Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo II - seconda parte

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Le questioni demaniali

Durante la rivolta siciliana, i contadini dell’isola avevano reclamato le terre dei latifondisti. Dare soddisfazione alle loro richieste avrebbe comportato certamente la perdita dell’appoggio della borghesia. Perciò il dittatore  Garibaldi si vide costretto a far intervenire il luogotenente Nino Bixio a Bronte, dove una violenta rivolta dei  contadini contro i padroni  aveva portato all’occupazione delle terre della famiglia inglese Nelson. I metodi sommari usati per reprimerla, con la fucilazione di molti rivoltosi, segnarono il primo grande dubbio sull’impresa delle camicie rosse. Questa condotta non era certamente conforme al principio di libertà dalla tirannide borbonica predicato dagli innovatori, e si scontrava pure con la “libertà” concepita dai contadini, affamati di terra. L’episodio di Bronte favorì l’insorgere di un clima di forte diffidenza nella classe plebea la quale si mostrò ostile ai garibaldini in talune contrade del Regno, risalendo lo stivale, particolarmente a  San Giovanni Rotondo, dove la fame di terra spingeva i contadini ad “addentare” finanche le rocce.

La questione della spartizione delle terre demaniali  si trascinava da oltre un cinquantennio. Furono i Francesi, durante l’occupazione d’inizio secolo, a volere la grande riforma nel Regno di Napoli. Con una legge varata da Giuseppe Buonaparte il 2 agosto 1806 erano stati aboliti i diritti feudali in tutto il Mezzogiorno d’Italia. Con essa era stato sferrato un duro colpo al patrimonio degli ex feudatari. I baroni avevano visto il loro titolo perdere il carattere pubblicistico, per assumere una valenza meramente onorifica. Con altra legge, varata il successivo 1° settembre, era stata imposta la ripartizione dei demani ex-feudali tra Baroni e Comuni, “secondo i diritti e le ragioni di ciascuno” , e la divisione  dei demani in “proprietà libera” a favore dei cittadini.  Con queste norme i francesi avevano posto delle pietre miliari lungo la strada che portava all’emancipazione e  al riscatto morale delle popolazioni meridionali.  Fino ad allora i baroni avevano goduto dei privilegi personali propri della nobiltà (esenzioni fiscali, esenzione da pene infamanti con relativa commutazione, precedenze, diritto a particolari onori...), e di una serie di privilegi reali che avevano fatto diventare lo stesso titolo di barone sinonimo di oppressione. Tra questi ultimi, il diritto di sottoporre  a tributi tutti gli abitanti del feudo (decime, terraggi, fida, erbatica, carnatica ...) e di amministrarvi la giustizia, che si concretizzavano di fatto in un potere di vita e di morte. Con l’“eversione della feudalità” tutte le città, terre e castelli passavano sotto la giurisdizione delle leggi ordinarie del regno.[70]

Queste innovazioni, anche se produssero subito effetti positivi, favorirono anche l’insorgere di abusi  che frenarono fortemente la perseguita modernizzazione del Sud d’Italia.

Nel XVIII secolo il Comune di San Giovanni Rotondo era già intervenuto  in lunghe, complesse ed appassionanti liti giudiziarie con le Università di Monte Sant’Angelo e S. Marco  in Lamis, per ottenere l’esatta confinazione dei territori. A queste liti si aggiunsero le tormentate questioni dell’occupazione e dissodazione abusiva delle terre demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terre demaniali

Data la loro natura prevalentemente calcarea e montagnosa, il dissodamento delle terre garganiche richiedeva un forte dispendio di energie. Per mettere a coltura la terra, il contadino doveva compiere le operazioni preliminari di spietramento, decespugliamento (o disboscamento), terrazzamento e spianamento, rese più gravose dalla naturale compattezza dei terreni vergini ed incolti. Le funnate e le vadde, erano ambite per essere umide e fertili, e perciò più adatte alle colture della vite, degli ortaggi e degli alberi da frutta. Molti contadini possedevano un mulo o  un asino. I più sfortunati potevano contare soltanto sull’atavica forza delle loro braccia, con le quali brandivano la zappa,  e sulla perizia delle mani nude. Eppure quei volti  operosi intenti a cavar pietre, solcati  da rivoli di sudore, riflettevano di luce nuova. Vi si leggeva la voglia irrefrenabile di  possedere un fazzoletto di terra che, clima e cavallette permettendo, avrebbe dato di che sfamare alle numerose bocche  familiari.

L’occupazione e dissodazione delle terre demaniali  imperversarono per tutto il ventesimo secolo. Nel 1894 Luigi Vittorio Lomonaco ottenne l’incarico di liquidare il demanio. Si deve proprio a questo agente demaniale uno specifico studio della materia. Da un suo lavoro pubblicato nel 1895, intitolato “Sui Demani Comunali di S. Giovanni Rotondo in Capitanata”[71], ho potuto attingere alcune delle notizie qui riportate sulle traversie demaniali avvenute fino all’anno 1827. Le notizie riguardanti i decenni successivi, le ho attinte direttamente dai documenti dell’epoca.

 

Gioacchino Murat, succeduto a Giuseppe Bonaparte, nominò i Commissari regi ripartitori per dirimere le questioni pendenti e ripartire le terre alle persone bisognose. Per le province di Capitanata e del Molise la scelta ricadde su Biase Zurlo. Questi rilevava che l’esteso tenimento demaniale di San Giovanni Rotondo era costituito per metà da “uno stretto mucchio di sassi calcarei insuscettibili di miglioramenti e buoni solo per la pastura”; l’altra metà, posta alle falde delle montagne, originariamente della stessa natura, andava ad essere migliorata da tempi antichissimi grazie al lavoro dei contadini. Le fatiche prestate dagli indigeni nei “piccoli angoletti e vallette tra i sassi di Patariello, Murge e S. Egidio” risutavano di valore dieci volte superiore a quello delle colture impiantate.

 Le terre migliori, situate ai piedi dei monti e nel piano di Puglia erano in mano ai grandi possessori. Le vigne, gli  orti e gli uliveti esistenti nei demani di Patariello, Piano, Coppa, Mattine e S. Egidio erano diantica proprietà”. Molti privati cittadini riuscirono a dimostrare la legittimità del possesso, esibendo talvolta testamenti molto antichi in cui, per descrivere l’estensione della proprietà,  si faceva riferimento ad altri antichi ed altrettanto legittimi possessori confinanti. A favore dei possessori deponeva anche il fatto che il Comune non aveva mai imposto su quei terreni alcun canone o altra prestazione. Lo stesso accadeva per gli uliveti e le tenute delle Mattine. Perciò risultava già costituita di fatto una “proprietà libera”. Per raggiungere lo scopo, quindi, si giuducò sufficiente ampliare detta proprietà, “risicando” le terre occupate abusivamente e ripartendole ai cittadini che ne erano sprovvisti con le terre demaniali.

Della “reintegra” dei terreni della difesa delle Mattine, si era già occupato il Giudice locale  Michele Lembo, nel lontano 1775, su incarico della Regia Camera della Sommaria. Il Lembo, compilato un elenco degli occupatori , aveva delimitato la “difesa” con solchi e termini lapidei, imponendo agli abusivi il pagamento del terratico ed il rilascio delle terre subito dopo il raccolto. L’agrimensore Miscio aveva redatto una pianta con la situazione di fatto esistente, per mettere il Comune al riparo da future usurpazioni.

 Ma la reintegra non fu rispettata che per poco tempo. Tanto che Biase Zurlo, avendo trovato le occupazioni addirittura accresciute rispetto al 1775, dovette ricominciare tutto daccapo.

Il 17 maggio 1811 venne siglato un accordo tra il predetto Commissario del Re e l’Amministrazione del Tavoliere per la Divisione del Demanio di San Giovanni Rotondo, e per la Statonica per la Locazione delle Cave. Questi i punti dell’accordo:

“1. La locazione delle Cave riceverà sul Demanio Giudice Nicola un accantonamento di carra otto a Corpo de’ terreni censiti, e tutto il terreno incolto della Petrara per quell’estensione, che si troverà. Questo accantonamento sarà una proprietà dei Locati per tutto l’anno, e qualora vi esistessero colture, dovranno essere queste abbandonate da’ Coloni.

2. La Statonica delle Poste della Locazione, cioè Postapiana, Signoritto, e Polveracchio per quella parte censita alla Cappella del SS.mo di Pescopennataro, sarà promiscua cogli animali dei Cittadini di San Giovanni Rotondo, e propriamente dalle Costarelle, sino al confine verso lo Sfasciato.

3. La parte della posta di Polveracchio censita dal Sig. Antonio Barretta non sarà promiscua co’ cittadini, che per la sola larghezza di passi 120, giacché l’assegno del terreno montuoso delle Cave si è fatto pel doppio in rapporto al terreno di Puglia. I detti passi 120 di larghezza saranno presi a partire verso il mezzo giorno della Posta da una retta, che sarà tirata dalla parte di Polveracchio censita alla suddetta Cappella, sino alla Posta di Signoritto, passando pel confine dove sono i tre titoli, luogo che nella pianta fatta dall’Agrimensore Giovanni de Capite, è contrassegnato al n° 15. Tutto ciò che resta della Posta all’infuori dell’estensione di sopra indicata, sarà interamente negato a qualunque uso de’ cittadini di S. Giov: Rotondo.

4. Il Comune indennizzerà que’ censuarj, che goderanno in promiscuo co’ Cittadini la detta Statonica della metà del Canone stabilito dall’Amministrazione del Tavoliere, e di tutto; qualora i Locati rinunciassero a tal godimento.

5. In compenso di tale promiscuità, e della servitù, che viene a rimanere sulle poste de’ Censuarj, possederanno questi in promiscuo con i Cittadini su lo Sfasciato da’ 29 settembre a’ 25 di Novembre, e potranno far anche la paglia necessaria pe’ loro Pagliaj, senz’alcun pagamento.

6. Gli articoli 4 e 5 saranno moderati pel Signor Barretta nel seguente modo. Egli non avrà alcun compenso sul Canone, e potrà far pascolare i suoi Animali su lo Sfasciato; ma gli sarà lecito soltanto di abbeverare in ogni tempo dell’anno i suoi Animali nel Pantano, e si provvederà colà della paglia necessaria a’ suoi Pagliaj.

7. Gli altri Locati, che non hanno parte nella presente Cessione della Statonica, continueranno a prendere le acque, e le paglie nel Pantano a’ 25 Novembre, fino alli 8 Maggio, senz’alcun pagamento.

8. I Locati di Candelaro avranno uno accantonamento su quella parte del Demanio di San Giovanni Rotondo detto Cicerone.

Biase Zurlo. Il Duca delle Torre. Giovan Antonio Lisa Patrocinatore del Comune di San Giovanni Rotondo accetta tutti gli articoli contenuti nel presente foglio, e rispetto al Demanio di Cicerone, siccome non vi sono incasate, che 200 pecore a pascolo, il di cui importo è di circa ducati 23; così crede espediente, che questa somma possa essere dipartita per la Legge di affrancazione in tutte le terre coltivate, su di che se ne rimette al provvedimento del Signor Commissario”.[72]

Le operazioni di reintegra e quotizzazione delle Mattine progredirono molto lentamente. Una prima suddivisione ad opera dell’agente Laporta fu vanificata dal ritardo con cui i quotisti vennero immessi nel possesso delle terre. Il Consigliere d’Intendenza Salvatore Frascolla, ripresi i lavori nel 1815, si accorse subito che i coloni perpetui avevano nel frattempo rioccupato le zone già rilasciate. Egli trovò la terra delle Mattine inadatta alla coltivazione ed occupata in più punti da vari cittadini che si godevano il poco erbaggio esistente. Rilevava al contrario che gli “oleastri”[73] erano talmente “annosi” e spessi da rendere quel posto simile ad un bosco. Commentò che per far fruttificare quelle piante serviva “la docile mano dell’uomo”. Invece le “taglienti scuri” dei cittadini ne stavano facendo scempio, per procurarsi legna da ardere o da vendere. Queste devastazioni erano cresciute dopo che B. Zurlo, con un’ordinanza del 23 dicembre 1811, aveva aggiunto altre 80 versure al territorio divisibile delle Mattine.[74]  Si trattava delle terre “resecate” dai territori dell’Ischia dell’Abbate, che erano state assegnate al Comune di San Giovanni Rotondo dalla Commissione ex Feudale nel 1810. Poi, nel 1812, l’agente divisore aveva formato delle quote del valore di 40 ducati l’una, assegnandole fuori bussola. Il decurionato aveva destinato tale estensione “per ambito alle fabbriche rurali inservienti alle industrie di campo, ed armentizie, e delle rimanenti quote”. L’assegnazione era avvenuta per sorteggio, dopo invito fatto ai cittadini. Ma alcuni occupatori delle Mattine, con esposti equivoci, provocarono la sospensione della immissione in possesso dei quotisti. Malgrado il ricorso dei cittadini controinteressati al Ministero dell’Interno, la quotizzazione si bloccò fino al 1816. Il 29 aprile di quell’anno ritornava a San Giovanni, per ordine dello stesso Ministro, il Consigliere  Frascolla. Questi, d’accordo con i decurioni, faceva rientrare nel demanio divisibile l’estensione delle Mattine, incluse le occupazioni da risecarsi, le 80 versure predette, altre 10 versure site nel luogo dello le Coppe, le “vallate e radici” dei monti dei due demani detti Coppe e Coppa coperti di “oleastri, lanterne ed altri alberi fruttiferi”.

Effettuati i sorteggi, ci fu un’altra sospensione dell’Intendenza, a causa dei  ricorsi degli occupatori che non volevano perdere l’illegittimo possesso delle terre. In tale frangente  il Consigliere delegato si vide circondato da molti padri di famiglia esclusi dal sorteggio del 1812. Essi accusarono il decurionato di aver usato l’“artifizio” di informare  i cittadini nel mese di luglio, quando la maggior parte di loro era impegnata nella raccolta delle messi nelle terre di Puglia.[75] ,
 

Ciò aveva determinato l’assegnazione di quote anche a persone incapaci, di ogni sesso e condizione, per il sol fatto di aver potuto partecipare ai sorteggi. Fecero anche notare che si era verificato un concentramento di notevoli estensioni di terra nelle stesse mani, poiché più quote risultavano assegnate a membri della stessa famiglia, o ad interposte persone. Una verifica degli elenchi del 1812 diede ragione ai reclamanti. Perciò gli incapaci e gli altri non aventi diritto furono esclusi dalla divisione e le loro quote sorteggiate a favore dei cittadini che erano stati esclusi.

Per evitare la completa distruzione degli alberi, non restava che immettere nel possesso gli aventi diritto. Tuttavia ciò non poté ancora avvenire poiché “i confini delle quote segnate in pianta nel 1812, erano rimasti distrutti dal tempo e dalla malizia altrui”. Si dovette richiamare l’agrimensore Basilio Palmieri,  che già una volta aveva effettuato le misurazioni. Questi, ritoccati i confini di ciascuna quota, la immetteva nell’immediato possesso dei quotisti, secondo l’ordine di sorteggio. Questa volta il Consigliere delegato, visti i precedenti, ordinò al Palmieri di disegnare le piante in duplice copia,  indicandovi l’estensione e il nome dell’assegnatario di ciascuna quota.  La prima copia era da conservarsi agli atti; la seconda sarebbe stata trasmessa al Ministero degli Interni per l’approvazione. In questo modo si aveva certezza di poter dirimere qualunque futura controversia riguardante i confini tra i quotisti e tra questi ed il Comune. Era l’anno 1816.[76]

 

Nei mesi di giugno e luglio 1845, per ordine dell’Intendente della Provincia, le Autorità municipali sangiovannesi decisero di aggiornare con un censimento lo stato delle occupazioni e dissodazioni abusive. Si formò una commissione composta da dal 1° eletto Benedetto Ventrella e dai due decurioni D. Antonio Sabatelli e D. Giuseppe Morcaldi, la quale effettuò numerosi sopralluoghi, avvalendosi dell’assistenza del brigadiere forestale Donato Palumbo e dell’agrimensore Raffaele Pennelli. La commissione ispezionò le terre interessate da innovazioni, quali macerie, siepi, scavi e spostamento di termini lapidei di confine. I controlli furono estesi a quelle terre per le quali vi era stato sentore che fossero state occupate o dissodate. Giorno per giorno la commissione compilò un un verbale, annotandovi i  nomi degli occupatori, l’estensione delle terre interessate ed il tipo di intervento operato. Non fu un lavoro di poco conto, se si considera che le operazioni si concludevano, normalmente, alle ore 23 “italiane” di ogni giorno.[77]

Da detti verbali è stato tratto un elenco, riportato in appendice (Doc. n. 6), che descrive ben 210 nuovi casi di occupazione o dissodazione.

Nel 1849, mentre era sindaco Emanuele Bramante, il consesso decurionale presentò le solite lagnanze all’Intendenza: “... Il Decurionato col pianto agli occhi ha fatto osservare che nulla è restato al Demanio Comunale che le nude rocce calcaree...”. Inutili erano state “le misure regolari di rigore” e l’“ottima vigilanza” del primo eletto. Gli usurpatori continuavano “con tanto abuso” a godersi le terre occupate. Così Michele Placentino si era dissodato circa dieci versure; Francesco di Cosmo, Michele Mangiacotti, i fratelli De Mita, Giovanni Campanile, Nicola M.a Di Iorio “e centinaia di altri” avevano occupato dalle tre alle cinque versure ciascuno, “senza risparmiarvi nulla”. Infine, “un tale Giuseppe Longo e Socii avevano dissodato impunemente vicino all’abitato, e propriamente nella difesa Patariello”.[78]

Il 22 maggio 1851 una Grazia Sovrana interessò le dissodazioni e le occupazioni demaniali avvenute fino al mese di marzo 1851. Le disposizioni reali comportarono l’estinzione di ogni responsabilità penale e delle pene comminate e consentivano a ciascun occupatore o dissodatore di restare in godimento della terra, nella misura massima di una versura; la parte eccedente ed i terreni saldi di qualsiasi estensione dovevano invece essere rilasciati. Per l’esecuzione di tali disposizioni arrivò a San Giovanni il Consigliere provinciale La Porta, che iniziò a lavorare nell’autunno del 1853. A giudizio del decurionato, le operazioni condotte dal La Porta, se da una parte gravavano il Comune di ingenti spese, avevano fallito l’obiettivo  delle sovrane disposizioni, poirché “il torrente delle usurpazioni” non si era arginato e le terre escluse dalla divisione non erano tornate al Comune. Inoltre, a tutto il mese di giugno 1854 gli agrimensori avevano misurato soltanto poche proprietà, talvolta interamente circoscritte da altre proprietà private. Altre volte i terreni misurati confinavano con il demanio soltanto con lato o erano delimitati da macerie di pietre, la cui antica fattura doveva allontanare ogni sospetto di usurpazione. Infine la misurazione aveva interessato anche alcuni terreni saldi demaniali (che dovevano invece tornare al Comune)  perché  il terreno era stato appena smosso con la zappa o  risultava segnato da poche pietre, sovrapposte a guisa di recinto (maceria). Tutto ciò, secondo il decurionato, aveva incoraggiato una moltitudine di persone ad intensificare l’occupazione di terra, con l’intima certezza di  rimanerne in possesso.

Per bloccare il fenomeno, il consesso propose all’Intendente di far rispettare le disposizioni reali, imponendo l’abbattimento di siepi e “macerie” dei terreni eccedenti la versura, e di circoscrivere la misurazione alle sole terre dissodate prima del mese di marzo 1851, per le quali sarebbe stato fissato un canone da pagarsi al Comune. Poiché fino ad allora le operazioni avevano  riguardato la “centesima parte” del vastissimo agro comunale, il decurionato auspicava una velocizzazione dei controlli per consentire al Comune, con la reintegra dei terreni non rientranti nella Grazia Sovrana, di sgravare il peso fondiario con i corrispondenti canoni da introitarsi.[79]

Ma le autorità sangiovannesi non riuscirono a frenare le usurpazioni. In appendice è riportato un altro elenco di 135 occupatori illegittimi relativo agli anni 1865-1875 (Doc. n. 7).

Le proteste degli allevatori di bestiame

Tutte queste dissodazioni abusive e la divisione di parte del demanio comunale ai cittadini provocarono la continua ed accesa opposizione degli allevatori, che vedevano ridurre man mano l’erbaggio necessario alla sopravvivenza del bestiame. Il Sindaco S. Cafaro inviò al Ministro dell’Interno e Segretario di Stato un rapporto riportante la data del 9 giugno 1816:

“Eccellenza, L’unico sostegno di questa Popolazione, composta da circa 5.000 abitanti è foggiato sull’industria pastorizia di animali piccioli, e grandi, non potendosi invertire questa estensione territoriale pp. altro uso di maggior profitto, pp. essere sterilissimo, ed una ammasso di pietre. Tal’industria, che dà a’ Cittadini  l’indispensabile sussistenza, ha i suoi erbaggi estivi, Autunnali e di Primavera egualmente, che aveva quello Vernotico, che è lo più necessario, ed essenziale, compreso nella così detta Difesa Comunale le Mattine, che trovasi a contatto da mezzogiorno colla Puglia, e da Borea col montuoso Gargano. Tal difesa vernotica le Mattine è andato in quest’anno a dividersi tra Cittadini pp. l’esecuzione della Legge Demaniale di ripartizione, di cui tutto il materiale dell’enunziata operazione sta’ già prevista e disposta fin dalla passata occupazione Militare, che V.E. (...), ha confirmata, anzi affrettata.

Mancata dunque all’intutto la situazione Vernitiche a’ tanti armenti, viene meno in seguito la loro esistenza; e quindi vacilla l’unica sussistenza di questo pubblico. Rimane al Comune veramente altr’Erbaggio Vernotico nomato Difesa delle Costarelle di circa 24 carra, che fino al momento mercé asta pubblica si è venduta annualmente dal Comune: detto erbaggio suole, e deve essere surrogato al fondo suddiviso, ma questo non è affatto capace, se non appena pp. la metà dell’industria, rimanendo più della metà senza speranza alcuna di situa.ne.

Per quanto è caro al Governo il vantaggio de’ Popoli l’è egualmente ancora la loro sussistenza; e questo è appunto pp. questa Comune nella conservazione delle prefate industrie pastorizie. Tutti i possessori di questi armenti vanno giornalmente assordirmi colli loro giusti reclami, pp. essere preveduti di altri Erbaggi Vernotici. Io qual’organo de’ loro sentimenti, e perché m’incarico di una assoluta necessità., mi veggo nel dovere rapportar tutto alla cognizione di V. E. , nel di lui cuore, son sicuro preponderare la ragione, ed il bisogno comune.

Sono con ogni rispetto baciandovi la mano. Salvatorte Cafaro”.[80]

Questi ed altri problemi coinvolgevano e affliggevano i “ padronali d’animali” sangiovannesi. Essi avevano sempre goduto il diritto di pascolare l’intero territorio comunale, tanto demaniale, che defensale, “a sola riserva delle Costarelle di carra 24”, pagando al Comune una fida o “Dazio grande” di carlini  otto a bove, carlini quattro a vacca, o giumenta, grana otto a pecora o capra, e grana 10 per ogni “animal nero”. Questi ultimi però non potevano entrare nelle difese, per il danno che vi avrebbero arrecato. L’accesso era negato anche agli “animali maschi”.

 Dalla fida il Comune ricavava una rendita coacervata di ducati 1.500. Detratte le spese di custodia, di esazione e numerazione degli animali, ne rimanevano al netto 1.300. A questi c’erano da aggiungere altri 260 ducati provenienti dalla fida corrisposta dai  forestieri che avevano diritto di immettere animali nel territorio detto i Quarti, insieme ai cittadini sangiovannesi, dal 29 settembre al 25 novembre. Quest’ultima fida, introdotta d’autorità dagli amministratori pro tempore, aveva provocato talvolta la devastazione degli erbaggi, mettendo in pericolo l’esistenza degli animali. appartenenti ai sangiovannesi.  Altre devastazioni venivano addebitate alle ordinanze del Commissario ripartitore Biase Zurlo, che aveva sciolto la promiscuità di alcune zone di confine con i Comuni di Monte Sant’Angelo e S. Marco in Lamis. Questi fatti aveva portato parecchi allevatori sangiovannesi a chiedere all’Intendente l’abolizione della fida per gli animali dei forestieri. In cambio essi si erano impegnati  a pagare al Comune ducati 1.500, corrispondenti al totale netto introitato, assumendosi l’onere di provvedere direttamente alla custodia e numerazione degli animali e all’esazione della fida. In tal modo il Comune avrebbe ottenuto il risparmio di tutte le spese. Tuttavia i ricorrenti avevano posto come condizione per la validità dell’offerta la proibizione agli  Amministratori di ogni ingerenza in detti erbaggi, se non  quella di “licitare il dritto d’esazione del libro”. Il decurionato aveva dato l’assenso con delibera del 13 gennaio 1813, a patto che fosse osservato “l’antico solito d’escludersi gli animali pecorini gentili addotte alla Censuazione di Puglia”, ancorché di proprietà dei censuari. L’Intendente, pur riconoscendo che i diritti dei cittadini sangiovannesi andavano anteposti a quelli dei forestieri, tenne presente innanzitutto l’interesse del Comune e pose le sue condizioni, imponendo agli allevatori supplicanti il pagamento di tutti i ducati 1.760. Questi, per assicurarsi il godimento dell’erbaggio per tutto l’anno, pur malvolentieri, si accollarono la maggiori spesa ed elessero nel loro seno due “onesti Deputati annuali”, con compiti di sorveglianza, da retribuire con le multe che avrebbero elevato ai contravventori.

I proprietari poi avocarono a sé il diritto di stabilire un rattizzo per ogni capo, variabile in base alla specie dell’animale. Ciò può far nascere il sospetto che, togliendo al Comune il controllo della numerazione, i ricorrenti abbiano voluto assicurarsi la possibilità di introdure nei pascoli un numero maggiore di animali, dando modo agli “onesti deputati” di incassare un rattizzo superiore alla somma pagata al Comune.

Ad ogni buon conto, le cose andarono bene per un solo anno, fino al 15 ottobre 1814, “tempo in cui venne in mente al Cittadino Sig. Francescantonio Ventrella Censuario di Puglia d’immettere prepotentemente sette un (71) morre di pecore e due del Barone Angeloni di Roccaraso, in numero di 2.200 nel Territorio Comunale e così infrangeva coll’antico, l’attuale ordine delle cose; e tentava di profittare ne’ de’ Supplicanti, riserbandosi a mancimonio la sua speciosa censuazione”. I padronali ed il sindaco si rivolsero nuovamente all’Intendente. Questi prima sfrattava gli animali; poi revocava la decisione, “ sotto falsa assertiva del Ventrella, che co’ suoi maneggi non fece più avere ascolto a’ Supplicanti”.

Nel mese di dicembre, pressato dagli esposti, l’Intendente disponeva delle indagini. Ma i suoi ordini, nonostante le suppliche, venivano disattesi; “... e così il Ventrella si pascolò tutto il territorio, fino a che fu discacciato dalle nevi”.

Nel mese di maggio 1814 alcuni dei padronali acquistavano 2.200 pecore “gentili” non interessate dalla censuazione e le immettevano nel territorio, andando contro la consuetudine. Il marchese di Rignano, nuovo Intendente, su ricorso del sindaco, dispose che fossero scacciate nel giro di 24 ore. Il  sindaco eseguiva di buon grado gli ordini. Ma un ennesimo ricorso degli allevatori, lo portò a rideterminare  la capienza del territorio, che si estendeva per 280 carra. Tenendo conto di 1.000 pecore ogni 10 carra, egli stabilì che il fondo era capace di 28.000 pecore. Poiché i ricorrenti ne possedevano 25.000 “moscie”, ne mancavano 3.000; per cui si ritenne lecito l’immissione delle altre 2.200 acquistate, previo pagamento della fida al Comune.

Neppure questa volta era stato tenuto conto che trattavasi di pecore “gentili”, adatte cioè al Tavoliere di Puglia. Gli altri allevatori si opposero a nuovamente, insinuando che gli ordini del sindaco erano diretti a distruggere quelli dell’Intendente. Definivano “mal poggiati” siffatti ordini, perché si era voluto paragonare il territorio in questione a quello di Puglia.

I  “padronali” imposero anche una fida di 30 carlini a capo ad alcuni proprietari di “vacche indomite” che avevano pascolato per tutto l’anno. In un primo momento il comune e l’Intendente avevano respinto il ricorso degli interessati. Ma, dietro nuovi “falsi esposti” tale  fida veniva ridotta da 30 a 8 carlini a capo, obbligandosi i padronali a ricavare la differenza dalla fida di altri animali. Ciò provocò l’ennesimo, lunghissimo esposto all’Intendente in cui si descrivono  le vicende appena sintetizzate. I ricorrenti  concludono:

 “... e così trovasi autorizzata l’insubordinazione..., e la necessità di tutto devastarsi, e resosi vieppiù baldanzosi tali soggetti tennero ricorso contro de’ Dep.ti asserendo aversi appropriati D.ti 309 di fida, e sulla sola assertiva vi è ordinato doversi incassare tal numero da med.mi, nella Cassa Comunale, senza che si volessero ascoltare le loro giuste ragioni, gli esiti fatti, ed i conti presentati, e trovansi ben giustificati. Più si è ordinato anche che d.i Patronali delle 2.200 pecore gentili paghino D.ti 220 per fondo particolare della Comune, e vi attendono gli ordini per quello deve pagare il Ventrella, non che si sono fidati altri animali  forastieri, e si minaccia la devastazione dell’intero Territorio a Forastieri med.mi, che non mancherebbero, essendo circondati da Censuarj di Puglia, che vogliono annichilire la pastura de’ Sup.ti. Eccellenza. Se tali ordini trovassero aver rigore noi certo che saremmo costretti ad espadriare, e la Comune med.ma, poiché essendo questi Territorj ingrati all’agricoltura, appena reggiamo colla pastura”.[81]

Nel 1825 moltissimo pascolo risultava apparcato dai proprietari di animali vaccini, con grave danno per gli “animali piccioli”, che rischiavano di perire. Tra queste due categorie di allevatori si erano manifestati in passato anche  episodi violenti. “Così come avvenne il 22 dicembre 1773, ad opera di un gruppo  di cittadini, con a capo D. Nicola Siena, sacerdote, come si evince dal seguente esposto, all’illustrissimo signor D. Giovanni D’Alessandro, Presidente della Regia Camera della Sommaria e Governatore Generale della Regia Dogana: “Il Proc.re della Loc.ne (locazione n.d.r.) delle Cave con supplica l’espone... che giorni sono che li med.mi (cittadini di S. Giovanni Rotondo n.d.r.) con armi da fuoco e numero grande andidiedero a disfare li pagliari in detti demani e cacciare le pecore (dei fittuari della Locazione n.d.r.) dal pascolo di detti demani ieri l’altro 22 dicembre.... e con numero grande di animali Vaccini e Giumentini di essi cittadini s’intromisero in due Poste di essa Locazione... chiamate Postapiano...” Questo, poi, dette inizio a un processo penale a carico di D. Nicola Siena e di alcuni cittadini di S. Giovanni Rotondo. Ma molte volte si subiva e le occupazioni abusive restavano indisturbate...”.[82]

Ritornando al 1825, i proprietari di ovini e caprini inviarono altri esposti all’Intendenza. Nel mese di novembre, dopo un dibattimento in Camera di Consiglio, l’intendente fu risoluto nell’ordinare la riapertura dei parchi, per ripristinare la libertà di pascolo. Il Sottintendente, portatosi a San Giovanni, si preoccupò di persona di far diroccare in più punti le macerie che cingevano i così detti “parchi”.  Poi organizzò un incontro tra decurionato e proprietari di animali grandi e piccoli, compresi i reclamanti, per ascolatare le ragioni di ciascuno. Infine stabilì un accantonamento di pascolo per gli animali grandi, con riserva del decurionato di individuare i luoghi e l’estensione dei pascoli da dare a ciascun possessore. Le assegnazioni furono deliberate nel mese di aprile 1826:

“Per li Signori fratelli Lombardi si assegnano nel Locale detto Piano del Trigno versure dodici.

A D. Leandro Padovano nel Grassito dell’Ammenda, o pure nel Piano dell’Incudine versure 12.

A D. Filippo Bramante nello stato in cui si trova a Montecalvello circa versure ventiquattro.

A D. Onofrio Lisa versure sei alle Spine della Signora.

A D. ..(?) Filippo Lombardi nel luogo dello Piano del ... (?).

A D.a Silvia Pepe nel Tuppo del Conte versure sei.

Alli Fratelli Miscio nel Piano del Vento versure sei.

A D. Bartolomeo Sabatelli versure dodici nella Masseria di Paris.

A D. Donato Cirpoli nel Piano dell’Incudine versure quindici.

A D. Francescantonio Ventrella nel luogo ove si trova a Donnafelicia versure quindici.

A D. Salvatore Cafaro alle Spine della Signora versure sei.

A D. Francesco Morcaldi rappresentato da D.Giuseppe Cocle alle Piscine di Bramante versure sei.

A D. Filippo Lombardi vicino la mandra di Paris versure otto.

D. Francesco P.o Fiorentino, e D. Matteo Barbano vi hanno rinunciato”.

I predetti Parchi, da chiudersi dal 1° marzo al 31 luglio, dovevano essere riaperti ai cittadini nel restante periodo dell’anno. Due periti forestieri avrebbero fissato il canone. L’ampliamento del parco o l’espulsione di animali altrui nel periodo di apertura implicava una multa di sei ducati. Presentandosene la necessità, altri allevatori avrebbero potuto entrare in possesso di altri pascoli, con lo stesso procedimento. La cessazione dell’attività di allevamento comportava il ritorno della proprietà del parco al Comune.[83]

 

Le controversie finora descritte sono sufficienti per intuire quanto forte fosse l’attrito, e quindi l’odio,  tra  allevatori ed allevatori, tra allevatori e dissodatori-occupatori di demanio, nonchè tra gli stessi occupatori che si contendevano la terra.

Altre questioni demaniali davano luogo ad accese vertenze giudiziarie con i comuni confinanti di Monte S. Angelo e S. Marco in Lamis. Nel 1850 il Comune, patrocinato da Michele Benvenuto,  aveva in piedi due cause, riguardanti gli usi civici e lo scioglimento della promiscuità. La prima, ad istanza del Comune sangiovannese, si svolgeva presso la G.C. Criminale di Lucera, contro i naturali di Monte S. Angelo. La seconda, prodotta da un naturale di Monte S. Angelo avverso una sentenza del Giudicato Regio sangiovannese, era pendente in grado di appello presso il Commissario del Re.

Così il decurionato narrava le vicende, in una delibera dello steso anno:

“ ...i naturali di Monte Sant’Angelo... abusivamente nel 1848 si fecero lecito di scorrere in tutt’i punti quest’agro comunale boscoso nell’estensione di quattro cinque e sino sei miglia, portavansi dalle rispettive mandrie site in tra la linea di divisione tra i due demani per condurre i loro animali ad abbeverare nel Lago S. Egidio, su del quale non si niega di esservi stata conferita la servitù attiva in forza dell’art. 3 dell’Ordinanza del Sig. D. Biase Zurlo delegato per la divisione de’ demani di Montesantangelo e San Giovanni Rotondo che offre la data del 6 Nov. 1813, ove si legge a chiare note che a’ cittadini di Monte Santangelo resta conservato il dritto di portare ad abbeverare i loro animali nel lago S. Egidio pascendo nell’andare e nel venire nell’adiacente della strada fino al punto del Morgione, ossia Tommarone. Or da’ sopraddetti si sostiene rigorosamente e contro ogni ragione di legge, non già di fruire delle acque suddette per la via più breve, ed unica, qual’è quella della valle della Fratta di S. Nicola, uscendo dalle mandrie come si è detto site in diversi punti dell’esteso bosco di Monte Santangelo secondo l’antico ed inveterato costume, ma che vorrebbero, sotto il pretesto di abbeverare gli animali sul lago S. Egidio, scorrere e pascere tutta la estensione boscosa di questo comune con sommo pregiudizio di questi animali civici a’ quali si sottrae il ristretto pascolo, di cui è legittimo possessore il comune anzidetto, senz’alcuna promiscuità.

L’altra pendente presso il Sig. Intendente, qual Regio Commissario, contro un tale Francesco Saverio Trotta di Monte Santangelo, il quale fittuario di Campolato, crede in tale qualità di aver dritto di abbeverare sulle acque di S. Egidio in opposizione del sunnominato art 3 del suddetto Regio Commissario, che prescrive competere tale uso a’ soli animali di Monte Santangelo, che afruiscono l’erbaggio di quel comune...”[84]

La distruzione dei boschi comunali

L’altra piaga che affligeva il demanio comunale era “la mano distruttrice dei fornai”. Il Consiglio decurionale guidato da Giovanni Longo ne prese atto  nel mese di ottobre 1851, manifestando “il suo sentito dispiacere” all’Intendente della Provincia:

 “... i pochi frutti disseminati in questi demanii comunali non vengono risparmiati affatto dalla mano distruttrice de’ fornai, di cui essi hanno di bisogno per la cuci(na)tura del pane a questi amministrati. E’ tuttavia marchevole che la condizione di queste tenute boscose diviene di giorno in giorno affliggente ed attristante, stante lo sparire di continuo del combustibile indispensabile alla vita per causa de’ forni. Più volte questo Decurionato ad eliminare tanto inconveniente ed all’oggetto di assicurare un’avvenire non luttuoso per siffatto motivo a questi abitanti ha proposto l’utile mezzo di costruirsi forni “ad Inferno” poiché in tal guisa si potrebbe concepire fondata speranza di rivedersi rimboschiti questi demanii tra non lungo tempo...”. [85]

Gli alberi distrutti non poterono neppure riprodursi, “perché per supplire al bisogno si erano dovute svellere le di loro radici”.[86]

 Nel 1854 esistevano due forni comunali, che venivano affittati ai cittadini. Uno era detto “al Gaffio” (forse sito nell’antica Strada Gaffio, che è l’attuale via Ferruccio), di vecchia fattura, e l’altro “Forno Nuovo”[87]. Ma vi erano anche i forni di proprietà privata ed un altro appartenente alle monache Clarisse. Ogni sabato queste religiose distribuivano pane fresco ai poveri del paese che si radunavano nel parlatorio del monastero. Tuttavia le varie proposte di riconversione di detti forni nel tipo ad inferno, “all’uso di Foggia”, inviate con relazioni tecniche all’Intendente della Provincia nell’arco di più decenni, caddero sempre nel vuoto. La speranza degli amministratori comunali “di vedere di bel nuovo rimboschire tante contrade divenute calve, e deserte...”[88], finì per spegnersi lentamente.

La distruzione dei boschi nelle zone limitrofe al paese rese il commercio del legname altamente redditizio. Il privato, una volta ottenuta dalle autorità comunali la concessione per lo sfoltimento di una zona boscosa, soggiaceva alla forte tentazione di  farne tabula rasa. Altre volte lo sfoltimento avveniva senza alcuna autorizzazione.

 Il 16 ottobre 1852 l’Usciere del Giudicato Regio notificò al Comune sangiovannese una domanda di Tommaso Lecce, riguardante un  “esperimento di Conciliazione” davanti al Consiglio d’Intendenza, per essere riconosciuto aggiudicatario di un appalto per il taglio di alberi nel bosco demaniale di Sant’Egidio. Il Lecce, sicuro del suo diritto, aveva usato parole molto pesanti contro gli amministratori, tanto da spingerli a dipingerlo come una persona  incapace di concepire “la dignità di un corpo Municipale e del rappresentante del Comune, nominato, e stabilito dal nostro Augusto Sovrano il Re...”. La sua domanda era stata “bastantemente irruente”, e difettava di “espressioni convenevoli ad un Galantuomo”. Il collegio, pur  volendo mettere da parte le “villanie”, gli “oltraggi” del Lecce, che “non era certamente il primo ad agitarsi nei Tribunali”, non mandò giù che questi, a prescindere dalla condotta tenuta dal sindaco, si fosse arrogato “il diritto alla censura, riservato unicamente alle Autorità superiori costituite”. Cosa era successo? Il Comune, secondo la versione fornita dai decurioni, era tornato sui suoi passi per motivi ben diversi dalle “private vendette” e dai “particolari profitti” lamentati dal ricorrente. L’appalto era stato rimesso in discussione in una riunione del 15 aprile 1849, poiché  il prezzo di aggiudicazione non era più ritenuto congruo rispetto alle vistose rendite annuali. Inoltre nel contratto in discussione non risultavano sufficientemente garantite “la buona fede del giusto prezzo” e “l’uguaglianza de’ contraenti” perché entrava in giuoco “l’interesse (di) coloro a’ quali la legge affidava la tutela e la conservazione de’ Boschi”. I decurioni si rifacevano ad un “esempio ben tristo” verificatosi anni addietro allorquando, dovendosi sfoltire un bosco con la vendita di pochi alberi, andò distrutta totalmente la contrada boscosa più preziosa, “senza rimanervi altro che i soli fruttici, e macchie, e ciò per un prezzo tenuissimo bastato per sola indennità agli agenti forestali”. Il Decurionato stimava che anche il Lecce avrebbe fatto totale scempio del bosco di Sant’Egidio. Il bosco non era  neppure ceduo, risultando coperto “raramente di alberi cresciuti, ed adatti ancora”.

Il consesso municipale criticò anche il legale del Lecce, che aveva rovistato negli Archivi dell’Intendenza scorgendovi soltanto le disposizioni “che gli andavano a sangue nella vertenza”, fingendo maliziosamente di non aver letto una disposizione dell’Intendente “di segno contrario”. Essa dimostrrava chiaramente che l’Intendente e il consiglio si erano convinti di trovarsi di fronte ad una frode manifesta, architettata con modi subdoli “da coloro che doveano invece procurare maggiore vantaggio nell’interesse del Comune medesimo,  e titolare la conservazione de’ Boschi, anziché farne man bassa”. La tenuissima somma pattuita di ducati 302, poi, contrastava con l’elevatissimo numero di alberi del bosco di S. Egidio, non precisati di proposito nell’offerta, stimato in circa 30.000; senza contare che l’aggiudicatario si era riservato il diritto di “servirsi finanche delle macchie di spinaccio”. La sproporzione tra prezzo e valore degli alberi era una chiara  dimostrazione di frode e l’effetto di un “concertato monopolio in danno del Comune di San Giovanni Rotondo”.

Il comune nominò come difensore l’Avv. Festa, chiedendo al Consiglio di Intendenza di sostenere un Giudizio con l’espressa pretesa contro il Lecce “di tutt’i danni, spese, ed interessi, e di quant’altro concorresse”.[89]

Il documento fa chiaramente un processo alle intenzioni di Tommaso Lecce, persona fortemente osteggiata, alla quale veniva negato ciò che gli spettava di diritto. Infatti, a sua istanza del 23 giugno 1853, la questione si risolse con una pesante condanna del Comune di San Giovanni Rotondo:

“1) ad eseguire la contrattazione celebrata con incarto definitivo del 28.2.1849, reg.to a Foggia il 14.3.1849 n. 931, Lib. 1, Vol. 183, Foglio 49, cas. 3.a, grana 80. Tale fu approvata dall’Intendente, relativa alla compera degli alberi sistenti nella 10 a, 11 a , 12 a sezione Bosco S. Egidio e si stipulava il relativo istrumento;

2) a mettere il Sig. Lecce nel possesso del legname anzidetto dietro il pagamento di ducati 100, a conto del prezzo di ducati 300;

3) al rimborso dei danni di interesse cagionati da ingiusto rifiuto, malgrado l’Uffizio dello Intendente del 18.8.1849 che imponeva al Sindaco la piena esecuzione del contratto;

4) alle spese di giudizio”.[90]

Tommaso Lecce sarà trucidato nella reazione del 1860.

Le Guardie Rurali e Forestali

La causa principale del “torrente” di dissodazioni e della distruzione di interi boschi, trovano una spiegazione nello stato di assoluta necessità della popolazione. Ma la colpa dello scempio del territorio sangiovannese è da attribuire principalmente alle autorità comunali sangiovannesi che non vollero dividere il demanio alle persone bisognose, così come le leggi imponevano. Altre gravi responsabi­lità, che vanno ben oltre l’omissione di vigilanza, sono da addebitare  alle guardie rurali e forestali.

Nel mese di agosto 1847 il decurionato sangiovannese presieduto dal 2° eletto D. Michele Giuva si occupò della “pessima amministrazione” delle guardie forestali Donato Palumbo, Samuele Tortorelli, Gregorio Martino e Antonio Padovano. Il sindaco aveva raccolto le continue lagnanze dei proprietari di animali e dei coloni riguardanti questi individui che, “invece di custodire le tenute silvane, le stavano alienando, come avevano sempre praticato con le turpi transazioni siano in danaro siano in derrate”.

 Gli interessati non diedero segni di ravvedimento, nonostante l’energia e lo zelo del Primo Eletto. Egli aveva mandato la guardia rurale Agostino Bocchino in perlustrazione nel bosco comunale confinante con quello di Monte S. Angelo, con l’assistenza dalle guardie urbane Nicola Felice Bocci e Nicola Canistro. Il luogo era stato trovato “inondato di animali vaccini e giumentini appartenenti a Comunisti di Monte S. Angelo, ivi pascolanti in contravvenzione”. I custodi di detti animali, sorpresi sul fatto, avevano ammesso che i loro padroni Francesco Fabrocini, Pasquale Muscettola, Giuseppe Sepe, Domenico Sincone, ed altri, “avevano fatto transazione di fida coi guardaboschi e loro Brigadiere Palumbo”. Il Bocchino per fornire le prove alle autorità  e al pubblico, catturò gli animali. Ma, il brigadiere Palumbo, poiché il Bocchino aveva dimostrato la sua frode a danno del Comune, lo assalì in pubblica piazza, battendolo ed ordinandogli  “di non più ardire perlustrare i boschi ad onta ancora degli ordini  del 1° Eletto”. Questi fatti vennero accertati. Venne anche appurato che le dissodazioni e le occupazioni erano state commesse  “con connivenza, permesso, e transazioni dei Guardiaboschi e di loro brigadiere Palumbo”. Intanto le tenute forestali erano state “isolate alle sole rocce di sassi calcarei”. Per tutti questi motivi il decurionato fu favorevole alla sostituzione dei guardiaboschi.[91]

L’Intendente tardò a prendere provvedimenti, come se avesse voluto proteggerli. Il consesso municipale, guidato dal sindaco Emanuele Bramante, ritornò nuovamente in argomento il 7 ottobre 1849, rappresentando al funzionario del capoluogo di non poter più resistere ai tanti reclami pubblici  avverso le “questue ed estorsioni vergognose” dei guardiaboschi, che avevano compromesso le tenute silvane con “devastazioni, incendj, e tagli di qualunque parte”. Tali gravi atti avrebbero procurato in poco tempo “lo squallore e lo scheletro del bosco di S. Egidio”. Perciò il decurionato fece “voti al Cielo colle lagrime agli occhi che questi Guardaboschi fossero senza nessuna pietà discacciati”. Anche i due Guardiani di confine erano “pessimi in qualunque modo”. Essi neppure si accostavano ai luoghi da controllare. Lo dimostrava il fatto che i termini lapidei di confine tra San Giovanni e S. Marco erano stati in gran parte distrutti dai naturali “discoli” di quel Comune. Se detti termini non venivano prontamente ripristinati la linea di confine sarebbe caduta barbaramente in disuso, diventando nuovamente ignota, provocando altre lunghe vertenze giudiziarie. Nel frattempo le guardie e i custodi se ne stavano rintanati nelle loro case, nelle cantine e nelle bettole, continuando a percepire “impunitamente” lo stipendio mensile, nonostante le ispezioni fatte l’anno precedente dal Brigadiere a cavallo D. Giuseppe Nardella, inviato dall’Intendente.[92]

Per gli esposti motivi Gabriele Martino, Antonio Padovano e Samuele Tortorelli furono destituiti. Il 7 aprile 1850 il decurionato formò le tre terne per rimpiazzarli. Le norme favorivano Donato de Bonis, Francesco Bocci, Giuseppe Leggeri e Francesco Cascavilla, per la loro qualità di soldati congedati. Però soltanto i primi due furono inclusi nelle terne. Il Cascavilla, infatti, fu reputato immeritevole, per non aver assolto pienamente il servizio di leva, non essendo rientrato al Corpo allo scadere di una licenza; mentre il sammarchese Leggieri non conosceva le contrade boscose, né era in grado di elevare contravvenzioni comunali , ignorando i nomi dei naturali sangiovannesi. Pertanto nella terna furono inseriti altri nominativi. I decurioni Vincenzo Maresca e Giovanni Merla si dissociarono con una dichiarazione scritta dalla esclusione del Leggieri “per non contravvenire agli ordini del Sig. Intendente”, che non potevano essere disattesi, e perché ritenevano il medesimo capacissimo di conoscere  le contrade comunali  ed i naturali in contravvenzione, essendo del conterminante Comune di San Marco.

Inspiegabilmente, il giorno 13 dello stesso mese di aprile, l’Intendente, che conosceva bene i loro pessimi precedenti, volle sapere se il nuovo decurionato ritenesse i tre guardiaboschi destituiti meritevoli di riassunzione in servizio. Il consesso, se da una parte volle appena far riferimento a quanto il vecchio consiglio aveva già deciso,  dall’altra espose “le colpevoli influenze sugli uomini dalle torbide vicende dei passati tempi”. Poi passò a descrivere una situazione poco edificante creata dai tre guardiaboschi e da Agostino Bocchino:

“... così e non altrimenti si potrebbe dare un ragionato giudizio sulla causa dei tanti disboscamenti e dissodamenti avvenuti in queste contrade comunali, nonché sulla condotta di coloro che ne avevano la custodia. Ciò riuscirebbe assai lungo e fastidioso. Il decurionato  tira un velo sul passato, ed invece propone che i suddetti venissero reintegrati guardiaboschi. Eglino promettano assiduo ed indefesso zelo nel custodire i boschi, ed i saldi comunali, il decurionato a queste condizione mette a maggioranza di voti il già esposto parere. Ma se deludono le sue aspettative, mancanti in minima parte ai loro doveri, provocherà le pene più severe volute dalle leggi, non solo nella via Amm.va ma anche nella Giudiziaria. In quanto alle guardie rurali Andrea Marchesani, Gabriele Savino, il decurionato li trova di lodevole condotta nel disimpegno dell’incarico loro affidato. Ed è perciò che propone conservarsi nell’impiego. Per i Guardia confini Matteo Cascavilla, il decurionato fa osservare che essendo stato per molti anni accorto e doveroso guardiabosco, decrepito di età ed inabile ad agire, ma però in considerazione del suo lodevole servizio e come padre di numerosa famiglia, il decurionato propone che si continuasse a dare a lui il mensile attuale pagamento a titolo di giubilazione. Non così giudica dell’altro guardiaconfini Agostino Bocchino. Costui non esce in campagna che per esigere dai proprietari degli animali di S. Marco in Lamis il convenuto tributo, permettendo che quelli animali oltrepassano la linea di confinazione, e fruissero l’erbaggio di questo Comune che pur si paga da questi cittadini. Dedito ai vizj più nefandi, frequenta le cantine ed altri luoghi di ogni sozzura. Usuriere crudele, dopo piccole somme esigge strabocchevole somma. Vende tabacco, e polvere di contrabando. Il decurionato sente rimorsi dover permettere che si alimentasse a spese del Comune un uomo che non sa dire se più pernicioso alla morale pubblica, alla Comune o a questi proprietarj d’animali. Per le quali ragioni, ed altre che per brevità tralascia, il decurionato propone che fosse destituito ed in suo luogo, all’unanimità propone la seguente terna: Giuseppe Ricci di Antonio, Nicola Maria Pennelli e Giovanni Crisetti”.  Il consiglio concludeva la delibera caldeggiando l’approvazione della nomina a  Brigadiere forestale del già ternato D. Federico Verna, “fornito di competente capacità e peritissimo delle cose di campagna”. [93] 

L’intendente chiedeva quindi al decurionato di specificare i carichi pendenti del Bocchino “onde decidersi definitivamente del di lui destino”. Il consesso, rifacendosi alla deliberazione del 21 aprile, aggiunse “di non poter nutrire alcuna fiducia su di un uomo di tanta nota immoralità, anche perché per mancanza di debita custodia e di costui vigilanza, fu anche per sua annuenza, si sono trovati svelti e rotti undici termini lapidei lungo il confine tra questo comune e quello attiguo di Sammarco allo stesso affidato; a prescindere d’essere un forestiero, le di cui condizioni sono qui totalmente ignote, e per tutto ciò si stima onninamente immeritevole di custodire le proprietà comunali...”.[94] Ma, trattandosi di una questione rilevante, l’Intendente, con altra nota del 24 gennaio 1851, chiedeva le controdeduzioni a discarico, che vennero inviate a Foggia il 21 marzo 1851. Negli incarti esaminati non vi è traccia dell’eventuale provvedimento di destituzione.

Nel 1853 la questione dei disboscamenti era ancora all’ordine del giorno e il Brigadiere forestale con tutta la brigata venivano accusati nuovamente dal Sindaco Nicola Lombardi di non vigilare su tutte le campagne boscose, “stante in continuazione in paese, nelle cantine, e Caffè, permettendo a questi naturali le continue dissodazioni, ed il taglio degli alberi in tutti i punti del Comune, nonché di far abbattere alberi da costruz.e ai forestieri”. Il Collegio, trovata la cosa  “più che vera”, pregò l’Intendente di sospendere temporaneamente dal soldo i tre guardiaboschi,  continuando a tenerli impegnati nel servizio, con l’intesa di destituirli qualora non avessero cambiato comportamento.[95]

A distanza di sette anni, il 26 maggio 1860 il decurionato discusse l’argomento “Per la reintegra di Agostino Bocchino Guardiano Rurale”. Era stato l’Intendente pro tempore, con uffizio del 1° settembre 1859, a chiedere lumi per un’istanza del Bocchino al Ministro, mirante ad essere reintegrato nella carica ed ottenere il “soldo” arretrato. Il decurionato respinse la richie­sta, accusando l’ex guardiaboschi di voler “evocare fatti estinti” e spiegò che sicuramente vi fu un provvedimento di destituzione che “per disgrazia” non era stato possibile rinvenire in archivio. Aggiunse che dopo la rimozione, av­venuta tanto tempo prima “per ragioni ben vedute”, il Bocchino era stato rim­piazzato da Antonio Padovano al quale era stato pagato regolarmente il soldo. Con detta riammissione in servizio si sarebbe tolto di bocca un “misero pezzo di pane”  al Padovano, che era “positivamente un infelice”, per darlo al Boc­chino che, a parte tutti i demeriti, era persona “bastantemente agiata”. Inoltre “il voler dare una minima somma al Bocchino sarebbe tornato di grave scan­dalo e sommo danno per il Comune, sia per le predette ragioni, sia perché la finanza comunale era bastatamente depauperata, che... non poteva far fronte a’ pesi ordinari”. Ma, visionando gli atti, sorge qualche dubbio che il Bocchino fosse stato rimpiazzato dal Padovano. Il nome di quest’ultimo, infatti, non compare nella terna proposta all’Intendente dai decurioni pro tempore. C’è da sospettare che si sia voluto aspettare il momento opportuno per punire il Boc­chino, colpevole di aver fatto destituire gli altri tre guardiaboschi, tra cui pro­prio il Padovano. Altrimenti come si spiega che il decurionato, spinto dall’Intendente, possa aver tirato “un velo sul passato” di questi ultimi, ri­ammettendoli in servizio, per accanirsi contro il Bocchino che  aveva avuto il merito di mettere in luce le loro malefatte? Anche questa storia ha tutto l’aspetto di una “torbida vicenda” in cui “le colpevoli influenze” degli uomini devono aver avuto un peso determinante. Cinque mesi dopo Agostino Bocchino sarà trucidato durante la reazione borbonica.

I pochi posti di guardaboschi erano molto ambiti, tra i meglio retribuiti, come si può constatare nella tabella degli stipendi di alcuni impieghi dell’epoca, riportata in appendice (Doc. n. 8). Spietata dunque era la lotta per occuparli.

 

Dopo i moti europei del 1848 vi fu una seconda restaurazione, alla quale però non aderì  Vittorio Emanuele II, che voleva mantenere fede alle scelte costituzionali. Malgrado un’insurrezione repubblicana a Genova, prontamente repressa, egli lanciò il proclama di Moncalieri , formando una nuova camera con  una maggioranza di membri moderati.  Dopo la ratifica della pace di Milano con l’Austria,  il re sabaudo riattivò una   politica di riforme,  attirando su di se l’attenzione degli italiani. Si creavano  così le premesse perché il Piemonte diventasse lo Stato-guida verso l’unità nazionale.

 Invece, nel Regno delle Due Sicilie si venne a creare una profonda spaccatura tra intellettuali e  Governo, a causa delle dure misure repressive. Il ceto dirigenziale, sulla base di una politica che si sarebbe rivelata suicida,  era stato decapitato degli uomini migliori, mandati  in esilio o imprigionati. Ciò accelerò il processo di disfacimento del regime borbonico.

 In Piemonte iniziava l’ascesa di Camillo Benso Conte di Cavour, favorevole ad un governo di tipo parlamentare, capace di tradurre in leggi le istanze delle popola­zioni. Egli non vedeva di buon occhio le paterne elargizioni pseudo-costituzionali dei sovrani, che potevano essere revocate in qualunque momento. Negli anni del suo ministero, dal  1852 al 1859,  si adoperò per la trasformazione economica del Piemonte. Diede grande impulso alla borghesia imprenditoriale, incoraggiando il suo inserimento nella vita pubblica accanto all’antica nobiltà legata alle fortune della monarchia. Ciò influì favorevolmente anche sulla trasformazione sociale.

Attraverso  la Società Nazionale presieduta dal Pallavicino, il Cavour assecondò la formazione di un vasto fronte unitario che accoglieva nelle sue fila elementi moderati, repubblicani, federalisti e mazziniani, al fine di gettare le basi per la costituzione di un  Regno dell’Alta Italia  che comprendesse le Valli del Po, la Romagna e le Legazioni Pontificie. Ma egli era anche convinto che non era realistico pensare di cacciare l’Austria dall’Italia, senza una modifica dei rapporti internazionali. Perciò cercò di rimpiazzare  l’influenza austriaca  sul Piemonte con l’egemonia di Napoleone III.  Ciò avrebbe favorito un’alleanza con la Francia  in vista di una dichiarazione di guerra all’Austria. Contemporaneamente,  con abile ed intensa attività diplomatica presso le grandi potenze europee, riuscì a mascherare la  linea politica piemontese, facendola apparire  come mirante alla difesa dell’ordine e della pace. Gli accordi di Plòmbieres del 20 e 21  luglio 1858 tra Cavour e Napoleone III segnavano il successo della sua politica.

Mazzini intanto, diffidente verso la politica di Napoleone III, avendo perso al Nord molti seguaci a causa dell’affermarsi della politica cavouriana, spostò la sua attenzione verso il mezzogiorno d’Italia dove l’immobilismo borbonico avrebbe potuto incoraggiare delle insurrezioni. Così, contemporaneamente alle insurrezioni di Genova e Livorno,  una spedizione guidata da Carlo Pisacane si dirigeva nel mese di giugno 1857 verso Sud, nel Cilento, una delle località più arretrate ed oppresse dal regime borbonico. A Ponza un gruppo di venti uomini liberava trecento detenuti nell’isola. Quando si accorsero che essi si trovavano in carcere per reati comuni, e non per motivi politici, la loro delusione fu grande. Mancava infatti un interesse  emotivo a partecipare alla spedizione.  Lo scontro  con le truppe avvenne a Padula. I rivoltosi cercarono la fuga verso i monti, ma vennero intercettati  ed uccisi dalla stessa popolazione. Questa aveva ceduto  alle insinuazioni borboniche che li aveva fatti credere briganti riuniti in banda armata. Al Pisacane, disperato ed amareggiato,  non restò altro da fare che uccidersi.

continua

[70] Per avere una visione complessiva delle questioni legate alla “terra” e delle vicende storiche sangiovannesi dall’età federiciana fino all’Unità d’Italia, cfr. Salvatore Antonio Grifa,San Giovanni Rotondo - storia di una città  (A.D. 1250 - 1861)”,  tomo I - S. Giorgio Editrice, S. Giovanni Rotondo, 1991, con accenni alla reazione sangiovannese. 

[71] L.V. Lomonaco, Sui Demani Comunali di San Giovanni Rotondo in Capitanata, 1895. Ri­stampa a cura dello Studio Mafra Productions, San Giovanni Rotondo, 1995.

[72] “Accordo tra il Commissario Ripartitore e L’Amministrazione del Tavoliere Per la Divi­sione de’ Demanii del Comune di San Giovanni Rotondo” pubblicato anche dalla Tipografia Seguin di Napoli, 1837.

[73] Ulivi selvatici.

[74] Queste 80 versure corrispondono alla contrada chiamata Quattro Carri, il cui nome deriva dalla sua estensione. Infatti un carra corrispondeva a venti versure.

[75] Le “terre di Puglia” erano quelle poste in pianura, nel Tavoliere delle Puglie.

[76] Cfr. Discorso preliminare del Consigliere S. Frascolla in L.V. Lomonaco, op. cit., p. 195.

[77] ACSGR, cart. 24, cat. 5, fasc. 1, cl 1.

[78]ACSGR, delibera decurionale del  25 marzo 1849.

[79]ACSGR, delibera dec.le del’11.6.1854 (seduta presieduta dal Sin­daco Nicola Lombardi).

[80] ACSGR, delibera decurionale del  9 giugno 1816.

[81] Ricorso non datato. Fotocopia.

[82] Saverio Longo, articolo “S. Giovanni nel Settecento” - Pirgiano, anno VIII, n. 6, Novembre- Dicembre 1977.

[83]ACSGR, delibera decurionale del  24 aprile 1826.

[84] ACSGR, delibera decurionale del 23 giugno 1850. In merito Cfr. T. Nardella, Usurpazioni e controversie demaniali in Capitanata prima e dopo l’unità, in “Profili di Storia Dauna”, Foggia, 1993, pp. 177 e segg.

[85] ACSGR, delibera decurionale del 19 ottobre 1851.

[86] Cfr ACSGR, delibera decurionale del 5 gennaio 1851.

[87] Nella notte del 22 sett. 1852 un incendio produsse danni per 75 D.ti al Forno Nuovo.

[88]ACSGR, delibera decurionale del 16 febbraio 1854.

[89]ACSGR, delibera decurionale del  7 novembre 1852. La delibera risulta firmata da: Saverio Lombardi, sindaco; Tommaso Giordani, Emanuele Sabatelli, Leandro Giuva, Pie­tro Cascavilla, Giovanni Merla, Pietrangelo del Grosso, Angelo Laudon, Celestino Lombardi, Gaetano Palladino, Filippo Morcaldi, Giovanni Longo, decurioni.

[90] ACSGR, cart. 8, cat. 1 , cl. 8, fasc. 1. Estratto Reg. Segreteria Generale.

[91]ACSGR, delibera decurionale del  29 agosto 1847.

[92]ACSGR, delibera decurionale del  7 ottobre 1849.

[93] ACSGR, delibera decurionale del  21 aprile 1850.

[94] ACSGR, delibera decurionale del  9 giugno 1850.

[95] ACSGR, delibera decurionale del  4 settembre 1853.

 

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