Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo II - prima parte

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Aspetti della vita sangiovannese

nella metà del XIX secolo

 

I Regolamenti Comunali

I Regolamenti di Polizia Urbana e Rurale approvati dal Decurionato il 30 giugno 1850[1]  ci consentono di rubare al passato frammenti di vita paesana. Essi costituivano le fondamenta dell’economia e dell’organizzazione sociale sangiovannese. Le norme repressive presenti nei regolamenti, dal canto loro, svelano in modo indiretto i principali atti contrari alla pacifica e civile convi­venza commessi più frequentemente dagli abitanti della cittadina garganica.

San Giovanni Rotondo era caratterizzato per lo più da umili case addos­sate l’una all’altra. Sporadici fa­nali ad olio illuminavano le strade molto strette.  La spesa di funzionamento di ogni fanale ammontava a circa 7 ducati annui.[2] Soltanto le strade principali erano lastricate.

In appendice (Doc. n. 1) sono riportati alcuni dati statistici interessanti, ricavati dai numeri relativi al censimento degli anni 1857-1865. La citta­dina era popolata da circa 6.600 abitanti. Le abitazioni erano 1.609, con una densità di circa 4 abitanti per abitazione. Il patrimonio abitativo erano così suddiviso: 850 case di proprietà, 238 case locate, 239 sottani di proprietà, 203 sottani locati, 35 soprani di proprietà, 17 soprani locati. Se ne deduce che un terzo delle case era costituito dai c.d. iusi (sottani), monolocali insani dalle ri­pide scale, sottoposti al piano stradale, che avevano nella porta di accesso l’unico mezzo di aerazione. Si può immaginare lo stato di indigenza fisica e morale della classe più povera, notoriamente anche la più prolifica, giacché era essa che viveva negli iusi. Quasi i due terzi della popolazione abitavano in case di proprietà; il restante terzo in case locate.  In appendice è riportato un elenco delle strade esistenti intorno all’anno 1860, con l’annotazione della vecchia e della successiva denominazione (Doc. n. 2).

Nel centro storico, a parte qualche piccolo spiazzo, non vi erano piazze, né giardini o altri luoghi spaziosi fruibili dalla popolazione. Sotta l’Ulme e lu Pi­scinone, fuori le mura, costituivano due realtà a parte, che favorivano la coe­sione dell’intera popolazione. La prima piazza, frequentata dagli uomini, era adiacente al punto in cui la strada rotabile proveniente da Manfredonia si in­crociava con la Via Sacra Langobardorum, proveniente da S. Severo,  percorsa dalle compagnie di pellegrini diretti alla Montagna Sacra micaelica di Monte Sant’Angelo. Qui, all’ombra degli olmi, curiosando in quel via vai di carretti, vetture ed uomini appiedati o a cavalcioni di asini, si chiacchierava, si discu­teva, si assumevano braccianti, si contrattava. A breve distanza c’era lu lemmetòne (il grande mucchio), cioè l’immondezzaio, schifoso e maleodorante.  Al Piscinone, invece, si recavano ad attingere acqua le donne del ceto povero e le serve dei ricchi che non disponevano di un pozzo all’interno della propria abitazione. I rapporti sociali tra i vicini di casa erano strettissimi. Né poteva essere altrimenti, poiché si viveva gomito a gomito, tanto che per forza di cose ognuno veniva a sapere tutto dell’altro, condividendone gioie e dolori.

Regolamento di polizia urbana

Conservazione della tranquillità e dell’ordine pubblico

Capitava spesso che l’ignaro cittadino, nel tornare a casa di notte rasen­tando i muri, fosse investito in pieno da “sostanze sia fluide che solide”, sca­raventate fuori dalle finestre sovrastanti. E poteva dirsi già fortunato se a pio­vergli addosso non era il contenuto scrosciante di un prise o di un pisciature, classici contenitori dei residui fisiologici familiari. Non era cosa agevole sot­trarsi a questi “bagni a sorpresa”, data l’angustia delle strade. Conseguente­mente i decurioni introdussero il divieto di buttare giù liquidi o cose, preve­dendo per i contravventori una multa variabile tra 5 e 10 carlini, oltre il risar­cimento del danno (art. 2).

Durante il Carnevale la popolazione si sfrenava ed il fracasso provocato dalle persone mascherate si propagava nelle abitazioni. Il decurionato proibì “il suono strepitoso delle campane de’ armenti, e gli urli in tempo di notte e di giorno, che con di­sturbo generale si praticavano nel Carnevale dalla turba degli ubbriachi per tutto l’abitato.[3]  Il Giudice Regio poteva infliggere anche una pena carceraria (art. 5).

  La multa era da 5 a 10 carlini se si consentiva “di far vagare al solito per l’abitato muletti senza guida di capestro,  somari, o altre vitture, spe­cialmente nella stagione calorosa allorché tali animali agitati dalla mosca camminavano precipitosi per le strade con grave pericolo della puerilità” (Art. 3).

e strade sangiovannesi erano percorse continuamente da “animali por­cini”, con danno per l’igiene pubblica. Perciò nel 1862 gli assessori fecero bandire che i possessori dovevano tenerli al chiuso, pena la multa di grana 50.[4]

Era anche vietato “il solito abuso del giuoco del lancio delle palle di legno e di ferro per le strade... per essere pericoloso, e micidiale”. Il giuoco delle bocce poteva essere praticato in  un luogo scelto dal primo Eletto nella contrada del Piano. La sanzione complessiva non poteva superare i car­lini 29. Per i giocatori era prevista pure  “la perdita delle palle” (art. 4).

Il Primo Eletto vigilava sulla stabilità degli edifici. Quando le case , le “fabbriche strapiombate” o gli oggetti solidi, come gli embrici, diventavano pe­ricolanti, bisognava ripararli; in mancanza vi provvedeva il Co­mune. L’inadempiente proprietario pagava una multa (da 10 a 29 carlini) e l’indennizzo delle spese sostenute dal Municipio, ma solo “se ne aveva i mezzi ” (artt. 6 e 7).

In caso di incendio, o altri eventi pericolosi, i vicini, gli astanti e chiunque fosse stato chiamato dal privato o dal Comune, erano  tenuti a cooperare per eliminare  la situazione di pericolo (multa da 10 a 20 carlini e 3 gg. di prigione per chi negava l’aiuto - art. 8).

Legittimità ed esattezza de’ pesi e misure

In paese vi era un Ufficio pubblico per la verifica del peso delle merci ac­quistate, vigilato dal primo eletto. Il regolamento puniva la frode del venditore con una pena variabile da tre a sei giorni di prigione ed un’ammenda di carlini 10 (art. 1). Rientrava nei compiti dell’ufficio controllare che gli esercenti di attività commerciale adottassero e applicassero il nuovo si­stema di pesi e misure, pena il carcere e la chiusura del negozio (art. 2).

Annona e vendita dei generi annonari

I venditori di formaggi, salumi, oli, carni ed altri generi commestibili pote­vano introdurre nelle botteghe soltanto generi di  “perfetta qualità”. Detti eser­cizi commerciali erano da tenere aperti “per ogni sera sino alle ore tre della notte”.[5] La vendita doveva avvenire con imparzialità, “servendo tutti bene ed indistintamente” (per i contravventori multa da 10 a 20 carlini e 3 gg. di car­cere - art. 1). Ciò valeva anche per fornai e rivenditori di pane. Se “frammischiavano” nella farina di grano bianco quella di altre granaglie c’era un’altra multa compresa tra i  15 ed i 29 carlini (art. 3).

 Molti generi di prima necessità erano soggetti ad “assisa”, cioè andavano venduti al prezzo imposto dal decurionato o dal primo eletto (multa di carlini 10 ai contravventori - art. 4). In appendice è riportata una tabella dei prezzi imposti per alcuni generi alimentari (Doc. n. 3).

Nel 1862, su proposta dell’assessore “grasciere” Collicelli, il Consiglio co­munale ritoccò il prezzo del pane di mezzo grana. Il “pane bruno” aumentava a cinque grana e quello “bianco” a sei grana, a causa del maggior prezzo del grano, asceso a non meno di 27 carlini il tomolo, e di tutte le altre spese, tra cui quelle di molitura e cottura, che ammontavano ad altri cinque carlini circa.[6]

Poiché i macellai solevano far passare “la carne di pecora per castrato, o quella di pecora morta con morbo per la macellata”, fu introdotta una san­zione  pecuniaria variante da 5 a 10 carlini e  tre giorni di carcere. In caso di recidiva la multa era raddoppiata e scattava l’interdizione ad esercitare il me­stiere (art. 6). Anche il pesce venduto in pubblica piazza, per la maggior parte pescato nel lago di S. Egidio, era soggetto ad assisa. L’acquirente non poteva saggiarne la qualità; a sua volta il venditore doveva collocare il prodotto sulla bilancia senza operare alcuna scelta, procedendo per fila (multa per il pesci­vendolo di carlini 10 - art. 7.).

I bandi pubblici, potevano riguardare la diffusione di ordini delle autorità superiori o la pubblicità di prodotti commerciali. In periodo post-unitario il servizio risultava affidato “a vari accattoni di mala fede debosciati al vino” che cospiravano a danno dei proprietari e dei venditori al minuto di vino ed altri generi. Il pubblico, fidandosi di tali bandi, “languiva”. Perciò la Giunta municipale decise di nominare come banditore ufficiale Michele D’Errico fu Francesco, persona “plausibilissima” ed energica, che si era offerto di comu­nicare gratis i bandi comunali, fiducioso di poter procurare pane per la nume­rosa prole con i proventi dei bandi privati. Tale attività fu interdetta alle altre persone, pena la multa di dodici carlini.

Strade, Piazze, Pubblici stabilimenti

Era compito del proprietario mantenere, riparare e pulire i forni, i camini, e le fabbriche in cui si faceva uso di fuoco (art. 1). Per la costruzione di stalle, magazzini di materie corrosive, fucine, forni e fornelli, latrine (o  pozzi neri) e pozzi di acqua, si doveva rispettare la distanza di palmi 15 dalle abitazioni. Ma ancora oggi, nelle zone più ricche di acqua, sono visibili pozzi con la bocca interna all’abitazione. Per costruire case o per “fabbriche in qualunque modo” occorreva premunirsi del permesso del sindaco.

Se si abbatteva una casa, entro tre giorni si doveva trasportare il materiale di risulta “nelle convicine terre del Piano” (multa di 24 carlini). Le latrine do­vevano essere “a cammino coperto”, per non portare alcun nocumento alla popolazione (artt. 2, 3, 4, 8, 9). Era proibito restringere le strade ed i vicoli in­vadendole con scale (mugnali), colonne, pergolati ed altri manufatti che, “sporgendo fuor dalle case , fossero causa di qualunque ingombro al libero passaggio degli uomini o delle vitture” (multa di carlini 12 - art. 5).

 I vandali che “portavano danno, in tutto o in parte, agli alberi che servi­vano di ornamento, o di ombra alle strade, alle Piazze, a’ pubblici passaggi”, erano passibili di ammenda da sei a 10 carlini e alla prigionia da tre a sei giorni (art. 6).

Nel 1851 l’Intendente ordinò di munire di piante le strade esterne del co­mune sangiovannese e il decurionato decise di alberare la strada che condu­ceva a Manfredonia, per la lunghezza di un miglio. La scelta ricadde sull’Orno, perché fruttifero ed adatto al clima ed alla natura del suolo. Cin­quanta “piantoline”, facilmente prelevabili dalla tenuta comunale detta Monte Cornello, erano ritenute sufficienti per i due lati della strada. La spesa sarebbe ammontata a 100 ducati.[7]

Con sei carlini di multa era punito chi deturpava, abbatteva o occupava fontane ed edifici pubblici, serbatoi e canali di acqua (art. 8).

Anche la paglia diventò oggetto di specifica norma regolamentare:

 “I venditori di nevi non devono porre ad asciuttare paglie nell’abitato, le quali, o sorprese dal vento, o da pioggia si dissiparanno per tutta la strada” (da 5 a 10 car­lini di ammenda - art. 10).

Diversamente si disponeva per la paglia dei covoni di grano:

“Si permette per equità di poter battere spighe sopra le basolate, giusta il solito; terminata però l’operazione si deve subito pulire bene quel luogo, e portare la pa­glia nel deposito delle immondezze” (multa di carlini 5 - art. 13).

Salute Pubblica

Al di là di ogni considerazione riguardante la “cultura” di un popolo, che, pur differenziandolo rispetto ad altri, gli attribuisce sempre pari dignità e ri­spetto, vi sono elementi che, col metro discutibile del poi, ne misurano e ne evidenziano il  grado di sviluppo raggiunto in una determinata epoca storica. Tra essi primeggiano le norme di natura sanitaria,  nonché l’inclinazione delle persone, nel loro insieme,  ad osservarle, e delle autorità a farle rispettare.

A San Giovanni nel 1850 vigeva il divieto di gettare o esporre davanti alle case cose dalle insalubri esalazioni, nonché generi commestibili guasti, che non potevano essere venduti (multa di sei carlini e 3 gg. di prigione - art. 1). Una punizione scattava anche per l’introduzione nelle mura del comune di un qualunque oggetto capace di provocare “noja e contaggio” agli abitanti. Lo spurgo delle stalle e delle cloache era da farsi di notte, e nei mesi di inverno (artt. 2 e 3).

Il primo eletto procedeva all’accertamento dello stato di salute degli ani­mali da macellare. Gli animali “morticini” e quelli che “essendo ancor vivi si portassero a macellare” (benché malati),  non potevano essere venduti (ammenda di carlini 20 e 6 gg. di prigione - art. 6). Il luogo per la macellazione degli ani­mali fu stabilito nel c.d. Largo dell’Ospedale (attuale Via al Mercato) [8], per evitare che lo sterco e il sangue avessero continuato ad invadere strade e le piazze (Art. 5).  La lavorazione delle pelli e del cuoio, che notoriamente è portatrice di odori particolarmente nauseabondi, dovevano esercitarsi in fab­briche da costruirsi fuori dell’abitato. La stessa cosa si doveva praticare per i nuovi frantoi delle olive (trappìte), la cui distanza dalle ultime case non poteva scendere al di sotto di cento canne. Ai proprietari dei frantoi già esistenti fu inti­mato di costruire condotte sotterrane per lo smaltimento della morchia e dell’acqua fuori dell’abitato. La sansa, cioè ciò che rimaneva dalla pressione delle olive, doveva essere depositata alla stessa distanza di cento canne dal paese. La recidività dell’inadempienza comportava il raddoppio della pena pecuniaria e la chiusura del trappeto.  (artt. 7, 8, 9).

Ogni tre anni il comune dava in appalto la pulizia delle strade. Nel 1860 detto appalto fu aggiudicato a Filippo Rubino e Nicola Felice Bocci, fideiussati dal proprietario Cristofaro Fiorentino, con un compenso di 25 ducati all’anno. Era loro principale obbligo tenere sempre pulite e sgombre da immondizie ed oggetti tutte le strade e la fascia esterna del paese per una larghezza di cento passi, con rinunzia ad ogni ragione che fosse venuta loro dalla legge. L’esigua rimunerazione era compensata dalla facoltà degli aggiudicatari di tenere per sé tutto il letame raccolto, per venderlo o utilizzarlo come concime, purché lo avessero portato a distanza regolamentare dal paese, a loro spese. Gli appalta­tori dovevano essere vigili “senza eccezione di tempo”, di giorno e di notte. Era loro obbligo anche l’obbligo di segnalare i nomi dei contravventori al primo eletto. Ma ciò avveniva raramente, perchè gli appaltatori avevano paura di essere a loro volta sanzionati. Infatti il rapporto contro i contravven­tori doveva essere avallato da testimoni sicuri. Se questi fossero venuti meno in giudizio, provocando la perdita della causa, il Comune, per contratto, avrebbe addebitato tutte le spese agli appaltatori. L’occupazione delle strade con “cosa qualunque” a causa di negligenza degli appaltatori, li rendeva pu­nibili con una multa di dieci carlini. Potevano scattare anche le pene di polizia vigenti per i contravventori ordinari.[9]

Il regolamento  vietò il lavaggio di “panni e altri oggetti schifosi” nei bacini delle fontane pubbliche (art. 4). Poiché vi era un grande sciupio del prezioso liquido, si decise di destinare l’acqua dei pozzi comunali esclusivamente all’uso del bere e di cucina. Ad un’ammenda pecuniaria fu aggiunta  la “salutare disposizione” della “confisca del secchio” e dei recipienti (conche) dei contravventori (art. 17).

Nell’estate del 1850 la popolazione, in mancanza di acqua potabile, si vide costretta a ricorrere “alle morbifere acque del Lago di S. Egidio”. Il decurionato si occupò del problema acqua con molta frequenza perché interessava la stessa sopravvivenza della popolazione.  Nel 1850 faceva rientrare un’“acquaja” tra le “opere pubbliche (da realizzare) per dare la vivenza ai bracciali”.[10]  Nel mese di settembre 1852 deliberava che i pozzi comunali fos­sero “spurgati e cavati più profondamente affinché si potesse raccogliere maggior quantità di acqua per la bisogna”. A tal fine si stanziarono ducati 264.[11] Nel 1853, quantunque se ne avvertisse il bisogno, bocciava la proposta di scavare un pozzo artesiano, per mancanza di fondi.[12]  Il 27 aprile 1862 il consiglio comunale approvò la costruzione di una “conserva d’acqua con due boccali coverti nel chiostro del Palazzo Comunale”, con una spesa di 1.100 ducati. Nel 1863 esisteva in paese una piscina pubblica detta “delle quattro bocche”. Un’altra era detta “delle due bocche”.[13]

Chi acquistava locali privati con pozzo annesso, era costretto a soggiacere a pesanti servitù. Nel 1831 Lucia Miscio vendeva a Liborio Fini, per 130 du­cati, un sottano ed una stalletta con pozzo, siti in Strada detta Padovano, ri­servandosi il diritto di continuare ad attingervi acqua a vita, per uso suo e del nipote Costanzo Rinaldi.[14]

In un periodo in cui le epidemie coleriche ed altre malattie contagiose de­cimavano la popolazione, non sembra che la comunità sangiovannese rispet­tasse adeguatamente le norme igieniche. Recita il regolamento:

“E’ vietato a qualunque persona di continuare il sozzo abuso di vuotare i vasi immondi immezzo all’acqua che scorre per le pubbliche strade in tempo di pioggia, e di nevi, il di cui fetore penetra nell’intimo delle case, e delle Chiese ” (art. 10).

“E’ proibito a chicchessia versare in tempo di notte detti vasi immondi in mezzo le strade, avanti le case altrui, a vicinanza delle Chiese, come indegnamente si pra­tica” (art. 11).

 Il grave inconveniente si acuiva d’inverno. A causa del vento gelido (vòria) e della neve sottile ed insidiosa (fùmmulizze) che sferzava tutto il corpo e pene­trava in ogni dove, era una vera impresa andare a svuotare  i recipienti im­mondi negli appositi e scomodi luoghi, fuori le mura, alle ore stabilite dal de­curionato. Perciò molti, pensando di fare i furbi, attendevano il momento pro­pizio per svuotarli di nascosto a qualche distanza dalla porta di casa, in osse­quio ad un’altra norma che imponeva ai cittadini di tenere pulita la strada per tutta la lunghezza della propria abitazione,  in tutte le stagioni,   pena la multa da 5 a 10 carlini (art. 15). C’è da immaginare che il vicino danneggiato, co­stretto da questa norma a pulire le sozzure altrui, considerasse il gesto un grave, intollerabile affronto da vendicare secondo il principio dell’“occhio per occhio, dente per dente”. Perciò il fenomeno diventava incontrollabile ed affio­rava drammaticamente in tutta la sua crudezza allo scioglimento del candido manto bianco. Da qui deriva un eloquente proverbio paesano, ancora in uso: “Alla squagghiàta della néva ci vèdene li strùnze (Allo scioglimento della neve appaiono gli stronzi)”, che è un saggio invito a non lasciarsi ingannare dalle apparenze.

Recitava ancora il regolamento municipale:

“Non è lecito alle donne di portare immondizie ne’ pubblici letamai fuori l’abitato in ogni ora, come per costume si è finora oprato, se non nel mattino prima di spontare il sole, e nella sera dopo un’ora di notte. Si prescrive a dette donne di evitare il transito per le strade maestre, ed avanti le Chiese. Ogni controversia sarà multata di carlini quindici” (art. 12).

Povere e sante donne di un tempo!  Che compito ingrato il loro!.

A tutto ciò si aggiungeva la piaga delle bestie vaganti liberamente per il paese, che imbrattavano le strade di escrementi. Soltanto agli “animali neri”, cioè ai maiali, le strade erano interdette, ma solo sulla carta. In casa non si po­tevano ricoverare più di una pecora (art. 15). Ma il contadino era costretto a met­tere al sicuro nelle quattro mura anche il mulo, prezioso compagno di fatica nelle ore diurne, il quale continuava a giovarsi  della compagnia del padrone anche nelle ore notturne, spesso nell’unica stanza a disposizione di tutta la famiglia. Se l’ambiente era grande, una mangiatoia di legno, infissa nel muro, lo riforniva di biodo foraggio. In caso contrario si doveva accontentare del fieno o della paglia che riusciva ad entrare nella sacca di tela appesa al collo. In compenso la famiglia usufruiva di riscaldamento gratuito, giacché il corpo del mulo, che sviluppava una discreta superficie, faceva intepidire l’ambiente. Se la casa era un iuso, il quadrupede era restio  ad entrare, per paura di scivo­lare; ma, con le buone o con le cattive, imparava anche a scendere i ripidi sca­lini, guidato per  la briglia e strattonato per la coda, come nel gioco del tiro alla fune. Ma non era affatto un gioco. A fine giornata alcuni panni scorrevoli si chiudevano pudicamente tra un muro e l’altro, a guisa di divisorio, ed ognuno si abbandonava al meritato riposo nell’angolo assegnatogli dalla sorte.

Il Primo Eletto curava l’applicazione di quasi tutte le norme regolamentari. Ma la vigilanza non era sempre efficace. Nel 1848 il decurionato riunito sotto la presidenza del sindaco Emanuele Bramante,  approvava una delibera da inviare all’Intendente contro il detentore di tale carica, Sig. Longo, in cui gli raccomandavano di ammonirlo “agramente”. Il primo eletto aveva dimostrato colpe­vole inerzia, ignorando gli avvertimenti del sindaco e di “tanti amici Galan­tuomini”. Il decurionato così descrive la situazione che si era venuta a creare:

“La Polizia Urbana e Rurale è giunta al non più peggio;... i ciborj nella pubblica piazza sono pessimi, e si veggono scandalosamente vendere, capre per castrati ed a egual prezzo; ... e gli animali neri si veggono entrare nel paese ogni sera, e vagare a grossissime morre, ... il lezzo... sviluppa al pubblico danno in questi tempi estivi un gas smofetico; le bilancie e misure degli esercenti sono scarsissime. A buoni conti il tutto va male, e la popolazione languisce, e tuttavia reclama ...”.[15]

La vigilanza sullo stato di salute dei fanciulli “innoculati” e degli infermi poveri, che venivano curati gratuitamente, era affidata a  “medici condottati”, nominati e retribuiti dal Comune. Essi insegnavano anche l’arte ostetrica alle donne. L’incarico venne tenuto per lungo tempo da due  valenti professori: D. Michele Giuva e D. Giovanni Merla, rimpiazzato nel mese di novembre 1860 con Tommaso Vincitorio. Ma la carenza di igiene fece sì che le malattie infet­tive mietessero numerosissime  vittime, soprattutto  tra i bambini. D’altronde la situazione sangiovannese rispecchiava quella del Gargano che deteneva il triste primato di mortalità infantile, in tutto il Regno di Napoli.

 L’“angina difterica” provocava “l’ingorgo alle claudale tonsillari, con ros­sore diffuso dietro alla bocca con trasudamento plastico della membrana mu­cosa, formando una pseuda membrana con esulgerazione”. Se i bambini erano troppo piccoli, la parte veniva unta con “acido fenico cristallizzato nello sci­roppo d’altea”. Se, invece erano in età da poter fare gargarismi, venivano cu­rati con “decotto di radice d’altea col detto acido fenico, ed anche con la caute­rizzazione col nitrato d’argento fuso”.[16] Ma era il vaiolo, quando arrivava, il flagello più doloroso.

In appendice è riportato una statistica delle nascite, delle morti e dei ma­trimoni relativi agli anni dal 1848 al 1866, ricavata consultando i relativi regi­stri (Doc. n. 4).

Nel 1860 il cimitero sangiovannese era “interamente diruto e prossimo a crollare sia nelle muraglie che lo cingeva che nella piccola chiesa di esso”. Per questo motivo nel 1861 si decise di seppellire i morti nella Chiesa S. Onofrio, dove stavano costipate 18 sepolture che potevano essere tumulate.[17] Ma la cosa durò per pochissimo tempo perché la chiesa distava dal paese poche  centinaia di metri ed “il puzzo dei cadaveri putrefatti avrebbe potuto arrecare grave danno alla igiene pubblica”.[18] Il Consiglio comunale decise quindi di effettuare gli accomodi al vecchio camposanto.

Le deficienze sanitarie continuarono anche dopo l’unificazione, malgrado l’introduzione di una normativa regolamentare più articolata e moderna.

Nel 1884, avvicinandosi un’epidemia colerica proveniente dall’Asia, la Commissione Sanitaria sangiovannese fece delle precise proposte di risana­mento al Regio Delegato Straordinario, presentando un quadro tutt’altro che lusinghiero della situazione sanitaria:

“a) Per selciare le vie del paese si potrebbe ricorrere in linea di esperimento ad un semplice sistema: quello che dicesi a libretto con pietre unite da malta, e quello del ciottolato, o meglio breccionato, con pietre a secco. Il primo sarebbe utile nel vicolo 2° del Municipio; l’altro nelle due vie dei Forni e Carbone, che sono le più abbando­nate, e che si dovrebbero pure provvedere di fanali ... I frontisti contribuiranno come hanno promesso in iscritto e a voce... Alla nuova Amministrazione rimarrà poi l’obbligo di completare la selciatura delle altre vie ed il riempimento delle strettole, che dividono una gran parte delle mura di questo abitato, e son cagione di molteplici e gravi inconvenienti.

b) A fini di allontanare lo sterquilinio dalle porte del paese, è indispensabile, al­meno per il momento, acquistare tre fogne-botti e collocarle lungo il Corso nazio­nale, cioè: in vicinanza delle Monache, della porta del Lago e dell’orto di Bramante, per raccogliere in ore opportune i materiali stercoracei e farli poscia trasportare in contrada Coppe, a sinistra della strada che conduce a Foggia...

c) Il sito prescelto per la costruzione del macello è nel largo delle piscine; poiché qui trovasi l’acqua in abbondanza, il suolo è di proprietà comunale, si può disporre di uno spazio sufficiente... Ma il Municipio è in condizione di spendere un duemila lire e siffatta opera utilissima verrà trasmessa in retaggio alla ventura amministra­zione per non vederla forse più attuata? A Lei l’ardua risposta.

d) Non è mai deplorato abbastanza l’attuale servizio pel trasporto delle immon­dezze. Volendola nazionalmente organizzare in armonia dei mezzi scarsissimi di questa depauperata ed infelice Amministrazione, è mestieri d’imporre l’obbligo ri­goroso d’appaltare per lo spazzamento di servirsi di due carri coverti e decenti, nonché di qualche carriola per le vie anguste e con essi raccogliere giornalmente tutte le sostanze di rifiuto per depositarle non più in vicinanza della strada rotabile Monte-S. Giovanni-S. Marco, ove offende la vista e l’odorato dei poveri viandanti e inquinano i corsi d’acqua, si bene nella menzionata contrada Coppe. Gli indicati espedienti però a nulla approderebbero ove si trascurasse anche l’acquisto di un carro a botte metallica, col quale, due volte al giorno, un addetto ritirerebbe  tutte le acque sporche che ciascuna famiglia sarebbe obbligata di conservare in appositi recipienti. E solo così non resterebbe più una inutile grida il divieto di versare ac­qua ed altro liquido sulle pubbliche vie  e per logica conseguenza non avrebbero ragion di esistere in qualche casa le famose coditoje, dalle quali si corre pericolo di avere, ad ogni piè sospinto, un bagno a sorpresa, e i medici ne sanno a preferenza di altri che stanno tappati nelle abitazioni o vi escon di rado, e si eviterebbe lo scandalo di vedere i bimbi e gli adulti che pubblicamente calan le brache con molto decoro e fanno in piazza le loro bisogna e si impedirebbe la macerazione dei resi­dui organici, donde lo sviluppo di gravi malattie che formano la delizia di questa popolazione.

E giacché abbiamo accennato alle malattie predominanti, sarebbe utile in sommo grado risolvere l’asopita quistione sul prosciugamento del laghetto S. Egi­dio e dei terreni che lo contengono, o per lo meno, per contrapporre un ostacolo alla continua invasione del miasma palustre, lo si dovrebbe circondare di folta e ri­gogliosa vegetazione e vincolare di nuovo le querce delle Coppe che non ha guari vennero vandalicamente disboscate. La impresa non è malagevole, poiché la sa­rebbe facilitata dalle naturali voragini esistenti presso il pantano... E non compi­remmo il nostro dovere, se pria di por termine a questo argomento importantis­simo, non rammentassimo in nome della scienza e della igiene il bisogno urgente che si ha di un tavolo anatomico di marmo, nella stanza del Camposanto, destinata per le necroscopiche osservazioni.

e) I rivenditori di generi alimentari meritano di essere soggetti ad una continua, esatta e scrupolosa vigilanza degli agenti municipali, i quali han da curare sotto la propria responsabilità che i commestibili esposti in vetrina non siano guasti ed al­terati. E al riguardo sarebbe necessario stabilire in uno dei sottani abbandonati del Municipio un ufficio di controllo del peso e della quantità di detti generi. Le panet­tiere ingorde di guadagno, sogliono confezionare male il pane e mescolare alle fa­rine sostanze estranee; - i macellaj, oltre a non esser sempre provvisti, massime nella quaresima e nei giorni di Venerdì e Sabato di carne pei bisogni specialmente degli ammalati, con un giuoco di prestigio, scambiano senza scrupoli carne di ca­strato con carne di pecora, e ciò avviene perché s’impiega per distinguerle un bollo ad olio!... Sarebbe tempo di far cessare simili sconcezze ed in omaggio alla libertà commerciale si vorrebbe formare un consorzio con la vicina S. Marco per aver carne vaccina in ogni settimana e si dovrebbe togliere l’abuso d’imporre i prezzi ai generi che non siano di prima necessità. E qui cade in animo di segnalare un altro grave inconveniente, quello dei forni attuali che contribuiscono in un modo spa­ventevole alla distruzione dei boschi, già ridotti e stremati a segno di far lamentare fin da ora scarsezza di combustibile. Si sostituiscano quindi e si trasformino col nuovo anno sul modello dei forni ad inferno ed una grande calamità sarà scongiu­rata a questo paese disgraziatissimo.

f)... i bassi abitabili devono essere situati ad un livello superiore a quello del piano stradale; provvisti di un lastricato e di un cammino portato su fino all’altezza dei tetti. Ogni abitazione ha da esser fornita di latrina e disposta in guisa di rispondere all’esigenze reclamate dall’architettura e della igiene, e non può essere abitata se prima non sia perfettamente asciutta....

g) Posciaché la quistione del deflusso delle acque pluviali è subordinata e connessa con una regolare selciatura delle vie e con altre circostanze che non giova rammen­tare, crediamo superfluo occuparcene per ora... F.to La Commissione:  Donato Dr. Lecce, Giuva Dottor Francesco, Raffaele Vincitorio e Filippo Bramante di Ema­nuele”.[19]

In vista del colera, il Governo emanò una serie di precise ed incalzanti di­rettive. Alla po­polazione si raccomandò di osservare scrupolosamente quelle stesse norme igieniche che i regolamenti municipali avevano previsto per il passato, ma che nessuno si era mai preoccupato di far rispettare. La giunta municipale proponeva “l’urgentissima spesa per otturare tutte le così dette strettole ”[20], per l’acquisto di cloruro di calcio, solfato di ferro, acido solforico concentrato, e ogni altra cosa ordinata dalla commissione, “onde preservare il paese dal colera che fa­ceva stragge ne’ vicini comuni”.[21]

 Ogni precauzione risultò vana. Il primo cittadino sangiovannese ad essere contagiato dal morbo fu un certo Giuseppe Turano, ventisettenne. L’epidemia si propagò come un fulmine in tutti i ceti della popolazione. I primi tre firma­tari del documento appena riportato esplicarono profusamente la loro profes­sione medica, portando giorno e notte sollievo e cure ai contaminati. L’epidemia colerica durò dal 25 luglio al 26 settembre 1886. Alla fine gli attac­cati furono 475 e i morti 183. Il morbo non risparmiò il Dr. Francesco Giuva, che tanto si era prodigato nell’assistenza ai malati.

Sul Municipio sangiovannese si conserva un registro riportante i nomi delle persone attaccate da malattie infettive nell’anno 1888, curate dai medici Lorenzo Collicelli, Donato Lecce, Francescantonio Ricciardi, Tommaso Vinci­torio e Francescantonio Giuva. La stragrande maggioranza delle persone in­fette, che ammmontano complessivamente a 140, è costituita da bambini di età inferiore a sei anni. Seguono i bambini di età compresa tra i sei ed i dodici anni. Solo quattro persone hanno un’età superiore. In quell’anno si  registra­rono 114 casi di vaiolo. Seguivano nell’ordine il “morbo vajoloide”, con altri 20 casi, la scarlattina con 4 attaccati, la rosolia e l’Ileo-tifo con uno. I morti fu­rono 58, di cui 37 vaccinati e 19 vaccinati con

esito negativo. Per gli altri 11 manca un’annotazione specifica. [22] 

 

I morbi epidemici ed epizootici erano l’incubo  degli allevatori di animali.  Nel 1837 la peste “bos-ungarica” decimò i bovini della Capitanata. Nel 1863 nella stessa provincia alcuni  capi infetti giunsero dalla Dalmazia. Il Prefetto emanò numerose disposizioni con manifesti e circolari. In una di queste, da­tata 22 maggio 1863, una volta descritti i tre stadi della malattia affinché gli allevatori la riconoscessero prontamente, non indicò alcun mezzo terapeutico poiché era interesse del proprietario “non di guarire l’animale infermo, essendo ciò difficilissimo, ma di salvare i sani”. Poiché i sintomi di questa malattia erano assai simili a quelli della meno grave “lienite carbonchiosa”, spronava gli allevatori a non avere dubbi, in quel periodo, che si trattasse di peste bo­vina. Il proprietario di capi malati era tenuto ad avvisare il Sindaco. Gli ani­mali infetti venivano abbattuti o almeno allontanati dagli altri in luogo isolato. I capi morti venivano bruciati ed i locali disinfettati. Per evitare la vendita di carne infetta, il veterinario era tenuto a visitare i capi da macellare tre giorni prima ed il giorno stesso della macellazione. Altre misure venivano prese nel periodo invernale, per controllare le morre di pecore e gli animali vaccini che dall’Abruzzo transumavano nei pascoli di Puglia. Le fiere veni­vano sospese.

Nel mese di luglio 1863 il sindaco comunicava al Prefetto che in territorio di San Giovanni Rotondo non vi erano casi di peste bos-ungarica da segna­lare. Stessa cosa fece nel 1867, in occasione di una epidemia di tifo bovino. Nel 1880, il Prefetto riceveva una lettera di un veterinario riguardante la morte di 25 bovini di Antonio Spaguolo, avvenuta per “morbo carbonchioso nella masseria detta Posta della Via, in tenimento di S. Giovanni Rotondo. Secondo detto veterinario il morbo si era già manifestato anche in tenimento di Manfredonia, sulle bestie appartenenti a D. Lorenzo Frattarolo, dove aveva ridotto in fin di vita altri 4 capi. Il sindaco sangiovannese, incaricato di verificare lo stato del carbonchio, inviò sul posto l’“esperto” Francesco Formica il quale smentì il veterinario relazionando l’inesistenza della malattia predetta nelle bestie dello Spa­guolo. Secondo il Formica la morte aveva colpito soltanto quattro capi, a causa di un semplice “riscaldamento”. Le bestie, fiaccate dal forte gelo invernale e dall’insufficienza di erbaggio, erano state attaccate da una malattia che aveva provocato la caduta di tutti i peli della pelle. Ciò, secondo il Formica, era un sintomo del così detto “scalfascione” o di un “forte riscaldamento con attacco ai polmoni” dovuto all’eccessivo lavoro.

Polizia Rurale

Salubrità

Gli animali morti in campagna dovevano essere seppelliti in luoghi aperti, alla profondità di otto palmi (art. 1). Era consentito macerare in acqua non cor­rente la canapa e il lino, a distanza non minore di sei miglia dal paese e dalle strade regie. Durante la maciullazione dei due vegetali, da effettuarsi ad al­meno un miglio dal paese, si formava la lisca, sostanza alcolica residua molto dannosa per le piante; perciò questa doveva essere distrutta dandole fuoco (artt. 2 e 3 ).

Un’altra proibizione riguardava la pesca nei fiumi “col totomaglio calce­viva, il tasso ed altre specie di sostanze velenose”. Chi la praticava rischiava  tre giorni di prigione (art.4).

Sicurezza e custodia delle campagne

Gli alberi di alto fusto potevano essere piantati a distanza di due palmi dalla linea di separazione di due fondi (art. 1). Non era lecito immettere o far transitare le greggi nelle maggesi altrui fatte di recente, e sempre dopo la piog­gia, poiché il calpestio provocava notevoli danni (multa per il custode da 5 a 10 car­lini - art. 3). Per lo stesso motivo era vietato anche “l’incivile abuso della caccia de’ vetri (?)[23]”, che si praticava a cavallo, specialmente dopo la caduta delle piogge e delle nevi (art. 5). Ai cittadini non era permesso “restringere le strade pubbliche di campagna col dilatare i loro territorii sopra di essi”, pena la multa da 10 e venti carlini, tre giorni di prigionia e il rilascio della strada oc­cupata (art. 4 ).

Proibita anche l’immissione di animali di ogni specie nelle vigne altrui. La “malizia” del pastore incustodiente era punita con la multa di un carlino per ogni animale piccolo e carlini 5 per ogni animale grande, fino ad un massimo di carlini ventinove (art. 7). Correva l’obbligo di recintare le vigne, per proteggerle dalla invasione di animali vaganti nella notte. Nel c.d. “demanio erbifero”, dove il pascolo era libero e promiscuo, tale obbligo vigeva per tutte le categorie di fondi (vigne, mezzane, etc.). Il diritto al risarcimento del danno sorgeva sol­tanto se i  fondi risultavano cinti “di macerie formate a regola d’arte dell’altezza di palmi quattro e mezzo o di fossate profonde palmi tre, e quattro di larghezza, ovvero di siepi ben intrecciate e fitte, e dell’altezza di palmi 5” (art. 8). Gli animali colti nell’atto di danneggiare le colture non potevano es­sere catturati, pena la multa da 20 a 29 carlini. Si consentita però la cattura di un solo animale, da depositarsi presso la Cancelleria comunale, quale prova necessaria per la somministrazione della contravvenzione al pastore negligente (art. 9).  I Guardiaboschi erano abilitati alla cattura degli animali forestieri pascolanti in territorio comunale. Essi dovevano assoggettare i loro proprietari alla fida di grana 48 per ogni pecora o capra, carlini 12 per ogni animale nero, carlini 24 per ogni vacca e carlini 36 per ogni giumenta o mulo.

Custodia degli animali e degli strumenti

Chi lasciava incustodito fuori la casa di campagna un qualunque stru­mento utilizzabile per commettere furti o danni alle persone o altrui proprietà, come scale e pali di ferro, era passibile di  multa di carlini 12 (art. 1).

Sicurezza dei prodotti di campagna

Non si poteva dar fuoco alle “stoppie” prima del 15 agosto, pena la multa di carlini venti (art. 1). Nel 1863 i ragazzi Costanzo Longo, Michelantonio Pla­centino e Giuseppe Melchionda infransero questo divieto e furono arrestati dai soldati di un distaccamento del 55° Reggimento, stazionato in contrada Mattine. Considerata la loro “tenera età”, la giunta limitò la pena al paga­mento di due ducati pro capite, sottraendo i ragazzi al potere giudiziario, che sicuramente li avrebbe fatto languire in carcere per lungo tempo.[24]

In caso di danneggiamento di alberi da frutta nelle campagne era tassativo stilare un rapporto al Giudice Regio.

Il commercio di neve

Per rinfrescare le bevande durante la calura estiva si ricorreva alla neve, stipata in fosse scavate nella montagna (nevère) da una categoria particolare di braccianti detti “stipatori”. Il loro lavoro, particolarmente duro, si concentrava nella stagione invernale, in luoghi montagnosi sferzati incessantemente dal freddo vento di “voria”.

  I documenti fanno pensare a San Giovanni Rotondo come al più impor­tante centro della Capitanata per lo smercio di neve. I carri dei “viaticali” gar­ganici trasportavano il prezioso prodotto a Manfredonia, Foggia ed oltre. Per rallentare il naturale processo di scioglimento della neve la si pressava e rico­priva con paglia di grano, di cui si sfruttavano le  ottime qualità isolanti.

 Acquistata la neve, il consumatore doveva tornare a casa in tutta fretta, per non farla sciogliere completamente per strada. Perciò, quando capitava di in­contrare un amico e, contrariamente al solito, proseguiva con passo ve­loce rispondendo appena al saluto, era di prassi lanciargli appresso una frase ormai desueta: “Ehi!? Ma che jènne!? Che pùrte la neva? (Ehi!? Ma cosa suc­cede!? Che porti la neve?).

Il servizio per la conservazione e la vendita  di neve all’ingrosso veniva dato in appalto. Nel 1830 l’appalto fu vinto da D. Filippo Bramante e da D. Raffaele de Mauro, ai quali il comune diede il permesso di scavare altre fosse sul suolo comunale, con l’obbligo di corrispondere due carlini all’anno ognuna.[25]

Nel 1853 fu accettata l’offerta di Michele Bocci. Ma un tale Antonio Pa­zienza, che s’era impegnato a fargli da garante, chiamato sul municipio, non manteneva la promessa. Perciò l’appalto di vendita venne aggiudicato a D. Antonio Verna con garanzia di D. Gennaro Padovano, “primo proprietario del paese”, ad un tornese il rotolo e con un premio annuale a favore del Comune di ducati dieci e grana cinquanta.[26] Il rifiuto di garantire il malcapitato poteva essere stato il frutto di un accordo con altri concorrenti per favorire un’aggiudicazione a prezzo d’asta inferiore. Il Verna vinse la gara per parec­chi anni. Nel 1860 il decurionato decise di effettuare una contratta­zione “con doppio foglio privato”, purché l’appaltatore si fosse impegnato a rifor­nire il pubblico sangiovannese di tutta la neve occorrente, per l’intero anno. Ogni volta che ne fosse rimasto sprovvisto per più di mezz’ora, o non avesse smerciato neve “scevra d’impurità” e consistente, avrebbe pagato 29 carlini di multa.[27]  Ma il Verna non sempre rispettava le clausole impostegli dal Municipio. In un’occasione, anziché soddisfare priori­tariamente i bisogni della popolazione, com’era suo obbligo, smaltiva “con scandalo” grosse quantità di neve in altri comuni, per ricavarne un utile mag­giore. Ad un certo punto la Giunta municipale non ritenne giusto “farsi ven­dere (la neve) come negli anni scorsi a centesimi 2 il vecchio rotolo, avendo dato un’occhiata agl’interessi e all’economia di detto Verna”. Stabiliva quindi che la vendita, da garantire fino al mese di ottobre, proseguisse a 5 centesimi il chilogrammo. Questa volta la multa per insufficienza di neve sarebbe am­montata a 12 lire ogni giorno. Se poi il Comune, in occasione di appositi sopral­luoghi, avesse scoperto che l’appaltatore trasportava ancora neve altrove, si sarebbe interessato direttamente della sua custodia, a spese dello stesso Verna.

La produzione del vino

Gli amministatori avevano un occhio di riguardo per la produzione di vino paesano che era “il principale e specjoso prodotto, sì per la qualità, che per la quantità”. Il vino sangiovannese era apprezzato anche fuori. In quel tempo  Vincenzo Giuliani collocava tra i vini “preziosi” del Gargano quelli di San Giovanni, Rodi, Peschici e Mattinata , i quali “non cedevano alle lagrime di Napoli”[28]. Per correggere “i vizii e gli abusi”, consistenti nel “dar di mano alla vendemmia allorché le uve erano agresti, ed incapaci di dare un generoso vino”, si tolse ai proprietari ogni potestà di decidere l’inizio della vendemmia. Era il Primo Eletto, accertata la perfetta maturazione dell’uva, a rendere noto   il giorno di inizio della vendemmia nelle varie contrade, me­diante appositi bandi pubblici (art. 6 Reg. Polizia Rurale). Nel 1864 la maggio­ranza dei cittadini aveva una vigna per proprio uso. I salariati non compera­vano vino, poiché rientrava tra i generi di sussistenza forniti dai loro padroni. Esclusi i salariati, le donne ed i bambini, il Comune stimò che i cittadini che compravano vino al minuto erano 800, per un totale di ettolitri 2.346. Altri 100 ettolitri circa erano consumati dai forestieri di passaggio. Nel 1864 il dazio sulla vendita di vino sangiovannese fruttò allo Stato 6.115 lire. Ma in un primo momento  era pervenuta una cartella di pagamento di ben 23.462 lire. Per fortuna si trattò di un grosso equivoco: il Comune, “nella credenza che l’Ettolitro fosse dell’istesso del barile (misura antica, costumanza del paese)” aveva indicato il triplo del quantitativo di vino realmente venduto al minuto.[29]

Le opere pubbliche

Le autorità comunali sangiovannesi trascurarono lungamente di esigere alcune tasse sul demanio, educando male i cittadini. Infatti tra classe dominante e  popolo minuto, spogliato del diritto all’esistenza, si andò formando un tacito accordo che permise a quest’ultimo di sopravvivere. Da una parte il contadino dissodava ed occupava indisturbatamente piccoli ap­pezzamenti di terreni demaniali; dall’altra l’“autorità”, cioè il “padrone”, faceva finta di non vedere e non richiedeva il pagamento di alcun canone per il Municipio. Postosi nell’illegalità il giuoco era fatto. Il contadino ostentava riconoscenza, con am­pie e comprensibili levate di cappello; ma, ingoiava bocconi amari, perché sa­peva che la divisione di una parte del demanio lo avrebbe immesso nel legit­timo possesso di terra. Così, per paura di ritorsioni e di perdere ciò che si era con­quistato con la fatica delle braccia, si ritrovò sempre più schiavo dei potenti. Nella stessa situazione si trovarono i piccoli allevatori che spesso scantona­vano nel demanio comunale. Questo stato di cose permise di ricattare e manovrare la plebe a proprio piacimento, portandola a commettere azioni che non avrebbe mai voluto compiere.

La Cassa Comunale, a seconda dei casi, “languiva” o era “esausta”,  ed il decurionato non perdeva occasione per lamentarsene con l’Intendente. Ep­pure a quel tempo i paesi vicini invidiavano l’economia di San Giovanni Rotondo, che possedeva un territorio vario e molto vasto.  Ma le terre migliori erano in mano ai grossi proprietari, i quali ave­vano in pugno anche la gestione della cosa pubblica e si guardavano bene dall’adottare provvedimenti contrari ai propri interessi. Insomma al Comune non arrivavano né i soldi del povero, né quelli del ricco.

I proprietari, poi, cercavano in tutti i modi di sfuggire ai rattizzi gover­nativi per le opere pubbliche, realizzate, quando si realizzavano, con la cavezza al collo. Ed ecco spie­gato perché il  paese versava in condizioni igieniche infime, senza fogne, con strade non lastricate, chiese cadenti, forni inadeguati, illuminazione scarsa, istruzione quasi inesistente... 

In paese non c’era lavoro sufficiente a sfamare la popolazione. Alla fine dell’800 si contavano ancora 1.350 uomini “senza professione”, cioè oltre un terzo delle forze lavorative maschili (v. Doc. n. 5). I “bracciali”, normal­mente nullatenenti, costituivano la classe più indigente.  Per essi  il decurio­nato si mobilitava, piangendo le lacrime del coccodrillo,  implorando all’Intendenza di finanziare le solite opere pubbliche, al fine di poter impie­gare le loro braccia. Così ogni anno tornavano alla ribalta le questioni dei forni ad inferno, delle strade da lastricare, dei pozzi da scavare e così via.  Se arri­vavano soldi, si programmavano i lavori nei mesi invernali durante i quali i braccianti non potevano impiegare le loro braccia nelle campagne e soffrivano “più che mai il bisogno, sia per la scarsezza di viveri che per il loro aumentato prezzo”. Si riusciva in tal modo a manutenere alla meno peggio i vecchi edifici e le Chiese e si costruiva a basola qualche strade interna, cosa “tanto recla­mata dalla pubblica salute e dalla decenza del paese”. L’assunzione dei brac­cianti avveniva tramite una Commissione (normalmente composta da Sin­daco, Giudice Regio e Parroco) cui competeva “tutta la cura ed il peso di rego­lare l’opera, distribuire i lavori tra la gente bisognosa e somministrare alla stessa in ragione del travaglio prestato la corrispondente mercede”. Per i lavori di lastricatura delle strade, le direttive del decurionato la vinco­lavano ad assumere i braccianti che “possedendo animali da trasporto potevano rilevare le pietre ed altro dalla cava...”. Il reclutamento del maggior numero possibile di braccianti assecondava “le mire dell’Augusto Clementis­simo Sovrano (che Dio sempre Guardi e Feliciti) tendenti a soccorrere negli at­tuali strettezze e bisogni la classe degli indigenti...”.[30] Le basole venivano  estratte dalla “Petriera delle Coppe”.[31]

Nel 1851 si decise di ribasolare la strada principale del paese, detta La Piazza (attuale Corso Regina Margherita). La sconnessione delle pietre l’aveva resa intrafficabile sia alle persone che agli animali a schiena e vetture. Inoltre era diventata oltremodo fangosa “per non esser libero lo scolo sulle acque che vi cadevano, e nel mezzo si arrestavano pure i letami che vi giungevano da molte piccole strade superiori incontrando ivi degli intoppi per le ineguaglianze di convenevole declivio nella strada medesima”. In tempo di pioggia nelle strade sterrate poste a monte, in cui affiorava nuda roccia, si formavano ostacoli ancora più gravi per la circolazione. Il decurionato trovò il modo per risolvere una parte del pro­blema col minor aggravio di spesa possibile: le vecchie basole asportate dalla Piazza, opportunamente livellate e lavorate, sarebbero state riutilizzate per lastricare alcune strade che ad essa discendevano.[32]  Il decurionato opinò che il la­stricamento delle strade influiva positivamente sul processo di “civilizzazione” del popolo sangiovannese, per i benefici  che ne derivavano per la salute pubblica. Difatti la popolazione era afflitta da “malori cagionati dal soverchio fango... dall’umido permanente e da’ miasmi che in conse­guenza vi esalavano”[33].

Con gli amministratori che si ritrova e le tante strade sterrate da lastricare, il cammino da percorrere verso una sospirata perfetta civilizzazione era ancora molto lungo.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862

Talvolta il decurionato non riusciva neppure ad eliminare situazioni di grave pericolo per la vita stessa della popolazione. Nel 1850, verificatasi un’alluvione, il sottintendente ordinò una perizia. Dopo un primo incarico all’architetto Mongelli di Foggia,[34]  il decurionato contattò l’Ing. d’Atri al quale fu anche liquidato l’onorario per il progetto. Si stimò che per mettere al sicuro il paese da future alluvioni occorressero opere per 500 ducati.[35]  Ma i lavori non fu­rono eseguiti. Nel 1858 il sindaco Michele Collicelli riunì nuovamente i decu­rioni per impedire che gli inconvenienti arrecati dall’ultima alluvione si fos­sero ripetuti “a scapito de’ casamenti che sporgevano alla parte di ponente”. Alcuni giorni prima le acque erano discese con furia dal monte soprastante, trascinando terreno e pietre, in gran quantità, lungo la  strada che collegava la Valle di Potamisuso con le Piscine (attuale Corso Matteotti). Nel timore che il ma­teriale ammucchiato avesse potuto ostacolare il normale deflusso delle acque dovute a nuove piogge, con maggior danno per le case vicine, la strada fu sgombrata d’urgenza, con riserva di indire l’appalto dei lavori progettati dall’Ing. D’Atri. Nel frattempo una perizia oculare aveva accertato che tutto quel materiale era ciò che restava delle macerie e della terra occupata e dissodata abusivamente a monte del paese da svariati naturali.[36] Nel 1862  la stessa strada risultava nuova­mente “devastata dalle alluvioni” e il Consiglio comunale, a stagione avan­zata, approvò il progetto Petti. Esso prevedeva l’allargamento della strada suddetta a scapito della vigna del Sig. Sabatelli, seguendo il corso scavato dalla piena.[37] In quell’anno si contarono tre alluvioni nel corso di soli tre mesi. Il 26 giugno ben 32 abitazioni furono inondate da acqua, pietre e fango. Gli sventurati proprietari chiesero soccorso al Prefetto. Ma questi, stimando il Comune di San Giovanni “tra i più ricchi della Provincia”, comandò al Con­siglio Municipale di far eseguire lo spurgo delle case con qualunque fondo a disposizione del Comune. Per l’esecuzione dei lavori fu ordinato di impiegare le braccia degli stessi danneggiati, ai quali si doveva corrispondere una “mercede alquanto larga”.[38]

All’inizio del 1863, poiché le acque “solevano discendere dalla Valle Porta-suso con grossi sassi e precipitarsi nel paese con danno e pericolo di morte de­gli abitanti” venne esaminato un altro progetto per la costruzione di un ca­nale. L’Ingegnere del Genio Civile Ernesto Zaccone, aveva redatto un verbale. I consiglieri, “fuggendo dal supporre illeciti motivi”, rimasero perplessi di fronte al parere del tecnico, conforme a quello già espresso dall’Ing. Petti nel 1859, secondo cui il canale andava costruito fuori dalle vigne, onde evitare la costituzione di servitù continue su detti fondi e danni certi alla strada provin­ciale.  Lo Zaccone però aveva già accettato le osservazioni contrarie della Giunta che preferiva far passare il canale attraverso le “vigne site a levante del termine della Valle guardando il paese”. Come mai - si chiedevano i consi­glieri - il tecnico cadeva ora in “misteriosa opposizione con se stesso”? Inoltre osser­vavano che i quattro anni trascorsi dalla perizia avevano determinato lo sconvolgimento della morfologia dei luoghi, tanto che detto pro­getto era ormai da ritenere superato. Il decurionato relazionò:

“I sassi in aspetto di selciato (che) costituivano il fondo della Valle, e che hanno per molti anni resistito alla forza delle acque, sono stati finalmente svelti  e aspor­tati: e ad essi ne sono succeduti altri visibilmente mobili. Per il che le acque discen­dono di là miste a grosse pietre; mentre in allora ne erano scevre, o al più ne conte­nevano delle piccole. Più lo sbocco della Valle ha una larghezza e profondità, che in quell’epoca non aveva per aver perduto l’alto strato di brecciame in base del quale ora si vedono fissi macigni che influiscono molto alla direzione delle acque che vi transitano. Per i quali cambiamenti l’uscita della Valle Porta-suso ha acquistata una direzione che d’assai differisce da quella che avea, e che diede origine al progetto Petti, come scorge ognuno che l’ha guardata prima e dopo. E conseguentemente il corso delle acque che necessitano a percorrerla per propria gravità, ne prendono norma. Infatti la corrente nella sera del 3 ottobre ultimo rimosse ed asportò le grosse macerie che chiudevano le vigne site a destra e sinistra dello sbocco della Valle, e buttossi ne’ canali che in esse vigne fece natura: macerie non tocche per tanti e tanti anni.

Quale novello corso delle acque è molto più distante dall’abitato, in paragone dell’altro che avevano per lo passato: come rilevasi dalle tracce del passaggio ul­timo di esse nelle vigne. Ed il Sig. Zaccone col raccomandare il progetto Petti, le vorrebbe di nuovo respingere fuori le vigne ed avvicinarle al paese. E quasicché un tale avvicinamento fosse lo scopo dell’invocato canale , egli nel combattere la sud­detta proposta municipale si lascia dire nel citato verbale che essa proposta avrebbe per effetto l’allontanamento delle acque della Valle dal paese. Ed a che altro si tende, Signor Ingegniere?. Le acque che nelle dirotte piogge si precipitano dalla Valle Porta-suso minacciano soffogarci nelle proprie abitazioni, e noi le vogliamo allontanare per quanto più si può dall’abitato.

Ma se questo ha in mente la Giunta municipale lo Zaccone, per l’opposto in­tende ad ogni costo (mantenere) intatte le più volte additate vigne, il che otterrebbe coll’attuarsi il progetto Petti ...”.

Il Consiglio municipale accusò il tecnico di interessarsi  molto dei fondi ru­stici e dei quindici-venti carlini da spendersi per ripulire dai detriti la strada provinciale, che si sarebbe trovata sul tragitto delle acque,  e poco delle sette-ottomila anime da salvare dalle alluvioni. Decise quindi di eseguire l’atto de­liberativo di giunta del 5 ottobre, dando facoltà a sindaco ed assessori di invi­tare un ingegnere di loro scelta  a redigere un altro progetto d’arte.[39]

L’alluvione si era presentata particolarmente violenta il 3 ottobre 1862:

 “Se la pioggia avesse continuato per un’altra mezz’ora, o se le macerie delle vi­gne fiancheggianti lo sbocco della summenzionata Valle non avessero cedute all’impeto della corrente, (il paese) sarebbe stato portato via con tutti gli abitanti”.

Bisognava accelerare i tempi. Il Comune aveva 400 ducati in bilancio. Per procurarsi  gli altri 1.600 si pensò di dividere i demani di Cicerone e Costarelle ai cittadini, nel più breve tempo possibile. Pertanto i con­siglieri D. Nicola Cascavilla e D. Michele Collicelli, assistiti dal Segretario co­munale Pasquale Padovano, si recarono dal Prefetto per chiedere l’autorizzazione.[40]

Anche l’ing. Mennella di Manfredonia, descrisse i danni dell’alluvione all’Intendenza:

“Per effetto dell’uragano del 3 ottobre ultimo gravi danni ebbero a soffrire di­versi caseggiati... oltre alla perdita di generi che  in magazzini trovavansi riposti. Causa di siffatti danni si fece la gran quantità d’acqua che precipitatasi  da quei ri­pidi greppi nel sottoposto vallone denominato Valle di Porta (Suso), dopo sormon­tate le ripe si fecero adito per quelle campagne alquanto inclinate strappando con la velocità acquistata materiale di eccedente mole che trovando resistenza nei caseg­giati ivi si depositavano per la maggior parte inderrando diverse abitazioni quasj sino ai coperti, ed esperimentando spinta sulle mura di ambito, abbatteva molte di queste, inderrando maggior numero delle pubbliche cisterne..”.

Nella relazione il tecnico usò parole di elogio per il Municipio che aveva iniziato tempestivamente a ripulire i punti più alti, per dare modo agli sfortu­nati cittadini di entrare nelle loro abitazioni. Risultavano abbattuti: un muro a mezzogiorno della proprietà Siena, profondo palmi 3,5, per una lunghezza di palmi 30 ed un’altezza di palmi 10; un muro a settentrione di altra pro­prietà Siena (palmi 19x15x2) ed il tetto della stessa casa [41] (palmi 12x8), portati via dalla corrente; tre muri di sostegno di una loggetta del Sig. Pazienza; un muro di divisione e due sottani del Sig. Riccio (palmi 15x12,5); un muro divi­sorio di proprietà Cocomazzo; altre porzioni di muro da restaurare per com­plessivi palmi 52x20x3. Nella relazione l’Ing. Mennella stimò che tutto il ma­teriale da rimuovere dalle strade a dai sottani misurasse complessivamente palmi 740x79x12, che equivalgono ad un volume di circa 15.000 m3.

Il sottano di un certo Sig. Longo appariva “colmato di terra e ciottoli” per un’altezza di palmi sette. Quattordici sottani di vari proprietari erano colmi di “grosse lave” per un’altezza di palmi 8,50. [42] 

I lavori iniziarono il 20 luglio 1863, con l’intervento del distaccamento del Genio Militare, senza alcuna divisione dei demani. Partendo dallo sbocco della Valle il canale  avrebbe attraversato le vigne ad oriente, per arrivare “fino alla dire­zione della Cappella dietro i morti , secondo il progetto degli Ufficiali del Genio Militare”:[43] il Comune aveva vinto la disputa con l’Ing. Zaccone. Il tor­rente si sarebbe scaricato sulla “Strada Garganica nel sito detto della Pietà”, nel punto in cui sorgeva “un ponte rovescio” sotto cui  passavano le acque provenienti da tre distinte direzioni.[44]

Con la stagione delle piogge alle porte, si ingaggiarono moltissimi brac­cianti. Questi, abituati a ricevere il salario giornalmente, dopo cinque giornate di lavoro già protestavano per mancanza di paga. La causa risiedeva nella “renitenza ostinata” del tesoriere comunale Gaetano Palladino che “non vo­leva sborsare alcuna somma per il motivo dedotto sì ma pur troppo chiaro di godere la tragica scena nel vedere sepolta una popolazione sotto le pietre”. La Giunta municipale, nominò una Commissione addetta al pagamento dei brac­cianti. Ne facevano parte Michele Ricci fu Filippo, D. Gennaro Padovano fu Leandro e D. Leandro Ventrella fu Francescantonio. In un primo momento si deliberò a favore del Ricci il pagamento di un primo importo di ducati 200, da spartire ai “lavorieri”,  prelevabile dai 640 ducati  stanziati in bilancio per scongiurare i danni da alluvione. Persistendo il rifiuto del Tesoriere, fu possibile far fronte agli altri pagamenti grazie ai Buoni appena ricevuti dal Governo a titolo di “rimborso per le ingenti spese di guerra durante la reazione borbonica del 1860”, che si trovavano ancora nelle mani del Sindaco L. Giuva.[45]

Il lago S. Egidio

Il lago di S. Egidio forniva al comune una cospicua rendita. Nel 1826 il de­curionato, anche per evitare che potessero maturare delle servitù, fissò per i fo­restieri una “fida discretissima” di un carlino per ciascun capo di “animale grande” condotto ad abbeverarsi.[46] Nel 1850, con riferimento ad una nota ministeriale riguardante il prezzo per l’uso di acque pubbliche, precisava:

 “...nello stato discusso di questo Comune già figura da tempo dietro apposito articolo  di vistoso introito, che annualmente si riscuote pel Lago S. Egidio per fida di animali forestieri, e per la pesca di tinghe, e delle sanguisughe...”.[47]

Nel 1852, nel suddetto articolo dello stato quinquennale comunale era previsto un introito di ducati 2.500 annui.[48] Nel 1866 la pesca delle tinche e delle “mignatte”[49] nel lago assicurò una “vistosa” rendita di lire 1.041.[50] Nel 1865, considerate “le sventure che tocca­rono alla infelice popolazione di Sansevero, tanto afflitta dal colera”, la Giunta si sentì in dovere di inviare 1.000 mignatte per praticare salassi agli ammalati, pagando il prezzo di lire 65:87 a Giovanni Leone.[51]  

Lotta a bruchi e cavallette [52]

In quel tempo bruchi e cavallette affamavano la popolazione, attaccando e distruggendo interi raccolti di grano ed ortaggi. Per quanto provocasse danni ingenti in tutta la Capitanata, questo flagello era di casa soprattutto nel teni­mento di San Giovanni Rotondo. L’intendente provinciale si fece promotore di una campagna di informazione sui metodi di lotta da adottare, inviando nu­merosi dispacci a tutti i sindaci. Il decurionato sangiovannese inserì delle norme specifiche nel regolamento di Polizia Rurale del 1850.

La funzione di coordinamento per la lotta alle cavallette era affidata ad una “Commissione brucaria” locale nominata dalla Giunta, composta da sei membri e presieduta dal sindaco. Il tenimento della cittadina garganica fu suddiviso in un adeguato numero di sezioni. Per ogni sezione si nominava una Sotto­commissione composta da tre o quattro membri, scelti tra gli individui del posto da proteggere, e presieduta da un membro della commissione princi­pale. La Commissione stabiliva il numero degli operai necessari, ne compilava l’elenco e fissava la paga giornaliera. Inoltre formava una “lista di tutt’i pos­sessori di animali necessari per la requisizione dell’ovario al che era efficacis­sima la specie suina”. Infatti, un congruo numero di maiali era capace di rivol­tare col muso e le zampe un intero appezzamento di terreno infetto, mettendo allo scoperto le uova e danneggiandole. Le sottocommissioni erano sottoposte gerarchicamente alla commissione principale, alla quale inviava un rapporto giornaliero sugli interventi eseguiti. Esse avevano la facoltà di esercitare sul territorio di propria competenza gli stessi poteri della commissione principale. Un segretario teneva al corrente due registri, per le entrate e le uscite. La Com­missione principale relazionava ad una Commissione Centrale funzionante nel capoluogo. Le commissioni venivano rinnovate annualmente del 50%.

Apparsi i bruchi o le cavallette in un tenimento prossimo a quello comu­nale, le commissioni approntavano tempestivamente “tutti gli ordegni neces­sari alla distruzione dei bruchi, come racane, scope, magli, spinati ed altro, fa­cendo capo a tutti gli industriosi di campo, i quali non potevano rifiutarsi ad ogni richiesta della commissione e suoi delegati”.

La lotta si svolgeva in più fasi. In estate inoltrata le cavallette affondavano l’addome nel terreno per depositarvi le uova congiuntamente ad una sostanza vischiosa che indurendo formava un involucro protettivo molto resistente (ooteca). Era questo il momento chiave per bonificare i terreni infetti, poiché la schiusa delle uova avrebbe popolato la zona di larve voracissime di sostanze vegetali che, una volta diventate adulte, avrebbero sciamato sotto forma di ca­vallette, allargando e moltiplicando il danno in tutto il tenimento comunale ed oltre.

Le guardie comunali erano tenuti a contrassegnare in modo ben visibile “i luoghi nei quali tali insetti nocivi avessero potuto depositare le uova, per farne caccia a tempo opportuno”. In loco venivano condotti animali avidissimi di uova come polli, tacchini, maiali.  Se i maiali non erano sufficienti le autorità chiedevano l’aiuto dei proprietari dei comuni viciniori, cointeressati al pro­blema. Significativa è una lettera di biasimo del Sindaco di Monte Sant’Angelo al primo cittadino sangiovannese, datata 17 giugno 1852, in cui si giudica “veramente punibile” l’azione dei custodi delle Masserie del Barone Angeloni e dei Signori Bramante, i quali avevano negato l’acqua agli animali spediti nel tenimento.[53]

Se il terreno infetto era scosceso o abbondava di sterpi, pruni ed altro, “la piccolezza istessa degli insetti impediva di adottare con successo i magli, le spinate o strascini, le così dette traglie o simili ordigni de’ quali si faceva uso per lo schiacciamento dei moscherini”. In questi casi si ricorreva all’efficace mezzo del fuoco.

Queste alcune istruzioni dell’Intendente per combattere i bruchi allo stato larvale:

“Al tempo che iniziano a nascere e saltare questi velenosi animali, i padroni de’ seminati di quelle terre salde, dove (le larve) si sogliono porre a mangiar erba, facciano un fosso, convenientemente grande; ed essendo la natura di loro di andare sempre al fresco, come sentiranno un po’ di caldo s’andranno a porre dentro quel fosso, la qual terra, quando si caverà, s’ha da porre lungo la sponda ed orlo dei seminati, e lasciare piana, e libera la parte dove quelli stanno, e da dove hanno da entrare nel fosso; atteso che non possono volare tanto in quel tempo; per questo s’ha da evvertire che la parte d’onde hanno da entrare nel fosso, resti piana e libera”.

La Commissione brucaria centrale, fatto un sopralluogo registrò l’efficacia di del metodo appena descritto:

“In posta Farano che resta alla destra della Consolare evansi 34 operai che dal 1° giu­gno in fino al giorno 3 avevano riempito 148 fossette di cadaveri de’ malefici in­setti, contenendone ognuna circa 3/4 di tomola, avendo una diligenza di chiuderli con molta terra per impedire la perniciosa esalazione del fetido corrompimento di quei numerosi cadaveretti...”.[54]

Il terzo momento di intervento era il tempo in cui le cavallette, ormai adulte, sciamavano da un posto all’altro, portando rovina e distruzione nei campi già pronti per il raccolto. In questo ultimo stadio di crescita il mezzo di lotta più efficace era la “racana”. Grossi teli di sbarramento venivano tesi contro gli sciami di cavallette che vi sbattevano contro, ricadendo in un solco scavato alla base di essi. Ad ogni “racana”, che doveva essere di ragguardevole dimensione, era addetta una compagnia composta dalle 13 alle 25 unità lavorative.

Nel 1851 l’intendente spiegava che quell’anno, malgrado una forte pre­senza di bruchi, non vi era stato un gran danno alle granaglie “grazie alla Provvidenza, che lo sviluppo de’ malefici insetti aveva avuto luogo quando già esse erano indurite e mature; per cui avevano fatto saggio della loro vora­cità sull’erbe, ed i cardi più verdi delle messi”.[55] Tuttavia il funzionario met­teva in guardia il sindaco sangiovannese sulla “di lui responsabilità a mettere tutta la premura per impedire la diffusione di tale flagello per l’ambito dell’intera Provincia, che... avrebbe potuto in venturo essere esiziale all’agricoltura”. Di­fatti l’anno successivo i bruchi ricomparvero più nume­rosi che mai nei tenimenti di San Giovanni Rotondo, Manfredonia e Cerignola “ove stettero nello scorso anno, quando, particolarmente nei primi due Co­muni se ne dava la caccia, e migliaia e migliaia di tomoli di essi, eran preda della caccia stessa”.[56] Per quanto la quantità di bruchi  distrutti fosse enorme, questo dato non è credibile, considerato che il tomolo napoletano, unità di misura di capacità per aridi, equivaleva a circa 55 litri.

Verso la fine di maggio 1852 operavano nel tenimento di  San Giovanni Ro­tondo circa 400 persone, con 17 racane che assicuravano giornalmente la di­struzione di 70 tomoli di bruchi e cavallette. Poiché le persone disponibili non bastavano, necessitò farne giungere altre dalla vicina Manfredonia.[57] In altre occasioni le “compagnie” giunsero dagli altri paesi del circondario.

Il lavoro procedeva instancabilmente e non si fermava neppure nei giorni festivi “stante l’urgenza, potendo i lavorieri udir la Messa nella cappella di campagna più vicina”. Poiché nel paese non v’era personale a sufficienza, fu­rono inviate compagnie dai paesi vicini. Il Municipio spendeva circa 150 du­cati al giorno. La Cassa comunale si svuotò per anticipi di spesa e la Commis­sione locale fu costretta a chiedere aiuti economici alla Commissione Centrale e alla Cassa Provinciale. Nel mese di settembre 1852 la colonna devastatrice di cavallette, sospinta da un forte vento di ponente, si spostò nel tenimento di Manfredonia.

Dal 1851 al 1854 la spesa per la caccia alle cavallette in tutta la provincia raggiunse l’ingentissima cifra di 27.560 ducati. Per coprirla, furono imposti due rattizzi sui terreni a carico dei Comuni, in proporzione alla loro rendita ordinaria.

A distanza di qualche anno le autorità cominciarono a chiedersi se tutti quei soldi fossero stati spesi bene. Lo stesso Intendente notò che qualche cosa non quadrava, mettendo in dubbio l’onestà degli stessi commissari.  Nel 1857 scriveva al sin­daco:

“La Commissione inoltre, d’accordo con il decurionato.... indicherà la mercede giornaliera da darsi agli operai secondo il loro sesso ed età, che ai soprastanti. E sic­come la riuscita delle operazioni dipende dalla fedeltà di questi ultimi agenti subal­terni, mentre non di rado la poca buona morale dei medesimi fa andare a vuoto le più provvide e meglio intese del Real Governo; così si porrà tutta l’avvedutezza nella di loro scelta, onde non rendersi responsabili degli abusi che potrebbe com­mettere. Sarebbe troppo dispiacevole il vedere speso denaro che, con tanti sacrifizi si paga dai Comuni, senza ottenere quei felici risultati, che si ha ragione di atten­dere”.[58]

 Ci sono quindi motivi per sospettare che le commissioni, coperti dagli amministratori municipali pro tempore, approfittassero della lotta alle caval­lette per rimpinguare le loro tasche e nello stesso tempo procurare lavoro ai sa­lariati, poiché la cassa comunale languiva sempre, per difetto di introiti e per altri motivi, facilmente immaginabili.

Il comune sangiovannese cercò di far valere in molteplici occasioni un van­tato credito di ducati 2.860 per anticipazioni di somme per “la caccia dei bru­chi” nel periodo 1851-1856, chiedendo di essere rinfrancato dal pagamento delle tasse dovute. Ma ottenne sempre un netto rifiuto dalle au­torità provinciali borboniche. Nel mese di marzo 1860 il Comune doveva pa­gare all’Arcivescovo Mons. Taglialatela un debito di ducati 600, per un “giudizio possessoriale sostenuto financo in sede Governativa” dalla Mensa Arcivescovile di Foggia-Manfredonia, di cui si era occupato anche il Ministero degli Affari Ecclesiastici ed Istruzione Pubblica. Ottenuto dall’Intendente un diniego circa la domanda di dilazionamento del debito, e constatato che lo stato quinquennale e quello di variazione “non offrivano un obolo a poter disporre”, il decurionato obbligò il Cassiere Celestino Lombardi ad anticipare i seicento ducati, con diritto dello stesso “di rivalersi... ai primi introiti che farà il Comune dalla Provincia per credito di ducati 2.860 (per la lotta alle cavallette n.d.r.)... salvo miglior calcolo, cui è parola sotto l’art. 37 dello stato discusso...”.[59]

Il comune sangiovannese non era il solo a vantare crediti per la lotta ai bruchi. La questione, che riguardava anche gli anticipi di spesa per il mante­nimento dei “projetti”[60], non del tutto rimborsati, si protrasse per decenni, in­vestendo anche il Governo unitario. Così il bruco diventò un insetto veramente fastidioso e le autorità provinciali  se lo ritrovavano continuamente tra i piedi ogni qualvolta i comuni erano chiamati a pagare un rattizzo. Nel 1873 il Pre­fetto contestava al sindaco di San Giovanni Rotondo che la somma sborsata per rattizzi fino all’anno 1865 ammontava ad appena lire 11.777, anziché a lire 22.850.

L’ignoto estensore di una “Storia brucaria”, datata 20 luglio 1863, pagi­netta manoscritta da un qualche funzionario della Prefettura di Foggia, con ri­ferimento all’enormità di spese sostenute negli anni suddetti, non risparmiò una sottile ironia nel criticare la posizione assunta dal Ministero degli Interni borbonico che, informato di tutte le misure intraprese, vi aveva plaudito, non mancando di spronare le autorità di “adoperarsi ogni mezzo di esterminio” per quei malefici insetti che, a giudizio della Società Economica all’uopo con­sultata, “non erasi potuto definire se fossero Barbari o Crociati”.[61] 

Nel 1890 il Prefetto Malusardi, studiati tutti i precedenti normativi, volle mettere la parola fine a questa storia infinita, con una circolare a stampa da­tata 4 agosto. Commentava che, in base alle varie leggi e regolamenti emanati a decorrere dal 1812,  il servizio per lo sterminio dei bruchi a tutto l’anno 1865, condotto da Ispettori e Commissioni Centrali, venne sostenuto “per concorso di spesa dagli stessi privati, e dai Comuni”. Perciò, ammesso anche che qualche Comune o privato fosse riuscito a dimostrare di aver contribuito oltre il pro­prio obbligo, il credito doveva essere vantato verso quei Comuni o pri­vati che avevano partecipato alle spese in misura minore; giammai verso l’Amministrazione Provinciale, che era nata il 1° gennaio 1866. Infatti la Pro­vincia si era assunta il carico di sussidiare i comuni per detto servizio solo a decorrere da questa data, e in determinate proporzioni. Il Prefetto chiuse ogni controversia soggiungendo ai sindaci di convincersi di essere in errore, e di considerare la sua circolare “come definitiva, completa risposta alle reiterate domande di rimborso...”.

L’istruzione pubblica

            La Capitanata si presentò all’appuntamento unitario con un indice di istruzione disastroso. Il 90% della popolazione era totalmente analfabeta. Ma parte del restante 10% sapeva a mala pena leggere e scrivere. L’isolamento cul­turale in cui versava la Capitanata era impressionante. Solo le città di Foggia, San Severo e Lucera, erano dotate di un istituto secondario.Nel 1862, pressato dalle autorità e dalle circolari del Ministro per l’Istruzione, il Consiglio Comunale tentò di avviare la scuola elementare. No­minò una Commissione regolatrice, nelle persone di Bramante D. Ludovico (Arciprete), Pirro D. Benedetto (Canonico), Maresca Vincenzo, Cafaro Vin­cenzo.[62] Ma, giunto il termine di scadenza, fissato per la metà del mese di maggio,  il Comune non inaugurò alcuna scuola. Lamentava di non aver fondi a disposizione e si giustificava, come al solito, con “le tante spese sofferte nelle passate emergenze reazionarie”. Ritenendo comunque la scuola elementare indispensabile per l’istruzione del popolo, il Municipio chiese al Prefetto di poter accedere alle 10.000 lire appositamente stanziate dal Governo unitario.[63] Il de­curionato trovò che la “Galleria” del Signore Federico Verna, nell’omonimo Palazzo in Via Cocle, fosse il miglior locale  per il funzionamento della scuola. Detto locale, “al primo piano sporgente vicino la Chiesa S.Orsola”, venne affit­tato per cinque anni decorrenti dal 1° luglio 1862, con una pigione di 36 du­cati annui. E siccome il Verna era in debito quale ap­paltatore per la pesca delle mignatte[64] nel Lago di S. Egidio, il Comune ac­cettò che detta pigione andasse a scomputo del suo debito. Per convenzione l’interruzione del funzionamento della scuola, per rinunzia o punizione del maestro,  avrebbe fatto tornare il locale nel pieno possesso del Verna, esone­rando il comune dalla corresponsione del canone.[65]  Il contratto si interruppe nel mese di novembre 1864, allorché la Galleria cambiò proprietario, a causa di una divisione dei beni nella famiglia Verna. Le scuole “di ambi i maestri” continua­rono a funzionare nei locali della “vecchia Cancelleria”, nel Palazzo Comu­nale.[66]

Ma il Palazzo Verna continuò ad ospitarre saltuariamente le scuole elementari; anche nei primi decenni del XX sacolo.

 Nel 1863 la scuola primaria femminile risulta affidata alla maestra D. Ma­ria Felice Lisa, con lo stipendio di ducati 50 annui, la quale si era già distinta negli anni precedenti tanto nell’insegnamento, quanto nella preparazione delle fanciulle nelle arti femminili. Il rinnovo della nomina era giustificato dal fatto che in paese non vi era  “alcuna donna che per l’oggetto fosse fornita di approva­zione della Scuola Magistrale della Provincia”.[67]

Parimenti veniva rinnovata la nomina al maestro della scuola elementare maschile, Sac. Paolo Cascavilla, che percepiva uno stipendio di ducati 80.[68]

Nel  1866 la Giunta approvò la spesa di lire 72 per 6 sedie, 8 panche per le fanciulle, carta, penne e diversi libri per le scuole elementari femminili dirette dalla Sig.ra Regapoli, di Milano.[69]

Verso la fine dell’800 si riscontra una maggiore sensibilità verso l’istruzione che risulta  affidata a cinque maestri, tre per le classi maschili e due per le femminili.

continua

 

[1]ACSGR, Regolamenti approvati dal Consiglio d’Intendenza il 16 settembre 1850.

[2]ACSGR, delibera decurionale del 29 settembre 1851.

[3] Il riferimento è al costume carnevalesco de lu Carlucce, che si poteva ammirare fino a qualche decennio fa. Gruppi mascherati sfilavano per le strade indossando giubbetti di pelle di pecora o capra ed un cappello conico a foggia alta. Ornavano la persona numerosi cam­panacci e campanelli armentizi, appesi lungo la cintola e di traverso sul petto. L’andatura ritmica a saltelli produceva un fracasso più o meno assordante, la cui intensità dipendeva dal tipo di metallo e dalla grandezza delle campane utilizzate.

[4]ACSGR, delibera della Giunta municipale del 14 agosto 1862.

[5] All’epoca il tempo era scandito dalla luce del sole e dai rintocchi delle capane delle chiese: il vespro cadeva, a seconda della stagione, tra le ore 13,30 (gennaio) e le ore ore 16,30 (luglio). Le ventiquattr’ore scoccavano 3 ore e 1/2 dopo il vespro. Pertanto le “ore tre della notte” potevano cadere, a seconda del periodo stagionale, in un arco di tempo compreso tra le ore 20, nel mese gi gennaio (13,30+3,30+3), e le ore 23  del mese di luglio (16,30+3,30+3).

[6]ACSGR, delibera consiliare del 14 agosto 1862.

[7]ACSGR, delibera decurionale del 5 gennaio 1851.

[8] E’ questo il motivo per cui  nella zona si nota ancora ogi un’alta concentrazione di macellerie.

[9]ACSGR, delibera decurionale del 31 marzo 1860.

[10]ACSGR, delibera decurionale del 24 gennaio 1850.

[11]ACSGR, delibera decurionale del 23 novembre 1852.

[12]ACSGR, delibera decurionale del 12 giugno 1853.

[13]ACSGR, delibera della Giunta municipale del 29 settembre 1863.

[14] Strumento privato redatto dal notaio Vincenzo Cafaro il 27 ottobre 1831. Fotocopia.

[15]ACSGR, delibera decurionale dell’8 settembre 1848.

[16]ACSGR, cart. 15 , cat. 4,cl. 3, fasc. 1. Carteggio “Malattia Angina Difte­rica”.

[17]ACSGR, delibera del Consiglio Comunale del 28 novembre 1861.

[18]ACSGR, delibera del Consiglio Comunale del 3 maggio 1862.

[19] ACSGR, relazione della Commissione Sanitaria sangiovannese del 15 giugno 1884.

[20] Le “strettole” (strettoie) erano stretti passaggi praticati nelle mura del paese. Oggi è visibile un’unica strettola, lunga circa quattro metri, che sbocca sul versante Est di Corso Matteotti, che permette a mala pena il passaggio di un uomo.  

[21]ACSGR, delibera di Giunta del 28 agosto 1865.

[22] ACSGR, cart. 15, cat. 4, cl. 3, fasc. 1. Registro delle persone attaccate da malattie infettive.

[23] Forse si voleva scrivere caccia de’ veltri, potendosi intendere per tale la caccia alla volpe, praticata con levrieri o altri cani veloci (veltri).

[24]ACSGR, delibera di Giunta del 29 giugno 1863.

[25]ACSGR, delibera decurionale del 22 agosto 1830.

[26]ACSGR, delibera decurionale del 12 giugno 1852.

[27]ACSGR, delibera decurionale del 6 maggio 1860.

[28] V. Giuliani, Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della Città di Vieste, Saluzzo, 1873 . Ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore, Bologna, anno 1989, a cura del Centro di Cultura “N. Cimaglia” di Vieste.

[29]ACSGR, delibera del Consiglio Comunale del 28 febbraio 1864. Da notare che il Comune nel dichiarare l’errore commise un altro errore. Infatti la confusione era avvenuta col decametro, e non con l’ettolitro, considerato che il barile, corrispondeva a litri 29,08, cioè a quasi tre decalitri.

[30]ACSGR, delibera decurionale dell’8 febbraio 1854.

[31]ACSGR, delibera decurionale dell’18 ottobre 1853.

[32] ACSGR, delibera decurionale del 28 settembre 1851.

[33] ACSGR, delibera decurionale del 5 gennaio 1851.

[34]ACSGR, delibera decurionale del 4 agosto 1850.

[35]ACSGR, delibera decurionale del 5 ottobre 1851.

[36]ACSGR, delibera decurionale del 9 agosto 1858.

[37]ACSGR, delibera consiliare del 30 agosto 1862.

[38]ACSGR, nota n. 9798 del 4 luglio 1862 della Prefettura al Sindaco.

[39]ACSGR, delibera consiliare del 13 gennaio 1863.

[40]ACSGR, delibera consiliare del 25 gennaio 1863.

[41] E’ la casa in cui nacque mio padre.

[42]ACSGR, Copia della relazione dell’Ing. Mennella datata 10.11.1862.

[43] Il canale terminava quindi alle spalle del vecchio cimitero (“dietro i morti”), cioè nei pressi della Chiesa Sant’Onofrio. Sul letto del canale oggi risulta costruita Via S. Onofrio, che spesso viene danneggiata dall’impeto delle acque che discendono dalla montagna.

[44]ACSGR, Copia della relazione dell’Ing. Mennella datata 10.11.1862. Un altro “ponticello a tre luci” stava sulla strada provinciale che portava a S. Marco (nel punto di incrocio tra Piazza Europa e Corso Matteotti), sotto cui sfociava il vecchio corso delle acque prima di disperdesi negli orti.

[45]ACSGR, delibere della Giunta Municipale adottate il 26 luglio 1863.

[46]ACSGR, delibera decurionale del  8 settembre 1826.

[47]ACSGR, delibera decurionale del  1° ottobre 1850.

[48]ACSGR, delibera decurionale del  1° novembre 1852.

[49] Le “mignatte” o sanguisughe erano usate in medicina per fare “salassi”, cioè per suc­chiare il sangue alle persone sofferenti di ipertensione arteriosa.

[50]ACSGR, delibera della Giunta Municipale del 29 maggio1866.

[51]ACSGR, delibera della Giunta Municipale del 20 settembre 1865. Sul Lago S. Egidio cfr. Mario Assennato, Eroi della trasformazione agraria in Capitanata, Vol. I e II - Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1989.

[52] Cfr. mio articolo Lotta alle Cavallette, Pirgiano, Anno IV, n. 2 Marzo-Aprile 1993, Grafica Baal, San Giovanni Rotondo.

[53]ACSGR, cart. 28, cat. 5, cl.1, fasc. 8, lettera del sindaco di Monte Sant’Angelo del 17 giugno 1852.

[54] ACSGR, verbale del 4 giugno 1852.

[55]ACSGR, cart. 28, cat. 5, cl.1, fasc. 8. Nota dell’Intendenza della Provincia al Sindaco del 5 giugno 1851.

[56] ACSGR, nota dell’Intendenza della Provincia al Sindaco del 18 maggio 1852.

[57] ACSGR, verbale della Commissione brucaria del 29 maggio 1852.

[58] ACSGR, nota dell’Intendenza provinciale del 7 maggio 1857.

[59] ACSGR, delibera del Consiglio Comunale del 1° marzo 1860.

[60] I “projetti” erano i trovatelli.

[61]ACSGR, cart. 28, cat. 5, cl. 1, fasc. 8. Storia brucaria fatta dalla Prefettura di Foggia a di’ 20 luglio 1863.

[62]ACSGR, delibera del Consiglio Comunale del 5 maggio 1862.

[63]ACSGR, delibera del Consiglio Comunale del 14 giugno1862.

[64] Le mignatte, cioè le sanguisughe, erano molto usate per scopi terapeutici.

[65]ACSGR, delibera del Consiglio comunale del 14 giugno 1862.

[66]ACSGR, delibera del Consiglio comunale del 14 novembre 1864.

[67]ACSGR, delibera del Consiglio comunale del 12 gennaio 1863.

[68] Ibidem.

[69]ACSGR, delibera del Consiglio comunale del 25 giugno 1866. Sull’istruzione pubblica cfr. inoltre Giacinto Scelsi, Statistica Generale della Provincia di Capitanata, Milano, 1858.

 

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