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INDICE
San
Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.
I moti
del 1820.
La guardia nazionale nel 1848.
Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti a San Giovanni Rotondo.
Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.
Regolamento di polizia urbana.
Polizia
rurale.
Il
commercio della neve.
La
produzione di vino.
Le opere
pubbliche.
Le
alluvioni del 1850, 1858 e 1862.
Il lago
di S. Egidio.
Lotta a
bruchi e cavallette.
L'istruzione pubblica.
Le questioni demaniali.
Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.
Le proteste degli allevatori di bestiame.
La
distruzione dei boschi comunali.
Le
Guardie Rurali e Forestali.
L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie
garganiche.
L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili"
sangiovannesi.
S.
Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe
ereditario.
Processi
a carico di Guglielmo Fabrocini.
Gli
ultimi mesi del Regno borbonico.
Garibaldi
entra in Napoli.
A San
Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.
Pervengono folgoranti notizie dal fronte.
A San
Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te
Deum.
Alcune
delibere comunali prima della reazione.
La
Guardia Nazionale nel 1860.
Tentativi
di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.
I giorni della reazione sangiovannese.
I
soldati sbandati.
Si vota
per il Plebiscito.
Si
operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.
Testimonianza del Giudice regio
Tommaso Giordani.
La
prima reazione Sammarchese.
Arrivano le prime truppe.
Le
gravi colpe del Dicastero di Polizia.
I
soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.
Si
prepara la reazione sangiovannese.
Testimonianza di Federico Verna.
Le
truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.
Il
racconto della guida Vincenzo D'Errico.
Il
Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.
Le
truppe partono per San Giovanni Rotondo.
Scoppia
la seconda reazione sammarchese.
La
reazione di Cagnano.
Da
Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.
Il
rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.
Il
rapporto di Don Gennaro Padovano.
L'opera
repressiva di Gaetano Del Giudice.
Il
Governatore utilizza i pieni poteri.
Il
Maggiore Cesare Rebecchi.
Le tasse di guerra.
La reazione raccontata
da Carlo Villani.
Le
reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di
Rigras.
La
votazione del Plebiscito.
A San
Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda
reazione.
Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.
Arrivo
a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.
I
processi dei reazionari.
Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la
Gran Corte di Capitanata.
Verbale del 6 dicembre 1861.
Atto di accusa della Gran Corte di Criminale
di Lucera del 3 ottobre 1864.
Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 20 aprile 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 9 giugno 1865.
Atto di accusa della Corte di Appello di
Trani del 12 giugno 1865.
Verbale del 12 aprile 1866 per la
costituzione del giurì della causa.
Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6
maggio 1866.
Martiri e danneggiati politici.
L'invocazione di G. D'Errico.
Schede
dei Martiri Sangiovannesi.
I soldati garibaldini.
I
danneggiati politici
I frati
cappuccini.
Le strade dei danneggiati politici si incontrano.
Gli accusati di reazione e
la loro difesa
I
reazionari sottoposti a giudizio (A-M).
I
reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).
Il ricordo imperituro
Storia
di tre monumenti e di una lapide.
Primo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Secondo
discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.
Persecutori e vittime del
brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
I soldati
sbandati alimentano il brigantaggio.
I primi
episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.
Soscrizione
Nazionale per estirpare il brigantaggio.
Tre cacciatori di briganti :
1- Federico Padovano
2- Giovanni
Merla
3- Vincenzo
Mancini.
Alcuni
danneggiati per atti di brigantaggio:
1 - Michele
Fraticelli: un martire a parte.
2 - Antonio
Scarale.
3
- Giuseppe
Fiorentino.
4 - Benedetto
Rendina.
5 - Giuseppe
Gaggiano.
6 - Filippo
Rubino.
7 - Costanza
Pompilio.
Caccia alla banda Cicognitto.
Epilogo.
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Aspetti
della vita sangiovannese
nella metà del XIX
secolo

I Regolamenti di Polizia Urbana e Rurale approvati dal
Decurionato il 30 giugno 1850
ci consentono di rubare al passato frammenti di vita paesana. Essi costituivano
le fondamenta dell’economia e dell’organizzazione sociale sangiovannese. Le
norme repressive presenti nei regolamenti, dal canto loro, svelano in modo
indiretto i principali atti contrari alla pacifica e civile convivenza commessi
più frequentemente dagli abitanti della cittadina garganica.
San Giovanni Rotondo era caratterizzato per lo più da umili case
addossate l’una all’altra. Sporadici fanali ad olio illuminavano le strade
molto strette. La spesa di funzionamento di ogni fanale ammontava a circa 7
ducati annui.
Soltanto le strade principali erano lastricate.
In appendice (Doc. n. 1) sono riportati
alcuni dati statistici interessanti, ricavati dai numeri relativi al censimento
degli anni 1857-1865. La cittadina era popolata da circa 6.600 abitanti. Le
abitazioni erano 1.609, con una densità di circa 4 abitanti per abitazione. Il
patrimonio abitativo erano così suddiviso: 850 case di proprietà, 238 case
locate, 239 sottani di proprietà, 203 sottani locati, 35 soprani di proprietà,
17 soprani locati. Se ne deduce che un terzo delle case era costituito dai c.d.
iusi (sottani), monolocali insani dalle ripide scale, sottoposti al
piano stradale, che avevano nella porta di accesso l’unico mezzo di aerazione.
Si può immaginare lo stato di indigenza fisica e morale della classe più povera,
notoriamente anche la più prolifica, giacché era essa che viveva negli iusi.
Quasi i due terzi della popolazione abitavano in case di proprietà; il restante
terzo in case locate. In appendice è riportato un elenco delle strade esistenti
intorno all’anno 1860, con l’annotazione della vecchia e della successiva
denominazione (Doc. n. 2).
Nel centro storico, a parte qualche piccolo spiazzo, non vi erano
piazze, né giardini o altri luoghi spaziosi fruibili dalla popolazione. Sotta
l’Ulme e lu Piscinone, fuori le mura, costituivano due realtà a
parte, che favorivano la coesione dell’intera popolazione. La prima piazza,
frequentata dagli uomini, era adiacente al punto in cui la strada rotabile
proveniente da Manfredonia si incrociava con la Via Sacra Langobardorum,
proveniente da S. Severo, percorsa dalle compagnie di pellegrini diretti alla
Montagna Sacra micaelica di Monte Sant’Angelo. Qui, all’ombra degli olmi,
curiosando in quel via vai di carretti, vetture ed uomini appiedati o a
cavalcioni di asini, si chiacchierava, si discuteva, si assumevano braccianti,
si contrattava. A breve distanza c’era lu lemmetòne (il grande mucchio),
cioè l’immondezzaio, schifoso e maleodorante. Al Piscinone, invece, si recavano
ad attingere acqua le donne del ceto povero e le serve dei ricchi che non
disponevano di un pozzo all’interno della propria abitazione. I rapporti sociali
tra i vicini di casa erano strettissimi. Né poteva essere altrimenti, poiché si
viveva gomito a gomito, tanto che per forza di cose ognuno veniva a sapere tutto
dell’altro, condividendone gioie e dolori.
Conservazione
della tranquillità e dell’ordine pubblico
Capitava spesso che l’ignaro cittadino, nel tornare a casa di
notte rasentando i muri, fosse investito in pieno da “sostanze sia fluide che
solide”, scaraventate fuori dalle finestre sovrastanti. E poteva dirsi già
fortunato se a piovergli addosso non era il contenuto scrosciante di un
prise o di un pisciature, classici contenitori dei residui
fisiologici familiari. Non era cosa agevole sottrarsi a questi “bagni a
sorpresa”, data l’angustia delle strade. Conseguentemente i decurioni
introdussero il divieto di buttare giù liquidi o cose, prevedendo per i
contravventori una multa variabile tra 5 e 10 carlini, oltre il risarcimento
del danno (art. 2).
Durante il Carnevale la popolazione si sfrenava ed il fracasso
provocato dalle persone mascherate si propagava nelle abitazioni. Il decurionato
proibì “il suono strepitoso delle campane de’ armenti, e gli urli in tempo di
notte e di giorno, che con disturbo generale si praticavano nel Carnevale dalla
turba degli ubbriachi per tutto l’abitato.
Il Giudice Regio poteva infliggere anche una pena carceraria (art. 5).
La multa era da 5 a 10 carlini se si consentiva “di far vagare
al solito per l’abitato muletti senza guida di capestro, somari, o altre
vitture, specialmente nella stagione calorosa allorché tali animali agitati
dalla mosca camminavano precipitosi per le strade con grave pericolo della
puerilità” (Art. 3).
e strade sangiovannesi erano percorse continuamente da “animali
porcini”, con danno per l’igiene pubblica. Perciò nel 1862 gli assessori fecero
bandire che i possessori dovevano tenerli al chiuso, pena la multa di grana 50.
Era anche vietato “il solito abuso del giuoco del lancio delle
palle di legno e di ferro per le strade... per essere pericoloso, e micidiale”.
Il giuoco delle bocce poteva essere praticato in un luogo scelto dal primo
Eletto nella contrada del Piano. La sanzione complessiva non poteva
superare i carlini 29. Per i giocatori era prevista pure “la perdita delle
palle” (art. 4).
Il Primo Eletto vigilava sulla stabilità degli edifici. Quando le
case , le “fabbriche strapiombate” o gli oggetti solidi, come gli embrici,
diventavano pericolanti, bisognava ripararli; in mancanza vi provvedeva il
Comune. L’inadempiente proprietario pagava una multa (da 10 a 29 carlini) e
l’indennizzo delle spese sostenute dal Municipio, ma solo “se ne aveva i
mezzi ” (artt. 6 e 7).
In caso di incendio, o altri eventi pericolosi, i vicini, gli
astanti e chiunque fosse stato chiamato dal privato o dal Comune, erano tenuti
a cooperare per eliminare la situazione di pericolo (multa da 10 a 20 carlini e
3 gg. di prigione per chi negava l’aiuto - art. 8).
Legittimità ed
esattezza de’ pesi e misure
In paese vi era un Ufficio pubblico per la verifica del peso
delle merci acquistate, vigilato dal primo eletto. Il regolamento puniva la
frode del venditore con una pena variabile da tre a sei giorni di prigione ed
un’ammenda di carlini 10 (art. 1). Rientrava nei compiti dell’ufficio
controllare che gli esercenti di attività commerciale adottassero e applicassero
il nuovo sistema di pesi e misure, pena il carcere e la chiusura del negozio
(art. 2).
Annona e vendita
dei generi annonari
I venditori di formaggi, salumi, oli, carni ed altri generi
commestibili potevano introdurre nelle botteghe soltanto generi di “perfetta
qualità”. Detti esercizi commerciali erano da tenere aperti “per ogni sera sino
alle ore tre della notte”.
La vendita doveva avvenire con imparzialità, “servendo tutti bene ed
indistintamente” (per i contravventori multa da 10 a 20 carlini e 3 gg. di
carcere - art. 1). Ciò valeva anche per fornai e rivenditori di pane. Se
“frammischiavano” nella farina di grano bianco quella di altre granaglie c’era
un’altra multa compresa tra i 15 ed i 29 carlini (art. 3).
Molti generi di prima necessità erano soggetti ad “assisa”, cioè
andavano venduti al prezzo imposto dal decurionato o dal primo eletto (multa di
carlini 10 ai contravventori - art. 4). In appendice è riportata una tabella dei
prezzi imposti per alcuni generi alimentari (Doc. n. 3).
Nel 1862, su proposta dell’assessore “grasciere” Collicelli, il
Consiglio comunale ritoccò il prezzo del pane di mezzo grana. Il “pane bruno”
aumentava a cinque grana e quello “bianco” a sei grana, a causa del maggior
prezzo del grano, asceso a non meno di 27 carlini il tomolo, e di tutte le altre
spese, tra cui quelle di molitura e cottura, che ammontavano ad altri cinque
carlini circa.
Poiché i macellai solevano far passare “la carne di pecora per
castrato, o quella di pecora morta con morbo per la macellata”, fu introdotta
una sanzione pecuniaria variante da 5 a 10 carlini e tre giorni di carcere.
In caso di recidiva la multa era raddoppiata e scattava l’interdizione ad
esercitare il mestiere (art. 6). Anche il pesce venduto in pubblica piazza, per
la maggior parte pescato nel lago di S. Egidio, era soggetto ad assisa.
L’acquirente non poteva saggiarne la qualità; a sua volta il venditore doveva
collocare il prodotto sulla bilancia senza operare alcuna scelta, procedendo per
fila (multa per il pescivendolo di carlini 10 - art. 7.).
I bandi pubblici, potevano riguardare la diffusione di ordini
delle autorità superiori o la pubblicità di prodotti commerciali. In periodo
post-unitario il servizio risultava affidato “a vari accattoni di mala fede
debosciati al vino” che cospiravano a danno dei proprietari e dei venditori al
minuto di vino ed altri generi. Il pubblico, fidandosi di tali bandi,
“languiva”. Perciò la Giunta municipale decise di nominare come banditore
ufficiale Michele D’Errico fu Francesco, persona “plausibilissima” ed energica,
che si era offerto di comunicare gratis i bandi comunali, fiducioso di
poter procurare pane per la numerosa prole con i proventi dei bandi privati.
Tale attività fu interdetta alle altre persone, pena la multa di dodici carlini.
Strade, Piazze,
Pubblici stabilimenti
Era compito del proprietario mantenere, riparare e pulire i
forni, i camini, e le fabbriche in cui si faceva uso di fuoco (art. 1). Per la
costruzione di stalle, magazzini di materie corrosive, fucine, forni e fornelli,
latrine (o pozzi neri) e pozzi di acqua, si doveva rispettare la distanza di
palmi 15 dalle abitazioni. Ma ancora oggi, nelle zone più ricche di acqua, sono
visibili pozzi con la bocca interna all’abitazione. Per costruire case o per
“fabbriche in qualunque modo” occorreva premunirsi del permesso del sindaco.
Se si abbatteva una casa, entro tre giorni si doveva trasportare
il materiale di risulta “nelle convicine terre del Piano” (multa di 24
carlini). Le latrine dovevano essere “a cammino coperto”, per non portare alcun
nocumento alla popolazione (artt. 2, 3, 4, 8, 9). Era proibito restringere le
strade ed i vicoli invadendole con scale (mugnali), colonne, pergolati
ed altri manufatti che, “sporgendo fuor dalle case , fossero causa di qualunque
ingombro al libero passaggio degli uomini o delle vitture” (multa di carlini 12
- art. 5).
I vandali che “portavano danno, in tutto o in parte, agli alberi
che servivano di ornamento, o di ombra alle strade, alle Piazze, a’ pubblici
passaggi”, erano passibili di ammenda da sei a 10 carlini e alla prigionia da
tre a sei giorni (art. 6).
Nel 1851 l’Intendente ordinò di munire di piante le strade
esterne del comune sangiovannese e il decurionato decise di alberare la strada
che conduceva a Manfredonia, per la lunghezza di un miglio. La scelta ricadde
sull’Orno, perché fruttifero ed adatto al clima ed alla natura del suolo.
Cinquanta “piantoline”, facilmente prelevabili dalla tenuta comunale detta
Monte Cornello, erano ritenute sufficienti per i due lati della strada. La
spesa sarebbe ammontata a 100 ducati.
Con sei carlini di multa era punito chi deturpava, abbatteva o
occupava fontane ed edifici pubblici, serbatoi e canali di acqua (art. 8).
Anche la paglia diventò oggetto di specifica norma regolamentare:
“I venditori di nevi non devono porre ad asciuttare paglie
nell’abitato, le quali, o sorprese dal vento, o da pioggia si dissiparanno per
tutta la strada” (da 5 a 10 carlini di ammenda - art. 10).
Diversamente si disponeva per la paglia dei covoni di grano:
“Si permette per equità di poter battere spighe sopra le basolate,
giusta il solito; terminata però l’operazione si deve subito pulire bene quel
luogo, e portare la paglia nel deposito delle immondezze” (multa di carlini 5 -
art. 13).
Salute Pubblica
Al di là di ogni considerazione riguardante la “cultura” di un
popolo, che, pur differenziandolo rispetto ad altri, gli attribuisce sempre pari
dignità e rispetto, vi sono elementi che, col metro discutibile del poi, ne
misurano e ne evidenziano il grado di sviluppo raggiunto in una determinata
epoca storica. Tra essi primeggiano le norme di natura sanitaria, nonché
l’inclinazione delle persone, nel loro insieme, ad osservarle, e delle autorità
a farle rispettare.
A San Giovanni nel 1850 vigeva il divieto di gettare o esporre
davanti alle case cose dalle insalubri esalazioni, nonché generi commestibili
guasti, che non potevano essere venduti (multa di sei carlini e 3 gg. di
prigione - art. 1). Una punizione scattava anche per l’introduzione nelle mura
del comune di un qualunque oggetto capace di provocare “noja e contaggio” agli
abitanti. Lo spurgo delle stalle e delle cloache era da farsi di notte, e nei
mesi di inverno (artt. 2 e 3).
Il primo eletto procedeva all’accertamento dello stato di salute
degli animali da macellare. Gli animali “morticini” e quelli che “essendo ancor
vivi si portassero a macellare” (benché malati), non potevano essere venduti
(ammenda di carlini 20 e 6 gg. di prigione - art. 6). Il luogo per la
macellazione degli animali fu stabilito nel c.d. Largo dell’Ospedale
(attuale Via al Mercato)
,
per evitare che lo sterco e il sangue avessero continuato ad invadere strade e
le piazze (Art. 5). La lavorazione delle pelli e del cuoio, che notoriamente è
portatrice di odori particolarmente nauseabondi, dovevano esercitarsi in
fabbriche da costruirsi fuori dell’abitato. La stessa cosa si doveva praticare
per i nuovi frantoi delle olive (trappìte), la cui distanza dalle ultime
case non poteva scendere al di sotto di cento canne. Ai proprietari dei frantoi
già esistenti fu intimato di costruire condotte sotterrane per lo smaltimento
della morchia e dell’acqua fuori dell’abitato. La sansa, cioè ciò
che rimaneva dalla pressione delle olive, doveva essere depositata alla stessa
distanza di cento canne dal paese. La recidività dell’inadempienza comportava il
raddoppio della pena pecuniaria e la chiusura del trappeto. (artt. 7, 8, 9).
Ogni tre anni il comune dava in appalto la pulizia delle strade.
Nel 1860 detto appalto fu aggiudicato a Filippo Rubino e Nicola Felice Bocci,
fideiussati dal proprietario Cristofaro Fiorentino, con un compenso di 25 ducati
all’anno. Era loro principale obbligo tenere sempre pulite e sgombre da
immondizie ed oggetti tutte le strade e la fascia esterna del paese per una
larghezza di cento passi, con rinunzia ad ogni ragione che fosse venuta loro
dalla legge. L’esigua rimunerazione era compensata dalla facoltà degli
aggiudicatari di tenere per sé tutto il letame raccolto, per venderlo o
utilizzarlo come concime, purché lo avessero portato a distanza regolamentare
dal paese, a loro spese. Gli appaltatori dovevano essere vigili “senza
eccezione di tempo”, di giorno e di notte. Era loro obbligo anche l’obbligo di
segnalare i nomi dei contravventori al primo eletto. Ma ciò avveniva raramente,
perchè gli appaltatori avevano paura di essere a loro volta sanzionati. Infatti
il rapporto contro i contravventori doveva essere avallato da testimoni sicuri.
Se questi fossero venuti meno in giudizio, provocando la perdita della causa, il
Comune, per contratto, avrebbe addebitato tutte le spese agli appaltatori.
L’occupazione delle strade con “cosa qualunque” a causa di negligenza degli
appaltatori, li rendeva punibili con una multa di dieci carlini. Potevano
scattare anche le pene di polizia vigenti per i contravventori ordinari.
Il regolamento vietò il lavaggio di “panni e altri oggetti
schifosi” nei bacini delle fontane pubbliche (art. 4). Poiché vi era un grande
sciupio del prezioso liquido, si decise di destinare l’acqua dei pozzi comunali
esclusivamente all’uso del bere e di cucina. Ad un’ammenda pecuniaria fu
aggiunta la “salutare disposizione” della “confisca del secchio” e dei
recipienti (conche) dei contravventori (art. 17).
Nell’estate del 1850 la popolazione, in mancanza di acqua
potabile, si vide costretta a ricorrere “alle morbifere acque del Lago di S.
Egidio”. Il decurionato si occupò del problema acqua con molta frequenza perché
interessava la stessa sopravvivenza della popolazione. Nel 1850 faceva
rientrare un’“acquaja” tra le “opere pubbliche (da realizzare) per dare la
vivenza ai bracciali”.
Nel mese di settembre 1852 deliberava che i pozzi comunali fossero “spurgati e
cavati più profondamente affinché si potesse raccogliere maggior quantità di
acqua per la bisogna”. A tal fine si stanziarono ducati 264.
Nel 1853, quantunque se ne avvertisse il bisogno, bocciava la proposta di
scavare un pozzo artesiano, per mancanza di fondi.
Il 27 aprile 1862 il consiglio comunale approvò la costruzione di una “conserva
d’acqua con due boccali coverti nel chiostro del Palazzo Comunale”, con una
spesa di 1.100 ducati. Nel 1863 esisteva in paese una piscina pubblica detta
“delle quattro bocche”. Un’altra era detta “delle due bocche”.
Chi acquistava locali privati con pozzo annesso, era costretto a
soggiacere a pesanti servitù. Nel 1831 Lucia Miscio vendeva a Liborio Fini, per
130 ducati, un sottano ed una stalletta con pozzo, siti in Strada detta
Padovano, riservandosi il diritto di continuare ad attingervi acqua a vita, per
uso suo e del nipote Costanzo Rinaldi.
In un periodo in cui le epidemie coleriche ed altre malattie
contagiose decimavano la popolazione, non sembra che la comunità sangiovannese
rispettasse adeguatamente le norme igieniche. Recita il regolamento:
“E’ vietato a qualunque persona di continuare il sozzo abuso di
vuotare i vasi immondi immezzo all’acqua che scorre per le pubbliche strade in
tempo di pioggia, e di nevi, il di cui fetore penetra nell’intimo delle case, e
delle Chiese ” (art. 10).
“E’ proibito a chicchessia versare in tempo di notte detti vasi
immondi in mezzo le strade, avanti le case altrui, a vicinanza delle Chiese,
come indegnamente si pratica” (art. 11).
Il grave inconveniente si acuiva d’inverno. A causa del vento
gelido (vòria) e della neve sottile ed insidiosa (fùmmulizze) che
sferzava tutto il corpo e penetrava in ogni dove, era una vera impresa andare a
svuotare i recipienti immondi negli appositi e scomodi luoghi, fuori le mura,
alle ore stabilite dal decurionato. Perciò molti, pensando di fare i furbi,
attendevano il momento propizio per svuotarli di nascosto a qualche distanza
dalla porta di casa, in ossequio ad un’altra norma che imponeva ai cittadini di
tenere pulita la strada per tutta la lunghezza della propria abitazione, in
tutte le stagioni, pena la multa da 5 a 10 carlini (art. 15). C’è da
immaginare che il vicino danneggiato, costretto da questa norma a pulire le
sozzure altrui, considerasse il gesto un grave, intollerabile affronto da
vendicare secondo il principio dell’“occhio per occhio, dente per dente”. Perciò
il fenomeno diventava incontrollabile ed affiorava drammaticamente in tutta la
sua crudezza allo scioglimento del candido manto bianco. Da qui deriva un
eloquente proverbio paesano, ancora in uso: “Alla squagghiàta della néva ci
vèdene li strùnze (Allo scioglimento della neve appaiono gli stronzi)”, che
è un saggio invito a non lasciarsi ingannare dalle apparenze.
Recitava ancora il regolamento municipale:
“Non è lecito alle donne di portare immondizie ne’ pubblici
letamai fuori l’abitato in ogni ora, come per costume si è finora oprato, se non
nel mattino prima di spontare il sole, e nella sera dopo un’ora di notte. Si
prescrive a dette donne di evitare il transito per le strade maestre, ed avanti
le Chiese. Ogni controversia sarà multata di carlini quindici” (art. 12).
Povere e sante donne di un tempo! Che compito ingrato il loro!.
A tutto ciò si aggiungeva la piaga delle bestie vaganti
liberamente per il paese, che imbrattavano le strade di escrementi. Soltanto
agli “animali neri”, cioè ai maiali, le strade erano interdette, ma solo sulla
carta. In casa non si potevano ricoverare più di una pecora (art. 15). Ma il
contadino era costretto a mettere al sicuro nelle quattro mura anche il mulo,
prezioso compagno di fatica nelle ore diurne, il quale continuava a giovarsi
della compagnia del padrone anche nelle ore notturne, spesso nell’unica stanza a
disposizione di tutta la famiglia. Se l’ambiente era grande, una mangiatoia di
legno, infissa nel muro, lo riforniva di biodo foraggio. In caso contrario si
doveva accontentare del fieno o della paglia che riusciva ad entrare nella sacca
di tela appesa al collo. In compenso la famiglia usufruiva di riscaldamento
gratuito, giacché il corpo del mulo, che sviluppava una discreta superficie,
faceva intepidire l’ambiente. Se la casa era un iuso, il quadrupede era
restio ad entrare, per paura di scivolare; ma, con le buone o con le cattive,
imparava anche a scendere i ripidi scalini, guidato per la briglia e
strattonato per la coda, come nel gioco del tiro alla fune. Ma non era affatto
un gioco. A fine giornata alcuni panni scorrevoli si chiudevano pudicamente tra
un muro e l’altro, a guisa di divisorio, ed ognuno si abbandonava al meritato
riposo nell’angolo assegnatogli dalla sorte.
Il Primo Eletto curava l’applicazione di quasi tutte le norme
regolamentari. Ma la vigilanza non era sempre efficace. Nel 1848 il decurionato
riunito sotto la presidenza del sindaco Emanuele Bramante, approvava una
delibera da inviare all’Intendente contro il detentore di tale carica, Sig.
Longo, in cui gli raccomandavano di ammonirlo “agramente”. Il primo eletto aveva
dimostrato colpevole inerzia, ignorando gli avvertimenti del sindaco e di
“tanti amici Galantuomini”. Il decurionato così descrive la situazione che si
era venuta a creare:
“La Polizia Urbana e Rurale è giunta al non più peggio;... i
ciborj nella pubblica piazza sono pessimi, e si veggono scandalosamente vendere,
capre per castrati ed a egual prezzo; ... e gli animali neri si veggono entrare
nel paese ogni sera, e vagare a grossissime morre, ... il lezzo... sviluppa al
pubblico danno in questi tempi estivi un gas smofetico; le bilancie e misure
degli esercenti sono scarsissime. A buoni conti il tutto va male, e la
popolazione languisce, e tuttavia reclama ...”.
La vigilanza sullo stato di salute dei fanciulli “innoculati” e
degli infermi poveri, che venivano curati gratuitamente, era affidata a “medici
condottati”, nominati e retribuiti dal Comune. Essi insegnavano anche l’arte
ostetrica alle donne. L’incarico venne tenuto per lungo tempo da due valenti
professori: D. Michele Giuva e D. Giovanni Merla, rimpiazzato nel mese di
novembre 1860 con Tommaso Vincitorio. Ma la carenza di igiene fece sì che le
malattie infettive mietessero numerosissime vittime, soprattutto tra i
bambini. D’altronde la situazione sangiovannese rispecchiava quella del Gargano
che deteneva il triste primato di mortalità infantile, in tutto il Regno di
Napoli.
L’“angina difterica” provocava “l’ingorgo alle claudale
tonsillari, con rossore diffuso dietro alla bocca con trasudamento plastico
della membrana mucosa, formando una pseuda membrana con esulgerazione”. Se i
bambini erano troppo piccoli, la parte veniva unta con “acido fenico
cristallizzato nello sciroppo d’altea”. Se, invece erano in età da poter fare
gargarismi, venivano curati con “decotto di radice d’altea col detto acido
fenico, ed anche con la cauterizzazione col nitrato d’argento fuso”.
Ma era il vaiolo, quando arrivava, il flagello più doloroso.
In appendice è riportato una statistica delle nascite, delle
morti e dei matrimoni relativi agli anni dal 1848 al 1866, ricavata consultando
i relativi registri (Doc. n. 4).
Nel 1860 il cimitero sangiovannese era “interamente diruto e
prossimo a crollare sia nelle muraglie che lo cingeva che nella piccola chiesa
di esso”. Per questo motivo nel 1861 si decise di seppellire i morti nella
Chiesa S. Onofrio, dove stavano costipate 18 sepolture che potevano essere
tumulate.
Ma la cosa durò per pochissimo tempo perché la chiesa distava dal paese poche
centinaia di metri ed “il puzzo dei cadaveri putrefatti avrebbe potuto arrecare
grave danno alla igiene pubblica”.
Il Consiglio comunale decise quindi di effettuare gli accomodi al vecchio
camposanto.
Le deficienze sanitarie continuarono anche dopo l’unificazione,
malgrado l’introduzione di una normativa regolamentare più articolata e moderna.
Nel 1884, avvicinandosi un’epidemia colerica proveniente
dall’Asia, la Commissione Sanitaria sangiovannese fece delle precise proposte di
risanamento al Regio Delegato Straordinario, presentando un quadro tutt’altro
che lusinghiero della situazione sanitaria:
“a) Per selciare le vie del paese si potrebbe ricorrere in linea
di esperimento ad un semplice sistema: quello che dicesi a libretto con
pietre unite da malta, e quello del ciottolato, o meglio breccionato,
con pietre a secco. Il primo sarebbe utile nel vicolo 2° del Municipio; l’altro
nelle due vie dei Forni e Carbone, che sono le più abbandonate, e che si
dovrebbero pure provvedere di fanali ... I frontisti contribuiranno come hanno
promesso in iscritto e a voce... Alla nuova Amministrazione rimarrà poi
l’obbligo di completare la selciatura delle altre vie ed il riempimento delle
strettole, che dividono una gran parte delle mura di questo abitato, e son
cagione di molteplici e gravi inconvenienti.
b) A fini di allontanare lo sterquilinio dalle porte del paese, è
indispensabile, almeno per il momento, acquistare tre fogne-botti e collocarle
lungo il Corso nazionale, cioè: in vicinanza delle Monache, della porta del
Lago e dell’orto di Bramante, per raccogliere in ore opportune i materiali
stercoracei e farli poscia trasportare in contrada Coppe, a sinistra della
strada che conduce a Foggia...
c) Il sito prescelto per la costruzione del macello è nel largo
delle piscine; poiché qui trovasi l’acqua in abbondanza, il suolo è di proprietà
comunale, si può disporre di uno spazio sufficiente... Ma il Municipio è in
condizione di spendere un duemila lire e siffatta opera utilissima verrà
trasmessa in retaggio alla ventura amministrazione per non vederla forse più
attuata? A Lei l’ardua risposta.
d) Non è mai deplorato abbastanza l’attuale servizio pel
trasporto delle immondezze. Volendola nazionalmente organizzare in armonia dei
mezzi scarsissimi di questa depauperata ed infelice Amministrazione, è mestieri
d’imporre l’obbligo rigoroso d’appaltare per lo spazzamento di servirsi di due
carri coverti e decenti, nonché di qualche carriola per le vie anguste e con
essi raccogliere giornalmente tutte le sostanze di rifiuto per depositarle non
più in vicinanza della strada rotabile Monte-S. Giovanni-S. Marco, ove offende
la vista e l’odorato dei poveri viandanti e inquinano i corsi d’acqua, si bene
nella menzionata contrada Coppe. Gli indicati espedienti però a nulla
approderebbero ove si trascurasse anche l’acquisto di un carro a botte
metallica, col quale, due volte al giorno, un addetto ritirerebbe tutte le
acque sporche che ciascuna famiglia sarebbe obbligata di conservare in appositi
recipienti. E solo così non resterebbe più una inutile grida il divieto di
versare acqua ed altro liquido sulle pubbliche vie e per logica conseguenza
non avrebbero ragion di esistere in qualche casa le famose coditoje,
dalle quali si corre pericolo di avere, ad ogni piè sospinto, un bagno a
sorpresa, e i medici ne sanno a preferenza di altri che stanno tappati nelle
abitazioni o vi escon di rado, e si eviterebbe lo scandalo di vedere i bimbi e
gli adulti che pubblicamente calan le brache con molto decoro e fanno in piazza
le loro bisogna e si impedirebbe la macerazione dei residui organici, donde lo
sviluppo di gravi malattie che formano la delizia di questa popolazione.
E giacché abbiamo accennato alle malattie predominanti, sarebbe
utile in sommo grado risolvere l’asopita quistione sul prosciugamento del
laghetto S. Egidio e dei terreni che lo contengono, o per lo meno, per
contrapporre un ostacolo alla continua invasione del miasma palustre, lo si
dovrebbe circondare di folta e rigogliosa vegetazione e vincolare di nuovo le
querce delle Coppe che non ha guari vennero vandalicamente disboscate. La
impresa non è malagevole, poiché la sarebbe facilitata dalle naturali voragini
esistenti presso il pantano... E non compiremmo il nostro dovere, se pria di
por termine a questo argomento importantissimo, non rammentassimo in nome della
scienza e della igiene il bisogno urgente che si ha di un tavolo anatomico di
marmo, nella stanza del Camposanto, destinata per le necroscopiche osservazioni.
e) I rivenditori di generi alimentari meritano di essere soggetti
ad una continua, esatta e scrupolosa vigilanza degli agenti municipali, i quali
han da curare sotto la propria responsabilità che i commestibili esposti in
vetrina non siano guasti ed alterati. E al riguardo sarebbe necessario
stabilire in uno dei sottani abbandonati del Municipio un ufficio di controllo
del peso e della quantità di detti generi. Le panettiere ingorde di guadagno,
sogliono confezionare male il pane e mescolare alle farine sostanze estranee; -
i macellaj, oltre a non esser sempre provvisti, massime nella quaresima e nei
giorni di Venerdì e Sabato di carne pei bisogni specialmente degli ammalati, con
un giuoco di prestigio, scambiano senza scrupoli carne di castrato con carne di
pecora, e ciò avviene perché s’impiega per distinguerle un bollo ad olio!...
Sarebbe tempo di far cessare simili sconcezze ed in omaggio alla libertà
commerciale si vorrebbe formare un consorzio con la vicina S. Marco per aver
carne vaccina in ogni settimana e si dovrebbe togliere l’abuso d’imporre i
prezzi ai generi che non siano di prima necessità. E qui cade in animo di
segnalare un altro grave inconveniente, quello dei forni attuali che
contribuiscono in un modo spaventevole alla distruzione dei boschi, già ridotti
e stremati a segno di far lamentare fin da ora scarsezza di combustibile. Si
sostituiscano quindi e si trasformino col nuovo anno sul modello dei forni ad
inferno ed una grande calamità sarà scongiurata a questo paese
disgraziatissimo.
f)... i bassi abitabili devono essere situati ad un livello
superiore a quello del piano stradale; provvisti di un lastricato e di un
cammino portato su fino all’altezza dei tetti. Ogni abitazione ha da esser
fornita di latrina e disposta in guisa di rispondere all’esigenze reclamate
dall’architettura e della igiene, e non può essere abitata se prima non sia
perfettamente asciutta....
g) Posciaché la quistione del deflusso delle acque pluviali è
subordinata e connessa con una regolare selciatura delle vie e con altre
circostanze che non giova rammentare, crediamo superfluo occuparcene per ora...
F.to La Commissione: Donato Dr. Lecce, Giuva Dottor Francesco, Raffaele
Vincitorio e Filippo Bramante di Emanuele”.
In vista del colera, il Governo emanò una serie di precise ed
incalzanti direttive. Alla popolazione si raccomandò di osservare
scrupolosamente quelle stesse norme igieniche che i regolamenti municipali
avevano previsto per il passato, ma che nessuno si era mai preoccupato di far
rispettare. La giunta municipale proponeva “l’urgentissima spesa per otturare
tutte le così dette strettole ”,
per l’acquisto di cloruro di calcio, solfato di ferro, acido solforico
concentrato, e ogni altra cosa ordinata dalla commissione, “onde preservare il
paese dal colera che faceva stragge ne’ vicini comuni”.
Ogni precauzione risultò vana. Il primo cittadino sangiovannese
ad essere contagiato dal morbo fu un certo Giuseppe Turano, ventisettenne.
L’epidemia si propagò come un fulmine in tutti i ceti della popolazione. I primi
tre firmatari del documento appena riportato esplicarono profusamente la loro
professione medica, portando giorno e notte sollievo e cure ai contaminati.
L’epidemia colerica durò dal 25 luglio al 26 settembre 1886. Alla fine gli
attaccati furono 475 e i morti 183. Il morbo non risparmiò il Dr. Francesco
Giuva, che tanto si era prodigato nell’assistenza ai malati.
Sul Municipio sangiovannese si conserva un registro riportante i
nomi delle persone attaccate da malattie infettive nell’anno 1888, curate dai
medici Lorenzo Collicelli, Donato Lecce, Francescantonio Ricciardi, Tommaso
Vincitorio e Francescantonio Giuva. La stragrande maggioranza delle persone
infette, che ammmontano complessivamente a 140, è costituita da bambini di età
inferiore a sei anni. Seguono i bambini di età compresa tra i sei ed i dodici
anni. Solo quattro persone hanno un’età superiore. In quell’anno si
registrarono 114 casi di vaiolo. Seguivano nell’ordine il “morbo vajoloide”,
con altri 20 casi, la scarlattina con 4 attaccati, la rosolia e l’Ileo-tifo con
uno. I morti furono 58, di cui 37 vaccinati e 19 vaccinati con
esito negativo. Per gli altri 11 manca un’annotazione specifica.
I morbi epidemici ed epizootici erano l’incubo degli allevatori
di animali. Nel 1837 la peste “bos-ungarica” decimò i bovini della Capitanata.
Nel 1863 nella stessa provincia alcuni capi infetti giunsero dalla Dalmazia. Il
Prefetto emanò numerose disposizioni con manifesti e circolari. In una di
queste, datata 22 maggio 1863, una volta descritti i tre stadi della malattia
affinché gli allevatori la riconoscessero prontamente, non indicò alcun mezzo
terapeutico poiché era interesse del proprietario “non di guarire l’animale
infermo, essendo ciò difficilissimo, ma di salvare i sani”. Poiché i sintomi di
questa malattia erano assai simili a quelli della meno grave “lienite
carbonchiosa”, spronava gli allevatori a non avere dubbi, in quel periodo, che
si trattasse di peste bovina. Il proprietario di capi malati era tenuto ad
avvisare il Sindaco. Gli animali infetti venivano abbattuti o almeno
allontanati dagli altri in luogo isolato. I capi morti venivano bruciati ed i
locali disinfettati. Per evitare la vendita di carne infetta, il veterinario era
tenuto a visitare i capi da macellare tre giorni prima ed il giorno stesso della
macellazione. Altre misure venivano prese nel periodo invernale, per controllare
le morre di pecore e gli animali vaccini che dall’Abruzzo transumavano nei
pascoli di Puglia. Le fiere venivano sospese.
Nel mese di luglio 1863 il sindaco comunicava al Prefetto che in
territorio di San Giovanni Rotondo non vi erano casi di peste bos-ungarica da
segnalare. Stessa cosa fece nel 1867, in occasione di una epidemia di tifo
bovino. Nel 1880, il Prefetto riceveva una lettera di un veterinario riguardante
la morte di 25 bovini di Antonio Spaguolo, avvenuta per “morbo carbonchioso”
nella masseria detta Posta della Via, in tenimento di S. Giovanni
Rotondo. Secondo detto veterinario il morbo si era già manifestato anche in
tenimento di Manfredonia, sulle bestie appartenenti a D. Lorenzo Frattarolo,
dove aveva ridotto in fin di vita altri 4 capi. Il sindaco sangiovannese,
incaricato di verificare lo stato del carbonchio, inviò sul posto l’“esperto”
Francesco Formica il quale smentì il veterinario relazionando l’inesistenza
della malattia predetta nelle bestie dello Spaguolo. Secondo il Formica la
morte aveva colpito soltanto quattro capi, a causa di un semplice
“riscaldamento”. Le bestie, fiaccate dal forte gelo invernale e
dall’insufficienza di erbaggio, erano state attaccate da una malattia che aveva
provocato la caduta di tutti i peli della pelle. Ciò, secondo il Formica, era un
sintomo del così detto “scalfascione” o di un “forte riscaldamento con attacco
ai polmoni” dovuto all’eccessivo lavoro.
Salubrità
Gli animali morti in campagna dovevano essere seppelliti in
luoghi aperti, alla profondità di otto palmi (art. 1). Era consentito macerare
in acqua non corrente la canapa e il lino, a distanza non minore di sei miglia
dal paese e dalle strade regie. Durante la maciullazione dei due vegetali, da
effettuarsi ad almeno un miglio dal paese, si formava la lisca, sostanza
alcolica residua molto dannosa per le piante; perciò questa doveva essere
distrutta dandole fuoco (artt. 2 e 3 ).
Un’altra proibizione riguardava la pesca nei fiumi “col
totomaglio calceviva, il tasso ed altre specie di sostanze velenose”. Chi la
praticava rischiava tre giorni di prigione (art.4).
Sicurezza e
custodia delle campagne
Gli alberi di alto fusto potevano essere piantati a distanza di
due palmi dalla linea di separazione di due fondi (art. 1). Non era lecito
immettere o far transitare le greggi nelle maggesi altrui fatte di recente, e
sempre dopo la pioggia, poiché il calpestio provocava notevoli danni (multa per
il custode da 5 a 10 carlini - art. 3). Per lo stesso motivo era vietato anche
“l’incivile abuso della caccia de’ vetri (?)”,
che si praticava a cavallo, specialmente dopo la caduta delle piogge e delle
nevi (art. 5). Ai cittadini non era permesso “restringere le strade pubbliche di
campagna col dilatare i loro territorii sopra di essi”, pena la multa da 10 e
venti carlini, tre giorni di prigionia e il rilascio della strada occupata
(art. 4 ).
Proibita anche l’immissione di animali di ogni specie nelle vigne
altrui. La “malizia” del pastore incustodiente era punita con la multa di un
carlino per ogni animale piccolo e carlini 5 per ogni animale grande,
fino ad un massimo di carlini ventinove (art. 7). Correva l’obbligo di recintare
le vigne, per proteggerle dalla invasione di animali vaganti nella notte. Nel
c.d. “demanio erbifero”, dove il pascolo era libero e promiscuo, tale obbligo
vigeva per tutte le categorie di fondi (vigne, mezzane, etc.). Il diritto al
risarcimento del danno sorgeva soltanto se i fondi risultavano cinti “di
macerie formate a regola d’arte dell’altezza di palmi quattro e mezzo o di
fossate profonde palmi tre, e quattro di larghezza, ovvero di siepi ben
intrecciate e fitte, e dell’altezza di palmi 5” (art. 8). Gli animali colti
nell’atto di danneggiare le colture non potevano essere catturati, pena la
multa da 20 a 29 carlini. Si consentita però la cattura di un solo animale, da
depositarsi presso la Cancelleria comunale, quale prova necessaria per la
somministrazione della contravvenzione al pastore negligente (art. 9). I
Guardiaboschi erano abilitati alla cattura degli animali forestieri pascolanti
in territorio comunale. Essi dovevano assoggettare i loro proprietari alla fida
di grana 48 per ogni pecora o capra, carlini 12 per ogni animale nero, carlini
24 per ogni vacca e carlini 36 per ogni giumenta o mulo.
Custodia degli
animali e degli strumenti
Chi lasciava incustodito fuori la casa di campagna un qualunque
strumento utilizzabile per commettere furti o danni alle persone o altrui
proprietà, come scale e pali di ferro, era passibile di multa di carlini 12
(art. 1).
Sicurezza dei
prodotti di campagna
Non si poteva dar fuoco alle “stoppie” prima del 15 agosto, pena
la multa di carlini venti (art. 1). Nel 1863 i ragazzi Costanzo Longo,
Michelantonio Placentino e Giuseppe Melchionda infransero questo divieto e
furono arrestati dai soldati di un distaccamento del 55° Reggimento, stazionato
in contrada Mattine. Considerata la loro “tenera età”, la giunta limitò la pena
al pagamento di due ducati pro capite, sottraendo i ragazzi al potere
giudiziario, che sicuramente li avrebbe fatto languire in carcere per lungo
tempo.
In caso di danneggiamento di alberi da frutta nelle campagne era
tassativo stilare un rapporto al Giudice Regio.
Il commercio di
neve
Per rinfrescare le bevande durante la calura estiva si ricorreva
alla neve, stipata in fosse scavate nella montagna (nevère) da una
categoria particolare di braccianti detti “stipatori”. Il loro lavoro,
particolarmente duro, si concentrava nella stagione invernale, in luoghi
montagnosi sferzati incessantemente dal freddo vento di “voria”.
I documenti fanno pensare a San Giovanni Rotondo come al più
importante centro della Capitanata per lo smercio di neve. I carri dei
“viaticali” garganici trasportavano il prezioso prodotto a Manfredonia, Foggia
ed oltre. Per rallentare il naturale processo di scioglimento della neve la si
pressava e ricopriva con paglia di grano, di cui si sfruttavano le ottime
qualità isolanti.
Acquistata la neve, il consumatore doveva tornare a casa in
tutta fretta, per non farla sciogliere completamente per strada. Perciò, quando
capitava di incontrare un amico e, contrariamente al solito, proseguiva con
passo veloce rispondendo appena al saluto, era di prassi lanciargli appresso
una frase ormai desueta: “Ehi!? Ma che jènne!? Che pùrte la neva? (Ehi!?
Ma cosa succede!? Che porti la neve?)”.
Il servizio per la conservazione e la vendita di neve
all’ingrosso veniva dato in appalto. Nel 1830 l’appalto fu vinto da D. Filippo
Bramante e da D. Raffaele de Mauro, ai quali il comune diede il permesso di
scavare altre fosse sul suolo comunale, con l’obbligo di corrispondere due
carlini all’anno ognuna.
Nel 1853 fu accettata l’offerta di Michele Bocci. Ma un tale
Antonio Pazienza, che s’era impegnato a fargli da garante, chiamato sul
municipio, non manteneva la promessa. Perciò l’appalto di vendita venne
aggiudicato a D. Antonio Verna con garanzia di D. Gennaro Padovano, “primo
proprietario del paese”, ad un tornese il rotolo e con un premio annuale a
favore del Comune di ducati dieci e grana cinquanta.
Il rifiuto di garantire il malcapitato poteva essere stato il frutto di un
accordo con altri concorrenti per favorire un’aggiudicazione a prezzo d’asta
inferiore. Il Verna vinse la gara per parecchi anni. Nel 1860 il decurionato
decise di effettuare una contrattazione “con doppio foglio privato”, purché
l’appaltatore si fosse impegnato a rifornire il pubblico sangiovannese di tutta
la neve occorrente, per l’intero anno. Ogni volta che ne fosse rimasto
sprovvisto per più di mezz’ora, o non avesse smerciato neve “scevra d’impurità”
e consistente, avrebbe pagato 29 carlini di multa.
Ma il Verna non sempre rispettava le clausole impostegli dal Municipio. In
un’occasione, anziché soddisfare prioritariamente i bisogni della popolazione,
com’era suo obbligo, smaltiva “con scandalo” grosse quantità di neve in altri
comuni, per ricavarne un utile maggiore. Ad un certo punto la Giunta municipale
non ritenne giusto “farsi vendere (la neve) come negli anni scorsi a centesimi
2 il vecchio rotolo, avendo dato un’occhiata agl’interessi e all’economia di
detto Verna”. Stabiliva quindi che la vendita, da garantire fino al mese di
ottobre, proseguisse a 5 centesimi il chilogrammo. Questa volta la multa per
insufficienza di neve sarebbe ammontata a 12 lire ogni giorno. Se poi il
Comune, in occasione di appositi sopralluoghi, avesse scoperto che
l’appaltatore trasportava ancora neve altrove, si sarebbe interessato
direttamente della sua custodia, a spese dello stesso Verna.
La produzione del
vino
Gli amministatori avevano un occhio di riguardo per la produzione
di vino paesano che era “il principale e specjoso prodotto, sì per la qualità,
che per la quantità”. Il vino sangiovannese era apprezzato anche fuori. In quel
tempo Vincenzo Giuliani collocava tra i vini “preziosi” del Gargano quelli di
San Giovanni, Rodi, Peschici e Mattinata , i quali “non cedevano alle lagrime di
Napoli”.
Per correggere “i vizii e gli abusi”, consistenti nel “dar di mano alla
vendemmia allorché le uve erano agresti, ed incapaci di dare un generoso vino”,
si tolse ai proprietari ogni potestà di decidere l’inizio della vendemmia. Era
il Primo Eletto, accertata la perfetta maturazione dell’uva, a rendere noto il
giorno di inizio della vendemmia nelle varie contrade, mediante appositi bandi
pubblici (art. 6 Reg. Polizia Rurale). Nel 1864 la maggioranza dei cittadini
aveva una vigna per proprio uso. I salariati non comperavano vino, poiché
rientrava tra i generi di sussistenza forniti dai loro padroni. Esclusi i
salariati, le donne ed i bambini, il Comune stimò che i cittadini che compravano
vino al minuto erano 800, per un totale di ettolitri 2.346. Altri 100 ettolitri
circa erano consumati dai forestieri di passaggio. Nel 1864 il dazio sulla
vendita di vino sangiovannese fruttò allo Stato 6.115 lire. Ma in un primo
momento era pervenuta una cartella di pagamento di ben 23.462 lire. Per fortuna
si trattò di un grosso equivoco: il Comune, “nella credenza che l’Ettolitro
fosse dell’istesso del barile (misura antica, costumanza del paese)”
aveva indicato il triplo del quantitativo di vino realmente venduto al minuto.
In paese non c’era lavoro sufficiente a sfamare la popolazione.
Alla fine dell’800 si contavano ancora 1.350 uomini “senza professione”, cioè
oltre un terzo delle forze lavorative maschili (v. Doc. n. 5). I “bracciali”,
normalmente nullatenenti, costituivano la classe più indigente. Per essi il
decurionato si mobilitava, piangendo le lacrime del coccodrillo, implorando
all’Intendenza di finanziare le solite opere pubbliche, al fine di poter
impiegare le loro braccia. Così ogni anno tornavano alla ribalta le questioni
dei forni ad inferno, delle strade da lastricare, dei pozzi da scavare e così
via. Se arrivavano soldi, si programmavano i lavori nei mesi invernali durante
i quali i braccianti non potevano impiegare le loro braccia nelle campagne e
soffrivano “più che mai il bisogno, sia per la scarsezza di viveri che per il
loro aumentato prezzo”. Si riusciva in tal modo a manutenere alla meno peggio i
vecchi edifici e le Chiese e si costruiva a basola qualche strade interna, cosa
“tanto reclamata dalla pubblica salute e dalla decenza del paese”. L’assunzione
dei braccianti avveniva tramite una Commissione (normalmente composta da
Sindaco, Giudice Regio e Parroco) cui competeva “tutta la cura ed il peso di
regolare l’opera, distribuire i lavori tra la gente bisognosa e somministrare
alla stessa in ragione del travaglio prestato la corrispondente mercede”. Per i
lavori di lastricatura delle strade, le direttive del decurionato la
vincolavano ad assumere i braccianti che “possedendo animali da trasporto
potevano rilevare le pietre ed altro dalla cava...”. Il reclutamento del maggior
numero possibile di braccianti assecondava “le mire dell’Augusto Clementissimo
Sovrano (che Dio sempre Guardi e Feliciti) tendenti a soccorrere negli attuali
strettezze e bisogni la classe degli indigenti...”.
Le basole venivano estratte dalla “Petriera delle Coppe”.
Nel 1851 si decise di ribasolare la strada principale del paese,
detta La Piazza (attuale Corso Regina Margherita). La sconnessione delle
pietre l’aveva resa intrafficabile sia alle persone che agli animali a schiena e
vetture. Inoltre era diventata oltremodo fangosa “per non esser libero lo scolo
sulle acque che vi cadevano, e nel mezzo si arrestavano pure i letami che vi
giungevano da molte piccole strade superiori incontrando ivi degli intoppi per
le ineguaglianze di convenevole declivio nella strada medesima”. In tempo di
pioggia nelle strade sterrate poste a monte, in cui affiorava nuda roccia, si
formavano ostacoli ancora più gravi per la circolazione. Il decurionato trovò il
modo per risolvere una parte del problema col minor aggravio di spesa
possibile: le vecchie basole asportate dalla Piazza, opportunamente
livellate e lavorate, sarebbero state riutilizzate per lastricare alcune strade
che ad essa discendevano.
Il decurionato opinò che il lastricamento delle strade influiva positivamente
sul processo di “civilizzazione” del popolo sangiovannese, per i benefici che
ne derivavano per la salute pubblica. Difatti la popolazione era afflitta da
“malori cagionati dal soverchio fango... dall’umido permanente e da’ miasmi che
in conseguenza vi esalavano”.
Con gli amministratori che si ritrova e le tante strade sterrate
da lastricare, il cammino da percorrere verso una sospirata perfetta
civilizzazione era ancora molto lungo.
Le
alluvioni del 1850, 1858 e 1862
Talvolta il decurionato non riusciva neppure ad eliminare
situazioni di grave pericolo per la vita stessa della popolazione. Nel 1850,
verificatasi un’alluvione, il sottintendente ordinò una perizia. Dopo un primo
incarico all’architetto Mongelli di Foggia,
il decurionato contattò l’Ing. d’Atri al quale fu anche liquidato l’onorario per
il progetto. Si stimò che per mettere al sicuro il paese da future alluvioni
occorressero opere per 500 ducati.
Ma i lavori non furono eseguiti. Nel 1858 il sindaco Michele Collicelli riunì
nuovamente i decurioni per impedire che gli inconvenienti arrecati dall’ultima
alluvione si fossero ripetuti “a scapito de’ casamenti che sporgevano alla
parte di ponente”. Alcuni giorni prima le acque erano discese con furia dal
monte soprastante, trascinando terreno e pietre, in gran quantità, lungo la
strada che collegava la Valle di Potamisuso con le Piscine
(attuale Corso Matteotti). Nel timore che il materiale ammucchiato avesse
potuto ostacolare il normale deflusso delle acque dovute a nuove piogge, con
maggior danno per le case vicine, la strada fu sgombrata d’urgenza, con riserva
di indire l’appalto dei lavori progettati dall’Ing. D’Atri. Nel frattempo una
perizia oculare aveva accertato che tutto quel materiale era ciò che restava
delle macerie e della terra occupata e dissodata abusivamente a monte del paese
da svariati naturali.
Nel 1862 la stessa strada risultava nuovamente “devastata dalle alluvioni” e
il Consiglio comunale, a stagione avanzata, approvò il progetto Petti. Esso
prevedeva l’allargamento della strada suddetta a scapito della vigna del Sig.
Sabatelli, seguendo il corso scavato dalla piena.
In quell’anno si contarono tre alluvioni nel corso di soli tre mesi. Il 26
giugno ben 32 abitazioni furono inondate da acqua, pietre e fango. Gli
sventurati proprietari chiesero soccorso al Prefetto. Ma questi, stimando il
Comune di San Giovanni “tra i più ricchi della Provincia”, comandò al Consiglio
Municipale di far eseguire lo spurgo delle case con qualunque fondo a
disposizione del Comune. Per l’esecuzione dei lavori fu ordinato di impiegare le
braccia degli stessi danneggiati, ai quali si doveva corrispondere una “mercede
alquanto larga”.
All’inizio del 1863, poiché le acque “solevano discendere dalla
Valle Porta-suso con grossi sassi e precipitarsi nel paese con danno e
pericolo di morte degli abitanti” venne esaminato un altro progetto per la
costruzione di un canale. L’Ingegnere del Genio Civile Ernesto Zaccone, aveva
redatto un verbale. I consiglieri, “fuggendo dal supporre illeciti motivi”,
rimasero perplessi di fronte al parere del tecnico, conforme a quello già
espresso dall’Ing. Petti nel 1859, secondo cui il canale andava costruito fuori
dalle vigne, onde evitare la costituzione di servitù continue su detti fondi e
danni certi alla strada provinciale. Lo Zaccone però aveva già accettato le
osservazioni contrarie della Giunta che preferiva far passare il canale
attraverso le “vigne site a levante del termine della Valle guardando il paese”.
Come mai - si chiedevano i consiglieri - il tecnico cadeva ora in “misteriosa
opposizione con se stesso”? Inoltre osservavano che i quattro anni trascorsi
dalla perizia avevano determinato lo sconvolgimento della morfologia dei luoghi,
tanto che detto progetto era ormai da ritenere superato. Il decurionato
relazionò:
“I sassi in aspetto di selciato (che) costituivano il fondo della
Valle, e che hanno per molti anni resistito alla forza delle acque, sono stati
finalmente svelti e asportati: e ad essi ne sono succeduti altri visibilmente
mobili. Per il che le acque discendono di là miste a grosse pietre; mentre in
allora ne erano scevre, o al più ne contenevano delle piccole. Più lo sbocco
della Valle ha una larghezza e profondità, che in quell’epoca non aveva per aver
perduto l’alto strato di brecciame in base del quale ora si vedono fissi macigni
che influiscono molto alla direzione delle acque che vi transitano. Per i quali
cambiamenti l’uscita della Valle Porta-suso ha acquistata una direzione che
d’assai differisce da quella che avea, e che diede origine al progetto Petti,
come scorge ognuno che l’ha guardata prima e dopo. E conseguentemente il corso
delle acque che necessitano a percorrerla per propria gravità, ne prendono
norma. Infatti la corrente nella sera del 3 ottobre ultimo rimosse ed asportò le
grosse macerie che chiudevano le vigne site a destra e sinistra dello sbocco
della Valle, e buttossi ne’ canali che in esse vigne fece natura: macerie non
tocche per tanti e tanti anni.
Quale novello corso delle acque è molto più distante
dall’abitato, in paragone dell’altro che avevano per lo passato: come rilevasi
dalle tracce del passaggio ultimo di esse nelle vigne. Ed il Sig. Zaccone col
raccomandare il progetto Petti, le vorrebbe di nuovo respingere fuori le vigne
ed avvicinarle al paese. E quasicché un tale avvicinamento fosse lo scopo
dell’invocato canale , egli nel combattere la suddetta proposta municipale si
lascia dire nel citato verbale che essa proposta avrebbe per effetto
l’allontanamento delle acque della Valle dal paese. Ed a che altro si tende,
Signor Ingegniere?. Le acque che nelle dirotte piogge si precipitano dalla Valle
Porta-suso minacciano soffogarci nelle proprie abitazioni, e noi le vogliamo
allontanare per quanto più si può dall’abitato.
Ma se questo ha in mente la Giunta municipale lo Zaccone, per
l’opposto intende ad ogni costo (mantenere) intatte le più volte additate
vigne, il che otterrebbe coll’attuarsi il progetto Petti ...”.
Il Consiglio municipale accusò il tecnico di interessarsi molto
dei fondi rustici e dei quindici-venti carlini da spendersi per ripulire dai
detriti la strada provinciale, che si sarebbe trovata sul tragitto delle acque,
e poco delle sette-ottomila anime da salvare dalle alluvioni. Decise quindi di
eseguire l’atto deliberativo di giunta del 5 ottobre, dando facoltà a sindaco
ed assessori di invitare un ingegnere di loro scelta a redigere un altro
progetto d’arte.
L’alluvione si era presentata particolarmente violenta il 3
ottobre 1862:
“Se la pioggia avesse continuato per un’altra mezz’ora, o se le
macerie delle vigne fiancheggianti lo sbocco della summenzionata Valle non
avessero cedute all’impeto della corrente, (il paese) sarebbe stato portato via
con tutti gli abitanti”.
Bisognava accelerare i tempi. Il Comune aveva 400 ducati in
bilancio. Per procurarsi gli altri 1.600 si pensò di dividere i demani di
Cicerone e Costarelle ai cittadini, nel più breve tempo possibile. Pertanto i
consiglieri D. Nicola Cascavilla e D. Michele Collicelli, assistiti dal
Segretario comunale Pasquale Padovano, si recarono dal Prefetto per chiedere
l’autorizzazione.
Anche l’ing. Mennella di Manfredonia, descrisse i danni
dell’alluvione all’Intendenza:
“Per effetto dell’uragano del 3 ottobre ultimo gravi danni ebbero
a soffrire diversi caseggiati... oltre alla perdita di generi che in magazzini
trovavansi riposti. Causa di siffatti danni si fece la gran quantità d’acqua che
precipitatasi da quei ripidi greppi nel sottoposto vallone denominato Valle di
Porta (Suso), dopo sormontate le ripe si fecero adito per quelle campagne
alquanto inclinate strappando con la velocità acquistata materiale di eccedente
mole che trovando resistenza nei caseggiati ivi si depositavano per la maggior
parte inderrando diverse abitazioni quasj sino ai coperti, ed esperimentando
spinta sulle mura di ambito, abbatteva molte di queste, inderrando maggior
numero delle pubbliche cisterne..”.
Nella relazione il tecnico usò parole di elogio per il Municipio
che aveva iniziato tempestivamente a ripulire i punti più alti, per dare modo
agli sfortunati cittadini di entrare nelle loro abitazioni. Risultavano
abbattuti: un muro a mezzogiorno della proprietà Siena, profondo palmi 3,5, per
una lunghezza di palmi 30 ed un’altezza di palmi 10; un muro a settentrione di
altra proprietà Siena (palmi 19x15x2) ed il tetto della stessa casa
(palmi 12x8), portati via dalla corrente; tre muri di sostegno di una loggetta
del Sig. Pazienza; un muro di divisione e due sottani del Sig. Riccio (palmi
15x12,5); un muro divisorio di proprietà Cocomazzo; altre porzioni di muro da
restaurare per complessivi palmi 52x20x3. Nella relazione l’Ing. Mennella stimò
che tutto il materiale da rimuovere dalle strade a dai sottani misurasse
complessivamente palmi 740x79x12, che equivalgono ad un volume di circa 15.000 m3.
Il sottano di un certo Sig. Longo appariva “colmato di terra e
ciottoli” per un’altezza di palmi sette. Quattordici sottani di vari proprietari
erano colmi di “grosse lave” per un’altezza di palmi 8,50.
I lavori iniziarono il 20 luglio 1863, con l’intervento del
distaccamento del Genio Militare, senza alcuna divisione dei demani. Partendo
dallo sbocco della Valle il canale avrebbe attraversato le vigne ad oriente,
per arrivare “fino alla direzione della Cappella dietro i morti ,
secondo il progetto degli Ufficiali del Genio Militare”:
il Comune aveva vinto la disputa con l’Ing. Zaccone. Il torrente si sarebbe
scaricato sulla “Strada Garganica nel sito detto della Pietà”, nel punto in cui
sorgeva “un ponte rovescio” sotto cui passavano le acque provenienti da tre
distinte direzioni.
Con la stagione delle piogge alle porte, si ingaggiarono
moltissimi braccianti. Questi, abituati a ricevere il salario giornalmente,
dopo cinque giornate di lavoro già protestavano per mancanza di paga. La causa
risiedeva nella “renitenza ostinata” del tesoriere comunale Gaetano Palladino
che “non voleva sborsare alcuna somma per il motivo dedotto sì ma pur troppo
chiaro di godere la tragica scena nel vedere sepolta una popolazione sotto le
pietre”. La Giunta municipale, nominò una Commissione addetta al pagamento dei
braccianti. Ne facevano parte Michele Ricci fu Filippo, D. Gennaro Padovano fu
Leandro e D. Leandro Ventrella fu Francescantonio. In un primo momento si
deliberò a favore del Ricci il pagamento di un primo importo di ducati 200, da
spartire ai “lavorieri”, prelevabile dai 640 ducati stanziati in bilancio per
scongiurare i danni da alluvione. Persistendo il rifiuto del Tesoriere, fu
possibile far fronte agli altri pagamenti grazie ai Buoni appena ricevuti dal
Governo a titolo di “rimborso per le ingenti spese di guerra durante la reazione
borbonica del 1860”, che si trovavano ancora nelle mani del Sindaco L. Giuva.
Il
lago S. Egidio
Il lago di S. Egidio forniva al comune una cospicua rendita. Nel
1826 il decurionato, anche per evitare che potessero maturare delle servitù,
fissò per i forestieri una “fida discretissima” di un carlino per ciascun capo
di “animale grande” condotto ad abbeverarsi.
Nel 1850, con riferimento ad una nota ministeriale riguardante il prezzo per
l’uso di acque pubbliche, precisava:
“...nello stato discusso di questo Comune già figura da tempo
dietro apposito articolo di vistoso introito, che annualmente si riscuote pel
Lago S. Egidio per fida di animali forestieri, e per la pesca di tinghe, e delle
sanguisughe...”.
Nel 1852, nel suddetto articolo dello stato quinquennale comunale
era previsto un introito di ducati 2.500 annui.
Nel 1866 la pesca delle tinche e delle “mignatte”
nel lago assicurò una “vistosa” rendita di lire 1.041.
Nel 1865, considerate “le sventure che toccarono alla infelice popolazione di
Sansevero, tanto afflitta dal colera”, la Giunta si sentì in dovere di inviare
1.000 mignatte per praticare salassi agli ammalati, pagando il prezzo di lire
65:87 a Giovanni Leone.
In quel tempo bruchi e cavallette affamavano la popolazione,
attaccando e distruggendo interi raccolti di grano ed ortaggi. Per quanto
provocasse danni ingenti in tutta la Capitanata, questo flagello era di casa
soprattutto nel tenimento di San Giovanni Rotondo. L’intendente provinciale si
fece promotore di una campagna di informazione sui metodi di lotta da adottare,
inviando numerosi dispacci a tutti i sindaci. Il decurionato sangiovannese
inserì delle norme specifiche nel regolamento di Polizia Rurale del 1850.
La funzione di coordinamento per la lotta alle cavallette era
affidata ad una “Commissione brucaria” locale nominata dalla Giunta, composta da
sei membri e presieduta dal sindaco. Il tenimento della cittadina garganica fu
suddiviso in un adeguato numero di sezioni. Per ogni sezione si nominava una
Sottocommissione composta da tre o quattro membri, scelti tra gli individui del
posto da proteggere, e presieduta da un membro della commissione principale. La
Commissione stabiliva il numero degli operai necessari, ne compilava l’elenco e
fissava la paga giornaliera. Inoltre formava una “lista di tutt’i possessori di
animali necessari per la requisizione dell’ovario al che era efficacissima la
specie suina”. Infatti, un congruo numero di maiali era capace di rivoltare col
muso e le zampe un intero appezzamento di terreno infetto, mettendo allo
scoperto le uova e danneggiandole. Le sottocommissioni erano sottoposte
gerarchicamente alla commissione principale, alla quale inviava un rapporto
giornaliero sugli interventi eseguiti. Esse avevano la facoltà di esercitare sul
territorio di propria competenza gli stessi poteri della commissione principale.
Un segretario teneva al corrente due registri, per le entrate e le uscite. La
Commissione principale relazionava ad una Commissione Centrale funzionante nel
capoluogo. Le commissioni venivano rinnovate annualmente del 50%.
Apparsi i bruchi o le cavallette in un tenimento prossimo a
quello comunale, le commissioni approntavano tempestivamente “tutti gli ordegni
necessari alla distruzione dei bruchi, come racane, scope, magli, spinati ed
altro, facendo capo a tutti gli industriosi di campo, i quali non potevano
rifiutarsi ad ogni richiesta della commissione e suoi delegati”.
La lotta si svolgeva in più fasi. In estate inoltrata le
cavallette affondavano l’addome nel terreno per depositarvi le uova
congiuntamente ad una sostanza vischiosa che indurendo formava un involucro
protettivo molto resistente (ooteca). Era questo il momento chiave per
bonificare i terreni infetti, poiché la schiusa delle uova avrebbe popolato la
zona di larve voracissime di sostanze vegetali che, una volta diventate adulte,
avrebbero sciamato sotto forma di cavallette, allargando e moltiplicando il
danno in tutto il tenimento comunale ed oltre.
Le guardie comunali erano tenuti a contrassegnare in modo ben
visibile “i luoghi nei quali tali insetti nocivi avessero potuto depositare le
uova, per farne caccia a tempo opportuno”. In loco venivano condotti animali
avidissimi di uova come polli, tacchini, maiali. Se i maiali non erano
sufficienti le autorità chiedevano l’aiuto dei proprietari dei comuni viciniori,
cointeressati al problema. Significativa è una lettera di biasimo del Sindaco
di Monte Sant’Angelo al primo cittadino sangiovannese, datata 17 giugno 1852, in
cui si giudica “veramente punibile” l’azione dei custodi delle Masserie del
Barone Angeloni e dei Signori Bramante, i quali avevano negato l’acqua agli
animali spediti nel tenimento.
Se il terreno infetto era scosceso o abbondava di sterpi, pruni
ed altro, “la piccolezza istessa degli insetti impediva di adottare con successo
i magli, le spinate o strascini, le così dette traglie o simili ordigni de’
quali si faceva uso per lo schiacciamento dei moscherini”. In questi casi si
ricorreva all’efficace mezzo del fuoco.
Queste alcune istruzioni dell’Intendente per combattere i bruchi
allo stato larvale:
“Al tempo che iniziano a nascere e saltare questi velenosi
animali, i padroni de’ seminati di quelle terre salde, dove (le larve) si
sogliono porre a mangiar erba, facciano un fosso, convenientemente grande; ed
essendo la natura di loro di andare sempre al fresco, come sentiranno un po’ di
caldo s’andranno a porre dentro quel fosso, la qual terra, quando si caverà,
s’ha da porre lungo la sponda ed orlo dei seminati, e lasciare piana, e libera
la parte dove quelli stanno, e da dove hanno da entrare nel fosso; atteso che
non possono volare tanto in quel tempo; per questo s’ha da evvertire che la
parte d’onde hanno da entrare nel fosso, resti piana e libera”.
La Commissione brucaria centrale, fatto un sopralluogo registrò
l’efficacia di del metodo appena descritto:
“In posta Farano che resta alla destra della Consolare
evansi 34 operai che dal 1° giugno in fino al giorno 3 avevano riempito 148
fossette di cadaveri de’ malefici insetti, contenendone ognuna circa 3/4 di
tomola, avendo una diligenza di chiuderli con molta terra per impedire la
perniciosa esalazione del fetido corrompimento di quei numerosi cadaveretti...”.
Il terzo momento di intervento era il tempo in cui le cavallette,
ormai adulte, sciamavano da un posto all’altro, portando rovina e distruzione
nei campi già pronti per il raccolto. In questo ultimo stadio di crescita il
mezzo di lotta più efficace era la “racana”. Grossi teli di sbarramento venivano
tesi contro gli sciami di cavallette che vi sbattevano contro, ricadendo in un
solco scavato alla base di essi. Ad ogni “racana”, che doveva essere di
ragguardevole dimensione, era addetta una compagnia composta dalle 13 alle 25
unità lavorative.
Nel 1851 l’intendente spiegava che quell’anno, malgrado una forte
presenza di bruchi, non vi era stato un gran danno alle granaglie “grazie alla
Provvidenza, che lo sviluppo de’ malefici insetti aveva avuto luogo quando già
esse erano indurite e mature; per cui avevano fatto saggio della loro voracità
sull’erbe, ed i cardi più verdi delle messi”.
Tuttavia il funzionario metteva in guardia il sindaco sangiovannese sulla “di
lui responsabilità a mettere tutta la premura per impedire la diffusione di tale
flagello per l’ambito dell’intera Provincia, che... avrebbe potuto in venturo
essere esiziale all’agricoltura”. Difatti l’anno successivo i bruchi
ricomparvero più numerosi che mai nei tenimenti di San Giovanni Rotondo,
Manfredonia e Cerignola “ove stettero nello scorso anno, quando, particolarmente
nei primi due Comuni se ne dava la caccia, e migliaia e migliaia di tomoli di
essi, eran preda della caccia stessa”.
Per quanto la quantità di bruchi distrutti fosse enorme, questo dato non è
credibile, considerato che il tomolo napoletano, unità di misura di capacità per
aridi, equivaleva a circa 55 litri.
Verso la fine di maggio 1852 operavano nel tenimento di San
Giovanni Rotondo circa 400 persone, con 17 racane che assicuravano
giornalmente la distruzione di 70 tomoli di bruchi e cavallette. Poiché le
persone disponibili non bastavano, necessitò farne giungere altre dalla vicina
Manfredonia.
In altre occasioni le “compagnie” giunsero dagli altri paesi del circondario.
Il lavoro procedeva instancabilmente e non si fermava neppure nei
giorni festivi “stante l’urgenza, potendo i lavorieri udir la Messa nella
cappella di campagna più vicina”. Poiché nel paese non v’era personale a
sufficienza, furono inviate compagnie dai paesi vicini. Il Municipio spendeva
circa 150 ducati al giorno. La Cassa comunale si svuotò per anticipi di spesa e
la Commissione locale fu costretta a chiedere aiuti economici alla Commissione
Centrale e alla Cassa Provinciale. Nel mese di settembre 1852 la colonna
devastatrice di cavallette, sospinta da un forte vento di ponente, si spostò nel
tenimento di Manfredonia.
Dal 1851 al 1854 la spesa per la caccia alle cavallette in tutta
la provincia raggiunse l’ingentissima cifra di 27.560 ducati. Per coprirla,
furono imposti due rattizzi sui terreni a carico dei Comuni, in proporzione alla
loro rendita ordinaria.
A distanza di qualche anno le autorità cominciarono a chiedersi
se tutti quei soldi fossero stati spesi bene. Lo stesso Intendente notò che
qualche cosa non quadrava, mettendo in dubbio l’onestà degli stessi commissari.
Nel 1857 scriveva al sindaco:
“La Commissione inoltre, d’accordo con il decurionato....
indicherà la mercede giornaliera da darsi agli operai secondo il loro sesso ed
età, che ai soprastanti. E siccome la riuscita delle operazioni dipende dalla
fedeltà di questi ultimi agenti subalterni, mentre non di rado la poca buona
morale dei medesimi fa andare a vuoto le più provvide e meglio intese del Real
Governo; così si porrà tutta l’avvedutezza nella di loro scelta, onde non
rendersi responsabili degli abusi che potrebbe commettere. Sarebbe troppo
dispiacevole il vedere speso denaro che, con tanti sacrifizi si paga dai Comuni,
senza ottenere quei felici risultati, che si ha ragione di attendere”.
Ci sono quindi motivi per sospettare che le commissioni, coperti
dagli amministratori municipali pro tempore, approfittassero della lotta alle
cavallette per rimpinguare le loro tasche e nello stesso tempo procurare lavoro
ai salariati, poiché la cassa comunale languiva sempre, per difetto di introiti
e per altri motivi, facilmente immaginabili.
Il comune sangiovannese cercò di far valere in molteplici
occasioni un vantato credito di ducati 2.860 per anticipazioni di somme per “la
caccia dei bruchi” nel periodo 1851-1856, chiedendo di essere rinfrancato dal
pagamento delle tasse dovute. Ma ottenne sempre un netto rifiuto dalle autorità
provinciali borboniche. Nel mese di marzo 1860 il Comune doveva pagare
all’Arcivescovo Mons. Taglialatela un debito di ducati 600, per un “giudizio
possessoriale sostenuto financo in sede Governativa” dalla Mensa Arcivescovile
di Foggia-Manfredonia, di cui si era occupato anche il Ministero degli Affari
Ecclesiastici ed Istruzione Pubblica. Ottenuto dall’Intendente un diniego circa
la domanda di dilazionamento del debito, e constatato che lo stato quinquennale
e quello di variazione “non offrivano un obolo a poter disporre”, il decurionato
obbligò il Cassiere Celestino Lombardi ad anticipare i seicento ducati, con
diritto dello stesso “di rivalersi... ai primi introiti che farà il Comune dalla
Provincia per credito di ducati 2.860 (per la lotta alle cavallette n.d.r.)...
salvo miglior calcolo, cui è parola sotto l’art. 37 dello stato discusso...”.
Il comune sangiovannese non era il solo a vantare crediti per la
lotta ai bruchi. La questione, che riguardava anche gli anticipi di spesa per il
mantenimento dei “projetti”,
non del tutto rimborsati, si protrasse per decenni, investendo anche il Governo
unitario. Così il bruco diventò un insetto veramente fastidioso e le autorità
provinciali se lo ritrovavano continuamente tra i piedi ogni qualvolta i comuni
erano chiamati a pagare un rattizzo. Nel 1873 il Prefetto contestava al sindaco
di San Giovanni Rotondo che la somma sborsata per rattizzi fino all’anno 1865
ammontava ad appena lire 11.777, anziché a lire 22.850.
L’ignoto estensore di una “Storia brucaria”, datata 20 luglio
1863, paginetta manoscritta da un qualche funzionario della Prefettura di
Foggia, con riferimento all’enormità di spese sostenute negli anni suddetti,
non risparmiò una sottile ironia nel criticare la posizione assunta dal
Ministero degli Interni borbonico che, informato di tutte le misure intraprese,
vi aveva plaudito, non mancando di spronare le autorità di “adoperarsi ogni
mezzo di esterminio” per quei malefici insetti che, a giudizio della Società
Economica all’uopo consultata, “non erasi potuto definire se fossero Barbari o
Crociati”.
Nel 1890 il Prefetto Malusardi, studiati tutti i precedenti
normativi, volle mettere la parola fine a questa storia infinita, con una
circolare a stampa datata 4 agosto. Commentava che, in base alle varie leggi e
regolamenti emanati a decorrere dal 1812, il servizio per lo sterminio dei
bruchi a tutto l’anno 1865, condotto da Ispettori e Commissioni Centrali, venne
sostenuto “per concorso di spesa dagli stessi privati, e dai Comuni”.
Perciò, ammesso anche che qualche Comune o privato fosse riuscito a dimostrare
di aver contribuito oltre il proprio obbligo, il credito doveva essere vantato
verso quei Comuni o privati che avevano partecipato alle spese in misura
minore; giammai verso l’Amministrazione Provinciale, che era nata il 1° gennaio
1866. Infatti la Provincia si era assunta il carico di sussidiare i comuni per
detto servizio solo a decorrere da questa data, e in determinate proporzioni. Il
Prefetto chiuse ogni controversia soggiungendo ai sindaci di convincersi di
essere in errore, e di considerare la sua circolare “come definitiva, completa
risposta alle reiterate domande di rimborso...”.
La Capitanata si presentò all’appuntamento unitario
con un indice di istruzione disastroso. Il 90% della popolazione era totalmente
analfabeta. Ma parte del restante 10% sapeva a mala pena leggere e scrivere.
L’isolamento culturale in cui versava la Capitanata era impressionante. Solo le
città di Foggia, San Severo e Lucera, erano dotate di un istituto secondario.Nel
1862, pressato dalle autorità e dalle circolari del Ministro per l’Istruzione,
il Consiglio Comunale tentò di avviare la scuola elementare. Nominò una
Commissione regolatrice, nelle persone di Bramante D. Ludovico (Arciprete),
Pirro D. Benedetto (Canonico), Maresca Vincenzo, Cafaro Vincenzo.
Ma, giunto il termine di scadenza, fissato per la metà del mese di maggio, il
Comune non inaugurò alcuna scuola. Lamentava di non aver fondi a disposizione e
si giustificava, come al solito, con “le tante spese sofferte nelle passate
emergenze reazionarie”. Ritenendo comunque la scuola elementare indispensabile
per l’istruzione del popolo, il Municipio chiese al Prefetto di poter accedere
alle 10.000 lire appositamente stanziate dal Governo unitario.
Il decurionato trovò che la “Galleria” del Signore Federico Verna, nell’omonimo
Palazzo in Via Cocle, fosse il miglior locale per il funzionamento della
scuola. Detto locale, “al primo piano sporgente vicino la Chiesa S.Orsola”,
venne affittato per cinque anni decorrenti dal 1° luglio 1862, con una pigione
di 36 ducati annui. E siccome il Verna era in debito quale appaltatore per la
pesca delle mignatte
nel Lago di S. Egidio, il Comune accettò che detta pigione andasse a scomputo
del suo debito. Per convenzione l’interruzione del funzionamento della scuola,
per rinunzia o punizione del maestro, avrebbe fatto tornare il locale nel pieno
possesso del Verna, esonerando il comune dalla corresponsione del canone.
Il contratto si interruppe nel mese di novembre 1864, allorché la Galleria
cambiò proprietario, a causa di una divisione dei beni nella famiglia Verna. Le
scuole “di ambi i maestri” continuarono a funzionare nei locali della “vecchia
Cancelleria”, nel Palazzo Comunale.
Ma il Palazzo Verna continuò ad ospitarre saltuariamente le
scuole elementari; anche nei primi decenni del XX sacolo.
Nel 1863 la scuola primaria femminile risulta affidata alla
maestra D. Maria Felice Lisa, con lo stipendio di ducati 50 annui, la quale si
era già distinta negli anni precedenti tanto nell’insegnamento, quanto nella
preparazione delle fanciulle nelle arti femminili. Il rinnovo della nomina era
giustificato dal fatto che in paese non vi era “alcuna donna che per l’oggetto
fosse fornita di approvazione della Scuola Magistrale della Provincia”.
Parimenti veniva rinnovata la nomina al maestro della scuola
elementare maschile, Sac. Paolo Cascavilla, che percepiva uno stipendio di
ducati 80.
Nel 1866 la Giunta approvò la spesa di lire 72 per 6 sedie, 8
panche per le fanciulle, carta, penne e diversi libri per le scuole elementari
femminili dirette dalla Sig.ra Regapoli, di Milano.
Verso la fine dell’800 si riscontra una maggiore sensibilità
verso l’istruzione che risulta affidata a cinque maestri, tre per le classi
maschili e due per le femminili.
continua
ACSGR,
delibera decurionale del 1° ottobre 1850.
ACSGR,
delibera decurionale del 1° novembre 1852.
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