Ventiquattro martiri per il risorgimento di San Giovanni Rotondo di G.G. Siena

Capitolo I - San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

  

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848

Gli avvenimenti politici e sociali sangiovannesi che portarono alla reazione borbonica del 1860, culminata nell’ uccisione di ventiquattro cittadini liberali, non vanno tenuti isolati da quelli che portarono all’unità della nazione italiana. Né detta reazione può essere capita e, se si vuole, giustifi­cata, se prima non si affonda l’occhio nelle vicende che la prepararono. Pertanto è opportuno iniziare l’indagine storica dai primi decenni del XIX secolo e, man mano che se ne presenta l’occasione, dare un rapido cenno alle vicende che caratterizzarono il cammino unitario nazio­nale.

I moti del 1820

Il 1° gennaio 1820, con l’ammutinamento delle truppe dell’Ufficiale Raffaele Diego, membro della società segreta Communeros, scoppiò in Spagna la scintilla rivoluzionaria. Ciò costrinse Ferdinando VII a ripristinare la Costituzione del 1812. L’ondata di liberalismo si propagò dalla Spagna in tutta l’Europa, investendo anche il Regno delle Due Sicilie. Nella notte tra il 1° e il 2 luglio 1820, gruppi di carbonari capeggiati dal sa­cerdote Luigi Menichini e da alcuni ufficiali e sottufficiali di cavalleria di stanza a Nola, tra i quali Morelli e Silvati, mossero alla volta di Avellino. Il moto s’allargò tra i carbonari del Salernitano, della Basilicata e della Capitanata.

Sotto l’incalzare degli eventi, tra cui le rivendicazioni indipendentiste della Sicilia, Re Ferdinando I si vide obbligato ad usare la forza; ma dovette ugualmente promettere la costituzione.  La rivolta impensierì seriamente il Metternich, per le ripercussioni che si potevano avere negli altri stati italiani. Il cancelliere austriaco s’affrettò ad organizzare la conferenza di Troppau, dove le grandi potenze proclamarono la Santa Alleanza ed il diritto d’intervenire negli Stati vittime di rivoluzioni.

Di lì a poco l’esercito austriaco, chiamato da Ferdinando II, marciava sul suolo napoletano per imporre l’ordine nelle contrade del Regno.

 

La cittadina di San Giovanni Rotondo, anche se marginalmente, fu interessata da questi eventi. Nel paese garganico c’era una Vendita carbonara antiborbonica  molto attiva. Essa si configu­rava in sostanza come un partito liberale clandestino aspirante ad instaurare la monarchia costituzionale. Le notizie al riguardo sono frammentarie. Vale la pena comunque accennare ad alcuni av­venimenti accaduti in quel periodo. Il primo lo espone il  Giudice Regio circondariale supplente G. Giuva in una sua lettera all’Intendente di Capitanata, datata 10 ottobre 1820. Da essa affiorano in tutta evidenza i violenti contrasti  tra i fautori  del cam­biamento e gli ostinati difensori del regime borbonico:

“Signor Intendente, l’ordine pub­blico in questo Comune si vede in qual­che modo alterato, come andrà a rilevare da’ seguenti fatti:

ei primi giorni della scorsa setti­mana, si trovò affisso in mezzo alla Pubblica Piazza, un car­tello rivoluziona­rio, che invitava il Popolo alla stragge, copia legale di cui mi do’ l’onore alli­garla, che sul principio si credeva di niuno nocumento perché dettato da qualche mente imbecille, e sic­come nel prosieguo ha generato delli serj inconvenienti, si crede essere derivato da qualche veleno, che resta rannicchiato nella classe di qualche male intenzionato, che ancora non si è scoverto.

Nel giorno sei di questo mese, ritor­nando da San Severo questo esattore fondia­rio, ove era stato ad incassare la somma di ducati 1.200, giunge dopo mezz’ora di notte vicino alle mura di questo Comune, ritrovò tre persone in agguato e le scaricarono tre fucilate che per puro miracolo non restò sagrificato, essendo posto la distanza tra esso e gli aggressori di circa sei piedi, ma restò ferito mortalmente il somaro, ove stava a cavallo, che morì il dì seguente; è il cavallo di D. Filippo Bra­mante[1], che ri­tornava da San Severo. S’ignorano gli autori...

Nella notte di Domenica 10 detto mese fu ammazzata a colpi di accetta una vacca di questo D.  Antonio Ven­trella, ed in giudizio di probabilità viene poggiato, dal che il menzionato Ventrella si rattrova nelle funzioni di G.M. (Gran Maestro) di questa Ven­dita, e Capitano dell’organizzata Le­gione, e qualcuno o per insinuazione o per odio­sità delle cariche, l’ha commesso questo dispetto.

L’istessa notte, quasi nell’istesso luogo, fu ferita una vacca di D. Giovanni Verna, attuale Sindaco di questo Comune, ed il giudizio cade anche per affari di Ca­rica per essersi applicato alla presenta­zione de’ Veterani, ed all’arresto dei Coscritti.

Signore, tutte le induzioni da me fatte sopra questi fatti clamorosi mi fanno cre­dere, che il ci­tato biglietto rivoluzionario si pretende mandarsi in effetto, giacché lo stesso fu ritrovato affisso la mattina, che doveva succedere la presentazione de’ Ve­terani, essendo la sera precedente preceduti i bandi, e le insinuazioni, come pure dalle sorde voci, che circolano per l’abitato di massacrare tutti gli impiegati, ed altri che figurano in faccia al Popolo, perché li credano Autori delle disposizioni gene­rali, che le circostanze imperiose de’ tempi richiedono. Intanto io, e gli altri funzio­narj siamo occupati a scovrire la sorgente di questi mali e riuscendoci, ci faremo un do­vere tenerla avvisata.

Le rapporto tutto questo per discarico delle mie funzioni. F.to Il Regio Sup­plente del Circonda­rio G. Giuva.”[2]

Leggiamo ora il libello ch’era stato trovato affisso nella piazza del paese:

 

AVVISO AL POPOLO INNOCENTE DI SAN GIOVANNI ROTONDO

 Brevi sunt dies. Avvoi o popolo innocente di San Giovanni Rotondo

a che aspettate che finora non prendete il ferro a distruggere

questi assassini di Carbonari, giacche’ prossimi sono le Truppe

Austriache per difendere la nostra innocenza, Avvoi dunque

o popolo di San Giovanni  Rot.: Tutti corriamo a distruggere

questi Brianti Carbonari che gia’ prossimi sono le Truppe Imperiali

a difendere la nostra innocenza e fedelta’ verso il nostro Sovrano.

A noi spetta di prendere le armi contro questi Brianti Carbonari,

e tutti impegnati a distruggere questi malviventi calunniatori.

Anche se non è firmato, il rozzo manifesto sembra potersi attribuire ai Cal­derari, che costituivano il partito contrapposto alla Carboneria. Essi, vo­lendo conservare la monar­chia assoluta, non avevano accolto con entusia­smo l’editto del 6 luglio 1820 col quale Ferdinando I, prima di passare i po­teri al fi­glio Francesco, si era impegnato a conce­dere una costituzione del tipo spa­gnolo. Con tali azioni la “caldaia” opponeva resistenza ai “carboni” ardenti che tene­vano vivo il fuoco della libertà.

  Il Sottintendente di San Severo G. Tortora non rimase affatto sorpreso di questi episodi di violenza e minacce. Egli sapeva bene che in S. Giovanni “avevano campeggiato in ogni tempo i partiti di opposizione e, per quanto fossero stati soppressi per qualche tempo, sembrava che essi volessero nuo­vamente risvegliarsi con maggiore accanimento”. Tanto rapportò all’intendente con una nota del 19 ottobre 1820, nella quale aggiunse che “un sordo ve­leno ser­peggiava in quel Comune”.  Quanto all’autenticità di quel cartello, non si sbilanciava in giudizi  affrettati poiché - diceva - “vigendo un partito si potevano escogitare invenzioni  per denigrare la parte avversa”.[3]

Come dargli torto? Già nel mese di agosto si era verificato un increscioso episodio che aveva coinvolto tre cittadini sangiovannesi, imputati di “voci al­larmanti contrarie agli stabilimenti costituzionali”. L’Intendente in quell’occasione aveva ordinato agli imputati di presentarsi nel suo Ufficio en­tro due giorni e, se non ottemperavano, che fossero tradotti a Foggia per mezzo della Brigata fucilieri stazionata nel Circondario. I tre non mancarono all’appuntamento e l’Intendente, convintosi della loro innocenza, espresse il suo disappunto al Giudice Supplente G. Giuva, con questa lettera del 20 ago­sto 1820:

“Si presentarono jeri in questa indentenza gl’individui Giuseppe Bocci, Giuseppe Laudon e Bartolomeo Petracca. Non le taccio il dispiacere di essermi imbattuto in uomini dabbene, incapaci di  dare in quegli eccessi, che loro sono stati impu­tati. Tale è la bontà che si legge nel loro volto. Tali sono le assicurazioni , che ricevo dai mi­gliori soggetti di qui, che ne hanno conoscenza. Dovrei piuttosto supporre che siano imputabili ad altri quegli intrighi, che si son voluti attribuire a’ mentovati individui. Ad ogni buon modo io li ho trattenuti fino a quest’oggi con mio rincrescimento. Amerei che nel tratto successivo si usi maggiore avvertenza nel rap­portare le cose delicate alle Autorità Superiori”.[4]

L’intendente aveva ragione nel dire che Giuseppe Bocci non era un car­bo­naro. Anzi, lo ritroveremo sull’altra sponda, tra coloro che nel 1848  mette­ranno in guardia la popolazione sangiovannese contro un possibile ri­volgi­mento repubblicano. Ma era veramente un uomo dabbene? Sembra di no. Qualche tempo dopo, infatti, il Bocci inviava una supplica all’Intendente, aspirando ad essere reintegrato come guardia rurale. Il decurionato deliberò a favore della riassunzione. Ma D. Antonio Ven­trella, che era il Gran Maestro della Vendita carbonara sangiovannese, si dissociò con dichiara­zione firmata, osservando che l’ex guardia non meri­tava di occupare alcuna carica a causa delle inquisizioni che esistevano presso la G. C. Cri­minale e di un “un uffizio del Sig. Sottintendente che segnava la data del 24 aprile 1826 n° 4183”. Il Ventrella si appellava anche alla mancanza del numero legale. A questo punto anche il decu­rione Michelantonio Cafaro si uni­formò al parere del Gran Maestro.

Il consesso municipale si occupò nuovamente del Bocci il 19 novembre 1826. La sua domanda di Giubilazione, sempre quale ex guardia comunale, fu respinta energicamente.  A giudizio dei decurioni, la condizione di po­vertà vantata dal Bocci non dipendeva che dal suo “mal giudizio”, e dalla “niuna economia usata ne’ proventi ben pingui della carica fino alla dimissione malamente esercitata”. Quanto ai suoi figli, tre erano adulti ed  “atti a cercar pane quando fosse piaciuto al Genitore di farli piegare ad un onesto travaglio, che mai avevano voluto abbracciare”. Le sue dimissioni , poi, erano avvenute “per giuste Superiori vedute” e non per motivi fisici. Perciò il decurionato,  malgrado il servizio svolto dal 1800 con l’interruzione di un solo anno per sospensione (1815), ritenne che non avesse “diritto, e ragione alcuna di chiedere una pensione a titolo di giubilazione, della quale soltanto si faceva meritevole un onesto, e zelante impiegato comunale”.[5]

Infine, nel 1828, il sindaco Michele Lombardi ricevette dal sottintendente l’ordine di esaminare in consiglio un altro reclamo dello stesso indivi­duo che non voleva saldare un residuo debito verso il Co­mune, per affitto dell’oliveto delle Costarelle, dichiarando di averlo estinto. Si fece una ve­ri­fica dei conti degli esercizi 1818, 1819 e 1825, visionando le  ricevute in pos­sesso del Bocci. In una di essa due voci, per complessivi du­cati 11,20,  risulta­vano scritte con inchiostro diverso “con viziatura del to­tale”. Ciò di­mostrava che erano state aggiunte dopo l’apposizione della firma di ricevuta del cas­siere Morcaldi. Inoltre un buono di 40 ducati rila­sciato dal Cassiere comunale per identica somma anticipata al padre predi­catore Paoletti,  non aveva nulla a che fare con l’estaglio delle olive. Tale somma era già stata scomputata dal canone di affitto del lago comunale di S. Egidio, da lui te­nuto dal 1816 al 1818 per una somma di ducati 120 annui. Il Bocci, dunque, era in mala fede. Del re­sto, in un precedente giudizio esple­tato al Regio Giudicato aveva firmato un’obbligazione che non si sarebbe mai sognato di accettare se non fosse stato certo dell’esistenza del debito che ora conte­stava.[6]

 

Con circolare del 16 luglio 1826 il Governo impose una tassa sul macinato introdotta con decreto del 28 maggio. Il decurionato, sotto la presidenza del Sindaco Michele Lombardi, stabilì le modalità di esazione di questa  im­posta, che per la comunità sangiovannese ammontava a ben 1.240 ducati. Poiché l’economia del paese ne veniva a soffrire, si  escogitò un modo per rimpiazzare parte della tassa con altra imposta applicabile a tutta la popolazione, anche se il decreto reale non lo consentiva. A giudizio degli ammini­stratori dell’epoca, le abitudini alimentari del “pubblico” sangiovannese non giustificavano una simile imposizione sul macinato, per la ragione che “moltissimi individui erano applicati alla pastura, ad agricoltura di Puglia, e la maggior parte di bracciali e piccioli proprietari abusavano nel consumo de’ legumi e delle patate”. Pertanto si ricorse ad altre imposizioni riguardanti il consumo di altri generi: tre carlini al rotolo sulla neve e un tornese sopra ogni rotolo di carne. Si stimò che  questi due cespiti avrebbero fruttato circa 200 ducati all’anno.[7]

Nel 1829 nacque un conflitto circa il Comune che doveva esigere le tasse. D. G. De Angelis,  Procuratore del Dazio al Macino del Comune di Manfredonia, notificò un reclamo al  sindaco del comune garganico, avvalorato  da una nota dell’Intendente, invitandolo a chiarire entro otto giorni la posizione as­sunta in merito alla riscossione del dazio sul macinato dovuto dai censuari dimoranti nel tenimento.  Il decurionato sangiovannese, sotto la presidenza del Sindaco D. Onofrio Lisa,  osservò che questa tassa, essendo un’imposta sul consumo di pane, riguardava indistintamente censuari, pastori e garzoni. Per­tanto andava pagata ai Comuni in cui  gli stessi dimoravano. Non erano ammesse eccezioni. Competeva invece al Comune in cui conservavano la cittadinanza il dazio sulla casa e sulla famiglia. Pertanto, anche se  le farine e il pane introdotti dai caprai forestieri erano stati gabel­lati nel paese di ori­gine, essi dovevano pagare il dazio sul conumo al Comune sangiovannese; altrimenti tali generi sarebbero stati considerati di contrabbando.[8]

Sempre nel 1829, il Sottintendente non approvò la lista delle Guardie urbane sangiovannesi perché il decurionato aveva escluso D. Giuseppe Sabatelli fu Emanuele e D. Saverio Lombardi, “per essere stati settari  negli ultimi tempi del novimestre”. Già in passato, in base ad una circolare della Sottintendenza che aveva proibito di far rientrare nelle liste della Guardia “tutti gl’individui Settarj in qualunque epoca fussero stati i fatti”, i due erano stati esclusi, nonostante il possesso di tutte le qualità  morali.[9]

Sul piano delinquenziale la situazione in paese era perfettamente tran­quilla, data l’indole pacifica dei suoi abitanti, universalmente riconosciuta. Nel 1827 la Sottintendenza - Ramo Polizia - chiedeva al Sindaco Michele Lombardi notizie sugli individui assenti dal comune “per essersi dati a crassar la campagna in comitiva armata”, al fine di  dichiararli  “fuor banditi” a norma del R. D. 30.8.1821. Il collegio decurionale, esaminati insieme al Sup­plente Giudiziario tutti gli individui del comune, “non vi ritrovò alcun sog­getto annoverabile tra la classe dei malfattori”.[10]

L’attenzione della polizia invece era concentrata sugli attendibili politici. Dal Registro degli “attendibili” conservato nell’Archivio di Stato di Foggia[11] è stato ricavato un elenco di 63 carbonari appartenenti alla Vendita di San Giovanni Rotondo:[12]

Michele Aquilante (antico carbonaro), Giovanni De Bonis (antico carbonaro, Matteo Barbone (antico settario), Antonio De Bonis - canonico (antico settario), Giovanni Borda (antico settario); Giuseppe Bramante (antico settario ed efferve­scente), Raffaele Casca­villa (antico carbonaro), Antonio Carrabba (antico carbo­naro), Donato Cirpoli (carbonaro prima della rivolta), Salvatore Cafaro ( antico settario), Nicola Cocle (antico settario), Donato Cirpoli (antico settario), Francesco Cascavilla (antico settario ed effervescente), Nicola Cascavilla (antico settario ed effervescente), Michele Carrabba (antico settario ed effervescente), Antonio Cocle - sacerdote (antico settario ed effervescente), Nicola Cafaro (antico carbonaro e di­gnitario), Berardino Carrabba (antico settario), Francesco Antonio Carrabba (antico settario), Paolo Cascavilla (antico settario), Vincenzo Cafaro (antico settario), Nicola Campanile (antico settario), Gaetano D’Errico (antico carbonaro dignitario facendo da 2° Tenente della 5.a compagnia de’ Legionari), Domenico Fierannito (antico carbonaro), Matteo Fini (antico settario), Michelantonio Fiorentino (antico settario), Fabio Fiorentino - canonico (antico settario), Venanzio Fini - canonico (antico settario), Michele Fini (antico settario), Paolo Fini (antico settario), Michele di Filippo e Matteo Antonio Fiorentino ( antichi settari), Giuseppe Giuva (antico settario ed effervescente), Domenico Giovannitto (antico carbonaro), Tommaso Irace (antico settario), Michele De Luca (antico carbonaro), Michele Limongelli (antico settario ed ufficiale milite), Filippo del fu Nicola Lombardi (antico set­tario ed uffi­ciale mi­lite), Giuseppe Lucarelli (antico settario), Saverio Mangiacotti (antico car­bonaro), Fran­cesco Marchesciano (antico carbonaro), Nicola Maria Di Mauro (an­tico carbonaro), Gior­gio Di Martino (antico carbonaro), Bartolomeo Massa (antico ed effervescente settario), Antonio Micucci (antico ed effervescente settario), Fran­cesco Morcaldi (antico ed effer­vescente settario), Giuseppe e Barto­lomeo Massa (antichi ed effervescenti settari), Giu­seppe Mischitelli (antico ed ef­fervescente setta­rio), Costanzo Ocone - legale (Pernicioso, intraprendente, e fermo nei suoi pravi pensieri, comunque li tenga ora celati, e si sforza dissimularvi, e che in casi di gravi momenti per la tranquillità dello Stato, richiamar deve l’attenzione della Polizia), Michele Pennelli - Canonico (antico settario), Francesco di Marullo Patri­zio (antico settario), Marullo Pennelli (antico settario), Giacinto Ruggiero (antico settario ed ufficiale milite), Michele Siena (antico carbonaro), Bartolomeo Sabatelli (antico settario), Giovanni Sabatelli - Canonico (antico settario), Guglielmo De San­tis  (antico settario), Santo Turano  (antico carbonaro), Francescantonio Ventrella (antico carbonaro dignitario facendo da Capitano della 5.a compagnia de’ Legio­nari), Giovanni Verna (idem come I° Tenente), Antonio Ventrella (antico settario).

 

Gli attendibili erano sottoposti a continua vigilanza di polizia. La per­secuzione della persona o le perquisizioni delle loro case erano di cose di ordinaria amministrazione. Le autorità politi­che li tenevano in pugno e potevano vietare loro di allontanarsi dal luogo di residenza. Il Giudice Regio, poi, poteva sbatterli in prigione al mi­nimo so­spetto, anche quando le accuse erano figlie della vendetta o dell’avversità poli­tica. In carcere attendevano mesi, talvolta anni, per vedere istruito un regolare processo. Alcuni patrioti sangiovannesi non ebbero mi­glior fortuna. Lo testi­moniano, come vedremo,  i processi di Lucera del 1848-49 e del 1858. Ciò no­nostante,  alcuni vecchi carbonari del 1820 pro­trarranno il loro impegno poli­tico fino all’Unità d’Italia, quando insieme ad altri giovani non lesineranno  al disorientato e malconsigliato popolo san­giovannese l’estremo sacrificio della vita, per l’idea della Patria, Una, Li­bera, Indipendente.

 

Ai moti del 1820 e 1821 seguì un feroce  periodo di  repressione, con l’appoggio austriaco.  Ma,  i metodi polizieschi, con le esecuzioni capitali (Morelli e Salvati)  e le numerose condanne al carcere, fecero crescere nelle classi colte il pensiero  politico e culturale liberale.  L’attività dei carbonari  dava così luogo a nuove, periodiche insurrezioni locali.  L’obiettivo della Santa Al­leanza di mantenere in Europa lo statu quo pre-rivoluzionario co­minciò ad al­lontanarsi con l’affermarsi del “principio della nazionalità”.

Anche dopo il fallimento dei moti del 1831 nel Ducato di Modena  a causa del mancato intervento francese, si capì che bisognava rivedere i vecchi metodi della Car­boneria. Giuseppe Mazzini, tenace assertore del  principio democra­tico-repubblicano, anziché sperare nell’aiuto esterno della Francia, confidava nella “forza delle moltitudini” derivante dal dovere di ciascuno di combattere con gli altri, in un sol corpo, senza distinzione di classi, per  compiere la mis­sione assegnata da Dio ad ogni popolo. Nel disegno mazzi­niano gli intellet­tuali della borghesia rappresentavano i mediatori tra popolo e Dio, conside­rato come un Ente astratto che aveva il potere di ispirare le coscienze. 

 Ma tutti i moti organizzati dalla Giovane Italia fallirono miseramente poi­ché nel progetto di rinnovamento era venuto a mancare il coinvolgimento della classe contadina e degli intellettuali moderati. Questi ultimi, in partico­lare, erano rimasti scettici a causa dell’esclusione del Clero dal progetto ri­vo­luzionario mazziniano.  Il popolo italiano era profondamente religioso e le plebi rurali risentivano fortemente della influenza dei preti. Che speranze di ri­uscita avevano dunque le insurrezioni popolari senza un coinvolgimento del Clero? Infatti nel 1844 i fratelli Bandiera , sbarcati  nelle Calabrie per solle­vare i con­tadini contro i borboni, non vi trovaroro le forze insurrezionali che si aspetta­vano e, dopo un breve e sanguinoso scontro, furono presi e fucilati insieme ad altri sette patrioti, nei pressi di Cosenza. Meglio era, quindi,  puntare sullo svi­luppo delle opinioni  e su una prospettiva di riforme ispirate ed attuate dagli stessi Principi. Vincenzo Gioberti, ricercò strade indolori che portassero più razionalmente all’unione e all’indipendenza dallo stra­niero, senza ricorrere alle rivoluzioni.  Egli lanciò al Papa l’idea neoguelfi­sta di farsi promotore di riforme nello Stato Pontificio. Con ciò sperava di spingere gli altri Principi a costituirsi in Lega sotto la presidenza del Capo della Chiesa.

Intanto prendeva l’avvio in Europa la rivoluzione industriale.  La produ­zione aumentò e con essa lo sfruttamento delle donne e dei minori, costretti a lavorare dalle 14 alle 16 ore giornaliere. Al Nord si affacciava il problema della casa, provocato dall’aumento demografico e dall’esodo dei contadini dai campi alle industrie delle città. La diffusione delle piaghe sociali favo­riva la formazione di movimenti di protesta degli operai. Iniziavano gli scio­peri e i primi tentativi di associazione. Sul piano filosofico si sviluppò il pensiero sulla produzione e sul capitale,  contrapposto alla logica dello sfruttamento operaio. Mentre il movimento operaio prendeva coscienza di sé e si affac­ciava sulla scena politica, il contadino del Sud continuò a subire passiva­mente il proprio destino, che lo teneva inchiodato alla croce della schiavitù e della miseria. All’insegna del divario sociale tra Nord e Sud, si giunge al 1848, l’anno delle rivoluzioni nazionali borghesi in Europa.

La presenza del proletariato diede per la prima volta ai moti un carattere  nazionale e liberale, oltre che sociale. Pio  IX, sotto la spinta delle agitazioni e dei fermenti rivoluzionari  che provenivano sia dalle città che dalle cam­pagne,  il 14 marzo 1848 concedeva la costituzione. Ciò indusse anche gli altri Prin­cipi italiani a trasformare i governi assoluti in costituzionali. In concreto si trattava di modeste riforme, calate direttamente dall’alto,  senza l’intervento di assemblee costituenti. Tuttavia ciò bastò per far rim­balzare il nome di Pio IX da un capo all’altro della penisola. Intorno a lui si formò un fronte unico anti­austriaco. Il pensiero del Gioberti sembrava essere vincente. L’ondata di entu­siasmo piegò la titubanza di Carlo Alberto. Il 24 marzo 1848 dichiarò guerra all’Austria. Contingenti militari e di volontari giungevano in Piemonte da Napoli, dalla Toscana e dallo Stato Pontificio. Dall’America accorreva anche Giuseppe Garibaldi, per mettersi al servizio della causa italiana. Ma tra le forze federaliste c’era molta diffidenza, giac­ché i sovrani degli altri Stati ita­liani  temevano che il Piemonte, con la cac­ciata degli Austriaci, mirasse solo ad estendere la sua egemonia a spese dei loro troni. A questo punto il Papa , ina­spettatamente, per  paura di uno scisma dei cattolici austriaci, dichiarava la propria neutralità. Falliva così il programma moderato neoguelfo, federalista,  e si frantumava il fronte antiaustriaco. Ine­vitabilmente, da quel momento, il nostro risorgimento rivestì un carattere spiccatamente antipapale. Conseguen­temente il Re di Napoli e il Granduca di Toscana richiamarono le loro truppe. L’esercito di Carlo Alberto, dopo la vittoria di Goito, veniva battuto a Custoza. La firma del trattato di Salasco del 9 agosto 1848, tra Piemonte ed Austria, se­gnava la fine di quel breve pe­riodo di esaltazione nazionale. Dopo il falli­mento delle forze politico mili­tari federaliste, il movimento nazionale tornò ad appellarsi alle forze popo­lari per mantenere vivo lo spirito rivoluzionario.

San Giovanni Rotondo e i moti rivoluzionari del 1848

La Guardia Nazionale nel 1848

Tra la fine del 1847 e l’inizio del 1848, per assicurare l’ordine pubblico nel Regno di Napoli, fu istituita la Guardia Nazionale, una forza cittadina che veniva  impiegata anche in operazioni militari. Si organizzò una Guardia Na­zionale provvisoria anche a San Giovanni Rotondo. Potevano accedervi gli uomini di età compresa tra diciotto e cinquanta anni.  L’Intendente della Pro­vincia ingiunse al sindaco di acquistare le armi per la nuova forza civica e, a tale scopo, si deliberò di stornare ducati 400 dal capitolo riservato alle opere pubbliche comunali.[13]  Per l’acquisto di oggetti ed arredi del costi­tuendo Corpo di Guardia furono stanziati altri 17 ducati.[14] Ai decurioni giungevano molte domande di accesso. Per lo più venivano respinte,  per inattitudine all’uso delle armi o per mancato possesso di altri requisiti. Ma altrettanto numerosi erano i reclami all’Intendente tendenti ad ottenere l’esonero dal servi­zio. I ricor­renti  lamentavano acciacchi fisici, l’appartenenza alla categoria dei poveri o l’attempata età dei genitori. Questi reclami venivano normal­mente rigettati dal decurionato, per falsità dei motivi addotti, attribuiti a “capriccio” degli inte­ressati,  a fronte di un  “servizio tanto onorevole”. Tra le eccezioni, la richiesta di esonero di Giuseppe Felice Fiorentino, futuro re­azionario,  il cui cattivo stato di salute fu certificato da più professori.[15] Tra gli arruolati a domanda troviamo Vincenzo D’Errico,  sul cui conto A. Fio­rentino fece annotare in deli­bera che non era soggetto meritevole, poiché precedentemente aveva dichia­rato al decurionato di  non possedere l’età pre­scritta.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo

Nel 1848 lo spirito pubblico sangiovannese  fu eccitato da movimenti re­pubblicani. 

Con una nota del 2 dicembre 1848 l’Intendente della Provincia di Capita­nata,   tramite la Sottintendenza, chiedeva al Giudice Regio Olinto Perna noti­zie su “voci allarmanti” avvenute nel comune garganico. La questione era ri­levante. Nella risposta,  il Giudice  fece riferimento a precedenti “autorevoli e pressanti ordini del Dicastero dell’Interno”, in base ai quali aveva già inviato un rapporto informativo. “...Dietro cotesti ordini pressanti - annotò - io ho in­cominciato   a raccogliere dichiarazioni scritte sul noto af­fare; e poiché attesa la stagione, non posso aver prontamente gli individui necessari, come veniva rassegnandole con altro mio rapporto, conviene che ella abbia un altro tantino di pazienza. Posso per altro assicurarle che per ora è tutto silenzio, e che io non cesso dall’intimare a’ buoni fermezza e or­dine”.[16]

Il 25 novembre lo stesso giudice, assistito dal Cancelliere Adriano Fabro­cino, aveva iniziato a raccogliere le deposizioni di parecchi cittadini circa una presunta cospirazione.

D. Antonio Bramante dichiarava:

“Saranno circa quindici giorni, io ho avuto occasione di parlare con parecchi in­dividui di questo comune, dei quali mi ricordo solo Antonio Pazienza, Michele Ricci, D. Emanuele Sabatelli, Giuseppe Bocci, e se non erro, Onofrio Palladino. Da questi mi sono dette parecchie cose, e cioè che nella sera di quel giorno si doveva primariamente scacciare il Giudice e il Cancelliere, che nel giorno appresso si do­veva innalzare l’albero e proclamare la Repubblica, che doveva quindi darsi sacco e fuoco al Comune, che fossimo stati in guardia. Io allora non altro seppi raccoman­dare, che ordine e moderazione, e che tutti avessero guardata la famiglia del Giu­dice. Nella sera non vi fu cosa. Nel giorno appresso conobbi, ma non ricordo da chi, per­ché la memoria non mi aiuta troppo, e probabilmente lo conobbi da uno dei suindi­cati, che a primo mattino tutti i liberali si erano riuniti avanti il Corpo di guardia, ma che si risolvette di non dare verun passo, se prima non venisse la posta, gli animi si raffreddarono, e che però niente facesse di sinistro, consigliandosi l’uno l’altro a farsi i fatti propri”.

 Indicava poi come autori delle mosse criminose l’Arciprete D. Giuseppe Longo e suoi fratelli, D. Gennaro Padovano, Capitano della Guardia Nazionale, D. Anto­nio Verna, D. Terenzio Ventrella, D. Vincenzo Cafaro, D. Fabio Fiorentino, Gen­naro Cascavilla, D. Giuseppe Irace, “ed altri di minor conto come Errico D’Errico”. Se­condo le voci riferite dal Bramante i cospiratori avevano corrispondenza episto­lare con Foggia e Lucera  utilizzando come corrieri un tale Russo alias Campolat­tara, ed Eligio Palmieri. In particolare, aveva visto D. Luigi Giampietro di Foggia e suo fra­tello tenere riunioni segrete con le persone indicate.

Giuseppe Bocci fu Adamo, di anni 70, proprietario, confermò di aver sentito le stesse voci riferite dal Bramante e aggiunse che alla riunione  avevano partecipato tra gli altri anche Achille Merla, Pasquale Cascavilla e D. Antonio Lisa.

Antonio D’Errico fu Francesco, di anni 32, negoziante, analfabeta, dichiarò di aver conosciuto la cosa per bocca di Michele Ricci, pure proprietario, definito “di stima morale incapace di asserire una menzogna, e attaccatissimo alla persona del Re”. Aveva creduto alle sue parole, a suo dire, perché più volte, mesi addietro,  “i Si­gnori Liberali lo avevano cimentato perché si fosse gittato al loro partito, lusin­gandolo e minacciandolo”. Invitato a fare delle precisazioni al riguardo, indicò il nome di D. Giuseppe Irace. Erano questi i motivi per cui giorni prima  aveva affer­mato che sarebbero venuti dal Giudice con i fucili in mano, se non vi avesse posto riparo.

Michele Ricci fu Filippo, di anni 67, proprietario, analfabeta,  autodefinitosi  “inviso alle Coppole Rosse e conosciuto per l’attaccamento al Real Governo”, ri­velò di aver sentito parlare di “abbassamento del Giudice” e di “Repubblica” dal Cano­nico D. Filippo Lombardi il quale però non poteva confermare questa dichia­razione, essendo nel frattempo morto. Egli negò di aver messo al corrente della novità D. Antonio Bramante, pur ammettendo  di aver dato incarico di farlo ad An­tonio Pa­zienza. Anzi, era stato il Bramante, dopo averlo chiamato più volte, a par­largliene direttamente ed a rappresentargli la convenienza di informare  il giudice, consiglio che egli aveva puntualmente accolto.

Antonio Pazienza fu Filippo di anni 45, proprietario, confermò di aver saputo che si stava per proclamare la Repubblica da Michele Ricci.

Gianbattista Limongiello (pizzicagnolo), Filippo Fraticelli (calzolaio), Filippo Nardella (viaticale), Onofrio Palladino (viaticale), tutti analfabeti,  tirati in ballo dai primi, ne­garono decisamente di aver sentito parlare di Repubblica, smentendoli. Soltanto il calzolaio Giuseppe Mucci depose di esserne stato messo al corrente va­gamente da Fi­lippo Ruberto.

Il Giudice mise in contraddizione i quattro testi principali, tra cui il Ricci, cre­duto fino a quel momento l’autore delle voci allarmanti, ed essi si smentivano a vi­cenda, ritrattando in parte le precedenti dichiarazioni.

Furono ancora chiamati  Marcello Pennelli fu Giuseppe, di anni 66 (proprietario), Giacinto Ruggiero fu Nicola, di anni 59 (Legale), che pure deposero negativamente.

D. Emanuele Sabatelli di Nicola Felice, di anni 25,  dichiarò che il 6 novembre, all’una di notte, aveva incontrato D. Saverio Sebastiano di Cagnano, cognato di D. Antonio Bramante. Costui gli aveva confidato che, avendo sentito parlare di una   probabile “mossa” in Cagnano, aveva ritenuto possibile che potesse verificarsi an­che a San Giovanni;  perciò  era venuto a ritirare la moglie, non potendo tollerare che in tale evenienza  si fosse trovata fuori di casa.[17]

 Altre indagini furono disposte dalla Reale Segreteria di Stato del Mini­stero dell’Interno con una nota del 28 novembre 1848, a causa di un ricorso firmato da Giuseppe D’Apolito  contro l’arciprete della Collegiata di San Giovanni Rotondo, Sac. Giuseppe Longo. Questi veniva accusato di essere un “effervescente settario” e  “rappresentante di un circolo tendente a tur­bare l’ordine pubblico”. Al termine di “accurate” indagini,  il Sottintendente di­chiarò infondate le accuse, dandone comunicazione a Napoli con lettera del 30 dicembre 1848. In relazione alle voci allarmanti, il Sottintendente Sa­batelli, invitato a recarsi di persona a San Giovanni da San Severo,  non ese­guiva l’ordine, giustificandosi con un non meglio precisato “malanno fisico asso­ciato alla stagione invernale”.[18]

L’Intendenza trasmise tutto l’incartamento del Giudice Perna alla Pro­cura Generale del Re, presso la Gran Corte Criminale di Capitanata, perché i rei fossero processati secondo gli ordini del Ministero dell’Interno. Dalla lettera di accompagnamento  del 6 gennaio 1849 si apprende dal Segretario Generale G. Fuccilo  che aveva fatto confluire nel vicino Comune di Man­fredonia “una im­ponente forza militare”, successivamente richiamata, “per tenere in sogge­zione i tristi di San Giovanni e di Monte Sant’Angelo”. In essa  si legge:

“All’insieme sembra averne rilevato che le voci di mosse Repubblicane, e di espulsione del Giudice, e del Cancelliere ebbero origine da D. Antonio Bramante e Giuseppe Bocci mentre da altri non sono state contestate, e da altri smentite, e sem­brami pure che sia stato l’effetto di private mire di costoro a danno dell’Arciprete D. Giuseppe Longo, D. Gennaro Paduano, D. Antonio Verna, ed altri, coi quali non sono in armonia”.

Ricevuti gli atti dell’istruttoria sommaria, il Sostituto Procuratore Pepe rimproverò il Giudice del Circondario di non averlo informato prima, obbli­gandolo ad includere l’avvenimento nel “registro dei misfatti”. Ma tale rim­provero era fuori posto perché il Perna aveva già inviato un dettagliato rap­porto al Consigliere Provinciale Carlo Fraccacreta, che svolgeva le funzioni di Sottintendente a S. Severo, chiedendo istruzioni,  e questi tempestiva­mente aveva informato l’Intendente:

“San Giovanni Rotondo li 15  (gennaio?) del 1849 = Signore, verso la fine dell’or caduto ottobre mi pervennero alle orecchie delle sorde voci allar­manti, cioè che in questo Comune da uomini turbolenti si voleva scacciare la persona del Giudice e del Cancelliere e si voleva poscia proclamare la Repub­blica. Perché non mi si sa­peva precisare da chi si macchinasse un si’ criminoso attentato e per discaricarmi in ogni sini­stro evento, io ne feci riservato rapporto a Lei, il quale a pochi giorni fece cono­scermi l’oracolo del Sig. Intendente della Provincia, ordinandomisi che sul momento avessi raccolto delle indagini sommarie dietro le quali vi sarebbero state le analogiche provvidenze. Avendo a tanto adempiuto io per dirle il vero mi atten­deva i risultamenti, ed ho creduto utile non fare altro passo se prima non mi veniva comandato da’ miei superiori. Essendomi dunque do­mandato dal Sig. Procuratore Generale suo autorevole foglio del nove andante n. 74 mi fo il dovere di rasse­gnarle che qui fin dalla fine di ottobre e princìpi di novembre ultimo si è vociferato che questi Sig. D. Giuseppe Arciprete Longo, D. Gennaro Padovano, D. Antonio Verna, D. Giuseppe Can.co Cascavilla, Gennaro Cascavilla, Matteo Fini, D. Errico D’Errico, D. Teren­zio Ventrella, D. Pasquale Longo ed altri abbiano proposto proclamando la Repub­blica di cambiare l’attuale forma di Governo. Nel precisarle tutto questo sono a pre­garla perché voglia degnarsi dirmi se io debba richiamando l’incartamento del Sig. In­tendente della Provincia proseguire un formale processo, o pure arrestarmi a quel tanto che trovasi consegnato nell’incartamento medesimo. Il Giudice Olinto Perna”.[19]

La Gran Corte Criminale di Capitanata, riunitasi il 17 gennaio 1849, esa­minò gli atti e sentenziò all’unanimità “di non esservi luogo procedimento penale contro i sopranominati individui, imputati di tentata cospirazione onde cambiare o distruggere l’attuale forma di Governo, né principi di No­vembre 1848”. Fu quindi ordinata la conservazione degli atti in archivio.

Si legge in sentenza:

“Dalle dichiarazioni di pochi testimoni sentiti all’oggetto, quali formano l’intero processo. Si detegge che alcuni di essi non abbiano ascoltato mai parlarsi di mosse Repubblicane, e che solo il silenzio aveva dominato in quel Comune, altri ri­feriscono che voci vaghe erano corse cioè di essere presenti i voluti liberali  a pro­clamar la Repubblica, e di scacciare il Giudice Circondariale.

Un solo testimone assicura di aver veduto una sola volta in piazza i suddetti imputati, ed altri paesani, i quali riuniti tutti stavano in profondo colloquio di cui non apprese lo scopo. E’ da notarsi che i testimoni i quali dichiarano per quelle voci  allarmanti facevano derivare le stesse da scambievoli loro manifestazioni ma di poi posti tutti in atto di contraddizione, essi vicendevolmente smentisconsi.

Attesoché nell’applicare la legge penale agli atti che ne manifestano la viola­zione non può porsi da meno di ritenere una verità fondamentale della ragion pe­nale, che cioè l’azione commessa abbia il carattere della imputazione.

Attesoché applicate tali teorie a fatti sopradettagliati si ha che la specie in disa­mina non presenta relazioni positive onde possa ritenersi esservi indizi di colpabi­lità. In vero la prova testimoniale dalle prime riferiva vaghe voci di cospirazioni senza base alcuna di fatto di poi i medesimi testimoni smentivano le circostanze delle quali poteva desumersi onde quelle voci erano derivate. In conseguenza poi avrebbe un elemento fornito di credibilità di verosimiglianza, di ragione, ciò che del certo non costituisce finora, né indizio legale di fatto criminoso.

E per quanto concerne specialmente le persone de’ rubricati, il processo molto meno somministra indagini, mentre i detti del solo testimone che li vide riuniti di­scorrendo non statuiscono materia a potervi giudicare e di proponimenti delittuosi, perché quelli pacificamente in pubblico trattenevansi, come perché quel testimone non intese di che si discorreva e quale scopo quell’adunanza aver potea, quest’altra circostanza dunque non può ritenersi come caratteristica di un concertato per cospi­razione contro il governo.

Da ultimo le dichiarazioni degli altri testimoni i quali sinceramente manife­stano esserci stato silenzio da per tutto, nulla aver inteso vociferare de’ progetti criminosi, rafforzano il morale convincimenti che vi non sia stata cospirazione al­cuna in San Giovanni Rotondo. La onde se i fatti che servono di dimostrazione nel giudizio pel quale un’azione si attribuisce all’agente, nulla mettono in essere nella specie, deve concludersi che non esiste reato”. 

Con questa sentanza, tutt’altro che filoborbonica, i giudici mettevano la pa­rola fine, almeno per il momento, alla persecuzione dei liberali sangiovannesi.

Per una valutazione dei fatti  del 1860 l’episodio  ha un’importanza rile­vante  perché dimostra fin d’ora, inequivocabilmente,  il credo politico anti­borbonico, di Terenzio Ventrella,  Errico D’Errico, Gennaro Cascavilla e Matteo Fini e Achille Merla, cinque dei 24 liberali trucidati durante i moti reazionari.

La lotta politica continuò in Municipio per occupare le cariche più importanti.

Nel mese di agosto 1849 il decurionato si riunì per eleggere il nuovo sin­daco. D. Antonio Bramante, “con la divisa di decurione anziano”, proponeva di confermare il fratello D. Emanuele. Ma il decurionato,  “ripulsandosi la confirma” di detto sindaco, optava per la formazione di una nuova terna di candidati. Facevano parte del consesso decurionale Matteo Fini e D. Gennaro Padovano, di cui lo stesso D. Emanuele era stato il princi­pale accusatore nel processo del 1848 per la tentata cospirazione. La cosa si complicò a causa della parità di voti ottenuta da tre individui. Dovendo esa­minare i meriti di ciascuno, per graduarli correttamente nella terna, gli animi dei decurioni si eccitarono e si sfociò in qualche alterco violento. Il sindaco uscente,  “sol perché gli veniva in fallo la confirma”, anziché sedare la rissa verbale, si faceva lecito “ad abbandonare il seggione decurionale, in dispregio della legge”, senza curarsi della scadenza del termine per la nomina trien­nale degli amministratori comunali. Il fratello di D. Emanuele e lo zio D. Ni­cola Felice Sabatelli seguirono il sindaco “corrucciato” fuori dall’aula e la vo­tazione poté avvenire grazie al 2° eletto che, dopo le insistenze dei decurioni, accettò di assumere la presidenza. La terna per il sindaco diede questi risul­tati: 1° D. Michele Lombardi (11 voti); 2° D. Vincenzo Cafaro (9 voti); 3° D. Le­andro Ventrella (9 voti). La carica di 1° e 2° eletto veniva confermata a D. Giu­seppe Morcaldi e D. Michele Giuva. Si approvava poi la terna per il Cassiere comunale con Pasquale Fiorentino, Antonio Siena ed Angelo Laudon.[20]

 

In quegli anni il tribunale e il carcere di Lucera  erano piuttosto frequentati dai sangiovannesi. Tra gli individui recatisi in visita  nelle prigioni del Tribu­nale San Francesco  nei giorni 24 ottobre e 18 novembre 1851 troviamo:

- “Emanuele Sabatella: di San Giovanni Rotondo  per ritrovare suo cugino detenuto Antonio Tortorella”;

- “Emanuele Bramante: di San Giovanni Rotondo per ritrovare suo cugino Antonio Tortorella”;

- “Antonio D’Adio: di San Giovanni Rotondo; è venuto a trovare il detenuto Mi­chele Zoccano per visitarlo”;

- “Luigi D’Errico [21]: di San Giovanni Rotondo; è venuto dal detenuto Luigi Lom­bardi, suo cugino, per affari di famiglia”.[22]

continua

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[1] D’ora innanzi i nomi dei “signori” e “galantuomini”, per meglio individuarli, saranno fatti precedere da “D.”, forma abbreviata del “Don”, così come si usava nel secolo scorso.

[2] Archivio di Stato di Foggia (d’ora innannzi ASF),  Fondo Polizia (pol.),  s. I, b. 17, fasc. 508. Nota n. 126 del 20 ottobre 1860 del Giudice Regio all’Intendente.

[3] ASF, pol.,  s. I, b. 17, fasc. 508. Nota n. 5366 del 14 ottobre 1820.

[4] ASF, pol.,  s. I, b. 17, fasc. 509. Nota n. 119 del 20 agosto 1820.

[5] Archivio Comunale di S. Giovanni Rotondo (d’ora innanzi ACSGR), delibera decurionale del 19 novembre 1826.

[6]ACSGR, delibera decurionale del  4 maggio 1828.

[7]ACSGR, delibera decurionale del  2 agosto 1826.

[8]ACSGR, delibera decurionale del  5 aprile 1829.

[9]ACSGR, delibera decurionale del  22 novembre 1829.

[10]ACSGR, delibera decurionale del  26 luglio 1827.

[11] ASF, pol.,  s. I, b. 377 - fasc. 3001.

[12] L’elenco è riportato in: G. Fini, op. cit. Cfr. anche Gemma Caso, La Carboneria in Capitanata, Napoli, 1913, pp. 79 e segg.

[13]ACSGR, delibera decurionale del  16 marzo 1848.

[14]ACSGR, delibera decurionale del  18 marzo 1848.

[15]ACSGR, delibera decurionale del  30 aprile 1848.

[16] ASF, nota n. 226 del 7 dicembre 1848 del Sottintendente del Distretto di San Severo all’Intendente provinciale.

[17] Cfr. Giosuè Fini, op. cit.

[18] ASF, nota n. 226 del 7.12.1948 della Sottintendenza di S. Severo all’Intendente di Foggia.

[19] ASF, nota n. 23 del 23 (genn.?) 1849 del Sottintendente all’Intendente. In merito, e con più ampiezza di particolari, cfr. Tommaso Nardella, Il 1848 in Capitanata, Foggia, 1981, pp. 339 e segg.

[20]ACSGR, delibera decurionale del 5 agosto 1849.

[21] E’ uno dei martiri del  23 ottobre 1860.

[22] ASF, pol.,  s. I, b. 372, fasc. 2695. 

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