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Sarebbe una follia, con
il tempo a disposizione, pretendere di
descrivere esaurientemente gli
avvenimenti che prepararono,
alimentarono e segnarono la reazione
borbonica del mese di ottobre 1860.
Inoltre, una parola detta
in più o in meno o giudizi azzardati
potrebbero risvegliare sentimenti mai
sopiti, suscitati tanto dal ricordo
dell’uccisione di 24 nostri egregi
concittadini di sentimenti liberali
quanto dal ricordo delle fucilazioni
sommarie e delle severe condanne subite
dai reazionari.
Per questo motivo ho
scelto di intervenire sul tema
assegnatomi con una relazione scritta e
di distribuire gratuitamente, alla fine
di questo incontro – a chi lo richiederà
- copia del libro "Ventiquattro Martiri
per il Risorgimento di San Giovanni
Rotondo", che pubblicai nel 1998.
Cosicché ciascuno di voi,
leggendolo, avrà la possibilità di
conoscere inequivocabilmente il mio
pensiero.
Scriverlo è stato per me
l'unica strada percorribile per
difendere, con i miei poveri mezzi, la
memoria di 24 galantuomini, martiri per
la Patria, e per affermare il principio
che ogni storia, per quanto sia
incompresa, vuole essere e rimanere
"maestra di vita" per la presente e per
le future generazioni. Questo senza
dare addosso alla povera Plebe, ignara
esecutrice dell'eccidio del 1860,
vittima a sua volta del malgoverno
Borbonico.
Indubbiamente nel mese di
ottobre 1860 la nostra città, che allora
contava circa 6.000 abitanti, si rese
protagonista di eventi eccezionali.
Fatti che, per la loro cruenza,
suscitarono nei contemporanei
sentimenti di riprovevolezza e di
orrore, la cui eco si propagò ovunque,
fino al Parlamento Inglese.
Né poteva essere
diversamente, se si va col pensiero a
quelle terribili giornate in cui -
testuali parole - "un popolo dolcissimo
riputato venne a rompere in eccesso di
tanta ferocia che non ebbero e non
avranno simili nelle leggende de' popoli
e delle Nazioni incivilite…….”: come
afferma il testimone sangiovannese
Gennaro Padovano, capitano della Guardia
Nazionale, in un documento dell'epoca.
Ma sono anche fatti che
trasmettono un insegnamento dal valore
inestimabile, purché siamo disposti ad
accettare umilmente le lezioni della
storia.
Il 21 ottobre 1860, come
tutti sanno, è una data importantissima
della storia d’Italia: la data in cui i
le popolazioni delle province
dell’Italia meridionale si pronunciarono
massicciamente con un “SI” al seguente
plebiscito: “Il
popolo d’Italia vuole l’Italia una e
indivisibile con Vittorio Emanuele Re
Costituzionale, e Suoi legittimi
discendenti”.
A San Giovanni Rotondo,
come in altri paesi, fu invece
l’occasione per far scoppiare una
reazione in grande stile. Ma è bene fare
qualche passo indietro.
Iniziamo con l’ingresso
trionfale di Garibaldi in Napoli -
avvenuto il 7 settembre 1860, senza il
quale il Plebiscito del 21 ottobre non
ci sarebbe mai stato. La notizia di
questo evento fece il giro del Regno,
generando pubbliche manifestazioni di
giubilo delle cittadinanze, che
trovavano il culmine nel canto del Te
Deum nelle chiese matrici.
A San Giovanni Rotondo
questo non poté avvenire a causa
dell’atteggiamento ostile dell’arciprete
Ludovico Bramante il quale, in
ottemperanza alle direttive
dell’arcivescovo, ritirò l’adesione -
già data - del Clero ai festeggiamenti
proclamati dalle autorità civili.
Ciò provocò sconcerto
nella Plebe che si aspettava una
cerimonia religiosa e, a causa
dell'influenza del Clero, cominciò a
guardare con diffidenza le novità
politiche liberali.
Credo che anche le
questioni demaniali, dovute alla mancata
applicazione delle norme eversive della
feudalità introdotte dai francesi
all'inizio dell'800, abbiano inciso
sullo scoppio della reazione del mese
di ottobre. E su questo argomento credo
sia utile soffermasi di più.
Lo stato di necessità,
causato dalla mancata divisione del
demanio ai poveri da parte delle
autorità municipali, aveva spinto la
classe meno abbiente ad aggredire
massicciamente le terre demaniali.
Anzi la fame li costrinse
ad "addentare financo le rocce" -
come testualmente attestano i documenti
– impiegando nella dissodazione una
fatica certamente sproporzionata,
rispetto al valore dei frutti ricavabili
dalla terra dissodata.
Ma quegli uomini dal
volto rigato di sudore, intenti a cavar
pietre, brillavano di luce nuova,
fiduciosi che alla fine sarebbero
riusciti a sfamare le numerose bocche
familiari.
Ciò, però, cozzava con
gli interessi degli allevatori che
vedevano venir meno l'erbaggio per il
bestiame, i quali allargavano i recinti
dei così detti “parchi” per mettere al
sicuro pascoli a sufficienza. Per cui
erano scoppiati gravi conflitti tra
proprietari, allevatori e dissodatori
del demanio comunale.
Alcune delibere del
Consiglio su questo tema, contribuirono
certamente a surriscaldare l’aria
sangiovannese del mese di ottobre 1860.
In particolare il 16 ottobre - solo una
settimana prima dell'eccidio – il
consiglio , chiamato a deliberare «in
nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia»,
si occupò della divisione dei demani
delle Costarelle, di Amendola e
Cicerone.
La proposta del sindaco
di dare a censimento le predette terre
provocò la reazione unanime dei
presenti. La discussione fu tempestosa e
terminò con l’auspicio che le autorità
provinciali si pronunciassero a favore
della ripartizione delle terre
demaniali.
Nel 1853 l'Intendente
della Provincia di Capitanata aveva
ingiunto agli amministratori del nostro
comune, senza però riuscirvi, di far
istituire in bilancio appositi ruoli
dove far affluire il canone relativo
alle terre occupate.
Naturalmente questa
omissione si ripercuoteva sulla sorte
del paese che, con le Casse municipali
vuote, versava in condizioni igieniche
infime, senza fogne, con strade non
lastricate, chiese cadenti, forni
inadeguati, illuminazione ad olio
scarsa e, cosa gravissima, con
un’istruzione praticamente inesistente.
Perciò i consiglieri,
spinti forse dalla ventata di
cambiamento, nella stessa seduta
trovarono il coraggio di proporre
l'introduzione di un canone annuo di
4,80 ducati per ogni versura occupata:
un canone giudicato irrisorio rispetto
ai forti “estagli” pagati dai cittadini
sui terreni dei privati.
Ciò deve aver
indispettito i numerosissimi
occupatori-dissodatori demaniali che
volevano continuare a godersi il demanio
senza pagare alcunché. E non deve essere
piaciuta neppure agli allevatori, che
consideravano la quotizzazione del
demanio come una minaccia per
l’industria armentizia.
Sono convinto che i capi
della reazione approfittarono di questa
miscela esplosiva.
Infatti la promessa di
terra o la minaccia di toglierla a
centinaia e centinaia di persone che la
possedevano illegalmente può aver
consentito ai grossi proprietari -che
poi erano gli "eleggibili" alle cariche
pubbliche - di manovrare la plebe e di
ricattarla a proprio piacimento,
portandola a compiere azioni che non
avrebbe mai voluto commettere.
Ma i maggiori
responsabili della reazione furono gli
ex soldati del disciolto esercito
borbonico, i quali, per un grave errore
politico, erano stati prima inviati in
congedo dal dittatore Garibaldi e poi
erano stati richiamati sotto le armi con
un decreto del nuovo Ministro della
Guerra.
Venti di loro, tornati a
San Giovanni Rotondo, si rifiutarono di
servire la bandiera tricolore
proclamandosi fedeli a Francesco II.
Poi, per evitare l'arresto, si
sbandavano nelle campagne, si riunivano
in banda armata e davano inizio agli
eventi che avrebbero fatto precipitare
il paese nel lutto e nella
disperazione.
Quattro furono arrestati;
ma - sicuramente aiutati da qualcuno -
il 16 ottobre evasero dalla prigione
forando un grosso muro. Si unirono
quindi agli altri soldati sbandati con i
quali la Guardia nazionale aveva avuto
già dei conflitti a fuoco.
Intanto c'era chi
spargeva il seme della discordia dalle
scale della chiesa matrice, dando alla
Plebe notizie di inesistenti vittorie
dell’esercito di Francesco II, fingendo
di leggerle dai giornali.
Cosicché la plebe
ignorante, incapace di concepire e
seguire una propria ideologia
politica, si sentiva come “una asino in
mezzo ai suoni”. La paura del ritorno
sul trono della dinastia borbonica e
dello Stato di Polizia fece il resto.
Alla fine essa si schierò apertamente
contro il nuovo ordine di cose. Incise
su questa scelta l’opera dissennata di
persuasione dei soldati sbandati che
approfittarono anche del malumore
causato dall’elezione di alcuni graduati
sgraditi al popolo nella Guardia
Nazionale. Tra questi c’era il capo
sezione Giuseppe Irace, rinchiuso per
motivi politici dai borboni in Castel
dell’Ovo di Napoli e poi liberato
all’arrivo di Giuseppe Garibaldi.
Il sindaco dell’epoca di
San Marco in Lamis Leonardo Giuliani, in
un Diario pubblicato di recente a cura
dello studioso del Risorgimento Tommaso
Nardella, svela che il 18 ottobre 1860
l’Irace disarmò quattro guardie
nazionali, tra cui Vincenzo Antini, che
al suo “Chi viva?” aveva risposto
“Viva Francesco II”.
Il ten. Errico d’Errico -
che poi venne ucciso - avvertito di
quanto era successo, fece arrestare l’Antini
ed ingiunse all’Irace di ritirarsi. Ma
il giorno successivo il Giudice, dopo
averlo ammonito, rimise in libertà l’Antini,
il quale potè unirsi agli altri soldati
sbadati per assumere un ruolo di primo
piano nella reazione.
Questo episodio fece
molto scalpore nella popolazione.
Inoltre, il giorno 20 -
vigilia del Plebiscito per l’Unità
d’Italia - un incaricato della
distribuzione delle schede commise
l’imprudenza di dire che chi non si
fosse presentato al seggio per votare
sarebbe stato fucilato.
Al contrario Francesco
Cascavilla, soldato sbandato e capo
indiscusso delle sommossa, lo stesso
giorno fece giungere al sindaco la
minaccia che avrebbero fatto una strage
se si fosse votato il Plebiscito.
Nei documenti non è stato
possibile appurare quale del due minacce
sia stata pronunciata per prima,
provocando l'altra. Sta di fatto che la
popolazione si trovò in una posizione
molto delicata perché la scelta di
votare o di non votare avrebbe comunque
fatto scattare la rappresaglia di una
delle due parti.
Come se ciò non bastasse,
il Capo sezione della G.N. Giuseppe
Irace ferì in una rissa un popolano e
ciò provocò ulteriore risentimento
nella Plebe.
Gli sbandati
approfittarono di queste provvidenziali
opportunità per fomentare il malcontento
tra i popolani i quali, purtroppo, si
dimostrarono molto arrendevoli alle
loro maligne insinuazioni.
La mattina del 21 le
autorità e molti cittadini si radunarono
davanti al Comune, in attesa di dare
inizio al Plebiscito. All’improvviso,
da via Santa Caterina sbucò Francesco
Cascavilla al grido di Viva Francesco
II, a capo dei soldati sbandati e di
molti popolani armati.
La comitiva disperse i
comizi, infranse le urne e si accinse a
mettere in atto le minacce di strage del
giorno prima.
Quel giorno erano
presenti solo 30 delle 150 Guardie
Nazionali chiamate in servizio. Tuttavia
accorsero coraggiosamente sul posto e
costrinsero i reazionari a riparare
nella parte alta del paese. In Via
Pigiano ci fu un fitto conflitto a
fuoco, ma per fortuna non si ebbe alcun
ferito.
Una guardia nazionale,
anzichè sparare contro i soldati
sbandati, scaricò il fucile contro il
tenente Federico Verna che rimase
miracolosamente illeso.
I reazionari si
rifugiarono sulla cima di Monte
Castellano, da dove potevano controllare
meglio la situazione. Da quel luogo
continuarono ad incitare a gran voce i
sangiovannesi, agitando lenzuola e
vessilli bianchi e sparando colpi in
aria. Le loro fila intanto si erano
ingrossate.
Verso le ore 22 del
giorno 21 - quando sembrava che l’ordine
fosse stato ristabilito - una furiosa
orda popolare, capitanata dal solito
Cascavilla, assalì il corpo di guardia
rimasto deserto. Furono distrutte tutte
le suppellettili, e al posto del
ritratto di Garibaldi e di Vittorio
Emanuele fu collocato un cartello con la
scritta a caratteri cubitali Viva
Francesco II.
La paura, purtroppo,
aveva spinto molte guardie nazionali a
passare dalla parte dei rivoltosi. Le
altre, pur nutrendo forti sentimenti
liberali, sentendosi tradite dai
commilitoni, erano state assalite da un
fremito di terrore e si erano ritirate
nelle loro case.
La plebe, risucchiata nel
vortice dell’euforia generale, avrebbe
presto sciolti i suoi istinti peggiori,
covati e soffocati dentro durante il
lungo periodo di oppressione borbonica.
I tumultuanti erano
armati di schioppi, sciabole, pistole,
falci, scuri, spiedi e semplici mazze.
E siccome quello era
stato un anno di grave carestia, il
primo obiettivo fu furbamente
individuato dai caporioni nel Caffè di
Antonino Maresca, che prometteva alla
Plebe un consistente bottino.
Alla fine l'uomo dovette
difendersi dalla folla di assalitori e
sparò dalla finestra un colpo di fucile
che ferì mortalmente il popolano
Giovanni Piacentino (almeno stando ad
una versione dei fatti).
Fu l’inizio del «cieco
furore di plebe» che travolse uomini e
cose. Il Maresca fu preso e trucidato.
Il bottegaio Antonino
Bocchino, incontrato in via Forni, seguì
la stessa sorte. I loro corpi furono
fatti a pezzi sul posto; i loro negozi
saccheggiati e distrutti. Un popolano,
dopo avergli tagliato un baffo, infilzò
l'orecchio di Antonino Maresca sulla
punta di una falce e lo esibì per le
strade. Un altro inzuppò un pezzo di
pane nel suo sangue ed ebbe il coraggio
di mangiarlo.
In altri paesi - tanto
per consolazione – successero di peggio.
Durante una delle tre reazioni
sammarchesi furono uccise tre guardie.
Una fu scaraventata giù da un balcone
alla folla in delirio che si accanì “a
consumare indefinite altre sevizie sullo
straziato corpo, fino a gustarne il
grondante sangue”.
Tutto quanto vi ho
sommariamente descritto avveniva in
un'atmosfera irreale di violenza e di
fanatismo che vide la plebe assalire e
saccheggiare l’una dopo l’altra le case
di Agostino Bocchino, Michele Fazzano,
Errico D’Errico, Costantino Mucci,
Guglielmo Fabrocini, Antonio Maresca e
Tommaso Lecce ed altri.
Erano queste le Plebi
garganiche di allora, che i borboni
avevano tenuto nell’ignoranza più nera
per meglio dominarle e sfruttarle!
La mattina del 22 ottobre
la turba, ormai padrone del paese e
cosciente della propria forza, percorse
tutte le strade in lungo e in largo al
grido di Viva Francesco II, obbligando
con le minacce anche chi era rimasto in
casa a partecipare al corteo.
I capi della sommossa
avevano compilato meticolosamente una
lista delle persone da eliminare. Perciò
formarono dei gruppi di facinorosi i
quali andarono a prelevarle nelle loro
abitazioni.
Per avere ragione dei
liberali - molti dei quali erano armati
- essi dissero che in paese era stata
proclamata la pace e che si dovesse
andare in chiesa a suggellarla con il
canto del TE DEUM.
I poveracci cascarono nel
tranello, poiché nella vicina S. Marco
un’analoga sommossa popolare di una
settimana prima era rientrata proprio
con il canto del Te Deum. Invece, una
volta aperta le porte di casa in segno
di pace, gli aguzzini li sequestrarono,
sotto gli occhi atterriti dei familiari,
e li trascinarono in carcere, senza
alcuna considerazione dell’ età avanzata
o del numero di figli o del cattivo
stato di salute di alcuni.
In questo frangente il
sindaco tentò di mettere al corrente
della situazione il Governatore di
Capitanata. Ma il messo Costantino Mucci,
fu intercettato e ferito con una
fucilata al volto e poi imprigionato.
In tutto furono arrestati
ventidue liberali.
Altre dodici persone,
comprese nella lista, riuscirono a
scappare dal paese.
Il governatore venne a
conoscenza dei gravi fatti di San
Giovanni Rotondo la mattina del 23
ottobre, poche ore prima dell’eccidio,
ed organizzò subito una spedizione con
gli uomini disponibili, per sedare il
tumulto.
Finchè dalla cima del
Castello i sangiovannesi avvistarono in
lontananza una colonna di camicie rosse.
La notizia del loro arrivo fu portata in
paese da Emanuele Sabatelli. Questi
arrivò su un cavallo lanciato al
galoppo, gridando a squarciagola tra la
folla: "Viene la forza. Quanti ne
vengono! Andiamo ad ammazzare tutti
quelli che sono in carcere!”.
Era il tardo pomeriggio
del giorno 23 ottobre 1860. Fu un
gridare concitato, un correre sostenuto
al carcere..…. Seguì il crepitio
sostenuto dei colpi di fucile, sparati
attraverso la grata…. E i parenti dei
liberali ebbero certezza dell'avvenuta
strage.
Ma il delitto non era
ancora del tutto compiuto.
Avvertiti dalla moglie
del carceriere che alcuni uomini erano
ancora vivi, i reazionari tornavano
indietro, abbattevano la porta e
infierivano sui 22 liberali, la maggior
parte dei quali erano già cadaveri,
infilzandoli con spiedi, sciabole, ed
altre armi bianche.
Risparmio ai presenti
altri atroci particolari.
Faccio solo notare come
tutto questo avvenne a pochi metri da
noi, oltre il porticato, in uno dei
locali posti alla vostra destra.
Solo il liberale Vincenzo
Irace - uomo dalla robusta corporatura -
riuscì a svincolarsi dalla calca,
attraversò questo chiostro e si guadagnò
l’uscita. Ma ebbe la sfortuna di
incontrare il suo compare il quale, alla
sua richiesta di aiuto, gli assestò un
colpo di accetta in fronte che lo fece
stramazzare al suolo.
Poi i sangiovannesi
andarono incontro alla truppa e
tagliarono un ponte che si trovava
vicino al Castello.
Arrivò per prima una
compagnia di 260 garibaldini guidata da
Vincenzo D’Errico, fratello dei martiri
Luigi ed Errico.
Il contatto avvenne nelle
Matine. Una grandinata di proiettili
investì i garibaldini. Dai registri dei
morti risulta che quel giorno perirono
nelle campagne delle Matine, alla stessa
ora, due nostri concittadini. Ma non
venne annotata la causa del decesso.
Presumibilmente si tratta di persone
coinvolte nel conflitto a fuoco.
Il comandante capì che il
numero di garibaldini non era
sufficiente. Perciò inviò Vincenzo
D’Errico a Manfredonia con una richiesta
di rinforzi. Strada facendo il D’Errico
incontrò il Governatore di Capitanata
Gaetano del Giudice, al comando di
cinquanta Guardie Nazionali di Foggia.
Con molta presunzione Del
Giudice pensò che le sue guardie scelte
sarebbero bastate per piegare la
determinazione dei sangiovannesi ed
obbligò il D’Errico a guidare il
drappello verso San Giovanni.
Giunsero alle porte del
paese in piena notte, nei pressi di
Sant'Onofrio, spossate dalla fatica,
dopo aver attraversato la Valle
dell'Inferno e le coppe delle Castellere.
Ma al tentativo di entrare in paese le
guardie furono investite da una tale
scarica di fucileria da indurre il
Governatore a farle ripiegare a gambe
levate verso Monte Sant’Angelo, per poi
raggiungere Manfredonia.
Il Governatore dirà che i
sangiovannesi erano tra i 500 e i 600,
con alla testa circa 100 soldati
sbandati muniti di fucili a canna rigata
il che fa pensare alla presenza di
soldati dei paesi vicini… a meno che non
si tratti di una bugia, detta per
giustificare l’ingloriosa ritirata del
suo drappello.
Al mattino fu trovata sul
posto la statua di S. Giovanni Battista
con una bandiera in mano e alla folla
ignorante fu fatto credere che l’avesse
tolta alle guardie lo stesso santo.
Intanto la compagnia dei
260 garibaldini aveva risalito le
montagne verso ponente e si era
asserragliata prudentemente nel
convento dei Padri Cappuccini per
trascorrervi la notte.
L’indomani il comandante
dei garibaldini mandò in paese
un’ambasciata di frati, per trattare la
resa. Quando vide i religiosi tornare
con la bandiera bianca, in segno di
pace, si rincuorò. Ma all’improvviso le
camicie rosse vennero attaccate da un
numero impressionante di reazionari che
si erano appostati sui monti che
sovrastano il convento. I frati vennero
a trovarsi tra due fuochi e per salvare
la pelle si buttarono a terra.
A questo proposito c’è da
segnalare che i frati - sempre vicini
alla popolazione sangiovannese nei
momenti delicati - cercarono di
pacificare gli animi. Essendo giunta dal
carcere una richiesta scritta di aiuto
dell’Avv. Errico D’Errico, essi non
avevano esitato a scendere in lacrime in
paese, in processione, per tentare di
salvare i liberali. Ma gli sbandati -
che non si frenarono neppure davanti
alla croce di Cristo – li avevano
obbligati a tornarsene in convento,
minacciandoli di morte.
Il clero locale invece,
pur avendo ricevuto la stessa lettera di
aiuto - in cui i condannati a morte
avevano espresso anche il desiderio di
ricevere gli ultimi conforti religiosi -
si erano defilati dal paese.
Nulla potendo contro
gente così determinata, i garibaldini,
anche per evitare l’accerchiamento,
abbandonarono il convento e si misero in
fuga. Sul campo lasciavano quattro morti
e due feriti. La battaglia avvenne nel
primo pomeriggio del 24 ottobre.
Il tumulto sangiovannese
è molto simile a quelli scoppiati nei
paesi vicini. Quasi un copione. Segno
che le reazioni di San Marco in Lamis,
San Giovanni Rotondo, Cagnano e
Mattinata possono aver avuto un'unica
regia.
Era una regia tutta
sangiovannese? Anche se è difficile dare
una risposta certa, alcuni fatti
depongono a favore di questa tesi.
Leonardo Giuliani, nel
diario già ricordato, afferma che i
caporioni dell’insurrezione
sangiovannese si recarono a San Marco
in Lamis con un nutrito manipolo di
compaesani ed istigarono anche la
plebe sammarchese ad affrontare
l'esercito del Gen. Liborio Romano sulla
strada per Rignano. E sarebbero
certamente riusciti nell'intento se non
fosse intervenuto il sammarchese
Agostino Nardella, detto "potecaro" capo
di una notissima e temutissima banda di
briganti, il quale, valutata la
situazione, li cacciò via,
minacciandoli pubblicamente di morte.
Del resto non sarebbe
stato facile fermare il Gen. Romano, il
quale, smanioso di vendicare la morte
dei liberali e lo smacco dei
garibaldini, stava arrivando con oltre
1.000 uomini e due cannoni.
Di fronte un tale
dispiegamento di forze anche gli
irriducibili sangiovanesi dovettero
capitolare. Le truppe entrarono in paese
il 26 ottobre 1860, mettendo fine ad
ogni altra idea bellicosa.
Questi, in estrema
sintesi i fatti.
Una volta ritornato
l’ordine in paese, la mano della
giustizia fu pesante. Un consiglio
subitaneo di guerra, insediatosi nella
chiesa di San Giacomo, vi emise una
feroce sentenza di morte.
Dieci fucilazioni furono
eseguite il 7 novembre 1860 vicino la
chiesa della Madonna di Loreto.
Altri tre reazionari
ottennero la commutazione della pena di
morte nel carcere a vita. Decine e
decine di persone intervenute nella
sommossa, subirono numerosi processi che
si trascinarono fino al 1866, con
condanne ai ferri di varia durata.
Molti detenuti, messi a dura prova,
morirono in carcere.
Cosicché dal paese si
elevò un unico lamento: quello dei
parenti dei martiri liberali e quello
dei familiari dei reazionari fucilati,
accomunati nel dolore per aver perso chi
il padre, chi il figlio, chi il
fratello, chi l’amico più caro.
Questo fu il risultato
della lotta fratricida.
Alla fine di ottobre a
San Giovanni Rotondo venne riallestito
il seggio per le votazione del
Plebiscito. Ottocentocinquanta persone
si espressero per il SI a Vittorio
Emanuele II. Nove persone, le più
coraggiose, per il NO. Complici del
risultato, forse, furono i soldati che
presidiavano le urne e il diverso colore
della scheda del No – che era rosa.
Identificare e punire gli
ideatori e gli istigatori dell'eccidio
non fu cosa semplice.
I giudici erano
desiderosi di fare giustizia; ma
dovettero fare i conti con le false
testimonianze. Il giudice istruttore
Cutinelli, in un momento di sconforto,
fu severissimo nell’esternare al sindaco
tutto il suo dolore per aver ravvisato
“accanto alla tomba degli infelici
assassinati, la personificazione della
falsità, rappresentata con freddezza
d’animo e con la più sfacciata
impudenza” da molti sangiovannesi.
Se condanne o assoluzioni
ingiuste vi furono, quindi, queste non
devono essere addebitate
superficialmente solo ai giudici
corrotti – com’è di prassi - senza
neppure leggere gli atti giudiziari.
Lasciò scritto l’avv.
Antonio Lecce, figlio di uno dei
martiri:
«Alcuni ciechi agenti
materiali, dell’assassinio immenso,
furono colpiti dalla giustizia; ma
coloro che dettero le istruzioni, lo
promossero e lo comandarono in sino
alle ultime conseguenze, scamparono
dal Consiglio di Guerra e sfondarono da
mosconi, la tela di ragno della
Giustizia di quel tempo, a tutto
cruccio e dispetto dei moscherini. Vi
furono pure in quel triste periodo, dei
forti scrocconi che vendettero il
sangue di quegl’infelici, e si
impinguarono soverchiamente nella
calamità pubblica col terrorismo e la
minaccia di galera che fecero a molti
reazionari scampati».
Dopo le violenze dei
giorni compresi tra il 21 e il 24
ottobre 1860 la plebe sangiovannese fu
condannata a fuggire inorridita davanti
alla sua stessa ombra.
Per ironia della sorte,
la sua cecità e la naturale
arrendevolezza alle maligne
insinuazioni degli istigatori l’avevano
portata ad eliminare le persone migliori
del paese: proprio quelle che volevano
liberarla dal giogo dei Borboni che
l'avevano voluta serva ed ignorante.
San Giovanni Rotondo era
un comune a bassissimo tasso di
alfabetizzazione, con una o due classi
elementari funzionanti, che per decenni
aveva avuto difficoltà a coprire tutte
le cariche pubbliche per penuria di
soggetti istruiti idonei. A causa di
quell’eccidio, quindi, la situazione
peggiorò. E non vi poté essere neppure
un ricambio politico.
Al contrario i
manovratori occulti poterono tirare un
sospiro di sollievo: l'eliminazione
fisica degli avversari politici avrebbe
consentito loro di continuare a
spadroneggiare sulla Plebe sotto mutate
vesti: un risultato raggiunto senza
sporcarsi direttamente le mani di
sangue.
Chi avrebbe più osato
parlare seriamente di divisione del
demanio? Chi avrebbe tentato ancora di
mettere la parola libertà sulla bocca
della sfortunata Plebe? La plebe,
uccidendo i 24 liberali, s’era scavata
la fossa sotto i piedi!.
In un discorso del 1875
l’ins. Antonio Fabrocini, disse:
«(O plebe,) Tu,
lusingata di raccogliere lauti compensi
del tuo procace operare, conficcasti,
ingannata dall’ottenebrazione di te
stessa, tradita dalle tenebre, vibrasti
il pugnale assassino nel cuore del padre
tuo. Al lamento fuggisti inorridita, ma
t’incontrasti col suo spettro e ti
disse:
Aspettati ben altro
compenso che quello a te fatto: tu non
fosti che vile sgabello per farvi salire
l’altrui vendetta!… Fuggi: tu sei
lurida, tu sei fumante di patrio sangue
innocente!…. Difatti non s’ebbe(ro)
dei vantaggi promessi, lusingati, ma a
più strazianti mali andò incontro. Essa
come un sol uomo gittò i 30 denari, e
andò ad impiccarsi al fico!»
Intanto il 22 ottobre
1860, in piena reazione borbonica, per
una strana combinazione nasceva a
Pietrelcina Grazio Forgione, papà di
P. Pio: il disegno della Divina
Provvidenza di portare soccorso allo
sfortunato popolo sangiovannese stava
già prendendo corpo.
Gli atti processuali sono
costellati di espressioni pesanti come
macigni. Leggerli, per un sangiovannese,
costa tanta sofferenza.
Io però ho scelto di non
fuggire inorridito e di non inveire,
come altri, contro la verità. Né ho
accettato di condividere atteggiamenti
che, con la scusa di difendere il
popolo, in realtà lo condannavano senza
appello, senza neppure tentare di
ricostruire la genesi dei fatti.
Ho sentito invece il
bisogno di una verità mitigatrice, che
alleggerisse il fardello che pesava
sulle spalle della mia gente, facendomi
guidare da un pensiero di Benedetto
Croce: “La storia non è mai giustiziera,
ma sempre giustificatrice”.
E' con questo spirito che
mi calai nell'epoca dei fatti ed
intrapresi lo studio attento dei
documenti, durato due anni, conclusosi
con la pubblicazione del libro a cui ho
accennato.
E, al contrario di chi,
per un malinteso senso della storia,
pensò addirittura di cambiare il testo
della lapide dei 24 martiri del 1860,
giudicato offensivo per la popolazione
di San Giovanni Rotondo, sono giunto
alla conclusione che mai parole furono
più veritiere e più mitigatrici per
la Plebe di quelle dettate dal Prof.
Mauro Serrano, centodieci anni fa.
Ve le rileggo, e forse,
alla luce di quanto è stato finora
detto, esse manifesteranno tutto il loro
vero significato:
“QUI CIECO FURORE DI PLEBE
RINCHIUSE
E DA FAUTORI DI BORBONICA
TIRANNIDE ISTIGATO
SENZA CRISTIANO CONSIGLIO IN
UN’ORA SOLA
IL 23 OTTOBRE 1860 CON MISERANDA
STRAGE
24 EGRECI UOMINI TRUCIDO’
CHE LA POSTUMA CITTADINA
RICONOSCENZA
MARTIRI DI LIBERTA’ PROCLAMA
E L’ITALIA REDENTA AI
POSTERI TRAMANDA.”

Gli stati di famiglia
dell’epoca provano che i martiri erano quasi tutti
nullatenenti, pur essendo molti di loro
dei professionisti. E' il segno
inequivocabile che i martiri non erano -
come qualcuno avrebbe voluto far
credere - tra quelli che avevano
sfruttato la plebe.
Questi erano dunque veri
galantuomini; quelli senza
virgolette: se non lo fossero stati,
non li avrebbero uccisi.
Trovate anche voi che il
testo della lapide sia offensivo per il
popolo sangiovannese?
A me pare di no. Anzi,
l'aggettivo "cieco" assolve la
plebe, perché sta ad indicare che essa
era non era in grado di valutare
pienamente le conseguenze delle sue
azioni, e non certo per sua colpa.
Quanto al "cieco furor di
popolo” esso non scoppia mai per
volontà popolare, ma per volere di
pochi!
Non è forse vero, poi,
che la plebe fu istigata da "fautori di
tirannide borbonica", che, come
istigatori, sono i veri colpevoli?
Che in un'ora sola furono
trucidati 24 egregi cittadini?
Che la postuma cittadina,
ormai ravvedutasi, nel 1894 li proclamò
"Martiri della Patria"? … La presenza
della lapide lo dimostra!
Rimuoviamo una volta per
tutte, ora che l'abbiamo affrontato, il
punctum dolens, che non è la lapide, né
la povera Plebe, bensì l’orrore
suscitato dai fatti reazionari di cui
essa fu ignara esecutrice. E' un
nostro dovere, onde non vanificare la
morte dei 24 Martiri.
Per me quella lapide ha
un valore inestimabile, e vorrei che gli
educatori ne spiegassero il messaggio
alle nuove generazioni.
Essa insegna a non farsi
strumentalizzare da chicchessia, ma a
usare il proprio cervello.
Insegna a diffidare di
chi istiga e mette zizzania nel corpo
sociale, per raggiungere interessi che
non sono del popolo.
Insegna, insomma, a
pensare ed agire da persone libere,
fino alle estreme conseguenze, come
fecero i ventiquattro Martiri.
L'originale della lapide,
spezzata in più parti, è stata
ricomposta e si trova ora in questo
chiostro, in quell'angolo, ed è di
monito per tutti: per il cittadino
comune come me e per tutti quelli che
varcano la soglia di questo palazzo per
rappresentare – se al governo o
all’opposizione non ha importanza - il
popolo di San Giovanni Rotondo.
Purtroppo da alcuni
decenni il clima della nostra città non
è per nulla tranquillo e questo non
giova alla crescita culturale, sociale
ed economica del popolo.
Sembra che i due eventi
tragici verificatisi nel 1860 e nel
1920 non abbiano insegnato nulla.
Forse occorrerebbe ancora l'opera
pacificatrice di Padre Pio che ha
regalato alla nostra città un lungo
periodo di serenità che ci ha permesso
di crescere.
Ma la Divina Provvidenza,
per quanto sia provvida, non può pensare
solo a San Giovanni Rotondo! Qualcosa
dobbiamo farla anche noi.
Il presente, che è figlio
del passato, deve chiamare tutti ad
operare con sincerità, intelligenza,
serenità di cuore e di pensiero, per la
pace sociale di questa terra, nel
ricordo di coloro che, credendo in un
mondo migliore, persero il bene prezioso
della vita.
Ricordiamo i loro nomi
per non dimenticare. Essi - se potessero
farlo – oggi, nell’interesse del
popolo, direbbero : Pace, Pace, Pace…
Bocchino Agostino
Campanile Alessandro
Cascavilla Gennaro
D’Errico Errico
D’Errico Avv. Luigi
Del Grosso Agrim. Nicola
Fabrocini Guglielmo
Fazzano Michele
Fini Matteo
Franco Notar Paolo
Giuva Far. Achille
Irace Giuseppe
Irace Tommaso
Irace Vincenzo
Lecce Tommaso
Maresca Antonino
Merla Michele
Merla Sac. Luigi
Mucci Alfonso
Mucci Costantino
Ruggiero Francesco
Russo Francesco Paolo
Sabatelli Celestino
Ventrella Avv. Terenzio
(San Giovanni Rotondo, Palazzo
Municipale, 1 giugno 2004) |