Ventiquattro Martiri per il Risorgimento di San Giovanni Rotondo

di Giulio Giovanni Siena

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INDICE

 

PREFAZIONE

CAPITOLO I

San Giovanni Rotondo nel periodo 1820-1848.

I moti del 1820.

La guardia nazionale nel 1848.

Processo di Lucera del 1848 su voci allarmanti  a San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO II

I parte

Aspetti della vita sangiovannese nella metà del XIX secolo.

Regolamento di polizia urbana.

Polizia rurale.

Il commercio della neve.

La produzione di vino.

Le opere pubbliche.

Le alluvioni del 1850, 1858 e 1862.

Il lago di S. Egidio.

Lotta a bruchi e cavallette.

L'istruzione pubblica.

CAPITOLO II

2^parte

Le questioni demaniali.

Occupazione e dissodazione delle terrre demaniali.

Le proteste degli allevatori di bestiame.

La distruzione dei boschi comunali.

Le Guardie Rurali e Forestali.

CAPITOLO III

1^ parte

L'azione garibaldina e le prime mosse reazionarie garganiche.

L'attentato a Ferdinando II e il processo agli "attendibili" sangiovannesi.

S. Giovanni Rotondo gioisce per le nozze del Principe ereditario.

Processi a carico di Guglielmo Fabrocini.

Gli ultimi mesi del Regno borbonico.

Garibaldi entra in Napoli.

A San Giovanni Rotondo non si canta il Te Deum.

Pervengono folgoranti notizie dal fronte.

CAPITOLO III

2^ parte

A San Giovanni Rotondo per la seconda volta non si canta il Te Deum.

Alcune delibere comunali prima della reazione.

La Guardia Nazionale nel 1860.

Tentativi di reazione a Monte Sant'Angelo e Mattinata.

CAPITOLO IV

1^ parte

I giorni della reazione sangiovannese.

I soldati sbandati.

Si vota per il Plebiscito.

Si operano i primi arresti: Testimonianza del Capitano Gennaro Padovano.

Testimonianza del Giudice regio Tommaso Giordani.

La prima reazione Sammarchese.

CAPITOLO IV - 2^ parte

Arrivano le prime truppe.

Le gravi colpe del Dicastero di Polizia.

I soldati sbandati arrestati fuggono dalle prigioni.

Si prepara la reazione sangiovannese.

Testimonianza di Federico Verna.

Le truppe del Governatore, respinte, ripiegano su Manfredonia.

Il racconto della guida Vincenzo D'Errico.

Il Governatore chiede ed ottiene poteri illimitati.

Le truppe partono per San Giovanni Rotondo.

CAPITOLO IV - 3^ parte

Scoppia la seconda reazione sammarchese.

La reazione di Cagnano.

Da Rignano si deplora la reazione Sangiovannese.

Il rapporto del Giudice regio Tommaso Giordani.

Il rapporto di Don Gennaro Padovano. 

CAPITOLO IV 

 4^ parte

L'opera repressiva di Gaetano Del Giudice.

Il Governatore utilizza i pieni poteri.

Il Maggiore Cesare Rebecchi.

Le tasse di guerra.

La reazione raccontata da Carlo Villani.

Le reazioni viste da Giuseppe Tardio e da Bardesono Conte di Rigras.

La votazione del Plebiscito.

A San Giovanni Rotondo si tenta di far coppiare una seconda reazione.

Agostino Nardella e la seconda reazione sammarchese.

Arrivo a Napoli del Principe Eugenio di Savoia.

CAPITOLO V

I processi dei reazionari.

Atto di accusa del 10 agosto 1861 presso la Gran Corte di Capitanata.

Verbale del 6 dicembre 1861.

Atto di accusa della Gran Corte di Criminale di Lucera del 3 ottobre 1864.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 23 gennaio 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 20 aprile 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 9 giugno 1865.

Atto di accusa della Corte di Appello di Trani del 12 giugno 1865.

Verbale del 12 aprile 1866 per la costituzione del giurì della causa.

Sentenza della Corte di Assise di Trani del 6 maggio 1866.

CAPITOLO VI

1^ parte

Martiri e danneggiati politici.

L'invocazione di G. D'Errico.

Schede dei Martiri Sangiovannesi.

I soldati garibaldini.

CAPITOLO VI - 2^ p.

I danneggiati politici

I frati cappuccini.

Le strade dei danneggiati politici si incontrano.

CAPITOLO VII - 1^

Gli accusati di reazione e la loro difesa

I reazionari sottoposti a giudizio (A-M).

CAPITOLO VII

2^ parte

I reazionari sottoposti a giudizio (M-Z).

CAPITOLO VIII

Il ricordo imperituro

Storia di tre monumenti e di una lapide.

Primo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

Secondo discorso commemorativo di Antonio Fabrocini.

CAPITOLO IX

Persecutori e vittime del brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

I soldati sbandati alimentano il brigantaggio.

I primi episodi di brigantaggio a San Giovanni Rotondo.

Soscrizione Nazionale per estirpare il brigantaggio.

Tre cacciatori di briganti :

1- Federico Padovano

2- Giovanni Merla

3-  Vincenzo Mancini.

Alcuni danneggiati per atti di brigantaggio:

1 - Michele Fraticelli: un martire a parte.

2 - Antonio Scarale.

3 - Giuseppe Fiorentino.

4 - Benedetto Rendina.

5 - Giuseppe Gaggiano.

6 - Filippo Rubino.

7 - Costanza Pompilio.

Caccia alla banda Cicognitto.

CAPITOLO X

Epilogo.

Prefazione

"La storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice; e giustiziera non potrebbe  farsi se non facendosi ingiusta, ossia confondendo il pensiero con la vita e assumendo come giudizio del pensiero le attrazioni e le repulsioni del sentimento”.

           (Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia)

 

Avevo quindici anni. La nonna materna Matilde D’Errico mi porse tra le mani un opuscolo, con la delicatezza solitamente riservata alle cose sacre. Poi esordì orgogliosa­mente: “L’ha scritto zio Gaetano D’Errico. Suo padre, nonno Errico, fu trucidato durante i moti borbonici del 1860, assieme al fra­tello Luigi ed altri ventidue sangiovannesi. I loro nomi sono scolpiti in­de­le­bilmente sulla pietra, su una lapide affissa sulla facciata del Municipio, in Piazza dei Mar­tiri.  Siine fiero. Non c’è eroe più grande di colui che muore per aver voluto dare la libertà al proprio carnefice. Leggilo. Sei grande  ab­bastanza da capire”.

Non compresi ciò che avrei dovuto capire. Diedi comunque sfogo alla mia curiosità ini­ziando a leggere.  Trattavasi di un rarissimo esemplare, forse unico, dell’opuscolo “La Reazione di San Giovanni Rotondo avvenuta nel 1860”, edito nel 1875 dallo Stabilimento Tipografico Civelli di Torino, miracolosamente sfuggito alla di­struzione perché custodito dallo stesso autore e suoi discendenti.

Nessuno mi aveva raccontato ciò che là vidi scritto. Né avevo sentito il benchè minimo accenno a quelle vicende. Eppure erano accadute tra le mura del mio paese.

 In principio rimasi stupito dall’atteggiamento orgoglioso e  veemente del mio po­polo, di fronte ad eventi che sembravano più grandi di lui. E mi mera­vigliai che i li­bri di Storia non facessero alcun cenno a quei fatti eccezionali.  Addentrandomi nella lettura, però, sentii il sangue raggelarsi nelle vene e, giunto al punto cruciale del racconto,   inorridii. Malgrado fosse trascorso più di un secolo dagli eventi, sentii venir meno l’orgoglio di appartenenza alla mia gente, frantumato dall’immagine di colpi di scuri  e sciabole fu­manti di sangue fraterno.

Chi mi darà la lena perché io scriva i fatti che ebbero a verificarsi nel 22 Otto­bre? La  storia registrerà nei suoi annali questa giornata, nella quale un popolo che veniva dolcissimo riputato venne a rompere in eccesso di tanta crudeltà e ferocia , che non eb­bero  né avranno simili nella leg­genda dei popoli, e delle Nazioni incivi­lite. ... Oh, Dio! la penna sfugge dal vergare quel orroroso momento , e dal descrivere mi­nu­ta­mente ciò che si avverò... ”.

Provo dentro di me la stessa angoscia che attanagliava l’animo di Gen­naro Padovano,  Capitano della Guardia Nazionale,  quando, con queste pa­role, si accinse a narrare al Governatore della Provincia di Capitanata la re­azione borbonica di San Giovanni Rotondo. In questo paese,  come in altri del Gar­gano e del Subappennino dauno, una folla inferocita, istigata da menti per­verse,  eseguì  il più orrendo dei delitti, eliminando fisicamente, e con cruenza indicibi­le, quelle persone che, per cultura e formazione, avreb­bero potuto tirarla fuori dal proprio stato miserando, soffocando nei loro petti ogni anelito di li­bertà. E’ il 23 ottobre 1860, giorno del solenne plebi­scito per l’Unità d’Italia.

Inevitabilmente, col passar del tempo,  sentii crescere il bisogno di sa­perne di più,  di cercare una chiave di lettura diversa del triste episodio:  troppo pesante era il fardello che gravava sulle spalle della mia gente. Ora questo vecchio bi­sogno sta per essere soddisfatto.

Mentre osservo l’alta pila di documenti foto­copiati dell’epoca  che aspettano di essere letti, selezionati ed ordinati, penso: “Qui troverò la ve­rità, o, quanto meno, elementi utili da offrire al lettore affin­ché egli possa costruirsi liberamente la sua verità”. Per lo più sono lettere, rap­porti e altri scritti dalla grafia quasi indecifrabile, o circo­lari a stampa delle ti­pografie borboniche e post-unitarie, procurate dal prezioso lavoro di ricerca d’archivio dell’amico Pio Ripoli. La proficuità della ricerca smentisce  la voce comune che circolava in Paese, secondo cui la documentazione ri­guar­dante la reazione borbonica del 1860 era introva­bile. La verità é che, se si escludno una pubblicazione del Prof. Giosuè Fini (1) ed un’altra, romanzata,  di Felice Pennelli (2) , da poco scomparsi, nessun altro cittadino sangiovan­nese contemporaneo ha voluto  cimentarsi a fondo sui fatti reazionari. L’attuale falso di­sinteresse culturale verso una delle più importanti pagine di storia unitaria é forse preordinato a rimuo­vere dalla co­scienza collettiva fi­nanche il ricordo del terribile eccidio. I re­centi tentativi di far sparire la la­pide, prima, e di cambiarne il testo, poi, giudi­candolo offen­sivo per il po­polo sangiovannese, sono andati fortunatamente a vuoto. Questi tentativi, in ogni caso, rappre­sentano un atteg­giamento colpevolizzante, inaccettabile, che addossa tutte le colpe al popolo, che in tal modo si vorrebbe difendere, senza neppure pro­vare a rico­struire la genesi dei fatti, collocandoli nel con­testo storico al quale ap­parten­gono.  Ciò é un affronto alla Storia e vanifica la morte dei 24 martiri sangio­vannesi.

Ma perché addossare le maggiori colpe al  popolo sangiovannese?

E’ vero. Avverto già, ora che sto per iniziare questo lavoro, di essere in­tima­mente schierato dalla parte dei Martiri della Libertà. Ma ciò non equi­vale a schierarsi contro il popolo sangiovannese, giacché il  furor di popolo, improv­viso e violento, non esplode quasi mai per volontà popolare. Contro, starei se cercassi anch’io di celare questa pagina di storia che insegna ai sin­goli mem­bri di una comunità ad aprire gli occhi e a non lasciarsi strumenta­lizzare da chi intende piegare gli eventi a proprio esclusivo vantaggio e a detrimento del prossimo. E’ questa la condizione prima per essere o diven­tare liberi arte­fici del proprio destino. In definitiva, dal mio punto di vista, chi si schiera con i ventiquattro galantuomini, si schiera con il popolo e per il popolo, per un avvenire mi­gliore. Del resto San Giovanni Rotondo vanta una storia quasi millenaria, onorata e ricca di civiltà:  non sarà certamente l’epoca borbonica, unico periodo buio, ad offuscare le sue scelte di libertà.  

L’orgoglio dell’appartenenza non avrebbe alcun senso se noi, cittadini sangiovannesi, dovessimo provare ancora vergogna per l’accaduto, te­nendo chiusi gli scheletri nel cassetto. Se siamo, siamo perché siamo stati. Il pas­sato, soprattutto quello recente, é il termine di paragone necessario al pre­sente e al futuro, per sco­prire quanto siamo evoluti, e quanto bisogna ancora progredire. I  documenti ingialliti dell’epoca, i veri depositari della verità storica, ci diranno com’eravamo nel secolo scorso.  Essi  hanno la capacità di farti piombare indietro nel tempo, facendoti rivivere paure, rabbia, ed emozioni che gli estensori non seppero o poterono reprimere. Saranno i do­cumenti a par­lare, anche quando emettono giudizi impietosi. A me  il solo compito di orga­nizzarli.

Quanto agli istigatori dell’eccidio, é storia di ogni tempo che nel freddo co­dazzo di persone che si forma dietro i ricchi ed i potenti, c’è sempre qual­cuno disposto a cancellare  le loro orme sporche di fango, ricoprendole di candida neve, in cambio di vile denaro o di semplici favori. Dubito, quindi, fin da ora, che alla fine sapremo riconoscere i veri responsabili, assaliti come saremo dagli stessi dubbi che portarono i giudici del Governo unitario ad assolverli. L’istinto suggeri­rebbe quindi di tacere anche i nomi dei molti, infelici reazionari che, a diffe­renza dei primi, durante la misera esistenza, non avevano  accumulato ricchezza sufficiente a barattare la propria libertà o il bene prezioso della vita. Però i nomi di tutti gli accusati sono già com­parsi nelle precedenti pubblicazioni e saltano fuori imperiosamente ad ogni passo; cosicchè la loro mancanza renderebbe la narrazione sto­rica evane­scente, come se quelle gesta siano state compiute da personaggi fantastici o irreali.

Loro, i reazionari raggiunti e colpiti dalla giustizia umana,  hanno doloro­samente espiato le loro colpe e non sarà difficile al lettore provare senti­menti di umana comprensione, se si sforzerà di capire le cause che talvolta rendono l’uomo bruto, come l’infida ignoranza sparsa a piene mani dal di­spo­tico governo borbonico sulle plebi garganiche di allora.

 Anche se non è dimostrabile, sicuramente vi furono anche accuse e con­danne ingiuste, frutto di falsa testimonianza. Se ne ha la sensazione ripercor­rendo il cammino giudiziario.  In ogni caso dalle disgrazie dei personaggi, martiri o reazionari che siano,  ognuno potrà cogliere gli elementi essenziali  per poter intuire la genesi dei fatti ed azzardare delle ipotesi finali  che siano il più possibile vicine alla verità.

 A nessun concittadino, però, venga l’infelice desiderio di individuare ed additare persone o famiglie legate ai re­azionari dal nesso della  discendenza. Sarebbe sciocco e puerile, oggi, a di­stan­za di centotrentasette anni,  far pe­sare sui figli dei figli dei figli le colpe dei trisavoli.  Eviterò comunque di ri­portare i sopran­nomi, per la maggior parte ancora in uso, che abbondano nei documenti.  Tuttavia si sappia che la partecipazione alla reazione fu tale da non garantire a nessuno, compreso chi scrive, che un proprio avo non vi ab­bia partecipato: cento e mille altri docu­menti sono in agguato e  potrebbero con­fermarlo. Perciò il lettore si lasci pure trasportare dall’onda delle emo­zioni; ma sappia imboccare la strada giusta per accomunare, in un unico senti­mento di cristiana pietà, martiri ed esecutori dell’eccidio, affinché sto­rie si­mili non abbiano più a ripetersi. Questo può es­sere il modo migliore per onorare la memoria di ventiquattro galantuomini liberali che, pur condi­zio­nati dalle debolezze proprie della natura umana, ebbero il grande  merito di aspirare ad una nuova forma di governo capace di liberare quella plebe dal suo stato miserevole.

 Se i borboni avessero generato una plebe diversa, ora non staremmo qui a leggere questa storia di eroi e di pianto.

Giulio Giovanni Siena

continua 

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(1)  Giosue’ Fini, San Giovanni Rotondo durante il Risorgimento, 1820-1860, Leone Grafiche Ed., Foggia, Luglio 1977.

(2) Felice Pennelli , Vento del Gargano - Questi benedetti contadini... - L’Illibato, - I giorni dell’ira - Leone Editrice - Foggia, 1992.

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