedutezza e valore de’ nostri fratelli Piemontesi. Nelle Marche tutto è entusiasmo pel Re Galantuomo. Gridiamo tutti concordi. Viva l’Italia. Viva Vittorio Emanuele. Viva il Dittatore. Il Governatore Gaetano del Giudice

Cittadini! Mi giungono i seguenti telegrammi:

Il Segretario Generale della Dittatura a tutt’i Governatori  delle Province

1.° Ottobre, ora 10.   54 minuti p.m. Abbiamo vinto su tutta la linea. Una colonna di Regi isolati è presso Caserta. Speriamo di farla tutta prigioniera.

2 Ottobre, ora 1.  30 p.m.I Borbonici sono stati respinti da Caserta. Il Generale Dittatore, il Generale Bixio ed il Brigadiere Sacchi chiudono loro qualunque ritirata.

2 ottobre, ore 2.  p.m.Il Generale Dittatore insegue sempre e taglia i nemici in tutt’i punti sopra Caserta. Finora la colonna nemica di circa ottomila è in piena rotta.

2 ottobre,  ore 5.  p.m.Abbiamo fatto duemila prigionieri, che partono per Napoli. Ordinate alla Guardia Nazionale che vada a riceverli. Foggia, 2 Ottobre 1860.  ore 11 1/2  p.m. Il Governatore Gaetano del Giudice

Cittadini! I nostri voti sono compiuti. S.M. il Re Vittorio Emanuele è entrato negli Abruzzi, e si avvia nel cuore del Reame, alla testa dell’Esercito, Egli  duce supremo, capitani Fanti e Cialdini. L’Italia e’ fatta. Questa terra prediletta da Dio ha scossa la polvere del sepolcro, ed esce armata fra le Nazioni. Vedrà, vedrà l’Europa che cosa importi all’avvenire della Umanità il Risorgimento della Donna latina. Nelle tradizioni italiche andranno imperituri i Nomi di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di Cavour, e di cento altri che diedero esempio longanime di fede e di coraggio. Benedetti i ceppi e le catene che fruttarono sì lunga messe di glorie, e benedetto Iddio che volle esaudito il lungo ed affannoso desiderio di mille generazioni.

Foggia, 6 Ottobre 1860. ore 8 p.m. Il Governatore Gaetano del Giudice

continua

[1] G. Fini, op. cit.

[2] ACSGR, delibera decurionale del 4 settembre 1858.

[3] Ibidem.

[4] ACSGR, delibera decurionale del 1° gennaio 1859.

[5] ASF, pol.,  s. I, b. 179, fasc. 1962. Nota del Segretariato ed Alta Polizia n. 1047 del 3 febbraio 1859.

[6] ASF, s. I, b. 179, fasc. 1962. Lettera del 5 febbraio 1859.

[7] ASF, pol.,  s. I, b. 179, fasc. 1974. Note al Direttore di Polizia del 20 e 30 luglio 1859.

[8]  Cfr. T. Nardella, Un democratico foggiano: Saverio Barbarisi, in “Democrazia e Mazzinianesimo nel Mezzogiorno d’Italia”, 1831-1872, Genève, 1975, pp. 213 e segg.

[9] ASF, pol.,  s. I, b. 181, fasc. 1997. Manifesto.

[10] ASF, pol.,  s. I, b. 180, fasc. 1994. Nota n. 561 all’Intendente del 18 settembre 1860.

[11] ASF, pol.,  s. I, b. 180, fasc. 1994. Nota n. 565 all’Intendente del 15 settembre 1860.

[12] ASF, pol.,  s. I, b. 182, fasc. 2024. Nota n. 482 del 13 sett. 1860 del Sindaco Vincenzo Cafaro all’Intendente.

[13] Archivio della Parrocchiale S. Leonardo di San Giovanni Rotondo (d’ora in poi APSL), fasc. 35, n. 35. Documentazione varia, lettere politi­che sulla condotta del Clero nelle rivoluzioni del 1860.

[14] ASF, pol.,  s. I, b. 182, fasc. 2024. Il documento è presente anche nell’Archivio della Parrocchia S. Leonardo tra la Documentazione varia e lettere politiche sulla con­dotta del Clero (fasc. 35, n. 35).

[15] APSL, fasc. 35, n. 35. Documentazione varia, let­tere politiche sulla condotta del Clero nelle rivoluzioni del 1860.

[16] Nemo Candido D’Amelio, Quel lontano 1860, Edigraf, Foggia 1989, p. 25.

[17] ASF, pol.,  s. I, b. 180, fasc. 1994. Lettera a stampa n. 4816 del 24 settembre 1860

[18] ASF, pol.,  s. I, b. 180, fasc. 1994. Nota telegrafica n. 1698 del 2 ottobre 1860.

 

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