Prefazione
"La storia non è mai giustiziera, ma
sempre giustificatrice; e giustiziera non potrebbe
farsi se non facendosi ingiusta, ossia confondendo il pensiero con
la vita e assumendo come giudizio del pensiero le
attrazioni e le repulsioni del sentimento”.
(Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia)
Avevo quindici anni.
La nonna materna Matilde D’Errico mi porse tra le mani un opuscolo, con
la delicatezza solitamente riservata alle cose sacre. Poi esordì
orgogliosamente: “L’ha scritto zio Gaetano D’Errico. Suo padre, nonno
Errico, fu trucidato durante i moti borbonici del 1860, assieme al
fratello Luigi ed altri ventidue sangiovannesi. I loro nomi sono
scolpiti indelebilmente sulla pietra, su una lapide affissa sulla
facciata del Municipio, in Piazza dei Martiri.
Siine fiero. Non c’è eroe più grande di colui che muore per aver
voluto dare la libertà al proprio carnefice. Leggilo. Sei grande
abbastanza da capire”.
Non compresi ciò che avrei
dovuto capire. Diedi comunque sfogo alla mia curiosità iniziando a leggere.
Trattavasi di un rarissimo esemplare, forse unico, dell’opuscolo “La Reazione di
San Giovanni Rotondo avvenuta nel 1860”, edito nel 1875 dallo Stabilimento
Tipografico Civelli di Torino, miracolosamente sfuggito alla distruzione perché
custodito dallo stesso autore e suoi discendenti.
Nessuno mi aveva raccontato
ciò che là vidi scritto. Né avevo sentito il benchè minimo accenno a quelle
vicende. Eppure erano accadute tra le mura del mio paese.
In principio rimasi stupito
dall’atteggiamento orgoglioso e veemente del mio popolo, di fronte ad eventi
che sembravano più grandi di lui. E mi meravigliai che i libri di Storia non
facessero alcun cenno a quei fatti eccezionali. Addentrandomi nella lettura,
però, sentii il sangue raggelarsi nelle vene e, giunto al punto cruciale del
racconto, inorridii. Malgrado fosse trascorso più di un secolo dagli eventi,
sentii venir meno l’orgoglio di appartenenza alla mia gente, frantumato
dall’immagine di colpi di scuri e sciabole fumanti di sangue fraterno.
“Chi mi darà la lena perché
io scriva i fatti che ebbero a verificarsi nel 22 Ottobre? La storia
registrerà nei suoi annali questa giornata, nella quale un popolo che veniva
dolcissimo riputato venne a rompere in eccesso di tanta crudeltà e ferocia , che
non ebbero né avranno simili nella leggenda dei popoli, e delle Nazioni
incivilite. ... Oh, Dio! la penna sfugge dal vergare quel orroroso momento , e
dal descrivere minutamente ciò che si avverò... ”.
Provo dentro di me la stessa
angoscia che attanagliava l’animo di Gennaro Padovano, Capitano della Guardia
Nazionale, quando, con queste parole, si accinse a narrare al Governatore
della Provincia di Capitanata la reazione borbonica di San Giovanni Rotondo. In
questo paese, come in altri del Gargano e del Subappennino dauno, una folla
inferocita, istigata da menti perverse, eseguì il più orrendo dei delitti,
eliminando fisicamente, e con cruenza indicibile, quelle persone che, per
cultura e formazione, avrebbero potuto tirarla fuori dal proprio stato
miserando, soffocando nei loro petti ogni anelito di libertà. E’ il 23 ottobre
1860, giorno del solenne plebiscito per l’Unità d’Italia.
Inevitabilmente, col passar
del tempo, sentii crescere il bisogno di saperne di più, di cercare una
chiave di lettura diversa del triste episodio: troppo pesante era il fardello
che gravava sulle spalle della mia gente. Ora questo vecchio bisogno sta per
essere soddisfatto.
Mentre osservo l’alta pila di documenti
fotocopiati dell’epoca che aspettano di essere letti, selezionati ed ordinati,
penso: “Qui troverò la verità, o, quanto meno, elementi utili da offrire al
lettore affinché egli possa costruirsi liberamente la sua verità”. Per
lo più sono lettere, rapporti e altri scritti dalla grafia quasi indecifrabile,
o circolari a stampa delle tipografie borboniche e post-unitarie, procurate
dal prezioso lavoro di ricerca d’archivio dell’amico Pio Ripoli. La proficuità
della ricerca smentisce la voce comune che circolava in Paese, secondo cui la
documentazione riguardante la reazione borbonica del 1860 era introvabile. La
verità é che, se si escludno una pubblicazione del Prof. Giosuè Fini
ed un’altra, romanzata, di Felice Pennelli
, da poco scomparsi, nessun altro cittadino sangiovannese contemporaneo ha
voluto cimentarsi a fondo sui fatti reazionari. L’attuale falso disinteresse
culturale verso una delle più importanti pagine di storia unitaria é forse
preordinato a rimuovere dalla coscienza collettiva finanche il ricordo del
terribile eccidio. I recenti tentativi di far sparire la lapide, prima, e di
cambiarne il testo, poi, giudicandolo offensivo per il popolo sangiovannese,
sono andati fortunatamente a vuoto. Questi tentativi, in ogni caso,
rappresentano un atteggiamento colpevolizzante, inaccettabile, che addossa
tutte le colpe al popolo, che in tal modo si vorrebbe difendere, senza
neppure provare a ricostruire la genesi dei fatti, collocandoli nel contesto
storico al quale appartengono. Ciò é un affronto alla Storia e vanifica la
morte dei 24 martiri sangiovannesi.
Ma perché addossare le
maggiori colpe al popolo sangiovannese?
E’ vero. Avverto già, ora che
sto per iniziare questo lavoro, di essere intimamente schierato dalla parte
dei Martiri della Libertà. Ma ciò non equivale a schierarsi contro il
popolo sangiovannese, giacché il furor di popolo, improvviso e
violento, non esplode quasi mai per volontà popolare. Contro, starei se
cercassi anch’io di celare questa pagina di storia che insegna ai singoli
membri di una comunità ad aprire gli occhi e a non lasciarsi strumentalizzare
da chi intende piegare gli eventi a proprio esclusivo vantaggio e a detrimento
del prossimo. E’ questa la condizione prima per essere o diventare liberi
artefici del proprio destino. In definitiva, dal mio punto di vista, chi si
schiera con i ventiquattro galantuomini, si schiera con il popolo e
per il popolo, per un avvenire migliore. Del resto San Giovanni
Rotondo vanta una storia quasi millenaria, onorata e ricca di civiltà: non sarà
certamente l’epoca borbonica, unico periodo buio, ad offuscare le sue scelte di
libertà.
L’orgoglio
dell’appartenenza non avrebbe alcun senso se noi, cittadini sangiovannesi,
dovessimo provare ancora vergogna per l’accaduto, tenendo chiusi gli scheletri
nel cassetto. Se siamo, siamo perché siamo stati. Il passato,
soprattutto quello recente, é il termine di paragone necessario al presente e
al futuro, per scoprire quanto siamo evoluti, e quanto bisogna ancora
progredire. I documenti ingialliti dell’epoca, i veri depositari della verità
storica, ci diranno com’eravamo nel secolo scorso. Essi hanno la capacità di
farti piombare indietro nel tempo, facendoti rivivere paure, rabbia, ed emozioni
che gli estensori non seppero o poterono reprimere. Saranno i documenti a
parlare, anche quando emettono giudizi impietosi. A me il solo compito di
organizzarli.
Quanto agli
istigatori dell’eccidio, é storia di ogni tempo che nel freddo codazzo di
persone che si forma dietro i ricchi ed i potenti, c’è sempre qualcuno disposto
a cancellare le loro orme sporche di fango, ricoprendole di candida neve, in
cambio di vile denaro o di semplici favori. Dubito, quindi, fin da ora, che alla
fine sapremo riconoscere i veri responsabili, assaliti come saremo dagli stessi
dubbi che portarono i giudici del Governo unitario ad assolverli. L’istinto
suggerirebbe quindi di tacere anche i nomi dei molti, infelici reazionari che,
a differenza dei primi, durante la misera esistenza, non avevano accumulato
ricchezza sufficiente a barattare la propria libertà o il bene prezioso della
vita. Però i nomi di tutti gli accusati sono già comparsi nelle precedenti
pubblicazioni e saltano fuori imperiosamente ad ogni passo; cosicchè la loro
mancanza renderebbe la narrazione storica evanescente, come se quelle gesta
siano state compiute da personaggi fantastici o irreali.
Loro, i reazionari raggiunti e
colpiti dalla giustizia umana, hanno dolorosamente espiato le loro colpe e non
sarà difficile al lettore provare sentimenti di umana comprensione, se si
sforzerà di capire le cause che talvolta rendono l’uomo bruto, come l’infida
ignoranza sparsa a piene mani dal dispotico governo borbonico sulle plebi
garganiche di allora.
Anche se non è dimostrabile,
sicuramente vi furono anche accuse e condanne ingiuste, frutto di falsa
testimonianza. Se ne ha la sensazione ripercorrendo il cammino giudiziario. In
ogni caso dalle disgrazie dei personaggi, martiri o reazionari che siano,
ognuno potrà cogliere gli elementi essenziali per poter intuire la genesi dei
fatti ed azzardare delle ipotesi finali che siano il più possibile vicine alla
verità.
A nessun concittadino, però,
venga l’infelice desiderio di individuare ed additare persone o famiglie legate
ai reazionari dal nesso della discendenza. Sarebbe sciocco e puerile, oggi, a
distanza di centotrentasette anni, far pesare sui figli dei figli dei figli
le colpe dei trisavoli. Eviterò comunque di riportare i soprannomi, per la
maggior parte ancora in uso, che abbondano nei documenti. Tuttavia si sappia
che la partecipazione alla reazione fu tale da non garantire a nessuno, compreso
chi scrive, che un proprio avo non vi abbia partecipato: cento e mille altri
documenti sono in agguato e potrebbero confermarlo. Perciò il lettore si
lasci pure trasportare dall’onda delle emozioni; ma sappia imboccare la strada
giusta per accomunare, in un unico sentimento di cristiana pietà, martiri ed
esecutori dell’eccidio, affinché storie simili non abbiano più a ripetersi.
Questo può essere il modo migliore per onorare la memoria di ventiquattro
galantuomini liberali che, pur condizionati dalle debolezze proprie della
natura umana, ebbero il grande merito di aspirare ad una nuova forma di governo
capace di liberare quella plebe dal suo stato miserevole.
Se i borboni avessero
generato una plebe diversa, ora non staremmo qui a leggere questa storia di eroi
e di pianto.
Giulio
Giovanni Siena
continua
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Giosue’ Fini, San Giovanni
Rotondo durante il Risorgimento, 1820-1860, Leone Grafiche Ed., Foggia,
Luglio 1977.
Felice Pennelli , Vento del Gargano - Questi benedetti
contadini... - L’Illibato, - I giorni dell’ira - Leone Editrice -
Foggia, 1992.
www.padrepioesangiovannirotondo.it
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